Il passo del Vangelo di questa domenica è uno tra i più radicali. Gesù ci chiede l’obbedienza all’amore. Ci chiede di avere un cuore simile a quello di Dio, che è amore, e che vuole unicamente il bene, la vita degli uomini. Il discepolo di Cristo non può accontentarsi di una osservanza materiale dei comandamenti – come quelli citati in questo brano: “non uccidere”, “non commettere adulterio” e “non giurare il falso” – perché è necessario curare anche l’intenzionalità del cuore, un cuore chiamato ad amare, e quindi capace di andare oltre al dettato del comandamento. Questo esige una purificazione del nostro cuore da tutti quelle intenzionalità e desideri che non sono consoni con l’amore, con l'amore autentico - quello proprio di Dio che è amore - che ci è stato manifestato nella persona di Gesù ed è infuso in noi dallo Spirito Santo - che si fa dono, che si fa carità. Il pericolo serio è quello di non entrare nel regno dei cieli. Chi ama, invece, pur "perdendo la propria" vita seguendo la via del Maestro, ci entrerà. Chi ama ha già il sapore dell'eternità.

Vediamo ora le singole esigenze che ci chiede Gesù.

Non uccidere”. Gesù fa balenare un orizzonte del tutto nuovo. Non si tratta solo di non uccidere materialmente, perché ci sono molti modi per uccidere o ferire il fratello. “Chiunque si adira col proprio fratello…” L’ira è già un principio potenziale di aggressività perché l’altro è avvertito come un nemico da cui difenderci. La medesima cosa vale per il disprezzo (“stupido”), che è l’uccisione interiore dell’altro, e l’offesa (“pazzo”), come se l’altro fosse il male (la parola “pazzo” infatti sembra avere una connotazione religiosa, e significa “empio”), per cui va “demonizzato” come fosse il male, per cui diventa “bene” eliminarlo! Gesù per tre volte parla dell’altro come “fratello”: negargli la fraternità significa perdere il rapporto filiale con Dio. È in questo senso che vanno intese le dure parole: “... sarà sottoposto a giudizio”, “... sarà sottoposto al sinedrio” (che è il massimo organo giuridico in Israele) e “... sarà sottoposto alla Geenna”. Non è Dio che condanna l’uomo, ma è quest’ultimo che si autocondanna: con l'esclusione del fratello esclude sé stesso dal Regno di Dio. Vale la pena ricordare che nella Geenna, che è la valle dove scorre il fiume Innon, fuori le mura di Gerusalemme, venivano bruciate le immondizie. Per cui l’espressione è chiara: chi non considera l’altro come fratello ha sacrificato la propria vita di figlio e la butta nell’immondizia.

Matteo apporta due ulteriori sviluppi:

- riconciliarsi quanto prima con il fratello, prima di comparire davanti al Signore per pregare: vv. 23-24. È da notare che in questi versetti la parola “fratello” ricorre per quattro volte! Quindi non si può onorare Dio senza essere in armonia con il fratello; vero culto di Dio è che tu faccia il primo passo per riconciliarti con il tuo fratello, anche se sei tu l’offeso. Non vi è vera giustizia senza carità, perché l’amore è il primo debito; né vi è carità vera senza giustizia (Rm 13,8 ss.): l’una e l’altra per essere sincere non devono contentarsi di parole ma concretarsi in fatti.

- riconciliarsi con l’avversario “... finché sei in cammino”, prima di comparire davanti al giudice finale: vv. 25-26. La vita è un cammino di continua riconciliazione con l'altro. Se non fai così perdi tempo e vita; non vivi nella verità di figlio di Dio pur avendone le potenzialità; non diventi ciò che sei per grazia e rischi il fallimento: "non uscirai dà finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!". Ossia se non vivi la logica del dono e del perdono - che è la logica dell'amore di Dio - perdi la vita di figlio del Padre. 

"Non commettere adulterio". La violazione più palese e grave della vita di coppia  (cfr. Es 20,14 = Dt 5,18) è proprio l’adulterio. La gravità dell'adulterio – sottolineata dal fatto che esso era punito con la pena di morte per entrambi gli adulteri (non solo la donna), mediante lapidazione e pubblicamente (cfr. Lv 20,10; Dt 22,22-24), dipendeva dl fatto che esso era ritenuto il male più grave che si potesse fare a un uomo dopo il toglierli la vita.

Gesù approfondisce il comandamento, andando oltre al fatto materiale: anche il desiderio di adulterio (il verbo epiphumesai - desiderare - indica il desiderio efficace, la progettazione, la scelta mentale e volitiva) va condannato. Evidentemente non è una condanna della persona (Gesù, infatti, di fronte ad una adultera, è stato estremamente tollerante e pronto a perdonare) ma del male. Non si deve misurare l’atto morale sul gesto esterno soltanto, ma misurarlo sulla profondità della coscienza. È per questo che noi non potremo mai giudicare nessuno come peccatore: l’unico che può dirlo in maniera piena e totale è Dio, che legge i cuori degli uomini.

Inoltre Gesù estende il comandamento di non desiderare la donna d'altri a quello di non desiderare una donna in genere, anche se non sposata. Il termine usato nel testo greco per donna (gyné) è, infatti, generico e non viene specificato che essa sia sposata.

Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, càvalo... E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te”. Gesù esige radicalità. Da notare che l’occhio è espressione del desiderio del cuore. È dal cuore che nascono desideri buoni e desideri cattivi. L’occhio asseconda questi desideri e “vede” ciò che interessa per soddisfarli. Invece la mano è segno dell’uomo che “fa”, che “agisce”. Perché l’occhio e la mano non siano per la morte la persona deve saper de-cidere (= tagliare) ciò che non porta alla vita. C’è una responsabilità personale nel custodire i sensi che è indispensabile per la custodia del cuore. Qualora non c’è tale custodia (e si permette che tutto entri nel cuore) il cuore viene devastato!

In più c’è lo scandalo, inteso come pietra di inciampo, che fa cadere il fratello (cfr. pure Mt 18,8-9). Il che significa: non scandalizzare gli altri riguardo alla vita di coppia. Il cristiano sa che l’unione dell’uomo e della donna è espressione di amore. Perciò esso non va vissuto come passione egoistica, esclusiva ricerca di piacere. L’amore è donazione reciproca, incontro di libertà che si uniscono. Un’attrazione fisica senza amore è alienazione, immaturità umana, perché non esprime la persona alla persona, ma solo il sesso al sesso, è lesiva della dignità, tentativo di ridurre l’altro a una cosa, un possesso, un bene di consumo. E qualora il fratello “cade” per causa nostra, dobbiamo sentirci responsabili nei suoi confronti.

Il divorzio. Sappiamo che Rabbì Hillel, una delle due scuole rabbiniche famose dell’antico giudaismo, concedeva il divorzio sempre, anche solo sulla base del fatto che il volto della donna ormai dava fastidio o persino per una minestra scotta. Rabbì Shammai era più esigente: occorreva l’adulterio per ottenere il divorzio. Gesù, invece, ritorna all'originaria volontà di Dio. La conferma di ciò la troviamo in Mt 19,4-5: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?”. Dunque ciò che conta è l'originaria volontà di Dio.

Certo, Gesù sa che il cuore umano sarà segnato dal peccato. L'indissolubilità che Gesù propone per tutti – e a maggior ragione di chi si è unito in matrimonio con il sacramento nuziale, quindi con la grazia di Cristo – necessita di un cuore nuovo: in quanto riconosciamo di essere amati da un Dio fedele, che ci ama e ci perdona senza alcuna condizione, a nostra volta possiamo amare con un simile amore. Amare il compagno/compagna della propria vita con un amore che non è solo umano (che è fragile!), ma divino perché trasformato da Dio stesso. Un amore che attinga dalla ricca fonte dei sacramenti.

È bello vedere la fedeltà coniugale alla luce della Trinità. Quando una coppia mette al centro l’amore per Gesù, si ama l’altro coniuge vedendo in lui Gesù. E quando l’amore verso Cristo nel coniuge è reciproco, nell’incontro si vive sul modello della Trinità, dove i due stanno come il Padre e il Figlio e fra essi irrompe lo Spirito Santo con i suoi doni, anima del Corpo mistico. Paolo ci ricorda quali sono i frutti dello Spirito: “... è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).

Il giuramento. Non spergiurate. Quando e dove “fu detto agli antichi di non spergiurare”? Gesù rinvia ai vari testi della Torà: Lv 19,12; Es 20,7; Dt 23,22, ecc. Per gli ebrei “giurare” significa chiamare Dio a testimone della propria veridicità. Spergiurare in ebraico è “giurare invano”, giurare nel nulla, invece che in Dio (Lc 19,12; Es 20,7). È peccato perché si chiama Colui-che-è (Dio) a testimone di ciò che-non-è.

Non giurate affatto. Gesù va oltre: non solo non spergiurare, ma anche non ricorrere a giuramenti. E, contro l’uso ebraico, precisa: “né sul cielo”, che è il trono della gloria di Dio, “né sulla terra perché è lo sgabello dei suoi piedi” (essa, in quanto creazione di Dio, va rispettata come il cielo), “né su Gerusalemme”, che è la dimora di Dio, “né sulla tua testa”, perché non è tua, ma dono di Dio. Dio è il Signore di tutto ciò che esiste. Non c'è bisogno di chiamare a testimone Dio: l'uomo è sempre davanti a lui. Dunque ogni parola che l'uomo pronuncia ha il suo peso: non è mai una parola vuota. Recuperare il peso della parola pronunciata davanti al prossimo è un bell'aspetto della originaria volontà divina.

Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal Maligno. La parola dev’essere di per sé vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente è falsa, mezzo di dominio e di divisione. Dire il falso è stare al gioco di Satana, padre della menzogna. La menzogna del serpente (Satana) portò la morte nel mondo.

Oggi il mondo ha bisogno di sincerità, lealtà, schiettezza. La menzogna ha bisogno di molte parole (“il di più viene dal Maligno”), per confondere e persuadere. L’imbroglione è sempre un abile comunicatore, che cerca di avere in mano l’altro dicendo il minimo di sé. Gesù ci chiama a quella sincerità totale che è capace di ammettere le proprie colpe e negligenze, a quella lealtà che non si rimangia la parola per comodo, a quella schiettezza che sa dire a chi sbaglia: “tu sbagli”, a cercare la verità com’è. Bisogna non voler ingannare gli altri, prevalere su di loro, violentarli psicologicamente, in alcun modo; ma aver rispetto per tutti. 

Solo su una parola trasparente, verace, può fondarsi una relazione autentica con Dio e tra gli uomini; solo su essa si può fondare una comunità di vita. La relazione con Dio, di fronte al quale occorre essere assolutamente veri e trasparenti, si fa trasparenza e veracità verso i fratelli. Solo in tale trasparenza e veracità si può manifestare un amore autentico.

San Paolo esorta la comunità di Efeso alla sincerità: “Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo” (Ef 4,25). La mente non deve ingannare il cuore, né l’occhio lo spirito.  Perciò bisogna dire la verità, saperla dire, avere il coraggio di dirla “davanti” e non alle spalle, ricordando che “illumina più una candela dinanzi, che sei di dietro”.

Attenzione dunque alle mezze verità, alle accuse generiche, ai silenzi calibrati maliziosamente con lo scopo di determinare allarme, curiosità e interesse. È il classico modo di “gettare il sasso e nascondere la mano”. Ed è esattamente questa procedura che ferisce più delle aperte accuse.

Molte persone obiettano: in determinate circostanze è ammissibile la menzogna “a fin di bene!”. Si può offendere il Dio della verità “a fin di bene”? È una contraddizione insostenibile tra le esigenze di verità e quelle carità! Non si può giungere al bene (che è lo scopo) se non si sceglie anche il mezzo buono, cioè la verità! È vero che in certe situazioni non è opportuno, né bisogna dire tutto. Ma un conto è non dire, e un conto è dire una bugia.

Questo brano evangelico ci spinge inoltre ad una ulteriore riflessione. Oggi siamo sommersi dalla parola, ma questa il più delle volte è ridotta a chiacchiera, a parola superficiale, impersonale che non coinvolge - parliamo del tempo, parliamo del “sentito dire”... -. È importante ridare alla parola il vero valore. La parola vera è sempre portatrice di qualcosa di noi e in ciò assolve alla sua funzione più alta. Le parole vere che noi diciamo sono le parole in cui si condensano frammenti della nostra vita. Dove la parola è capace di portare alla luce qualcosa di noi, del nostro amare, soffrire, sperare, diventa autentico dono di noi agli altri e non solo chiacchiera. È il libero donare noi a chi ci ascolta: estremo atto di libertà e di fiducia. Quando questo dono è accolto con verità e disponibilità dall’altro, si crea tra le persone una relazione nuova fatta di fiducia e di amore condiviso.

Bisogna infine ricordare che la parola ha la capacità di incidere in modo indelebile nella vita dell’altro: creano paure o speranze; non solo descrivono la realtà, ma anche la formano. Così, ad esempio, il “sì” che due dicono sposandosi non è solo informazione, nemmeno solo informazione di qualcosa di sé all’altro, ma una condizione nuova di vita che è la comunione di vita matrimoniale. Quando uno dice all’altro “ti perdono” non dà delle informazioni e neppure dice solo buoni disposizioni, ma dice che la colpa è tolta, che egli non va più guardato come nemico ma va accolto come fratello riconciliato. Le parole pesano come sassi e possono incidere edificando noi e gli altri nell’amore o distruggendo noi e gli altri nella violenza, nella manipolazione, nella sopraffazione.

Il Vangelo (Mt 5,13-16)  - che è la continuazione di quello delle Beatitudini di domenica scorsa - ci invita ad essere sale, luce e lampada nel mondo di oggi. Anzi, per la precisione, usando il verbo all'indicativo, dice: "Voi siete" sale, luce... Lo siete già per la grazia di essere con lui. Lo siamo già in forza del nostro battesimo che ci ha innestati in Cristo. Allora "essere" sale e luce non è un qualcosa da fare, ma una identità da testimoniare. Dobbiamo diventare più pienamente quello che siamo.

Cosa però intende Gesù con queste immagini? 

Essere sale per "salare" il mondo.  Cioè avere il sapore delle beatitudini. Cioè avere  il sapore (=l’amore) e il sapere (=la sapienza) di Cristo.  Il discepolo, allora, per la partecipazione e  conformazione a Gesù - che è il beato per eccellenza - ha questo sapore.  Il rischio è quello di corromperci. Se infatti non alimentiamo la relazione con Lui - se non siamo perseveranti nella preghiera, se non viviamo una seria vita spiritiuale - il rischio è che ci ripieghiamo su noi stessi, che la mondanità entri in noi. L'avvertimento di Gesù è  sconcertante: quando non si fosse più sale utile per il mondo, si è destinati al disprezzo e al rifiuto da parte di Dio e degli uomini. Sono parole dure, ma che ci aiutano a prendere coscienza delle nostre responsabilità e a misurare le nostre inadempienze e colpe. Essere sale non è motivo di orgoglio, ma è fedeltà alla Parola che abbiamo ricevuto per pura grazia. Corriamo sempre il rischio di divenire insipidi: il seme della Parola che ci fa figli - ci dice la parabola - può essiccare appena attecchito, può essere soffocato dopo cresciuto (13,18-22). La sapienza mondana non è quella della croce. In ciascuno di noi è grande la lotta tra la sapienza dell’amore e l'insipienza dell’egoismo.

La luce è la seconda immagine, pure pretenziosa se pensiamo che nel vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a sé la parola: “Io sono la luce del mondo”. È quindi assai grande l’impresa che affida ai discepoli. La luce disperde l'oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono nel mondo e nelle singole persone. E' compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dal nostro modo di essere e dalle nostre opere buone. Il mondo ha bisogno della nostra luce! Una luce che porta gioia, speranza... e orienta - in quanto figlio - all'amore del Padre.

Gesù conosce bene la meschinità dei discepoli – basti pensare ai tanti rimproveri alla loro poca fede (cfr. Mt 8,26; 14,31, ecc.) –; ma sa anche che essi – come ogni discepolo – possono sempre più divenire trasparenza del dono che li precede, e cioè di quella luce divina che Cristo dà a loro, che è Egli stesso.

A rafforzare questo richiamo all’impegnatività del compito intervengono anche le due immagini: della città posta sul monte, che non può rimanere nascosta e quella della lucerna accesa, che deve essere posta sul lucerniere e non riposta in qualche contenitore, il quale tra l’altro la farebbe spegnere, oltre che impedirle di illuminare l’ambiente. Esse ci fanno capire che compito della Chiesa non è illuminare se stessa, ma ciò che la circonda, divenendo un punto di riferimento per il cammino dell’umanità. La Chiesa (e ciascun cristiano) non deve cercare la rilevanza, bensì l’identità. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia e, bruciando, illumina.

perché vedano le vostre opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Le opere buone edificano i fratelli, che nella nostra vita avvertono il profumo di Cristo (2cor 2,14) e glorificano Dio.

Gli uomini hanno bisogno di “vedere” nella Chiesa e in ogni cristiano un segno di novità, la novità del Vangelo. Non possono non restare colpiti da quando un cristiano vive le beatitudini, vive la giustizia del Regno, evita l’ira, è sincero, onesto, mite, arrendevole, si affida alla Provvidenza...  È una vocazione che noi cristiani deformiamo quando, ad esempio:

- ci adattiamo agli avvenimenti della storia per non essere “tagliati fuori”, non perdere certi vantaggi. Invece di assumere l’iniziativa, subiamo l’iniziativa altrui. E siamo quasi sempre costretti a stare sulla difensiva;

- quando assumiamo atteggiamenti di presunzione e orgoglio, rompendo la carità con i fratelli;

-  quando pretendiamo di irradiare sul prossimo ciò che personalmente non viviamo di fatto! Gesù stesso ha denunciato l’ipocrisia di chi pensa di correggere gli altri, senza liberarsi prima della “trave” che ha davanti agli occhi. 

È anche vero che in 6,1 leggiamo: “Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli”. È necessario che gli uomini vedano le opere buone, ma è altrettanto necessaria l’intenzione profonda del cristiano, che è quella di piacere a Dio senza preoccuparsi degli uomini.

Gesù nel Vangelo di questa domenica ci annuncia qual è la vera via della felicità: quella delle beatitudini. Cristo stesso è il beato. La via delle beatitudini non è altro che conformarci a Gesù, grazie all’azione dello Spirito Santo. Esse ci indicano ciò a cui siamo chiamati come cristiani, ciò che significa vivere veramente il vangelo. Sono la descrizione della vera maturità umana e spirituale. Ritratto di Cristo, esse sono anche il ritratto del cristiano adulto in Cristo, libero nello Spirito, figlio del Padre.

Si potrebbe riprendere ciascuna delle beatitudini e mostrare come esse suppongono un’attività dello Spirito Santo, che solo può permettere al cuore dell’uomo di comprenderle e di viverle. La povertà, la mitezza, le lacrime, la fame e la sete di Dio, la misericordia, la purezza del cuore, la comunicazione della pace, la gioia nella persecuzione suppongono un cuore trasformato dallo Spirito. Un cuore che sa rimanere, all’interno delle situazioni umane difficili e di sofferenza umana, saldo in Gesù.

Questa è una delle chiavi di lettura più fondamentali di questo testo evangelico: le beatitudini sono una promessa di felicità, ma non si tratta di una felicità o di una soddisfazione semplicemente umana; si tratta piuttosto di una visita dello Spirito Santo, di una consolazione divina. In situazioni nelle quali non si può percepire nessuna prospettiva di felicità umana, nelle quali non si esprime alcuna ricerca di soddisfazione umana, ecco che, d’un tratto, viene donata una sorprendente felicità, dono gratuito dello Spirito consolatore, che viene a riposarsi sull’uomo.

L’atteggiamento fondamentale di tutte le beatitudini è quello indicato nella prima: la povertà del cuore. Si potrebbe facilmente mostrare che ciascuna delle beatitudini che seguono suppone una certa forma di povertà di cuore. Al centro del vangelo e della persona di Gesù c’è un mistero di povertà, che è assolutamente essenziale e senza il quale non si è in una logica cristiana. Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

Solo i poveri ricevono pienamente la grazia dello Spirito Santo, la rivelazione del mistero di Dio. Nel Vangelo di Luca Gesù dice: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).

Esiste una povertà negativa (miseria materiale o morale, vuoto interiore…) che bisogna ovviamente combattere ed è ciò che la Chiesa fa da sempre. Ma esiste anche una povertà buona, fonte di vita e di gioia, alla quale Gesù ci invita e che è testimoniata dai santi. Dice Teresa di Lisieux: «No, non esiste gioia comparabile a quella che gusta il vero povero in spirito».

In che cosa consiste questa povertà spirituale? Potremmo sinteticamente dire: il povero nello spirito è una persona di fede che confida in Dio e ripone tutta la sua fiducia in Lui; in questa dinamica di affidamento amorevole, il povero in spirito è una persona interiormente libera di ricevere tutto gratuitamente e di donare tutto gratuitamente. Questa libertà suppone una morte a se stessi, alle “pretese” e rivendicazioni del proprio io, che conduce a una perfetta trasparenza all’azione di Dio, alla gioia di ricevere e di donare liberamente.

Più saremo poveri di noi stessi, più diventeremo ricchi dei doni di Dio. Ecco ciò che dice Catherine Mectilde de Bar al riguardo: «Dio non chiede nulla di meglio che colmarci di se stesso e delle sue grazie, ma ci vede talmente pieni di orgoglio e di stima di noi stessi da impedirgli di comunicarsi. Infatti, se un’anima non è basata nella vera umiltà e disprezzo di se stessa, è incapace di ricevere i doni di Dio. Il suo amor proprio la divorerebbe e Dio è costretto a lasciarla nelle sue povertà, nelle sue tenebre e sterilità per mantenerla nel suo niente, tanto questa umiltà è una disposizione necessaria».

Essere povero in spirito significa accettare di dipendere totalmente dalla misericordia di Dio. Di non avere nulla, di non essere nulla da se stessi, ma di ricevere tutto, con una coscienza molto viva della gratuità assoluta dei doni di Dio, di cui non possiamo mai vantarci. Questo è paradossalmente una fonte di libertà e di felicità. Non si ha più bisogno di preoccuparsi di se stessi.

È povero colui che è umile. L’umiltà può derivare da due fonti diverse. C’è un’umiltà che viene dalla sofferenza, dalle prove della vita, nelle quali l’uomo sperimenta i suoi limiti, la sua debolezza e diventa progressivamente umile. Questo è assolutamente necessario: «Occorrono molte umiliazioni per fare un po’ di umiltà», diceva Bernadette di Lourdes. Dovremmo essere estremamente riconoscenti al Signore per tutte le situazioni della vita che ci impoveriscono, ci umiliano, ci fanno sperimentare la nostra debolezza e la nostra miseria. Teresa di Lisieux dirà: «L’Onnipotente ha fatto cose grandi nell’anima della figlia della sua Madre divina, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza».

Ma esiste un’altra fonte di umiltà, molto più profonda e radicale: l’esperienza di Dio. Così nell’AT Mosè, uomo umile, sul Sinai ha fatto un’esperienza di Dio molto profonda: aveva trascorso quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai parlando con Dio nella nube! Più l’incontro con Dio è profondo, più l’uomo diventa umile. L’umiltà è il segno di una vera esperienza di Dio. L’incontro con il Dio vivente distrugge ogni orgoglio: conoscendo Dio nella sua potenza, nella sua maestà, l’uomo comprende di essere nulla, niente davanti a Dio. Ogni vera esperienza di Dio rivela all’uomo i suoi limiti, il suo peccato, la sua povertà radicale. La purezza implacabile della luce divina, come un raggio di sole che attraversa una camera oscura, che rivela i minimi granelli di polvere, dà all’anima l’evidenza della sua miseria e della sua assoluta incapacità. C’è da aggiungere che l’uomo, nella misura in cui si approfondisce il suo incontro con Dio, scopre l’umiltà straordinaria di quest’ultimo, che si abbassa fino a lui, parla la sua lingua, si fa a misura della debolezza umana. Solo Dio è veramente umile, solo Dio è capace di abbassarsi come vediamo nel mistero di Cristo. Da quale altezza l’uomo potrebbe abbassarsi? Non c’è vera umiltà che nella partecipazione all’umiltà di Dio, che ci viene rivelata nel Cristo, specialmente nell’obbedienza e nell’umiliazione della croce.

L’esperienza di Dio, e quindi la fede, porta in sé una nota di umiltà. La fede suppone una docilità, una recettività, un’obbedienza di cui solo l’umile è capace. L’uomo che possiede una fede autenticamente cristiana ha sempre una coscienza acuta del fatto che essa è un dono gratuito e non qualcosa di cui ci si possa inorgoglire.

Alcuni mesi prima della morte di Teresa di Lisieux, una delle sorelle le chiese: «Che cosa significa restare bambino davanti al buon Dio?». Allora Teresa ricorda vari aspetti della piccolezza, fra cui questo: «Essere piccolo, vuol dire anche non attribuirsi affatto le virtù che si praticano, credendosi capaci di qualcosa, ma riconoscere che il buon Dio pone questo tesoro nella mano del suo piccolo bambino perché se ne serva quando ne ha bisogno; ma il tesoro è sempre del buon Dio».

Il povero in spirito è colui che, in quanto povero nel cuore, sa relazionarsi da povero non solo con Dio, ma  anche con le altre persone.  Indico alcune espressioni di tale relazione che ritornano anche nelle altre beatitudini.

- In relazione con la purezza di cuore, che sarà evocata nella sesta beatitudine, essa è il rifiuto di possedere l’altro, di appropriarsene. La rinuncia a ogni forma di possesso, di manipolazione, di utilizzazione dell’altro per scopi personali. L’altro mi appartiene solo nella misura in cui si dona liberamente a me. Io non posso imporgli nulla. 

- Essere povero davanti all’altro significa anche abbassarmi per amore. Santa Teresa dice che «è proprio dell’amore abbassarsi». Rinunciare a ogni posizione di dominio, di superiorità, per farsi piccolo davanti all’altro, in spirito di umiltà, di servizio, come Gesù che ha lavato i piedi dei suoi apostoli. «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11). «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1Cor 10,24).

- Altri aspetti essenziali della povertà di cuore verso il prossimo sono la misericordia e il perdono. Rinunciare a ogni rancore, a ogni desiderio di vendetta, a farsi giustizia da soli, rimettere i debiti suppone una grande povertà di cuore. 

- Essere povero davanti al prossimo è anche non cercare di avere sempre l’ultima parola. Accantonare questo orgoglio di aver ragione contro l’altro. Non giustificarsi continuamente, accettare di essere a volte incompreso. Restare in silenzio. Ovviamente a volte è legittimo e persino necessario spiegarsi, dissipare un malinteso, ristabilire una verità che non è stata percepita dall’altro, ma senza voler sempre difendere la nostra «immagine pubblica» e rivendicare i nostri diritti. Bisogna saper rimettere la propria causa a Dio e non pretendere di essere sempre compreso e accettato da coloro che abbiamo attorno.

- Amare di essere nascosto agli occhi degli uomini e di essere gradito solo da Dio. Non si tratta di fuggire dalle relazioni, ma di non cercare in esse l’apparente gratificazione di essere al centro dell’attenzione, di brillare agli occhi altrui. La radice della nostra gioia viene dal Signore. Un brano molto significativo è Mt 3,17: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Il Padre riconosce nel Figlio suo l’Amato da sempre, il pre-diletto, amato da prima, da tutta l’eternità. E ne gode, il Padre per primo, di una gioia anch’essa eterna, ma che manifesta – secondo il vangelo – nell’occasione del battesimo di Gesù. Quelle parole vanno oltre il Figlio suo Gesù, e raggiungono tutti i figli suoi, amati anch’essi da sempre. Allora posso provare la gioia di sentire queste parole rivolte proprio a me. E piangere di contentezza. Dio, infatti, sa contare solo fino a uno, non ci ama in serie.

Una bella forma di povertà di cuore è anche la generosità verso l’altro. Ricordiamo le parole di Gesù: «A chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» (Mt 5,40-42). Probabilmente noi non potremo dare sempre agli altri ciò che essi desiderano da noi, ma troppo spesso ci lasciamo imprigionare in calcoli umani, paure, avarizie che chiudono il nostro cuore, mentre, essendo più liberi e generosi, faremmo fortemente l’esperienza della fedeltà e della provvidenza di Dio. Scrive San Paolo: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,6-10).

Gesù inaugura la predicazione (Mt 4,12-17.23),

Dopo l'arresto di Giovanni Battista, Gesù - venuto a sapere di ciò - inizia la sua predicazione. Quella che sembrava una conclusione si rivela un nuovo inizio. Gesù è consapevole che ora tocca a lui. Non vive quell'arresto di Giovanni lasciandosi impaurire,  posticipando il suo inizio di ministero a tempi migliori. No. Ma per prudenza fugge dalla Galilea e sceglie di iniziare il suo ministero in Galilea. E' inutile essere imprudenti. Se Giovanni viene consegnato (cioè arrestato), non è ancora giunto il tempo della sua consegna fino alla croce.  Certe fughe non sono contro la volontà di Dio. Come la fuga in Egitto, questa fuga in Galilea, un luogo nel quale convivono ebrei e pagani. Qui - e specialmente a Cafarnao, centro importante sulla riva del lago, via di comunicazione dal nord verso la Giudea - Gesù svolgerà la parte preponderante del suo ministero. E' come se volesse cominciare dai più lontani e periferici. 

Con questo inizio del ministero di Gesù si compie quello che era profetizzato da Isaia (8,23-9,4): “Terra di Zabulon e Neftali...”. Furono queste le zone che sperimentarono per prime l’amarezza dell’occupazione assira e della deportazione in esilio dei suoi abitanti nel 732 a.C. (cf 2Re 15,29). Su quella Galilea, popolata ormai da altre “genti”, oltre che dagli ebrei di un tempo, la profezia di Isaia aveva acceso un lume di speranza e di trepida attesa. L’arrivo di Gesù conferisce finalmente l’adempimento all’oracolo del profeta: si inizia a passare dalla servitù alla libertà, dall'essere non-popolo (perché disperso ed umiliato dalla deportazione) alla rinascita di esso. La profezia usa l'immagine del passaggio dalle tenebre alla luce. Chi viene alla luce è colui che nasce dal grembo materno. L'immagine, quindi, evoca la rinascita (quindi in Gesù si ha una cosa nuova). Gesù-luce è principio della nuova creazione. La sua venuta è “il giorno di Dio”, previsto dai profeti, che pone fine alla notte del mondo. Grazie a lui non solo il popolo rinasce, ma può camminare alla sua luce. Non più un cammino segnato dalle tenebre del peccato, ma un cammino di vita. Per questo è importante consegnare al Signore le nostre tenebre, le nostre ferite che ci fanno ripiegare in noi stessi, perché ci illumini e faccia diventare le nostre piaghe luoghi di compassione e di sapienza del cuore.

Da notare anche il carattere universale della profezia: la Galilea, zona di confine, piena di pagani, fa da ponte naturale tra Israele e il resto del mondo: la salvezza è per tutti! Tutti sono allora chiamati a far parte di questo nuovo popolo. A tutti viene offerto un cammino di vita.

Convertitevi...”: convertirsi significa volgersi alla luce, aprire gli occhi, stare dalla parte di Gesù nella lotta tra la luce e le tenebre, tra verità e menzogna, libertà e schiavitù, vita e morte. In questo duello Matteo già presenta Gesù come il servo sofferente di YHWH diversamente dall’aspettativa popolare del messia potente e glorioso. Il Battista stesso con il suo martirio diviene prefigurazione stesso del destino di Gesù, il Figlio consegnato dal Padre a noi uomini, il quale a sua volta si consegna nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Un messia, dunque, che salva l’uomo nella “debolezza” dell’amore e della fiducia nel Padre. Ed è proprio vero: chi ama è debole, si espone alla violenza, alla derisione e ad ogni forma di offesa. Eppure è l’unica arma per vincere l’orgoglio e la superbia dell’uomo che vive nelle tenebre del male.

... il regno dei cieli è qui”. Gesù parla del regno del Padre. Tuttavia con questa signoria di Dio che si fa presente nella storia, lui ha un rapporto particolare: non è solo annunciatore o araldo. Il regno di Dio si fa presente nelle sue azioni e nelle sue parole: lui stesso è il Regno di Dio che viene. Credere al vangelo è credere a lui stesso. In questo Regno, prima atteso e ora presente in Gesù, siamo chiamati a vivere da figli e da fratelli. 

 

Chiamata dei primi quattro discepoli (Mt 4,18-22)

Mentre camminava lungo il mare di Galilea”. Gesù è presentato come un itinerante, senza fissa dimora. Questo “passare” di Gesù richiama l’incarnazione: è Dio che si è messo in movimento ed è sceso al livello dell’uomo per incontrarlo nel suo terreno concreto. Non è più l’uomo a cercarlo, ma è Lui che prende l’iniziativa. È lui che si pone alla ricerca dell’uomo.

Non solo: Gesù incontra l’uomo nel quotidiano. Non a caso Gesù passa e chiama i primi quattro discepoli sul lago di Galilea mentre essi erano intenti al loro lavoro. Una chiamata che non avviene, dunque, nel tempio, ma nel contesto di vita di ogni uomo.

Gesù “vide...”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo di amore. Io sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perché mi ama (Is 43,4) di amore eterno (Ger 31,3). Il suo è un amore “folle” per l’uomo. Per ogni uomo, quindi anche per me. Il suo amore non è però generico: ama ognuno di noi con un amore “unico” e “particolare” e ci chiama a realizzare in pienezza la nostra vita. Amore e chiamata. Su ognuno Gesù volge il suo sguardo che elegge, sceglie, ci strappa dalla folla, dalla massa, dall’anonimato, affinché, come essere unico e irripetibile, in forza dell’amore personale di Dio, possa vivere in pienezza la vita che mi è stata donata.

Gesù “disse loro: Seguitemi…. La parola di Gesù specifica quanto già è contenuto nel suo sguardo di amore. Di fronte al suo sguardo l’uomo non può rimanere neutrale, come semplice spettatore, ma è chiamato a fare una scelta: o aderire a lui o rifiutarlo. O rimanere nella massa, magari assumendo nella mia vita i modelli che mi sono proposti dagli altri, dalla società,dai mass media per non sentirmi “diverso” e “anormale”, o avere il coraggio di seguire Gesù. La fede cristiana, infatti, non è prima di tutto una dottrina o una pratica: è rispondere all’invito personale di Gesù, è seguire lui per diventare come lui, figli e fratelli, che vivono il regno del Padre. Prima ancora di “fare” qualcosa il cristiano è uno che ascolta e accoglie Gesù, la Parola fatta carne, nella sua vita.

È da notare come Gesù chiama i primi quattro discepoli a coppie: Simone e Andrea, Giacomo e Zebedeo. Questo ci fa comprendere che la chiamata di Gesù non si risolve in un cammino individualistico, ma è una chiamata alla fraternità. Nel seguire lui ci dobbiamo riconoscerci fratelli e aiutarci insieme a camminare nella propria vocazione. Questa è la fraternità spirituale!

“... vi farò pescatori di uomini”. È la nuova vocazione. Pescare un pesce è ucciderlo; pescare un uomo è toglierlo dall’abisso (che per la mentalità biblica è simbolo del caos, del nulla), farlo vivere. I discepoli, pescati alla vita dal Figlio, realizzano la loro vocazione nel pescare i fratelli.  È un qualcosa di nuovo, sconosciuto... All’invito di Gesù potrebbero opporre delle ‘ragionevoli’ obiezioni: il Signore chiede loro uno strappo dalla sicurezza materiale (assicurata dal lavoro che svolgono con professionalità) e dal mondo degli affetti (la famiglia); e poi che significa “pescare gli uomini”? E se questa promessa di Gesù alla fine non si realizzasse, cosa sarebbe per noi e con quali conseguenze?

Ed essi subito.... La risposta all’iniziativa di Gesù è espressa con il verbo “lasciare”. Matteo sottolinea la subitaneità della risposta. Non si può rimanere nell’ambiguità, nel compromesso. Né si può posticipare la risposta in altro momento... Certe occasioni, le occasioni di Dio, vanno accolte subito.

“... lasciate le reti.... La decisione si manifesta nel distacco: dalle reti, da un mestiere, dalle cose, dai legami familiari, da un presente. Decidere è, dunque, tagliare via tante possibilità, per realizzarne una che dà più gioia. Non c’è risposta che non si traduca in una separazione, in una rinuncia, in un allontanamento. E queste operazioni non sono mai indolori. Ma se tali decisioni sono risposta ad un incontro autentico con Dio che abbiamo scoperto come il nostro “tesoro” (cfr. parabola del tesoro nel campo e delle perla preziosa: Mt 13,44-46), la scelta avviene nella gioia. La tristezza, invece, fa prendere solo decisioni negative. La peggiore tra queste è restare nell’indecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilità che non ci fa crescere.

La gioia previa è la forza per decidere; la gioia conseguente è la conferma che la scelta è stata buona. La firma di Dio circa la bontà di una scelta è la “consolazione”, prima e, soprattutto, dopo. Il prezzo può essere alto: i discepoli lasciano tutto! Ma perché si riceve infinitamente di più.

 ... lo seguirono. Si tratta di percorre la stessa strada di Cristo, di assumere i suoi pensieri e i suoi atteggiamenti, ispirarsi ai suoi criteri, avere le sue preferenze. Si segue chi si ama e si diventa chi si ama!

Qui cogliamo la fede in Gesù nel suo aspetto essenziale. I discepoli, infatti non sono “chiamati” a sottoscrivere, essenzialmente, una lista di verità da credere. Sono chiamati a “fidarsi di una Persona”. Affidarsi totalmente a questa Persona, stabilire un legame, una relazione personale e vitale con Cristo. “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Anche se non conoscono questo ‘mestiere’ (vocazione) rispondono all’appello, accettano di vivere un’avventura di cui ne vedono il rischio. La fede, così, unita all’amore, viene presentata come antidoto del calcolo, della prudenza umana, dell’esitazione a compromettersi.

 

Gesù insegna e guarisce (Mt 4,23-25)

“Gesù andava attorno per tutta la Galilea”. Gesù è itinerante perché è il pastore che cerca la pecora smarrita, il medico che cura il malato, il Figlio che si prende cura dei nostri mali e ci dona di vivere da figli e fratelli. Egli gira per “tutta” la Galilea perché vuole la salvezza di ogni uomo, giudeo o pagano.

Espressione concreta di questa ricerca amorosa sono:

- l’annuncio del Vangelo, della buona notizia del Regno. Nei capitoli 5-7 Gesù ci dirà cos’è, nei capitoli 8-9 ci farà vedere come lo realizza.

- i miracoli: “curando ogni sorta di malattie e di infermità”.

I miracoli sono segni della presenza del Regno.

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