Il vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33) segue quello del pane che sfama la folla di domenica scorsa.  I discepoli sono entusiasti, hanno appena vissuto una giornata nella quale hanno sperimentato la potenza di Dio, il successo, l'approvazione della folla che ha mangiato il pane proprio quando sembra non esserci speranza. Ora però il Signore costruisce per loro una pedagogia per aiutarli a prendere consapevolezza che senza di lui non possono far nulla, anzi rischiano di naufragare. Per questo li "costringe" a salire sulla barca e a passare all'altra riva. Li costringe a partire da soli. Ed essi lo fanno. Presi dall'entusiasmo non si rendono conto del pericolo a cui stanno andando incontro e lo affrontano con ingenuità. La notte diventa infida, le onde del lago cominciano ad alzarsi, il vento diventa contrario. La paura prende il cuore dei discepoli e non si ricordano più di quello che Gesù ha appena compiuto davanti a loro. La paura ci porta a dimenticare tutte le rassicurazioni ricevute e le esperienze nelle quali abbiamo sperimentato la potenza del Signore che ha cura della nostra vita. Vediamo solo il pericolo immediato... 

Solo alla fine della notte, dopo averli lasciati quindi per diverso tempo da soli ad affrontare la paura di morire, Gesù va loro incontro camminando sulle acque. Al vederlo “i discepoli furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’, e si misero a gridare dalla paura” (v. 26). La reazione è il terrore: camminare sulle acque è impossibile. CI discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, una presenza cioè insignificante e irreale, incapace di agire concretamente nella realtà (cf. Lc 24,37). Ecco, così sentiamo a volte Dio nei momenti difficili della nostra vita.

“Coraggio, sono io, non abbiate paura” (v. 27). Gesù ci propone di sperimentare come possiamo affrontare, con lui, le nostre paure. La fede in Lui è il coraggio di osare ciò che per l’uomo è impossibile, ma possibile a Dio. “Se sei tu - grida Pietro - comanda che io venga da te sulle acque”. C’è un “se”: dubita e allora chiede una prova. Il dubbio in sé non è negativo. Esso si pone a metà strada tra incredulità e fede. È un passaggio necessario per tutti. Per giungere a una fede consapevole e adulta, bisogna che il non credente dubiti del suo “non credere” e che il credente dubiti di avere già una fede matura, incrollabile... e chieda sempre il dono: “Aumenta la mia fede!”.

“Vieni!” - lo invita Gesù. Così sceso dalla barca Pietro cammina sulle acque. In obbedienza alla parola di Gesù egli riesce a fare come lui ha fatto, a fare l’impossibile per l’uomo ma possibile per Dio! Ma - ecco qui la sua poca fede - si lascia impaurire dalle circostanze avverse che per nulla sono diventate favorevoli. Dopo un primo momento di coraggio si è accorto che l’acqua è rimasta acqua e non era diventata ghiaccio o asfalto, che le onde, invece di appianarsi, lo investivano con violenza, e la bufera lo schiaffeggiava brutalmente... Finché aveva guardato a Gesù aveva camminato nel mare, ma ora, distogliendo lo sguardo a lui, guardando solo al mare avverso, si fa prendere dalla paura... e comincia ad affondare. Ma la paura che fa sprofondare è il luogo stesso in cui il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione.

“Signore, salvami”. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Gesù, che significa: il-Signore-salva! (cf. 8,25). Allora Gesù tende il braccio (gesto che indica l’intervento potente di Dio, come nell’Esodo) e lo salva.

“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v. 31). Pietro ha voluto partecipare alla potenza di Gesù, ma non sapeva che partecipare a questa potenza significa anche condividere le prove del Maestro, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Sono quelle prove che Gesù ha affrontato lungo tutta la sua vita, e in modo culminante sulla croce, quando la tempesta del male del mondo si è riversata su di lui. Pietro, in realtà, non conosceva se stesso: infatti presumeva di essere ormai capace di affrontare ogni avversità. Come pure non conosceva Gesù, perché ad un certo punto non si è più fidato di Lui. O, meglio, lo aveva conosciuto “nella carne”, nella sua umanità, ma non ancora nella fede. Non lo conosce ancora come il “Dio che salva”.

“Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (vv. 32-33). È interessante notare che appena Gesù sale sulla barca tutto intorno si fa calmo. Gesù ha il potere sulla natura e sulle forze del male. Con lui presente non dobbiamo temere... e soprattutto sappiamo che le prove... non portano alla morte, ma ci rafforzano nella certezza che è Lui il Signore della storia. La nostra vita, nelle sue mani, è posta al sicuro. Ma questo cammino di affidamento dura tutta una vita. Chi fa questa esperienza di essere da Lui salvato non può se non fare come i discepoli: piegare le ginocchia e adorarlo. La salvezza porta all’adorazione.

“Tu sei veramente il figlio di Dio!” (v. 33). È l’anticipo della professione di 16,16. Ciò non impedisce che Pietro, ancora debole nella fede, più avanti non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando più a fondo la salvezza.

Nella prima lettura, tratta dal profeta Isaìa (55,1-3), troviamo il forte appello di Dio di saziarsi gratuitamente dell'acqua e del pane che Egli dona. Decidersi a nutrirsi di questo pane e di dissetarsi della sua acqua esige  il riconoscimento  della propria fame e sete. Riempiti di mille cose materiali ed effimere è difficile ammettere che non siamo sazi. Chi possiede del denaro si sente autosufficiente, non sente il bisogno dei doni divini. E' chiuso nel proprio orgoglio. Chi è povero ha bisogno di chiedere, di accogliere il dono dalla mano di Dio. "Beati i poveri in spirito", dirà Gesù. Sì, perché sono chi è consapevole della mancanza possono accogliere il dono del Signore, il suo amore, la sua vita, la felicità di essere con Lui.

Capiamo che la fame e la sete è simbolo della situazione esistenziale dell'uomo. In una società nella quale siamo abituati a procurarci subito i beni di cui abbiamo bisogno, non c'è spazio per il vero desiderio, quello che va ben altro delle cose immediate, ma di ciò che sazia davvero. La vita spirituale tende a spegnersi nelle situazioni di confort, di comodità.  Solo la Parola di Dio ci può richiamare all'essenziale, a ciò che già sazia oggi la nostra vita e che sazierà in pienezza nell'eternità.

Nel Vangelo si offre come pane di vita. Ma lo fa chiedendo la collaborazione dei discepoli. Vediamo il testo.

“Sul far della sera", dopo una giornata intensa di Gesù vissuta al servizio delle folle, "gli si accostarono i discepoli” e gli chiedono:Licenzia dunque le folle affinché, andando nei villaggi, si comprino dei viveri” (v. 15). Proviamo a metterci nei loro panni. Essi si aspettavano di passare una giornata tranquilli e in intimità con Gesù. Invece il Maestro li aveva quasi dimenticati, tutto attento ai bisogni della gente. Le parole dei discepoli sono anche un richiamo al buon senso: Signore, non ti accorgi che si fa tardi? Perché continui a intrattenere la folla in un luogo deserto dove non c’è più nulla da mangiare? Si coglie così in essi la convinzione di sapere come bisogna comportarsi.

È interessante l’ironia del racconto: coloro che ordinano a Gesù di congedare la folla sono gli stessi che alla fine saranno mandati a sfamare la folla. Proprio essi che incarnano un modo funzionalistico di fare pastorale (ecco la Parola, ecco i Sacramenti, ora vai pure!) sono costretti a... fare comunità. A Gesù non basta aver compiuto guarigioni e parlato del Regno di Dio (cf. Lc 9,11), vuole che nasca una comunione di vita, espressa anzitutto in una comunione di mensa. Qui c’è già una prefigurazione del nuovo popolo di Dio, la Chiesa. I discepoli saranno i servitori di tale comunione.

Gesù prende il comando della situazione: “Non hanno bisogno di andarsene”. Il Signore sa perfettamente ciò di cui l’uomo ha bisogno. Conosce il nostro cuore meglio di noi e non gli sfuggono le nostre vere necessità. E aggiunge: “Voi stessi date loro da mangiare” (v. 16). È un comando che equivale a dire: Siate padri di questa gente, allo stesso modo del dovere umano dei genitori verso i figli. Inoltre la costruzione della frase greca è volutamente ambigua e oltre l'ovvio significato di sfamare la folla, sembra far intendere che i discepoli devono dare se stessi come cibo a quanti seguono il Cristo, come farà Gesù, che si donerà come pane ai propri seguaci (cfr. Mt 26,26).

La risposta dei discepoli è sconfortante: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” (v. 17). Eppure il Signore si serve di questo poco per sfamare la folla! “Portatemeli qua” - ordina Gesù. È un’espressione carica di significati: Gesù vuole il nostro “poco”, che per lui è già molto. Poi ordina ai discepoli di far sedere le folle per terra. In ciò, oltre al significato immediato che è quello di indurre la gente a un momento di pausa, di tranquillità, c’è anche un significato simbolico: ci si siede come chi sta a mensa. Gesù invita tali folle a un banchetto che, nella reminiscenza dell’AT, è il simbolo del banchetto messianico (cf. Mt 8,11). È lui che si rivelerà come il Messia che nutre il suo popolo. In tale contesto i discepoli si trovano nella stessa situazione di Mosè quando nel deserto il popolo chiede pane e carne. Sono cioè allibiti, perché il loro compito è troppo superiore alle loro forze. Mosè stesso si rivolge a Jahvé dicendo: “L’ho concepito forse io tutto questo popolo? (...) Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?” (Nm 11,11-12). Viene la voglia di scaricarsi di questa responsabilità...

Segue una serie di gesti compiuti da Gesù: prende i cinque pani e i due pesci; alza gli occhi al cielo; pronuncia la benedizione; spezza i pani; li dà ai discepoli. Sono gli stessi gesti dell’ultima cena.

Alla sua azione Gesù associa i discepoli, che sono invitati a prolungare il suo gesto. Distribuendo i pani alla gente, quale segno del dono di sé, i discepoli mettono a disposizione della folla tutto ciò che hanno e se stessi.

Alla folla non è dato solo cibo materiale, ma con esso lo Spirito, l'amore che ha originato il gesto della condivisione di Gesù e dei discepoli.

“Tutti mangiarono e furono saziati” (v. 20). Il “pane” di Gesù, che è il pane vero (cf. Gv 6,32), il pane dato ai figli, sfama tutti. Quella folla sfamata è simbolo di quel nuovo popolo che si nutre di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, che vive di Cristo, pane vero, pane che è per tutta l’umanità. Nutrirsi di Cristo è accogliere la sua Parola e meditarla, accogliere il suo corpo nell’Eucaristia, entrare nella sua morte e risurrezione. L’abbondanza del pane, al punto che i discepoli ne portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati, una per tribù, indica che tale pane rimane per tutti e per sempre!

 

Continua il discorso parabolico iniziato due domeniche fa. Sono tre le parabole del Regno che il Vangelo oggi ci propone. 

 

Il tesoro nascosto e la perla preziosa (Mt 13,44-46)

Le prime due parabole mettono l’accento sulla grandezza della scoperta. Come l’uomo e il mercante sono rimasti sopraffatti dalla scoperta del tesoro, così tutto impallidisce dinanzi alla scoperta dello splendore del Regno di Dio. La buona novella del suo avvento dona la grande letizia, orienta tutta la vita, si fa sequela di Cristo.

Da notare che nell’Antico Testamento diverse volte si rappresentava la sapienza come la perla più preziosa, quella che supera tutti i tesori di questo mondo. La sapienza come il tesoro assolutamente inestimabile, nei cui confronti tutti gli ori della terra messi su una bilancia sono un pugno di polvere. Gesù è la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita.

Le due parabole ci insegnano che:

  • anzitutto bisogna cercare. Il mercante è un esperto e accanito ricercatore di perle preziose. Così, con tale perizia e costanza, il cristiano deve cercare la perla della sapienza.
  • ma contemporaneamente è il Signore che si fa trovare. Di fatto il contadino non stava cercando, probabilmente stava lavorando su un campo che non è suo (tanto è vero che poi vende tutto per comperarlo). Il che significa due cose: che il nostro cuore è fatto per Dio, per cui non bisogna andare lontano per cercare il tesoro. Entrare in se stessi è il primo passo per trovarlo. Ma è anche vero che questa vicinanza del Regno di Dio è data anche dall’incarnazione del Figlio eterno che ci è venuto incontro e, in quanto risorto, agisce con il suo Spirito in noi.
  • Il tesoro – cioè il Signore - va cercato anche nel campo, che non è nostro, ma che è opera del Signore, che è la Chiesa. Uno scopre che nella Chiesa è nascosta la verità del Signore, e attraverso di essa può non solo trovare il Signore, ma incontrarlo, specie nella sua Parola e nei sacramenti. La liturgia per sua natura è il luogo per eccellenza dell’incontro con il Signore. Non si può dunque semplicemente scavare e portarsi via il tesoro, come un ladro. Se si vuole possedere il tesoro è necessario investire tutto ciò che si possiede per entrare in possesso di tutto campo, ossia far parte pienamente della Chiesa. Non può rilevare solo una parte del campo, per esempio l'angolo in cui è nascosto il tesoro. L'uomo deve acquistare tutto il campo con tutta la sua proprietà[1].
  • Oltre alla ricerca, bisogna anche decidersi. L’amore porta a de-cidere: taglia via ciò che non conta per amore di ciò che conta. Solo una passione grande rende indifferenti al resto. Non perché tutto perda significato, ma perché tutto finalmente ha il suo senso.

Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. E talvolta ci vuole anche coraggio nelle decisioni. Pensiamo al mercante: forse la moglie e i figli gli avranno detto: “cosa fai, ma sei impazzito? Forse la gente ha riso dell'uomo della parabola: ha comperato un campo arido, non ci arriva l’acqua e l’hanno truffato! ... Ma lui va avanti e sfida il ridicolo, perché sa che lì c’è il tesoro. È proprio l’atteggiamento contrario del giovane ricco che capisce dove sta il vero tesoro, ma non ha il coraggio di fare la scelta (Mt 19,16-22). A Gesù non bastano persone buone... vuole anche il coraggio delle scelte. Ci sono occasioni uniche che non si ripeteranno mai più.

 La scelta che il mercante fa, e che ognuno di noi è chiamato a fare, non è disprezzo per il resto. Occorre, semplicemente, relativizzarlo, ridimensionarlo, avvertirne i limiti, subordinarlo alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno senza un atto di rinuncia, abbandono o, più precisamente, 

  • senza investire anche tutto ciò che si ha in vista di un bene migliore. Il campo e le perle preziose non vengono buttate, ma investite – con gioia e senza rimpianti – per acquistare ciò che vale (= indifferenza ignaziana, cioè libertà). Tutti i beni creati devono essere ordinati a tale scopo. È da notare che in controluce vediamo qui l’esperienza stessa di Matteo (il solo che riporta queste parabole): davanti al suo banco di gabelliere è passato Gesù, e da quel momento la sua vita è cambiata per sempre (Mt 9,9)!

- Evidentemente ciò implica l'investimento non solo delle cose, ma di tutto se stessi. Si deve dare tutto. La vita è data in pegno per il tesoro come prezzo del campo.

  • La decisione è presa nella gioia. È la gioia di aver incontrato Dio che, come un dono, si è fatto trovare da chi lo cerca. Se non viene accolto rimane soltanto una profonda tristezza, come nel caso del giovane ricco. E ogni volta che si sceglie di accogliere Lui e di vivere la sapienza del vangelo – che implica il sapere – cioè la conoscenza – e il sapore – cioè il “gusto” della vita – il Signore ci conferma nella gioia. Per chi, infatti, segue con generosità il Signore, lo Spirito di Dio ci consola; diversamente il nemico procura in noi tristezza.

Infine una nota finale. Se l'uomo si decide di investire tutto sé stesso a causa della bontà (“ricchezza” del tesoro”) e della bellezza (la “perla”) del Regno, ciò significa che anche quando la Chiesa è inviata nel mondo ad annunciarlo deve mostrare con la propria vita –sostenuto anche dalla testimonianza della comunità cristiana – la bontà e la bellezza che hanno trasformato la propria vita.

 

Parabola della rete (Mt 13,47-50)

Questa parabola deve essere importante per Matteo, visto che è ricordata da colui che, esercitando la professione di pubblicano, non era per nulla esperto nella pesca.

In essa il Regno di Dio viene paragonato ad una rete da strascico, che viene trainata da due barche oppure viene calata con l’aiuto di una barca e poi tirata a riva con una lunga corda. Questa rete prende una grande quantità di pesci, buoni (commestibili) e cattivi (non commestibili secondo le regole del Levitico: 11,9-12, perché non hanno scaglie visibili). Davvero il Signore offre a tutti la salvezza. Il Regno dei cieli è un’opportunità unica, da cogliere al volo; altrimenti c’è il rischio di non scegliere mai, perdendo di fatto tale opportunità per la propria vita.

Ecco allora che questi pescatori, tirate le reti a riva cominciano la cernita. Questo lavoro quotidiano diventa agli occhi di Gesù una rappresentazione del giudizio di Dio quando finalmente il bene apparirà in tutto il suo splendore, mentre ora è tante volte confuso e irriconoscibile nel magma del male.

Ma nel frattempo occorre aver pazienza (vedi commento di Mt 13,24-30). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf. 2Pt 3,9). A lui tocca alla fine dei tempi il giudizio. Alla Chiesa, invece, di pescare. E di usare, in questo tempo che ci separa dal giudizio finale, la stessa pazienza di Dio, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia, invece, ha sempre la meglio nel giudizio di Dio (Gc 2,12s).

È poi anche una parabola di speranza. Sotto il pelo dell'acqua non si può giudicare quanto e quale pesce la rete sta raccogliendo. Solo alla fine, tirata a riva, si vedrà cosa ha pescato. Nessuno deve giudicare innanzi tempo chi è buono o chi è cattivo, puntando il dito sugli altri. Solo Dio conosce i segreti di ogni cuore e la strada tortuosa che ciascuno deve seguire per uscire faticosamente dal suo male personale.

Capiamo, allora, perché Matteo ha riportato questa parabola: egli stesso è stato oggetto della misericordia di Gesù. E, come Gesù, deve fare anche la Chiesa.

 

Avete capito queste cose?

È la domanda finale di Gesù. “Tutte queste cose” sono i vari aspetti del mistero del Regno (cfr. Mt 13,11). Se i discepoli rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, non è perché il loro intuito spirituale sia più fine di quello delle folle, ma perché è stata la loro comunione con il Maestro a dischiudere la loro comprensione.

Giungiamo così all’immagine dello scriba, che illustra la comprensione cui sono chiamati i discepoli. Probabilmente qui abbiamo un vero e proprio autoritratto di Matteo, che si riconosce in questo scriba divenuto discepolo. Qui lo scriba (grammatéus) è definito come uno divenuto ‘esperto’, cioè istruito (mathēteutéis). 

In questa frase è espresso un paradosso: colui che deve insegnare è uno che impara mettendosi alla scuola, divenendo da maestro discepolo. In ciò l’evangelista non vede uno sminuire se stessi, ma anzi un realizzarsi pieno di sé; non a caso lo scriba divenuto discepolo è definito "padrone di casa", cioè persona pienamente sovrana delle sue cose, prima di tutto della sua stessa vita. Ebbene, questo padrone di casa trae dal suo tesoro, cioè dal suo cuore, dall’intimo della sua persona, cose antiche e cose nuove. Le cose antiche sono la rivelazione di Dio ad Israele, quelle nuove sono il compimento della promessa, che trova il culmine e realizzazione in Gesù. 

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[1] Cfr. A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 64.

Il vangelo di questa domenica ci offre atre tre stupende parabole di Gesù. Parabole che continuano ad illuminare il presente per discernere la presenza del Regno dei cieli, cioè sull’azione potente di Dio nella storia.

 

Parabola della zizzania (Mt 13,24-30)

La zizzania (lolium temulentum) è un’erbaccia che botanicamente è molto vicina al frumento barbato e gli assomiglia. Così quando il frumento cresce non è subito facile distinguere l’uno dall’altra. Inoltre le radici della zizzania si intrecciano con quelle del grano, al tal punto che è impossibile sradicare la zizzania senza distruggere parte del grano. Occorre quindi aspettare fino alla mietitura e alla trebbiatura per separare il grano dalla zizzania, esattamente come dice il proprietario del campo ai suoi servi.

È allora evidente che il problema posto dalla parabola è quello del male che cresce e che coesiste con il bene. Non bastano le difficoltà nella semina e nella crescita, ma c’è anche il male che è presente non solo nel modo ma anche nella stessa Chiesa. È un grande scandalo. E un grande mistero.

- “Il Regno dei Cieli è simile a un uomo che ha seminato buon grano nel suo campo”. La relazione dell'uomo con il proprio fare serve come termine di confronto per la relazione di Dio con il suo regno, con la sua opera, con la sua creazione. Non si può immaginare un Regno dei cieli senza l'agire di Dio nel mondo, nella storia.

“... ha seminato ...”. Quest'uomo è anzitutto Gesù, il grande seminatore della parola di Dio. Ma è anche egli stesso, la sua persona, la Parola incarnata.

L'uomo che semina sa che il risultato di essa non dipende totalmente da lui (egli ha fatto la sua parte); sa che molto dipende dalle circostanze esterne. Se quest'uomo è il credente, allora egli sa di essere solo un servitore di Dio che in ogni momento deve continuare a mettere il meglio di sé a disposizione di Dio. Crede di fare qualcosa, prende tutto lo sforzo su di sé, si estenua nella tensione a riconoscere il proprio compito nella preghiera e metterlo in pratica, qualunque esso sia, ma sa che la missione gli è solo affidata, che il seme solo per un istante è nelle sue mani, che tutto il suo agire è solo la parte di un'opera più grande.

“... buon grano nel suo campo”. La Parola di Dio è buona. Il seme è buono, è seminato nel campo. Il campo è il mondo. Esso produce buoni frutti buoni (= le persone accolgono la Parola, aderiscono a Gesù), ma insieme ecco nascere anche la zizzania.

- “Ma mentre tutti dormivano viene il nemico...” (v. 25). Nel sonno viene il nemico. Egli conosce bene le abitudini, i limiti e le debolezze degli uomini. La nostra mancanza di vigilanza è il luogo dove egli entra e semina anche lui il suo grano. Per cui il mondo è sempre il luogo del bene e del male.

Si noti che il nemico compie gli stessi gesti del seminatore, o, meglio ancora del Seminatore divino. Se lo potessimo seguire, potremmo persino scambiare i suoi movimenti con quelli del Buon seminatore. Davvero egli si camuffa come angelo di luce. Ci fa apparire buono quello che non è, perché diversa è la sua intenzione rispetto a quella divina che il seminatore ha fatto propria.

Si noti anche che la zizzania (il male), come il grano (il bene), vuole moltiplicarsi fruttificando. Ma, a differenza del grano buono, quello della zizzania è leggermente velenoso. Consumato, provoca vertigini e malessere e ha effetti simili a quelli dei narcotici. La farina di zizzania ha un gusto amaro e sgradevole. Il suo consumo prolungato può danneggiare la vista.

E se ne andò”. Il nemico se ne va, per restare ignoto. È interessante l'osservazione di Adrienne von Speyr: “Il suo seme è stato gettato insieme a quello del buon seminatore di notte. Il Nemico non può stare insieme con il Signore, non può reggerne lo sguardo, e per questo deve agire di nascosto, di notte. La notte assume ora un nuovo significato: è quella che nasconde, che va contro il riconoscimento del bene”[1]. È il mistero dell'iniquità che si oppone all'azione divina, alla redenzione, e anche a quella umana quando è in sintonia con la prima.

Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. Il grano cresce secondo la propria legge, i propri tempi. E cresce anche la zizzania. Quando esce il frutto del giorno, anche il frutto della notte si manifesta. Lo stesso tempo, che è stato usato dal bene per crescere, è stato richiesto anche dal male. Se non ci fosse il bene e la sua manifestazione, non ci sarebbe dunque anche il male e la sua manifestazione!

Il primo effetto del manifestarsi del frutto della semina della zizzania – del male – è di far nascere il dubbio tra i servi (quindi tra i credenti) sulla bontà dell'operato del loro padrone, ossia – trasponendo l'immagine – sull'operato di Dio e sulla bontà stessa di Dio: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque la zizzania?” (v. 27). È la domanda che i buoni da sempre si pongono riguardo al male, la domanda che rende inquieti.

Il padrone del campo così spiega la presenza della zizzania: “Un nemico ha fatto questo!” (v. 28). “E i servi gli dissero: vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. L’atteggiamento e la soluzione dei servi corrisponde anche al nostro quando ci accorgiamo del male. Pensiamo: “Ho capito: siccome il male è opera del nemico, bisogna distruggerlo. Vuoi che andiamo e lo strappiamo?”. Mi viene spontaneo richiamare l’episodio narrato da Lc 9,55ss. nel quale Giacomo e Giovanni, vedendo la cattiva accoglienza di Gesù in un villaggio samaritano, reagiscono dicendo: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Questa reazione esprime molto bene il nostro zelo nello strappare la zizzania. Siamo infatti molto più zelanti di Dio nello strappare il male negli altri. Il problema è invece un altro: lo dovremmo strappare in noi.

Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme...”, ordina il padrone del campo. Se tu – discepolo di Gesù - strappi la zizzania, rovini il grano, cioè te stesso. A differenza di Gesù, che si dimostra paziente e ricco di amore con tutti, “perché non vuole che alcuni si perda” (2Pt 3,9), non sei misericordioso con il peccatore. E se non sei misericordioso non sei figlio. Finché c'è tempo, Gesù spera sempre nella conversione dei peccatori. Egli sa che le prostitute e i pubblicani – considerate zizzania dagli scribi e dai farisei – possono non solo convertirsi, ma addirittura prendere il loro posto nel regno di Dio (cfr. Mt 21,31); in altre parole proprio coloro che si reputavano eletti rischiano di essere esclusi da esso (cfr. Mt 23,13). Il momento della verità, allora, sarà quello della mietitura e non quello della crescita. Solo a quel punto l'erba inutile e nociva sarà estirpata.

La risposta del padrone, inoltre, ci educa all'umiltà di fronte al male. Ha ragione la Speyr: “La persona è costantemente posta da Dio in un mondo in cui domina il male e non può farcela contro tutti e contro tutto. E tuttavia il Signore le chiede di stare in questa battaglia, ma le mostra anche la strada e l'ora”[2].

Inoltre, paradossalmente, proprio il male è il luogo privilegiato dove si manifesta l’amore di Dio. Se Dio fa solo il bene, nel male si rivela la sua essenza di misericordia assoluta, che è la croce. Lui sarà trattato da zizzania! Lui sarà bruciato come legno secco! La misericordia del credente deve quindi assomigliare a quella di Gesù.

Alla fine ci sarà la separazione (era normalmente compito delle donne setacciare pazientemente il grano per togliere i semi di zizzania, del tutto simili a quelli del grano per forma e grandezza, ma di colore grigio) e il giudizio (v. 30). Quindi solo alla fine il male sarà tolto. Il presente è lasciato a noi per anticipare, nella nostra, la sua misericordia.

“... il grano... riponetelo nel mio granaio”. Solo allora il Signore raccoglierà i suoi e li condurrà lui stesso nella sua casa. La vittoria sta solamente nel Signore.

 

 

Parabola del granello di senapa (Mt 13,31-32)

Cosa dire poi della piccolezza del bene? Anche questo ci scandalizza! Difficilmente il bene fa notizia... Con questa parabola e la successiva, ancora di ispirazione agricola, Gesù ci spiega perché il bene è sempre piccolo. D’altra parte anche lui, pur avendo annunciato il Regno in diverse città e operato numerosi miracoli, aveva raccolto attorno a sé poca gente, e che gente - un’insignificante cerchia di persone, per di più religiosamente squalificate.

Gesù ci invita ad andare al di là delle apparenze e ad aver fiducia nei risultati. Sono parabole della “sproporzione”.

“... un granellino di senapa che uno prende e semina nel suo campo”. Anzitutto anche qui abbiamo la semina. È un atto di speranza, di fiducia, di sguardo in avanti. Quell'uomo semina e attende il risultato di essa. Si aspetta tale risultato. E la crescita del seme può essere seguita.

“L'uomo che ha seminato nell'attesa può essere paragonato tanto ai credenti quanto a Dio. Con Dio, che prepara agli uomini una dimora sulla terra, finché viene il loro tempo di abitare in cielo. Ma anche con l'uomo, che crede e spera e attende, e alla fine viene accolto: da Dio, il Figlio, che abiterà in lui, da Dio, il Padre, che gli mette a disposizione il regno dei cieli. Inoltre, fin dal principio è chiaro che la relazione che la parabola rivela deve essere qualcosa di definitivo, che ambedue le cose, il granello che cresce e il cielo che si abbassa, sono fatte l'una per l'altra. Dio Padre dona il suo cielo agli uomini. In quanto Creatore non ha abbandonato gli uomini, ma ha mostrato loro la direzione verso la quale essi devono crescere perché egli possa definitivamente accoglierli”[3].

“... un granellino di senapa...”. Rispetto alle attese trionfalistiche di un regno che sarebbe venuto dall'Alto in modo trionfalistico (da cui deriva la tentazione proposta a Gesù di buttarsi dal pinnacolo del Tempio), ecco il Maestro parlare della necessità di accettare piccoli e umili origini e di saper attendere l'epoca della crescita. Gesù non è venuto sulla terra a piantare alberi, ma a portare dei semi. Il seme è piccolo – qui paragonato a quello della senape[4] -, è il più piccolo di tutti i semi. È quasi invisibile. Ma diventa in una stagione (quest’ultima simbolo della durata di questo mondo) un arbusto che può crescere fino a 2-3 metri. In esso gli uccelli vi trovano rifugio.

La Chiesa è un po’ come quest’albero: è criticata da tutte le parti, ma sfido a trovare chi o quale realtà in questo mondo la supera in valore e sensatezza. Ci sono persone che a volte vorrebbero uscire dalla Chiesa: ma per andare dove? La Chiesa offre “rifugio” per ristorarsi... con la forza della parola e dei sacramenti. Ricordiamoci poi che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28). È Dio che ha voluto così. Vuole che il cristiano sia libero dal delirio di grandezza. E poi, se ci pensiamo bene, la grandezza del Regno futuro non è altro che il trionfo di quella croce che ha abbraccia ogni piccolezza e lontananza. All’abbassamento estremo corrisponderà l’innalzamento del Figlio dell’uomo e di coloro che, per amore suo, si faranno “piccoli” come Lui.

Evidentemente è riduttivo identificare l'albero di senape con la sola Chiesa. Il Regno è sempre più ampio di quest'ultima. Allora qui possiamo trarre un'altra riflessione. L'immagine dell'albero sui cui rami gli uccelli fanno il nido è classico nei profeti, per designare l'uno o l'altro dei grandi regni del loro tempo. Gesù aggiunge questo «di più», alludendo chiaramente all'apologo del cedro di Ez 17,22-24 che descrive la prosperità e l'estensione universale del regno di Dio: «Dice il Signore Dio: lo prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà». In Cristo ogni predizione di salvezza dell'Antico Testamento ha trovato la sua realizzazione. Il regno di Dio – piantato da Cristo nella terra - giungerà ad abbracciare e salvare i popoli del mondo intero.

Infine, come suggerisce la Speyr, questo albero rappresenta anche quello che noi credenti siamo chiamati a diventare, camminando con gli altri fedeli nella Chiesa e impegnandoci nel mondo. “Se il granello di senape è la fede [seminata nel cuore dell'uomo dalla Parola], allora sarà molto chiaro quale deve essere il ruolo della fede nell'uomo: crescere, come il granello dalla terra, dalla sostanza della grazia invisibile di Dio che egli accoglie in sé. Questa crescita si può seguire, al punto che l'uomo più che lasciare crescere la fede in sé, sempre più lascia crescere sé nella fede. Alla lunga non può ricevere la fede e poi appoggiarsi ad altri puntelli che per lui sono importanti, ma che non hanno nulla in comune con la fede. La fede vuole unificare tutto l'uomo in Dio, fare di lui un frutto per Dio, che egli può riconoscere. Fare di lui qualcosa in cui Dio si compiace tanto che non cerca più alcun altro luogo per sviluppare il suo regno dei cieli, poiché lui stesso può venire e abitare in questo luogo. Non così che il regno dei cieli sarà là, dove sono gli uomini, ma così che Dio faccia della fede degli uomini il luogo del suo regno dei cieli”[5].

 

Parabola del lievito (Mt 13,33)

Anche questa immagine è altamente espressiva. Il regno dei cieli - dice Gesù - è simile a un pugno di lievito nascosto in tre misure di farina (circa 25-30 Kg). Esso ha la forza di far fermentare tutta la farina. Dal lievito la donna si attende proprio questa misteriosa efficacia. Se poi pensiamo che il lievito non è altro che farina inacidita[6], questo risultato ci appare ancora più sorprendente. Quell’impasto andato a male, preso e nascosto in tre misure di farina, è il Cristo sepolto: nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviterà di vita nuova, libera dal vecchio lievito di malizia e perversità.

Ricordiamo che l'immagine del lievito normalmente era negativa. Così in Paolo essa esprime l'effetto devastante del male nelle sue giovani comunità cristiane (cfr. 1Cor 5,7-8; Gal 5,9), ed anche Gesù in Mt 16,6 la utilizza in tale prospettiva quando avvertiva i discepoli: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei!»; si riferiva al grande potere di suggestione di convinzione sulle masse che essi avevano. Egli invita i suoi a prendere le distanze e a rifiutare la dottrina di questi gruppi, specie per quanto riguarda le attese messianiche.

  Gesù, dunque, ribaltando in 13,33 l'immagine da negativa a positiva, sottolinea così l'efficacia del potere salvifico penetrante e trasformante della grazia divina. “Se noi siamo l'impasto, allora il cielo è il lievito che non ci abbandona con la sua efficacia finché non siamo divenuti altro. Questa efficacia è determinata da Dio ed è quello che lui, nella sua Provvidenza, si aspetta da noi. L'essenziale è che la farina e il lievito si incontrino, l'efficacia può essere poi lasciata al lievito. Ma, come nella parabola del granello di senapa il seme deve essere posto nel campo, così qui il lievito deve essere impastato. Quello che nella parabola è il lavoro, la prestazione dell'uomo o della donna, fuor di metafora è ciò che fa l'uomo che si affida alla grazia che lo trasforma. Il punto di paragone non è il progettare, il ponderare, l'esaminare, ma lasciare che qualcosa di nuovo accada, e lasciare che avvenga nella direzione giusta. In ogni sua preghiera l'uomo sa che il suo dialogo con Dio è un incontro ed è come se egli avesse bisogno di congiungere le mani e di affidare a Dio la propria anima, in un atto pervaso dalla semplicità del bambino, perché possa incontrare Dio e in lui accada davvero quel che per l'uomo resta inconcepibile, ma che ciò che è chiaramente atteso da Dio. È Dio che si dà da fare per l'incontro, l'uomo deve solo affidarsi alla sua mano, poi è Dio che si impegna per la sua opera, per realizzare le sue intenzioni con noi. Queste intenzioni sfociano immancabilmente nell'edificazione del Regno di Dio. […] L'abbandono in Dio è il contrario della distrazione, della disobbedienza, della resistenza e dell'irrigidimento.

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[1] A. von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 32-33.

[2] Ibid., 38.

[3] A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 43-44.

[4] La senape è originaria dell'Asia, dove cresceva spontanea. Si pensa che sia stata coltivata per la prima volta nel 3000 a.C. in India, e poi esportata in Occidente come spezia pregiata. Era infatti già nota ai Greci e ai Romani, i quali utilizzavano i semi pestati da cospargere sui cibi per renderli più appetitosi. Tutte le varietà di senape appartengono alle «crocifere», famiglia molto numerosa, comprendente generi e specie di piante erbacee coltivate come ortaggi (rape, ravanelli ecc.) e come erbe aromatiche e medicinali (la senape appunto). In Palestina la senape non era considerata semplicemente una pianta da orto, ma veniva coltivata anche nei campi. A momento della raccolta, veniva messa in cesti, che quindi risultavano pieni di questi piccolissimi granelli.

[5] Ibid., 44.

[6] Nell'ambiente della Palestina li lievito naturale si preparava in poche ore, perché la pasta inacidiva presto. La donna impastava la farina con l'acqua nella grande ciotola dove l'aveva raccolta e ci mescolava il lievito, manipolando a lungo la pasta per amalgamarla e per indurirla al punto giusto.

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