Padre Michele
Lazzaro (Gv 11,1-45)
Questo segno compiuto da Gesù, il settimo – siamo quindi al vertice dell'opera del Signore – viene compiuto a Betania nel contesto della festa della dedicazione del tempio. Durante questa festa, nella liturgia veniva proclamato il Salmo 30, in cui al v. 10 il salmista proclama: «Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?». Il segno pertanto si inserisce all’interno di quella fede d’Israele che già era consapevole che la morte non poteva separare da Dio.
Lazzaro è malato, le sorelle mandano a dire a Gesù: “il tuo amico (letteralmente: ‘colui che ami’ - agapao) è malato” (v. 3). Lazzaro rappresenta tutti coloro che Gesù ama. La loro è una preghiera dolcissima non pretenziosa. Gesù risponde loro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Malattia e morte sono per la “gloria di Dio”, ossia per il pieno compimento del disegno del Padre a favore degli uomini; disegno che si compie con la glorificazione del Figlio che ha il suo compimento quando Egli è innalzato sulla croce.
• La discussione tra Gesù e i discepoli (vv. 7-16). Gesù, prendendo ora l’iniziativa, parla in prima persona ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” (v. 7). Gesù affronta il viaggio consapevole che questo comporta il rischio della morte. Egli è il pastore buono che, per la salvezza degli amici, non teme di mettere in pericolo la sua vita, anzi la offre per loro (cfr. 10,11).
Di fronte alla decisione di Gesù, i discepoli protestano: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (v. 8). Quando si profilano scenari di morte i discepoli sono sconvolti, temono per la vita del Maestro e tentano di dissuaderlo ad andare a Gerusalemme. Ma Gesù è deciso a dare la sua vita; deve seguire il suo cammino, quel “passaggio” fissato dall’alto, donato dal Padre suo. E dice loro il segno che intende compiere: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (v. 11). La morte, nell’itinerario di fede, è come un sonno, perché riletta in vista della risurrezione: come ci si sveglia dal sonno, così tutti ci risveglieremo nella risurrezione dei morti. Ma i discepoli non comprendono.
• Gesù e Marta (vv. 17-28). Quando Gesù arriva a Betania Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro (cfr. v. 17). Una tradizione rabbinica ritiene che, dopo la morte, l’anima del defunto si “aggiri” intorno al corpo per tre giorni. Quindi siamo al quarto giorno, Lazzaro è definitivamente morto.
Nella casa del defunto, intanto, è radunata una folla di amici venuta a piangere il morto e a consolare le due sorelle (cfr. vv. 18-19). Mentre costoro sono venuti a mostrare solidarietà all’irrimediabilità della morte, Gesù è venuto per destare Lazzaro e incontrarlo.
Marta incontra Gesù e gli dice: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (v. 21). Dando sfogo al proprio dolore, essa collega la perdita del fratello all’assenza di Gesù. Nelle sue parole non c’è rimprovero, ma fede. Crede che la presenza del Signore preservi dalla morte. Anzi la sua fede va oltre: è convinta che lui possa agire a dispetto di quella condizione apparentemente immodificabile: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio te la concederà” (v. 22). Ella sa che ora egli può compiere il miracolo. Più che una richiesta questa è una confessione. La sua fede è rivolta più alla persona di Gesù che al gesto che egli può compiere. La fede di Marta – pur così bella – è tuttavia ancora imperfetta. Infatti riconosce nel Maestro un intermediario della vita, ma lui non è solo questo: è la vita stessa.
Gesù, tuttavia, sorregge la fede della donna e risponde alla sua attesa: “Tuo fratello risusciterà” (v. 3). E lei: “So che lo risusciterà nell’ultimo giorno”. Marta crede nella risurrezione dell’ultimo giorno, escatologica. Ma adesso? Ecco il problema: quale rapporto ha adesso Gesù con la morte e il cristiano con la morte? Marta non comprende che la risurrezione e la vita sono realtà presenti, fin da ora, nel Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (vv. 25-26). Dicendo “Io sono” Gesù rivela e afferma che nella sua persona si fa presente, qui e ora, la risurrezione e la vita eterna. Egli non è solo il rivelatore, ma anche il donatore di questa vita eterna. È la risurrezione. La vita eterna può essere attesa per l’ultimo giorno, proprio perché è presente oggi nella persona di Gesù. Così, ciò che Gesù sarà per Lazzaro, può esserlo per tutti gli afflitti. La storia del miracolo di Lazzaro diventa, a questo punto, un discorso di rivelazione significativo per tutti.
“Chi crede in me, anche se muove vivrà”. Nella fede viene pertanto superata la frontiera della morte corporale. Chiunque nella sua vita temporale crede in Cristo, si appoggia totalmente a lui, si fida a lui, vive aggrappato a lui, non morirà per sempre.
“Credi tu questo?”. Il Maestro sospinge Marta – e ciascuno di noi – a passare da una generica fede nella risurrezione alla fine dei tempi, ad una fede attuale nella nostra risurrezione in lui; a una fede in una vita in Dio, già oggi operante in Gesù. “Se credi vedrai la gloria di Dio” (v. 40). La gloria di Dio manifestata nel cuore stesso della morte! È il paradosso cristiano, la novità assoluta: la Vita non è annientata dalla morte, ma addirittura si serve di essa. Liberati da questo Dio crocifisso, Gesù, che ha assunto la nostra morte.
Il culmine di questo dialogo è rappresentato proprio dalla risposta di Marta: “Sì, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v. 27). Marta aderisce a lui come Messia e Figlio di Dio. Ha compreso che Gesù non è un semplice intermediario tra l’uomo e Dio, ma il donatore stesso della vita eterna, la salvezza fatta persona.
• Gesù e Maria (vv. 28-37). Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Maria era rimasta in casa seduta, come si conviene a una donna in lutto. Solo quando Marta ritorna dall’incontro con lui e di nascosto le riferisce: “il Maestro è qui e ti chiama” (v. 28), si alza (letteralmente: “risuscitò”) in fretta, esce di casa e va a incontrarlo. Rispondere a Gesù, muoversi in fretta verso di lui, raggiungerlo “dove si trovava” significa risuscitare, essere partecipi di colui che viene. I Giudei la seguono e pensano che vada a piangere al sepolcro. Maria vede Gesù, si butta ai suoi piedi con una fiducia totale nel Maestro e ripete le parole della sorella: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (v. 32). Marta aveva aggiunto: “Ma anche ora…”. Maria non aggiunge parole, ma compie dei gesti. Il suo gettarsi ai piedi di Gesù contiene già il riconoscimento che egli è il Figlio di Dio. È nella fede che ella dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di donna ferita negli affetti più profondi. È talmente vera che riesce a coinvolgere nel suo sentire non solo coloro che l’hanno seguita, ma lo stesso Gesù. Da lei si genera come un vortice che coinvolge, nella commozione, chi le sta attorno, compreso il Signore.
Il Maestro, difatti, ascoltando la seconda volta il medesimo grido di angoscia e vedendo piangere Maria e i Giudei che erano venuti con lei, “freme nell’intimo” (vv. 33.38), “si turba” (v. 33), “piange” (v. 35).
Gesù “freme nell’intimo”. Il termine greco designa un’eccitazione irata, un fremito interiore di collera. Quella di Gesù, dunque, non è una semplice commozione di fronte al dolore altrui. La sua è una ribellione di fronte alla presenza tragica della morte, sentimento di cui neppure Gesù si è vergognato. Il testo dice: “fremette nello spirito e in se stesso” . Lo spirito di Cristo, necessario per appartenergli (Rm 8,9), è lo stesso spirito di Dio che aprirà i sepolcri e farà rivivere (Ez 37,12-14) coloro che sono morti a causa del peccato (Rm 8,10), perché in loro ha scelto di porre la sua abitazione (Rm 8,9).
Gesù, inoltre, rimane “turbato”. Questo atteggiamento ricorre anche nel contesto della passione. Di fronte all'ora imminente della morte dirà: “La mia anima è turbata” (12,27).
Gesù, dunque, “freme nell’intimo” e “si turba” perché la morte di Lazzaro, “colui che ama”, prelude il giungere della sua ora, l’ora delle tenebre. Di fronte al fatto che il ritorno al Padre passa inevitabilmente per la passione, lo stesso Gesù reagisce con una lotta interiore. Lotta che troviamo espressa anche nei Salmi: “Perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi?” (cfr. Sal 42,6.12; 43,5). Egli è turbato, sa che non può sottrarsi alla morte. È questo l’itinerario del Figlio dell’uomo, il comando che ha ricevuto dal Padre.
Il turbamento e il pianto silenzioso di Gesù rivelano, anche, l’amore del Padre che, attraverso di lui, giunge ai discepoli. Sono le lacrime di Dio dinanzi alla morte che separa gli esseri. Esprimono la compassione del Padre che deve consentire alla prova del Figlio, affinché gli uomini possano tornare ad amare Dio e a vivere come fratelli.
Infine questo fremere “fremere”, cioè questo moto d’indignazione e d’ira, è anche provocato dalla incredulità dei giudei che sono venuti a “consolare” Maria. Alcuni di essi, infatti si chiedono: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (v. 37). Sono persone che, nonostante il segno del cieco nato, non sono giunti alla “vista” della fede.
È poi da notare che il pianto di Gesù - diversamente dai pianti disperati dell’uomo che non crede e che vede solo il volto mostruoso della morte (in greco: klaio = strepito, pianto a dirotto) è sì un pianto di dolore, che però rimane sempre filiale nei confronti del Padre. Ciò viene segnalato dal verbo usato per Gesù: dakryo. Paolo scriverà che noi siamo sconvolti, ma non disperati, provati, ma non distrutti (cfr. 2Cor 4,7 ss). Il pianto di Gesù – come ben capiamo – dev’essere anche il pianto del discepolo, del cristiano.
• Gesù ridona la vita a Lazzaro (vv. 38-44). A questo punto l’evangelista descrive l’azione di Gesù che, ancora scosso interiormente, si reca al sepolcro. Un’azione triplice: verso gli uomini, verso Dio, verso il defunto.
Verso gli uomini, ai quali dice con forza: “togliete la pietra!”. È un comando che esige molta fede e che fa rischiare lo scandalo: che cosa significa infatti togliere la pietra a uno che è sepolto da quattro giorni (menzione che evidenzia la definitività della condizione di Lazzaro)? È questa la protesta di Marta, quella del buon senso: “Signore, già puzza; è di quattro giorni” (v. 39). E Gesù replica, richiamandola alla fede: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Prima le aveva detto: “Credi tu questo?” ed ella aveva affermato: “Sì, Signore, credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo”. Adesso, invece, la fede non la sorregge e, di fronte al comando di Gesù, si rifiuta di accettare l’assurdo, il ridicolo, e il Signore la esorta alla fede. La gloria di Dio, che si manifesterà attraverso la vicenda di Lazzaro (cfr. v. 4) è la fede in Gesù come risurrezione e vita (cfr. vv. 25-26). Nella sua risurrezione egli rotolerà definitivamente la pietra che separa i fratelli dalla vita, benché sia molto grande (cfr. Mc 16,4), tanto grande da gravare su tutti. Se crediamo in lui e viviamo del suo amore, siamo già passati dalla morte alla vita (cfr. 1Gv 3,14).
“Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (v. 41). In questa preghiera di Gesù la sua relazione con il Padre viene vissuta davanti agli uomini; è il momento culminante, in cui Gesù rivela sé stesso e la sua unità con il Padre. Come il Padre ha il potere di far risorgere, così ha dato al Figlio il potere di vivificare i morti; come il Padre all’inizio della creazione, ha tratto dal nulla tutte le cose, così ha dato al Figlio di trarre il bene dal male, dalla morte la vita, dal peccato il perdono. Gesù ringrazia il Padre perché sempre ascolta il Figlio, come il Figlio sempre ascolta il Padre; vivono infatti dell’unico Spirito, che è il loro amore reciproco. Quello stesso Spirito di vita che vuole donare agli uomini.
“Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43); parola di risurrezione, che trae appunto fuori dalla morte. Gesù con gran voce gridò (cfr. 12,13; 18,40; 19,6.12.15; cfr. gridò: 7,28.37; 12,44). È l’anticipo della risurrezione finale, quando coloro che sono nei sepolcri udranno la voce della tromba.
Gesù chiama Lazzaro, il morto, per nome; lo chiama presso di sé, alla sua sequela (cfr. Mc 1,17; Mt 4,19): “Hai gridato, hai infranto la mia sordità” (sant’Agostino). È una chiamata che avviene attraverso un “grido”. Il morto esce ancora legato dalle bende e col viso coperto dal sudario (cfr. v. 44). Esce dalla morte totalmente passivo, non può vivere completamente finché non sarà slegato e liberato. Vi è qui un’allusione a contrario della risurrezione di Gesù. Essendosi consegnato da sé stesso, Gesù risorto lascerà là le bende riposte e il sudario arrotolato a parte (cfr. 20,3-10). Le bende, che Lazzaro si tiene ancora addosso, sono il simbolo di un suo ritorno temporaneo sulla terra: a suo tempo dovrà morire. Gesù, al contrario, le abbandonerà definitivamente.
“Gesù dice loro: Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44). Fuori dalla tomba, egli rappresenta una prima profezia dell’ora “in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno” (5,25) e dell’ora “in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno” (5,28-29). Lazzaro è ormai il segno vivente che in Gesù e per mezzo di lui niente è perduto; nella morte stessa è già presente la vita e la gloria di Dio.
Compiuto il miracolo, Gesù si mette da parte e lascia che il miracolato, posto di nuovo nella sua libertà di scelta, faccia la sua strada. Il racconto termina lasciando il lettore di fronte a Lazzaro vivo, ma muto. Questo ci conferma che il centro del racconto è Gesù stesso in cammino verso la sua ora di morte e risurrezione.
Il valore della prova
Sofferenze, malattie, incomprensioni, oscurità e quant’altro fanno parte dell’esperienza comune della vita umana. Noi credenti le affrontiamo alla luce della fede.
Il duplice esito della prova/tentazione
La prova/tentazione che porta al peccato
Spiegando la parabola del seminatore, Gesù descrisse, non senza amarezza, i cedimenti disastrosi dei credenti alla tentazione:
Quei [semi caduti] sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova/tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione (Lc 8,13-14).
Quindi, «nel tempo della prova/tentazione», alcune situazioni − come le preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri spingono la persona al peccato. La tentazione è suscitata – in maniera più o meno diretta – dal diavolo, che è «il tentatore» per eccellenza (Mt 3,1; 1Ts 3,5), il quale - come leggiamo in Ap 12,9 - si dà da fare «sulla terra». Chi pecca lo fa perché, «con piena consapevolezza e deliberato consenso», cede alla tentazione del diavolo, il quale sa abilmente sfruttare la «concupiscenza» (Gc 1,14) − o bramosia − dell’uomo.
Perciò conclude risolutamente la Lettera di Giacomo: «Sottomettetevi a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi» (4,7).
La prova/tentazione che porta alla maturazione
I credenti in Cristo sperimentano anche un secondo tipo di peirasmós, di cui pure tratta la Lettera di Giacomo. È il peirasmós causato da una «tribolazione» (Rm 5,3). Essa, quando è affrontata con fede, «produce perseveranza; e la perseveranza [produce] una virtù provata (dokimē΄n)» (Rm 5,3-4), che ci aiuta a camminare più speditamente verso la comunione definitiva con Dio. Sulla scia dell’insegnamento di Cristo, Giacomo spiega: «Beato l’uomo che sopporta la prova/tentazione (peirasmón), perché dopo essere stato provato (dókimos), riceverà la corona della vita» (1,12). Effettivamente, lo scontro con la prova/tentazione spinge i credenti in Cristo a decidersi in maniera più consapevole per Dio. Li aiuta a superare il rischio di cedere a incoerenze e compromessi (cf Mt 6,24). Ne favorisce una presa di coscienza a riguardo del «tesoro» cui tengono maggiormente (6,21).
Cristo è stato perfezionato dalla prova
Restando fedele all’attestazione evangelica (cfr. Eb 2,3) la Lettera agli Ebrei dichiara che anche il Figlio fu «provato» e «tentato» (pepeirasménon) «in ogni cosa come noi», benché, diversamente da noi, egli non abbia mai peccato (4,15; cfr. 2,18). Venuto al mondo con il desiderio fondamentale di compiere la volontà salvifica di Dio (Eb 10,5-9) di guidarne tutti i figli alla gloria celeste (2,10), Gesù ha dovuto apprendere dalle sofferenze che ha patito che cosa significasse obbedire al Padre suo (5,8) «fino alla fine» (Gv 13,1; cfr. 19,30).
Ma è proprio così che Cristo è stato «perfezionato» nella sua umanità e, in particolare, nell’obbedienza filiale a Dio e nella solidarietà fraterna con gli altri uomini. Questo «perfezionamento» è stato l’esito positivo della prova/tentazione che Gesù superò, avendola sopportata e sofferta in modo autenticamente umano. Perfezionamento che avviene per ogni credente che, in unione con Cristo, affronta le prove superandole con la sua grazia.
Se il chicco di grano non muore…
C’è una frase di Gesù nel Vangelo di Giovanni che è illuminante: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo…» (Gv 12,24). La parabola, tratta dal mondo della creazione, sul chicco di grano, fecondo solo se cade e muore, e, in caso contrario, certamente sterile, indica il mistero della sua morte, momento di massima infecondità e solitudine, come condizione per portare “molto frutto” (v. 24). Se il Figlio non comunica la propria vita ai fratelli, «rimane solo»: l’unigenito (monogenés) rimane unico (mónos). Se non amasse i fratelli perderebbe la sua identità di Figlio che vive nell’amore che il Padre ha verso tutti i suoi figli. Lo stesso vale per ogni uomo creato in lui. L’egoismo è sterile; il seme che volesse conservarsi, resterebbe solo, e non comunicherebbe vita. Una vita che non si dona è morta.
In questa prospettiva capiamo che anche le tentazioni e le croci sono un’occasione per purificare il nostro cuore da quell’egoismo che ancora c’è in noi e, in positivo, ci rafforzano nelle virtù e rinsaldano la comunione con Lui: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,24-25). Nella fede, dunque, le affrontiamo come un’occasione per una più profonda purificazione e per un progresso spirituale! Un’occasione da non sciupare, da non perdere!
San Giovanni della Croce
Tra il 1575-1576 è fatto prigioniero dai Calzati di Avila perché ritenuto un disobbediente, ma è liberato poco dopo, per intervento del Nunzio di Madrid. Invece il 2 dicembre 1577 è preso e strappato nella notte dalla sua casetta presso il Convento dell’Incarnazione, delle Carmelitane di Avila, e condotto prigioniero nel convento dei Calzati a Toledo.
Vi giunge sempre di notte, bendato, forse l’8 dicembre e vi resterà fino al 17 agosto 1578. Conosciamo le condizioni disumane del suo carcere toledano e il pressing psicologico e spirituale esercitato su di lui con infinite astuzie. Leggiamo qualcosa di questa sua esperienza nel carcere:
Si trattava di un dormitorio riservato ai superiori di passaggio e lo si era provvisto di una latrina, un ridotto incavato nel muro, di sei piedi di larghezza e dieci di lunghezza. Nel mezzo ai metteva un bugliolo per le immondizie. Portato via il bugliolo, vi fu sistemato un pancaccio con due coperte sdrucite. Non vi era altra apertura tranne una feritoia nell'alto del muro larga tre dita, che dava non sull'esterno ma su un corridoio. Verso mezzogiorno essa lasciava penetrare un po' di luce, appena sufficiente perché il nostro prigioniero potesse recitare il breviario. In questa sordida tana egli fu rinchiuso, senza cappuccio né scapolare, in punizione per la sua disobbedienza. Aveva con sé unicamente il libro dell'ufficio divino. Lì egli subirà quella terribile serie di angherie che lo renderanno simile ai più grandi apostoli di Cristo: «Io mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo» (2Cor 12,10). Anzitutto un cibo micidiale: acqua, pane, sardine. Talora il carceriere gli portava gli avanzi della comunità. Tre volte la settimana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì - grande festa! - usciva dalla sua prigione. Lo si conduceva nel refettorio dove gli ottanta monaci stavano mangiando. In ginocchio al centro del vasto locale l'infelice mangiava il suo tozzo di pane, bevendo acqua fresca. Al termine del pasto il priore cominciava la sua requisitoria. In quel religioso in carica si scatenava una passione avvilente.
- Sì, voi siete un ipocrita. Perché vi siete vestito di bigello? Perché andate a piedi scalzi? Guardatelo bene: egli vuole farsi passare per un santo! Eccolo lì, colui che ha portato lo scompiglio nell'Ordine e ci ha screditati tutti! Allora, falso monaco, pieno di orgoglio, che cosa rispondete?
Fra Giovanni rimaneva muto, come Gesù. Più irritato che mai, il padre Maldonado si infuriava maggiormente.
- Sei forse sordo! Non sai rispondere? Abbiamo forse bisogno di altre testimonianze? Su, frustatelo!
Gli venivano scoperte le spalle e, mentre recitava il Miserere, lunghe file di monaci gli davano la disciplina, a turno. Battevano forte, fino a far zampillare il sangue. Parecchi anni più tardi il santo conservava ancora le cicatrici di quei colpi di frusta, non del tutto rimarginate.
- In prigione fino a quando non si penta! - ordinava il Priore; e fra Giovanni sanguinante, barcollante per la spossatezza, risaliva attraverso il corridoio ghiacciato fino alla sua infame segreta. L'inverno, il terribile inverno toledano, prolungava i suoi assalti interminabili. Le dita dei piedi quasi congelate si spellavano per il freddo. Quando il cielo era coperto per l'intera giornata, il prigioniero rimaneva in un buio perpetuo perché la poca luce filtrante attraverso l'angusta feritoia non riusciva più a illuminare il suo fetido antro. A guisa di passatempo, alcuni frati venivano a bella posta a chiacchierare davanti alla sua porta nella sala adiacente.
- Certamente il padre Tostado, inviato dal nostro reverendo padre generale, distruggerà tutti i conventi della riforma. Quei nidi di calabroni! Certamente l'opera della Madre Teresa, quest'opera diabolica, scomparirà. Il nuovo nunzio, monsignor Felice Sega, lo ha decretato. Se il nunzio lo vuole, è segno che lo vogliono il papa e la Chiesa intera!
- Se si ostina non uscirà dalla prigione se non con i piedi in avanti. E non avrà sepoltura cristiana. L'ha dichiarato il priore al capitolo.
- Scomunicato, sarà seppellito con gli scomunicati.
Questa campagna di intossicazione volontaria finiva per turbare il santo. Mille domande lo tormentavano. Quella riforma del Carmelo, quell'opera santa perché aveva suscitato tanti nemici? Perché Dio, che sembrava all'inizio averla tanto benedetta, tutt'a un tratto si ritirava, abbandonandola ai suoi persecutori, ai suoi distruttori? Tuttavia, trascorse alcune settimane, nel carmelo di Toledo cominciò a formarsi un movimento di opinione. Novizi e studenti erano impressionati. No, questo fra' Giovanni non era né un intrigante, né un ribelle, né un incorreggibile. Novizi e studenti erano impressionati:
- Ci raccontino quello che vogliono, qui c’è l’evidenza egli è un santo!
Nel carcere Giovanni è rimasto un uomo libero. Sperimenta come la libertà non consiste nel fare quello che si vuole, ma nel volere quello che si fa. Si ammirava la sua pazienza, la sua dolcezza, la sua inalterabile serenità.
Non ha cercato o voluto il carcere, e ne fuggirà appena possibile, ma per il tempo che vi rimane, quello - un luogo immondo - è lo spazio di un appuntamento da non mancare, come lo fu Babilonia per gli ebrei, la croce per Gesù. Tanto più che i suoi carcerieri, verso i quali ha sempre parole di bontà, sono convinti di operare per il bene.
In quei nove mesi toledani - il tempo di una gestazione - egli non abdica alla propria intelligenza: pensa, immagina, crea, progetta e, quando gli è reso possibile, scrive. Le sue opere poetiche (circa 970 versi), in molte delle loro espressioni più alte e raffinate, risalgono a questo periodo.
Qui Giovanni della Croce ci appare nella sua autentica statura di discepolo del Signore. Non dobbiamo dimenticare che il percorso di Giovanni della Croce è stato lungo: è uno spirito provato, fin dalla più tenera infanzia. Le percosse della vita lo hanno lentamente forgiato, reso indomito. Lentamente si è trovato a non sottrarsi più a disagi, precarietà, emarginazioni, ma ad amarli. Diremmo che li preferisce come luoghi privilegiati per amare. Egli sa fin dall’adolescenza che il suo Signore abita il disagio: nel povero, nell’afflitto, nell’infermo, nel carcerato, in chi è solo, nell’angosciato.
Elabora le ferite del passato; non ne rimane prigioniero; impara, attraverso di esse, a proiettarsi con energie nuove verso il futuro.
Anche dal carcere toledano, come dalle privazioni precedenti uscirà ancor più temprato e ardente. Il suo vissuto testimonia che la croce guarisce, come il serpente elevato da Mosè nel deserto (cf Gv 3, 14), e rigenera.
Di cosa è stato privato nel carcere di Toledo? Sappiamo che gli fu lasciato solo il breviario, che poteva celebrare, a seconda della luce del sole che entrava da una minuscola feritoia. Gli hanno tolto i beni più preziosi: la Bibbia, che meditava anche viaggiando a dorso d’asino, l’Eucaristia, i colloqui con Teresa, la comunità degli Scalzi, la dolce amicizia dei più intimi, il ministero dell’accompagnamento spirituale e quello dell’annuncio della Parola, ma anche la natura che amava contemplare, lo studio di cui si nutriva, lo scrivere.
Per un uomo di relazioni intense come lui la pena più acuta è stato l’isolamento coatto, la privazione d’ogni contatto umano.
Egli mostra, non teoricamente, ma col proprio vissuto, la validità dell’antico principio, biblicamente radicato, che è fondamento del processo di santificazione di ognuno: i nostri ostacoli diventano i nostri veicoli.
Quali gli ostacoli conosciuti dal prigioniero di Toledo? Indubbiamente tutte le contrarietà che hanno accompagnato la sua esistenza, che egli ha elaborato come opportunità di grazia. Il nostro ostacolo è costituito anzitutto da ciò che noi siamo, dal fardello della nostra indole, storia, educazione, ferite non elaborate. Si diventa santi non contro, ma attraverso queste nostre realtà. L’ostacolo non è cancellato, ma trasfigurato: chiamandolo anzitutto per nome, riconoscendolo parte del progetto buono di Dio, credendo che la sinergia grazia-responsabilità è efficace nei suoi confronti.
Quando i Calzati lo catturano e lo trascinano bendato come loro prigioniero nella cella carceraria di Toledo, non si rendono conto che stanno facendo, in fondo, il suo gioco, che è il gioco di Dio. Non perché la vittima vi si sia prestata o tanto meno abbia cercato un simile gioco crudele, ma perché una peripezia in più è soltanto, pur con tutto il suo peso, una nuova occasione d’amore.
«Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» chiede l’orante del Salmo 11. Il carcerato di Toledo risponde che può soltanto amare.
La dura prova della grande oscurità in Madre Teresa di Calcutta
L'oscurità che caratterizza una parte della vita di Madre Teresa di Calcutta si riferisce a un profondo e prolungato periodo di dubbio sulla fede, di sensazione di vuoto e di assenza di Dio. Nelle sue lettere, pubblicate nel libro “Sii la mia luce”, Madre Teresa descriveva la sua esperienza come un “vuoto e oscurità”. Nonostante questa lotta interiore, che le fece dire di non sentire più la presenza divina, ha continuato le sue opere di carità, nascondendo il suo tormento dietro un sorriso.
Madre Teresa fu capace di nascondere perfino alle sue stesse consorelle la sua vita più intima, la sua vita di rapporto con Dio e la profonda desolazione e prova interiore che visse per quasi tutta la sua vita.
Di quell’oscurità interiore che ella sperimentava, mentre tutto il mondo ammirava la sua raggiante gioia, Madre Teresa diede conto solamente ai suoi direttori spirituali, ordinando che poi distruggessero le sue lettere.
Che cosa successe realmente in Madre Teresa dopo aver dato il suo sì alla chiamata del Signore? Nell’anno ’42, cioè quando Madre Teresa era ancora nell’ordine di Loreto, cinque anni dopo i suoi voti perpetui, fece il voto di “non negare mai nulla a Dio”, sotto pena di peccato mortale. Quattro anni dopo, nel treno da Calcutta a Darjeeling ricevette l’ispirazione di iniziare la sua opera con i più poveri tra i poveri. Secondo quanto si deduce dalle sue lettere, tutto iniziò il 10 settembre. Gesù le parlò per mezzo di una locuzione interiore. Le chiese di uscire dall’ordine di Loreto e di iniziare il suo lavoro con i più poveri. Le prime parole che Gesù le disse si riferiscono al voto che ella aveva fatto quattro anni prima: “Non mi negherai questo? Te lo sto chiedendo... non ti rifiuterai di fare questo per Me”. Ovviamente non poteva rifiutare di fare ciò che considerava la volontà di Dio su di lei. Gesù continuò a parlare a Madre Teresa per vari mesi. Le ultime parole furono nell’agosto del 1947, in cui le disse: “Vieni, sii la mia luce, non posso andare da solo, essi (i poveri) non mi conoscono, e pertanto non mi amano. Tu, portaMi a loro. Quanto desidero entrare nei loro tuguri, nelle loro case oscure ed infelici!”. Così, dunque, Madre Teresa, che allora aveva 36 anni, sperimentò per vari mesi una profonda unione mistica. Ella dirà, parlando di quest’esperienza: “Semplicemente, Egli si diede a me in pienezza”.
Invece, nel ’49, cominciando l’opera che Gesù le aveva chiesto, inizia un periodo di profonda oscurità nella sua anima. Curiosamente, sembra che con l’inizio del servizio ai poveri sia calata su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che la portò persino a dire: “C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo... Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto!”. Questa prova interiore ebbe in Madre Teresa delle caratteristiche particolari, poiché non fu una prova iniziale, una purificazione dell’anima, come è avvenuto in tanti santi, che l’avrebbe portata ad una profonda unione mistica dopo alcuni anni, ma fu invece il suo stato permanente fino alla morte.
In questi anni Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio... Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie”. Sperimenta la vertigine nella tentazione di poter di negare Dio: “Sono stata a punto di dire no... Mi sento come se qualcosa stesse per rompersi in me in qualsiasi momento”. E in un’altra occasione: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora. Non voglio, ma temo di poterlo fare”.
Sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: “Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? [...]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio”. Ma non è il dubbio che la assalta, ma la desolazione della sua anima, simile al grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Ciononostante, non si scoraggia nelle sue attività, ed è capace di scrivere alle sue sorelle: “Mie care figlie, senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. Gesù desiderava aiutarci condividendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e morte. Tutto questo Egli lo prese su Se Stesso, e lo portò nella notte più scura. Solo essendo uno di noi ci poteva redimere. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle. Quando vi risulti difficile, pregate così: “Voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato tanto dalla luce di Gesù, per aiutarLo, per caricare su di me una parte della Sua sofferenza”.
Sempre senza venir minimamente meno alla sua fede e al suo desiderio di compiere la Volontà di Dio, afferma: “Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò Ti è gradito. Se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, fa’ di me quello che vuoi, per tutto il tempo che desideri. Sono tua. Imprimi nella mia anima e nella mia vita le sofferenze del Tuo Cuore. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore”. In un’altra occasione scriverà: “Se la mia separazione da Te permette che altri si avvicinino a Te e Tu trovi gioia e diletto nel loro amore e compagnia, voglio di tutto cuore soffrire ciò che soffro, non solo adesso, ma per l’eternità, se fosse possibile”.
Dalle lettere si deduce che quest’oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere piena di giubilo: “Oggi la mia anima è colma d’amore, di gioia indicibile e da un’ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento praticamente non ne parla più, non è perché la notte sia terminata, ma perché si è adattata a vivere in essa. “Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra”.
Non solo purificazione
Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso S. Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta “via purgativa”, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva, proprio perché interviene dopo che queste anime hanno già toccato vertici di altissima contemplazione e unione mistica con Dio. Madre Teresa, come Padre Pio ed altri, erano convinti che si trattasse appunto di purificazione e pensavano che il loro “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerli così a lungo in quello stato. Ma non era solo questo.
C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la «partecipazione alle sofferenze di Cristo» (Fil 3,10) per la redenzione del mondo. Gesù nel Getsemani sperimentò per primo e per tutti la notte oscura dello spirito e in essa anche morì a giudicare dal grido dalla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito del “volto dolente” di Cristo, Giovanni Paolo II, scriveva:
«Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la ‘teologia vissuta’ dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come ‘notte oscura’. Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore» (n. 27).
Queste anime sono rimaste attaccate a un Dio che non dava e non prometteva loro nulla, neppure il paradiso, sotto un cielo chiuso. Chi gli ha dato ad esse la forza di fare quello che hanno fatto: dimenticarsi di sé, pensare tutto il tempo agli altri, stringere al cuore lebbrosi, abbracciare moribondi, è solo quell’Essere che solo può operare senza essere visto perché è «più intimo e presente a noi che non noi stessi».
Il papa cita l’esperienza di S. Caterina da Siena e di Teresa di Gesù Bambino
«Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: “E l'anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l'unione e per l'affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l'immacolato Agnello, l'Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente”[1]. Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: “Nostro Signore nell'orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. È un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa”[2]» (n. 27).
Sappiamo che anche Madre Teresa è giunta a vedere la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il “Sitio” di Gesù sulla croce:
“Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”»[3].
Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. La Novo millennio ineunte, abbiamo sentito, parla di un «paradossale intreccio di beatitudine e di dolore». Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. S. Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa «è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’inferno», ma che c’è in esse una «grandissima contentezza» che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso.
La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.
La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…
S. Paolo diceva: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne» (2Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. «Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente».
Anche questo accomuna Madre Teresa a Padre Pio. Un giorno Padre Pio, guardando dalla finestra la folla radunata sul piazzale, chiese meravigliato al confratello che gli stava accanto: «Ma perché sono venuti tutti questi?», e alla risposta: «Per lei, Padre», si ritirò in fretta sospirando: «Se solo sapessero…».
La nostra piccola notte
I mistici hanno qualcosa da dire anche a noi credenti di oggi. Non c’è bisogno di insistere sulla preghiera di Madre Teresa in tutti quegli anni passati nell’oscurità; l’immagine di lei in preghiera è quella che tutti abbiamo ancora davanti agli occhi. Una serie di bellissime preghiere sono tra le eredità più preziose che ella ha lasciato alle sue figlie e alla Chiesa.
Di Gesù l’evangelista Luca dice che «in preda all’angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22, 44). È quello che si osserva anche nella vita di queste anime. Quando sperimentiamo la tentazione è importante non arrendersi e cominciare a omettere la preghiera per darsi al lavoro.
Nel tempo dell’aridità bisogna scoprire un tipo di preghiera speciale che la Beata Angela da Foligno definisce la preghiera forzata e che dice di aver praticato lei stessa:
«È cosa buona e molto gradita a Dio che tu preghi col fervore della grazia divina, che vegli e ti affatichi nel compiere ogni azione buona; ma è più gradito e accetto al Signore se, venendoti meno la grazia, non riduci le tue preghiere, le tue veglie, le tue buone opere. Agisci senza la grazia, come operavi quando possedevi la grazia… Tu fa’ la tua parte, figlio mio, e Dio farà la sua. La preghiera forzata, violenta, è assai accetta a Dio»[4].
Madre Teresa ha conosciuto anche lei questa preghiera: «Non so dirle quanto sono stata male l’altro giorno; c’è stato un momento in cui per poco non mi rifiutavo di andare avanti. Allora ho preso risolutamente il Rosario e l’ho recitato lentamente e con calma, senza né meditare né pensare a nulla»[5].
Il semplice rimanere con il corpo in chiesa, o nel luogo scelto per la preghiera, il semplice stare in preghiera, è allora il solo modo che resta per continuare a essere perseveranti nella preghiera. Dio sa che potremmo andare e fare cento altre cose più utili e che ci gratificherebbero di più, ma restiamo lì, consumiamo a vuoto il tempo a lui destinato dal nostro orario, o dal nostro proposito.
Nel tempo dell’aridità dobbiamo ricordare la dolcissima parola dell’Apostolo: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza…» (Rm 8,26 s). Tutto questo avviene per fede.
______
[1] N. 78.
[2] Ultimi Colloqui. Quaderno giallo, 6 luglio 1897: Opere complete, Città del Vaticano 1997, 1003.
[3] Padre Brian Kolodiejchuk (a cura di), “Sii la mia luce”. Gli scritti più intimi della “Santa di Calcutta”, Rizzoli 2007.
[4] Il libro della Beata Angela da Foligno, ed. Quaracchi, Grottaferrata, 1985, p. 576 s.
[5] Padre Brian Kolodiejchuk (a cura di), “Sii la mia luce”, cit.
PERCHE’ ACCOSTARCI AL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE?
Il sacramento della Riconciliazione è dono del Risorto: «Gesù disse loro: “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Detto questo alitò su di loro e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20,21-23). Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita.
L’amore di Dio per me (non quindi una semplice introspezione psicologica) è condizione indispensabile per riconoscere il mio peccato. Riconoscere che certe mie azioni indirizzano la mia vita verso il fallimento (“peccare” etimologicamente vuol dire “prendere male la mira”, cioè “mancare il bersaglio”), e che con esse ho compiuto del male verso gli altri / verso la terra.
A differenza del fariseo che si ritiene giusto, più è vivo il rapporto con Dio più acuto sarà il senso del mio peccato e la costatazione che le sue vie non sono le mie vie, né i suoi pensieri i miei progetti (cfr. Is 55,8). Di fronte alla luce della sua parola e alle “esigenze” del suo amore, infatti, diveniamo capaci di leggere in profondità nel nostro cuore e d’intuire cosa si nasconde anche dietro le nostre “buone azioni” (cfr. immagine del vetro o della stanza illuminata dalla luce). Ecco perché i santi quanto più si sono avvicinati a Dio tanto più avevano consapevolezza di essere peccatori.
Tale umile riconoscimento è già principio di libertà; ricorro infatti con fede a Colui che ha vinto il peccato, che mi rende capace con il suo Spirito di vivere da figlio di Dio. Allora posso dire con San Paolo: «Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori, ma proprio per questo Dio ha avuto misericordia di me» (1Tm 1,12-26).
Il sacramento della Riconciliazione è un momento di grazia per riprendere il nostro cammino, consapevoli che – come ci ricorda papa Francesco nella Gaudete et exultate – ognuno per la sua via è chiamato alla santità (cfr. GE 10).
Il perdono offerto ai fratelli è condizione necessaria per ricevere il perdono divino
Vorrei ora fare un approfondimento sul sacramento della Riconciliazione a partire dalla richiesta che Gesù ci insegna nel Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Chiediamo sì che il Padre ci perdoni i nostri peccati, ma tale richiesta è strettamente legata ad una condizione: che anche noi di cuore siamo disposti ad offrire ai fratelli la misericordia.
Ricordiamo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto…» (Mt 10,8). Il perdono per noi è il motivo centrale della nostra vita, o il ritornello del nostro salmo responsoriale. Significa accorgersi con stupore che questo amore che va oltre il nostro merito ci è già venuto incontro tante altre volte in svariati modi.
«…gratuitamente date», continua Gesù. Se gratuitamente abbiamo ricevuto, è normale che diamo con la stessa gratuità, senza sentirci eroi, anzi, con la consapevolezza che per quanto diamo non pareggeremo mai il conto con quello che abbiamo ricevuto.
A questo riguardo ricordiamo l’episodio evangelico di Mt 18,21-35, quando Pietro chiede a Gesù: «Quante volte devo perdonare?» – E, credendo, di esagerare, aggiunge: «Fino a sette volte?». Gesù risponde: «Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. Ed illustra la dinamica del “perdonato” che è chiamato a divenire a sua volta “perdonatore” con una parabola, quella del re che si è messo a fare i conti con i suoi dipendenti e il primo, che doveva essere un governatore di province, gli doveva una cifra enorme: 10.000 talenti[1]. Costui, pur ricevendo il condono di questo debito immenso, non sa condonare il collega che gli doveva solo cento denari - cioè una somma ridicola se confrontata con quanto gli è stato condonato -. Il punto focale della parabola sta nel “come”: colui che è stato perdonato avrebbe dovuto avere un atteggiamento di entusiasmo, di gioia, di contentezza tale da abbracciare il suo debitore e rinunciare ad esigere il credito. Io sono stato perdonato, nel senso che mi è stato dato un bene immenso che io non meritavo assolutamente: ciò che Dio ha dato a me è infinitamente superiore a quello che io posso dare ad un altro, proprio perché il perdono che mi è offerto dal Signore nel mio incontro di grazia nel sacramento della Riconciliazione supera ogni possibilità e, avendo la coscienza di aver ricevuto tanto, sarebbe normale una mia risposta ultragenerosa. Chi non vive con questa disponibilità nel cuore rende di fatto inefficace la potenza della grazia. Come disse papa Francesco in un’omelia, il Signore ci dice: «Io ti perdono, ma a patto che tu perdoni gli altri. […] Il perdono di Dio viene forte in noi, a patto che noi perdoniamo gli altri»[2].
Lo Spirito Santo ci rende capaci di relazioni nuove
Ritorniamo ora alla richiesta nel Padre nostro, ponendo però questa volta l’attenzione sulla prima parte: «Rimetti a noi i nostri debiti (ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα)…» (Mt 6,12).
È molto interessante il fatto che l’evangelista Matteo non adoperi esplicitamente la parola “peccato”, ma parli di “debito” (ὀφειλήματα). Non è solo un fatto lessicale; la ragione è più profonda, perché il concetto di debito indica un dovere, ed è problematico quando non c’è la possibilità di assolvere a tale dovere, quando l’entità da restituire supera le mie forze economiche. Mi spiego. Se un amico mi presta cinquanta euro ho un debito con lui, il debito è irrilevante, poiché appena ricevo lo stipendio gli restituisco tale somma. Il problema si presenta quando la restituzione è più impegnativa. Ad esempio, ho comprato un appartamento e ho fatto un mutuo molto grande, mi sono impegnato facendo i conti con quello che avevo e con quello che potrei guadagnare. Poi succede l’imprevisto: perdo il posto di lavoro. A questo punto mi resta il grosso debito e non ho più la possibilità di pagarlo. Perdo la casa? Come faccio a pagarlo? Questo è un debito grosso ed è un problema, devo e non posso, mi gioco la vita.
Il problema, quindi, che evidenzia la richiesta «rimetti a noi i nostri debiti», è proprio il contrasto fra “devo” e “non posso”. Il debito allora diventa un’immagine per indicare il peccato sotto una prospettiva molto interessante che merita attenzione. In genere noi siamo abituati a presentare il peccato come una cosa “in più”, cioè un’azione, un fare sbagliato, un comportamento errato che ha “macchiato”, contaminato la mia vita. La macchia è un elemento che si aggiunge al vestito ed esige un intervento di pulizia per riportare l’abito alla bellezza iniziale. L’immagine del debito, invece, non va in questa direzione: il debito è qualcosa che richiama una mancanza, qualcosa “che non c’è” (cioè i soldi per pagarlo). A livello esistenziale, personale, il “debito” indica una mia incapacità, una mia impossibilità, un vuoto, una privazione, una situazione di impotenza: quindi non è “un più” (come nell’immagine della macchia) ma è “un meno”.
Di conseguenza rendere una persona in grado di poter “rimettere il debito” vuol dire dargli la possibilità di fare ciò che avrebbe dovuto fare e che non ha fatto perché ne era impossibilitato. Se io mi trovo in quella situazione drammatica di chi aveva contratto un mutuo molto grosso che non riusciva più
a pagare, il “rimettere il debito” è reso possibile da qualcuno che mi dia quella somma.
Se quindi in questa prospettiva il peccato viene presentato nell’ottica della mancanza, dell’incapacità, ho bisogno di un intervento divino che mi liberi dalla schiavitù dell’impotenza e del peccato, donandomi la libertà di vivere nel bene[3].
Ci potrebbe a questo punto utile rileggere l’episodio evangelico riportato in Lc 7,36-50: una donna peccatrice entra durante un banchetto in casa di un fariseo, bagna con le proprie lacrime i piedi di Gesù e poi li asciuga con i capelli. In quella scena il fariseo, di nome Simone, pensa fra sé: «Gesù non è un profeta; mi aveva dato una buona impressione, ma, in realtà, si lascia toccare da una donna del genere. Se fosse un profeta saprebbe che razza di donna è, e l’avrebbe mandata via». Simone si trova a disagio, non si aspettava l’intrusione di questa donna e non osa mandarla via. Dovrebbe essere Gesù a mandarla via. Il fatto che Gesù la lascia fare ai suoi occhi non è un segno positivo. E mentre sta rimuginando a queste cose, Gesù lo interpella dopo avergli raccontato la storia dei due debitori verso un unico debitore (vv. 41-42), uno di cinquecento denari e l’altro di cinquanta, che vedono condonato il loro debito. Gesù, con l’arte del narratore pone la domanda in modo tale che sia l’ascoltatore stesso a dare la risposta, a formulare il giudizio senza sapere che si sta giudicando: «Chi dunque di loro lo amerà di più?». La parabola serve a questo, a far emettere un giudizio disinteressato, perché quando uno è compromesso in un problema vede le cose dalla propria parte; quando invece ragiona in modo obiettivo, al di sopra delle parti, riesce a intuire più facilmente la verità. Simone infatti risponde in modo corretto: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». E Gesù gli dice: «Hai giudicato bene. (…) Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi». Lei è la protagonista di questa parabola insieme con te, ma colei che ha amato di più è proprio lei non tu. Per questo… le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (vv. 43-47).
Evidentemente con queste parole finali Gesù non ci incita a peccare per poi sperimentare la misericordia divina; piuttosto ci sta facendo notare che è determinante la coscienza della propria incapacità. Quando, infatti, abbiamo il coraggio di guardarci bene dentro e di conoscerci sul serio, di fare un approfondimento della nostra psiche, delle nostre motivazioni profonde, se non rimaniamo in superficie ritenendo che siamo buoni come siamo, se riusciamo veramente ad esaminare il lato oscuro di noi stessi, troviamo che – insieme alla buona volontà alimentata anche dall’azione dello Spirito – ci sono ancora atteggiamenti del nostro istinto, delle nostre inclinazioni che hanno una radice negativa; aspetti negativi che fanno parte di noi e che non riusciamo a superare. Vorremmo, ma non possiamo, perché sono più forti di noi. Questa è la realtà del peccato – o, meglio, quella «inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza» (CCC 1426) – che non riusciamo ad estirpare e che continuiamo ogni giorno a lottare.
Alla luce del sole divino hanno visto tutti i santi hanno preso coscienza di questa realtà negativa, profonda, che solo Dio può vincere. Ecco perché – pensando in particolare a San Giovanni della Croce – è necessario l’intervento ricreatore di Dio. Si tratta di un’opera più impegnativa di quella di togliere una macchia; si tratta infatti di ricostruire il mio cuore, di rifarlo nuovo. La richiesta al Signore, al Padre nostro che è nei cieli, di rimettere i nostri peccati riguarda proprio questa opera di creazione dell’uomo nuovo già annunciata dai profeti (cfr. Ez 11,19; 36,25) che è già iniziata con il sacramento del Battesimo, ma deve essere portata a completamento mediante la purificazione di quelle inclinazioni negative che ho nel cuore (ed è meglio che ciò avvenga ora piuttosto che attendere il purgatorio!). Allora il per-dono è l’“iper-dono” che supera il vuoto e il limite e costruisce in me quella capacità che non avevo di vivere io stesso il dono verso fratelli, di rimettere i loro debiti.
Quando Gesù nella parabola sopra citata della peccatrice perdonata parla dell’amore di colui al quale è stato condonato di più, sta anche parlando dello Spirito Santo come causa e fine del perdono: è lo Spirito Santo, l’amore di Dio, che trasforma il nostro cuore e mi rende capace di amare. Quando chiediamo al Signore che rimetta i nostri debiti, quando facciamo nostra l’invocazione del salmista: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50,12), implicitamente chiediamo lo Spirito Santo creatore, chiediamo che Lui, che ha creato i nostri cuori, li rinnovi con il suo Spirito. Con lo Spirito che scende su di noi nel sacramento della Riconciliazione.
La grazia che si riceve accostandosi frequentemente ai sacramenti
Riguardo all’azione dello Spirito che nel sacramento della Riconciliazione opera la trasformazione del nostro cuore desidero citare alcuni testi significativi.
- Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (2.12.1984) così scrive: «Il ricorso frequente al sacramento - a cui sono tenute alcune categorie di fedeli - rafforza la consapevolezza che anche i peccati minori offendono Dio e feriscono la Chiesa, corpo di Cristo, e la sua celebrazione diventa per loro “l'occasione e lo stimolo a conformarsi più intimamente a Cristo e a rendersi più docili alla voce dello Spirito” (Ordo Paenitentiae, 7b). Soprattutto è da sottolineare il fatto che la grazia propria della celebrazione sacramentale ha una grande virtù terapeutica e contribuisce a togliere le radici stesse del peccato» (n. 32).
- Il Catechismo della Chiesa Cattolica raccomanda: «Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito» (CCC 1458).
- Infine nel Rito della Penitenza ritorna più volte il “cuore nuovo” :
nella Parola di Dio proposta dal Rito: Ez 11,19-20: «Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro»;nella 6 a preghiera del penitente prima dell’assoluzione che recita così: «Signore Gesù, che sanavi gli infermi e aprivi gli occhi ai ciechi, tu che assolvesti la donna peccatrice, e confermasti Pietro nel tuo amore, perdona tutti i miei peccati, e crea in me un cuore nuovo, perché io possa vivere in perfetta unione con i fratelli e annunziare a tutti la salvezza»;ugualmente nella 8a formula il penitente dice: «Signore Gesù Cristo, Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, riconciliami con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lavami nel tuo sangue da ogni peccato e fa’ di me un uomo nuovo per la lode della tua gloria».
Questa grazia terapeutica del sacramento della Riconciliazione, inoltre, è in rapporto anche con la frequenza con la quale ci accostiamo al sacramento. Ricordiamo che la confessione frequente è una pratica raccomandata dal Magistero della Chiesa.
Così, ad esempio, nella Mystici Corporis di Pio XII (29.06.1943) si legge: «Noi ci teniamo a raccomandare vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, che aumenta la vera conoscenza di sé, favorisce l’umiltà cristiana, tende a sradicare le cattive abitudini, combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza, purifica la coscienza, fortifica la volontà, si presta alla direzione spirituale, e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia».
Paolo VI nella Gaudete in domino (9 maggio 1975) afferma: «Sulla scia della migliore tradizione spirituale, noi ricordiamo ai fedeli e ai loro pastori che l’accusa delle colpe gravi è necessaria, e che la confessione frequente è una sorgente privilegiata di santità, di pace e di gioia» (Gaudete in Domino, 9 maggio 1975).
Infine poche righe sopra abbiamo citato il n. 32 della Reconciliatio et paenitentia di Giovanni Paolo II dove si parla dei frutti del “ricorso frequente al sacramento”.
_____
[1] Il talento era l’unità di misura più grande del tempo. Esso equivaleva a 6.000 denari, cioè al salario di 6.000 giornate lavorative di allora (cfr. Mt 20,2: un denaro al giorno è la somma che il padrone della vigna dà agli operai chiamati a giornata).
[2] Francesco, meditazione mattutina nella cappella Santa Marta del 6.3.2018.
[3] Non si tratta qui della teologia del “prezzo” pagato da Cristo!
Il cieco nato (Gv 9,1-41)
Il racconto del vangelo di questa IV domenica di Quaresima inizia con un cieco (v. 1) che conquisterà la vista e termina con i farisei (v. 41) che sono diventati spiritualmente ciechi.
Tale progressione in positivo e in negativo è chiaramente evidenziata dall’evangelista. Infatti:
- Se si osserva il cammino del cieco sanato si nota che le sue affermazioni rivelano una sempre più profonda conoscenza di Gesù. Interrogato dai vicini circa la sua guarigione, egli risponde: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango e...” (v. 11). Indagato dai farisei, il cieco lo proclama profeta (v. 17). Nel secondo confronto egli testimonia: “Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v. 33). Infine, nell’incontro con Gesù confessa: “Io credo, Signore” (v. 38).
- A questa illuminazione progressiva corrisponde un altrettanto palese ottenebramento dei farisei/giudei. All’inizio sembrano accettare il fatto della guarigione contestando unicamente che sia stata compiuta in aperta violazione del precetto sabbatico (vv. 15-16). Alcuni vogliono comprendere e per questo interrogano il cieco (v. 17). Nella seconda valutazione incominciano a mettere in discussione il fatto della reale cecità dell’uomo chiedendo informazioni ai genitori sulle condizioni precedenti del figlio, cercando di dimostrare che in realtà non è mai stato cieco (vv. 19-21). Inoltre, chiedono un supplemento di informazioni all’uomo sanato circa le modalità della sua presunta guarigione, con l’intento di trarlo in trappola (vv. 26-28). Appare evidente che non interessa affatto conoscere la verità. Infatti, qualsiasi cosa egli dica non ammetteranno mai l’origine celeste di Gesù (v. 29), anzi squalificano il cieco stesso “nato tutto nei peccati” (v. 34). Si comprende allora il severo giudizio di Gesù sulla loro presunzione e sulla loro incredulità (vv. 39-41).
Un altro motivo di contrasto emerge dall’atteggiamento umile del cieco che confessa ripetutamente la sua ignoranza (vv. 12.25.36) e i farisei che al contrario ostentano sicurezza e presunzione (vv. 16.24.29).
> Queste osservazioni sono sufficienti ad orientare l’interpretazione del racconto che vuole essere testimonianza del difficile percorso della fede, illustrazione e drammatizzazione di quanto Gesù aveva in precedenza affermato: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12). Gesù è luce, l’uomo che l’accetta viene gradualmente illuminato e approda alla fede, l’uomo che si chiude ostinatamente e presuntuosamente ne viene accecato.
• Ambientazione (vv. 1-5). Il racconto è posto significativamente dopo la dura reazione dei giudei ad un discorso di Gesù, da lui accusati di non accogliere la testimonianza di Abramo in suo favore (cfr. 8,56). La chiusura è totale e astiosa: “Raccolsero pietre per scagliarle contro di lui” (8,59). In questo contesto di opposizione Gesù prende l’iniziativa e “passando vide un uomo cieco dalla nascita”. La situazione dell’uomo non è conseguenza del suo peccato o dei suoi antenati, come riteneva l’opinione comune a quel tempo. L’essere nato cieco non è dovuto a un castigo di Dio. Al contrario, Dio vuole che ogni uomo sia libero dalla situazione di infelicità e goda della luce. La cecità fisica è presa come immagine per indicare la cecità spirituale, propria di chi non sa dov’è, da dove viene e dove va. Il cieco nato è il simbolo di ogni uomo, la cui natura è ferita dal peccato originale, inteso come una privazione, una incapacità di vedere Dio. Nati così, naturalmente così, incapaci di vedere Dio, cioè di incontrarlo, di conoscerlo, di amarlo, di avere una relazione buona con Dio. Per questo la condizione del cieco è il luogo ideale perché “si manifestassero in lui le opere di Dio”. L’opera di Dio è definita da Gesù “essere luce nel mondo” (v. 5). Risuona la solenne affermazione del prologo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (1,9).
Si noti che il cieco non proferisce alcuna parola. Non c’è richiesta di aiuto, non c’è reazione a quanto Gesù sta per compiere. Come era accaduto con la Samaritana, Gesù agisce, anzi provoca, senza essere stato interpellato.
• La domanda dei discepoli. Prima del segno che Gesù compirà c’è la domanda dei discepoli. Vogliono capire se è lui o se sono i suoi genitori ad aver peccato. Gesù non solo contrasta questa pseudo-teologia dei discepoli – ossia che la cecità sia segno di una punizione divina -, ma - come abbiamo già detto - afferma che tale cecità “è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. In altre parole: il cieco nato è un segno di ciò che è ogni uomo, perché ogni uomo è peccatore; e ciò che Gesù farà a tale cieco è segno di quell’opera di Dio che Egli compirà con il mistero pasquale per chi crede in lui: far diventare tale uomo tabernacolo della gloria di Dio; fare di lui una “nuova creatura”.
Dicendo ciò Gesù mostra peraltro di aver intuito di dover compiere questa sua missione in fretta. Ormai non ha più molto tempo a disposizione per portarla a termine. “Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”, cioè devo portare a termine la missione che il Padre mio mi ha dato; quando verrà la notte del male non potrà agire; sarà il Padre a dover agire, risuscitandolo.
• La narrazione del segno (vv. 6-7). Il racconto è molto sobrio e povero di dettagli. Gesù “fece del fango con la saliva”: era una delle opere proibite in giorno di sabato. Per di più il gesto con cui compie il prodigio è impensabile: il fango sugli occhi, secondo la logica, peggiorerebbe la cecità anziché guarirla. Ma questo gesto, insensato per la logica umana, ha senso solo in riferimento a Cristo. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama infatti il fiume d’acqua viva dello Spirito (7,37s), il sangue e l’acqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), l’acqua viva promessa alla Samaritana: è lo Spirito che ci fa nascere dall’alto (3,3). Il gesto di Gesù, cioè il fare del fango con lo sputo, richiama la creazione dell’uomo, fatto dalla terra (Gen 2,7; Is 64,7). Quello che Gesù fa – mimando quando fece il Creatore in Gen 2,7 – è dunque una creazione nuova: il fango non è più impastato con l’acqua ma con lo Spirito.
“unse con il suo fango sugli occhi”. La parola ungere (la CEI traduce: “spalmò”) richiama l’Unto, il Cristo. Egli è insieme uomo e Dio, che ci salva dall’oscurità delle tenebre del peccato che ci conducono al fallimento della nostra vita. Gesù pone davanti agli occhi del cieco sé stesso, l’uomo nuovo, perché apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi così sua vita. Se per gli ebrei il “fare il fango” è una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per Gesù è l’azione sabbatica per eccellenza, la nuova creazione. È il fine per cui è venuto nel mondo, il compimento della sua missione.
Poi Gesù ordina: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”. Gesù non guarisce il cieco all’istante. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso Naaman, di andare a lavarsi (cfr. 2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti l’uomo nuovo. Sta ora al cieco dire sì o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libertà di ascoltare o meno la Parola. In questo modo Gesù pone nelle mani del cieco la stessa possibilità di ricuperare la vista, di lasciarsi illuminare da Cristo. L’accoglienza di questo dono è insieme azione di Dio (che rende possibile la liberazione) e dell’uomo (che liberamente l’accoglie).
È bene ricordare che Gesù, che invia il cieco alla piscina di Siloe, si è già identificato con questa sorgente (cfr. 7,37ss), dalla quale si attingeva l’acqua per la festa delle Capanne. “Siloe” è tradotto dall’evangelista come “inviato”, uno dei titoli di Gesù, il Figlio inviato dal Padre (cfr. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Gesù ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in Lui, inviato dal Padre, che si è presentato ai suoi occhi. La fede è accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre nel mondo, ottenebrato dal male e dal peccato, proprio per portarvi la “luce”, per donarci la nostra verità di figli.
È chiaro, allora, che Giovanni ci sta dicendo tutto questo per dirci il valore del Battesimo.
“Quegli andò”. Non una parola. Non un “ma”, né un “perché”. Semplicemente obbedisce in silenzio, con la sua fede, a un tempo vacillante e coraggiosa, che si è risvegliata in lui in questo incontro con Gesù. Si noti un particolare: come fa il cieco, che ancora non vede, e che per di più ha la faccia imbrattata di fango, a muoversi in quell’ambiente fino a portarsi alla piscina? Evidentemente, pur non vedendo l’ambiente in cui si muoveva, nella fede giù vedeva! Vedeva ciò che l’Inviato voleva compiere in lui!
“si lavò e tornò che ci vedeva”. La disponibilità del cieco è premiata con la guarigione. È inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per chi non ha mai visto nulla. La fede in Gesù lo ha illuminato.
Si noti che nel vangelo di Giovanni, come abbiamo visto in questo brano, c’è una profonda connessione tra il vedere e l’ascoltare. Chi crede sa ascoltare e vivere la parola ascoltata, e, allo stesso tempo, vivendola, giunge alla visione. “Se crederai - dirà Gesù a Marta - vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). La fede è qui tratteggiata come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. Nella misura in cui aderisco e vivo la Parola di Gesù sono capace di “vedere”, di vedere Lui, la sua azione, scorgendolo nelle cose, nelle persone e negli eventi della vita, anche nelle sofferenze, nelle contraddizioni, nelle croci di ogni giorno. Ciò che è invisibile a causa del peccato, diventa visibile per l’uomo nuovo. Divento capace di riconoscere la presenza di Lui che ha già dato la vita per me e mi vuole salvare: mi ha rigenerato nel Battesimo e mi conduce con il suo Spirito ad una pienezza di vita. Lo so riconoscere vedendo “oltre” la banalità di ciò che vedono gli occhi del corpo, dietro il velo delle cose immediate. Lo vedo con gli occhi della fede e con l’amore del cuore.
Ricordo che Papa Francesco nell’udienza del 19.02.2022, commentando il vangelo dell’incontro di Gesù con il cieco nato (Gv 9,1-41) ai numerosi ciechi e ipovedenti che erano lì presenti, disse: «Il paradosso è questo: quell’uomo cieco, incontrando Colui che è la Luce del mondo, diventa capace di vedere, mentre quelli che ci vedono, pur incontrando Gesù, restano ciechi. Questo paradosso attraversa molto spesso la nostra stessa vita e i nostri modi di credere». E, dopo aver citato l’espressione di Saint-Exupéry del Piccolo principe, continua: «Vedere con il cuore è vedere il mondo e i nostri fratelli attraverso lo sguardo di Dio».
Per ora il cammino di fede dell’uomo nato cieco è appena agli inizi. Una guarigione piena avviene nel dialogo successivo, nel quale il cieco ormai guarito è provocato a dare testimonianza, occasione nella quale opera un approfondimento della sua fede, fino a giungere alla professione: “Io credo, Signore!” (v. 38) prostrandosi davanti a Gesù.
Vediamo allora molto brevemente i vari dialoghi con l’ex cieco.
• La reazione dei vicini e dei conoscenti (vv. 8-12). La guarigione del mendicante cieco crea spaccatura già tra i “vicini e conoscenti” ai quali era ben nota la sua condizione precedente. C’è, infatti, chi lo riconosce, chi invece nega la sua identità (sarebbe uno che gli assomiglia). E non è sufficiente che lo stesso miracolato dichiari la propria identità (“sono io”: v. 9), ribadendo che la guarigione è avvenuta lavandosi nella piscina di Siloe.
• La prima reazione dei farisei (vv. 13-17). Il dissenso che si era verificato tra i conoscenti ora si manifesta anche tra coloro che sono ufficialmente deputati a interpretarne il significato: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato” (v. 16), ma altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?” (v. 16b). Per alcuni Gesù è colpevole, peccatore (le opinioni – ben altra cosa dalla ricerca sincera – soffocano la verità), per gli altri no.
A motivo di questa divisione i farisei si rivolgono per un parere al guarito: “Tu cosa pensi di colui che ti ha aperto gli occhi?”. È proprio questa domanda dei farisei a indurre il cieco a riflettere sull’identità di colui che gli ha ridato la vista. L’uomo guarito, superando una comprensione ristretta della legge – è peccatore chi opera di sabato –, dichiara che Gesù è un profeta, un inviato da Dio (v. 17). L’ironia giovannea spunta sottilmente: i dotti farisei non sanno capire nulla circa l’origine di Gesù. Il semplice mendicante invece squarcia il velo della realtà di Gesù.
• I genitori interrogati dai giudei (vv. 18-23). La testimonianza dell’uomo non è ritenuta credibile, anzi si mette in dubbio che egli sia stato davvero cieco. Vengono allora interrogati i genitori. Pongono a loro tre domande: identificano il miracolato con il loro figlio? Garantiscono che sia nato cieco? Come spiegano la situazione attuale? Alle prime due domande rispondono senza difficoltà, perché si tratta di dati sotto gli occhi di tutti. Sono però evasivi sulla terza risposta che li impegna in prima persona: “Come poi ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di sé stesso” (v. 21). Evidentemente temevano i giudei. “Infatti i giudei avevano stabilito che se uno avesse confessato Gesù come Cristo fosse espulso dalla Sinagoga”. Ricordiamo che l’espulso veniva trattato come un appestato, non si poteva avere rapporti con lui, è la morte sociale.
In questi genitori sono personificati tutti coloro che rifiutano di prendere posizione quando bisogna pagare di persona, coloro che desiderano apparire come tutti gli altri, quando non essere allineati significa essere presi di mira. Meglio l’affinità ipocrita, ma tranquilla, che una diversità sincera, ma scottante.
• Seconda interrogazione dei giudei (vv. 24-34). I giudei pretendono dal miracolato una chiara e precisa confessione sulla colpevolezza di Gesù: “dà gloria a Dio!” è una formula biblica per obbligare uno a dire la verità e rendere così onore a Dio che, in caso contrario, verrebbe offeso (cfr. Gs 7,19). In questo secondo confronto con l’autorità l’evangelista rivela che quello spiraglio di disponibilità che si era manifestato nel primo dialogo si è definitivamente chiuso. Viene, infatti, emessa la sentenza: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore» (v. 24). Non c’è alcuna incertezza nel giudicare negativamente l’operato di Gesù. Nella loro ostinazione sono diventati ancora più ciechi.
Al “noi sappiamo” dei capi, l’ex cieco oppone l’“io so” di un uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ciò che sa. Egli non sa definire con precisione chi sia Gesù, però è altrettanto sicuro che Dio non ascolta i peccatori, anzi solo chi è timorato di Dio e fa la sua volontà è da Dio ascoltato. Fino a giungere a dire: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla”. Costui non è solo un “timorato”, ma anche di più: egli può parlare e agire in forza del suo rapporto intimo con Dio.
In questo colloquio drammatico si manifesta la grandezza dell’uomo che può lasciarsi illuminare dalla luce, come al contrario può preferire le tenebre, illudendosi di vedere.
• Il colloquio tra Gesù e il cieco (vv. 35-39). È il culmine del racconto. È ancora Gesù che assume l’iniziativa nel momento in cui l’ex cieco è scacciato dalla sinagoga. Non lo lascia nella solitudine – e allo stesso modo non ci lascia nelle nostre solitudini per la nostra fede in Lui -, ma lo incontra una seconda volta per fargli un dono più grande del primo: quello della luce della piena fede, portando così a termine l’opera di illuminazione a cui il guarito aveva positivamente collaborato.
Gesù pone ora la domanda verso cui il segno era orientato sin dall’inizio: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” E alla domanda del miracolato: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”, risponde: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui” (vv. 35.37). La sequenza richiama quella della Samaritana: “So che deve venire il Messia: quando egli verrà ci annunzierà cosa”. Le disse Gesù: “Sono io [Io-sono] che ti parlo” (Gv 4,26). Così il cieco: “Io credo Signore! E gli si prostrò innanzi” (v. 38). È questo il momento in cui il cieco è pienamente illuminato: vede il Signore che parla con lui e aderisce a lui. Il cieco ora è pienamente risanato: in lui si è manifestata l’opera di Dio (v. 3). Ora egli vede pienamente con gli occhi della fede.
• Il giudizio di Gesù (vv. 39-41). Ora si compie il giudizio: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (v. 41). La presunzione di non aver bisogno di lui, la pretesa di vedere rende ciechi e incapaci di scorgere la luce vera. I giudei con la loro autosufficienza hanno reso vano il disegno di Dio (cfr. Lc 7,50). Per Giovanni il peccato per eccellenza è quindi l’incredulità di chi resiste ai segni di Gesù e all’azione dello Spirito. Questo spiega la durezza dei giudizi di Gesù nel vangelo di Giovanni: “Morirete nel vostro peccato” (8,21); “il vostro peccato rimane” (9,41); “C’è un peccato che conduce alla morte” (1Gv 5,16).
Il dialogo di Gesù con la samaritana (Gv 4)
Il dialogo con la Samaritana (vv. 4-26)
Gesù dona l’acqua viva (vv. 6-15). Gesù giunge presso una città chiamata Sicàr. Nell'antico Testamento era Sichem, e la tradizione ha posto in Sichem la grande alleanza fra Giosuè e le altre tribù. Sichem è anche il luogo del rinnovo dell'alleanza nella terra (cfr. Gs 24,25-28). Allora il popolo aveva risposto: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché il Signore è il nostro Dio…” (Gs 24,16 ss). Eppure Israele ripetutamente è stato infedele! Gesù vuole rendere questo Israele infedele – rappresentato dalla samaritana – capace di fedeltà per mezzo del dono che Lui, il Signore, le offre.
“vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio”. Abbiamo qui un richiamo alla storia patriarcale di Giacobbe e alla storia di Giuseppe.
“qui c'era il pozzo di Giacobbe” (v. 8a). Nella lettura simbolica di Israele già al tempo di Gesù (e l'evangelista avrà sicuramente conosciuto queste tradizioni) il pozzo di Giacobbe era inteso come il simbolo della legge.
“Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa l'ora sesta” (v. 8b). L'ora sesta corrisponde al mezzogiorno. Ma per noi è importante l'indicazione simbolica: il numero sei indica imperfezione. È l'ora dell'imperfezione. Un'altra volta si dirà che è l'ora sesta: quando Gesù è seduto sul seggio del giudice, sul litostrotos alla presenza di Pilato e del popolo e nell'imminenza della crocifissione (cfr. Gv 19,13). Giovanni usa la stessa immagine: due volte Gesù è seduto. “Era l'ora sesta”: qui Gesù sta per parlare, là Gesù sta per morire. Egli porterà quest'ora di imperfezione alla perfezione, con lui e grazie a lui si giunge all'“ora” del Figlio dell'uomo (cfr. Gv 12,23, all'uomo fragile e peccatore è offerta la salvezza.
“Gesù dunque, stanco del viaggio...”. Non si tratta semplicemente di un particolare realistico, ossia che Gesù, affaticato dal viaggio, si sta riposando, ma è soprattutto un messaggio teologico: la stanchezza del viaggio è il simbolo della passione. È stanco perché ha cercato me. Mi ha redento soffrendo la croce. Quindi la passione è simboleggiata da questo atteggiamento di Gesù seduto sul pozzo, che è il simbolo della legge. Gesù ci siede sopra.
“Arriva una donna di Samaria ad attingere acqua. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista” (vv. 7-8). La presenza della congiunzione “infatti” rivela che Gesù avrebbe potuto chiedere da bere anche ai suoi discepoli, i quali avevano certamente una brocca e una fune per poter attingere l’acqua, ma in quel momento erano assenti e si erano portati quegli attrezzi con loro. In modo inconsueto è Gesù che prende l’iniziativa chiedendo da bere alla donna. È bello questo Gesù che si fa mendicante e che si mette a livello degli altri! Gesù parte dalle aspirazioni dell’uomo. Il “dammi da bere” a livello storico è un tendere la mano per dissetarsi, ma a livello teologico (Giovanni cammina spesso sui due piani partendo da quello materiale) si potrebbe tradurre così: lasciati amare, fa’ che io possa entrare nella tua vita.
Questa donna, però, oltre ad essere una persona concreta, è anche un simbolo. Anzitutto è una donna, per cui tale figura rappresenta la sposa. Ed è di Samaria, per cui rappresenta tutto il popolo samaritano.
“Ma la samaritana gli disse: Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me samaritana?”. È comprensibile la reazione di questa donna. Si è infatti resa conto che Gesù è un giudeo, sia dal modo di parlare che per i suoi vestiti. Mai un giudeo si abbassava a parlare con un samaritano che era disprezzato; mai un rabbino (e Gesù era un rabbino) parla in pubblico con una donna[1] Per di più è da notare che questa donna è una peccatrice, una poco di buono. È uscita a prendere l’acqua dal pozzo nelle ore più calde della giornata, quando cioè la gente sta piuttosto nelle case. Evidentemente questa donna approfitta di questo momento in cui c’è meno gente in giro per uscire di casa, evitando le critiche e le umiliazioni della gente. Gesù fa cadere tutte queste barriere: a lui interessa l’incontro con la persona.
Dinanzi alla sua reazione stupita Gesù annuncia il tema del dialogo: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (v. 10). In queste parole troviamo il contenuto del loro colloquio: l’identità di Gesù e il dono che egli vuole fare: dare al posto dell'acqua stagnante (cioè quella ferma, non potabile) l’acqua viva, l'acqua corrente, l'acqua di sorgente, l'acqua pulita, l'acqua zampillante[2]. Gesù sta ribaltando la situazione e le dice: “avresti dovuto chiederne tu a me dell'acqua”. La donna sarà condotta a chiedere quest’acqua (v. 15) e a riconoscere Gesù come il Messia (v. 26). Come accade spesso, l’interlocutore di Gesù non comprende e percepisce le sue parole primariamente a livello materiale. Questa incomprensione non preclude il cammino ma consente a Gesù di chiarire il suo pensiero: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna». A che cosa allude Gesù? Di quale acqua sta parlando?
Acqua viva indica anzitutto la rivelazione stessa di Gesù, il suo insegnamento. Tale lettura è sostenuta da diversi passi dell’Antico Testamento dove l’insegnamento del saggio è presentato come acqua che disseta e ristora (Pr 13,14; 18,4); oppure la stessa parola di Dio (Is 55,1). Il testo che più si avvicina alle parole di Gesù è quello del Siracide, dove parlando dell’azione della sapienza l’autore afferma: “Chi si nutre di me avrà ancora fame e chi beve di me avrà ancora sete” (Sir 24,20). In Siracide la sapienza viene identificata con la Torah. Se tale interpretazione è corretta Gesù presenta la sua parola come insegnamento che compie e supera quanto contenuto nella legge. Ora in Gesù, è data all’uomo quella parola che sola è in grado di donare vita e pienezza.Nella prospettiva di Giovanni, però, l’acqua viene utilizzata per parlare del dono dello Spirito. Il passo più significativo lo troviamo poco più avanti nel vangelo quando, nel contesto della festa delle capanne, proprio nel grande giorno della festa, Gesù ad alta voce esclama: “Chi ha sete venga a me, beva chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39). E dal costato di Cristo in croce scaturirà l’acqua e il sangue che rinnova e trasforma la vita di chi l’accoglie. Il tema dello Spirito verrà ripreso nella seconda parte del colloquio.
Le due letture non si escludono, anche perché nella tradizione giovannea lo Spirito è colui che interpreta la rivelazione di Gesù (cfr. Gv 14,26).
Una prima considerazione s’impone. La donna non è in ricerca se non di quell’acqua che è indispensabile per il suo sostentamento biologico. Gesù, partendo da questa situazione apparentemente soddisfatta, suscita nella sua interlocutrice delle domande, cerca di far emergere una richiesta che sembra essere sopita nel suo cuore, ma che è realmente presente. La reazione della donna, per quanto ancora imperfetta, conferma questa inquietudine nascosta: “Signore dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (v. 15). In questa prospettiva, conversione significa aprire la propria vita ad un orizzonte più ampio, esattamente come il popolo d’Israele che nel deserto era preoccupato solo del suo sostentamento materiale, senza ulteriori richieste e senza alcuna ansia per il suo cammino di liberazione. Gesù provoca l’uomo che vive tranquillo e in apparenza senza problemi per elevare, rivelare e infine colmare le sue attese più vere.
Gesù ha condotto la donna a chiedere “Signore, dammi di quest’acqua...” (v. 15). Questo è il punto dove voleva portarla. Gesù le ha aperto il cuore e ora la tocca nel suo problema morale con estrema delicatezza, invitandola a chiamare suo marito. La risposta della donna “Non ho marito” è un’allusione chiara non solo al “peccato” della donna, ma anche di quello del popolo samaritano che si è prostituito ad altri idoli. “Vedo che sei un profeta” - alla fine dice la donna. I titoli in crescendo mettono in luce il cammino di fede della samaritana che arriverà a scoprire il mistero di Gesù.Al profeta che le sta davanti la donna pone la questione famosa del vero culto. E qui siamo al centro del racconto, ed è ciò che interessa a Giovanni, perché con egli ci vuole mostrare che Gesù sostituisce il culto antico con un nuovo tipo di culto. Difatti, nei versetti seguenti, il verbo più comune, che ritorna continuamente, è “adorare”.
“I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare” (v. 20). La donna gli chiede: qual è il luogo dell'adorazione? A Gerusalemme o sul Garizim? La donna – scrivono alcuni commentatori – si sente accerchiata e tenta tutte le mosse per rompere il cerchio che la stringe, per evadere dal suo problema, cercando di invischiare Gesù in questa disputa religiosa. Gesù, invece, non cambiando discorso, la conduce a riflettere sul rapporto nuovo con il Padre che ora è inaugurato dalla presenza di Gesù. Tale novità consiste nel fatto che i luoghi tradizionali di culto, Gerusalemme per i giudei, Garizim per i samaritani, sono superati non da un nuovo santuario, ma da un nuovo modo di porsi nei confronti del Padre. Tale atteggiamento è definito come “adorazione in spirito e verità”.
Ma è corretta tale interpretazione? In realtà, se teniamo presenti i tre racconti anticotestamentari di incontri vicino al pozzo (Gen 24, che conclude col matrimonio tra Rebecca e Isacco; di Gen 29,1-14, l'incontro tra Giacobbe e Rachele; e di Es 2,16-22, dove Mosé fugge nel paese di Madian e qui incontra le sette figlie di Reuele vicino a un pozzo) – che si concludono con un matrimonio, di solito è lo sposo che offre alla sposa l'acqua (almeno in Gen 29 ed Es 2). Alla luce di questi testi non solo non ci stupiamo di tale argomentazione, ma anzi ci stupisce il fatto che la donna continua il “filo” del discorso precedente, lo porta avanti con coraggio, senza nascondersi, con il desiderio di capire[3]. Poco prima Gesù le aveva chiesto: “Va' a chiamare tuo marito...”. Con la domanda di chiamare il marito, dunque, Gesù fa capire alla donna effettivamente chi è che dà la vera acqua. Non la possono dare gli amanti descritti dal profeta Osea, ma è solo YHHW a darla (cfr. Os 2,4-25). La donna, come sappiamo, aveva avuto cinque mariti e viveva con un sesto uomo.
Di qui il dialogo passa al problema del tempio. Non si tratta, come dicevamo, di un cambiamento di discorso. L'anello mancante ci viene fornito da Osea: l'oracolo del cap. 2 mostra bene l'equivalenza tra i “falsi mariti”, i baal, da una parte, e, dall'altra, i “falsi dèi”. La samaritana, che sempre più rappresenta il suo popolo, la Samaria, vuole sapere dove può trovare il suo vero Dio, cioè il suo vero marito.
“Gesù le dice: Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunta è l'ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (vv. 21-23). Si noti che qui ritorna il tema dell'ora, il riferimento all'ora decisiva di Gesù.
Cosa significa “adorare in spirito e verità”? Siamo sempre tentati di interpretare questo versetto con i nostri criteri linguistici occidentali, ossia che lo spirito si contrappone alla materia, e quindi un “culto spirituale” rischia di essere inteso come un culto interiore, senza manifestazioni esteriori. Ma non è così.
Lo spirito nel linguaggio biblico e giovanneo significa la vita, non è il contrario di materia, ma di morte; lo Spirito non è l'interiorità dell'uomo, ma il principio vitale di Dio.
La verità non è un concetto, ma una persona: Gesù Cristo. Gesù è il rivelatore del Padre. Ricordiamo che nel prologo si dice: “Dio nessuno l’ha mai visto; proprio il figlio unigenito, che è (proteso) verso il seno del Padre, lui lo ha interpretato” (Gv 1,18); di conseguenza, la verità di Gesù è proprio questa interpretazione costante che lui fa del Padre. Ogni azione, gesto, pensiero di Gesù è verità, cioè manifestazione di una realtà autentica che risiede presso il Padre e che egli mette a nostra disposizione.
Lo Spirito è perciò considerato come il gestore della verità di Gesù, come colui che amministra ed è responsabile della verità che gli è stata affidata. In 16,13 Gesù afferma: “Quando… verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”. Nel versetto successivo aggiunge: “Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”.
Adorare Dio “in spirito e verità” significa quindi essere dentro lo Spirito Santo ricevuto da Gesù Cristo. Quindi né il monte, né il tempio servono per adorare Dio. Per poter entrare in autentica relazione con Dio bisogna avere lo Spirito Santo attraverso Gesù Cristo rivelatore e donatore di esso. Questo è il vero culto.
Se la donna di Samaria in precedenza era stata invitata ad aprirsi al dono di Dio, ad uscire dal suo angusto modo di pensare, ora Gesù le suggerisce che tale apertura implica l’accoglienza del dono dello Spirito e di accogliere la verità di Gesù. Il Padre desidera fortemente e predilige tali adoratori.
Alla fine la donna sembra cambiare discorso: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo); quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa” (v. 25). In realtà chi riconcilia la Samaritana – e la Samaria che essa rappresenta – con il suo Dio è il Messia, il Salvatore del mondo. Allora si tratta di sapere chi è questo Messia. La donna esprime i suoi dubbi. In precedenza aveva collocato Gesù nelle categorie religiose tradizionali: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe...?”. Ma Gesù non si è lasciato imprigionare dagli schemi del passato, inadeguati a esprimere la realtà presente e la sua novità radicale. Adesso la donna guarda al futuro. È come se dicesse a Gesù: hai ragione, riconosco che sei un profeta, ma io aspetto uno più grande di te, il Messia. Solo allora mi deciderò di cambiare vita. Gesù allora si rivela definitivamente. È come se dicesse: “Aspetti il Messia?” Ebbene: “Sono io, parlo con te” (v. 26). Io sono il rivelatore, io sono il messia, io che ti sto parlando sono la verità che ti comunica lo spirito e ti rende capace di entrare veramente in relazione con Dio e permette il culto perfetto. C’è una decisione che devi prendere oggi.
E la samaritana lascia al pozzo la sua brocca – la lascia nel momento in cui arrivano i discepoli – (v. 28). Ciò indica la sua fretta. Come Rebecca o Rachele, ella corre a ritrovare i suoi, cioè le persone che voleva evitare recandosi al pozzo in pieno mezzogiorno. Oramai di quella brocca non aveva più bisogno perché Gesù l’ha condotta ad affrontare il suo problema. È giunta l’ora della luce piena, della grande rivelazione e della risposta decisiva. La donna, allora, non riesce a tenere per sé la notizia. Il passaggio da “convertita” a “missionaria” è quasi obbligatorio: corre in città a comunicare alla gente la sua scoperta: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto” (v. 29). Per ogni cristiano questa dimensione missionaria non è un lusso, cioè una cosa facoltativa, ma un’urgenza.
Il dialogo con i discepoli (vv. 27-38)
Gli stessi discepoli sono coinvolti in un dialogo che li coglie impreparati e rivela la loro difficoltà a situarsi nello stesso orizzonte del maestro. Di nuovo i due livelli: la donna non capiva che Gesù parlava di un'altra acqua, e neanche i discepoli – che hanno seguito Gesù e dovrebbero capirlo! - capiscono che Gesù sta parlando di un altro cibo e cercano di ipotizzare tra di loro il senso della risposta
“Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”. Forse pensano che sia stata la donna ad averlo portato qualcosa.
“Gesù disse loro: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (v. 34).
Il cibo di cui parla Gesù, come l’acqua di cui fa dono alla Samaritana è dunque il compimento della volontà di Dio[4]. Il cibo di Gesù, ricercato come l'acqua da chi ha sete, è per Gesù il senso della sua vita, lo scopo, è ciò che gli dà vita: compiere l'opera del Padre, cioè salvare l'umanità, ovvero mettere l'uomo nella condizione di poter incontrare Dio, creare l'uomo nuovo. L'opera che Gesù compirà – come vedremo anche in Gv 5 – è la creazione dell'uomo nuovo.
L'incomprensione dei discepoli permette di chiarire il pensiero di Gesù attraverso due proverbi che indirizzano l’attenzione su quanto è appena accaduto. Il primo (vv. 35-36) riguarda l’intervallo che la natura stabilisce tra la semina e la mietitura. Tale legge applicata al ministero di Gesù non vale più, perché il seme, gettato nella vita della Samaritana e poi tra i samaritani stessi, produce già ora i suoi frutti: la conversione come adesione a Gesù. La messe è quindi il popolo samaritano che viene a lui. Gesù vede la Samaria ritrovare la fertilità quando i samaritani vengono per vederlo e ascoltarlo. Il secondo (vv. 37-38), più oscuro, ma altrettanto significativo, sposta l’attenzione sul tempo della Chiesa. I discepoli sono invitati a raccogliere là dove altri hanno seminato. S’intende dove Gesù ora ha seminato. Non tanto con la sua parola rivolta alla donna, ma soprattutto con la sua passione. Essi mietono ciò che ha prodotto la “fatica” di Cristo seduto al pozzo, cioè la sua passione, che ha permesso all'umanità di incontrare Dio. I discepoli continuano nel tempo quello che Gesù ha posto come seme; loro andranno a mietere.
Anche per i discepoli questo incontro diventa motivo di conversione. Come Gesù vive inserito nel compimento della volontà del Padre – questo è, infatti, il suo cibo – così essi devono comprendere che sono a loro volta chiamati a collaborare efficacemente perché tale volontà si compia in loro e per mezzo loro.
La conversione dei samaritani (vv. 39-42).
Il messaggio della donna di Samaria in città dopo aver lasciato il pozzo è modesto: raccontando la sua scoperta interroga la gente: “Che sia forse il Messia?” invita a vedere, controllare, decidere in proprio. Ogni uomo deve poi fare la sua strada. Il testimone di Cristo, infatti, si limitata a suggerire la strada giusta, ma il cammino di fede è personale. Non per nulla l’episodio si chiude con il fatto che “molti” di questi samaritani, molti di questo popolo infedele, “credettero”: quello che essi hanno udito li ha condotti al riconoscimento che Gesù è il salvatore del mondo.
__________
[1] Tanto più sorprendente ci sembrerà l’atteggiamento di Gesù, quanto più teniamo presente la non invidiabile condizione in cui versava la donna palestinese in quel tempo. In Israele la donna viveva ai margini della vita religiosa e quindi anche di quella politica, perché era inscindibile da quella. Riportiamo alcuni pensieri tolti da scritti giudaici:
- “Insegnarono i nostri dottori: tre cose non si addicono ad un dotto: non deve uscire profumato per strada, non deve uscire da solo di notte, non deve parlare con una donna sulla piazza pubblica”.
- “Disse R. Johanan: meglio andare dietro a un leone che dietro a una donna”.
- “Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate a una donna”.
- “Chi insegna a sua figlia la Torah, le insegna la dissolutezza”.
[2] Ricordiamo che l’acqua di sorgente per la Bibbia è simbolo della vita - cfr. Is 12,3; 55,1; Ger 2;13; Ez 47,1 ss.; Zc 14,8; Sal 36,9-10. Sal 46,5. Ap 7;16-17; 22,17 -. E poiché solo Dio può dare la vita, allora è chiaramente un dono di Dio
[3] Cfr. J.-L. Ska, Il libro sigillato e il libro aperto, EDB, Bologna 2005, 181-187.
[4] Si noti che anche questo tema del cibo si comprende alla luce dei racconti anticotestamentari. Infatti il tema del cibo è presente nelle scene d'incontro vicino al pozzo. Di solito è la famiglia della ragazza a offrire un pasto al giovane. Certamente, se ha ripreso quell'idea, Gv 4 l'ha completamente trasformata. Anche qui viene in aiuto Os 2, dove i temi del cibo e della fertilità del suolo solo onnipresenti. La conclusione dell'oracolo è particolarmente significativa: quando annuncia la futura conversione della sposa, YHWH descrive il tempo nuovo come una nuova era di prosperità: “E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l'olio...” (Os 2,23-24).
La trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor
Il Vangelo di oggi, tratto da Matteo 17,1-9, ci presenta la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor.
In tutto il racconto è palese il sottofondo veterotestamentario, con molteplici riferimenti all’esperienza di Israele nel suo cammino nel deserto verso la terra promessa. I sei giorni (allusione ai sei giorni nei quali la nube coprì il Sinai - Es 24,16)[1], la collocazione sull’alto del monte (il monte è il luogo della rivelazione divina), la presenza di Mosè e di Elia (è sulla montagna che i due personaggi dell’AT hanno avuto “appuntamento” con Dio), la nuvola e le tende sono richiami evidenti che quanto sta accadendo dice conformità e compimento di eventi che hanno segnato la storia del popolo eletto e che ora acquistano una nuova comprensione e un più profondo significato.
Come Mosè prese con sé Aronne, Nadab e Abiu, e salì sul monte, dove Dio rivelò la sua gloria (Es 24,9ss), così Gesù prende con sé tre discepoli.
Il monte su cui sale Gesù è in nuovo Sinai. Qui però non vengono consegnate due nuove tavole della legge, ma si rivela Gesù nello splendore della luce divina. È il nuovo Mosè dal volto raggiante (cfr. Es 34,29-35).
I tre discepoli che Gesù conduce sul monte sono: Pietro e i due figli di Zebedèo. Se nel deserto era stato satana a trasportare Gesù “sopra un monte altissimo” (Mt 4,8), dove aveva offerto al Cristo la condizione divina per dominare il mondo intero, ora è Gesù che conduce questi tre, sottraendoli dal mondo nel quale si ragiona e si agisce con le categorie del mondo, quelle che Gesù ha rifiutato nelle tentazioni, per fare una esperienza di Dio, per imparare a vedere la realtà con i suoi occhi, per vedere in modo diverso il mistero della croce che essi rifiutano. Porta Simone, il discepolo che aveva chiamato “satana” (Mt 16,23). Porta Giacomo e Giovanni, i fratelli che, con la loro sfrenata ambizione, saranno causa di divisione nel gruppo dei discepoli (cfr. Mt 20,20-28). Quel che accomuna Pietro e i figli di Zebedèo è che costoro pensano di seguire un Messia trionfante e spingono il Cristo sulla strada del potere per partecipare alla sua gloria. Gesù vuole liberare questi tre apostoli dalla menzogna di satana e dall'ambizione umana per renderli capaci di partecipare alla sua gloria, dando la vita per Lui, il Crocifisso risorto. Gesù li conduce sul monte, luogo dove Dio dimora (cfr. Sal 68,17), per mostrare che la condizione divina non si ottiene attraverso il potere, ma con il dono totale di se stessi. Che per Gesù è dare la vita sulla croce per amore. Sarà il Padre a risuscitarlo e glorificarlo. La trasfigurazione è l'anticipo di questa gloria nel volto umano di Gesù e nelle sue vesti che sono segno della sua persona.
“E fu trasfigurato davanti a loro...” (v. 2). Qui l’umanità di Gesù lascia trasparire la gloria del Figlio che risplende nella sua umanità obbediente alla volontà del Padre, quella di rivelare il suo volto di Padre e di salvarci con il dono totale di sé. È l'anticipo della glorificazione che il Padre vuole per ogni uomo che, come Gesù, si fa obbediente.
“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce...”. La luce che risplende sul volto di Gesù è il simbolo più appropriato di Dio. In questa luce si vede l'oltre: la divinità di Gesù. Tre testi biblici sono molto significativi: Ezechiele vede “uno di forma umana” attorniato dalla gloria di Dio (1,26-28); Daniele descrive una visione di un essere celeste - "un uomo vestito di lino" - che è anch'egli «splendente» perché appartenente al mondo soprannaturale (Dn 10,5-6); e infine anche il Sal 104,1-2 descrive in questo modo la maestà divina: «Signore, mio Dio, quanto sei grande! Splendore e maestà è il tuo vestito, avvolto di luce come di un manto».
Allo stesso tempo la luce che promana da Gesù è anche anticipo della sua umanità glorificata. La prima cosa che Dio crea è proprio la luce (cfr. Gen 1,3). Essa permette di vedere ogni realtà creata per quella che essa è. Tale luce ci fa vedere che il perderci per amore non è - come pensa il mondo - un fallimento. Appare così evidente la menzogna di Satana - che Dio non vuole il nostro bene, e per questo dobbiamo diventare "come Dio" - e, allo stesso tempo, la verità della via di Gesù, ripetuta per ben tre volte agli apostoli: che il dono di sé per amore non è un fallimento, la la realizzazione di sé nell'amore. Ci realizziamo divenendo - noi che siamo ad immagine e somiglianza di Dio - nell'amore. E l'amore è la realtà che rimarrà per sempre. Chi ha amato rimarrà per sempre con Colui che ci ha amati per primo.
Inoltre la luce è anche sorgente di gioia. Il donare la nostra vita per amore seguendo Gesù non è una "perdita" che provoca tristezza, ma piuttosto gioia. Gesù lo aveva già detto nelle beatitudini.
Contemplare il volto luminoso di Gesù significa quindi vedere la verità della nostra vita con i suoi occhi. Vedere le vesti luminose di Gesù vuol dire vedere con i suoi occhi la nostra vera dignità, quella di figli che seguono il Figlio nella via dell'amore.
“Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. Mosè ed Elia rappresentano le due parti principali delle Scritture, rispettivamente la legge e i profeti. Gesù è venuto per “compiere la legge e i profeti” (cfr. Mt 5,17), specialmente nella sua morte e risurrezione.
Questi due personaggi conversavano con Gesù. Di cosa possono parlare in quel momento, se non del problema che occupa i discepoli nelle pagine precedenti del vangelo: la passione che Gesù aveva annunciato? Il problema per i discepoli è sapere se “il messia, il figlio del Dio vivente” confessato da Pietro può essere arrestato, soffrire e addirittura morire, rigettato e condannato dalle autorità religiose del proprio popolo. Lo stesso Pietro ha reagito fortemente contro questa prospettiva (16,22-23).
La presenza di Mosè e di Elia apporta una prima risposta a questa domanda.
Mosè, come si sa, ha condotto Israele dall'Egitto fino al Giordano, e lì è morto (Dt 34,1-12). Giosuè, e non Mosè, ha attraversato il Giordano alla testa di Israele per conquistare la terra promessa (Gs 3-4). Gesù sarà il nuovo Giosuè che attraverserà il Giordano della passione. E come Mosè aveva a suo tempo designato Giosuè per la missione di conquistare la terra promessa, così ora designa Gesù come Colui che entrerà definitivamente nella “terra” e inaugurerà il “regno”.
Elia, dal canto suo, ha una funzione analoga. Secondo la tradizione ebraica egli deve tornare per preparare la venuta del messia. Elia, quindi, conferma parimenti che Gesù è davvero il messia atteso, nonostante lo scompiglio provocato dall’annuncio della passione. Con Gesù, dicono questi due personaggi, Israele entrerà definitivamente nel regno dei cieli.
Inoltre Elia rapito sul cocchio di fuoco e Mosè, il cui luogo della sepoltura rimase ignoto, sono indizi che il Messia obbediente e sofferente non cammina verso l’ignoto, ma verso l’incontro con Dio.
“Signore, è bello per noi restare qui” - interviene Pietro. Questa esperienza appare ai discepoli “bella”. Il male non può essere bello!
Poi Pietro fa la sua proposta a Gesù: “se vuoi, farò qui tre capanne (σκηνάς)...”[2]. Non per lui e per gli altri due apostoli, ma per Gesù, per Mosé ed Elia. Il richiamo è alla festa molto popolare “delle capanne” (Sukkòt: cfr. Dt 16,13-15), festa in ricordo dei 40 anni di peregrinazione di Israele nel deserto, nella quale gli ebrei dimoravano per “sette giorni” in capanne[3] col tetto in frasche. Il tetto della capanna poi, doveva avere un'apertura verso il cielo. In questo modo la capanna non era considerata come un luogo di dimora stabile, ma piuttosto un luogo di passaggio verso l'incontro con il cielo. Che cosa celebrava questa festa? Che il popolo, che era una massa di schiavi, ha fatto l'esperienza dell'intimità con Dio. Nel deserto ha fatto l'esperienza di Dio come guida - la colonna di fuoco di giorno e la nube nella notte - e come Colui che è provvidenza (l'acqua nel deserto, il dono della manna e delle quaglie) perché non vuole la morte, ma la vita. Nella grande festa Gesù si alzerà in piedi e dirà: "Chi ha sete venga a me e beva; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Gv 7,37-39).
Durante la festa delle capanne la liturgia prevedeva un abbondante ascolto della Parola di Dio - ricordiamo che nelle tentazioni del deserto Gesù aveva ribattuto alla tentazione: "Di non solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che viene da Dio" - e l'aspersione dell'acqua che veniva prelevata dalla piscina di Siloe in ricordo della promessa dell'abbondanza dell'acqua viva che si legge in Ezechiele. Si celebrava quindi la gioia di un Dio che parla con il suo popolo.
In questa festa venivano accesi molti bracieri sulla spianata del tempio; così per tutta la notte la città era illuminata da tali bracieri accesi sulla spianata del tempio. I rabbini dicevano: i nostri padri hanno camminato alla luce del sole; noi camminiamo alla luce della Parola. E, appunto in questo contesto, Gesù dirà: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). E non per nulla poco dopo tale proclamazione Gesù donerà la vista al cieco nato (Gv 9).
La proposta di Pietro, dunque, nasce dalla percezione che quello che sta avvenendo è ciò che veniva celebrato nella festa delle capanne. In Gesù si fa l'esperienza dell'intimità con Dio. Con Lui si fa esperienza di cielo. Capiamo allora meglio le parole di Pietro: "E' bello per noi restare qui". È esperienza di bellezza e di bontà. La vita cristiana non è nel segno del doverstico, ma del bello e del buono. Perché il cuore dell'uomo è attratto da ciò che sperimenta bello e buono per la sua vita.
“Egli non sapeva ciò che diceva”. Pietro ha intuito giusto. Ma non ha capito che Gesù è anche la Parola che va ascoltata. Quella parola che poco prima ha annunciato la via del dono di sé, via che anche il discepolo deve percorrere. Ecco perché qui interviene il Padre.
“Ed ecco una voce che diceva...” (v. 5). È il momento culminante del racconto. Mentre Pietro sta ancora parlando, il Padre interrompe bruscamente il suo intervento dicendo: “Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. Come nella scena del battesimo al Giordano, all’inizio della missione pubblica, anche qui, alla vigilia della Passione, la voce esprime l’investitura dall’alto; il riconoscimento da parte del Padre.
“Ascoltatelo!”. È importante questo comando. Indica che per il discepolo è essenziale ascoltare la sua voce, prendere sul serio il suo messaggio, ubbidire a Gesù. È lui l’unica Parola che il Padre ci ha donato. A noi dice di ascoltarlo, perché, ascoltando lui, diventiamo quello che per grazia già siamo come dono: figli. Lo siamo già, ma la nostra vita deve manifestarlo in tutti gli aspetti del nostro essere. E allora anche noi saremo luminosi come Lui: "Voi siete la luce del mondo".
“All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra...” (v. 6). La reazione dei discepoli è conforme ai racconti di manifestazioni divine, è la paura tipica di chi si scopre alla presenza di Dio. Matteo, però, sottolinea che tale paura si sprigiona nell’istante in cui hanno udito la testimonianza del Padre che conferma il cammino della croce come tappa indispensabile dell’itinerario verso Gerusalemme. In altre parole, più che la visione, è il contenuto a sgomentare i discepoli.
Ma Gesù, dopo averli “toccati”, li rassicura: “Alzatevi e non temete” (v. 7). Essi, allora, sollevando gli occhi vedono Gesù “solo”. La gloria che hanno contemplato da questo momento rimarrà segreta fino alla risurrezione. Il loro cammino ora prosegue scendendo dal monte, cioè in quella “ferialità” della vita nella quale il Figlio di Dio si è incarnato per salvarci, fino alle estreme conseguenze del suo amore: la croce.
______
[1] Solo al settimo giorno Mosè viene chiamato dal Signore a salire sul monte (cfr. Es 24,16b.18).
[2] Il greco σκηνάς può essere tradotto: “capanne” o “tende” (cfr. versione CEI 1974); la prima traduzione sembra più adeguata al contesto.
[3] Cfr. Lv 23,33-36; 39-43; Nm 29,12-38; Dt 16,13-15.
Le tentazioni di Gesù nel deserto
Questa prima domenica di Quaresima ci propone il tema delle tentazioni (Mt 4,1-8).
- Tra la prima lettura - quella del peccato delle origini - e quella delle tentazioni di Gesù nel deserto c'è in comune un punto di partenza: il cibo. Sembra cosa da poco, ma il Nemico fa leva sulle esigenze dell'uomo assolutizzandole. Nel caso di Gesù il diavolo lo tenta dopo un lunghissimo digiuno, quando si ha davvero fame. Lo tenta in un momento di debolezza. Nel caso dei progenitori, invece, suscita in loro la fame insinuando che c'è un cibo che essi non possono mangiare perché vietato da Dio. Insinua il dubbio sulla bontà di Dio, tanto è vero che quel frutto proibito è così buono che "diventereste come Dio", pari a Lui, antagonisti di Lui! Altro che morte! I progenitori si sono fidati della parola menzognera del serpente. Gesù no. Lui è la Parola del Padre, non può contraddire se stesso. E controbatte il tentatore con la stessa parola di Dio: “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cfr. Dt 8,3, che fa riferimento alla prova della fame nel deserto e al dono della manna in Esodo 16). Ossia, che l’uomo è più dello stomaco e anche del portafogli. Che i suoi orizzonti non possono essere confiscati dalla ricerca esclusiva del benessere economico, del piacere. Che l’uomo è su questa terra non soltanto per produrre, consumare, accumulare, fare carriera. Che deve imparare ad aver fame e sete di Dio: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).
- Nella seconda tentazione Gesù viene tentato direttamente sul suo rapporto con il Padre. Non per nulla Satana cita il Salmo 91, nel quale l’orante, dimorando di giorno "nel segreto dell'Altissimo" e di notte "pernotta all'ombra dell'Onnipotente" (v. 1), afferma la propria fiducia in Dio: “Non temerai il terrore della notte, la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, il flagello che devasta a mezzogiorno” (vv. 5-6). Notte, giorno, sera, mezzogiorno: pur attraverso un ordine a prima vista strano, è il tempo dell’uomo a essere preso in considerazione. Gli eventi della vita e i colpi del destino sono come “frecce” che volano, abbattendosi all’improvviso sull’uomo sia di giorno sia di notte. In più quel "flagello" che devasta a mezzogiorno può essere interpretato in vari modi: per il Targum si tratta della "turba dei demoni", mentre una variante dei LXX parla del "demonio meridiano", ossia dell'accidia, del disgusto, della noia e del tedio della vita che ci assale con un elemento di domanda: "Ha senso la mia vita, qui?". Ma Dio è “mio rifugio e mia fortezza… nel quale confido” (v. 2).
Il salmo, inoltre, ci dice che il salmista si sente al sicuro anche quando, non dimorando o pernottando, si trova per via. La vita è un cammino. Per noi credenti un cammino verso la meta: il cielo. Cammino faticoso, difficile, pieno di insidie. Ed ecco che il Signore veglia sul suo cammino, non abbandona il fedele, inviandogli i suoi angeli, i suoi messaggeri per scortalo e tenerlo lontano da ogni male: "ai suoi angeli comanderà per te di custodirti in tutte le sue vie" (v. 11).
Il Tentatore cita i vv. 11-12 svincolandoli volutamente dal contesto. E suggerisce a Gesù di affrontare gli eventi della vita e le stesse difficoltà del suo ministero non riponendo la fiducia nel Padre, ma piegandolo alle sue esigenze. Non Lui deve fare la volontà del Padre, ma il Padre deve piegarsi alla volontà di Gesù. Deve rispondere "a bacchetta". Rovesciando di fatto il rapporto Padre-Figlio. Al tentatore Gesù ribatte: “sta scritto…: Non tentare il Signore Dio tuo” (cfr. Dt 6,16, che fa riferimento all'episodio di Massa e Meriba, cioè alla prova della sete in Esodo 17). Nel cammino quarantennale nel deserto Israele più volte si è ribellato contro Dio. L’uomo non può imporre le sue condizioni a Dio. Per questo la strada della fede passa anche attraverso i silenzi di Dio, il buio, il dubbio, le contraddizioni. La fede non si nutre di miracoli, ma di pazienza, attesa, coraggio.
- La terza tentazione – quella del potere - riguarda il rapporto con gli uomini. Ma non solo. Non si tratta solo di imporsi sugli altri - piegando con il potere gli uomini refrattari anche per la realizzazione della missione che il Padre gli ha dato -, ma prima ancora di "piegarsi". Il tentatore, infatti, gli pone davanti la possibilità di poter avere questo potere ad una condizione ben precisa: "... se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai". E' la tentazione più palese. Solo Dio va adorato. Gesù parla chiaro: "sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto” (cfr. Dt 6,13, che fa riferimento al vitello d'oro di Esodo 12).
Cosa ci insegnano queste tentazioni? Che il Nemico tenta anche di rovinare in noi il rapporto filiale con Dio. La tentazione dell'immediatezza di corrispondere ai bisogni. Ma noi non siamo solo fame, solo bisogni. Solo Dio è il vero pane che sazia, senza il quale il resto ci lascia nella fame esistenziale. Lui sempre va messo al primo posto. In secondo luogo la tentazione di piegare Dio alle nostre esigenze, di usarlo come un'assicurazione, anziché attendere con pazienza e fiducia, come figli, anche quando siamo nel dolore e nell'oscurità, la grazia di cui abbiamo bisogno e che ci vuole donare. Di questo atteggiamento è tipica l'espressione: "Se ci sei, dimostralo! Se mi ami, evitami questo problema!". Ed è invece nelle difficoltà, nelle sofferenze, nelle croci - che tra l'altro ci purificano - che più sperimentiamo la comunione con Lui. Ed infine la tentazione dell'autoaffermazione che ci viene proposta mediante una scorciatoia: arrivare in alto senza passare per l'amore che si dona. E' non aver capito che in realtà il più grande è colui che si fa più piccolo, nell'umiltà del servizio, come ha fatto Gesù: il Grande che si è umiliato fino alla morte e alla morte in croce. E' Dio che ci esalta; è lui che riconosce che ci siamo configurati a Gesù e ci glorifica accanto a Lui. Anche la grandezza è un dono, come già lo era la figliolanza... che si rischia anche di perdere!
Cosa fare di fronte alle tentazioni? Certamente ribattere con fermezza al Nemico: “Sta scritto…”. Fermezza e costanza, fedeltà e perseveranza sono indubbie virtù evangeliche. E a volte l’esercizio di queste virtù richiede eroismo. Sant'Ignazio però ci suggerisce un passo ulteriore, spesso vissuto dai santi: possiamo sbaragliare il Tentatore agendo in modo opposto alla tentazione. Se, infatti, in diametrale opposizione alle intenzioni di Dio, che sempre opera per la nostra eterna salvezza, il diavolo, nella sua “dannata malizia” ha una sola “dannata intenzione” (EE 325), quella della nostra perdizione, agendo in senso diametralmente opposto alla tentazione; in tal modo compiamo l’intenzione divina e sbaragliamo e umiliamo il Tentatore.
Mercoledì delle ceneri
Il tempo della Quaresima,che inizi oggi solennemente solennemente è un tempo di preparazione alla Pasqua, che ha le sue radici più antiche nel periodo del catecumenato.
Sin dalle origini il tempo della Quaresima è collegato al numero 40, che nella Scrittura è il tempo del cambiamento e della trasformazione. Il numero 40 non ricorda solo i 40 giorni di Gesù nel deserto, ma quaranta sono anche i giorni in cui Mosè è sul monte Sinai per ricevere la legge, 40 sono gli anni in cui il popolo deve camminare per arrivare alla Terra promessa, 40 sono i giorni in cui Elia deve camminare per arrivare all’incontro con Dio.
È quindi fondamentale e imprescindibile che un tempo dell’anno sia dedicato alla purificazione, senza la quale è impossibile portare avanti la vita cristiana. Sono tre le armi che la Chiesa - proponendoci proprio il passo del vangelo di Matteo 6 - ci ricorda di utilizzare in questo tempo di Quaresima: il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Commentiamo ora questo passo evangelico.
L'elemosina
Al tempo di Gesù nelle riunioni della sinagoga era consuetudine rendere pubblico l’ammontare delle offerte date ai poveri e riservare un posto privilegiato nell’assemblea a quelli che avevano dato di più. Gesù mette in guardia da ogni forma di gesto che richiami l’attenzione su di sé, che cerchi l’applauso della gente, i posti di onore, la gloria degli uomini. Queste persone - commenta Gesù - “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (v. 2). Non c'è nulla di più osceno che pubblicizzare il bene che si fa. Eppure, se guardiamo bene attorno, quante persone fanno del bene... per far “bella figura”! Se il bene non fosse pubblicizzato con trombe, lapidi o immagini, chi lo farebbe? Gesù definisce queste persone con una parola: sono degli ipocriti, cioè degli attori, che mostrano quello che non sono. “Sfruttano” il bisogno altrui per far conoscere al mondo quanto sono buoni e generosi. Sono persone che hanno dirottato su di sé la gloria che deve dirigersi unicamente al “Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). E poi evidente che coloro che sono stati da loro “beneficati” con questo loro atteggiamento si sono sicuramente sentiti umiliati, non quindi accolti come fratelli con i quali condividere i propri beni (cfr. Mt 19,21).
Il Signore, allora, ci avverte: il bene va fatto per piacere a Dio. Perciò non basta fare il bene per essere cristiani. Le opere, anche quelle di per sé buone - come l’elemosina -, sono buone effettivamente solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umiltà. E chi desidera piacere a Dio, riconoscendolo “Padre”, non può dare qualcosa a chi è nel bisogno, ma, riconoscendo in quest'ultimo un fratello, desidera condividere quello che egli è e ha. Diversamente sono “cattive”.
“Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (v. 3), il che vuol dire: tu stesso devi prendere le distanze dal tuo gesto, così da non farne motivo, nemmeno di un sottile, interiore autocompiacimento.
Potrebbe però sorgere un’obiezione. “Ma... Gesù non parla di ricompensa? Allora... si deve fare ciò per amore di Dio o per avere la ricompensa? Non sarebbe un gesto interessato... che contraddice quanto sopra detto?”. In realtà bisogna capire bene che per “ricompensa” non si intende, come pensiamo noi, un contraccambio per le “prestazioni” fatte, ma è piuttosto la situazione nuova di chi opera il bene con gratuità e amore. È la situazione della persona che avverte in sé la pace, la gioia, che sono doni del Signore. Avvertiamo che la nostra vita è già trasformata, salvata. Pertanto l’impegno della nostra libertà è la condizione in cui il dono di Dio trova spazio nella vita del discepolo. Il dono non può mai essere preteso; ma noi possiamo porre le condizioni - di cui ci ha parlato Gesù - perché questo dono diventi reale nella nostra vita.
La preghiera
“Quando pregate non siate come gli ipocriti”. Il riferimento è a una precisa consuetudine in voga al tempo di Gesù tra i farisei. Essi, infatti, erano soliti pregare stando ritti nelle sinagoghe e bisbigliare a voce sommessa le proprie preghiere, ma in modo tale che gli altri le sentissero. Alcuni si mettevano anche agli angoli delle piazze; là dove si incrociavano le strade, per meglio rendere pubblico il loro atto e suscitare l'ammirazione. L’ipocrita cerca se stesso. Chi cerca il proprio “io”, non trova Dio. Solo chi si svuota di sé, chi cerca in verità unicamente Lui, riconoscendo il proprio principio e fine, si riempie di Lui. Dio resiste ai superbi (Gc 4,6; 1Pt 5,5) e ricolma di grazia gli umili, come Maria.
Pregare è stare di fronte a Dio, di cui sono immagine e somiglianza. È venire trasformati dall’azione dello Spirito Santo. La preghiera autentica è respiro della vita. Per questo è necessario pregare sempre (1Ts 5,17; cf. Lc 18,1ss), in ogni tempo (Ef 6,18) e in ogni luogo (1Tm 2,8). La preghiera va fatta con insistenza (7,7-11), con fede (21,22), nel nome di Gesù (18,19) e con familiarità filiale (v. 8).
La condizione per questa preghiera autentica ci è indicata da Gesù: “chiusa a chiave la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (v. 6). Sì, è necessario chiudere il chiavistello della porta, perché troppo spesso siamo fuori di noi stessi, strattonati qua e là dalle molte occupazioni, come Marta (Lc 10,41). È necessario chiudere fuori le mille voci che ci disturbano. È necessario entrare nella stanza più interna del nostro cuore, cioè entrare in noi stessi, per aprire il cuore all’amore di Gesù, che sta alla porta e bussa.
“e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà”. Quale è la “ricompensa” di chi non cerca ricompensa? È la restituzione che il Padre gli fa di se stesso, rendendolo figlio, colmo della sua Gloria, perché vuoto di vanagloria.
“... non sprecate parole come i pagani...” Non è a furia di parole che Dio ci ascolterà. Questa è una preghiera “pagana”, propria di chi cerca di farsi buono Dio perché non lo conosce per quello che è. “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno”. Allora l’atteggiamento filiale non dev’essere primariamente quello della richiesta, del voler essere ascoltati ed esauditi, quanto piuttosto di ascoltare Lui e desiderare ciò che il Padre stesso vuole per noi. In questo senso “sprecare le parole” significa anche pregare male, pregare senza cuore. Allora il Signore ci invita a pregare bene.
Il digiuno
Al tempo di Gesù il digiuno era obbligatorio solo il giorno dell’espiazione. I farisei, invece, digiunavano volontariamente, due giorni la settimana (cf. Lc 18,12). Solo che tale digiuno, poteva anch’esso trasformarsi in occasione per esaltare se stessi e ottenere la stima della gente, anziché essere strumento di conversione personale. Quindi, ancora una volta, una ricerca di se stessi... dimenticando di porre al primo posto Dio e la ricerca del Regno.
Anche per il cristiano il digiuno ha una grande importanza nella vita spirituale. È uno strumento di conversione. Infatti il digiuno è come una preghiera del corpo: è accettazione simbolica che la propria vita non è l’assoluto, e tanto meno il cibo che la mantiene, ma Dio steso e la sua Parola. Digiunare significa, quindi, porsi nel corretto rapporto con la propria vita: si accetta quello che c’è come dono di Dio, si riconosce che Lui è il principio e il fine di tutto. È, insomma, distaccarci da tutto ciò che tende ad imporsi come “idolo”, è una purificazione dei nostri rapporti con noi stessi e con le cose. Il digiuno, infatti, non va inteso solo come privazione di cibo. Esso deve estendersi a tutte le cose create. In tal modo il digiuno diventa necessario per raggiungere la “sobrietà”, che consiste nel servirsi delle cose tanto quanto sono utili per amare Dio e il prossimo. Ciò che non è utile a tale scopo, serve a odiare e morire. Oltre alla sobrietà nel cibo c’è anche quella nell’odorare, gustare, toccare, udire, vedere, e, soprattutto, nel fantasticare. Soprattutto nella nostra epoca, così bombardata da messaggi di tutti i tipi, è necessario educare i sensi alla sobrietà. Il digiuno dei sensi, infatti, è l’antidoto che restituisce loro la propria funzione. Non tocco e non gusto tutto, non ascolto e non vedo tutto - mosso dal semplice desiderio di riempirmi di sensazioni. Scelgo di toccare, gustare, ascoltare e vedere nella misura in cui ciò mi aiuta ad amare l’altro.
Insomma il digiuno mi aiuta ad essere signore dei sensi e delle facoltà, ordinandoli al fine. In altre parole il digiuno mi fa crescere nella libertà. Infatti “lo stimolo del piacere di ogni tipo, come una droga, lo de-possessa della libertà, portandolo a fare ciò per cui non è fatto e che, in fondo, neanche vuole, e che comunque non lo sazia mai. Una società consumistica, con grande capacità di suggestione, porta a compimento la schiavitù del piacere apparente, presentando come buono, bello e desiderabile, ciò che in realtà non lo è (cf. Gen 3,6). Il digiuno, inteso a raggiungere la sobrietà in tutti i campi, ci libera dall’idolo del piacere apparente, che promette sazietà, ma alimenta solo fame; e ci permette di usare tutto senza esserne usati”. A volte questo “distacco” costa fatica. Costa rinunciare a realtà che ci appaiono affascinanti, desiderabili. Ma è bene sempre ricordarci una cosa: il bene si paga subito. Il male, invece, è gratis, non costa fatica, ma lo si paga sempre dopo, e non soddisfa per nulla. Esso lascia una insoddisfazione che non diminuisce, anzi cresce, anche se si cerca con affanno di rimuoverla o di colmarla con un’altra ricerca di piacere.
Sant’Ignazio di Loyola ricorda che il Tentatore è un comunicatore seducente. Come ogni venditore, soprattutto di cattivi prodotti, rende appetibile il suo veleno falsificando la realtà, facendola apparire il contrario di quella che è: il male deve apparire bene e il bene male. Propone, come detto, il piacere immediato, come via alla felicità. Ed è quello che propongono molti spettacoli, pubblicità, la stessa letteratura. Essi fanno leva sugli istinti più immediati per indurre al “consumo”. Il cristiano - se non la persona umana in genere - deve invece ricordare che il piacere immediato è criterio sufficiente di azione per l’animale, programmato dall’istinto per la sua conservazione e per quella della specie. Per l’uomo, invece, la cosa è ben diversa. Tutto deve essere ordinato alla relazione di amore alla quale l’uomo è chiamato. Chi è incapace di controllare i propri sensi, facilmente cade nell’errore di subordinare tale relazione alla ricerca immediata del piacere. Subordina, cioè, un livello superiore (quello relazionale e quello spirituale), tipicamente umano, ad uno inferiore... Il “male”, quindi, non consiste solo nello scegliere un disvalore, ma di scegliere, tra due valori, quello inferiore, identificandosi in quest’ultimo.
Vale allora la pena scegliere... la via in salita. Anche se costa fatica, come accade per i sentieri di montagna, mi porta a vedere paesaggi bellissimi e, spesso, nemmeno mai immaginati. Mi porta, cioè, a vedere la vita con gli occhi di Dio e godere dei beni esterni e interiori che Dio mi ha donato.
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV PER LA QUARESIMA 2026
Ascoltare e digiunare
La Quaresima come tempo di conversione
Cari fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.
Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.
Ascoltare
Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.
Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.
È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». [1]
Digiunare
Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.
Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità». [2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». [3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana». [4]
Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Insieme
Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).
Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.
Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.
Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.
Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.
LEONE PP. XIV
_____
[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).
Sesta domenica del tempo ordinario /A
Il passo del Vangelo di questa domenica è uno tra i più radicali. Gesù ci chiede l’obbedienza all’amore. Ci chiede di avere un cuore simile a quello di Dio, che è amore, e che vuole unicamente il bene, la vita degli uomini. Il discepolo di Cristo non può accontentarsi di una osservanza materiale dei comandamenti – come quelli citati in questo brano: “non uccidere”, “non commettere adulterio” e “non giurare il falso” – perché è necessario curare anche l’intenzionalità del cuore, un cuore chiamato ad amare, e quindi capace di andare oltre al dettato del comandamento. Questo esige una purificazione del nostro cuore da tutti quelle intenzionalità e desideri che non sono consoni con l’amore, con l'amore autentico - quello proprio di Dio che è amore - che ci è stato manifestato nella persona di Gesù ed è infuso in noi dallo Spirito Santo - che si fa dono, che si fa carità. Il pericolo serio è quello di non entrare nel regno dei cieli. Chi ama, invece, pur "perdendo la propria" vita seguendo la via del Maestro, ci entrerà. Chi ama ha già il sapore dell'eternità.
Vediamo ora le singole esigenze che ci chiede Gesù.
“Non uccidere”. Gesù fa balenare un orizzonte del tutto nuovo. Non si tratta solo di non uccidere materialmente, perché ci sono molti modi per uccidere o ferire il fratello. “Chiunque si adira col proprio fratello…” L’ira è già un principio potenziale di aggressività perché l’altro è avvertito come un nemico da cui difenderci. La medesima cosa vale per il disprezzo (“stupido”), che è l’uccisione interiore dell’altro, e l’offesa (“pazzo”), come se l’altro fosse il male (la parola “pazzo” infatti sembra avere una connotazione religiosa, e significa “empio”), per cui va “demonizzato” come fosse il male, per cui diventa “bene” eliminarlo! Gesù per tre volte parla dell’altro come “fratello”: negargli la fraternità significa perdere il rapporto filiale con Dio. È in questo senso che vanno intese le dure parole: “... sarà sottoposto a giudizio”, “... sarà sottoposto al sinedrio” (che è il massimo organo giuridico in Israele) e “... sarà sottoposto alla Geenna”. Non è Dio che condanna l’uomo, ma è quest’ultimo che si autocondanna: con l'esclusione del fratello esclude sé stesso dal Regno di Dio. Vale la pena ricordare che nella Geenna, che è la valle dove scorre il fiume Innon, fuori le mura di Gerusalemme, venivano bruciate le immondizie. Per cui l’espressione è chiara: chi non considera l’altro come fratello ha sacrificato la propria vita di figlio e la butta nell’immondizia.
Matteo apporta due ulteriori sviluppi:
- riconciliarsi quanto prima con il fratello, prima di comparire davanti al Signore per pregare: vv. 23-24. È da notare che in questi versetti la parola “fratello” ricorre per quattro volte! Quindi non si può onorare Dio senza essere in armonia con il fratello; vero culto di Dio è che tu faccia il primo passo per riconciliarti con il tuo fratello, anche se sei tu l’offeso. Non vi è vera giustizia senza carità, perché l’amore è il primo debito; né vi è carità vera senza giustizia (Rm 13,8 ss.): l’una e l’altra per essere sincere non devono contentarsi di parole ma concretarsi in fatti.
- riconciliarsi con l’avversario “... finché sei in cammino”, prima di comparire davanti al giudice finale: vv. 25-26. La vita è un cammino di continua riconciliazione con l'altro. Se non fai così perdi tempo e vita; non vivi nella verità di figlio di Dio pur avendone le potenzialità; non diventi ciò che sei per grazia e rischi il fallimento: "non uscirai dà finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!". Ossia se non vivi la logica del dono e del perdono - che è la logica dell'amore di Dio - perdi la vita di figlio del Padre.
"Non commettere adulterio". La violazione più palese e grave della vita di coppia (cfr. Es 20,14 = Dt 5,18) è proprio l’adulterio. La gravità dell'adulterio – sottolineata dal fatto che esso era punito con la pena di morte per entrambi gli adulteri (non solo la donna), mediante lapidazione e pubblicamente (cfr. Lv 20,10; Dt 22,22-24), dipendeva dl fatto che esso era ritenuto il male più grave che si potesse fare a un uomo dopo il toglierli la vita.
Gesù approfondisce il comandamento, andando oltre al fatto materiale: anche il desiderio di adulterio (il verbo epiphumesai - desiderare - indica il desiderio efficace, la progettazione, la scelta mentale e volitiva) va condannato. Evidentemente non è una condanna della persona (Gesù, infatti, di fronte ad una adultera, è stato estremamente tollerante e pronto a perdonare) ma del male. Non si deve misurare l’atto morale sul gesto esterno soltanto, ma misurarlo sulla profondità della coscienza. È per questo che noi non potremo mai giudicare nessuno come peccatore: l’unico che può dirlo in maniera piena e totale è Dio, che legge i cuori degli uomini.
Inoltre Gesù estende il comandamento di non desiderare la donna d'altri a quello di non desiderare una donna in genere, anche se non sposata. Il termine usato nel testo greco per donna (gyné) è, infatti, generico e non viene specificato che essa sia sposata.
“Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, càvalo... E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te”. Gesù esige radicalità. Da notare che l’occhio è espressione del desiderio del cuore. È dal cuore che nascono desideri buoni e desideri cattivi. L’occhio asseconda questi desideri e “vede” ciò che interessa per soddisfarli. Invece la mano è segno dell’uomo che “fa”, che “agisce”. Perché l’occhio e la mano non siano per la morte la persona deve saper de-cidere (= tagliare) ciò che non porta alla vita. C’è una responsabilità personale nel custodire i sensi che è indispensabile per la custodia del cuore. Qualora non c’è tale custodia (e si permette che tutto entri nel cuore) il cuore viene devastato!
In più c’è lo scandalo, inteso come pietra di inciampo, che fa cadere il fratello (cfr. pure Mt 18,8-9). Il che significa: non scandalizzare gli altri riguardo alla vita di coppia. Il cristiano sa che l’unione dell’uomo e della donna è espressione di amore. Perciò esso non va vissuto come passione egoistica, esclusiva ricerca di piacere. L’amore è donazione reciproca, incontro di libertà che si uniscono. Un’attrazione fisica senza amore è alienazione, immaturità umana, perché non esprime la persona alla persona, ma solo il sesso al sesso, è lesiva della dignità, tentativo di ridurre l’altro a una cosa, un possesso, un bene di consumo. E qualora il fratello “cade” per causa nostra, dobbiamo sentirci responsabili nei suoi confronti.
Il divorzio. Sappiamo che Rabbì Hillel, una delle due scuole rabbiniche famose dell’antico giudaismo, concedeva il divorzio sempre, anche solo sulla base del fatto che il volto della donna ormai dava fastidio o persino per una minestra scotta. Rabbì Shammai era più esigente: occorreva l’adulterio per ottenere il divorzio. Gesù, invece, ritorna all'originaria volontà di Dio. La conferma di ciò la troviamo in Mt 19,4-5: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?”. Dunque ciò che conta è l'originaria volontà di Dio.
Certo, Gesù sa che il cuore umano sarà segnato dal peccato. L'indissolubilità che Gesù propone per tutti – e a maggior ragione di chi si è unito in matrimonio con il sacramento nuziale, quindi con la grazia di Cristo – necessita di un cuore nuovo: in quanto riconosciamo di essere amati da un Dio fedele, che ci ama e ci perdona senza alcuna condizione, a nostra volta possiamo amare con un simile amore. Amare il compagno/compagna della propria vita con un amore che non è solo umano (che è fragile!), ma divino perché trasformato da Dio stesso. Un amore che attinga dalla ricca fonte dei sacramenti.
È bello vedere la fedeltà coniugale alla luce della Trinità. Quando una coppia mette al centro l’amore per Gesù, si ama l’altro coniuge vedendo in lui Gesù. E quando l’amore verso Cristo nel coniuge è reciproco, nell’incontro si vive sul modello della Trinità, dove i due stanno come il Padre e il Figlio e fra essi irrompe lo Spirito Santo con i suoi doni, anima del Corpo mistico. Paolo ci ricorda quali sono i frutti dello Spirito: “... è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
Il giuramento. “Non spergiurate”. Quando e dove “fu detto agli antichi di non spergiurare”? Gesù rinvia ai vari testi della Torà: Lv 19,12; Es 20,7; Dt 23,22, ecc. Per gli ebrei “giurare” significa chiamare Dio a testimone della propria veridicità. Spergiurare in ebraico è “giurare invano”, giurare nel nulla, invece che in Dio (Lc 19,12; Es 20,7). È peccato perché si chiama Colui-che-è (Dio) a testimone di ciò che-non-è.
“Non giurate affatto”. Gesù va oltre: non solo non spergiurare, ma anche non ricorrere a giuramenti. E, contro l’uso ebraico, precisa: “né sul cielo”, che è il trono della gloria di Dio, “né sulla terra perché è lo sgabello dei suoi piedi” (essa, in quanto creazione di Dio, va rispettata come il cielo), “né su Gerusalemme”, che è la dimora di Dio, “né sulla tua testa”, perché non è tua, ma dono di Dio. Dio è il Signore di tutto ciò che esiste. Non c'è bisogno di chiamare a testimone Dio: l'uomo è sempre davanti a lui. Dunque ogni parola che l'uomo pronuncia ha il suo peso: non è mai una parola vuota. Recuperare il peso della parola pronunciata davanti al prossimo è un bell'aspetto della originaria volontà divina.
“Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal Maligno”. La parola dev’essere di per sé vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente è falsa, mezzo di dominio e di divisione. Dire il falso è stare al gioco di Satana, padre della menzogna. La menzogna del serpente (Satana) portò la morte nel mondo.
Oggi il mondo ha bisogno di sincerità, lealtà, schiettezza. La menzogna ha bisogno di molte parole (“il di più viene dal Maligno”), per confondere e persuadere. L’imbroglione è sempre un abile comunicatore, che cerca di avere in mano l’altro dicendo il minimo di sé. Gesù ci chiama a quella sincerità totale che è capace di ammettere le proprie colpe e negligenze, a quella lealtà che non si rimangia la parola per comodo, a quella schiettezza che sa dire a chi sbaglia: “tu sbagli”, a cercare la verità com’è. Bisogna non voler ingannare gli altri, prevalere su di loro, violentarli psicologicamente, in alcun modo; ma aver rispetto per tutti.
Solo su una parola trasparente, verace, può fondarsi una relazione autentica con Dio e tra gli uomini; solo su essa si può fondare una comunità di vita. La relazione con Dio, di fronte al quale occorre essere assolutamente veri e trasparenti, si fa trasparenza e veracità verso i fratelli. Solo in tale trasparenza e veracità si può manifestare un amore autentico.
San Paolo esorta la comunità di Efeso alla sincerità: “Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo” (Ef 4,25). La mente non deve ingannare il cuore, né l’occhio lo spirito. Perciò bisogna dire la verità, saperla dire, avere il coraggio di dirla “davanti” e non alle spalle, ricordando che “illumina più una candela dinanzi, che sei di dietro”.
Attenzione dunque alle mezze verità, alle accuse generiche, ai silenzi calibrati maliziosamente con lo scopo di determinare allarme, curiosità e interesse. È il classico modo di “gettare il sasso e nascondere la mano”. Ed è esattamente questa procedura che ferisce più delle aperte accuse.
Molte persone obiettano: in determinate circostanze è ammissibile la menzogna “a fin di bene!”. Si può offendere il Dio della verità “a fin di bene”? È una contraddizione insostenibile tra le esigenze di verità e quelle carità! Non si può giungere al bene (che è lo scopo) se non si sceglie anche il mezzo buono, cioè la verità! È vero che in certe situazioni non è opportuno, né bisogna dire tutto. Ma un conto è non dire, e un conto è dire una bugia.
Questo brano evangelico ci spinge inoltre ad una ulteriore riflessione. Oggi siamo sommersi dalla parola, ma questa il più delle volte è ridotta a chiacchiera, a parola superficiale, impersonale che non coinvolge - parliamo del tempo, parliamo del “sentito dire”... -. È importante ridare alla parola il vero valore. La parola vera è sempre portatrice di qualcosa di noi e in ciò assolve alla sua funzione più alta. Le parole vere che noi diciamo sono le parole in cui si condensano frammenti della nostra vita. Dove la parola è capace di portare alla luce qualcosa di noi, del nostro amare, soffrire, sperare, diventa autentico dono di noi agli altri e non solo chiacchiera. È il libero donare noi a chi ci ascolta: estremo atto di libertà e di fiducia. Quando questo dono è accolto con verità e disponibilità dall’altro, si crea tra le persone una relazione nuova fatta di fiducia e di amore condiviso.
Bisogna infine ricordare che la parola ha la capacità di incidere in modo indelebile nella vita dell’altro: creano paure o speranze; non solo descrivono la realtà, ma anche la formano. Così, ad esempio, il “sì” che due dicono sposandosi non è solo informazione, nemmeno solo informazione di qualcosa di sé all’altro, ma una condizione nuova di vita che è la comunione di vita matrimoniale. Quando uno dice all’altro “ti perdono” non dà delle informazioni e neppure dice solo buoni disposizioni, ma dice che la colpa è tolta, che egli non va più guardato come nemico ma va accolto come fratello riconciliato. Le parole pesano come sassi e possono incidere edificando noi e gli altri nell’amore o distruggendo noi e gli altri nella violenza, nella manipolazione, nella sopraffazione.