Padre Michele
Parlare apertamente e senza timore
Il vangelo di oggi è tratto dal discorso missionario del capitolo 10 di Matteo. Dopo aver chiamato gli apostoli li invia a predicare che il regno dei cieli è vicino. Gesù li avverte: “Vi mando come pecore in mezzo a lupi…” (v. 16) e annuncia loro la persecuzione (vv. 17-23). Ma di fronte a tutto ciò li invita – e invita anche noi – a parlare apertamente e senza timore. Per ben tre volte Gesù ripete: “non abbiate paura” (vv. 26.28.31). È una frase spesso ripetuta nella Sacra Scrittura perché Dio sa bene che la paura accompagna un po’ tutta la nostra vita. Abbiamo paura dei pericoli perché temiamo di perdere la vita; abbiamo paura di perdere le sicurezze sulle quali appoggiamo la nostra vita; abbiamo paura di perdere i nostri cari, abbiamo paura di soffrire… E abbiamo paura anche delle nostre fragilità. La paura si trova alla radice stessa della vita. Di fronte ad essa non ci può essere sicurezza assoluta se non smettendo di vivere. Solo chi è morto non ha più paura. Il problema, allora, non è quello di annullare i motivi che generano la paura, ma di affrontare la paura con coraggio. L’uomo coraggioso sa mettere in conto i possibili rischi, senza chiudere gli occhi di fronte ad essi.
Sono significativi i motivi che Gesù ci dà per affrontare coraggiosamente la paura:
a) Il primo è: «non vi è nulla di occulto che non sarà conosciuto» (v. 26). La situazione di chi annuncia è quella di pecora tra lupi. Il bene risulta perdente e sconfitto. Gesù però ci rassicura: il fallimento del bene è il grande mistero nascosto alla sapienza del mondo (cfr. 1Cor 2,6-16). Ciò che impedisce di vederlo è il velo della croce, propria del Dio amore, che in essa si rivela. La sua debolezza e stupidità è sapienza e forza che salva (cfr. 1Cor 1,17-25). Ma ciò che è stato velato e lo è ancora, sarà svelato. Il futuro è il capovolgimento di ciò che appare ora. La rivelazione è “togliere il velo”, il disvelamento della realtà. C’è quindi una prospettiva futura, una certezza di futuro che ci viene assicurata da Colui che è il Signore.
«Ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce» (v. 27). Gesù è la luce venuta nelle tenebre (cfr. Gv 1,5). I discepoli l'hanno accolta e la diffondono (cfr. 5,14). Mediante il loro annuncio – che è la continuazione di quello di Gesù - il mondo verrà alla luce della verità.
b) Il secondo motivo per non temere è che gli uomini possono uccidere solo il corpo. Gli uomini hanno un potere limitato, non bisogna assolutizzare gli atteggiamenti umani. Non possono uccidere la vita divina – lo Spirito – che abita in noi.
È vero – potremmo abiettare – che, pur conoscendo tutto ciò, rimane sempre in noi una certa paura della morte. Ma è anche vero che la paura della morte è sempre più forte in coloro che hanno la sensazione di non aver vissuto pienamente. Noi credenti siamo chiamati ad una vita in pienezza seguendo l’esempio di Gesù: quello di un amore donativo che affronta anche la morte. Uniti a Lui
c) Il terzo motivo per non temere è: «voi valete più di molti passeri». È un chiaro richiamo al discorso della montagna, all'abbandono alla provvidenza per sottolineare l'animo con cui il missionario deve affrontare le difficoltà bandendo ogni timore (cfr. 6,25-34). Siamo nelle mani di Dio, ben riposti. È inutile che ci preoccupiamo per la morte e siamo in ansia per la vita: la morte comunque viene, la vita comunque va. Cerchiamo di non perdere quella vita che è l'amore del Padre.
Questa lunga parte centrale si conclude con un appello: «chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Forse a volte davvero non abbiamo quella franchezza, quella parresìa che hanno avuto gli apostoli dopo la risurrezione del Signore, che caratterizza tutte le pagine degli Atti degli Apostoli. Dobbiamo allora chiederci: non parliamo apertamente per prudenza? O piuttosto per poco amore? Se amiamo davvero Gesù sappiamo dare la vita per lui, e quindi anche parlare con coraggi o annunciando il vangelo della verità, dell’amore, della vita. Perché l’amore è sempre più forte della paura. Sant’Agostino diceva che il coraggio è un amore che sopporta ogni cosa in vista di ciò che ama. Se c’è quindi una sola cosa da temere – ci ripeteva papa Francesco – è quello di sprecare la propria vita. Di non cogliere l’unica occasione per viverla in pienezza seguendo Gesù.
Vedendo le folle Gesù ne ebbe compassione... (Mt 9,36-10,8)
Gesù gira per tutti i villaggi e per tutte le città. Lui è il primo apostolo perché conosce l’amore del Padre. E allora va in cerca di tutti i fratelli, per tutti i villaggi e per tutte le città. Come il pastore va in cerca della pecora smarrita. Non ha nessun altro interesse.
Gesù insegna. La sua parola dà senso alla vita. È di questo che gli uomini hanno bisogno, soprattutto oggi. Ritrovare, cioè, i valori, ridare uno scopo al vivere. Questo è l’annuncio del Regno di Dio.
Connesso con questo annuncio c’è la guarigione di tutte le malattie e infermità. È interessante come il Vangelo guarisca il male dell’uomo. La parola ci guarisce da quel male che è la sorgente di tutte le ingiustizie, di tutte le oppressioni, di tutte le mancanze di libertà. Quel male che è dentro di noi come origine di tutte le nostre tensioni: la non accettazione dell’essere figli e fratelli.
“Vedendo le folle ne sentì compassione...” (v. 36). È per questa compassione che Gesù chiama i dodici e li invia in missione . L’apostolo nasce quindi dalla compassione di Cristo per il mondo. Compatire vuol dire “patire con”: è patire il male dell’altro. Tutti i prodigi che Gesù fa, li fa per compassione, perché si carica dei nostri mali. Sostanzialmente la vita apostolica è l’associazione alla vita del Figlio che si carica del male dei fratelli. Colui che non è disposto a caricarsi di questa croce non è un missionario secondo il cuore di Cristo.
“... perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (v. 36). In Ezechiele leggiamo che i pastori del popolo anziché badare al bene del gregge non facevano altro che pascere se stessi, e invece di porsi al servizio delle pecore dominavano su di loro “con violenza e con asprezza” (Ez 34,2-4). La rovina del popolo, secondo il profeta Geremia, era stata causata proprio dai pastori che “sono stati stupidi e non hanno cercato il Signore; perciò non hanno prosperato e tutto il loro gregge è stato disperso” (Ger 10,21).
Non servono più pastori, perché il Signore Gesù, “il grande Pastore delle pecore” (Eb 13,20), è l'unico pastore del suo popolo (cfr. Gv 10,11; Ez 34,15).
“La messe è molta” (v. 37). La “messe” indica il grano maturo per essere mangiato. Questo significa che tutta l’umanità è già grano maturo, per diventare corpo del Figlio. Qualche volta l’azione pastorale può mancare di grinta perché si ritiene che per certe iniziative, certe proposte... non è giunto ancora il momento propizio. In realtà è una mancanza di coraggio, e soprattutto di fede. Tanto è vero che normalmente, i tempi più propizi per Dio, sono i tempi che noi giudichiamo meno adatti: tempi di persecuzione e di croce.
“... ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (v. 38). È interessante notare che, di fronte alla scarsità di operai, Gesù non invita a darsi da fare, ma di supplicare il Signore della messe. Gli operai, infatti sono e rimarranno pochi finché ognuno rimarrà chiuso nelle sue sicurezze.
Segue l'invio dei Dodici: prima li convoca, dando ad essi il suo stesso potere, quello di “scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità”. Ricordiamo come poco sopra Gesù ha compiuto dieci miracoli, nei quali la sua parola opera con potenza in colui che crede. I dodici, dunque, continuano i segni di Gesù. Ma questi miracoli sono segno del vero esorcismo: vincere lo spirito di menzogna che domina l’uomo. Il Vangelo è l’annuncio della verità che ci fa liberi.
Poi li invia "alle pecore perdute della casa di Israele" - Israele rimane il primo destinatario della missione; ad Israele Dio aveva promesso l'invio del Messia - dando le seguenti istruzioni:
- Il programma della missione è il seguente: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni». Il programma della Chiesa si fonda su quello che ha fatto Gesù nei capitoli 5 e 9. Ossia: insegnare ciò che Gesù ha insegnato (capp. 5-7) e fare ciò che Gesù ha fatto (capp. 8-9). Cioè:
- “curare gli infermi”. “Infermo” è colui che non sta in piedi: è l'uomo che perde la sua posizione eretta, prono sotto il giogo della legge o carponi sotto il peso dell'egoismo. La cura del debole è il grande miracolo di chi, come Gesù, si fa servo dei fratelli (8,17).
- “risuscitate i morti” (cfr. 9,18-26). Farsi fratello è vivere la propria figliolanza e risuscitare il Figlio negli altri.
- “mondate i lebbrosi” (cfr. 8,1-4). L'amore è una vita nuova, libera dalla lebbra della morte e del peccato.
- “scacciate i demoni” (cfr. 8,28-34; 9,32s). Lo Spirito di verità scaccia quello di menzogna che ci divide dal Padre e tra di noi.
La Chiesa non si può inventare un suo campo di azione, ma si deve sempre chiedere se ciò che fa si fonda sull'agire di Gesù. Il programma è quello dell'annuncio del Regno e quello dell'azione. Viene sottolineato il binomio annuncio-opere.
- L’annuncio del Vangelo è fondato essenzialmente nel dono: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (v. 8). Tutto ci è dato in dono: la vita, l’aria, il mondo, le cose... Il problema è come prendiamo tutto ciò. Se, cioè, la nostra mano è avida di possesso (come Adamo), o se prendiamo sapendo ringraziare. In quanto figlio che riceve come dono e ringrazia il Padre, divento simile al Padre capace di dare in dono non solo le cose, ma anche la vita stessa.
Corpus Domini
Le letture di questa domenica
In questa domenica del Corpus Domini la prima lettura (Deuteronomio 8) ci ricorda che nei 40 anni di erranza nel deserto, al popolo di Israele non è mancata l'acqua per dissetarsi e la manna del cielo per nutrirsi. Acqua e manna sono prefigurazione del vero cibo spirituale: l'Eucaristia.
Nel vangelo di Giovanni (capitolo 6), Gesù parla chiaro: “Sono io il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (v. 51). Il mangiare carne umana è, nell’Antico Testamento, segno di situazioni spaventevoli e della maledizione di Dio (Lv 26,29; Ger 19,9; Ez 5,10; ecc.). Bere il sangue degli animali (e ciò vale ancor più per il sangue umano) è ancor oggi severamente proibito tra gli ebrei. Il sangue è vita, e la vita appartiene a Dio. Per questo nei sacrifici il sangue doveva essere sparso sull’altare del Signore, a cui appartiene la vita (Gen 9,4; Lv 17,11-12).
Ora Gesù parla di mangiare la sua carne (6,50.51.53; in 6.58 si dovrebbe tradurre “masticare”) e di bere il suo sangue. Il suo linguaggio, così come suona nel senso più immediato, non poteva essere né più veritiero, né più concreto, né più crudo, né più duro; ma dobbiamo anche dire: né più travolgente, né più profondo, né più sollecitante a continuare nella riflessione.
Alla domanda dei dirigenti giudei: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 52), Gesù risponde ribadendo che solo chi si nutre della sua carne e beve il suo sangue "ha la vita eterna". Non si tratta di mangiare qualcosa, ma di relazionarsi con Lui. La vita eterna, cioè la vita divina che riceviamo da Gesù, è relazione con Lui: perchè Lui è la Vita! E' reciproca appartenenza, possibile solo tra le persone che si amano: " Chi mangia la mia carne e beve in mio sangue, rimane in me ed io in lui". La reciproca appartenza che avviene nella Trinità tra le persone divine, diventa così esperienza del credente in Cristo. La vita divina diviene esperienza della stessa vita trinitaria. La Trinità, dunque, non è solo il principio di tutto (dell'elezione divina di essere figli nel Figlio) e il fine di tutto (la gioia eterna nella comunione dei santi nel paradiso) ma anche - nel Pane di vita che ci viene donato - il sostegno vitale del nostro cammino di ogni giorno. Ecco perché non possiamo fare a meno della vita sacramentale.
"Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me". Vivere "per Gesù" vuol dire che l'Amato diventa la vita di chi lo ama, "informando" tutto il nostro essere, il nostro sentire al suo pensare, dal suo volere al suo agire. Dice Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).
Questo vivere di Cristo in me nel nostro brano evangelico ci viene indicato con un'immagine. Il principio eucaristico è quello della nutrizione, che chiede assimilazione per far crescere; mangiamo quel pane, per assimilare Cristo, in modo tale da crescere come persone. Un bambino quando nasce pesa circa tre chili; nel giro di un anno, a forza di mangiare latte, arriva sui dieci chili. Quindi, un corpo sano ingerisce latte, ma lo trasforma: è il principio del metabolismo.
Questo principio della assimilazione, nel caso della comunione con Cristo, avviene in modo capovolto. Cioè, mentre io ingerisco il cibo e lo faccio diventare parte di me, nella relazione con Cristo avviene il contrario di ciò che avviene in natura: è il Cristo che assimila me. A forza di mangiare il Cristo, io divento come Lui. Questo metabolismo della trasformazione è il principio della mia crescita cristiana: io vengo trasformato in Colui che ricevo.
Questo accesso del credente alla vita eterna consente a Gesù di garantire anche la nostra risurrezione dai morti: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno!”.
La seconda lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Corinzi (cap. 10), ci ricorda inoltre che l'Eucarestia non ha solo il valore di compartecipazione della stessa vita del Signore, ma è anche principio di compaginazione e comunione della Chiesa, Corpo mistico di Cristo (v. 17). Davvero l' Eucaristia fa la Chiesa!!! Non possiamo perciò accostarci all'Eucaristia con atteggiamenti di chiusura verso alcuni fratelli, anzi ci accostiamo ad essa proprio con il desiderio di superare ciò che ancora si oppone al diventare, come si legge negli Atti degli Apostoli quando tratteggia la prima comunità cristiana, "un cuore solo e un'anima sola" (At 4,32).
Santissima Trinità
La prima lettura, tratta dal libro dell'Esodo, ci parla della teofania sul monte Sinai con la rivelazione del nome divino.
La teofania è molto interessante perché ci mostra chi è e cosa fa Dio nei confronti del popolo di Israele peccatore e, più in generale, nei confronti di tutta l'umanità peccatrice. La rivelazione del nome divino è connessa alla richiesta formulata da Mosè in Es 33,18-23, il quale, rivolgendosi al Signore, gli aveva posto due domande.
La prima domanda: «Fammi conoscere la tua via». Ma le antiche versioni (LXX, Vulgata) hanno letto: «Fammi vedere il tuo volto». Il problema di Mosè, in altri termini, non è solo quello di conoscere la via, ma che Dio stesso la percorra insieme a Israele, e non un angelo, un inviato. Che si tratti del “volto” e non solo della “via” è tanto più evidente se si considera la risposta sorprendente: «Il mio volto camminerà, e ti darò riposo». Strano modo di esprimersi, “un volto che cammina”! Sembra quasi un ossimoro, una contraddizione in termini, perché il volto è la persona in quanto si rivela, si manifesta, si fa vedere, ma il fatto che cammini significa che questo volto non si concede alla visione, che procede innanzi, che non si può contemplare. Vale a dire, un volto che non è statico, che si muove in continuazione, che non si lascia fotografare. Perciò, anche in questo caso, l’esaudimento della preghiera di Mosè, per così dire, avviene solo per metà. Dio gli concede di vedere il suo volto, ma al tempo stesso lo ritrae, lo ritira. In questo senso, anche la lettura masoretica di Es 33,13 («Fammi conoscere la tua via») rimane fortemente suggestiva. Se questo volto cammina, traccia una strada. Piero Stefani suggerisce che la Bibbia parla delle “vie” di Dio molto più che dei suoi progetti o disegni. Ci dice dove Dio è passato, le tracce che ha lasciato, affinché possiamo seguirlo, piuttosto che rivelarci quello che ha intenzione di fare.La seconda domanda di Mosè è la seguente: «Mostrami la tua gloria!». Questa nuova domanda cosa viene a precisare? Praticamente è la stessa di quella precedente, anzi nelle antiche versioni sono quasi identiche: «Fammi conoscere il tuo volto» (ostende mihi faciem tuam) e «Fammi vedere la tua gloria» (ostende mihi gloriam tuam).
Certo, Mosè vorrebbe avere una visione più diretta del volto glorioso di Dio. Dio gli ricorda che il suo volto non è visibile, proprio per il motivo detto sopra, che è in cammino, è sempre mobile. Egli segna il passo e il popolo deve seguirLo. Inoltre «nessun uomo può vedere Dio e vivere».
Ma questo volto di Dio ci è rivelato nel Figlio fatto carne. Nel Vangelo (Gv 3,16-18), infatti, si leggono le seguenti parole di Gesù: “Dio ha tanto amato il mondo...” (v. 16). Al centro di tutto, e specialmente nella missione del Figlio, c’è un Dio che ama il mondo. La realtà di fondo è l’agape divina, ossia un amore gratuito, incondizionato, traboccante, fedele, universale. Questo amore viene offerto a tutti (infatti qui per “mondo” non è da intendere tutto il negativo di morte, di menzogna e di peccato che si oppone a Dio come l’evangelista fa in altri brani, ma tutta quell’umanità che ha bisogno di essere salvata).
Dio ama il mondo, anche il nostro mondo di oggi. Come sentire, vedere, credere l’amore di Dio? Chi ama Dio? Tutti! Come ama Dio? È vicino ai sofferenti, è dalla parte degli oppressi, anima tutti i semi di bene e di luce; è vicino a chi fa il male, perché non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
“Chi crede in lui non è condannato...” (v. 18). Il non credere in Gesù, non affidarsi a lui, è un'auto-condanna. Con il rifiuto o l’accettazione dell’amore apparso in Cristo, l’uomo costruisce dentro di sé la salvezza o la condanna, si costituisce luce o tenebra.
La nostra fede professa la Trinità. Quella Trinità che Gesù ci ha rivelato. Il Padre è l'origine di tutto; è Lui che invia il Figlio nel mondo per salvare l'umanità ed elevarla alla vita divina; il Figlio in quanto inviato dal Padre e mediatore lega indissolubilmente gli uomini in unità con Dio e tra di loro; lo Spirito Santo ottiene mediante la propria presenza nel mondo quella intima corrispondenza e abilitazione (il “cuore nuovo”), che rende capace il credente di accogliere la salvezza e corrispondere con una vita di santità.
Capiamo che, alla fine, in quanto siamo creati ad "immagine e somiglianza di Dio", di un Dio che è Trinità, quindi comunione, risulta chiaro qual è l’ultima destinazione dell’uomo: essere chiamato a diventare communio già ora sulla terra, per partecipare un giorno per tutta l’eternità alla communio piena del Dio trinitario.
Una cosa dovrebbe essere chiara: l’uomo, solo se è diventato comunionale, può “partecipare” alla vita del Dio comunionale. Altrimenti sarebbe per così dire un corpo estraneo nella vita divina promessagli. Perciò il “divenire communio” è il compito centrale della vita dell’uomo. Ogni dono fatto da Dio all’uomo è sempre anche un compito, una abilitazione e un invito a cooperare.
La communio presenta una doppia direzione con Dio e con il prossimo. Le due relazioni sono sempre tra loro strettamente collegate. Per imprimere in sé l’immagine di Dio e diventare a Lui più simile l’uomo deve progredire in ambedue le forme di communio.
La communio che Dio attua in virtù della pienezza della sua essenza non va da noi imitata solo passivamente, cioè accogliendo semplicemente l’azione divina e permettendo semplicemente che essa si svolga, bensì va imitata attivamente, con un’azione liberamente da noi compiuta. Quando al termine del tempo parteciperemo per sempre alla vita del Dio trinitario, non lo faremo come mendicanti che si sono visti piovere in maniera pura e semplice tutto addosso, bensì come individui che poterono “cooperare” liberamente a divenire ciò che da sempre Dio ha pensato, ossia quella communio nell'amore che ci rende simili a Dio.
Pentecoste
In questa solennità di Pentecoste oggi nel commento ci sofferiamo sulla pagina degli Atti degli Apostoli (2,1-11).
La Pentecoste ebraica si celebrava il “cinquantesimo” giorno dopo la Pasqua. Se originalmente era la festa della mietitura, una festa agricola in cui si esprimeva la gioia dei campi biondeggianti di grano e del benessere che un buon raccolto avrebbe assicurato, in seguito è diventata la “festa dei giuramenti”, cioè la festa del Sinai, la festa dell’alleanza. Ricordiamo che in un momento in cui tutte le strutture dell’antica alleanza erano crollate, in cui non c’erano più re né sacerdoti, il tempio era stato distrutto e si andava verso lo sfacelo dell’esilio, i profeti Geremia 31,31-34 ed Ezechiele (cap. 36) annunciano il giorno della nuova alleanza, cioè il giorno nel quale non ci sarebbe più stato bisogno di tavole di pietra e non sarebbe più stata necessaria la mediazione dei sacerdoti e della Legge, perché Dio avrebbe strappato da ogni uomo il cuore di pietra per sostituirlo con un cuore di carne e avrebbe introdotto nell’intimo di ciascuno il suo Spirito. Divenuto così una nuova creatura, l’uomo sarebbe stato capace di essere fedele dall’interno del cuore all’alleanza con Dio. È la teologia paolina della grazia che opera nell’interno dell’uomo, di quest’uomo cadente e miserabile in cui viene infuso lo Spirito di Dio.
Il racconto della Pentecoste lascia quindi affiorare in modo esplicito il ricordo della teofania del Sinai; ma qui abbiamo un nuovo Sinai, di cui il primo ne era solo figura del definitivo.
Infine un riferimento va fatto al luogo: Gerusalemme. In Isaia 2,1-3 abbiamo un cantico di ascensione (che richiama alcuni salmi e testi profetici, come Mi 4,1‑3) in cui Gerusalemme è celebrata come centro irradiante della salvezza universale. Sono i “gojim”, cioè le nazioni pagane, ad affluire verso Sion, da cui uscirà la legge e la parola del Signore. Gerusalemme, luce delle nazioni, è il luogo in cui è annunciata la salvezza per tutti i popoli.
Ponendoci in questa prospettiva saremo in grado di cogliere il valore simbolico di molti elementi del racconto di Luca e dei rimandi espliciti all’AT. Rileggiamo dunque il racconto di Luca.
Si noti che Luca inizia il racconto del giorno della Pentecoste col dire che esso «si compiva». Non si intende dire che il giorno di pentecoste stava per finire (sono solo le nove del mattino, v. 15), ma che sta terminando un tempo della storia e se ne apre un altro. Come in Lc 1,57: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto» il verbo indica che è terminato il tempo che precede il parto - cioè il momento è venuto -, allo stesso modo tale verbo indica che si conclude il periodo che porta alla Pentecoste, e si inaugura il giorno nuovo – il tempo dello Spirito, nel quale anche noi viviamo, che durarà fino al ritorno del Singore alla fine della storia.
«Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». Chi sono queste persone? Si tratta i quelle indicate in 1,14: «alcune donne, tra cui Maria, madre di Gesù, e i suoi fratelli», i quali si trovano nella casa, probabilmente al piano superiore (cf. v. 2; 1,13). È da notare che l’espressione «tutti insieme nello stesso luogo» esprime contemporaneamente l’unanimità di chi non solo stanno insieme, ma anche per l’unione dei cuori. Al momento della promulgazione della Legge sinaitica, «tutto il popolo rispose insieme», “unanime”, impegnandosi a mettere in pratica le parole di Dio (Es 19,8). L’unanimità della comunità cristiana al momento della Pentecoste corrisponde a quella dell’assemblea di Israele ai piedi del Sinai.
La venuta dello Spirito è accompagnata da due fenomeni sensibili: dapprima un fragore (v. 2) e poi l’apparizione di lingue come di fuoco (v. 3).
- Il fragore, «quasi un vento che si abbatte impetuoso» (il vento, ruah in ebraico, è lo Spirito di Dio), è un rumore rimbombante, come il frastuono delle onde del mare (Lc 21,25; cfr. Sal 65,7), o il rumore del tuono (cfr. Sir 46,17), il suono squillante della tromba (Es 19,16; Ebr 12,19; Sal 150,3). La descrizione degli Atti, che fa particolare riferimento ai termini di Es 19,16, doveva richiamare in maniera del tutto naturale questa scena grandiosa, in modo tale da far vedere nella prima Pentecoste cristiana il rinnovarsi della teofania. È da notare che il “fragore” venne dal cielo, come da esso risuonò la voce sul Sinai (cfr. Dt 4,36; cfr. Es 19,3; 20,22) e al momento del battesimo di Gesù (Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Questo fragore, che manifestava la presenza dello Spirito, rassomigliava ad una violenta raffica di vento (Luca non dice che vi fu realmente il vento). Esso riempì “tutta la casa” dove si trovavano come, al v. 4, lo Spirito Santo “riempì” tutti coloro che erano presenti.
- Dopo il fenomeno uditivo si ha quello visivo delle lingue come di fuoco. Letteralmente: «Furono viste da essi delle lingue» (v. 3). Ecco un altro elemento tipico delle teofanie, il fuoco. Dio stesso è la fiamma che brucia (si pensi al roveto ardente visto da Mosè).
La parola greca, come l’ebraico lashôn, non indica solamente l’organo che ci permette di parlare, o il linguaggio in cui ci si esprime. Infatti viene usata anche per indicare qualunque oggetto abbia la forma di lingua (anche noi oggi in italiano parliamo di “linguette”). Il testo degli Atti vuol far notare il rapporto tra queste “linguette” e il dono delle “lingue” concesse agli apostoli.
Luca ha cura di precisare che tali “lingue”, che non erano realmente di fuoco, «si dividevano e si posarono su ciascuno di loro». Questo “dividersi” delle lingue consente un nuovo accostamento con le tradizioni rabbiniche relative agli eventi del Sinai, secondo le quali sulla santa montagna la voce di Dio si sarebbe “divisa” in sette voci e poi in settanta voci o lingue (Targum Dt 32,2), quanti sono i popoli (cfr. Gen 10). L'alleanza, quindi, fin dall'inizio, sarebbe stata pensata per tutti i popoli, anche se storicamente è Israele ad accoglierla. Con la Pentecoste tale alleanza nello Spirito del Cristo risorto viene riproposta a tutta l'umanità. La Chiesa continuerà la missione di Cristo, quella di annunciare la buona novella ed invitare gli uomini ad entrare nell'alleanza con Dio.
Tali “lingue” si «posarono su ciascuno di essi; e furono tutti ripieni di Spirito Santo». Si sottolinea qui l’individualità del dono, che resta importante: a ciascuno il proprio carisma, ciascuno è portatore di un dono fatto solo a lui e di cui dovrà rendere conto.
Si noti il rapporto tra il "vento" dello Spirito che avvolge tutti e le fiammelle che si posano su ciascuno che sono simbo dei carismi. Il fuoco dei carismi non può bruciare senza l'ossigeno del "vento" dello Spirito; cioè i carismi vanno esercitati nel segno della comunione, del vento che avvolge tutti. I doni che il Padre fa al singolo credente è per far cresfere la comunione. NOn ci sono carismi senza comunione. Parimenti non c'è vera comunione e se non risplende la diversità dei carismi.
Inoltre queste lingue «si posarono» - più esattamente: : «si stabilirono» - su ciascuno di loro. Non si tratta quindi di un posarsi momentaneo. Si tratta quindi di una presa di possesso: lo Spirito prende dimora nei discepoli, compiendosi in tal modo la promessa di Gesù in Lc 24,49, ripetuta anche in At 1,8. Si tratta di un battesimo, ossia di un’immersione nello Spirito (cfr. At 1,5 e 11,6, che è un’eco delle parole del Battista in Lc 3,16: «Io vi battezzo con l’acqua, ma viene colui che è più forte di me…; egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco»). Nelle successive pagine degli Atti si incontreranno, di volta in volta, Pietro (4,8), Paolo (9,17; 13,9), Stefano (6,5; 7,55), Barnaba (11,24), gli apostoli (4,31) e i discepoli di Antiochia di Pisidia (13,52) “ripieni” del medesimo Spirito. Alle origini della storia della Chiesa, come già nella storia di Gesù, è lo Spirito di Dio che prende l’iniziativa, e la sua presenza attiva è così intensa che si manifesta in maniera da far pensare a quella dell’acqua: ci si rende conto che essa riempie un recipiente nel momento in cui comincia a traboccare. Il discorso di Pietro parlerà precisamente di una “effusione” dello Spirito: Gesù, salito al cielo, lo ha ricevuto dal Padre per “riversarlo” sui suoi discepoli (2,17.33).
- Il v. 4 aggiunge che, sotto l’influsso dello Spirito, gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue». Con tale espressione si intende l’esprimersi in lingue straniere che gli uditori capivano o altro?
L’espressione “parlare in lingue” è ritrovabile in altri brani degli Atti. Ricordiamo per esempio che al termine del discorso di Pietro, accolto dal centurione Cornelio, «lo Spirito Santo discese sopra tutti quelli che lo ascoltavano. Tutti i fedeli circoncisi, venuti con Pietro, rimasero stupefatti nel vedere come il dono dello Spirito Santo fosse stato elargito anche ai gentili. Li sentivano infatti parlare in lingue e glorificare Dio» (10,44-46). L’espressione ritorna ancora nell’episodio dei seguaci di Giovanni Battista ad Efeso: «Dopo che Paolo ebbe loro imposte le mani, scese sopra di essi lo Spirito Santo e cominciarono a parlare in lingue e a profetizzare» (19,6).
Alcuni interpretano questo “parlare in lingue” come un fenomeno di glossolalia che consiste in un “linguaggio estatico”, ispirato dallo Spirito santo e che, per essere esercitato come “carisma”, quindi per l’edificazione della comunità, richiede un dono complementare, detto “dell’interpretazione”. Nel nostro brano, però, l’espressione è diversa: si dice che gli apostoli parlarono in “altre” lingue: è un’espressione che indica solitamente nella Bibbia il parlare una lingua straniera. Si tratterebbe, insomma, del carisma della xenolalia, carisma concesso agli apostoli nel giorno di Pentecoste – quello di parlare nelle lingue degli astanti - per l’evangelizzazione dei Giudei provenienti da tutte le parti del mondo. Nella Pentecoste si compie questo evento straordinario: l'universo dei popoli è raggiunto dalla parola di Dio. Se, dunque, sul Sinai la parola donata era unica e storicamente legata a un popolo e a una cultura, ora essa si esprime in «altre lingue» che tutti possono intendere. Vi è dunque qui come dischiudersi questo evento in una visione universalistica che costituirà il filo rosso di tutto il libro degli Atti e deve essere anche quello della Chiesa di ogni tempo: raggiungere ogni cultura, ogni uomo, per poter annunciare un vangelo da essi comprensibile. Annuncio ovviamente accompagnato dalla testimonianza della propria vita: «di me sarete testimoni» (At 1,8).
I vv. 7-8 sottolineano la stranezza della cosa: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». Dopo l’enumerazione dei popoli rappresentati nell’uditorio, il v. 11 ripete ancora una volta: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». E al v. 12 ritorna l’interrogativo: «Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l'un l'altro: "Che cosa significa questo?”».
Certamente questo discorso delle “varie lingue” che gli uditori comprendono ci presenta la pentecoste cristiana anche come l’anti-Babele per eccellenza. Nella famosa scena del cap. 11 della Genesi al v. 7 vengono messe sulla bocca del Signore le seguenti parole: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È la grande maledizione dell’uomo peccatore, a cui viene tolto lo strumento principale della comunicazione. Con la Pentecoste, quindi con la discesa dello Spirito Santo che rinnova l’uomo dall’interno del proprio essere, la Babele del peccato è finita, ha inizio ormai la Gerusalemme della comunione. E nell’elenco dei popoli a cui appartengono le persone che assistono stupefatte al crollo della barriera delle lingue («parti, medi, elamiti…», ecc.) vediamo disegnarsi come in filigrana la diffusione della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo e al di là di esso. All’epoca in cui Luca scrive ci sono comunità in tutti questi paesi, ci sono cristiani che parlano tutte queste lingue, eppure per il dono dello Spirito dicono tutti la stessa cosa, confessano tutti la stessa fede in Cristo. Tutti ormai possiamo intenderci, anche se le nostre lingue sono profondamente divergenti, perché tutti possediamo la lingua dell’amore.
- Il v. 6 presenta lo stupore della folla, in piena confusione. Più volte Luca, nei primi due capitoli del Vangelo, menziona la meraviglia che avvolge i protagonisti di fronte ad alcuni eventi. Tutti si stupirono all'annuncio che il nome del figlio di Zaccaria sarebbe stato Giovanni, i pastori si stupirono e gli stessi genitori di Gesù si stupirono di fronte alla profezia del vecchio Simeone e di fronte alle cose che si dicevano del bambino. Lo stupore contrassegna l'aurora, il sorgere della fede. Chi non sa stupirsi non arriverà mai a credere, perché sarà immerso sempre e solo nel suo passato e nei suoi mille progetti presenti e futuri. Chi chiude le porte alla meraviglia non incomincerà mai ad interrogarsi, mai si metterà in viaggio.
- È da notare che Luca non parla di “folla”, ma preferisce usare il termine moltitudine. Si potrebbe qui richiamare la promessa, fatta da Dio ad Abramo, di renderlo padre di una “moltitudine” di popoli, e concretatasi nel cambiamento del suo nome: Abram, cioè “padre elevato”, è divenuto Abraham, cioè “padre di moltitudine” (Gen 17,4-5; cfr. Dt 26,5; Eb 11,12). Questa promessa sembrava già realizzata quando Israele giunse al Sinai (cfr. Dt 1,10; 10,22); ma la venuta dello Spirito nella Pentecoste darà a questa promessa un compimento ben più meraviglioso.
Si tenga presente inoltre la descrizione dell’uditorio di Gesù in Lc 6,17: «Vi era là una gran folla dei suoi discepoli e una grande moltitudine di popolo, venuto da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dalle contrade marittime di Tiro e di Sidone, per ascoltarlo…». L’uditorio dei giudei presenti il giorno della Pentecoste e provenienti da tutto il mondo ricorda, ma su scala più vasta, quello che Gesù ha conosciuto all’inizio del suo ministero. Più tardi a questo uditorio si aggiungeranno i pagani. Non dimentichiamo, infatti, la prospettiva universalista degli Atti (come pure del vangelo di Luca) i quali si chiudono con la dichiarazione di Paolo: «Sia noto a voi che questa salvezza di Dio è stata inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!» (28,28). Sia pure in scala ridotta con la Pentecoste gli apostoli cominciarono la loro missione universale: lo Spirito dona alla Chiesa il mondo intero, obbligandola per ciò stesso all’immenso sforzo missionario, attraverso il quale essa raggiungerà la sua pienezza e la sua statura escatologica.
Concludiamo questo commento con un riferimento a Maria, che è madre della Chiesa. Si noti il parallelismo tra gli avvenimenti della casa di Nazareth e del cenacolo. Come lo Spirito Santo ha fecondato Maria che diviene Madre del Cristo, ora lo Spirito feconda i discepoli - lì radunati insieme a Maria - trasformandoli in membra vive della Chiesa, corpo di Cristo (cfr. Ef 5,30). Maria, membro eminente e antcipatore della Chiesa, con la sua presenza multiforme, continua nello Spirito Santoa rigenerarla e a renderla più fedele alle parole del Figlio. E anche dopo la sua assunzione al cielo Ella continua maternamente a spronare la Chiesa ad ascoltare con attenzione la Parola di Dio e ad essere docile all'azione e alla guida dello Spirito Santo.
Ascensione del Signore
In questa domenica la liturgia ci invita a contemplare il mistero dell'ascensione del Signore.
Nel Vangelo prima di ascendere al cielo il Risorto affida agli apostoli - e quindi a tutta la Chiesa - la seguente missione:
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ci sono tre parole di Gesù che sono significative soprattutto nell’originale greco.
- La prima parabola è: matheteusate, che giustamente va tradotta: “fate discepoli tutti i popoli”. Ecco la Chiesa con un orizzonte infinito che supera la piccola provincia della Palestina.
Perché il verbo mathēteuō è importante? Perché la missione dei discepoli è mettere in rapporto coloro ai quali si annuncia il vangelo con Gesù, con il Messia di Dio. Ciò che costituisce il mathētēs è la sua relazione con il Maestro. Il "fare discepoli" esige quindi un impegno di far conoscere il Maestro, accompagnando le persone alla conoscenza del Vangelo e, ma soprattutto al rapporto con il Signore. E' un'opera educativa e di accompagnamento che esige il tempo necessario per condurre una persona dalla fede iniziale alla maturità.
- La seconda parola è: baptizontes. La via della salvezza è il battesimo che, come dirà Paolo, è la partecipazione all’esperienza della Pasqua di Cristo: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Nella frase precedente Gesù aveva appena detto: “Mi è stato dato ogni potere”: è il fondamento della missione.
Il battezzare indica l’aspetto divino del ministero, non semplicemente il rito battesimale, bensì ciò che esso significa: immergete i battezzandi nella potenza di Dio che sola può salvare, nella realtà d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non solo con il rito battesimale, ma anche con una testimonianza d’amore che manifesti la stessa passione che Gesù nel suo ministero ha avuto per l’umanità.
- La terza parola è: didaskontes. Abbiamo qui il mandato di “insegnare”, di essere “maestri”: insegnate a osservare ciò che vi ho comandato, che per Matteo è il contenuto dei cinque discorsi di Gesù, di cui il primo è quello della montagna. In altre parole si tratta di insegnare a vivere come Gesù ha vissuto e come cercano di vivere i suoi annunciatori.
- Particolarmente significative sono anche le ultime parole di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. “Io sarò con voi” è la formula di alleanza e di promessa che Jahvé ha fatto al suo popolo nell’Antico Testamento. “Dio forma la comunità di coloro che ama, che non può abbandonare, di cui non può dimenticarsi, perché ha dato a ciascuno il nome battesimale di salvezza, ai quali è sempre vicino perché si radunino nella comunità dei salvati. Gesù in mezzo a noi è la presenza di Dio che ci raduna, che fa di noi un popolo, che, attraverso l’azione di coloro che suscitano nuovi discepoli, raduna il popolo di Dio da tutta l’estremità della terra, da tutte le genti, da tutte le situazioni umane, verso una città dove regni la giustizia, la verità dei rapporti umani, dell’amicizia vissuta, la capacità di conoscersi, di amarsi”.[1]
Se è vera questa azione del Risorto nelal comunità ecclesiale, allo stesso tempo va anche notata la fiducia che il Risorto ha per ciascuno di noi battezzati; affida infatti una missione nelle nostre mani, ha fiducia che noi possiamo continuare la sua opera.
Negli Atti degli Apostoli l'ascensione del Signore al cielo è preceduta da una promessa: "Giovani battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo". Promessa ribadita pochi versetti dopo: "... riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra".
Questo evento dello Spirito compie la Scrittura, perché Gioele (3,1-5), Ezechiele (36,26-27) e i profeti avevano parlato dei tempi messianici come dei tempi dello Spirito, in cui lo Spirito, in un rinnovamento dell'alleanza, sarebbe stato riversato su tutti i discepoli. Tutti, uomini e donne, e perfino schiavi – come dice Gioele – diventeranno profeti. L’effusione dello Spirito testimonia una nuova fase della storia della salvezza, sanzionata dalle Scritture. Non che prima lo Spirito di Dio fosse assente; tutt'altro. Ora, però, la sua opera nel mondo diventa determinante, soprattutto a motivo dell'Assenza-Presenza di Gesù. Gesù sarà presente nella storia del mondo e della Chiesa in modo diverso: mediante il suo Spirito! In forza di questo Spirito gli apostoli - e tutti noi cristiani - siamo chiamati ad essere testimoni del Risorto.
Si noti il parallelismo del v. 8 (“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi…”) con l’annunciazione dell’angelo a Maria nel Vangelo di Luca. Gli apostoli sono assimilati a Maria. Cioè anche loro, grazie allo Spirito Santo, sono capaci di concepire la Parola e di donare al mondo la Parola. L’incarnazione che si è compiuta nel grembo di Maria continua nell’oggi tramite i credenti, che diffondono il Vangelo agli uomini. Il monito per noi è chiaro: prima di parlare, prima di annunciare agli altri il Vangelo dobbiamo invocare l’azione in noi dello Spirito Santo.
Qui c’è anche – oltre all’Annunciazione – anche un richiamo al battesimo di Gesù. Gli apostoli sono quindi investiti dallo Spirito Santo come Gesù fu investito al momento del battesimo; e come là Gesù venne incaricato della sua missione – “quello che vi dirà ascoltatelo!” – così anche gli apostoli vengono riempiti dallo Spirito perché la loro parola venga ascoltata e sono inviati come missionari. Quindi l’espressione “mi sarete testimoni” è un’espressione forte, centrale; riprende la promessa fatta da Gesù in Lc 24,48. Il testimone è colui che racconta cosa ha vissuto, ha sperimentato (cfr. 1Gv 1-3); ed è colui che è anche disposto a dare la vita (martirio) per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo, la verità del Vangelo che annuncia.
Ed infine l'assunzione: “Mentre lo guardavano, fu elevato in alto”. Vediamo i discepoli fissare intensamente il Cristo che sale nel mistero di Dio, consapevoli che una volta salito Egli invierà loro il suo Spirito e li renderà profeti. Poco dopo troviamo infatti il racconto della pentecoste seguito dall’annuncio di Pietro. Ma, allo stesso tempo, i due uomini in bianche vesti - sono gli stessi che nel Vangelo di Luca troviamo nel racconto della tomba vuota (Lc 24) - riportano lo sguardo degli apostoli dalle nubi del cielo alla loro vita, nell’orizzonte della concretezza, nella vita reale di tutti i giorni. Del resto, non è Gesù stesso che invia gli apostoli in missione (Mc 16,15-20)? Eppure, c’è una profonda verità nel tenere gli occhi fissi al cielo; non per fermarsi nell’astrattezza e tantomeno per evadere dalla vita complessa e talora dura di ogni giorno. Si tratta di fissare il cielo, quasi a tener ben ferma la meta ove dobbiamo condurre il mondo. Scriveva Isaia: “Nessun orecchio ha mai sentito e nessun occhi ha mai visto… ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (Is 64,3). E l’apostolo Paolo insiste: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil 3,20). È difficile vivere, è difficile guardare la vita di ogni giorno, se non abbiamo fisso il nostro sguardo nei cieli. Del resto, chi di noi dubita che è quanto mai necessario far risalire un po’ più in alto, appunto verso quel cielo che la Scrittura ci apre, questo nostro mondo, spesso sbattuto così tragicamente in basso? Questa è proprio la vocazione del cristiano: portare la carne, il mondo intero verso il cielo.
Si noti, infine, che il luogo nel quale è ambientata l'ascensione è il monte degli Ulivi. Per capire che cosa rappresenta per Luca questo luogo, richiamiamo due pagine dell’AT.
Il primo testo è il cap. 11 di Ezechiele, in cui il profeta ricorda al popolo il vero motivo della caduta di Gerusalemme e dell’esilio babilonese: la città crolla non perché le armate di Nabucodonosor riescono a stringerla in una morsa di ferro e di fuoco, a demolirne le mura e a invaderla, ma perché la shekinà, la presenza di Dio, l’ha abbandonata. E il profeta descrive questa presenza divina che si leva come in volo (notare il tema dell’ascensione) ed esce dal santo dei santi, attraversa i cortili del tempio, passa sopra i quartieri di Gerusalemme, sopra la valle del Cedron e la valle di Giòsafat e infine, prima si comparire, si posa sul monte degli Ulivi, quasi a dare un ultimo saluto a quella che era stata la città-Emmanuele, la città dove Dio aveva posto la propria dimora. Poi si allontana, e Gerusalemme crolla.
Il secondo testo è il cap. 14 di Zaccaria, che annuncia il ritorno pieno e definitivo del Signore nella sua città. Notiamo come il profeta descrive questo ritorno della shekinà, dello Spirito di Dio: “In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente…” (Zc 14,4). Lo Spirito di Dio si posa di nuovo sul monte degli Ulivi, ma non più per convocare gli abitanti della Gerusalemme terrena. Questa volta sono gli abitanti di tutto il mondo ad essere convocati per l’ultimo grande giudizio. Nel racconto dell’ascensione dunque troviamo non solo il significato della risurrezione di Cristo, non solo l’annuncio del dono dello Spirito, ma anche l’inizio dell’epoca definitiva della storia, in attesa della parusia: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo!” (v. 11b).
Questi futuri non sono futuri temporali, non indicano un tempo che verrà: hanno invece un sostrato semitico e quindi esprimono la modalità dell'azione e cioè dicono se l'azione è compiuta (passato) o incompiuta (futuro). Dunque che cosa significa questo verrà? Che la venuta del Risorto è in via di compimento, in via di realizzazione, si realizza cammin facendo. Il Cristo viene sempre: la parusia è il venire di Cristo nella storia, attraverso la testimonianza dei suoi. Questa è la parusia. Evidentemente non si esclude un momento di manifestazione ultima, ma questa rimane avvolta nel futuro di Dio. Al presente e al futuro del cristiano appartiene invece il realizzarsi di una venuta di Cristo giorno dopo giorno, nella testimonianza dei credenti.
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[1] C. M. Martini, Gli esercizi ignaziani alla luce del vangelo di Matteo, cit., 261.
Se qualcuno mi ama osserverà la mia parola
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v. 15). L’osservanza dei comandamenti è legata all’amore per Lui e “in forza” dell’amore ricevuto da Lui (il “come” di 13,34: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri"). Si parla, è vero di “comandamenti” al plurale, ma essi si possono sintetizzare nel comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri" (Gv 13,33). Allo stesso tempo i “comandamenti” sono anche le diverse espressioni, diversi modi “concreti” di vivere il comandamento dell'amore nelle varie situazioni della vita. Non in forza della legge, ma in piena libertà, l’amore è legge a se stesso: in ogni circostanza sa riconoscere e fare ciò che è buono e giusto. L’amore, infatti, informa il capire, il volere e l’agire.
“Io pregherò il Padre…” (v. 16). Gesù con il suo andarsene, diventa il pontefice tra noi e Dio, il fratello intercessore presso il Padre; ci apre l’accesso a lui e ai suoi doni. I numerosi verbi al futuro indicano ciò che avverrà presto: l’innalzamento del Figlio dell’uomo schiuderà all’uomo il suo futuro definitivo.
“e vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre”. Gesù chiede per noi al Padre il dono definitivo: il Paraclito, l’ad-vocatus (= chiamato presso), colui che assiste e soccorre nel processo. È l’avvocato difensore, che si oppone all’accusatore (= satana). Lo Spirito santo è “consolatore” perché “sta con chi è solo”, sta quindi con noi offrendoci compagnia, la luce della verità e la forza. Le sue caratteristiche sono descritte attraverso le sue azioni: è “con” noi in eterno (v. 16b), è “lo Spirito della verità”, dimora “presso” di noi in Gesù, sarà “in” noi dopo il suo andarsene (v. 17), ci insegnerà e farà ricordare quanto lui ha detto (v. 26).
“lo Spirito di verità” (v. 17): si può tradurre lo Spirito della “vita vera, autentica”, quella di Dio. Questa ci è restituita dalla conoscenza del Figlio, che ci libera dalla menzogna e ci fa vivere nell’amore del Padre. Lo Spirito di verità è il contrario dello spirito di menzogna, origine dei nostri mali.
E' chiaro che a questo Consigliere meraviglioso, che ci illumina e ci indica la strada, siamo sempre liberi di dirgli di no. Allo Spirito Santo non si delegano le decisioni della vita, ma si entra in sinergia con Lui che ci insegna l'arte della verità di cui è maestro.
“che il mondo non può accogliere”. Il mondo, in quanto succube della menzogna, non può ancora ricevere lo Spirito della verità. Solo dopo la croce potrà conoscere Gesù (cfr. v. 31).
“Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi”. I discepoli conoscono questo Spirito perché ha preso dimora presso di noi in Gesù., il Figlio che vive nei nostri confronti l’amore stesso del Padre: in lui abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (cfr. 1Gv 4,16a). Tra poche ore questo Spirito abiterà anche “in voi”, nei nostri cuori. Questo è il dono supremo che il Figlio ci comunica dalla croce, dove “tutto è compiuto” e consegna il suo Spirito (cfr. 19,30).
“Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (v. 18). Gesù non ci lascia orfani, perché il suo andarsene è in vista del suo venire a noi, anzi il suo essere in noi con il suo Spirito che ci fa figli, in comunione con lui e con il Padre.
“Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più” (v. 19). Il mondo, che non vede lo Spirito di verità di Gesù, tra poco non vedrà più neppure Gesù: lo eliminerà fisicamente. Ma “voi mi vedrete”. Qui l’evangelista usa il verbo theoreĩn, che indica uno sguardo portato in profondità sul reale e che in qualche modo scopre l’invisibile nel visibile. Il mondo non può fare questa esperienza perché ferma il suo sguardo alla superficie; solo il credente riesce ad avere lo sguardo penetrante, che va oltre la superficie del male e scopre in profondità che l’assente sta già tornando.
“perché io vivo e voi vivrete”. Gesù ha in se stesso la vita (cfr. 5,26) che vince la morte (cfr. 11,25). Ereditiamo la stessa vita che egli da sempre vive: quella di Figlio amato, che ama il Padre e i fratelli.
“In quel giorno voi saprete…” (v. 20). “Quel giorno” nell’AT è quello in cui il Signore viene, rivelando la sua gloria e salvando l’uomo. È il giorno della risurrezione, quando il Risorto si farà vedere ai discepoli che accoglieranno il suo Spirito (cfr. 20,19ss).
“conoscerete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”. Si tratta di una esperienza “sperimentale”. Si tratta quindi di far esperienza che Gesù è nel Padre, che lo ama e per questo lo ha fatto risorgere; conosceremo pure che noi siamo nel Figlio, perché ci ha amato e ha dato la vita per noi; conosceremo infine che lui è in noi, perché lo amiamo e osserviamo le sue parole.
“Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva…” (v. 21). Accogliere i “comandamenti” vuol dire farli propri e viverli. Ma quali sono questi “comandamenti”, queste parole di vita, dato che qui Gesù usa il plurale? In realtà poco prima Egli ha parlato del suo comandamento al singolare: “Vi do un comandamento nuovo; che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). I comandamenti da osservare non sono altro che la declinazione di quest’unico comandamento nelle varie situazioni della vita. Così, ad esempio, guardando a Gesù come ci ha amato e in forza del suo amore, possiamo a nostra volta amare, con un’intensità simile alla sua, nelle varie situazioni come amore paziente, sollecito, amore che sa perdonare, amore misericordioso, amore fedele, ecc. Non c’è un’occasione nella quale possiamo sottrarci dall’imperativo dell’amore. Se, infatti Dio è per essenza amore, e ci ha amati e continua ad amarci nel Figlio, non possiamo che entrare in questa dinamica corrispondendo al suo amore amando i fratelli.
Poi Gesù aggiunge: chi osserva questi comandamenti “questi mi ama” (v. 21). L’amore fattivo per Gesù si manifesta nell’amore verso i fratelli.
“Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Chi ama il Figlio, e osserva i suoi comandi, ha il Figlio dentro di sé e sperimenta personalmente l’amore del Padre. Non basta sapere che il Padre ci ama e ci ha dato il Figlio. Si tratta di sperimentare, sentire in sé l’amore del Padre. In una famiglia un figlio non è tale solo perché è generato dai genitori, ma – e ancor più – perché si sente amato da essi ed incoraggiato ad esprimere il meglio di sé. Nell’amare Gesù sperimentiamo questo amore del Padre, e veniamo inseriti nella dinamica stessa dell’amore trinitario. Questa è la spina dorsale dei figli di Dio nel Figlio.
Io sono la via, la verità e la vita
“Non sia turbato il vostro cuore…” (v. 1), risponde Gesù ai discepoli, smarriti per la sua partenza. Sono colti da turbamento e senso di orfanezza: cosa sarà di loro quando il Signore se ne sarà andato?
La Chiesa fin dall’inizio si porta dentro una domanda: che fare in questo tempo, tra la sua partenza e il suo ritorno? La comunità cristiana nasce, ora come allora, da una comprensione profonda della sua partenza. Gesù non è un assente; ha dato inizio a una nuova presenza, che si concreta nell’amarci “come” lui ci ha amati. Non ci abbandona, ma ci dona il suo Spirito, che ci fa vivere in lui, come lui in noi. Il suo andarsene non è una morte che decreta la fine di un bel sogno: è invece un compimento, in cui egli è glorificato e noi nasciamo a una fecondità di vita filiale e fraterna. In altre parole la partenza di Gesù apre la storia dell’uomo al suo stesso cammino di Figlio; in Gesù, il primogenito, è rivelato il mistero di ogni fratello.
Il turbamento è, quindi, vinto dalla conoscenza della verità, che ci fa capire il senso della sua partenza. Con il suo “andarsene” Gesù si rivela definitivamente come via, verità e vita: la via per raggiungere Dio, verità e vita dell’uomo.
“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. La fede è il più potente ansiolitico, come la sfiducia è il più potente ansiogeno. Gesù pone sullo stesso piano la fede in Dio e la fede in lui: chi crede in lui, crede in Colui che l’ha mandato (12,44).
A ben guardare, ogni tentazione riguarda sempre la fede, unica forza per superare gli inevitabili turbamenti: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15b). In noi paura e fede convivono, ma in proporzione inversa: la paura è quel vuoto che la fede progressivamente riempie.
“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore…” (v. 2). “Dove dimori?” è la prima domanda dei discepoli a Gesù (1,3). Ora, dopo aver visto Gesù che lava i piedi a Pietro e dà il boccone a Giuda, sappiamo dove dimora: l’amore perfetto fa del Padre la dimora del Figlio e del Figlio la dimora del Padre. Nella casa del Padre, ossia nel Figlio, ci sono molte dimore: una per ogni fratello, nessuno escluso. A chiunque lo accoglie, egli dà la possibilità di diventare figlio di Dio (1,12). Si noti che la parola “casa” in greco non è al maschile (oidòs, che appunto significa casa), ma al femminile (oikía), che indica l’atmosfera domestica, il focolare domestico, il sentirsi in casa propria. Gesù ci vuole introdurre nel “luogo familiare” per il quale siamo stati creati. In essa c’è “posto” abbondante per tutti, anche per coloro che non sono quei perfetti, quegli integri, quei fedeli a tutto tondo, che nessuno di noi può ammettere di essere.
“Io vado a prepararvi un posto”. Se la Parola di Dio non fosse scesa nel mondo, nella carne, nell’abisso della morte, mai l’uomo avrebbe potuto trovare la strada verso il cielo.
“quando sarò andato…” (v. 3). Il fine del suo andarsene da noi è che anche noi siamo dove lui è. Lui è nel Padre come il Padre è in lui (cf. v. 10).
“Del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (v. 4). Per essere “dove” lui è, bisogna seguire il comando di amare “come” lui ci ha amati (13,34). Questa, e nessun’altra, è la via.
“Gli disse Tommaso…” (v. 5). Tommaso, che parla a nome di tutti (si noti il plurale), probabilmente pensa che davanti ci sia solo la morte e che la morte sia una fine, non un passaggio. Non era forse venuto a Gerusalemme per morire con Gesù (11,16)? Che altro c’era da aspettarsi? Perciò gli è oscuro il suo parlare e glielo dice. L’interrogativo di Tommaso permette a Gesù di spiegare meglio in cosa consista il suo movimento verso la dimora del Padre e permette a Tommaso e a noi di scoprire che l’unica strada autentica (emerge quindi anche il termine alètheia, “verità”), che permette di raggiungere il Padre, è identificata con la sua persona.
“Io sono la via, la verità e la vita” (v. 6). L’“Io-Sono”, così caro a Giovanni, è qui specificato da tre sostantivi. Gesù, in quanto Figlio amato che ama il Padre e i fratelli, è “la via” della salvezza, perché ci rivela “la verità” di Dio e dell’uomo; ed è “la vita” perché ci dona l’amore, vita di Dio stesso. Egli stesso, vita di tutto ciò che esiste (1,4), possiede e comunica la vita come il Padre (5,26). La via non è una strada, ma una persona da seguire; la verità non è un concetto, ma un uomo da frequentare; la vita non è un dato biologico, ma un amore da amare. Più avanti, nella cosiddetta preghiera sacerdotale (Gv 17), Gesù riprenderà il tema della “vita” (zōē) – che è relazione con Colui che è il Vivente – e pregherà il Padre perché i suoi siano “consacrati nella verità”, ossia siano coinvolti nella consacrazione di Gesù, del suo incarico sacerdotale, del suo sacrificio.
“Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Ci si attenderebbe: “Nessuno va al Padre…”. Gesù dice “viene”, perché lui è nel Padre e il Padre è in lui (v. 10). Il Figlio è l’unica via da seguire per tornare al Padre: per mezzo di lui conosciamo Dio e riconosciamo gli altri come fratelli.
“Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin d’ora voi lo conoscete e l’avete visto…” (v. 7). Gesù è la via per conoscere (nel senso biblico: conoscenza non semplicemente intellettuale ma nella relazione) Dio. È come se Gesù dicesse: “Se foste arrivati a conoscere a fondo me, sareste stati in grado di capire anche chi è il Padre. Ma – e qui interviene subito un conforto dopo un’affermazione quasi di rimprovero – di fatto voi avete cominciato a conoscerlo, avete cominciato a vederlo fin da ora”. Gesù sulla croce manifesterà in pienezza l’amore del Padre. Ma per “conoscerlo” occorre “camminare” sulla stessa via di Gesù, sulla quale i discepoli sono già incamminati. Bisogna partecipare fattivamente al “mistero” dell’amore di Dio per conoscerlo, altrimenti la nostra conoscenza è sempre iniziale. Gregorio di Nissa ha delle intuizioni formidabili su questo punto. Dice: “Fate la prova a mettervi di fronte alla sorgente di un fiume. Voi contemplate l’acqua che sgorga dalla roccia, ma per quanto voi possiate contemplarla emergere dall’oscurità, sarete sempre all’inizio della conoscenza di essa. Come potresti infatti contemplare ciò che si nasconde ancora nel segreto della montagna? Per quanto si perseveri nel contemplare l’acqua che sgorga, si sarà sempre all’inizio”.
“Signore, mostraci il Padre e ci basta” (v. 8). Filippo, chiamato direttamente da Gesù a seguirlo (1,43-46) e da lui interpellato sul pane (6,5s), è colui che ha accolto ed espresso il desiderio dei greci che vogliono vedere il Signore (12,21s). Ora chiede arditamente di vedere il Padre. Il suo desiderio corrisponde a quello di Mosè: “Mostrami la tua gloria!” (Es 33,18). È l’anelito profondo di ogni uomo: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27,8). Il suo volto è la nostra realtà, perché di lui siamo immagine e somiglianza: vedere lui è diventare se stessi. Nel paradiso ci sarà questa visione di Dio, che è beatifica.
Se Tommaso non conosce la via della verità e della vita, pur avendola davanti, Filippo non vede il Padre, pur avendo sotto gli occhi il volto del Figlio. Anche in 6,7 Filippo non capisce il dono del pane che Gesù sta per fare; ora gli chiede di fare quanto da sempre ha fatto: mostrare il Padre!
“Chi ha visto me ha visto il Padre” (v. 9). Queste parole sono il compendio della rivelazione cristiana: il volto dell’uomo Gesù, nostro fratello, è “il Volto” che ci mostra il Padre e ci introduce nella intimità divina. Il tempo del verbo usato in greco è continuativo: “Colui che rimane con lo sguardo rivolto verso di me, rimane anche con lo sguardo rivolto verso il Padre”. È dunque restando in una profonda comunione con Gesù, entrando in Gesù, che il credente è di fatto nel Padre e, grazie a tale intimo rapporto, riceve la capacità di fare le opere di lui: “Ne farà di più grandi” (v. 12). La prova che siamo in Gesù sono le nostre opere. Gesù aveva subito prima detto: “il Padre che rimane in me compie le sue opere” (v. 10). “Rimanendo” in Gesù (nella preghiera sacerdotale Egli pregherà perché i discepoli rimangano in lui, nel suo amore) compiamo le opere del Padre. E Gesù afferma che tali opere saranno “più grandi”. Evidentemente non faremo le opere che ha fatto lui, che compì numerosi miracoli e fece uscire dal sepolcro un morto, ma sono la continuazione della sua opera: sono il “molto frutto” che i tralci porteranno restando uniti alla vite (cf. 15,8). In tal modo continuiamo l’opera di Cristo nel mondo.
Io sono il pastore, Io sono la porta delle pecore
Il Vangelo di oggi, è tratto dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni, nel Gesù utilizza la figura del buon pastore per spiegarci la missione che Egli ha ricevuto dal Padre.
Nell’Antico Testamento Dio stesso compare come il pastore di Israele. Ed Israele – nelle parole del Sal 23 – riconosce in Lui il suo pastore: "Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me" (v. 4). In Ezechiele 34-37 l’immagine del pastore è ancora una volta riferita a Dio, che cercherà le sue pecore e si occuperà di loro. Nei Vangeli questa immagine diviene profezia dell'attività di Gesù.
Una sorprendente profezia è quella del pastore percosso e ucciso in Zaccaria 13,7, evento che profetizza l’inizio dell’ultima svolta della storia: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come per un figlio unico [...] In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità" (Zc 12,10; 13,1). L'evangelista Giovanni collega questa immagine di Zaccaria del pastore e la sorgente per la purificazione dei peccati e dell’impurità al costato aperto di Gesù (cf. Gv 19,34), dal quale escono sangue ed acqua (cfr. Gv 19,34). Colui che è stato trafitto sulla croce è la sorgente della purificazione e della guarigione per tutto il mondo. Egli è allo stesso tempo il pastore percosso e ucciso e l'angello immolato: "Ecco l'angello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29). Egli non subisce semplicemente l'uccisione, ma offre la propria vita per le pecore, per ciascuno di noi.
Detto questo, però, nei versetti 1-10 del capitolo 10 del Vangelo in realtà Gesù utilizza un'altra immagine: "Io sono la porta delle pecore". Lui è la porta diventata canre, la porta tra terra e cielo. Lui è allo stesso tempo la porta e il vero Pastore. Il gregge appartiene a Gesù; chi non entra nel recinto attraverso Lui, che è la porta, è un ladro o un brigante. Se uno è un vero pastore - cioè esprime la cura di Gesù buon Pastore - lo dimostra quando entra attraverso Gesù inteso come porta. Non porta se stesso, ma porta alle pecore l'amore che ha per Gesù, e quindi Gesù stesso. Per questo al capitolo 21 del vangelo di Giovanni il Risorto per tre volte interroga Pietro: "Mi ami tu?"; allora "Pasci i miei angnelli, le mie pecorelle" (cfr. Gv 21,15-17).
“Chi non entra nel recinto delle pecore...". Si noti che ci sono due parole che l’evangelista Giovanni usa in questo brano: la prima è aulé, tradotta con recinto. Questa parola non designa mai nella Bibbia un luogo destinato agli animali, ma indicava il recinto dove si trovava, durante l’Esodo, la Tenda del Convegno (Es 27,16; 38,18). Lo stesso termine viene usato più tardi per indicare i cortili del tempio, il sacro recinto del tempio.
La seconda parola è touroros (“il guardiano gli apre…”: v. 3) che significa portinaio, e che non viene mai usata per indicare il custode di un ovile, ma il custode delle porte del tempio.
Diventa inevitabile pensare che il parlare di Gesù è una critica dei capi del popolo. Abbiamo già trovato che Gesù espelle le pecore dalla casa del Padre suo insieme ai buoi (cfr. Gv 2,14ss). I capi del popolo sono ladri e briganti: ladri perché hanno rubato a Dio il suo gregge, perché anziché servirlo lo dominano e lo sfruttano; briganti perché opprimono ed esercitano violenza. Gesù si fa avanti come il vero pastore che è venuto a servire le pecore e dà la vita per esse. Non dà qualcosa, ma dà se stesso. La croce è il fulcro della vita del pastore. "Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso" (Gv 10,17s). L'ha offerta sulla croce, ce la offre sacramentalmente nell'Eucaristia perché riceviamo in noi la sua vita, perché viviamo grazie a Lui e per Lui.
Inoltre tra Gesù pastore e le pecore c'è una mutua conoscenza e appartenenza. Egli si presenta, chiama le sue pecore per nome e le fa uscire per andare altrove (come ha fatto uscire il cieco nato). Egli conosce le pecore perché gli apparengono, ed esse lo conoscono proprio perché sono sue. Si tratta qui di quella conoscenza che si ha tra persone che si amano. Dunque una conoscenza a vicenda e un'appartenenza nell'amore. Ed è in questa conoscenza del Pastore che le percore conoscono anche se stesse; è nella conoscenza di Dio che conosciamo chi siamo veramente e chi siamo chiamati a diventare, figli nel Figlio del Padre.
Se poi guardiamo bene i verbi utilizzati in questi versetti per designare l'opera del pastore – entra, chiama, conduce fuori, cammina con loro – vediamo che essi corrispondono allo schema dell'esodo; sono gli stessi verbi fondamentali di Dio che entra nella situazione dell'uomo prigioniero, lo chiama e lo conduce fuori. Che cosa vuol dire “esodo” se non “uscita”? Dio chiama il suo popolo, lo conduce fuori dalla schiavitù e gli cammina davanti, fa la guida, fa la strada. Non si tratta di riportare a casa queste pecore. Gesù usa l'immagine dicendo che le porta fuori da una situazione di schiavitù del peccato verso la libertà; liberandoci dal peccato diventiamo liberi di corrispondere al sogno che Dio ha per ciascun uomo, quello di realizzarci nell'amore, quello di essere divinizzati grazie al Figlio che ci guida - con la sua parola - in un cammino di verità e di santità.
“In verità, in verità vi dico” (v. 7). È la quindicesima volta che in Giovanni Gesù usa questa formula solenne (e ricorrerà nelle successive pagine del vangelo ancora nove volte), formula nella quale Gesù rivela se stesso. È subito chiaro che, essendo lui la porta delle pecore, nessuno può entrare nella casa di Dio e incontrarsi con Dio se non per mezzo di Lui. Gesù è l’unico mediatore di salvezza, l’unico che davvero può liberarci (“sarà salvo”: 10, 9). Solo per mezzo di Lui - che è "la porta" - si può accedere alla vita (simboleggiata dall’immagine del pascolo: io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza). E questo è possibile perché Egli, il pastore, dà la vita per le pecore (10,11), cioè fa della sua vita, della sua esistenza fino alla morte, un dono per ogni uomo.
“Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” (v. 8). Chi vuol essere capo del popolo, è un falso pastore; a mano che abbia come modello colui che ha lavai i piedi ai suoi discepoli. Salvo alcune eccezioni, non pare che sia proprio così. I profeti hanno sempre denunciato l'ingiustizia e l'oppressione dei capi del popolo. Essi hanno concepito la loro relazione con il popolo in termini di potere, di dominio, di profitto, di privilegio: non in termini di servizio e di donazione.
“ma le pecore non li ascoltarono”. Nel suo insieme le pecore non li hanno ascoltati e, come l'ex cieco, appena si propone a loro la luce, vengono subito alla luce.
"... se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e trovà pascolo". Quindi non solo il pastore deve entrare attraverso Gesù per condurre le pecore al pascolo. Ma ogni cristiano deve continuamente entrare in Lui, he ci libera dalla schiavitù, per uscire, trovando finalmente cibo e e acqua. Lui stesso infatti è il pascolo del gregge, il vero pane di vita (cfr. 6,33.35.48), che soddisfa ogni fame e sete (cfr. Gv 6,35). Chi fa questa esperienza diventa a sua volta pastore per altre pecore che non hanno ancora sperimentato la libertà dei figli e il nutrimento che sazia il cuore umano.
“Il ladro non viene se non per rubare.... Io venni perché abbiano vita...” (v. 10). Gesù è il pastore vero, venuto a salvare i fratelli da questa schiavitù: dando inizio ad un nuovo esodo, li “espelle” dal recinto del tempio e, camminando innalzi a loro, come JHWH nel primo esodo, li conduce alle fonti della vita (Ap 7,17).
I discepoli di Emmaus
Questo racconto si sviluppa nella storia esemplare di un cammino catecumenale, che si conclude con la piena adesione alla fede nel Cristo risorto. Protagonisti sono due discepoli, due “dei loro”, cioè della cerchia degli intimi, che hanno sentito loro stessi l’insegnamento di Gesù, le parole delle Beatitudini, le parole della misericordia, gli inviti sulla rinuncia a tutto, sul dare la propria vita, sullo scandalo della croce. Quindi sono discepoli a cui non manca una istruzione.
E sono in numero di “due”, cioè simbolo di una piccola comunità in cammino. “Due”, nel linguaggio biblico, è principio di molti, come quando Gesù aveva cominciato ad inviare i suoi discepoli a due a due.
“...erano in cammino”. La strada è stata uno strumento al servizio del ministero pubblico di Gesù; in essa Egli ha incontrato il cielo di Gerico e i dieci lebbrosi, lungo la strada ha interpellato i suoi discepoli e ha risposto al notabile ricco, lungo la strada ha camminato davanti a tutti, fino a Gerusalemme. Inoltre la strada è simbolo della vita di ogni persona, luogo della via quotidiana, degli incontri, dei cambiamenti. Infine è simbolo della vita cristiana di chi segue il Signore verso la meta ben chiara: l'incontro definitivo con il Padre che ce lo ha donato come salvatore. I “due” che camminano diventano così icona di ogni comunità cristiana che si lascia evangelizzare del Risorto.
“e conversavano di tutto quello che era accaduto” (v. 14). Durante il cammino si fanno la predica l'un l'altro (il verso usato è ὡμίλουν, da cui viene “omelia” sugli avvenimenti tristi di quei giorni.
“Mentre discorrevano (ὁμιλεῖν) e discutevano (συζητεῖν) insieme...”. Il verbo qui usato (συζητεω) dice che non solo si fanno l'omelia l'un l'altro, ma discutono animatamente tra di loro. Sono uomini che sanno le cose, ma non le hanno del tutto capite. E sono delusi, feriti nelle loro speranze. Si sentono quasi “ingannati” dalle parole che avevano ascoltato da Gesù. Per di più sembrano accusarsi a vicenda del perché le cose siano andate così: di chi è la colpa? Non per nulla quando Gesù li interroga essi sono “col volto triste” di chi ha constatato la rovina delle cose in cui avevano posto fiducia.
Gesù, molto semplicemente, come un viandante si avvicina a questi discepoli delusi e prende il loro passo. È il gesto delicato del Risorto che si adatta al loro “passo”, cioè comprende il loro vissuto e da lì parte per ridare speranza, per aprire una luce nuova[1]. Egli cammina con il passo dei discepoli, degli uomini di oggi, e non come uno che abbia subito qualcosa da dire. Cammina e ascolta. Senza imporsi. È la discrezione di cui si parla nell'Apocalisse: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).
Con loro poi il viandante cammina nella direzione sbagliata, quella dettata dalla fuga. Anche in questo modo il Risorto ci continua a rivelare il volto del Pastore che va in cerca delle pecore smarrite. Non ci abbandona nelle nostre fughe. Ci cerca sempre.
“Ma i loro occhi erano impediti di riconoscerlo” (v. 16). Il Risorto non può essere riconosciuto se egli non si manifesta. Il riconoscimento della sua presenza è sempre un dono di grazia. Ma anche se si fosse manifestato i due discepoli non l'avrebbero riconosciuto: infatti sono nella tristezza, sono troppo presi dai loro ragionamenti, dalle loro discussioni animate, troppo concentrati su se stessi per accorgersi di qualcun altro. La realtà è una, ma nella tristezza l’uomo, ponendo se stesso al centro, non riesce a riconoscere il Signore a causa dei suoi occhi chiusi. Occorre allora guarire l’occhio, la cui cura comincia dall’orecchio: quando cominciamo ad aprire l’orecchio anche l’occhio inizia ad aprirsi.
Come Maria di Magdala lo aveva scambiato per un giardiniere (cf. Gv 20,15), essi lo scambiano per un viandante.
“Ed egli disse loro: ‘Che cosa sono questi discorsi che state facendo fa voi durante il cammino?’” (v. 17). Gesù, quindi, da buon pedagogo non li rimprovera, non interviene con prediche, ma li prende dal punto in cui si trovano interessandosi ai loro problemi. Sa ascoltare in profondità quello che c’è nel cuore di questi due discepoli. Offre loro l'occasione di oggettivare quanto è soggettivo, aiutandoli così a riordinare i loro discorsi e a fare chiarezza in se stessi.
“Uno di loro, di nome Cleopa, gli disse...” (v. 18). Dopo un attimo di smarrimento, Clèopa, meravigliato dall'ignoranza del loro compagno di viaggio, e forse anche in modo poco cortese, gli dice: “Tu solo sei così forestiero...”. Il greco usa il verbo παροικεω, che significa “soggiornare da straniero”; i due discepoli credono, dunque, che questa persona che fa strada con loro sia uno dei tanti pellegrini venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua e si meravigliano che non si sia accorto di quanto è successo in città. In fin dei conti hanno ragione: Gesù è lo “straniero” che dal cielo è sceso sulla terra con l'incarnazione per venire incontro all'uomo fin nel cuore di Gerusalemme, cioè del mistero pasquale.
La situazione si fa comica: colui che sembra non sapere sa, e coloro che credono di sapere[2] non sanno!
Gesù non si spaventa di questa scontrosità, anzi lascia che essa emerga, che vengano espressi i sentimenti profondi. Gesù invita ad esprimersi, non a reprimere: “Che cosa?” (v. 19), cioè: “Ditemi di che si tratta”. Vuole che dal loro cuore emergano tutte le delusioni, tutta la loro amarezza. Gesù, quindi, esercita la sua diaconia di consolazione suscitando, dall’interno, il movimento della libertà nelle coscienze, il calore del cuore, e fa uscir fuori ciò che deve convertirsi.
Ed ecco che i due discepoli, rispondendo, espongono il kerigma (l'annuncio primitivo) ... a metà! “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno ucciso” (vv. 19-21). Conoscono bene Gesù... ma si fermano alla sua morte. Riconoscono che è stato un profeta[3] e riconoscono che in Lui si fondevano armoniosamente la parola e l'azione[4]. Ma la risurrezione non fa parte di quanto sanno. Per questo il loro è un kerigma “a metà”, cioè incompleto. Questi avvenimenti non sono visti nel loro sbocco salvifico, sono privi della loro interpretazione finale.
“Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…”. Ecco qual è il punto dolente di questi discepoli. Dicono di essersi sbagliati, di essere stati degli illusi, ora non sperano più. E questo nonostante il fatto che “alcune donne” li abbiano ἐξέστησαν, “spiazzati” (cfr. v. 22)[5], destabilizzando per un attimo le loro idee, con la notizia che Gesù sarebbe vivo. Nonostante ciò essi non hanno creduto a tali parole. In Lc 24,11 si dice che quanto da loro riportato non è che sciocchezza, favola. Per questo gli “undici e tutti gli altri” “non credettero” a tali parole (v. 11). È vero che gli apostoli sono andati comunque al sepolcro, riscontrando che era vuoto, “ma lui non l'hanno visto”. Cioè il sepolcro vuoto non è una prova sufficiente della risurrezione. Per questo sono ancora con il volto triste: manca la parola che apra loro l’intelligenza su quanto è stato riscontrato, che interpreti quanto avvenuto alla luce della Resurrezione.
Ed ecco che Gesù, uscendo allo scoperto, richiama i discepoli, fa vedere il loro male: “Stolti (ἀνόητοι) e tardi di cuore (βραδεῖς τῇ καρδίᾳ) nel credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!” (v. 25), nel credere cioè alle promesse divine contenute nella Scrittura, nel Dio della fedeltà. Li rimprovera di essere “senza intelligenza”[6] e “lenti di cuore”[7]. E subito inizia la catechesi, o meglio una liturgia della parola che segue lo schema sinagogale[8]: “E cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27). Gesù, l'ermeneuta per eccellenza[9], fa loro capire quello che rimane a loro oscuro: “Non bisognava (ἔδει)[10] che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (v. 26). Da notare che il testo non dice quali sono i testi a cui si è riferito Gesù. Ugo di S. Vittore afferma che “tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento”. Si tratta allora di leggerla nel modo giusto, di non cogliere solo un brano qui e là; tutta la rivelazione anticotestamentaria è una parola capace di illuminare il mistero di Gesù. Il problema è che questa “luce” è rimasta velata ai discepoli fino ad ora, e Gesù è venuto a togliere questo velo aprendo il loro cuore e la loro mente alla comprensione piena. È da notare il passaggio dalla tristezza sfiduciata alla gioia che arde nel cuore, come poco dopo gli stessi discepoli riconosceranno (v. 32). Quindi una gioia che nasce dall’aver capito che l’AT si è compiuto in Gesù. E, per di più, ora essi capiscono che anche Gesù per capire qual era la volontà di Dio è dovuto ricorrere a quel libro che conteneva la storia d’amore tra Dio ed il suo popolo. Gesù non aveva un filo diretto per conoscere la volontà del Padre, ma ha a sua volta utilizzato quel libro. Questo scalda il cuore, perché fa ritrovare il bandolo della nostra esistenza alla luce della Parola di Dio.
Possiamo ora dare una prima conclusione. Il Signore opera la consolazione. Essa, secondo 2Cor 1,3-4, è il ministero che deve esercitare anche la Chiesa. Si potrebbe dire la diaconia della tristezza umana mediante la consolazione dello Spirito; far venire fuori dal cuore dell’uomo tutta la mancanza di speranza e trasformarla in gioia (cf. 1Pt 3,13-16). È allora necessaria la compagnia lungo il cammino, l’ascolto delle speranze, delusioni, e, se sarà necessario, si dovrà aiutare le persone ad esprimerle. Finché gli esseri umani sono soddisfatti di sé, delle consolazioni apparenti, con cui il mondo tenta di riempirli, essi non avvertono alcun bisogno di essere salvati, nessuno bisogno del Vangelo.
Gli Atti degli Apostoli saranno un commentario di questo racconto: la diaconia delle Scritture, alla quale gli apostoli si dedicheranno, insieme alla preghiera (cf. At 6,4), è ben lontana dall’essere una cattedra di Bibbia. Essa è un codice offerto alla tristezza degli esseri umani perché possano decifrarne la causa e trovarne rimedio.
“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto’” (vv. 28-29). La richiesta pressante perché Gesù resti con i discepoli[11] è motivata con l’appressarsi del buio della notte. Qui l’evangelista sembra alludere al senso simbolico della frase: Gesù è portatore di luce. In realtà i discepoli hanno cominciato ad aderire a lui e, in un certo qual modo, volevano trattenerlo. Ricordiamoci che in Giovanni Gesù dice alla Maddalena di “non trattenerlo”. Gesù va seguito, non trattenuto.
“Egli entrò per rimanere con loro”. La risposta di Gesù non si fa attendere. Non si dice qui dove Gesù entrò, se era in una casa, in una locanda o altrove. Questo lasciare nel vago il luogo ci spinge a pensare che prima di tutto entrò nel loro cuore, nella loro mente, in una parola nella loro vita.
Nei vv. 30-31 il racconto tocca il suo culmine. L’evangelista non perde tempo in particolari: si ferma esclusivamente a descrivere ciò che fece Gesù: “quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (v. 30). Sono le parole con cui lo stesso Luca, con la frase “spezzare il pane”, indica il pasto eucaristico in At 2,42.46 e 20,7. La fractio panis segue la fractio Verbi. Nel sacramento eucaristico, cuore di tutto il sistema sacramentale, il cammino catechistico dei discepoli di Gesù si compie: “Allora si aprirono loro gli occhi (letteralmente: 'i loro occhi furono aperti [da Gesù ] grandemente e lo riconobbero”. È quindi per grazia che lo riconobbero. Troviamo questa espressione in Gen 3,7 quando si parla della trasgressione dei progenitori: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”. Là per conoscere che hanno perso tutto, qui per riconoscere che tutto hanno ricevuto. Là per vedere i loro limiti, qui per accogliere la grazia che è loro concessa. Là volevano diventare come Dio, qui riconoscono Dio che si è fatto come loro. Ci sono diverse maniere di mangiare![12]
Ecco come Gesù si manifesta anche a noi oggi - oltre alla sua Parola -: nell’Eucaristia. Dunque la duplice mensa: quella della Parola e dell’Eucaristia. Tuttavia anche il riconoscimento in questi “segni” della sua presenza è dono suo: non sono infatti i discepoli ad “aprire” gli occhi, ma, come dice il verbo utilizzato, questi occhi vengono aperti dalla parola di Gesù. È questa sua Parola che apre i nostri occhi a riconoscere la sua presenza nel segno sacramentale.
“Ma egli sparì dalla loro vista” (v. 31). Sparisce lo straniero e rimane il Risorto. Rimane anche se non lo vediamo. Ora essi sanno che egli c'è, e non hanno nemmeno più bisogno di vederlo. Sanno che il Risorto, benché invisibile, è sempre presente.
Alla fine, rileggendo la loro esperienza, constatano: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto...” (v. 32). La parola usata è forte: non si dice soltanto “il cuore si riscaldava”, ma “il cuore ardeva”. Queste parole richiamano quelle di Gesù stesso: “Sono venuto a buttar fuoco sulla terra” (Lc 12,49), un fuoco che, bruciando, produce poi anche divisione, scuotimento e imitazione, e che qui comincia a manifestarsi come sconvolgimento interno.
Allora i discepoli “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”, quindi invertono marcia. Hanno ricevuto quel cibo che dà forza per compiere il lungo viaggio che ancora rimane (cf. 1Re 19,1-8). La destinazione però non è nuova: è il luogo della quotidianità, della comunità. E, precisa l'evangelista, partono “senza indugio (ἀναστάντες)”, letteralmente: “balzando in piedi tornarono...”. È quasi la stessa esperienza del profeta Geremia. Come fare a contenere quello che brucia nel cuore? Bisogna correre a Gerusalemme per condividere questa straordinaria notizia.
A Gerusalemme “trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro”. Entrano partiti di corsa per annunciare agli undici la buona notizia della risurrezione di Gesù, ma prima hanno dovuto ascoltarla dagli undici. Poi tocca a loro e il loro racconto si svolge in due tempi, come la loro esperienza: dapprima raccontano o, meglio, fanno l'esegesi della loro esperienza lungo la strada. Gesù era stato l'ermeneuta per comprendere le Scritture (v. 27: διερμήνευω). Ora loro stessi sono gli esegeti che traggono insegnamenti da quanto hanno vissuto (v. 35: ἐξηγεομαι). In secondo luogo raccontano com'è avvenuto il riconoscimento di Gesù. Qui occorre tener presente che il verbo è al passivo e andrebbe dunque meglio tradotto sottolineando il fatto che è Gesù a essersi fatto riconoscere: “si fece riconoscere” da loro (v. 35). Ancora una volta è sottolineato che è per grazia che avviene il riconoscimento.
Nel tempo di una giornata e nello spazio di un cammino di alcuni chilometri, i due discepoli sono stati testimoni e protagonisti della fractio verbi, della fractio panis e della fractio gaudii. La condivisione è totale: parola, pane e gioia.
Riflettiamo. Dopo quell’intuizione folgorante, nella quale i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù risorto, tutto torna all’ordinarietà. Gesù scompare e tutto torna ad essere apparentemente come prima: la locanda, la tavola, il pane, i compagni. Tutto uguale, eppure tutto ora è diverso. È un’esperienza inesprimibile. È la parola di Dio che ci ricorda il senso della nostra esistenza rinnovando in noi l’assenso della fede. È quello che accade a questi discepoli. Il Signore ravviva la fede per mezzo della lettura dell’AT. Poi c’è l’eucaristia, cioè il sacramento. Non è che l’Eucaristia sia meno importante, ma necessita della fede per essere vissuta non semplicemente come rito esteriore, ma come vero e proprio incontro con il Risorto. Nel passato talvolta la Chiesa ha peccato di sacramentalismo esasperato. Il sacramento è una cosa, la fede è un’altra. Quello che ci fa crescere nella fede è la nostra conversione che avviene attraverso il confronto con la Parola.
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[1] Con Gesù si realizza quello che Dio aveva promesso a Mosé: “Io camminerò con voi e ti darò riposo” (Es 33,14).
[2] Si noti che il nome Clèopa – quello di uno dei due discepoli – sembrerebbe una contrazione di Cleopatros, e in tal caso significa “padre famoso”. Qualche esegeta, però, propone un'altra etimologia: Kleopas deriverebbe da pas, “tutto”, e kleos, “notizia”. Questo discepolo sarebbe dunque uno che sa tutto, che è al corrente di ogni cosa!
[3] Al cap. 7, quando Gesù guarisce il figlio della vedova di Nain, il Vangelo dice: “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: 'Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo'”.
[4] Si noti che qui si dice che Gesù era potente in “opere”, e solo come secondo termine si dice “in parole”. L'operare di Gesù precede e dà spessore alla parola (cioè la parola trova la sua verità quando si realizza, quando si compie), la quale spiega il senso di tali opere. Anche all'inizio degli Atti degli Apostoli troviamo tale espressione: “quello che Gesù fece è insegnò” (At 1,1).
[5] Il verbo greco, tradotto con “li hanno sconvolti”, letteralmente significa “rimuovere da un posto”, dunque piazzare altrove, spiazzare.
[6] L'espressione ἀνόητοι è la stessa che utilizza Paolo a due riprese nella Lettera ai Galati: “o stolti Galati” (Gal 3,1 e ancora: “siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne?”. Sappiamo quanto forte sia il rimprovero di Paolo per coloro che si sono lasciati ammaliare da altro che non sia il vangelo di Gesù Cristo come lui lo ha presentato.
[7] Sappiamo che il cuore per gli ebrei non era tanto la sede del sentimento, ma della regione, dell'io personale e quindi delle decisioni.
[8] Nella sinagoga si leggevano due testi: uno dal Pentateuco, e sappiamo che Mosé viene presentato come l'autore dei primi cinque libri della Bibbia; e uno dai Profeti, tutti gli altri libri.
[9] Il verbo qui utilizzato, tradotto con “spiegò”, è proprio διερμήνευσεν (dia + emēneuō). Gesù è l'esegeta che offre la migliore interpretazione della Scrittura, presentando se stesso come la chiave di interpretazione di essa. Nel vangelo di Giovanni egli affermò: “Le Scritture mi rendono testimonianza” (Gv 5,39).
[10] Ritroviamo qui quel δει (“bisogna, è necessario”) che Gesù aveva già utilizzato negli annunci della passione (cfr. Lc 9,22; 17,25). Questa è la volontà del Padre e a questa Cristo ha risposto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7; cfr. Sal 40,7-9).
[11] Il verbo qui utilizzato (παρεβιάσομαι) significa “costringere ad accettare”. Per gli orientali l'insistenza fa parte della buona educazione.
[12] Cfr. R. Mandirola, In cammino con il Risorto, EDB, Bologna 2010, 35.