Padre Michele
Quarta domenica di Avvento
Nella prima lettura troviamo l'oracolo di Isaia 7 sull'Emmanuele. Per dare fiducia e coraggio al re timoroso , il profeta offre un segno da parte di Dio, una garanzia di protezione di fronte al pericolo: : «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il neonato è motivo di speranza perché con il suo nome (Emmanuele - "Dio con noi") ricorda che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo. La stabilità e la sicurezza di un uomo, di una famiglia, di un popolo, di un regno, della Chiesa stessa non sta nella potenza umana, ma nella fede. «Se non crederete, non resterete saldi», aveva detto il profeta a nome di Dio (Is 7,9b).
Ma qual è la reazione del re all'oracolo del profeta? Egli, sicuro della sua logica «forte», rifiuta perentoriamente la «debole» logica divina della fede, dell'affidamento della nostra povera umanità a Dio. Certo, un bambino è del tutto incapace di assicurare una vittoria militare, e tuttavia è simbolo dell'inesauribile potenza di vita, con le sue molteplici possibilità.
Questa profezia ritorna anche nel Vangelo. Giuseppe, che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20). Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». In tal modo Giuseppe non rimane solo testimone del mistero dell’incarnazione, ma è chiamato con la sua paternità e collaborare a questo mistero.
Si noti che nelle parole dell'angelo si precisa bene quale salvezza ci viene data da questo bambino: «salverà il suo popolo dai suoi peccati». E' un annuncio che potrebbe rimanere anche deludente. Ci aspettiamo di essere salvati dall'oppressione dalle sofferenze, dalla situazione di povertà, dalla mancanza di libertà, dalla miseria della nostra esistenza. E spesso ciò non avviene. Ecco la delusione. Invece la salvezza è più profonda, più radicale: dai peccati. Cioè da ciò che - nonostante le fatiche e le sofferenze della vita - ci condurrebbe al fallimento esistenziale, cioè a non vivere in pienezza la vita che ci è donata per grazia pur in mezzo alla precarietà che connota l'esistenza sulla terra, e non conseguire la meta della gioia straripante nel paradiso. Giuseppe, discendente di Davide, a differenza di Acaz, crede e accondiscende a questo modo di agire divino; per questo non esita ad accogliere in Maria questo bambino e dargli lui stesso il nome Gesù.
Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la promessa non secondo la modalità sognata dalla maggioranza, ma in un modo totalmente inaspettato, nella modalità che solo Dio può pensare (lo scandalo della croce).
E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio.
Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare.
· A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14). Davvero l’Emmanuele perfetto sfolgora nel “Dio-con-noi”, in Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27), che ci porta la pace. «Io sono con voi»: questa è la realtà dell’Emmanuele. «Io sono» è il nome proprio di Dio, è il Cristo risorto, «costituito Filgio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dai morti» (Rm 1,4) che rimane con la comunità per sempre, tutti i giorni, fino al compimento della storia.
Terza domenica di Avvento
L’atmosfera di questa domenica di Avvento, chiamata domenica “Gaudete”, è ben espressa dall’antifona di ingresso: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. Il Signore è vicino!» (cfr. Fil 4,4.5).
Già domenica scorsa c’era motivo per rallegrarsi: Dio non si rassegna al fallimento dell’uomo e continua ad intervenire nella storia per salvarlo, per dare vita: dal tronco di Iesse, infatti, spunterà un germoglio; Dio farà sì che l’impossibile – la convivenza tra il lupo e l’agnello, tra il leopardo e il capretto, tra il vitello e il leoncello, tra la mucca e l’orsa, tra il leone e il bue, e perfino tra il lattante e la vipera – si renda possibile. Ciò che all’uomo risulta impossibile, a Dio non lo è! (cfr. Is 11,1-10)
Oggi motivo di grande gioia ci è dato da una pagina stupenda dello stesso profeta Isaia (35,1-10): «si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e giubilo». Perché tanta letizia? Perché ancora una volta il Signore interviene: perché Dio parla al deserto, alla terra arida e alla steppa (queste tre espressioni sono sinonime poiché il deserto in Giuda non è del tipo Sahara, quanto piuttosto di colline o pianure aride, in cui non piove quasi mai e la vegetazione è quasi completamente assente) e gli chiede l’impossibile: «Fiorisci!». Le parole di Isaia sono poetiche, rivolte al deserto come se fosse una persona umana, invitata a riprendere vita e a gioire.
«Sarà dato alla steppa la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron» (v. 2). Il Libano, in confronto a Israele, era un paradiso. Infatti “Carmelo” in ebraico vuol dire “giardino”, “campo fertile”. Insomma, Isaia invita il deserto ad esultare, perché la sua sterilità è finita: d’ora in poi sarà paragonabile alle terre più ricche.
Ed ora, dopo aver annunciato un cambiamento radicale della natura, il profeta si rivolge ai credenti: «Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2). Proprio perché Dio si manifesterà nella sua gloria come il Dio della vita, non c’è più spazio per la tristezza e per lo scoraggiamento: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (v. 3). Se Dio è capace di far fiorire il deserto, nulla ci deve più preoccupare! Il profeta chiede addirittura che diventiamo noi stessi messaggeri di speranza («Dite agli smarriti di cuore…»), di contagiare gli increduli e gli smarriti di cuore. Il motivo della speranza ci viene subito spiegato: come Dio ha operato l’impossibile nella natura, così opera l’impossibile della salvezza anche per chi lo accoglie.
I segni saranno la sconfitta delle malattie umane. E, come al solito, Dio fa le cose in grande: lo zoppo non solo camminerà, ma salterà come un cervo! La lingua del muto non solo ritornerà a parlare, ma griderà di gioia! Del resto, Dio ha fatto fiorire il deserto, non un’aiuola un po’ ingiallita.
Un secondo cambiamento riguarda il morale: i prigionieri saranno riscattati, coloro che per qualsiasi motivo sono lontani da Gerusalemme vi potranno tornare, perché ci sarà una strada costruita apposta per loro; e si sprigionerà la gioia, anche questa esagerata: «verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10).
Se, dunque, il profeta ci ha invitato alla gioia, è perché la sorgente di essa è Dio stesso, il Dio della vita che viene, che viene a salvarci e tale salvezza coinvolge il mondo intero, coinvolge anche la natura.
Nel Vangelo, invece, paradossalmente chi è smarrito è lo stesso Giovanni Battista. Egli, dal carcere, per mezzo di alcuni discepoli, pone una domanda a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (v. 3) È curioso il fatto che proprio il Battista che aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso nel battesimo al Giordano: «Sono io che devo essere battezzato da te», ora non capisce e dubita di essersi sbagliato. Il messia atteso dal Battista era quello dove «ogni albero che non dà frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 3,10), il regno dei giusti sognato da ogni persona religiosa («Il tuo popolo sarà tutto di giusti»: Is 60,21). Gesù, che Matteo ha presentato sin dall'inizio del suo Vangelo come il «Dio con noi» (1,23), invece di castigare i peccatori e chiamare i giusti a raccolta per inaugurare un regno di soli santi, ha dichiarato che lui non è «venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Ogni persona, indipendentemente dalla sua condotta, è oggetto dell'amore del Padre, che non giudica gli uomini, ma a tutti, peccatori o meno, comunica la sua vita. Ecco allora l’incomprensione di Giovanni, il dubbio che nasce da un messia diverso da quello che egli si aspettava: la “vendetta” divina di cui parlava Isaia non va compresa in senso puramente punitivo nei confronti dei peccatori, ma come atto di giustizia di Dio che in Cristo ci salva nonostante la sofferenza e il male che rimane ancora presente nella storia fino alla fine del mondo. Non è venuto per sradicare i peccatori ma a vincere il male – e il Nemico per eccellenza, il padre della menzogna –e offrire a tutti coloro che lo accolgono nella fede misericordia e salvezza.
Sono dunque le opere del Cristo quelle che hanno sconcertato il Battista, e sono le proprie opere quelle che Gesù invita i discepoli a udire e a vedere: «Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete...», e fa la sintesi dei capitoli 8 e 9: «i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella» (vv. 4-5). Gesù risponde con i fatti e le sue sono tutte azioni positive tendenti a restituire vita al popolo – tanto che si parla anche di lebbrosi che vengono guariti e morti risuscitati!). Le opere compiute dal Cristo sono state da lui riassunte in sei azioni (comprendendo in esse l'annuncio del Vangelo), come i giorni della creazione, e di esse nessuna è di giudizio o di condanna.
Le gesta elencate da Gesù erano ben conosciute, perché erano le classiche opere del Messia annunziate dai profeti (Is 26,19; 35,5-6; 61,1-3). Sono opere di guarigione che diventano segno della vera guarigione che Egli vuole operare in noi: è venuto ad aprirci gli occhi perché lo riconosciamo nella fede; se siamo zoppi perché fatichiamo a camminare, ci rende capaci di camminare nella via della vita (lui stesso è la Via, la verità e la vita) verso la meta eterna; ci rende capaci di ascoltare la sua Parola; ci guarisce dalla lebbra del peccato; chi accoglie lui passa dalla morte alla vita. Tutte le situazioni di povertà – quelle che caratterizzano lo stato del povero – ricevono la buona notizia del Vangelo.
Gesù chiude l'elenco delle azioni da lui compiute con un'esortazione, rivolta a Giovanni – e a ciascuno di noi -, ad accoglierlo: «e beato colui che non si scandalizza di me»!
Aurora e speranza di un mondo nuovo
La solennità dell'Immacolata concezione di Maria è come l'aurora che annuncia il giorno della venuta del Salvatore; nell'illibatezza della Vergine, la Chiesa contempla la speranza del mondo redento e salvato. Nella notte del peccato, agli albori della storia umana, compare la promesssa divina che il male non è l'ultima parola: da una donna verrà la luce che vince le tenebre (I lettura). Il suo nome è Maria, la "piena di grazia" per un privilegio singolare di Dio e " degna dimora" per accogliere il "Santo" che nascerà da lei (Vangelo).
La bellezza di Maria ci rapisce.
La bellezza di Maria consiste in primo luogo nello splendore assoluto che proviene dalla pienezza della grazia in Lei, pienezza che lo stesso Arcangelo Gabriele ha salutato e che esprime in maniera così mirabile San Louis-Marie Grignion de Monfort, con queste parole: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria»... Una pienezza di grazia che la rende “più bella di tutte le signore che conosco”, affermava Bernadette Soubirous, nel 1854, al Commissario Jacquomet, similmente a tutti coloro che hanno avuto il privilegio inaudito di vedere “la Bella Signora” (cfr. le veggenti di La Salette)...
Ma oltre al dono della pienezza di grazia, la bellezza di Maria è considerare anche come risposta a tale dono, alla sua docilità alla grazia, per mezzo della quale si è lasciata configurare a Cristo, divenendo così l’«opera d’arte» di Dio. L’essenza di Maria è come un materiale malleabile a disposizione dell’agire divino; «si deve vedere nella vita di Maria il prototipo di ciò che l’Ars Dei può fare d’una argilla umana che non vi si oppone»[1]. Von Balthasar sottolinea che anche sul piano naturale «l’immagine di Maria è inattaccabile; per gli stessi increduli ha il valore di una bellezza intangibile»[2].
Per papa Benedetto XVI, che spesso ha invitato i cristiani a parlare di Bellezza e a percorrere la Via pulchritudinis, Maria è la Stella splendente di luce e di bellezza, che annuncia e anticipa il nostro futuro, la condizione definitiva a cui Dio, Padre ricco di misericordia, ci chiama. «I Padri e i Dottori della Chiesa, facendosi eco anche del comune sentire dei fedeli e riflettendo su ciò che la liturgia celebrava, hanno proclamato il singolare privilegio di Maria e hanno illustrato la sua luminosa bellezza»[3].
Molto significativa è anche la via suggerita da Paolo VI: «Accessibile a tutti, anche alle anime più semplici, è la via della Bellezza che ci induce alla dottrina misteriosa, meravigliosa, stupenda della Vergine di Nazareth. Maria è la creatura tota pulchra, è lo speculum sine macula, è l’ideale supremo di perfezione che in ogni tempo gli artisti hanno cercato di riprodurre nelle loro opere; è la Donna vestita di sole (Ap 12,1), nella quale i raggi purissimi della bellezza umana si incontrano con quelli sovrani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale»[4].
La bellezza di Maria – che la tradizione cristiana acclama come tota pulchra – tutta Bella (Ct 4,7) – coincide con la sua piena santità, mentre il simbolo dello specchio si riferisce a Sap 7,26, ove si afferma che la Sapienza è «uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà». Chiaro il riferimento alla immacolatezza della Vergine, che le permette di riflettere sul mondo la luce della Sapienza Incarnata, in tutta la sua Bellezza. Anche San Giovanni apostolo nella «Donna vestita di Sole» dell’Apocalisse fa ricorso ad un simbolo cosmico di bellezza: un richiamo a Maria aurora della redenzione.
Per Agostino d’Ippona la Madre di Dio è la Donna che ridà «dignità alla terra» (dignitas terrae)[5]. Questo attributo di Maria può essere tradotto in vari modi: vanto della terra, fiore della terra, splendore della terra, profumo della terra o, letteralmente, «dignità della terra». Maria è la gloria, il vanto di tutta la terra, perché Madre di Dio, perché Madre Vergine, perché immune da ogni peccato, perché nuova Eva[6]. Ed in particolare è Madre della Bellezza, «di quella bellezza che è splendore della Bontà e della Verità. Perciò Maria è bella: è bella allorché con cuore umile (bonitas) e con parola vera (veritas) accoglie la volontà di Dio e si lascia possedere dallo Spirito di pace»[7].
Maria rivela il mistero della collaborazione della creatura con Dio all'opera della salvezza: «ecce ancilla Domini» (Lc 1,38). L’obbedienza implica l’attenzione costante e l’impegno di tutte le forze morali. Se è vero che Cristo è il solo e universale salvatore dell'umanità, è anche vero che ogni uomo è chiamato a collaborare a tale opera di salvezza caricandosi su di sè e per amore - come ha fatto Cristo - le angosce, le preoccupazioni, le ottusità, le sofferenze, le povertà dei fratelli e delle sorelle. Questa collaborazione con Cristo diventa tanto più piena quanto più ci si lascia trasformare dalla grazia - cioè quanto più ci lasciamo salvare e assumiamo in noi i sentimenti e i pensieri di Cristo (cristificazione) -. Maria in questa collaborazione - come dice la recente nota Mater populi fidelis - ha partecipato in «modo unico e supremo. Perché lei è la "piena di grazia" (Lc 1,28) che, senza frapporre ostacoli all’opera di Dio, ha detto: "Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (n. 32). E aggiunge: «Maria è un canto all’efficacia della grazia di Dio, cosicché qualsiasi attestazione della sua bellezza rimanda immediatamente alla glorificazione della fonte di ogni bene: la Trinità. L’incomparabile grandezza di Maria risiede in ciò che lei ha ricevuto e nella sua disponibilità fiduciosa a lasciarsi ricolmare dallo Spirito» (n. 33).
Impariamo da Maria questa disponibilità; cerchiamo di assomigliare a lei, chiediamole la sua materna intercessione perché ogni remora del nostro "sì" venga dissipata, superata dalla grazia che ci sostiene e ci sprona ad essere anche noi oggi collaboratori docili all'opera del Signore affinché la salvezza raggiunga tutti gli uomini.
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[1] S. De Fiores, Maria, Centro di Cultura Mariana, Roma 1991, p. 359.
[2] Cf H. Urs Von Balthasar, La gloire et la croix. Les aspects esthétiques de la revelation, I: Apparition, Paris – Aubier 1965, p. 474-475.
[3] Cf Benedetto XVI, XV seduta pubblica delle Pontefice Accademie, (Roma 16 dicembre 2010).
[4] Cf Paolo VI, Allocuzione ai rappresentanti al VII congresso mariologico internazionale, Libreria Vaticana, Roma 16.05.1975.
[5] Cf De Gen. c. Man. 2,24,37: PL 34,216, NBA IX/1, 170.
[6] Cf Sant’Agostino, Maria, Dignitas Terrae, Vol. 12, a cura di O. Campagna, Città Nuova, Roma 1995, p. 31.
[7] Cf A. Gouhier, L’approche de Marie selon la Via pulchritudinis et la Via veritatis, in «Études mariales» 32-33, (1975), p. 70-80.
Seconda domenica di Avvento (anno A)
Viviamo l'Avvento con il desiderio di accogliere la venuta del Signore. Scrivendo ai Romani, san Paolo ricorda che accogliere Cristo significa accogliersi gli uni gli altri (II lettura), precisando che ciò è possibile perché "Cristo accolse voi". Come possiamo noi credenti non accogliere i fratelli se ci sentiamo accolti e amati da Cristo stesso? Ne abbiamo fatto esperienza?
Nel Vangelo, poi, Giovanni Battista ci invita alla conversione. Egli - come ci racconta l'evangelista - vestiva come il rude Elia, profeta di sangue e di fuoco, anch’egli fasciato da una cintura divina (cfr. 2Re 1,8). La dieta del Battista era tipica degli abitanti del deserto (v. 3) costretti a sopravvivere di cibo selvatico. Ma soprattutto per l’evangelista quel “look” rafforza il senso della missione di Giovanni, richiamata al v. 3 (citazione di Isaia): egli è colui che Dio ha scelto per gli ultimi preparativi e ha il compito di facilitare l’incontro tra Gesù e il suo popolo. Giovanni non si concede nulla che fuoriesca dal minimo indispensabile per soddisfare i bisogni primari (vestito e cibo), tutto proteso alla realizzazione della sua missione.
Le sue parole, alla pari di quelle di Elia, hanno una urgenza scottante, annunciano capovolgimenti radicali. Egli è infatti l’ultimo profeta, quell’Elia che doveva tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore ormai vicina ("il regno dei cieli è vicino", cioè sta venendo). Egli ha il compito di creare l’attesa di Colui che viene dopo di lui.
Le sue parole sono chiare: “convertitevi”! Che significa: cambiare prospettiva, orizzonte, condotta, tornare indietro dalle vie inique rivolgendo il cuore al Signore. È l’esigenza di ri-orientamento della propria esistenza guardando in direzione di Colui che solo può dare significato alla nostra vita. E anche per noi che crediamo al Signore e ci stiamo impegnando in un cammino spirituale, l'invito alla conversione rimane ugualmente impellente, perché siamo chiamati a convertici a tutte quelle forme di incoerenza, o di fuga realtà concrete che siamo chiamati ad affrontare con coraggio, o di apatia e disimpegno, e da tutte quelle realtà che ci distraggono o sono futili, che non ci permettono di rimanere concentrati su ciò che è davvero necessario per la nostra salvezza - il deserto, infatti, è segno di quello spogliamento che favorisce il ritrovare noi stessi e il Signore -.
Il forte monito del Battista alla conversione viene accolta dalle folle che vanno da lui a confessare i peccati. Tale confessione non perdona i peccati, né il battesimo ha evidentemente un valore sacramentale. I due segni – l’ammissione delle proprie colpe e l’acqua ricevuta – sono corpose espressioni di volontà di cambiamento. Le persone sono pertanto preparate da Giovanni a ricevere Colui che veramente potrà perdonarle e trasformarle (cfr. vv. 11-12).
Con questo annuncio inoltre Giovanni smaschera quella falsa sicurezza di chi - farisei e sadducei - credeva di essere garantito dal ceppo di Abramo, e di ricevere come un diritto acquisito il dono del Messia. Ma il messia che sta arrivando considererà la natura dell’albero, osservando i suoi frutti. Come un contadino avveduto (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; 28,23-29), Dio non si lascia ingannare dalla natura del ceppo (Is 6,13; Ez 31,3.12; Dn 4,12) e trovando quell’albero sterile si mostra pronto a levare la scure. In particolare verso i farisei e i sadducei pronuncia parole molto dure: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”. È come dire: non siete figli di Dio, ma del Serpente (= Satana), prestate orecchio non alla parola del Padre che dà vita, ma a quella della menzogna che uccide. L’essere figli di Abramo, infatti, impegna in una coerenza di vita, come appunto fece il grande patriarca. In caso contrario, non c’è possibilità di salvezza. Parole dure che però non sono di condanna, ma un forte monito alla conversione.
È tuttavia da notare che nelle parole del Battista c'è un respiro universale: il dono della salvezza non è soltanto destinato ai “figli di Abramo”, ma a tutti i popoli. L’immagine della scure va compresa anche in riferimento alla profezia del germoglio di Iesse di Is 11,33-34). Dio aveva piantato un giardino di alberi scelti (Is 5,1-7), la casa di Israele da cui attendeva frutti di giustizia; Israele e il giudaismo sono ora un albero secco che sta per essere reciso, ma dalle radici troncate nascerà un germoglio, che è appunto il Messia davidico. Con l’avvento del Messia si compie dunque la benedizione promessa ad Abramo e rivolte a tutte le genti: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), a cui fa eco il Sal. 71,17.
In questa domenica sentiamoci provocati dal Battista a fare verità nel nostro cuore per una conversione ancora più profonda. Guardiamo dentro di noi se ci sono ancora delle false sicurezze, degli idoli, delle realtà alle quali non vogliamo fare a meno, degli attaccamenti disordinati, che non ci rendono pienamente liberi di seguire il Signore, di dire il nostro sì pieno, come lo ha detto la Vergine Maria (vedi solennità dell'Immacolata di domani).
Sull'esempio di Giuseppe accogliamo Gesù che viene
In questo tempo di Avvento vogliamo imparare da Giuseppe come accogliere Gesù. Per questo vi propongo una meditazione su Mt 1,18-25: l’annunciazione a Giuseppe e la paternità legale di Gesù
In Mt 1,18 leggiamo: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo…». La traduzione letterale di tale versetto è la seguente: «di Gesù Cristo la genesi fu così: sua madre Maria…». L’evangelista usa la parola “genesi”, che significa anche “nascita”, ma che per noi credenti ci rimanda alla Genesi, alla creazione (Gen 1).
Il termine “genesi” era stato utilizzato anche al v. 1 del vangelo, termine con il quale Matteo, esperto di Scrittura, inizia il suo libro. Letteralmente leggiamo: «Libro della genesi di Gesù il Messia, figlio di Davide, figlio di Abramo». Poi ai vv. 2-16 seguono i nomi della genealogia.
L’evangelista ci lascia intendere che si tratta di una genesi nuova, originale, perché si ha una novità che rompe lo schema classico della genealogia. Infatti la lunga serie del figlio generato dal padre («Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe…») si interrompe con Giuseppe per aprirsi alla sorpresa dell’azione potente di Dio che, come protagonista, entra nella storia e rende feconda Maria (v. 16). In questo seno materno Dio riplasma l’uomo attraverso la potenza dello Spirito Santo. Attraverso Maria si ha un nuovo inizio in Gesù. Questa nuova Genesi, dopo quella della creazione e la successiva storia del peccato, comporta la novità della grazia che Cristo ci procura, della salvezza che ci è offerta con l’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. In questa nuova genesi Giuseppe e Maria sono pienamente coinvolti.
Certo, Giuseppe – che non poteva sapere tutto questo – si lasciò coinvolgere mediante la sua fede nel piano sconvolgente di Dio. Che sconvolse anche le sue prospettive, facendo sua la prospettiva di Dio.
Il testo evangelico ci dice che di fronte al concepimento verginale di Maria, «Giuseppe suo sposo», che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (v. 19). Consapevole che il figlio non è suo, a Giuseppe si presentano diverse soluzioni: far finta di niente e accettarla come sposa, ma evidentemente rimarrebbe l’ombra del tradimento. In alternativa, se Giuseppe dicesse in sinagoga che Myriam, sua futura sposa, prima della celebrazione del matrimonio aspettava un figlio e il figlio non era suo, la avrebbero accusata di adulterio. Sulla sua parola la donna verrebbe portata fuori del paese e lapidata. Giuseppe, invece, da uomo giusto, sceglie di non ripudiarla – non volendo esporre Maria che ama alla condanna e alla morte –, ma di licenziarla in segreto, cioè senza spiegare il motivo, usando una prerogativa che la Torà gli offriva (Pr 18,22; Lv 5,1). Giuseppe può attribuirsi la responsabilità del ripudio; può affermare che ha dei motivi per non sposarla, senza accusarla pubblicamente. A quel punto non è più adultera, ma è ripudiata. Non spiegando il motivo del ripudio gli stessi motivi che hanno spinto Giuseppe a fare tale scelta potrebbero essere messi sotto sospetto. Preferisce esporsi lui all’incomprensione e al disonore, che esporre Maria. Intuiamo anche il dolore di Giuseppe per la separazione da Maria. «Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (v. 20).
Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Si noti che questo annuncio della missione del Messia – come giustamente annota Ratzinger - «potrebbe apparire anche deludente. L'attesa comune della salvezza è orientata soprattutto verso la concreta situazione penosa di Israele: verso la restaurazione del regno davidico, verso la libertà e l'indipendenza di Israele e con ciò, naturalmente, anche verso un benessere materiale di un popolo in parte impoverito. La promessa del perdono dei peccati appare troppo poco e insieme troppo: troppo, perché si invade la sfera riservata a Dio stesso; troppo poco, perché sembra che non sia presa in considerazione la sofferenza concreta di Israele e il suo reale bisogno di salvezza. In fondo, già in queste parole, è anticipata tutta la controversia sulla messianicità di Gesù: ha veramente redento Israele o forse è rimasto tutto come prima? È la missione, così come Egli l'ha vissuta, la risposta alla promessa o non lo è? Sicuramente non corrisponde all'attesa immediata della salvezza messianica da parte egli uomini, che si sentivano oppressi non tanto dai loro peccati, quanto piuttosto dalle loro sofferenze, dalla loro mancanza di libertà, dalla miseria della loro esistenza»[1]. Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la vera salvezza, quella che va davvero desiderata. Si noti che per ben quattro volte Giuseppe coglie nel sogno le indicazioni della volontà divina (cfr. Mt 1,20; 2,13.19.22). Si pone allora la domanda: sono capace di discernimento? Non solo scrutando la volontà di Dio nella parola di Dio, ma anche in tutte quelle mediazioni ed eventi per mezzo delle quali il Signore mi interpella? E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che appunto unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede[2]. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio. Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che per la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare. A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14): «Jhwh stesso vi darà un segno. Ecco, la giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Ricordiamo il contesto storico dell’oracolo di Isaia 7,1-17. Era l’anno 734 a.C. La Siria (gli Aramei), confinante con l’Assiria, avendo di fronte a sé la prospettiva di essere ingoiata dal colosso assiro, gioca una carta politico-militare, cercando di coinvolgere il regno settentrionale d’Israele (Samaria), piuttosto reticente e riluttante, in una coalizione anti-assira. Ma per avere le spalle coperte, Israele deve convincere anche il regno meridionale di Giuda (Gerusalemme) e il suo sovrano Acaz a entrare in coalizione. È a questo punto che entra in scena Isaia, il quale chiede al re di non allearsi con nessuno e di resistere con le proprie forze alle armate siro-efraimitiche. «Ma se non crederete, non avrete stabilità».
- A garanzia della sua proposta Isaia offre al re un segno che certifichi il sostegno divino: «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Questa creatura che apparirà all’orizzonte fosco di quei giorni nascerà da un ‘almah, un termine ebraico che indica una giovane donna che non ha ancora partorito e che può essere nubile o coniugata (Gen 24,43; Es 2,8; Ct 1,3, 6-7-8; Pro 30,19). In ebraico per indicare “vergine” c’è un termine specifico, betulah. Già san Girolamo osservava che nel testo ebraico è scritto “giovinetta e non “vergine”. È possibile pensare che gli ascoltatori di Isaia tendessero a identificare questa donna, nonostante l’indeterminatezza voluta dal profeta, nella giovane moglie del sovrano, Abia, figlia di Zaccaria (2Cr 29, 1), che fino a quel momento non aveva dato al re un erede. Il segno, perciò, ribadirebbe la fedeltà di Dio alla promessa fatta alla dinastia davidica (2Sam 7), fedeltà che si manifesterà nella nascita di un erede giusto all’empio Acaz. E infatti Ezechia, suo figlio, sarà un re pio e fedele.
- Il secondo elemento del segno è il nome simbolico “Emmanuele”: il neonato incarnerà un messaggio divino di speranza perché ricorderà con le sue azioni che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo.
- Al bambino viene poi attribuita una dieta, che compone il terzo dato del segno: «Egli mangerà panna e miele». All’espressione classica “latte e miele”, usata spesso nella Bibbia per celebrare la terra promessa, si sostituisce una variante curiosa e ambigua, quella della “panna” che rende incerto anche il significato simbolico del “miele”. Infatti, la panna o meglio il latte cagliato è immagine di felicità dopo un pranzo abbondante nella calura pomeridiana (Gen 18,6-8; 2Sam 17,28-29), o nella descrizione della fertilità di un territorio (Dt 8,7-9; 2Re 18,31-32). Ma è anche simbolo di cibo di fortuna, come sembrano suggerire gli Annali di Tiglat-pileser, il sovrano assiro. Infatti essi parlano di eliminazione totale delle coltivazioni di Giuda; la popolazione era stata ridotta allo stato nomadico e si era rifugiata nei boschi con gli ultimi capi di bestiame sottratti alla requisizione assira. Da essi otteneva un po’ di latte per dissetarsi e nei favi di miele selvatico ricercava un sostentamento precario. Dato il valore simbolico che il cibo ha in tutte le culture questa dieta dell’Emmanuele non rivela una situazione di splendore economico (come con la più comune locuzione “latte e miele”) ma l’inaugurarsi di un’epoca di instabilità o di insicurezza (“miele e panna”), almeno temporanea.
- Ultima componente del segno è il futuro del bambino. Se per i primi anni di vita del neonato il popolo di Giuda avrà vita difficile (“panna e miele”), quando il figlio della “giovane donna” raggiungerà l’età della ragione e il trono, il paese dei due re del terrore, la Siria e Samaria, sarà abbandonato alla devastazione e quindi per Giuda sorgerà un’aurora di serenità e di pace.
Affermato il significato di base dell’oracolo isaiano, è necessario però intuirne anche la tensione verso quell’orizzonte ulteriore che renderà i cc. 7-12 di Isaia uno dei testi classici del messianismo. Il segno isaiano, divenuto messianico in senso pieno, si fa, così, cristologico: l’Emmanuele perfetto, intravisto in modo limitato in Ezechia, ora sfolgora nel “Dio-con-noi” Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27). Egli porterà la pace.
L’applicazione dell’oracolo al Cristo trascina con sé anche quella mariana. La “giovane donna”, madre di Ezechia, si trasfigura e diventa la madre del Messia perfetto, è Maria, non più “giovane donna” soltanto, né sterile, come avveniva in altri racconti di nascite celebri (Isacco, Sansone, Samuele), ma “vergine”, perché il figlio che da lei nascerà non proviene «né da carne né da volere di uomo, ma da Dio». A questa variazione, d’altronde, l’evangelista era già stato condotto dall’antica tradizione greca pre-cristiana della Bibbia, quella cosiddetta dei Settanta, che aveva reso ‘almah, la “giovane donna” di Is 7,14 con parthénos, “vergine”.
Il v. 24 del nostro testo ci racconta l’esecuzione dell’ordine divino: «Svegliatosi dal sonno, Giuseppe fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato». Egli così accoglie Maria, sua “fidanzata”, e con lei accoglie il Figlio.
Ma anche qui oserei dire di più: forse Giuseppe – che è consapevole di essere discendenza di Davide e ha ricevuto dall’angelo il nome di dare il nome a quel bimbo –, ha fatto lui stesso memoria di questa profezia isaiana e forse ha intuito che Gesù il bambino che nascerà da Maria mangerà «panna e miele». Gli episodi che solo Matteo ci racconta, cioè la fuga in Egitto (cfr. Mt 2,13-15), la strage degli innocenti (cfr. Mt 2,16-18), la permanenza in un paese straniero fino alla morte di Erode, poi il ritorno in patria – obbedendo questa volta ad un altro imperativo dell’angelo: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele» (Mt 2,20) –, probabilmente sono stati vissuti da Giuseppe con uno sguardo di fede; forse ha intuito che dopo questi tempi di profonda instabilità e precarietà – da lui vissuti con grande mitezza e speranza – finalmente, grazie a Gesù, sarebbe arrivata la salvezza e la pace. Egli avrebbe finalmente regnato. Certo, Giuseppe non ha visto tutto ciò; ma noi credenti sappiamo che Gesù è venuto a inaugurare sulla terra il Regno di Dio nella sua persona, e che Egli può regnare – non tanto sulle cose della terra, ma sui nostri cuori – quando lo accogliamo come il Signore che, con la sua morte e risurrezione, ci ha salvato dal peccato e dalla morte. Forse non per nulla in Matteo, dopo la morte di Gesù, appare un altro uomo, anche lui con il nome di Giuseppe, che era «diventato discepolo di Gesù» (Mt 27,57). Egli chiede a Pilato il corpo di Gesù e si occupa della sepoltura. Probabilmente non aveva ancora capito – come le molte donne che erano sul Golgota e che avevano seguito dalla Galilea – la portata della morte in croce per amore di Gesù. Maria invece sì – e infatti non è citata tra le donne che l’evangelista elenca – (cfr. Mt 27,56). Questo secondo Giuseppe – figura del discepolo, che prende tra le mani il corpo dato per noi – ci interpella: come accogliamo il mistero della croce per mezzo della quale il Salvatore, che è venuto nella carne, ci ha salvati? In che misura lasciamo ragnare Cristo nei nostri cuori, accettando con fede anche le sofferenze e le croci in unione con lui?
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[1] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 53-54. Ratzinger nota che Gesù nell'episodio del paralitico calato dal tetto, le parole di Gesù (“Figlio, ti sono perdonati i peccati”: Mc 2,5) sono in pieno contrasto con le aspettative dei portatori che l'avevano portato per una guarigione fisica. Se poi, alla fine, questa avviene, è perché Gesù ha voluto che fosse segno di quella interiore.
[2] Si tratta di un atteggiamento di fede che contrasta con una visione umana delle cose e come gli eventi dovrebbero secondo noi andare; visione umana che porta non raramente al pessimismo e allo scoraggiamento.
Il nostro «eccomi» dal profondo di un cuore umile
In questo tempo di Avvento vogliamo accogliere il Cristo che viene, che si fa carne, sintonizzando il nostro cuore al cuore di Cristo. Contempliamo l’umiltà di Colui che – come leggiamo in Fil 2,5-8 – si è abbassato per amore: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce».
Se Dio fosse sceso in mezzo a noi rivestito di gloria e di splendore, nessuno lo avrebbe amato. Se fosse apparso con terribile potenza, chi avrebbe voluto avvicinarsi a lui? Nell’umiltà di Cristo si svela la vera natura di Dio: l’amore. Perché «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). L’amore ha come sua espressione nativa il farsi prossimo all’altro, scendendo allo stesso livello dell’altro che si ama. Ed è quello che il Verbo ha fatto. Il Dio che si è fatto carne nel seno di Maria, rendendola madre (il termine mater deriva da materia, nel senso più nobile del termine, che indica realtà, concretezza) è lo stesso che si fa presente nel cuore della materia del mondo, nell’Eucarestia. Maria è diventata l’ostensione dell’umiltà di Dio. Gesù non è quindi disceso sulla terra per umiliarci ma per esaltarci. «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio»[1].
Insieme a Cristo in questa meditazione vogliamo anche contemplare Maria, prendendo sul serio lo stile di vita povero e umile che ha reso possibile in lei l’azione potente di Dio, come Ella stessa canta nella prima parte del Magnificat (Lc 1,45-50):
L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Che senso ha essere umili?
L’umiltà non è mai stata di moda, tanto meno lo è ora. La cultura nella quale viviamo è fortemente competitiva. Fin da piccoli siamo costretti a misurare le nostre capacità e i nostri risultati con un sistema di voti che ci mette a confronto con gli altri: sono insufficiente, buono, ottimo; valgo 4, 5, 6, 7; 18, 25, 30… Bisogna ottenere performance ben determinate! Risultato: siamo tutti in ansia. Il lessico puramente economico delle nostre scuole ne è ulteriore conferma: profitto, rendimento, crediti, debiti.
Spesso nel mondo del lavoro la logica della performance diviene ancora più feroce. L’unico scopo di molte aziende è generare profitto. Manager e sottoposti vengono valutati in base ai risultati del trimestre. Bisogna correre, essere spregiudicati e aggressivi contro la concorrenza. L’umiltà e la mitezza non vengono nemmeno prese in considerazione.
Naturalmente non mancano le eccezioni. Ma è questa la cultura nella quale viviamo. Una cultura narcisistica, nella quale ciò che conta è l’affermazione dell’“io”, la lotta per imporre la propria volontà, il proprio riconoscimento sociale. L’orgoglio ci spinge ad essere vincenti, ad affrontare il duro mondo della competizione globale. Orgoglio è sinonimo di fierezza, coraggio, determinazione. Umile è sinonimo di perdente.
Che senso ha allora essere umili? Ce lo insegna Gesù. E ci è di modello la Vergine Maria. L’umiltà – come abbiamo letto in Fil 2,5-8 - costituisce la forma di vita di Cristo. Potremmo dire: l’umiltà è un altro modo per dire incarnazione. Il più grande di tutti, colui di cui non si può pensare nulla di più grande, si fa il più piccolo, il servo di tutti e, proprio in questa sua abissale umiltà, manifesta la sua sconfinata grandezza. Egli ci invita ad imparare da Lui che è mite e umile di cuore.
Alla domanda: «Che senso ha essere umili?» possiamo rispondere così: anzitutto l’umiltà non è una virtù tra le altre, ma una postura, un atteggiamento profondo dell’anima da cui le virtù fioriscono come da una fertile terra. L’umiltà è da un lato un atteggiamento profondo che viviamo per lo sguardo realistico sull’esistenza – siamo creature deboli e fragili, bisognose – e dall’altra è una qualità stessa di Dio: «L’umiltà in sé stessa è divina e sfugge a ogni comprensione»[2]. Quindi è insieme un atteggiamento di verità su noi stessi e una chiamata – in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio – a somigliare a Dio. Ed è anche – come canta Maria nel Magnifica – la disposizione interiore necessaria affinché Dio compia in noi meraviglie: «ha guardato l’umiltà della sua serva»!
Uno scoglio nascosto
Se già da queste brevi frasi intuiamo il valore dell’umiltà e vogliamo realisticamente vivere così la nostra vita – in modo radicalmente controcorrente nei confronti della cultura che respiriamo – è allora necessario che prendiamo coscienza di ciò che ci ostacola in tale vissuto: lo scoglio nascosto presente nel nostro cuore. San Cassiano ci dice che l’orgoglio è uno scoglio nascosto che nessuno può evitare. Leggiamo: «L’orgoglio è come uno scoglio pericolosissimo coperto dalla schiuma delle onde, che sorprende all’improvviso e fa naufragare miseramente coloro che navigano con vento favorevole, quando non se l’aspettano né possono prevederlo»[3].
Non è così immediato vederlo. Infatti non si nutre solo del nostro egocentrismo, ma anche del bene che facciamo. Gregorio Magno ci insegna: «Quando si vive lottando energicamente contro i vizi, per ciò stesso si generano nel cuore sentimenti di presunzione e quando l’anima, di fuori, sconfigge valorosamente le colpe, spesso in segreto, dentro di sé, si gonfia di orgoglio»[4].
La medesima dinamica può avvenire facendo il bene. La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-12) è chiara: praticando le opere di bene – l’elemosina, la preghiera e il digiuno, anche oltre a quello che prescrive la legge - il fariseo coltiva dentro di sé la serpe velenosa della superbia. Il male è nascosto nell’ipertrofia dell’io che lo spinge a paragonarsi agli altri uomini, disprezzandoli: «Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; e neppure come questo pubblicano». Questo fariseo prima condanna il mondo e poi, non contento di ciò, si mette a giudicare il poveretto che gli sta accanto. Concentrato solo su di sé egli rende grazie a Dio non per essere buono, ma per essere il solo. «Non ringrazia Dio per i beni che ha ricevuto, quanto piuttosto dei mali che scorge negli altri»[5].
Difficilmente arriviamo ad un orgoglio così profondo e radicato, tuttavia, ammettiamolo, dentro ognuno di noi abita un piccolo fariseo sempre pronto a giudicare gli altri. Il male è nascosto nel paragone con gli altri. Ci esaltiamo perché ci riteniamo migliori degli altri.
Altri evidenti segnali che non siamo ancora profondamente umili è la presenza del sentimento dell’invidia. Incontrare altri che ci superano ci tormenta, versa sale sulle ferite procurateci dalla scarsa considerazione che abbiamo di noi stessi. Normalmente, per non soffrire, preferiamo isolarci. Altre volte però arriviamo perfino a desiderare la scomparsa di chi con la sua grandezza ci umilia. Pensiamo per esempio all’episodio biblico dell’invidia del re Saul nei confronti di Davide. Se poi ricopriamo un posto di potere, questo desiderio può anche tramutarsi in realtà.
Si noti che l’invidia – al contrario dell’umiltà – è uno sguardo non vero sulla realtà. Perché se può essere vero che ognuno di noi ha doni e ualiqualità diverse, Dio non ci lascia mai senza doni. La parabola delle monete d’oro (Lc 19,12-27) che l’uomo nobile consegna ai suoi servi su questo è illuminante: dà a tutti i servi la stessa quantità di denaro: una moneta. Quando consideriamo l’immenso amore che Dio ha per noi, l’invidia non può attecchire nel nostro cuore. Quello che importa all’anima è di essere amata. Quando nella fede siamo certi dell’amore di Dio, nulla ci manca. Cosa dovremmo invidiare che già non possediamo?
Altri segni che possono manifestare in noi lo scoglio dell’orgoglio sono i seguenti: il non saper collaborare con gli altri (volendo che l’altro faccia come voglio io), oppure il voler fare per conto proprio perché – come dice il detto - «chi fa per se fa per tre»; il non ascoltare gli altri (anche se sento quello che mi dicono in realtà non ascolto) e – oserei aggiungere – lo scoraggiamento. Sì, lo scoraggiamento potrebbe essere un segno di non umiltà, di non fede e abbandono nelle mani del Signore. Perché se una persona confida nei propri risultati, nelle proprie forze, consegue che nelle difficoltà e nelle sconfitte si scoraggia. L’umile, invece, mantiene lo sguardo fisso in Dio. Anche se un dispiacere, un fallimento o uno sgarbo ricevuto inizialmente lo può turbare, far vacillare, in breve tempo ritrova in sé la pace.
Un esempio, che traggo da Silvano del Monte Athos, mi sembra significativo: «L’anima dell’umile è come un mare; se uno butta un sasso nel mare, la superfice dell’acqua si muove per un attimo, poi esso sprofonda nell’abisso. Così ogni pena è sommersa nel cuore dell’umile; perché in lui abita la forza di Dio»[6].
Nel cuore dell’umile ogni pena è sommersa dalla certezza dell’amore infinito di Dio. Quando viviamo sotto il suo sguardo, vediamo con più chiarezza chi siamo. Riconosciamo i nostri limiti, i nostri peccati, ma anche tutto il bene che siamo: «Ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda» (Sal 139,14). Godiamo così di una grande pace. Se veniamo raggiunti da una parola o da un gesto d’incomprensione, rimaniamo feriti come capita a tutti. In poco tempo però riacquistiamo la pace. Conoscendo le nostre debolezze, accettiamo con più facilità quelle degli altri. Se invece ci consideriamo dei grandi, basta un niente perché la nostra anima rimanga turbata per giorni.
Nell’umile abita la forza di Dio. Un bambino amato dai genitori non soffre più di tanto se alcuni compagni lo deridono. L’umile è grato di un sorriso, di una stretta di mano, di un favore. Si ricorda di tutti i doni che hanno reso possibile la sua vita.
Inoltre l’umile – a differenza dell’orgoglioso e del superbo che guarda solo a se stesso – è capace di stupore. Quando contempliamo un tramonto, quando guardiamo la sconfinata distesa del mare, quando siamo sorpresi da un arcobaleno che spunta improvviso tra le nuvole e proviamo stupore e ammirazione è un buon segno (cfr. Sal 8). Perché il sentimento originale e autentico di fronte alla bellezza della creazione è l’umiltà, ci sentiamo quasi indegni. Il bambino è molto più capace di stupirsi del bello. L’orgoglio subentra successivamente quando, crescendo, perdiamo la capacità di sorprenderci, ripiegando lo sguardo su noi stessi. I nostri nemici sono i pensieri di orgoglio che ci impediscono di godere della bellezza che abita il mondo. Quando nel nostro cuore parla l’ambizione, vediamo solo i nostri progetti, i nostri programmi e i mezzi per raggiungerli. Tutti presi da noi stessi, non sappiamo più stupirci di nulla. Se però, come i bambini, torniamo ad aprirci a ciò che è più grande di noi, e a guardare anche gli eventi della vita – di ciò che è inaspettato ed è per il nostro e altrui bene – lo stupore sgorga dal profondo di noi stessi. Non guardiamo più la creazione e gli eventi della vita come qualcosa di conosciuto o di ripetitivo, ma sappiamo cogliere i segni della presenza del Signore.
Sarebbe proprio bello, in questo tempo di Avvento, cogliere con stupore e gratitudine i segni della venuta del Signore nel nostro oggi! Coglierli con l’atteggiamento interiore di Maria che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
La vera grandezza
Da quanto abbiamo sopra detto cominciamo a scoprire che l’umiltà nasconde, dietro un’apparenza poco attraente, una grande bellezza. Gesù ci ha detto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 12,14). Dobbiamo scendere dalla vanità dell’orgoglio fino all’umiltà, per elevarci di lì fino a conquistare i vertici della vera grandezza[7].
Ma in cosa consiste questa grandezza? In Maria queste meraviglie si dettagliano come le prerogative che per pura grazia lei ha ricevuto con la maternità divina, come immacolatezza d’amore nella verginità, nella maternità e nella sponsalità. Ma, allo stesso tempo, sono segno dell’intenzionalità divina: anche in noi Dio vuole compiere grandi cose! E l’umiltà è la porta stretta per raggiungere la vera grandezza. Per mezzo di essa lasciamo che il Signore – come canta Maria – compia grandi cose in noi e per mezzo di noi. Che ci renda santi. Perché se è vero che la santità esige anche il nostro impegno, essa è prima di tutto dono, azione di Dio in colui che è umile e nella fede si affida incondizionatamente a Lui. Una santità che ci renda riflesso di Cristo (essere luce di Colui che è la Luce: cfr. Mt 5,13) a tal punto che chi ci incontra possa intravedere il volto di Cristo. Diventare persone così belle, armoniose, gioiose, che sappiano dar sapore alla vita di chi ci incontra (essere sale della terra).
Con questo desiderio vogliamo ora guardare a Maria, alla sua bellezza – che è riflesso della sua santità -, affinché possiamo anche noi assomigliargli imparando da lei ad accogliere con piena fede Gesù nella nostra vita. E – con lei e come lei – poter cantare: «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente».
Nell’annunciazione Maria è bella per il suo «sì» incondizionato alla volontà divina. Non ha dubitato dell’azione “impossibile” di Dio, cioè che una vergine generi! E, per aggiunta, che Dio non avrebbe dissolto la sua verginità (cfr. Lc 1,34), ma avrebbe realizzato il suo progetto storico-salvifico proprio attraverso di essa. Giustamente sant’Agostino ci dice: Maria «piena di fede ha concepito Cristo prima nel cuore che nel suo corpo»[8]. Un versetto molto significativo che ci offre uno squarcio sul cuore di Maria è il seguente: «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Maria non solo è stata docile allo Spirito nell’accogliere la volontà divina manifesta, ma è stata anche docile, nell’oscurità della fede, ad accogliere gli eventi nella sua vita – anche quelli che sembravano contraddire le promesse dell’angelo riguardo a Cristo: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre»: Lc 1,31-32 – meditandoli nel suo cuore. La sua fede non vacillava nella certezza che il Signore è fedele, che Egli opera per vie che non sono le vie degli uomini. Così con questa fede meditativa Maria ha dovuto sostenere “lo scandalo della mangiatoia”, la fuga in Egitto, la perdita e il ritrovamento di Gesù nel tempio, i trent’anni di vita nascosta di Gesù nei quali nulla di appariscente sembrava accadere, l’inizio della sua missione pubblica che lo porterà presto alle prime opposizioni, conflittualità che lo porterà alla croce sotto la quale Maria sta come “donna-sposa” unita allo Sposo in contemplazione e totale offerta della sua vita al Padre per la redenzione dell’umanità.
Nel Vangelo di Luca troviamo un altro passo nel quale si parla dell’importanza di saper custodire nel cuore, è il passo finale della spiegazione della parabola del seme. Gesù conclude la sua spiegazione dicendo che il seme caduto «sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (Lc 8,15).
Il cuore di Maria è per noi il modello di come, nella fede, va accolta e custodita la Parola. Maria è rimasta capace di riesprimere in tutta la sua vita quell’«eccomi sono la serva del Signore».
Se, secondo Fil 2,6, la decisione di Gesù Cristo di assumere la forma esistenziale del «servo» del Signore ha comportato per lui di non considerare come possesso degno di essere stimato e gelosamente salvaguardato (harpagmòn) la propria condizione divina. E la lettera agli Ebrei precisa che l’intenzione fondamentale di Gesù Cristo, al momento del suo ingresso nel mondo (cfr. 10,5), era di «fare la volontà del Padre» (vv. 7.9). Si può dunque osservare che all’«Ecco, io vengo a fare la tua volontà», che fin dall’Incarnazione anima tutta la vicenda terrena di Cristo, «servo del Signore» (Eb 10,9), in sintonia abbiamo l’«Avvenga per me secondo la tua parola» (cfr. Lc 1,38) che sintetizza – almeno dall’annunciazione in poi - l’intera vita della serva del Signore.
Infine uno sguardo alla croce è doveroso. Sappiamo che la contemplazione cristiana del Natale già intravvede in quell’evento la prefigurazione della croce. Così la mangiatoia che serviva per mettere il cibo per nutrire gli animali diviene segno di Colui che si darà da mangiare come Cibo di vita eterna; la deposizione del bimbo in essa diviene segno della sua deposizione nel sepolcro; le stesse fasce con le quali il bimbo viene amorevolmente avvolto da Maria diventano profezia delle fasce nelle quali verrà avvolto dopo la morte in croce per essere deposto nel sepolcro.
Sappiamo che dall’alto della croce Gesù affida a Maria i propri discepoli, che, qui come a Cana, vede nella sua funzione di donna: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26). Maria ai piedi della croce con-soffre con il Figlio ed è al compiersi dell’ora del Figlio suo che essa diventa Madre del nuovo popolo di Dio, della Chiesa di Dio. In essa si realizza quanto disse Isaia: «Nasce forse un paese in un giorno?... Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli» (66,8).
Sotto la croce contempliamo la bellezza trasfigurata di una Madre sofferente che genera i suoi figli in unione e sintonia perfetta con lo Sposo che dà la vita. L’ora di Gesù è anche l’ora della Madre. Quell’ora di cui l’evangelista Giovanni ci ha parlato nell’episodio di Cana è giunta per entrambi. L’«eccomi» di Maria è in perfetto accordo con l’«eccomi» di Gesù che è entrato nel mondo («Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»: Eb 10,7») e che nella sua ora glorifica il Padre (cfr. Gv 17,1-5) donando la sua vita per noi.
Accanto a Maria c’era «il discepolo che Gesù amava», il discepolo che ha potuto vivere la sua più nera giornata non nella solitudine mortale, ma sorretto dalla fede di «colei che ha creduto» (Lc 1,45) e continuava a credere. Anche dopo la morte di Gesù. Benché fosse stata trapassata dalla spada che trafigge l’anima (cfr.Lc 2,35), continuava a credere che, pur deposto il corpo di suo figlio nel sepolcro, il Maestro è il Signore della vita.
Quel discepolo, come ben sappiamo, rappresenta tutti noi. E, come nota la recente Nota Mater Populi fidelis del Dicastero per la dottrina della fede, «solo dopo l’affidamento di Maria come Madre, Gesù riconoscerà che “ogni cosa era compiuta” (Gv 19,28)» (n. 6). In altre parole: in questo suo compimento è compreso anche il ruolo materno di Maria, voluto espressamente dal Signore, dal quale non possiamo farne a meno. Per questo ci affidiamo a lei non solo come atto di fiducia, ma anche per imparare da lei a ridire il nostro «eccomi» nella fede, senza riserve, con piena disponibilità.
Vi auguro di poter vivere questo Avvento con questo atteggiamento interiore di Maria: di ascolto attento e meditante della Parola per cogliere quello che Dio vuole da ciascuno di noi e l’«eccomi» generoso, pieno ad essa, in sintonia con quello di Maria di cui ci sentiamo figli/e.
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[1] Sant’agostino, De Nativitatae Domini, serm. 128, cit. da S. TOMMASO, Summa, III, q. 1, a. 2.
[2] San Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, II, 37, in Comunione con Dio e con gli uomini, Qiqajon, Magnano (BI) 2014, p. 107.
[3] San Giovanni Cassiano, Le Istituzioni cenobitiche, XI, 3.
[4] San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, II, LII, 83.
[5] San Bernardo, I gradi dell’umiltà e della superbia, I, 17, a cura di G. Mura, Città Nuova Editrice, Roma 2019, p. 42.
[6] Silvano del Monte Athos, in Mistici russi, cit., p. 106.
[7] Cfr. Sant’Agostino, Epistola CCXXXII, 6, CSEL LVII, 515.
[8] Cf Agostino, Serm. 215,4: PL 38,1074, NBA XXXII/1 (184-229), 241.
Professione religiosa di MICHELE POTENZA
Commemorazione di tutti i fedeli defunti
In questa commemorazione di tutti fedeli defunti noi cristiani che celebriamo questa ricorrenza non possiamo non volgere lo sguardo verso il cielo per meditare sulle cose “ultime” della vita ed inoltre sentirci in comunione con tutti i nostri cari e tutti quelli che ora vivono nell’eternità. Sì, perché commemorando tutti i fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra vive ed esprime nella Liturgia il vincolo spirituale che la unisce alla Chiesa del cielo. Oggi diamo lode a Dio per la schiera innumerevole dei santi e delle sante di tutti i tempi: uomini e donne comuni, semplici, a volte “ultimi” per il mondo, ma “primi” per Dio. Al tempo stesso già ricordiamo i nostri cari defunti visitando i cimiteri: è motivo di grande consolazione pensare che essi sono in compagnia della Vergine Maria, degli apostoli, dei martiri e di tutti i santi e le sante del Paradiso! La solennità odierna ci aiuta così a considerare una verità fondamentale della fede cristiana, che noi professiamo nel “Credo”: la comunione dei santi. Che cosa significa questo: la comunione dei santi? È la comunione che nasce dalla fede e unisce tutti coloro che appartengono a Cristo in forza del Battesimo. Si tratta di una unione spirituale - tutti siamo uniti! - che non viene spezzata dalla morte, ma prosegue nell’altra vita. In effetti sussiste un legame indistruttibile tra noi viventi in questo mondo e quanti hanno varcato la soglia della morte. Noi quaggiù sulla terra, insieme a coloro che sono entrati nell’eternità, formiamo una sola e grande famiglia. Si mantiene questa familiarità. Questa meravigliosa comunione, questa meravigliosa unione comune tra terra e cielo si attua nel modo più alto ed intenso nella Liturgia, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che esprime e realizza la più profonda unione tra i membri della Chiesa. Nell’Eucaristia, infatti, noi incontriamo Gesù vivo e la sua forza, e attraverso di Lui entriamo in comunione con i nostri fratelli nella fede: quelli che vivono con noi qui in terra e quelli che ci hanno preceduto nell’altra vita, la vita senza fine.
Ed è consolante sapere che ci sono altri fratelli che hanno già raggiunto il cielo, ci attendono e pregano per noi, affinché insieme possiamo contemplare in eterno il volto glorioso e misericordioso del Padre. Nella grande assemblea dei Santi, Dio ha voluto riservare il primo posto alla Madre di Gesù. Maria è al centro della comunione dei santi, quale singolare custode del vincolo della Chiesa universale con Cristo, del vincolo della famiglia. Lei è la Madre, Lei è la Madre nostra, nostra Madre. Per chi vuole seguire Gesù sulla via del Vangelo, lei è la guida sicura, perché è la prima discepola. Lei è la Madre premurosa ed attenta, a cui confidare ogni desiderio e difficoltà. Preghiamo insieme la Regina di tutti i Santi, perché ci aiuti a rispondere con generosità e fedeltà a Dio, che ci chiama ad essere santi come Egli è Santo (cfr Lv 19,2; Mt 5,48).
Inoltre, come dicevamo all’inizio, tale commemorazione ci fa riflettere sulle cose ultime che ancora nel Credo professiamo: del giudizio finale (Credo in Gesù Cristo che “di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti”), nella risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà (cioè la vita eterna).
Credere nel giudizio finale ci impegna a vivere oggi con serietà e impegno la nostra vita cristiana, a rispondere all’amore del Signore che ci amato per primo e vuole la nostra salvezza con prontezza e generosità. Il giudizio finale, infatti, non sarà una sentenza che ci verrà imposta secondo dei criteri di giudizio che non conosciamo, ma consisterà nel rendere conto di come abbiamo vissuto nella nostra vita, di come nella libertà abbiamo scelto giorno per giorno di seguire di Gesù, di amarlo nei fratelli, di spezzare la nostra vita per amore. In altre parole tutto quello che realizziamo in questa vita terrena si ripercuote in gloria in Cielo o in tristezza di chi non potrà accedere al Paradiso (inferno) avendo fallito la propria vita. Se sapessimo contemplare ogni atto della nostra esistenza in questo modo, come sarebbe diversa!
Nel cielo i santi godono della perfetta beatitudine. Il loro stato di felicità perfetta e completa deriva dalla visione di Dio e dalla piena comunione con Lui. È questa la nostra meta. Ed è la speranza di poter raggiungere questa meta che ci conforta e ci incoraggia.
Preghiere
PREGHIERA EUCARISTICA
INSEGNATA DALL' ANGELO

Mio Dio io credo, adoro, spero e Ti amo, ti chiedo perdono per tutti quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Ti amano.
Santissima Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, Vi adoro profondamente e Vi offro il preziosissimo Corpo Sangue Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui è offeso.
E per i meriti infiniti del Sacratissimo Cuore di Gesù e per l’intercessione del Cuore Immacolato di Maria, Vi chiedo la conversione dei poveri peccatori.
PREGHIERE INSEGNATE
DALLA MADONNA
AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA
(PAPA LEONE XIV)

Vergine Santa, Madre di Cristo, nostra speranza, la tua presenza attenta ci accompagni, ci consoli e ci doni, nelle notti della storia, la certezza che in Cristo il male è stato vinto e che ogni uomo è redento dal suo amore.
Perfetta discepola del Signore, hai conservato nel tuo cuore tutte le cose di Dio. Insegnaci ad ascoltare la Parola e a comprenderla interiormente, per camminare sicuri sulla via della santità.
Al tuo Cuore Immacolato affidiamo il mondo intero e l'umanità intera, specialmente i tuoi figli tormentati dal flagello della guerra.
Avvocata della grazia, indicaci la strada della riconciliazione e del perdono.
Non smettere di intercedere per noi nella gioia e nel dolore, e ottienici il dono della pace che imploriamo tanto.
Madre della Chiesa, accoglici benignamente, affinché sotto il tuo manto possiamo trovare rifugio ed essere soccorsi dal tuo aiuto materno nelle prove della vita.
Con te, Vergine Immacolata, manifestiamo il Signore, riconoscendo in ogni momento le grandi opere del suo amore.
Santa Vergine, Madre Assunta al Cielo, Regina della Pace, Signora del Cuore Immacolato, prega per noi.
ATTO DI AFFIDAMENTO ALLA VERGINE DI FATIMA

Salve, Madre del Signore, Vergine Maria, Regina del Rosario di Fatima!
Benedetta fra tutte le donne, sei l'immagine della Chiesa vestita di luce pasquale, sei l'onore del nostro popolo, sei il trionfo sull'assalto del male.
Profezia dell'Amore misericordioso del Padre, Maestra dell'Annuncio della Buona Novella del Figlio, Segno del Fuoco ardente dello Spirito Santo, insegnaci, in questa valle di gioie e dolori, le eterne verità che il Padre rivela ai piccoli.
Mostraci la forza del tuo manto protettore.
Nel tuo Cuore Immacolato sii il rifugio dei peccatori e la via che conduce fino a Dio.
Unito ai miei fratelli, nella Fede, nella Speranza e nell'Amore, a Te mi affido.
Unito ai miei fratelli, mediante Te, a Dio mi consacro, o Vergine del Rosario di Fatima.
E infine, avvolto nella Luce che ci viene dalle tue mani, renderò gloria al Signore nei secoli dei secoli. Amen.
NOVENA A NOSTRA SIGNORA DI FATIMA
Primo giorno
O Vergine di Fatima, Madre di Dio e Madre nostra, che apparendo a tre umili pastorelli hai voluto dare al mondo travagliato dalla guerra un messaggio di speranza e di pace, fa che possiamo ritrovare nella Parola del Signore e nella fede della Chiesa la serenità del cuore, la concordia delle nostre famiglie e dell'umana società.
Ave Maria...Nostra Signora di Fatima prega per noi.
Secondo Giorno
O Vergine di Fatima, Madre di misericordia, che spinta dall'amore per l'umanità, ci hai ricordato il messaggio evangelico di conversione e penitenza per entrare nel Regno dei Cieli, ti ringraziamo di tanta materna sollecitudine per noi tuoi figli peccatori e ti chiediamo innanzitutto la grazia della fedeltà al nostro Battesimo e la perseveranza finale nell'amore di Dio.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Terzo Giorno
O Vergine di Fatima, Madre pietosa di tutti i sofferenti, che esaudisci le preghiere e le lacrime di chi è nella tribolazione o nella malattia, guarda a noi e ai nostri cari, che gemono nell'ora della prova e donaci la salute del corpo e dello spirito per sperimentare oggi e sempre la solenne promessa che il tuo Cuore Immacolato sarà il nostro rifugio e la via che ci conduce a Dio.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Quarto giorno
O Vergine di Fatima, Madre Addolorata che hai vissuto ai piedi della croce la Passione redentrice del tuo Figlio per la nostra salvezza e richiami anche oggi attorno all'Eucarestia, fonte e culmine della nostra vita in Cristo, fa che portiamo all'altare del Signore il fervore della preghiera e i sacrifici della nostra vita per la conversione dei peccatori e il trionfo del tuo Cuore Immacolato.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Quinto giorno
O Vergine di Fatima, Ti affidiamo con fiducia le nostre necessità perché Tu le soccorra, i nostri dolori perché Tu li lenisca, i nostri mali perché Tu li guarisca, i nostri corpi perché Tu li renda puri, i nostri cuori perché siano colmi di amore e di contrizione, e le nostre anime perché con il tuo aiuto si salvino.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Sesto giorno
O Regina della Pace e Madre nostra pietosa, mentre sull'Europa incombeva l'immane sciagura della guerra mondiale, indicasti ai pastorelli di Fatima il modo di liberarci da tante calamità con la recita del Rosario e la pratica della penitenza, ottienici da Dio che fioriscano tra noi con la fede e con le virtù cristiane la pace e la prosperità pubblica, per l'onore tuo e del tuo Figlio divino.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Settimo giorno
O Vergine di Fatima, hai esortato i pastorelli a pregare per il Papa, e hai infuso nelle loro semplici anime una grande venerazione e amore per il Vicario di tuo Figlio e Suo rappresentante sulla terra. Infondi anche nelle nostre anime lo spirito di venerazione e di docilità di fronte all'autorità del Pontefice Romano, la completa adesione a lui e ai suoi insegnamenti, insieme con un grande amore e rispetto per tutti i ministri della santa Chiesa, attraverso i quali riceviamo i sacramenti e partecipiamo alla vita di grazia.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Ottavo giorno
O Vergine di Fatima, nella seconda apparizione assicuraste la salvezza eterna ai piccoli vostri confidenti, tranquillizzaste Lucia con la solenne promessa che non l'avreste mai abbandonata durante il terreno pellegrinaggio, perché il vostro Cuore Immacolato sarebbe stato il suo rifugio e la via che l'avrebbe condotta a Dio; e mostraste loro questo Cuore circondato di spine. O Madre buona, concedete anche a noi, vostri indegni figli, la medesima assicurazione, sicché rifugiati quaggiù nel vostro Cuore Immacolato, lo possiamo consolare col nostro amore e la nostra costante fedeltà, togliendo le acute spine che Gli abbiamo procurato con tante nostre mancanze.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
Nono giorno
O Vergine di Fatima, che ti sei manifestata come la Madonna del Rosario e ci inviti nella recita del Rosario a contemplare i misteri del Figlio tuo con i tuoi stessi occhi e a pregarlo con il tuo Cuore, rendici perseveranti nella preghiera, docili alla volontà del Padre fedeli alla Chiesa e al Papa, per dare a tutti testimonianza gioiosa dell'amore di Dio e della tua presenza materna accanto a noi, o clemente o pia, o dolce Vergine Maria.
Ave Maria... Nostra Signora di Fatima, prega per noi.
ANGELUS

+ L'Angelo del Signore portò l'annunzio a Maria
- Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo.
Ave Maria...
+ Eccomi, sono la serva del Signore.
- Si compia in me la tua parola.
Ave Maria...
+ E il Verbo si fece carne.
- E venne ad abitare in mezzo a noi.
Ave Maria...
+ Prega per noi, santa Madre di Dio.
- Perché siamo resi degni delle promesse di Cristo.
Preghiamo
Infondi nel nostro spirito la Tua grazia, o Padre; Tu, che nell'annunzio dell'angelo ci hai rivelato l'incarnazione del Tuo Figlio, per la Sua passione e la Sua croce guidaci alla gloria della risurrezione. Per Cristo nostro Signore.
REGINA COELI
+ Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.
- Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia.
+ È risorto, come aveva promesso, alleluia.
- Prega il Signore per noi, alleluia.
+ Rallegrati, Vergine Maria, alleluia.
- Il Signore è veramente risorto, alleluia.
Preghiamo
O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine, concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine. Per Cristo nostro Signore, Amen.
PREGHIERA AL LANTERI

O Padre, fonte di ogni vita e santità, hai dato al padre Pio Bruno Lanteri una fede grande in Cristo tuo Figlio, una speranza viva, una carità operosa per la salvezza dei suoi fratelli.
Hai fatto di lui un profeta della tua Parola e un testimone della tua misericordia.
Egli ha amato teneramente Maria e ha insegnato con la sua vita la fedeltà alla Chiesa del tuo Figlio.
Ascolta ora la preghiera della tua famiglia e concedici, per sua interecessione, le grazie che ti chiediamo, affinché per la tua gloria egli possa essere beatificato in terra. Te lo chiediamo per Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore. Amen.
Assunzione della Beata Vergine Maria
L'assunzione della Beata Vergine Maria in corpo ed anima è un è un segno di speranza per noi cristiani, perché rappresenta la sua salita in cielo in anima e corpo, simboleggiando la vittoria sulla morte e la promessa di vita eterna per tutti i credenti. La festa sottolinea che la morte non è la fine, ma un passaggio alla vita eterna accanto a Dio, una certezza che offre conforto e speranza, soprattutto nei momenti di difficoltà. L'Assunzione di Maria ci ispira quindi a guardare oltre le difficoltà della vita terrena, mantenendo lo sguardo fisso sulla meta celeste, dove troveremo la pienezza della gioia e la beatitudine.
L'assunzione della Vergine Maria è un'azione potente di Dio; da parte sua Maria - Maria, con la sua fede e il suo "sì" a Dio - ha collaborato all'azione di Dio in lei rendendosi totalmente. E in questo ci è di modello per la nostra risposta di fede.
La prima lettura - l'Apocalisse di Giovanni (Ap 11,19a;12-1-10) che leggiamo in questa solennità, ci presenta l'immagine di “una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”. Tale figura è da identificarsi innanzitutto con il popolo di Israele,
il quale ha due caratteristiche fondamentali (soprattutto nei profeti e nei salmi): è la donna sposa ed è la donna madre. È la sposa legata a Dio dal vincolo nuziale (l’alleanza), chiamata alla fedeltà verso il suo Sposo, ma è anche la prostituta, perché tradisce l’amore della sua giovinezza (cfr Os, Ger, Ez). Ed è anche la donna feconda che partorisce figli, che genera i figli dell’alleanza. Siamo perciò di fronte al simbolo del nuovo popolo di Dio nella sua dimensione nuziale per rapporto a Dio e nella sua dimensione materna in quanto chiamato a generare i figli dell’alleanza, che in questo caso sarà la nuova alleanza.
Questa donna però diventa anche figura di Maria, membro eccellente di Israele e della Chiesa di Cristo. Come è salvata dall'azione potente di Dio, così la salvezza di Maria è anche prefigurazione della nostra salvezza, di un Dio che in Gesù ha già vinto il peccato, la morte e il Nemico.
Vediamo ora come è descritta questa donna dal nostro testo dell'Apocalisse.
È “vestita”. Attraverso tutta l’Apocalisse si snoda la tematica del vestito della sposa. Esso è tessuto dalla fidanzata nella stagione del tempo ed è indossato dalla sposa nel giorno delle nozze dell’Agnello. La tessitura del vestito da sposa che la fidanzata fa sono le opere dei santi (cfr. Ap 19,8).
È “vestita di sole”. Dio l’ha rivestita di sole, o forse meglio: «avvolta della luce del sole»[1]. Il significato di questa affermazione è duplice:
a) il sole rappresenta il vertice della creazione del cosmo nell’ambito delle cose, rappresenta perciò un punto alto nell’attività creatrice di Dio. “Vestita di sole” significa che Dio vuole rivestire questo popolo – come già ha vestito la donna – con i migliori doni della nuova creazione. La donna – come il popolo in futuro – risplende di luce, come il volto del «Simile a Figlio d'uomo» (1,16), e partecipa anticipatamente del fulgore che illuminerà la città santa del mondo nuovo (cfr. 21,23; 22,5). Per la luce di cui è circonfusa la Donna si colloca allora idealmente nel campo che si contrappone al regno della Bestia e all'abisso infernale;
b) inoltre nell’Antico Testamento, in modo particolare nei salmi, il sole come massimo astro, come sorgente di luce e di vita, è l’immagine di Dio stesso. Non è casuale che anche Gesù abbia insegnato che il Padre celeste “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni” (Mt 5,45). Inoltre, nel segno celeste della trasfigurazione di Cristo, il suo volto “brillò come il sole” (Mt 17,2). Allo stesso modo il profeta dell’Apocalisse dichiara di aver contemplato il volto del Risorto sfolgorante “come il sole quando splende in tutta la sua forza” (Ap 1,16). Questa donna è dunque figura del popolo che è rivestito della gloria di Dio, del fulgore divino. Un popolo vestito di Dio, ammantato della gloria di Dio, un popolo circondato da Dio, come se Dio lo vestisse di se stesso.
E ha la “luna sotto i suoi piedi”. Gli antichi calendari erano tutti lunari. La luna era l’astro che misurava il trascorrere del tempo. Un famoso testo del Siracide collega con la luna il calendario delle feste e il nome dei mesi (cfr. Sir 43,6-8). Il fatto che la luna sia “sotto i suoi piedi” [in greco il termine indica “sotto, rimanendo in contatto” quindi i piedi poggiano sulla luna] significa che la donna – popolo è in contatto con il tempo ma allo stesso tempo lo trascende; è in contatto con la storia, ma non è riducibile, racchiudibile in essa. E siccome il tempo è il luogo del tracciato dell’alleanza tra Dio e l’uomo ciò significa che questa donna, rimanendo in contatto con il tempo e con la storia, è segno della realizzazione vertiginosa dell’alleanza, quale il tempo non ha mai visto e quale nella storia non si è mai data.
Ma non solo. Infatti se la luna segna i mesi e le stagioni, e con ciò determina la fecondità e la vita ad ogni soglia, allora la Donna che si erge sulla luna è signora – pur subordinata al Signore – del volgere dei mesi e degli anni, degli eventi e della storia, e cammina verso il tempo in cui la sua presente funzione materna si cambierà in quella sponsale e in quella di città escatologica[2].
Tutto sommato la visione di Ap 12 sollecita i cristiani a riflettere sul fatto che il popolo di Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento vive nella storia, ma i suoi passi sono diretti al di là di essa. Animata da questa nitida consapevolezza di fede, la donna-popolo di Dio cammina nella storia, fissando il suo sguardo verso Cristo, che è “di lassù” (Gv 8,23: “Fratelli – confessava con grande lucidità l’apostolo Paolo ai fedeli di Filippi -, […] so soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,13-14).
“Sul capo una corona di dodici stelle”. La corona, ancora una volta è stefanos, quindi è la corona della vittoria. Questa donna vittoriosa è in stretta relazione con il popolo di Dio, che sarà un popolo vittorioso. Il numero dodici – 12 sono le tribù d’Israele, 12 gli apostoli - e i suoi multipli in tutta l'Apocalisse sono infatti sempre in relazione con il popolo di Dio. A motivo di quella sua corona di dodici stelle la Donna ha dunque a che fare con il 144.000 protetti dal sigillo del Dio vivente (cfr. Ap 7,4), con l'Agnello e i dodici suoi apostoli (cfr. Ap 21,14), e con la città escatologica dalle misure perfette, tutte basate sul dodici e suoi multipli (cfr. 21,16.17).
Se poi le stelle indicano il livello della trascendenza divina, quindi questo popolo è visto nella dimensione di Dio, la Donna – pur mantenendo il suo riferimento a Maria – è qui allo stesso tempo la proiezione della Chiesa nel mondo di Dio. Essa è la donna – popolo legata a Dio dal vincolo nuziale dell’alleanza, essa è ammantata della gloria di Dio, è rivestita della preziosità di Dio perché Dio la ricolma con il massimo del suo amore, donandole non solo il meglio della creazione ma se stesso. È la piena realizzazione tra Dio e l’uomo. La corona di dodici stelle indica la vittoria finale.
“Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto”. Nel testo greco letteralmente si legge: “porta dentro il grembo e urla nel partorire ed è tormentata nel generare”. Il suo parto è prossimo perché già grida. Urla nel partorire Colui che ha dentro, il Figlio che poco dopo Giovanni presenterà come nato. Pur in questa situazione di altissima sofferenza e di enorme fragilità la donna-Maria-Chiesa non può esimersi da tale travagliato parto affinché Cristo nasca nel mondo e sia generato nei credenti. Anche San Paolo usa l’immagine del parto nella lettera ai Galati: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco (ōdínō) nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 4,19). Con questa immagine materna (cfr. 1Ts 2,7-8), l’apostolo mostra di attendere, con un’ansia simile a quella di una partoriente, che il Galati da poco convertitesi al cristianesimo, pervengano alla maturità della fede. Come nel grembo il bambino riceve dalla madre la forma di uomo, così i cristiani della Galazia, battezzati dall’apostolo, hanno ricevuto da lui la forma di Cristo[3].
Successivamente anche nella lettera agli Efesini l’apostolo – o chi per lui – riprende in modo simile l’intuizione della progressiva crescita storica del corpo ecclesiale di Cristo. Giunge così a parlare di “edificazione del corpo di Cristo”, nel senso che tutti i cristiani sono chiamati “all’unità di fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,12-13).
Il testo biblico poi ci presenta l'insidia del diavolo contro la donna:
“il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato”: non c’è scampo! non c’è via d’uscita! Il contrasto tra l’enormità di quella potenza e la fragilità dell’inermità della donna-Chiesa è chiaro. Il drago vuole divorare il bambino – il Gesù che la Chiesa partorisce – che porta nel grembo (il Gesù che offre al mondo); cioè Satana vuole cancellare Cristo dalla storia, strapparlo via dalla vita della gente. Vuol fare con la bocca (divorando) quello che faceva con la coda buttando giù un terzo delle stelle: distruggere quanto di Gesù riesce alla Chiesa di generare nel mondo. Quanto di bene essa riesce a fare nel mondo. Il drago lo vuole togliere via violentemente, lo vuole strappare.
“Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono”. Giovanni si ispira alla profezia messianica del Salmo 2,9 (citato già in Ap 2,27) che parla del messia che deve governare tutte le nazioni con scettro di ferro. Questo figlio – Gesù – è generato dalla Chiesa. Allora che cosa ci sta dicendo Giovanni? Che anche se il confronto con il male che tu, cristiano, ogni giorno porti sulla tua pelle ti sembra così scompensato, ti sembra così enorme, tracotante, arrogante… e ti sembra tanto fragile quello che tu sei, quello che riesci a fare, sappi che quello che tu riesci ad esprimere, in quel gesto di amore, in quelle parole, in quei rapporti, tu stai generando Gesù. E anche se a te sembra una cosa ben piccola, essa porta in sé l’invincibile potenza di Dio. Quel piccolo, povero Gesù che tu riesci ad esprimere dentro vita della gente, il drago, con tutta la sua tracotanza, non ha il potere di strapparlo via, di sopprimerlo, né di sopprimere la donna che lo genera.
Infatti “il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono”. Cioè quelle opere di amore che tu compi, per quanto piccole e imperfette, non saranno spazzate via dalla prepotenza del drago, perché Dio stesso le custodisce con la sua onnipotenza. Così è successo per Gesù nella sua vita terrena, così succede per ogni credente in lui. Lungo i secoli, Dio seguiterà a mettere sul suo conto il bene che ogni credente avrà fatto agli altri, specialmente se più bisognosi. Così, alla fine, Gesù stesso potrà dire a tutti i giusti: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…” (Mt 25,35-36). Tutto il “bene” che i cristiani hanno fatto rimarrà presso Dino fino a quando, varcata la soglia della casa del Padre (cfr. Gv 14,2-3), i fedeli incontreranno Cristo glorioso. Sarà lui a invitare i credenti a prendere parte alla sua stessa agape eterna (cfr. Ap 2,26-29).
Soltanto allora il drago, che è stato già precipitato dal cielo (cfr. 12,9.10.13), mentre il Figlio vi è asceso da risorto, sarà finalmente sconfitto in modo completo e definitivo.
“La donna invece fuggì nel deserto dove Dio le aveva preparato un rifugio”. Il deserto è il luogo caratteristico del popolo di Dio, è il luogo della strada, della prova ma anche il luogo in cui si sperimenta il soccorso, la risposta e la tenerezza di Dio. Ricordiamo come nel deserto Dio ha nutrito il popolo uscito dall’Egitto con il “pane del cielo”, la manna (cfr. Es 16,4-36; Sal 78,24) e con la “carne” (le “quaglie”) (Es 16,11-12). In modo simile, il Signore aveva nutrito nel deserto il profeta Elia (cfr. 1Re 17,4; 19,5-8), braccato dal re Acab e dalla regina idolatra Gezabele, proprio come i cristiani dell’Asia Minore, perseguitati da Roma idolatra. Così anche i fedeli dell’Asia Minore dovranno avere fede per riconoscere con gratitudine la provvidenza quotidiana di Dio nella loro vita, persino durante le persecuzioni.
Maria, a cui ci affidamo come figli, interceda per noi perchè possiamo rimanere ogni giorno saldi nella fede e un giorno giungere alla meta, il cielo, nel quale come Madre ci attende!
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[1] Il verbo periballomai significa «indosso / mi vesto di», ma la luce più che vestito è alone luminoso, e una traduzione migliore potrebbe essere: «circonfusa / avvolta (della luce) del sole».
[2] Cfr. G. Biguzzi, «La donna vestita di sole di Ap 12», in Aa.Vv., Stella Parit Solem. Maria nella Bibbia, dalle prefigurazioni alla realtà, Tau editrice, Pian di Porto – Todi (PG) 2008, 72.
[3] F. Manzi, Il Cavaliere, l’Amata e satana. Sentieri odierni del vento nell’Apocalisse, Queriniana, Brescia 2020, 153.