Il passo del Vangelo di questa domenica è uno tra i più radicali. Gesù ci chiede l’obbedienza all’amore. Ci chiede di avere un cuore simile a quello di Dio, che è amore, e che vuole unicamente il bene, la vita degli uomini. Il discepolo di Cristo non può accontentarsi di una osservanza materiale dei comandamenti – come quelli citati in questo brano: “non uccidere”, “non commettere adulterio” e “non giurare il falso” – perché è necessario curare anche l’intenzionalità del cuore, un cuore chiamato ad amare, e quindi capace di andare oltre al dettato del comandamento. Questo esige una purificazione del nostro cuore da tutti quelle intenzionalità e desideri che non sono consoni con l’amore, con l'amore autentico - quello proprio di Dio che è amore - che ci è stato manifestato nella persona di Gesù ed è infuso in noi dallo Spirito Santo - che si fa dono, che si fa carità. Il pericolo serio è quello di non entrare nel regno dei cieli. Chi ama, invece, pur "perdendo la propria" vita seguendo la via del Maestro, ci entrerà. Chi ama ha già il sapore dell'eternità.
Vediamo ora le singole esigenze che ci chiede Gesù.
“Non uccidere”. Gesù fa balenare un orizzonte del tutto nuovo. Non si tratta solo di non uccidere materialmente, perché ci sono molti modi per uccidere o ferire il fratello. “Chiunque si adira col proprio fratello…” L’ira è già un principio potenziale di aggressività perché l’altro è avvertito come un nemico da cui difenderci. La medesima cosa vale per il disprezzo (“stupido”), che è l’uccisione interiore dell’altro, e l’offesa (“pazzo”), come se l’altro fosse il male (la parola “pazzo” infatti sembra avere una connotazione religiosa, e significa “empio”), per cui va “demonizzato” come fosse il male, per cui diventa “bene” eliminarlo! Gesù per tre volte parla dell’altro come “fratello”: negargli la fraternità significa perdere il rapporto filiale con Dio. È in questo senso che vanno intese le dure parole: “... sarà sottoposto a giudizio”, “... sarà sottoposto al sinedrio” (che è il massimo organo giuridico in Israele) e “... sarà sottoposto alla Geenna”. Non è Dio che condanna l’uomo, ma è quest’ultimo che si autocondanna: con l'esclusione del fratello esclude sé stesso dal Regno di Dio. Vale la pena ricordare che nella Geenna, che è la valle dove scorre il fiume Innon, fuori le mura di Gerusalemme, venivano bruciate le immondizie. Per cui l’espressione è chiara: chi non considera l’altro come fratello ha sacrificato la propria vita di figlio e la butta nell’immondizia.
Matteo apporta due ulteriori sviluppi:
- riconciliarsi quanto prima con il fratello, prima di comparire davanti al Signore per pregare: vv. 23-24. È da notare che in questi versetti la parola “fratello” ricorre per quattro volte! Quindi non si può onorare Dio senza essere in armonia con il fratello; vero culto di Dio è che tu faccia il primo passo per riconciliarti con il tuo fratello, anche se sei tu l’offeso. Non vi è vera giustizia senza carità, perché l’amore è il primo debito; né vi è carità vera senza giustizia (Rm 13,8 ss.): l’una e l’altra per essere sincere non devono contentarsi di parole ma concretarsi in fatti.
- riconciliarsi con l’avversario “... finché sei in cammino”, prima di comparire davanti al giudice finale: vv. 25-26. La vita è un cammino di continua riconciliazione con l'altro. Se non fai così perdi tempo e vita; non vivi nella verità di figlio di Dio pur avendone le potenzialità; non diventi ciò che sei per grazia e rischi il fallimento: "non uscirai dà finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!". Ossia se non vivi la logica del dono e del perdono - che è la logica dell'amore di Dio - perdi la vita di figlio del Padre.
"Non commettere adulterio". La violazione più palese e grave della vita di coppia (cfr. Es 20,14 = Dt 5,18) è proprio l’adulterio. La gravità dell'adulterio – sottolineata dal fatto che esso era punito con la pena di morte per entrambi gli adulteri (non solo la donna), mediante lapidazione e pubblicamente (cfr. Lv 20,10; Dt 22,22-24), dipendeva dl fatto che esso era ritenuto il male più grave che si potesse fare a un uomo dopo il toglierli la vita.
Gesù approfondisce il comandamento, andando oltre al fatto materiale: anche il desiderio di adulterio (il verbo epiphumesai - desiderare - indica il desiderio efficace, la progettazione, la scelta mentale e volitiva) va condannato. Evidentemente non è una condanna della persona (Gesù, infatti, di fronte ad una adultera, è stato estremamente tollerante e pronto a perdonare) ma del male. Non si deve misurare l’atto morale sul gesto esterno soltanto, ma misurarlo sulla profondità della coscienza. È per questo che noi non potremo mai giudicare nessuno come peccatore: l’unico che può dirlo in maniera piena e totale è Dio, che legge i cuori degli uomini.
Inoltre Gesù estende il comandamento di non desiderare la donna d'altri a quello di non desiderare una donna in genere, anche se non sposata. Il termine usato nel testo greco per donna (gyné) è, infatti, generico e non viene specificato che essa sia sposata.
“Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, càvalo... E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te”. Gesù esige radicalità. Da notare che l’occhio è espressione del desiderio del cuore. È dal cuore che nascono desideri buoni e desideri cattivi. L’occhio asseconda questi desideri e “vede” ciò che interessa per soddisfarli. Invece la mano è segno dell’uomo che “fa”, che “agisce”. Perché l’occhio e la mano non siano per la morte la persona deve saper de-cidere (= tagliare) ciò che non porta alla vita. C’è una responsabilità personale nel custodire i sensi che è indispensabile per la custodia del cuore. Qualora non c’è tale custodia (e si permette che tutto entri nel cuore) il cuore viene devastato!
In più c’è lo scandalo, inteso come pietra di inciampo, che fa cadere il fratello (cfr. pure Mt 18,8-9). Il che significa: non scandalizzare gli altri riguardo alla vita di coppia. Il cristiano sa che l’unione dell’uomo e della donna è espressione di amore. Perciò esso non va vissuto come passione egoistica, esclusiva ricerca di piacere. L’amore è donazione reciproca, incontro di libertà che si uniscono. Un’attrazione fisica senza amore è alienazione, immaturità umana, perché non esprime la persona alla persona, ma solo il sesso al sesso, è lesiva della dignità, tentativo di ridurre l’altro a una cosa, un possesso, un bene di consumo. E qualora il fratello “cade” per causa nostra, dobbiamo sentirci responsabili nei suoi confronti.
Il divorzio. Sappiamo che Rabbì Hillel, una delle due scuole rabbiniche famose dell’antico giudaismo, concedeva il divorzio sempre, anche solo sulla base del fatto che il volto della donna ormai dava fastidio o persino per una minestra scotta. Rabbì Shammai era più esigente: occorreva l’adulterio per ottenere il divorzio. Gesù, invece, ritorna all'originaria volontà di Dio. La conferma di ciò la troviamo in Mt 19,4-5: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?”. Dunque ciò che conta è l'originaria volontà di Dio.
Certo, Gesù sa che il cuore umano sarà segnato dal peccato. L'indissolubilità che Gesù propone per tutti – e a maggior ragione di chi si è unito in matrimonio con il sacramento nuziale, quindi con la grazia di Cristo – necessita di un cuore nuovo: in quanto riconosciamo di essere amati da un Dio fedele, che ci ama e ci perdona senza alcuna condizione, a nostra volta possiamo amare con un simile amore. Amare il compagno/compagna della propria vita con un amore che non è solo umano (che è fragile!), ma divino perché trasformato da Dio stesso. Un amore che attinga dalla ricca fonte dei sacramenti.
È bello vedere la fedeltà coniugale alla luce della Trinità. Quando una coppia mette al centro l’amore per Gesù, si ama l’altro coniuge vedendo in lui Gesù. E quando l’amore verso Cristo nel coniuge è reciproco, nell’incontro si vive sul modello della Trinità, dove i due stanno come il Padre e il Figlio e fra essi irrompe lo Spirito Santo con i suoi doni, anima del Corpo mistico. Paolo ci ricorda quali sono i frutti dello Spirito: “... è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
Il giuramento. “Non spergiurate”. Quando e dove “fu detto agli antichi di non spergiurare”? Gesù rinvia ai vari testi della Torà: Lv 19,12; Es 20,7; Dt 23,22, ecc. Per gli ebrei “giurare” significa chiamare Dio a testimone della propria veridicità. Spergiurare in ebraico è “giurare invano”, giurare nel nulla, invece che in Dio (Lc 19,12; Es 20,7). È peccato perché si chiama Colui-che-è (Dio) a testimone di ciò che-non-è.
“Non giurate affatto”. Gesù va oltre: non solo non spergiurare, ma anche non ricorrere a giuramenti. E, contro l’uso ebraico, precisa: “né sul cielo”, che è il trono della gloria di Dio, “né sulla terra perché è lo sgabello dei suoi piedi” (essa, in quanto creazione di Dio, va rispettata come il cielo), “né su Gerusalemme”, che è la dimora di Dio, “né sulla tua testa”, perché non è tua, ma dono di Dio. Dio è il Signore di tutto ciò che esiste. Non c'è bisogno di chiamare a testimone Dio: l'uomo è sempre davanti a lui. Dunque ogni parola che l'uomo pronuncia ha il suo peso: non è mai una parola vuota. Recuperare il peso della parola pronunciata davanti al prossimo è un bell'aspetto della originaria volontà divina.
“Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal Maligno”. La parola dev’essere di per sé vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente è falsa, mezzo di dominio e di divisione. Dire il falso è stare al gioco di Satana, padre della menzogna. La menzogna del serpente (Satana) portò la morte nel mondo.
Oggi il mondo ha bisogno di sincerità, lealtà, schiettezza. La menzogna ha bisogno di molte parole (“il di più viene dal Maligno”), per confondere e persuadere. L’imbroglione è sempre un abile comunicatore, che cerca di avere in mano l’altro dicendo il minimo di sé. Gesù ci chiama a quella sincerità totale che è capace di ammettere le proprie colpe e negligenze, a quella lealtà che non si rimangia la parola per comodo, a quella schiettezza che sa dire a chi sbaglia: “tu sbagli”, a cercare la verità com’è. Bisogna non voler ingannare gli altri, prevalere su di loro, violentarli psicologicamente, in alcun modo; ma aver rispetto per tutti.
Solo su una parola trasparente, verace, può fondarsi una relazione autentica con Dio e tra gli uomini; solo su essa si può fondare una comunità di vita. La relazione con Dio, di fronte al quale occorre essere assolutamente veri e trasparenti, si fa trasparenza e veracità verso i fratelli. Solo in tale trasparenza e veracità si può manifestare un amore autentico.
San Paolo esorta la comunità di Efeso alla sincerità: “Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo” (Ef 4,25). La mente non deve ingannare il cuore, né l’occhio lo spirito. Perciò bisogna dire la verità, saperla dire, avere il coraggio di dirla “davanti” e non alle spalle, ricordando che “illumina più una candela dinanzi, che sei di dietro”.
Attenzione dunque alle mezze verità, alle accuse generiche, ai silenzi calibrati maliziosamente con lo scopo di determinare allarme, curiosità e interesse. È il classico modo di “gettare il sasso e nascondere la mano”. Ed è esattamente questa procedura che ferisce più delle aperte accuse.
Molte persone obiettano: in determinate circostanze è ammissibile la menzogna “a fin di bene!”. Si può offendere il Dio della verità “a fin di bene”? È una contraddizione insostenibile tra le esigenze di verità e quelle carità! Non si può giungere al bene (che è lo scopo) se non si sceglie anche il mezzo buono, cioè la verità! È vero che in certe situazioni non è opportuno, né bisogna dire tutto. Ma un conto è non dire, e un conto è dire una bugia.
Questo brano evangelico ci spinge inoltre ad una ulteriore riflessione. Oggi siamo sommersi dalla parola, ma questa il più delle volte è ridotta a chiacchiera, a parola superficiale, impersonale che non coinvolge - parliamo del tempo, parliamo del “sentito dire”... -. È importante ridare alla parola il vero valore. La parola vera è sempre portatrice di qualcosa di noi e in ciò assolve alla sua funzione più alta. Le parole vere che noi diciamo sono le parole in cui si condensano frammenti della nostra vita. Dove la parola è capace di portare alla luce qualcosa di noi, del nostro amare, soffrire, sperare, diventa autentico dono di noi agli altri e non solo chiacchiera. È il libero donare noi a chi ci ascolta: estremo atto di libertà e di fiducia. Quando questo dono è accolto con verità e disponibilità dall’altro, si crea tra le persone una relazione nuova fatta di fiducia e di amore condiviso.
Bisogna infine ricordare che la parola ha la capacità di incidere in modo indelebile nella vita dell’altro: creano paure o speranze; non solo descrivono la realtà, ma anche la formano. Così, ad esempio, il “sì” che due dicono sposandosi non è solo informazione, nemmeno solo informazione di qualcosa di sé all’altro, ma una condizione nuova di vita che è la comunione di vita matrimoniale. Quando uno dice all’altro “ti perdono” non dà delle informazioni e neppure dice solo buoni disposizioni, ma dice che la colpa è tolta, che egli non va più guardato come nemico ma va accolto come fratello riconciliato. Le parole pesano come sassi e possono incidere edificando noi e gli altri nell’amore o distruggendo noi e gli altri nella violenza, nella manipolazione, nella sopraffazione.
Il Vangelo (Mt 5,13-16) - che è la continuazione di quello delle Beatitudini di domenica scorsa - ci invita ad essere sale, luce e lampada nel mondo di oggi. Anzi, per la precisione, usando il verbo all'indicativo, dice: "Voi siete" sale, luce... Lo siete già per la grazia di essere con lui. Lo siamo già in forza del nostro battesimo che ci ha innestati in Cristo. Allora "essere" sale e luce non è un qualcosa da fare, ma una identità da testimoniare. Dobbiamo diventare più pienamente quello che siamo.
Cosa però intende Gesù con queste immagini?
Essere sale per "salare" il mondo. Cioè avere il sapore delle beatitudini. Cioè avere il sapore (=l’amore) e il sapere (=la sapienza) di Cristo. Il discepolo, allora, per la partecipazione e conformazione a Gesù - che è il beato per eccellenza - ha questo sapore. Il rischio è quello di corromperci. Se infatti non alimentiamo la relazione con Lui - se non siamo perseveranti nella preghiera, se non viviamo una seria vita spiritiuale - il rischio è che ci ripieghiamo su noi stessi, che la mondanità entri in noi. L'avvertimento di Gesù è sconcertante: quando non si fosse più sale utile per il mondo, si è destinati al disprezzo e al rifiuto da parte di Dio e degli uomini. Sono parole dure, ma che ci aiutano a prendere coscienza delle nostre responsabilità e a misurare le nostre inadempienze e colpe. Essere sale non è motivo di orgoglio, ma è fedeltà alla Parola che abbiamo ricevuto per pura grazia. Corriamo sempre il rischio di divenire insipidi: il seme della Parola che ci fa figli - ci dice la parabola - può essiccare appena attecchito, può essere soffocato dopo cresciuto (13,18-22). La sapienza mondana non è quella della croce. In ciascuno di noi è grande la lotta tra la sapienza dell’amore e l'insipienza dell’egoismo.
La luce è la seconda immagine, pure pretenziosa se pensiamo che nel vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a sé la parola: “Io sono la luce del mondo”. È quindi assai grande l’impresa che affida ai discepoli. La luce disperde l'oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono nel mondo e nelle singole persone. E' compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dal nostro modo di essere e dalle nostre opere buone. Il mondo ha bisogno della nostra luce! Una luce che porta gioia, speranza... e orienta - in quanto figlio - all'amore del Padre.
Gesù conosce bene la meschinità dei discepoli – basti pensare ai tanti rimproveri alla loro poca fede (cfr. Mt 8,26; 14,31, ecc.) –; ma sa anche che essi – come ogni discepolo – possono sempre più divenire trasparenza del dono che li precede, e cioè di quella luce divina che Cristo dà a loro, che è Egli stesso.
A rafforzare questo richiamo all’impegnatività del compito intervengono anche le due immagini: della città posta sul monte, che non può rimanere nascosta e quella della lucerna accesa, che deve essere posta sul lucerniere e non riposta in qualche contenitore, il quale tra l’altro la farebbe spegnere, oltre che impedirle di illuminare l’ambiente. Esse ci fanno capire che compito della Chiesa non è illuminare se stessa, ma ciò che la circonda, divenendo un punto di riferimento per il cammino dell’umanità. La Chiesa (e ciascun cristiano) non deve cercare la rilevanza, bensì l’identità. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia e, bruciando, illumina.
“perché vedano le vostre opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Le opere buone edificano i fratelli, che nella nostra vita avvertono il profumo di Cristo (2cor 2,14) e glorificano Dio.
Gli uomini hanno bisogno di “vedere” nella Chiesa e in ogni cristiano un segno di novità, la novità del Vangelo. Non possono non restare colpiti da quando un cristiano vive le beatitudini, vive la giustizia del Regno, evita l’ira, è sincero, onesto, mite, arrendevole, si affida alla Provvidenza... È una vocazione che noi cristiani deformiamo quando, ad esempio:
- ci adattiamo agli avvenimenti della storia per non essere “tagliati fuori”, non perdere certi vantaggi. Invece di assumere l’iniziativa, subiamo l’iniziativa altrui. E siamo quasi sempre costretti a stare sulla difensiva;
- quando assumiamo atteggiamenti di presunzione e orgoglio, rompendo la carità con i fratelli;
- quando pretendiamo di irradiare sul prossimo ciò che personalmente non viviamo di fatto! Gesù stesso ha denunciato l’ipocrisia di chi pensa di correggere gli altri, senza liberarsi prima della “trave” che ha davanti agli occhi.
È anche vero che in 6,1 leggiamo: “Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli”. È necessario che gli uomini vedano le opere buone, ma è altrettanto necessaria l’intenzione profonda del cristiano, che è quella di piacere a Dio senza preoccuparsi degli uomini.
Gesù nel Vangelo di questa domenica ci annuncia qual è la vera via della felicità: quella delle beatitudini. Cristo stesso è il beato. La via delle beatitudini non è altro che conformarci a Gesù, grazie all’azione dello Spirito Santo. Esse ci indicano ciò a cui siamo chiamati come cristiani, ciò che significa vivere veramente il vangelo. Sono la descrizione della vera maturità umana e spirituale. Ritratto di Cristo, esse sono anche il ritratto del cristiano adulto in Cristo, libero nello Spirito, figlio del Padre.
Si potrebbe riprendere ciascuna delle beatitudini e mostrare come esse suppongono un’attività dello Spirito Santo, che solo può permettere al cuore dell’uomo di comprenderle e di viverle. La povertà, la mitezza, le lacrime, la fame e la sete di Dio, la misericordia, la purezza del cuore, la comunicazione della pace, la gioia nella persecuzione suppongono un cuore trasformato dallo Spirito. Un cuore che sa rimanere, all’interno delle situazioni umane difficili e di sofferenza umana, saldo in Gesù.
Questa è una delle chiavi di lettura più fondamentali di questo testo evangelico: le beatitudini sono una promessa di felicità, ma non si tratta di una felicità o di una soddisfazione semplicemente umana; si tratta piuttosto di una visita dello Spirito Santo, di una consolazione divina. In situazioni nelle quali non si può percepire nessuna prospettiva di felicità umana, nelle quali non si esprime alcuna ricerca di soddisfazione umana, ecco che, d’un tratto, viene donata una sorprendente felicità, dono gratuito dello Spirito consolatore, che viene a riposarsi sull’uomo.
L’atteggiamento fondamentale di tutte le beatitudini è quello indicato nella prima: la povertà del cuore. Si potrebbe facilmente mostrare che ciascuna delle beatitudini che seguono suppone una certa forma di povertà di cuore. Al centro del vangelo e della persona di Gesù c’è un mistero di povertà, che è assolutamente essenziale e senza il quale non si è in una logica cristiana. Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).
Solo i poveri ricevono pienamente la grazia dello Spirito Santo, la rivelazione del mistero di Dio. Nel Vangelo di Luca Gesù dice: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).
Esiste una povertà negativa (miseria materiale o morale, vuoto interiore…) che bisogna ovviamente combattere ed è ciò che la Chiesa fa da sempre. Ma esiste anche una povertà buona, fonte di vita e di gioia, alla quale Gesù ci invita e che è testimoniata dai santi. Dice Teresa di Lisieux: «No, non esiste gioia comparabile a quella che gusta il vero povero in spirito».
In che cosa consiste questa povertà spirituale? Potremmo sinteticamente dire: il povero nello spirito è una persona di fede che confida in Dio e ripone tutta la sua fiducia in Lui; in questa dinamica di affidamento amorevole, il povero in spirito è una persona interiormente libera di ricevere tutto gratuitamente e di donare tutto gratuitamente. Questa libertà suppone una morte a se stessi, alle “pretese” e rivendicazioni del proprio io, che conduce a una perfetta trasparenza all’azione di Dio, alla gioia di ricevere e di donare liberamente.
Più saremo poveri di noi stessi, più diventeremo ricchi dei doni di Dio. Ecco ciò che dice Catherine Mectilde de Bar al riguardo: «Dio non chiede nulla di meglio che colmarci di se stesso e delle sue grazie, ma ci vede talmente pieni di orgoglio e di stima di noi stessi da impedirgli di comunicarsi. Infatti, se un’anima non è basata nella vera umiltà e disprezzo di se stessa, è incapace di ricevere i doni di Dio. Il suo amor proprio la divorerebbe e Dio è costretto a lasciarla nelle sue povertà, nelle sue tenebre e sterilità per mantenerla nel suo niente, tanto questa umiltà è una disposizione necessaria».
Essere povero in spirito significa accettare di dipendere totalmente dalla misericordia di Dio. Di non avere nulla, di non essere nulla da se stessi, ma di ricevere tutto, con una coscienza molto viva della gratuità assoluta dei doni di Dio, di cui non possiamo mai vantarci. Questo è paradossalmente una fonte di libertà e di felicità. Non si ha più bisogno di preoccuparsi di se stessi.
È povero colui che è umile. L’umiltà può derivare da due fonti diverse. C’è un’umiltà che viene dalla sofferenza, dalle prove della vita, nelle quali l’uomo sperimenta i suoi limiti, la sua debolezza e diventa progressivamente umile. Questo è assolutamente necessario: «Occorrono molte umiliazioni per fare un po’ di umiltà», diceva Bernadette di Lourdes. Dovremmo essere estremamente riconoscenti al Signore per tutte le situazioni della vita che ci impoveriscono, ci umiliano, ci fanno sperimentare la nostra debolezza e la nostra miseria. Teresa di Lisieux dirà: «L’Onnipotente ha fatto cose grandi nell’anima della figlia della sua Madre divina, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza».
Ma esiste un’altra fonte di umiltà, molto più profonda e radicale: l’esperienza di Dio. Così nell’AT Mosè, uomo umile, sul Sinai ha fatto un’esperienza di Dio molto profonda: aveva trascorso quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai parlando con Dio nella nube! Più l’incontro con Dio è profondo, più l’uomo diventa umile. L’umiltà è il segno di una vera esperienza di Dio. L’incontro con il Dio vivente distrugge ogni orgoglio: conoscendo Dio nella sua potenza, nella sua maestà, l’uomo comprende di essere nulla, niente davanti a Dio. Ogni vera esperienza di Dio rivela all’uomo i suoi limiti, il suo peccato, la sua povertà radicale. La purezza implacabile della luce divina, come un raggio di sole che attraversa una camera oscura, che rivela i minimi granelli di polvere, dà all’anima l’evidenza della sua miseria e della sua assoluta incapacità. C’è da aggiungere che l’uomo, nella misura in cui si approfondisce il suo incontro con Dio, scopre l’umiltà straordinaria di quest’ultimo, che si abbassa fino a lui, parla la sua lingua, si fa a misura della debolezza umana. Solo Dio è veramente umile, solo Dio è capace di abbassarsi come vediamo nel mistero di Cristo. Da quale altezza l’uomo potrebbe abbassarsi? Non c’è vera umiltà che nella partecipazione all’umiltà di Dio, che ci viene rivelata nel Cristo, specialmente nell’obbedienza e nell’umiliazione della croce.
L’esperienza di Dio, e quindi la fede, porta in sé una nota di umiltà. La fede suppone una docilità, una recettività, un’obbedienza di cui solo l’umile è capace. L’uomo che possiede una fede autenticamente cristiana ha sempre una coscienza acuta del fatto che essa è un dono gratuito e non qualcosa di cui ci si possa inorgoglire.
Alcuni mesi prima della morte di Teresa di Lisieux, una delle sorelle le chiese: «Che cosa significa restare bambino davanti al buon Dio?». Allora Teresa ricorda vari aspetti della piccolezza, fra cui questo: «Essere piccolo, vuol dire anche non attribuirsi affatto le virtù che si praticano, credendosi capaci di qualcosa, ma riconoscere che il buon Dio pone questo tesoro nella mano del suo piccolo bambino perché se ne serva quando ne ha bisogno; ma il tesoro è sempre del buon Dio».
Il povero in spirito è colui che, in quanto povero nel cuore, sa relazionarsi da povero non solo con Dio, ma anche con le altre persone. Indico alcune espressioni di tale relazione che ritornano anche nelle altre beatitudini.
- In relazione con la purezza di cuore, che sarà evocata nella sesta beatitudine, essa è il rifiuto di possedere l’altro, di appropriarsene. La rinuncia a ogni forma di possesso, di manipolazione, di utilizzazione dell’altro per scopi personali. L’altro mi appartiene solo nella misura in cui si dona liberamente a me. Io non posso imporgli nulla.
- Essere povero davanti all’altro significa anche abbassarmi per amore. Santa Teresa dice che «è proprio dell’amore abbassarsi». Rinunciare a ogni posizione di dominio, di superiorità, per farsi piccolo davanti all’altro, in spirito di umiltà, di servizio, come Gesù che ha lavato i piedi dei suoi apostoli. «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11). «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1Cor 10,24).
- Altri aspetti essenziali della povertà di cuore verso il prossimo sono la misericordia e il perdono. Rinunciare a ogni rancore, a ogni desiderio di vendetta, a farsi giustizia da soli, rimettere i debiti suppone una grande povertà di cuore.
- Essere povero davanti al prossimo è anche non cercare di avere sempre l’ultima parola. Accantonare questo orgoglio di aver ragione contro l’altro. Non giustificarsi continuamente, accettare di essere a volte incompreso. Restare in silenzio. Ovviamente a volte è legittimo e persino necessario spiegarsi, dissipare un malinteso, ristabilire una verità che non è stata percepita dall’altro, ma senza voler sempre difendere la nostra «immagine pubblica» e rivendicare i nostri diritti. Bisogna saper rimettere la propria causa a Dio e non pretendere di essere sempre compreso e accettato da coloro che abbiamo attorno.
- Amare di essere nascosto agli occhi degli uomini e di essere gradito solo da Dio. Non si tratta di fuggire dalle relazioni, ma di non cercare in esse l’apparente gratificazione di essere al centro dell’attenzione, di brillare agli occhi altrui. La radice della nostra gioia viene dal Signore. Un brano molto significativo è Mt 3,17: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Il Padre riconosce nel Figlio suo l’Amato da sempre, il pre-diletto, amato da prima, da tutta l’eternità. E ne gode, il Padre per primo, di una gioia anch’essa eterna, ma che manifesta – secondo il vangelo – nell’occasione del battesimo di Gesù. Quelle parole vanno oltre il Figlio suo Gesù, e raggiungono tutti i figli suoi, amati anch’essi da sempre. Allora posso provare la gioia di sentire queste parole rivolte proprio a me. E piangere di contentezza. Dio, infatti, sa contare solo fino a uno, non ci ama in serie.
Una bella forma di povertà di cuore è anche la generosità verso l’altro. Ricordiamo le parole di Gesù: «A chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» (Mt 5,40-42). Probabilmente noi non potremo dare sempre agli altri ciò che essi desiderano da noi, ma troppo spesso ci lasciamo imprigionare in calcoli umani, paure, avarizie che chiudono il nostro cuore, mentre, essendo più liberi e generosi, faremmo fortemente l’esperienza della fedeltà e della provvidenza di Dio. Scrive San Paolo: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,6-10).
Gesù inaugura la predicazione (Mt 4,12-17.23),
Dopo l'arresto di Giovanni Battista, Gesù - venuto a sapere di ciò - inizia la sua predicazione. Quella che sembrava una conclusione si rivela un nuovo inizio. Gesù è consapevole che ora tocca a lui. Non vive quell'arresto di Giovanni lasciandosi impaurire, posticipando il suo inizio di ministero a tempi migliori. No. Ma per prudenza fugge dalla Galilea e sceglie di iniziare il suo ministero in Galilea. E' inutile essere imprudenti. Se Giovanni viene consegnato (cioè arrestato), non è ancora giunto il tempo della sua consegna fino alla croce. Certe fughe non sono contro la volontà di Dio. Come la fuga in Egitto, questa fuga in Galilea, un luogo nel quale convivono ebrei e pagani. Qui - e specialmente a Cafarnao, centro importante sulla riva del lago, via di comunicazione dal nord verso la Giudea - Gesù svolgerà la parte preponderante del suo ministero. E' come se volesse cominciare dai più lontani e periferici.
Con questo inizio del ministero di Gesù si compie quello che era profetizzato da Isaia (8,23-9,4): “Terra di Zabulon e Neftali...”. Furono queste le zone che sperimentarono per prime l’amarezza dell’occupazione assira e della deportazione in esilio dei suoi abitanti nel 732 a.C. (cf 2Re 15,29). Su quella Galilea, popolata ormai da altre “genti”, oltre che dagli ebrei di un tempo, la profezia di Isaia aveva acceso un lume di speranza e di trepida attesa. L’arrivo di Gesù conferisce finalmente l’adempimento all’oracolo del profeta: si inizia a passare dalla servitù alla libertà, dall'essere non-popolo (perché disperso ed umiliato dalla deportazione) alla rinascita di esso. La profezia usa l'immagine del passaggio dalle tenebre alla luce. Chi viene alla luce è colui che nasce dal grembo materno. L'immagine, quindi, evoca la rinascita (quindi in Gesù si ha una cosa nuova). Gesù-luce è principio della nuova creazione. La sua venuta è “il giorno di Dio”, previsto dai profeti, che pone fine alla notte del mondo. Grazie a lui non solo il popolo rinasce, ma può camminare alla sua luce. Non più un cammino segnato dalle tenebre del peccato, ma un cammino di vita. Per questo è importante consegnare al Signore le nostre tenebre, le nostre ferite che ci fanno ripiegare in noi stessi, perché ci illumini e faccia diventare le nostre piaghe luoghi di compassione e di sapienza del cuore.
Da notare anche il carattere universale della profezia: la Galilea, zona di confine, piena di pagani, fa da ponte naturale tra Israele e il resto del mondo: la salvezza è per tutti! Tutti sono allora chiamati a far parte di questo nuovo popolo. A tutti viene offerto un cammino di vita.
“Convertitevi...”: convertirsi significa volgersi alla luce, aprire gli occhi, stare dalla parte di Gesù nella lotta tra la luce e le tenebre, tra verità e menzogna, libertà e schiavitù, vita e morte. In questo duello Matteo già presenta Gesù come il servo sofferente di YHWH diversamente dall’aspettativa popolare del messia potente e glorioso. Il Battista stesso con il suo martirio diviene prefigurazione stesso del destino di Gesù, il Figlio consegnato dal Padre a noi uomini, il quale a sua volta si consegna nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Un messia, dunque, che salva l’uomo nella “debolezza” dell’amore e della fiducia nel Padre. Ed è proprio vero: chi ama è debole, si espone alla violenza, alla derisione e ad ogni forma di offesa. Eppure è l’unica arma per vincere l’orgoglio e la superbia dell’uomo che vive nelle tenebre del male.
“... il regno dei cieli è qui”. Gesù parla del regno del Padre. Tuttavia con questa signoria di Dio che si fa presente nella storia, lui ha un rapporto particolare: non è solo annunciatore o araldo. Il regno di Dio si fa presente nelle sue azioni e nelle sue parole: lui stesso è il Regno di Dio che viene. Credere al vangelo è credere a lui stesso. In questo Regno, prima atteso e ora presente in Gesù, siamo chiamati a vivere da figli e da fratelli.
Chiamata dei primi quattro discepoli (Mt 4,18-22)
“Mentre camminava lungo il mare di Galilea”. Gesù è presentato come un itinerante, senza fissa dimora. Questo “passare” di Gesù richiama l’incarnazione: è Dio che si è messo in movimento ed è sceso al livello dell’uomo per incontrarlo nel suo terreno concreto. Non è più l’uomo a cercarlo, ma è Lui che prende l’iniziativa. È lui che si pone alla ricerca dell’uomo.
Non solo: Gesù incontra l’uomo nel quotidiano. Non a caso Gesù passa e chiama i primi quattro discepoli sul lago di Galilea mentre essi erano intenti al loro lavoro. Una chiamata che non avviene, dunque, nel tempio, ma nel contesto di vita di ogni uomo.
Gesù “vide...”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo di amore. Io sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perché mi ama (Is 43,4) di amore eterno (Ger 31,3). Il suo è un amore “folle” per l’uomo. Per ogni uomo, quindi anche per me. Il suo amore non è però generico: ama ognuno di noi con un amore “unico” e “particolare” e ci chiama a realizzare in pienezza la nostra vita. Amore e chiamata. Su ognuno Gesù volge il suo sguardo che elegge, sceglie, ci strappa dalla folla, dalla massa, dall’anonimato, affinché, come essere unico e irripetibile, in forza dell’amore personale di Dio, possa vivere in pienezza la vita che mi è stata donata.
Gesù “disse loro: Seguitemi…”. La parola di Gesù specifica quanto già è contenuto nel suo sguardo di amore. Di fronte al suo sguardo l’uomo non può rimanere neutrale, come semplice spettatore, ma è chiamato a fare una scelta: o aderire a lui o rifiutarlo. O rimanere nella massa, magari assumendo nella mia vita i modelli che mi sono proposti dagli altri, dalla società,dai mass media per non sentirmi “diverso” e “anormale”, o avere il coraggio di seguire Gesù. La fede cristiana, infatti, non è prima di tutto una dottrina o una pratica: è rispondere all’invito personale di Gesù, è seguire lui per diventare come lui, figli e fratelli, che vivono il regno del Padre. Prima ancora di “fare” qualcosa il cristiano è uno che ascolta e accoglie Gesù, la Parola fatta carne, nella sua vita.
È da notare come Gesù chiama i primi quattro discepoli a coppie: Simone e Andrea, Giacomo e Zebedeo. Questo ci fa comprendere che la chiamata di Gesù non si risolve in un cammino individualistico, ma è una chiamata alla fraternità. Nel seguire lui ci dobbiamo riconoscerci fratelli e aiutarci insieme a camminare nella propria vocazione. Questa è la fraternità spirituale!
“... vi farò pescatori di uomini”. È la nuova vocazione. Pescare un pesce è ucciderlo; pescare un uomo è toglierlo dall’abisso (che per la mentalità biblica è simbolo del caos, del nulla), farlo vivere. I discepoli, pescati alla vita dal Figlio, realizzano la loro vocazione nel pescare i fratelli. È un qualcosa di nuovo, sconosciuto... All’invito di Gesù potrebbero opporre delle ‘ragionevoli’ obiezioni: il Signore chiede loro uno strappo dalla sicurezza materiale (assicurata dal lavoro che svolgono con professionalità) e dal mondo degli affetti (la famiglia); e poi che significa “pescare gli uomini”? E se questa promessa di Gesù alla fine non si realizzasse, cosa sarebbe per noi e con quali conseguenze?
“Ed essi subito...”. La risposta all’iniziativa di Gesù è espressa con il verbo “lasciare”. Matteo sottolinea la subitaneità della risposta. Non si può rimanere nell’ambiguità, nel compromesso. Né si può posticipare la risposta in altro momento... Certe occasioni, le occasioni di Dio, vanno accolte subito.
“... lasciate le reti...”. La decisione si manifesta nel distacco: dalle reti, da un mestiere, dalle cose, dai legami familiari, da un presente. Decidere è, dunque, tagliare via tante possibilità, per realizzarne una che dà più gioia. Non c’è risposta che non si traduca in una separazione, in una rinuncia, in un allontanamento. E queste operazioni non sono mai indolori. Ma se tali decisioni sono risposta ad un incontro autentico con Dio che abbiamo scoperto come il nostro “tesoro” (cfr. parabola del tesoro nel campo e delle perla preziosa: Mt 13,44-46), la scelta avviene nella gioia. La tristezza, invece, fa prendere solo decisioni negative. La peggiore tra queste è restare nell’indecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilità che non ci fa crescere.
La gioia previa è la forza per decidere; la gioia conseguente è la conferma che la scelta è stata buona. La firma di Dio circa la bontà di una scelta è la “consolazione”, prima e, soprattutto, dopo. Il prezzo può essere alto: i discepoli lasciano tutto! Ma perché si riceve infinitamente di più.
“... lo seguirono”. Si tratta di percorre la stessa strada di Cristo, di assumere i suoi pensieri e i suoi atteggiamenti, ispirarsi ai suoi criteri, avere le sue preferenze. Si segue chi si ama e si diventa chi si ama!
Qui cogliamo la fede in Gesù nel suo aspetto essenziale. I discepoli, infatti non sono “chiamati” a sottoscrivere, essenzialmente, una lista di verità da credere. Sono chiamati a “fidarsi di una Persona”. Affidarsi totalmente a questa Persona, stabilire un legame, una relazione personale e vitale con Cristo. “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Anche se non conoscono questo ‘mestiere’ (vocazione) rispondono all’appello, accettano di vivere un’avventura di cui ne vedono il rischio. La fede, così, unita all’amore, viene presentata come antidoto del calcolo, della prudenza umana, dell’esitazione a compromettersi.
Gesù insegna e guarisce (Mt 4,23-25)
“Gesù andava attorno per tutta la Galilea”. Gesù è itinerante perché è il pastore che cerca la pecora smarrita, il medico che cura il malato, il Figlio che si prende cura dei nostri mali e ci dona di vivere da figli e fratelli. Egli gira per “tutta” la Galilea perché vuole la salvezza di ogni uomo, giudeo o pagano.
Espressione concreta di questa ricerca amorosa sono:
- l’annuncio del Vangelo, della buona notizia del Regno. Nei capitoli 5-7 Gesù ci dirà cos’è, nei capitoli 8-9 ci farà vedere come lo realizza.
- i miracoli: “curando ogni sorta di malattie e di infermità”.
I miracoli sono segni della presenza del Regno.
e ancora...
La settimana scorsa, nel primo carme del servitore di JHWH, era lo stesso Dio che presentava il suo servitore. Nel secondo carme, contenuto nella prima lettura di oggi, è il servo stesso a prendere la parola e a presentarsi, riportando ciò che il Signore gli ha detto e il compito di grande responsabilità che gli ha affidato: «Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria… per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele…». Rivestito dell’armatura fragile della Parola, il servitore avverte intorno a sé la diffidenza e dentro di sé l’inadeguatezza. Le cose non sono andate così come il Signore gli ha promesso; una smentita clamorosa, per certi versi, scandalosa! Dunque una missione universale, vissuta nel segno della debolezza. Ci sono momenti dell’esistenza in cui la sensazione di inutilità è forte, soprattutto se dovuta a un muro sordo, che non risuona, a una comunità insensibile, che non risponde, perché non ha né occhi per vedere né orecchi per ascoltare. Sono momenti di travaglio, che danno a una persona sensibile e fedele un senso di frustrazione profonda. In questo contesto di vuoto, il servo ne parla con il Signore. Ed ecco che risuona, però, la voce di Dio; una voce che risveglia e rincara la dose prospettando addirittura una missione universale: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Accanto alla figura del servo, il Vangelo ci pone quella dell’agnello. Giovanni Battista “vede” Gesù – Egli è colui che “viene” dal Padre e avanza sconosciuto tra la folla, a cui si lega per condizione umana – e svela il mistero della sua persona. Tutta l’attenzione del brano è rivolta al contenuto della solenne proclamazione del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (v. 29b). Giovanni paragona Gesù all’agnello sacrificale offerto ogni giorno nel tempio a Dio, in richiesta del perdono dei peccati, e all’agnello pasquale di Es 12 che, con il suo sangue asperso sulle porte, di fatto difendeva e allontanava dal male. La funzione dell’agnello in questo caso ha dunque il valore di liberazione dalla schiavitù del “peccato del mondo”. Per "peccato del mondo" bisogna intendere la sintesi o una somma delle sue conseguenze nella storia delle singole generazioni e quindi dell'intera umanità. Di tutto questo l'Agnello si fa carico.
Perché è necessario che l’agnello, animale mansueto, muoia?
Sappiamo che l’agnello anticamente era l’animale preferito per i sacrifici proprio per il motivo che non si ribellava nemmeno quando veniva sacrificato. Se il mondo del male è un mondo di lupi, l’agnello non reagisce al lupo divenendo lupo, ma proprio perché rimane mansueto “rivela” al lupo la propria aggressività. Quindi la mansuetudine ha di per sé un primo significato: quello rivelativo. Rivela quell’aggressività, quella tendenza umana dell’uomo, schiavo del peccato, di affermare se stesso a scapito degli altri.
Allo stesso tempo l’agnello è anche baluardo contro la morte: se nelle case degli ebrei segnate dal sangue dell’agnello sugli stipiti non entrava l’angelo sterminatore, vuol dire che l’agnello è colui che permette all’uomo di vivere, di non morire a causa del peccato stesso che si ritorce sull’uomo stesso, ma di vivere nella libertà dei figli di Dio. Ecco perché la pasqua inaugura l’esodo: l’esodo dalla terra di schiavitù, dal peccato, alla vita dei figli di Dio.
L’evangelista, inoltre, richiama anche i passi del Servo sofferente di Dio (infatti il termine aramaico talià significa sia “agnello” che “servo”), che innocente porta su di sé il peccato dell’umanità (cf. Is 42,1-4; 52,13-53,12). Gesù è l’Agnello-Servo mansueto che non apre la bocca, condotto al macello. Il riferimento è quindi anche sacrificale, alla vittima. Quindi il Battista indica in Gesù il liberatore che muore, che dà la vita. È il servo che assume su di sé il peccato del mondo (il verbo "togliere" riferito al peccato del mondo letteralmente significa: "che prende" su di sé per portare via) e comunica la vita nuova con la sua sofferenza e morte in croce (cf. Es 12,1-28; 1Gv 1,7). Il Cristo, cioè, non assumerà la funzione di Messia politico-trionfante, ma quella di Messia umile-sofferente, che non conoscerà successi e non sarà capito dagli uomini.
Si noti che il "peccato" del mondo è al singolare. Non si tratta allora solo di liberarci dai singoli peccati, ma da quel "peccato" che ci aliena da Dio, quella menzogna che c'è in noi in seguito alla caduta dei progenitori e inoculata dal serpente che ci fa pensare che non siamo amati da Dio, che ci spinge di fatto alle tante alienazioni di chi si allontana da Dio.
Il Battista prosegue e ci dà la sua testimonianza: “Io non lo conoscevo..." Nel quarto vangelo non viene raccontato il battesimo di Gesù; non si dice che Giovanni battezza Gesù, ma si presenta la testimonianza di Giovanni che racconta come ha capito chi è veramente Gesù.
"...ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”. Giovanni, quindi, conosce Gesù come Messia, per rivelazione divina: ha ascoltato la parola del Padre e l’ha custodita fino a farne il principio guida del suo discernimento. Nella manifestazione del battesimo il segno che convalida la messianicità di Gesù sta nel fatto che Giovanni vide lo Spirito “scendere dal cielo come colomba” e rimanere su di lui (v. 32). Egli adesso può testimoniare che Gesù è colui che battezza con lo Spirito (v. 33), cioè dona lo Spirito Santo, riempie di questo dono - promesso per l’era della salvezza - ogni discepolo.
Con lo Spirito che scende dal cielo sul Figlio dell’uomo e rimane stabile su di Lui - è l'unto, il Messia - è iniziato il cammino dell’umanità nel suo ritorno al Padre. È in forza dello Spirito che l’uomo può rinascere, dirà Gesù a Nicodemo (Gv 3,5-8), ed è in forza dello Spirito che i peccati potranno essere perdonati (Gv 20,22-23).
Il Battista ci ricorda che tutti noi siamo chiamati a testimoniare chi è Gesù! Se abbiamo non solo capito, ma anche sperimentato di essere stati da lui liberti, non possiamo non additarlo agli altri come l'Agnello di Dio!
La festa del battesimo di Gesù offre un’occasione privilegiata per ripensare alla nostra identità cristiana e alla missione di cui siamo portatori. Le letture, infatti, presentano due figure, che la tradizione cristiana ha strettamente congiunto: il servo di JHWH e Gesù di Nazareth, ambedue investiti di un mandato impegnativo e amaro. Nonostante l’apparente sconfitta, la loro missione raggiunge il compimento nella fedeltà al progetto di Dio.
La prima lettura (Is 42) appartiene a quei testi chiamati «canti del servo del Signore»; in essi, infatti, è presente la figura misteriosa di un personaggio che non è mai chiamato per nome e che viene sempre indicato col titolo di «servitore», il quale appare dotato di un compito straordinario: è chiamato a portare il diritto di Dio alle nazioni. Il diritto, qui, ha il significato di salvezza, legge che fa vivere. Il servo si rivolge agli esseri umani che hanno bisogno di liberazione, perché è inviato a restituire la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri, la dignità ai poveri. A questa superba missione si contrappone la fragilità del personaggio chiamato a espletarla: il servitore è un profeta disarmato, senza appoggi umani, rivestito solo della fragilità della Parola. Egli ha la forza dei miti: non grida, perché la Verità non ha bisogno di una voce alta e imponente per farsi strada e non cerca scorciatoie per essere acclamato dalle piazze. Si rivolge ai piccoli e ai poveri, che stanno per spegnersi o per spezzarsi, sottoposti come sono all’urto di violenze imposte dalla vita e da coloro che contano: situazioni troppo pesanti per le spalle dei poveri. Entrerà nel regno dei fabbricanti di morte disarmato, indossando l’unica corazza in grado di sconfiggere la morte: l’amore. Perché solo l’amore è più forte della morte, e solo l’amore possiede la capacità di far germogliare il deserto e far lievitare il negativo della vita.
La vicenda di Gesù s’intreccia indissolubilmente con quella del servo di JHWH. Il brano evangelico, infatti, presenta le prime parole che, secondo Matteo, Gesù pronuncia rivolte al Battista, al momento del battesimo: «Lascia per ora, perché così adempiamo ogni giustizia», ossia il disegno salvifico di Dio che vuole salvare tutti gli uomini. Gesù vuole farsi battezzare da Giovanni perché in tal modo esprime con tale gesto la scelta fondamentale che Gesù condurrà avanti tutta la vita. È il Figlio che, conoscendo l’amore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratelli: si mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realtà, solidale con loro in un amore più grande della morte. L’immersione nell’acqua è il gesto di chi, non conoscendo peccato, si è fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21). Mentre Adamo affogò nella morte per essersi innalzato nella disobbedienza, Gesù si annega nell’obbedienza del Padre che l’ha mandato a cercare ciò che era perduto. Colui che toglie i peccati del mondo, che ha creato lo sterminato universo compresi i mari, gli oceani e tutte le acque che scorrono sulla faccia della terra, scende ora in questo rigagnolo. Lui, la sorgente d’acqua viva, cosa può ricevere da queste acque? A cosa gli serve scendere in esse?
I Padri della Chiesa danno una chiara risposta: “Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi” (S. Gregorio di Nazianzo, Disc. 39 per il battesimo del Signore). E non solo purifica le acque, ma prende su di sé tutti i peccati che, simbolicamente erano depositati in quelle acque dove i peccatori andavano ad immergersi, e li distrugge con la sua morte in croce.
Il Padre stesso commenta il gesto di Gesù, rivelando ai presenti la missione del Figlio: “Questi è Figlio mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Il Padre si compiace dell’obbedienza del Figlio per mezzo del quale l’uomo otterrà la salvezza.
“il cielo si aprì...” (vv. 21-22). Nel NT troviamo l’apertura del cielo in occasione di visioni negli Atti (At 7,55-56; 10,1). Nell’Apocalisse la parte delle visioni è introdotta con una parta aperta nel cielo (Ap 4,1); si vede poi l’apertura della porta del Tempio di Dio in cielo (Ap 11,19) e ancora la visione del cielo aperto in Ap 19,11. In Gv 1,51 è promesso: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio che salgono e scendono sul Figlio dell’uomo”. La rimozione del velo opaco, che secondo la concezione del tempo divide il cielo dalla terra, simbolicamente significa che è rimosso ogni ostacolo alla separazione di Dio e degli uomini. L’inizio della missione di Gesù, inaugurata dal battesimo, segna la riconciliazione dell’umanità con Dio.
“…ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui”. Questa discesa dello Spirito coincide con l’investitura messianica di Gesù. Diversi testi dell’AT confermano questa idea. Quando Saul viene «unto» e designato come re d’Israele, lo «Spirito del Signore irrompe» su di lui (1Sam 10,6.10) per confermarlo nella sua nuova funzione. Lo Spirito del Signore irrompe su Davide subito dopo la sua unzione (1Sam 16,1-13; si veda specialmente 16,13). Altri testi come Is 11,1-2 e 61,1 illustrano ugualmente il fatto che lo Spirito del Signore è dato al messia scelto da Dio. La voce che viene dal cielo suggella questa investitura, perché il titolo di «Figlio di Dio» ha alcune connotazioni regali, come per esempio nel Sal 2,7 dove il re dice: «Proclamerò il decreto che il Signore ha pronunciato: “Mio figlio sei tu, io in questo giorno ti ho generato!”». L’oracolo del profeta Natan al re Davide (2Sam 7,14) utilizza anch’esso questo vocabolario quando Dio dice del re: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio».
In questo testo, Dio però non elargisce il suo Spirito al re, ma al suo «servo», Gesù, un servo che «proclama il diritto alle nazioni». Gesù si fa servo e porta a compimento la profezia del “servo” del profeta Isaia (prima lettura).
“Ed ecco una voce dal cielo...”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. È la prima volta che parla, confermando Gesù come figlio. La seconda volta aggiungerà per noi: “Ascoltatelo” (17,7), rivelando in tale modo anche la nostra vocazione: ascoltare lui, perché lui è il Salvatore. Per ascoltarlo è però necessaria una condizione: mettersi in fila con i peccatori, così come ha fatto lui. È l’atteggiamento di chi non scarica le colpe sugli altri. Più che lamentarci degli altri dobbiamo lamentarci di noi stessi. Un giorno Cristo ammonirà severamente: “Guai a voi che ora siete sazi” (Lc 6,25). Beati piuttosto coloro che sanno mettersi in discussione. Beati coloro che ammettono di aver sbagliato, di aver provocato e di provocare guai nel mondo, nella Chiesa, nella società, oltre che nella propria esistenza spirituale. Soltanto questa ammissione ci permette di non illuderci di essere arrivati, di abbattere l’orgoglio (anche spirituale) e di incontrare davvero Cristo che ci salva.
“Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. Attraverso di lui il Padre stabilirà “una nuova Alleanza per il popolo” (Is 42,7), ristabilendo il rapporto di amicizia con gli uomini. Lo Spirito-colomba è araldo di questa notizia straordinaria con cui inizia la rinascita di cieli e terra nuovi (vedi il ruolo della colomba nei racconti del diluvio: Gen 7-9). Richiama anche lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2). Il battesimo di Gesù è una creazione nuova che porta la pace definitiva, una vita al di là e al di sopra di ogni male, che non sarà più distrutta.
Le parole che il Padre pronuncia nel Battesimo di Gesù, desidera pronunciarle anche su ciascuno di noi: sei “il figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”. Vuole compiacersi quando viviamo la nostra fede nella conformazione a Cristo, quando come autentici figli nel Figlio ci lasciano immergere nell’abisso delle acque di morte, di violenza, di male che oggi abitano nel nostro mondo, per vincere il male con il bene, per contribuire come «servi» docili nelle mani del Signore a far sì che l'amore trionfi sul male e il Regno di Dio si espanda nel mondo nel quale viviamo.
Le tre letture della manifestazione del Signore Gesù ci invitano ad alzare la testa per scrutare la salvezza che Dio ci offre, per cambiare la storia degli uomini e dei popoli che lo accolgono con fede.
Nella prima lettura (Isaia 60,1-16) troviamo la visione di Gerusalemme che, ammantata di luce, illumina il cammino dei popoli. La luce richiama la salvezza e la vita; senza luce si cammina nelle tenebre e “venire alla luce” rappresenta il salto primordiale sulla scena della vita. Gerusalemme è chiamata a questo compito: è chiamata a testimoniare la luce di YHWH davanti a tutti i popoli. Nel tempo che viviamo, assistiamo ancora una volta, alla smentita di questa promessa. Anche nel 2026 Gerusalemme è segno di contraddizione e di lotta e non di alleanza con/per tutti i popoli della terra. Ma la vocazione a diventarlo non viene meno.
Nella seconda lettura (Efesini 3,2-6) San Paolo ci ricorda che i pagani sono chiamati a far parte dell’eredità dei santi.
Nel Vangelo l’arrivo a Gerusalemme dei magi, quindi degli stranieri in cerca del Messia, ci dice che i «lontani» hanno ora accesso alla salvezza. Ma c’è anche il pericolo – di cui dobbiamo ben guardarci – che i «vicini», quindi anche noi credenti, rimaniamo ciechi, incapaci di accogliere la salvezza di un Dio che si offre a noi nei segni della povertà, dell’umiltà, nella piccolezza che è la grandezza di Dio, del Dio amore.
Parlando dei magi, l’evangelista non intende soddisfare la nostra curiosità, non si sofferma sull’identità dei personaggi, sul loro numero, sulla strada percorsa, sulla provenienza dall’oriente, sulla designazione rabbinica dei gentili come “adoratori delle stelle”, ecc., ma evidenzia il loro atteggiamento: sono dei ricercatori di Dio. Invece tutta la città di Gerusalemme, insieme ad Erode, in netto contrasto con l’atteggiamento dei magi, non accoglie il suo Re, il Messia atteso da secoli.
Soffermiamoci ora sull’atteggiamento dei magi.
Cosa cercavano i Magi? Quale motivo li ha spinti ad intraprendere un così lungo viaggio? Non è da escludere che l’attesa messianica di Israele sia stata trasmessa ad altri popoli dell’oriente, che l’hanno fatta propria. Quindi la ricerca di un messia. Ma allo stesso tempo cercano un re. Forse la profezia di Balaam, che non era ebreo e servo di altri dèi, era nota anche fuori di Israele. Non per nulla i magi giunti in Giudea si recano nella città regale di Israele ed entrano nel palazzo del re
Si sono lasciati guidare dalla stella. La stella, però, non li ha accompagnati a passo a passo durante il lungo viaggio. Per eliminare tutte le incertezze, sgomberare le difficoltà del cammino. Hanno percorso faticosamente la loro strada, affrontandone i rischi, le oscurità, i dubbi, gli imprevisti. Non c’è ricerca di Dio lungo un’autostrada dello spirito tracciata definitivamente dagli altri. Eppure questa è la tentazione sempre presente in molti cristiani. Pretendono una strada sicura, diritta, perfetta. Con cartelli segnaletici ben visibili e completi di indicazioni di ogni genere. Ossia una risposta esatta, indiscussa, per ogni genere di problemi, quasi che il cristianesimo fosse una macchinetta automatica... C’è, invece, un cammino sempre diverso da percorrere, da scoprire, inventare. La fede non è mai rassicurante. È, piuttosto, un rischio. Il credente è uno che segue itinerari imprevedibili, che esplora territori sconosciuti.
I Magi hanno poi saputo vincere la delusione. Hanno posto la domanda. Il re Erode, che tiene a disposizione uno stuolo di “esperti” - i capi dei sacerdoti e gli scribi - li consulta. Essi, dopo aver cercato affannosamente nelle Scritture, confermano che, sì, effettivamente a Betlemme doveva accadere qualcosa... Sta scritto nel Libro: “[Tu sei] la più piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda: da te infatti uscirà un capo”: Mi 5,1; e: “Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”: 2Sam 5,2)[1]. Sanno tutto di una geografia dove però loro non hanno mai messo piede, né intendono muovervi un passo. I Magi sono incaricati dal re di fare da esploratori per conto dei sedentari che sanno tutto e poi di tornare a riferire circa le loro eventuali scoperte. Così anche i professionisti della Scrittura, a due passi dall’avvenimento, sono rimasti al loro posto, inchiodati alle loro cattedre, interessati soltanto teoricamente a quell’evento. Informati, ma non coinvolti. Sanno tutto, ma la strada la lasciano percorrere agli altri.
Così anche per il nostro itinerario di fede. Si tratta di non permettere che la delusione ci abbatta, non desistere anche quando incocciamo dei maestri che tengono in tasca tutte le risposte per ogni genere di problemi, ma sono sprovvisti dell’unica risposta che ci interessa: quella vitale.
L’adorazione. Giunti a Betlemme videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. I magi sono maestri nell’atteggiamento corretto nei confronti del soprannaturale: di fronte al bambino Gesù, rivelazione del mistero nascosto da secoli, si prostrano in adorazione. Quando ad-oro divento intimo di Dio, partecipando alla sua vita, al suo mistero. Letteralmente la parola stessa “adorazione” deriva dal latino “portare alla bocca”. Adorare significa entrare in comunione di respiro, di anima. Il bacio, nella Bibbia, ha questo intimo significato. La condivisione personale dell’alito, della vita. E la adorazione biblica racchiude in sé questa valenza così personale e forte, quasi intima. È quindi il contatto intimo con Cristo il centro da cui sgorga ogni dono successivo a Dio e ai fratelli. La nostra ricerca ci deve portare ad adorare prima di ogni altra cosa. Come hanno fatto magi.
Il gesto di adorazione dei magi contrasta spesso con quello dell’uomo d'oggi. C’è poca fede e la pratica religiosa è bassa, c’è però una grande attesa e ricerca di ciò che è soprannaturale e misterioso, di ciò che supera le leggi della natura, di ciò che è inspiegabile, che è circondato da un alone di mistero; ne sono testimonianza il successo di programmi televisivi che si occupano di questi fatti e soprattutto la fortuna - anche economica - di maghi e astrologi a cui molti si rivolgono, con il risultato di sborsare anche ingenti somme di denaro. Pensiamo poi a certa ingenuità diffusa nel credere a indovine di passaggio, che spesso si rivelano abili truffatrici, o ancora alla frequente consultazione di oroscopi prima di intraprendere qualsiasi scelta. Sono tutti fatti che comunque testimoniano come oggi molti non sono soddisfatti della loro vita, della loro situazione e sono alla ricerca di qualcosa che oltrepassi la propria capacità di comprendere le cose. Non sempre però si tratta di attese ben orientate, spesso si va alla ricerca di un soprannaturale e di un misterioso che in realtà si vuole dominare per piegare alle proprie esigenze, illudendosi di indirizzare a proprio favore gli eventi della vita come se bastasse qualche rito e qualche formula per piegare potenze superiori.
L’offerta dei doni. Dei magi si dice, letteralmente, che “aperti i loro tesori, offrirono a lui doni, oro e incenso e mirra”. È l’ultimo gesto che essi compiono in un prolungato atteggiamento di adorazione. Dei doni offerti a Dio senza adorazione c’è il rischio che si trasformino in merce di scambio per un rapporto clientelare.
I padri della Chiesa hanno dato un significato simbolico alle offerte dei magi, vedendo raffigurate in esse tre prerogative di Cristo: la regalità, la divinità, l’umanità (nella carne di Gesù si ha l'alleanza con l'umanità da lui redenta, ma è anche richiamo della passione del salvatore). È ciò che esprime anche un inno della liturgia: “Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale, la mirra annunzia l’Uomo, deposto dalla croce”.
Effettivamente l'oro è simbolo di regalità; i magi, dunque, riconoscono il Signore come loro re. E con tale riconoscimento mettono fine al sono di restaurazione politico del regno d'Israele. Gesù è venuto a realizzare il regno di Dio, regno che non è limitato ai soli Giudei, a un popolo, a una religione, ma è esteso a tutti quegli uomini che accettano di essere amati da Dio. L'evangelista anticipa così nell'episodio dei magi le parole di Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).
L'incenso era l'elemento specifico del servizio sacerdotale, adoperato in modo particolare nelle offerte di ringraziamento (Lv 2,1-2; 1Sam 2,28). Ebbene, i magi, che in quanto stranieri sono “pagani peccatori” (Gal 2,15), offrendo l'incenso, svolgono verso Gesù il compito dei sacerdoti, gli unici che potevano rivolgersi direttamente alla divinità nel culto. Il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più esclusivo di Israele (Es 19,6), ma viene esteso a tutti i popoli, pagani e peccatori compresi (1Pt 2,9; Ap 5,10).
Infine la mirra. Nella scrittura questa resina, dall'intensa fragranza, è il profumo con il quale l'amante conquista il suo amato (“Ho profumato il mio giaciglio di mirra”, Pr 7,17), simbolo dell'amore della sposa per lo sposo (Ct 5,5; Est 2,12). Il rapporto tra il Signore e il suo popolo veniva raffigurato dai profeti con i tratti di un matrimonio, dove Israele era la sposa del suo Dio: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Os 2). Anche il privilegio di essere la nazione sposa del suo Dio non è esclusivo di Israele, ma è esteso alle nazioni pagane, delle quali i magi sono i rappresentanti.
La mirra poi può essere anche interpretata come segno della passione di Gesù. “In effetti, nel Vangelo di Giovanni compare la mirra dopo la morte di Gesù: l'evangelista ci racconta che Nicodemo, per l'unzione della salma di Gesù, aveva procurato, fra l'altro, anche la mirra (cfr. 19,39). Così, il mistero della Croce, mediante la mirra, viene nuovamente collegato con la regalità di Gesù e si preannuncia in modo misterioso già nell'adorazione dei Magi. L'unzione è un tentativo di opporsi alla morte, che solo nella corruzione raggiunge la sua definitività. Quando al mattino del primo giorno della settimana le donne giunsero al sepolcro per effettuare l'unzione, che, a causa dell'immediato inizio della festa, non era stato più possibile eseguire alla sera dopo la crocifissione, Gesù era ormai risorto: Egli non aveva più bisogno di della mirra come mezzo contro la morte, perché la vita stessa di Dio aveva vinto la morte”[2].
Con questo significato dei doni, allora, Matteo ci dice che Israele non è l'esclusivo popolo del Signore, lo sono anche le altre nazioni che giungono alla fede in Colui che è Dio e per amore ha dato la vita per noi, comprese quelle che i Giudei considerano nemiche e: “Benedetto sia l'Egiziano mio popolo, l'Assiro opera delle mie mani” (Is 19,25).
Ma c’è anche una seconda interpretazione dei doni. Noi sappiamo che nel Vangelo di Matteo “tesoro” è il cuore dell’uomo. Non si tratta allora di qualcosa che viene dato a Dio materialmente, per riconoscenza o per avere il suo favore, ma del dono di se stessi – il proprio oro (cioè tutto ciò che è prezioso in noi e tutto quello che di prezioso possediamo), l’incenso (cioè la propria dignità) e la mirra (cioè anche la propria morte, consegnata a colui che è la Vita), ponendosi davanti a Lui così come siamo, con tutta la nostra storia, le cose scintillanti e le amarezze. In questo senso l’offerta della nostra vita è la conseguenza diretta dell’adorazione, del “portare alla bocca” per comunicarsi a vicenda il proprio tesoro.
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[1] Si noti che entrambe le citazioni – quella di Michea (e quindi l'importanza di Betlemme in forza della profezia), come quella di 2Sam (ove si era raccontata la chiamata di Davide: il più giovane viene scelto tra i fratelli ad essere re) fanno capire il paradosso dell'agire di Dio, che pervade tutto l'AT: ciò che è grande nasce da ciò che, secondo i criteri del mondo, sembra piccolo ed insignificante, mentre ciò che, agli occhi del mondo, è grande, si frantuma e scompare.
[2] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 124-125.
La liturgia odierna ci parla della sapienza divina, quella sapienza che si è fatta carne in Gesù.
La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, ci dice che la Sapienza è «uscita dalla bocca dell’Altissimo», abita le altezze e scruta gli abissi. È una Sapienza che è dal principio, prima che il mondo fosse. Essa, che aveva la sua dimora nelle altezze, «ha messo le sue radici in mezzo a un popolo glorioso». L’Eterno ha scelto di abitare in un fazzoletto di terra: in una città, in un tempio, ma soprattutto in mezzo a un popolo piccolo e insignificante che, grazie alla sua presenza, diventa “glorioso”.
Questa Sapienza si è fatta carne in Gesù. E ciò perché – come ci dice San Paolo nella seconda lettura – possiamo essere «figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà…» (Efesini 1,5-6).
Il brano del Prologo giovanneo è molto bello, ricco di significati. Cerchiamo di coglierne alcuni per il nostro cammino spirituale.
Anzitutto ci dice – contemplando la vita trinitaria – che quel Verbo (cioè il Figlio di Dio) da sempre è rivolto al Padre: quindi tra Padre e Figlio c’è una relazione di amore. Il Verbo si riconosce generato da Dio - e come tale si accoglie riconoscente - e a Dio si rivolge o, meglio, si riconsegna. Non si tratta solo di un dialogo all’interno della divinità, ma di un vero e proprio scambio di vita divina, di amore nel dinamismo della generazione e della riconsegna. Dio è amore.
Ebbene, il Verbo che in obbedienza al Padre ha creato il mondo, sempre in sua obbedienza si è fatto carne.
Ci sono poi delle precisazioni molto importanti.
«In lui era la vita» (v. 4). Questa – afferma Giovanni – è propriamente la vita. Se qualcosa noi vogliamo chiamare vita, intendendo con questo ciò per cui le cose sussistono radicate in un’origine, sorrette da un’intenzione, accolte in una relazione, questo è propriamente ciò che si rivela nel Verbo dell’origine che è Dio.
«e la vita era la luce degli uomini». La vita, che è il Verbo, si rivela come luce per gli uomini. Egli si rivela nella verità di essere la vita per illuminarli, perché possano - come il Verbo stesso si riconosce generato dal Padre - riconoscersi radicati esistenzialmente nel rapporto con il Verbo che è verità e vita. Staccarsi da Lui significa non vivere, significa perdere la vita vera. Ed è quello che produce il peccato.
«la luce splende nella tenebra» (v. 5a). Nella visione giovannea la tenebra si riferisce al mondo satanico che si oppone a Dio, è l’anti-rivelazione, l’anti-vita. È il mondo che ha tentato l’uomo e lo conduce al peccato, quindi alla morte.
Ma – precisa il Vangelo - «la tenebra non l’ha vinta». Per quanto sia grande, questa tenebra non ha vinto la luce, non l’ha afferrata, non l’ha vinta, non l’ha dominata. Ossia l’uomo che si affida a Dio e rimane radicato in lui – in comunione con la carne del Verbo fatto carne – non viene vinto dalla tenebra, ma rimane nella luce, cioè nella verità e nella vita. C’è quindi una lotta impegnativa che però risulta vittoriosa. Per questo nella fede possiamo affrontare la tenebra presente nel nostro mondo - non solo identificata nel Nemico che si oppone al piano salvifico divino, ma anche dell’uomo che sono strumenti del male, di guerre, di violenze, di ingiustizie - vincendola come figli nel Figlio. Un messaggio di speranza, dunque, di chi nella fede rimane saldo nel Signore che si è fatto carne per noi perché, rimanendo in Lui possiamo essere salvati, custoditi nel suo amore. Giustamente San Paolo nella Lettera ai Romani dirà: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse il dolore o l'angoscia? La persecuzione o la fame o la miseria? I pericoli o la morte violenta? Ma in tutte queste cose noi otteniamo la più completa vittoria, grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono sicuro che né morte né vita, né angeli né altre autorità o potenze celesti, né il presente né l'avvenire, né forze del cielo né forze della terra, niente e nessuno ci potrà strappare da quell'amore che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39).
«Venne fra i suoi, e i suoi non lo accolsero» (v. 11). A queste risposte negative – il rifiuto di Israele e degli uomini che nella storia accecati dal peccato rifiutano Cristo – si contrappone chi risponde positivamente: «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Quelli che lo hanno accolto, cioè che credono in Lui, ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’uso del verbo diventare è molto importante: il Verbo, infatti, non ci ha fatto diventare figli di Dio automaticamente, ci ha dato il potere di diventarlo. Cioè di diventare sempre più pienamente ciò che siamo già per grazia grazie al sacramento del Battesimo. Di vivere quella bellezza di vita filiale che manifesti chi siamo noi, ossia figli nel Figlio del Dio amore.
«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi e pose la tenda fra di noi» (v. 14a). Questa è la traduzione letterale del versetto. Allora il Verbo non solo di fatto, cioè in modo concreto, pianta la tenda “dentro” l'umanità, ma vuole piantarla e rimanere ad abitare anche dentro il nostro cuore perché anche noi possiamo abitare in Lui. Come sarà nel paradiso, immersi nella Trinità. Vivere quindi sulla terra già anticipando e manifestando quella vita vera che è già anticipo del cielo.