Il vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33) segue quello del pane che sfama la folla di domenica scorsa. I discepoli sono entusiasti, hanno appena vissuto una giornata nella quale hanno sperimentato la potenza di Dio, il successo, l'approvazione della folla che ha mangiato il pane proprio quando sembra non esserci speranza. Ora però il Signore costruisce per loro una pedagogia per aiutarli a prendere consapevolezza che senza di lui non possono far nulla, anzi rischiano di naufragare. Per questo li "costringe" a salire sulla barca e a passare all'altra riva. Li costringe a partire da soli. Ed essi lo fanno. Presi dall'entusiasmo non si rendono conto del pericolo a cui stanno andando incontro e lo affrontano con ingenuità. La notte diventa infida, le onde del lago cominciano ad alzarsi, il vento diventa contrario. La paura prende il cuore dei discepoli e non si ricordano più di quello che Gesù ha appena compiuto davanti a loro. La paura ci porta a dimenticare tutte le rassicurazioni ricevute e le esperienze nelle quali abbiamo sperimentato la potenza del Signore che ha cura della nostra vita. Vediamo solo il pericolo immediato...
Solo alla fine della notte, dopo averli lasciati quindi per diverso tempo da soli ad affrontare la paura di morire, Gesù va loro incontro camminando sulle acque. Al vederlo “i discepoli furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’, e si misero a gridare dalla paura” (v. 26). La reazione è il terrore: camminare sulle acque è impossibile. CI discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, una presenza cioè insignificante e irreale, incapace di agire concretamente nella realtà (cf. Lc 24,37). Ecco, così sentiamo a volte Dio nei momenti difficili della nostra vita.
“Coraggio, sono io, non abbiate paura” (v. 27). Gesù ci propone di sperimentare come possiamo affrontare, con lui, le nostre paure. La fede in Lui è il coraggio di osare ciò che per l’uomo è impossibile, ma possibile a Dio. “Se sei tu - grida Pietro - comanda che io venga da te sulle acque”. C’è un “se”: dubita e allora chiede una prova. Il dubbio in sé non è negativo. Esso si pone a metà strada tra incredulità e fede. È un passaggio necessario per tutti. Per giungere a una fede consapevole e adulta, bisogna che il non credente dubiti del suo “non credere” e che il credente dubiti di avere già una fede matura, incrollabile... e chieda sempre il dono: “Aumenta la mia fede!”.
“Vieni!” - lo invita Gesù. Così sceso dalla barca Pietro cammina sulle acque. In obbedienza alla parola di Gesù egli riesce a fare come lui ha fatto, a fare l’impossibile per l’uomo ma possibile per Dio! Ma - ecco qui la sua poca fede - si lascia impaurire dalle circostanze avverse che per nulla sono diventate favorevoli. Dopo un primo momento di coraggio si è accorto che l’acqua è rimasta acqua e non era diventata ghiaccio o asfalto, che le onde, invece di appianarsi, lo investivano con violenza, e la bufera lo schiaffeggiava brutalmente... Finché aveva guardato a Gesù aveva camminato nel mare, ma ora, distogliendo lo sguardo a lui, guardando solo al mare avverso, si fa prendere dalla paura... e comincia ad affondare. Ma la paura che fa sprofondare è il luogo stesso in cui il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione.
“Signore, salvami”. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Gesù, che significa: il-Signore-salva! (cf. 8,25). Allora Gesù tende il braccio (gesto che indica l’intervento potente di Dio, come nell’Esodo) e lo salva.
“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v. 31). Pietro ha voluto partecipare alla potenza di Gesù, ma non sapeva che partecipare a questa potenza significa anche condividere le prove del Maestro, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Sono quelle prove che Gesù ha affrontato lungo tutta la sua vita, e in modo culminante sulla croce, quando la tempesta del male del mondo si è riversata su di lui. Pietro, in realtà, non conosceva se stesso: infatti presumeva di essere ormai capace di affrontare ogni avversità. Come pure non conosceva Gesù, perché ad un certo punto non si è più fidato di Lui. O, meglio, lo aveva conosciuto “nella carne”, nella sua umanità, ma non ancora nella fede. Non lo conosce ancora come il “Dio che salva”.
“Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (vv. 32-33). È interessante notare che appena Gesù sale sulla barca tutto intorno si fa calmo. Gesù ha il potere sulla natura e sulle forze del male. Con lui presente non dobbiamo temere... e soprattutto sappiamo che le prove... non portano alla morte, ma ci rafforzano nella certezza che è Lui il Signore della storia. La nostra vita, nelle sue mani, è posta al sicuro. Ma questo cammino di affidamento dura tutta una vita. Chi fa questa esperienza di essere da Lui salvato non può se non fare come i discepoli: piegare le ginocchia e adorarlo. La salvezza porta all’adorazione.
“Tu sei veramente il figlio di Dio!” (v. 33). È l’anticipo della professione di 16,16. Ciò non impedisce che Pietro, ancora debole nella fede, più avanti non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando più a fondo la salvezza.
Nella prima lettura, tratta dal profeta Isaìa (55,1-3), troviamo il forte appello di Dio di saziarsi gratuitamente dell'acqua e del pane che Egli dona. Decidersi a nutrirsi di questo pane e di dissetarsi della sua acqua esige il riconoscimento della propria fame e sete. Riempiti di mille cose materiali ed effimere è difficile ammettere che non siamo sazi. Chi possiede del denaro si sente autosufficiente, non sente il bisogno dei doni divini. E' chiuso nel proprio orgoglio. Chi è povero ha bisogno di chiedere, di accogliere il dono dalla mano di Dio. "Beati i poveri in spirito", dirà Gesù. Sì, perché sono chi è consapevole della mancanza possono accogliere il dono del Signore, il suo amore, la sua vita, la felicità di essere con Lui.
Capiamo che la fame e la sete è simbolo della situazione esistenziale dell'uomo. In una società nella quale siamo abituati a procurarci subito i beni di cui abbiamo bisogno, non c'è spazio per il vero desiderio, quello che va ben altro delle cose immediate, ma di ciò che sazia davvero. La vita spirituale tende a spegnersi nelle situazioni di confort, di comodità. Solo la Parola di Dio ci può richiamare all'essenziale, a ciò che già sazia oggi la nostra vita e che sazierà in pienezza nell'eternità.
Nel Vangelo si offre come pane di vita. Ma lo fa chiedendo la collaborazione dei discepoli. Vediamo il testo.
“Sul far della sera", dopo una giornata intensa di Gesù vissuta al servizio delle folle, "gli si accostarono i discepoli” e gli chiedono: " Licenzia dunque le folle affinché, andando nei villaggi, si comprino dei viveri” (v. 15). Proviamo a metterci nei loro panni. Essi si aspettavano di passare una giornata tranquilli e in intimità con Gesù. Invece il Maestro li aveva quasi dimenticati, tutto attento ai bisogni della gente. Le parole dei discepoli sono anche un richiamo al buon senso: Signore, non ti accorgi che si fa tardi? Perché continui a intrattenere la folla in un luogo deserto dove non c’è più nulla da mangiare? Si coglie così in essi la convinzione di sapere come bisogna comportarsi.
È interessante l’ironia del racconto: coloro che ordinano a Gesù di congedare la folla sono gli stessi che alla fine saranno mandati a sfamare la folla. Proprio essi che incarnano un modo funzionalistico di fare pastorale (ecco la Parola, ecco i Sacramenti, ora vai pure!) sono costretti a... fare comunità. A Gesù non basta aver compiuto guarigioni e parlato del Regno di Dio (cf. Lc 9,11), vuole che nasca una comunione di vita, espressa anzitutto in una comunione di mensa. Qui c’è già una prefigurazione del nuovo popolo di Dio, la Chiesa. I discepoli saranno i servitori di tale comunione.
Gesù prende il comando della situazione: “Non hanno bisogno di andarsene”. Il Signore sa perfettamente ciò di cui l’uomo ha bisogno. Conosce il nostro cuore meglio di noi e non gli sfuggono le nostre vere necessità. E aggiunge: “Voi stessi date loro da mangiare” (v. 16). È un comando che equivale a dire: Siate padri di questa gente, allo stesso modo del dovere umano dei genitori verso i figli. Inoltre la costruzione della frase greca è volutamente ambigua e oltre l'ovvio significato di sfamare la folla, sembra far intendere che i discepoli devono dare se stessi come cibo a quanti seguono il Cristo, come farà Gesù, che si donerà come pane ai propri seguaci (cfr. Mt 26,26).
La risposta dei discepoli è sconfortante: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” (v. 17). Eppure il Signore si serve di questo poco per sfamare la folla! “Portatemeli qua” - ordina Gesù. È un’espressione carica di significati: Gesù vuole il nostro “poco”, che per lui è già molto. Poi ordina ai discepoli di far sedere le folle per terra. In ciò, oltre al significato immediato che è quello di indurre la gente a un momento di pausa, di tranquillità, c’è anche un significato simbolico: ci si siede come chi sta a mensa. Gesù invita tali folle a un banchetto che, nella reminiscenza dell’AT, è il simbolo del banchetto messianico (cf. Mt 8,11). È lui che si rivelerà come il Messia che nutre il suo popolo. In tale contesto i discepoli si trovano nella stessa situazione di Mosè quando nel deserto il popolo chiede pane e carne. Sono cioè allibiti, perché il loro compito è troppo superiore alle loro forze. Mosè stesso si rivolge a Jahvé dicendo: “L’ho concepito forse io tutto questo popolo? (...) Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?” (Nm 11,11-12). Viene la voglia di scaricarsi di questa responsabilità...
Segue una serie di gesti compiuti da Gesù: prende i cinque pani e i due pesci; alza gli occhi al cielo; pronuncia la benedizione; spezza i pani; li dà ai discepoli. Sono gli stessi gesti dell’ultima cena.
Alla sua azione Gesù associa i discepoli, che sono invitati a prolungare il suo gesto. Distribuendo i pani alla gente, quale segno del dono di sé, i discepoli mettono a disposizione della folla tutto ciò che hanno e se stessi.
Alla folla non è dato solo cibo materiale, ma con esso lo Spirito, l'amore che ha originato il gesto della condivisione di Gesù e dei discepoli.
“Tutti mangiarono e furono saziati” (v. 20). Il “pane” di Gesù, che è il pane vero (cf. Gv 6,32), il pane dato ai figli, sfama tutti. Quella folla sfamata è simbolo di quel nuovo popolo che si nutre di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, che vive di Cristo, pane vero, pane che è per tutta l’umanità. Nutrirsi di Cristo è accogliere la sua Parola e meditarla, accogliere il suo corpo nell’Eucaristia, entrare nella sua morte e risurrezione. L’abbondanza del pane, al punto che i discepoli ne portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati, una per tribù, indica che tale pane rimane per tutti e per sempre!
Continua il discorso parabolico iniziato due domeniche fa. Sono tre le parabole del Regno che il Vangelo oggi ci propone.
Il tesoro nascosto e la perla preziosa (Mt 13,44-46)
Le prime due parabole mettono l’accento sulla grandezza della scoperta. Come l’uomo e il mercante sono rimasti sopraffatti dalla scoperta del tesoro, così tutto impallidisce dinanzi alla scoperta dello splendore del Regno di Dio. La buona novella del suo avvento dona la grande letizia, orienta tutta la vita, si fa sequela di Cristo.
Da notare che nell’Antico Testamento diverse volte si rappresentava la sapienza come la perla più preziosa, quella che supera tutti i tesori di questo mondo. La sapienza come il tesoro assolutamente inestimabile, nei cui confronti tutti gli ori della terra messi su una bilancia sono un pugno di polvere. Gesù è la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita.
Le due parabole ci insegnano che:
- anzitutto bisogna cercare. Il mercante è un esperto e accanito ricercatore di perle preziose. Così, con tale perizia e costanza, il cristiano deve cercare la perla della sapienza.
- ma contemporaneamente è il Signore che si fa trovare. Di fatto il contadino non stava cercando, probabilmente stava lavorando su un campo che non è suo (tanto è vero che poi vende tutto per comperarlo). Il che significa due cose: che il nostro cuore è fatto per Dio, per cui non bisogna andare lontano per cercare il tesoro. Entrare in se stessi è il primo passo per trovarlo. Ma è anche vero che questa vicinanza del Regno di Dio è data anche dall’incarnazione del Figlio eterno che ci è venuto incontro e, in quanto risorto, agisce con il suo Spirito in noi.
- Il tesoro – cioè il Signore - va cercato anche nel campo, che non è nostro, ma che è opera del Signore, che è la Chiesa. Uno scopre che nella Chiesa è nascosta la verità del Signore, e attraverso di essa può non solo trovare il Signore, ma incontrarlo, specie nella sua Parola e nei sacramenti. La liturgia per sua natura è il luogo per eccellenza dell’incontro con il Signore. Non si può dunque semplicemente scavare e portarsi via il tesoro, come un ladro. Se si vuole possedere il tesoro è necessario investire tutto ciò che si possiede per entrare in possesso di tutto campo, ossia far parte pienamente della Chiesa. Non può rilevare solo una parte del campo, per esempio l'angolo in cui è nascosto il tesoro. L'uomo deve acquistare tutto il campo con tutta la sua proprietà[1].
- Oltre alla ricerca, bisogna anche decidersi. L’amore porta a de-cidere: taglia via ciò che non conta per amore di ciò che conta. Solo una passione grande rende indifferenti al resto. Non perché tutto perda significato, ma perché tutto finalmente ha il suo senso.
Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. E talvolta ci vuole anche coraggio nelle decisioni. Pensiamo al mercante: forse la moglie e i figli gli avranno detto: “cosa fai, ma sei impazzito? Forse la gente ha riso dell'uomo della parabola: ha comperato un campo arido, non ci arriva l’acqua e l’hanno truffato! ... Ma lui va avanti e sfida il ridicolo, perché sa che lì c’è il tesoro. È proprio l’atteggiamento contrario del giovane ricco che capisce dove sta il vero tesoro, ma non ha il coraggio di fare la scelta (Mt 19,16-22). A Gesù non bastano persone buone... vuole anche il coraggio delle scelte. Ci sono occasioni uniche che non si ripeteranno mai più.
La scelta che il mercante fa, e che ognuno di noi è chiamato a fare, non è disprezzo per il resto. Occorre, semplicemente, relativizzarlo, ridimensionarlo, avvertirne i limiti, subordinarlo alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno senza un atto di rinuncia, abbandono o, più precisamente,
- senza investire anche tutto ciò che si ha in vista di un bene migliore. Il campo e le perle preziose non vengono buttate, ma investite – con gioia e senza rimpianti – per acquistare ciò che vale (= indifferenza ignaziana, cioè libertà). Tutti i beni creati devono essere ordinati a tale scopo. È da notare che in controluce vediamo qui l’esperienza stessa di Matteo (il solo che riporta queste parabole): davanti al suo banco di gabelliere è passato Gesù, e da quel momento la sua vita è cambiata per sempre (Mt 9,9)!
- Evidentemente ciò implica l'investimento non solo delle cose, ma di tutto se stessi. Si deve dare tutto. La vita è data in pegno per il tesoro come prezzo del campo.
- La decisione è presa nella gioia. È la gioia di aver incontrato Dio che, come un dono, si è fatto trovare da chi lo cerca. Se non viene accolto rimane soltanto una profonda tristezza, come nel caso del giovane ricco. E ogni volta che si sceglie di accogliere Lui e di vivere la sapienza del vangelo – che implica il sapere – cioè la conoscenza – e il sapore – cioè il “gusto” della vita – il Signore ci conferma nella gioia. Per chi, infatti, segue con generosità il Signore, lo Spirito di Dio ci consola; diversamente il nemico procura in noi tristezza.
Infine una nota finale. Se l'uomo si decide di investire tutto sé stesso a causa della bontà (“ricchezza” del tesoro”) e della bellezza (la “perla”) del Regno, ciò significa che anche quando la Chiesa è inviata nel mondo ad annunciarlo deve mostrare con la propria vita –sostenuto anche dalla testimonianza della comunità cristiana – la bontà e la bellezza che hanno trasformato la propria vita.
Parabola della rete (Mt 13,47-50)
Questa parabola deve essere importante per Matteo, visto che è ricordata da colui che, esercitando la professione di pubblicano, non era per nulla esperto nella pesca.
In essa il Regno di Dio viene paragonato ad una rete da strascico, che viene trainata da due barche oppure viene calata con l’aiuto di una barca e poi tirata a riva con una lunga corda. Questa rete prende una grande quantità di pesci, buoni (commestibili) e cattivi (non commestibili secondo le regole del Levitico: 11,9-12, perché non hanno scaglie visibili). Davvero il Signore offre a tutti la salvezza. Il Regno dei cieli è un’opportunità unica, da cogliere al volo; altrimenti c’è il rischio di non scegliere mai, perdendo di fatto tale opportunità per la propria vita.
Ecco allora che questi pescatori, tirate le reti a riva cominciano la cernita. Questo lavoro quotidiano diventa agli occhi di Gesù una rappresentazione del giudizio di Dio quando finalmente il bene apparirà in tutto il suo splendore, mentre ora è tante volte confuso e irriconoscibile nel magma del male.
Ma nel frattempo occorre aver pazienza (vedi commento di Mt 13,24-30). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf. 2Pt 3,9). A lui tocca alla fine dei tempi il giudizio. Alla Chiesa, invece, di pescare. E di usare, in questo tempo che ci separa dal giudizio finale, la stessa pazienza di Dio, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia, invece, ha sempre la meglio nel giudizio di Dio (Gc 2,12s).
È poi anche una parabola di speranza. Sotto il pelo dell'acqua non si può giudicare quanto e quale pesce la rete sta raccogliendo. Solo alla fine, tirata a riva, si vedrà cosa ha pescato. Nessuno deve giudicare innanzi tempo chi è buono o chi è cattivo, puntando il dito sugli altri. Solo Dio conosce i segreti di ogni cuore e la strada tortuosa che ciascuno deve seguire per uscire faticosamente dal suo male personale.
Capiamo, allora, perché Matteo ha riportato questa parabola: egli stesso è stato oggetto della misericordia di Gesù. E, come Gesù, deve fare anche la Chiesa.
Avete capito queste cose?
È la domanda finale di Gesù. “Tutte queste cose” sono i vari aspetti del mistero del Regno (cfr. Mt 13,11). Se i discepoli rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, non è perché il loro intuito spirituale sia più fine di quello delle folle, ma perché è stata la loro comunione con il Maestro a dischiudere la loro comprensione.
Giungiamo così all’immagine dello scriba, che illustra la comprensione cui sono chiamati i discepoli. Probabilmente qui abbiamo un vero e proprio autoritratto di Matteo, che si riconosce in questo scriba divenuto discepolo. Qui lo scriba (grammatéus) è definito come uno divenuto ‘esperto’, cioè istruito (mathēteutéis).
In questa frase è espresso un paradosso: colui che deve insegnare è uno che impara mettendosi alla scuola, divenendo da maestro discepolo. In ciò l’evangelista non vede uno sminuire se stessi, ma anzi un realizzarsi pieno di sé; non a caso lo scriba divenuto discepolo è definito "padrone di casa", cioè persona pienamente sovrana delle sue cose, prima di tutto della sua stessa vita. Ebbene, questo padrone di casa trae dal suo tesoro, cioè dal suo cuore, dall’intimo della sua persona, cose antiche e cose nuove. Le cose antiche sono la rivelazione di Dio ad Israele, quelle nuove sono il compimento della promessa, che trova il culmine e realizzazione in Gesù.
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[1] Cfr. A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 64.
Il vangelo di questa domenica ci offre atre tre stupende parabole di Gesù. Parabole che continuano ad illuminare il presente per discernere la presenza del Regno dei cieli, cioè sull’azione potente di Dio nella storia.
Parabola della zizzania (Mt 13,24-30)
La zizzania (lolium temulentum) è un’erbaccia che botanicamente è molto vicina al frumento barbato e gli assomiglia. Così quando il frumento cresce non è subito facile distinguere l’uno dall’altra. Inoltre le radici della zizzania si intrecciano con quelle del grano, al tal punto che è impossibile sradicare la zizzania senza distruggere parte del grano. Occorre quindi aspettare fino alla mietitura e alla trebbiatura per separare il grano dalla zizzania, esattamente come dice il proprietario del campo ai suoi servi.
È allora evidente che il problema posto dalla parabola è quello del male che cresce e che coesiste con il bene. Non bastano le difficoltà nella semina e nella crescita, ma c’è anche il male che è presente non solo nel modo ma anche nella stessa Chiesa. È un grande scandalo. E un grande mistero.
- “Il Regno dei Cieli è simile a un uomo che ha seminato buon grano nel suo campo”. La relazione dell'uomo con il proprio fare serve come termine di confronto per la relazione di Dio con il suo regno, con la sua opera, con la sua creazione. Non si può immaginare un Regno dei cieli senza l'agire di Dio nel mondo, nella storia.
“... ha seminato ...”. Quest'uomo è anzitutto Gesù, il grande seminatore della parola di Dio. Ma è anche egli stesso, la sua persona, la Parola incarnata.
L'uomo che semina sa che il risultato di essa non dipende totalmente da lui (egli ha fatto la sua parte); sa che molto dipende dalle circostanze esterne. Se quest'uomo è il credente, allora egli sa di essere solo un servitore di Dio che in ogni momento deve continuare a mettere il meglio di sé a disposizione di Dio. Crede di fare qualcosa, prende tutto lo sforzo su di sé, si estenua nella tensione a riconoscere il proprio compito nella preghiera e metterlo in pratica, qualunque esso sia, ma sa che la missione gli è solo affidata, che il seme solo per un istante è nelle sue mani, che tutto il suo agire è solo la parte di un'opera più grande.
“... buon grano nel suo campo”. La Parola di Dio è buona. Il seme è buono, è seminato nel campo. Il campo è il mondo. Esso produce buoni frutti buoni (= le persone accolgono la Parola, aderiscono a Gesù), ma insieme ecco nascere anche la zizzania.
- “Ma mentre tutti dormivano viene il nemico...” (v. 25). Nel sonno viene il nemico. Egli conosce bene le abitudini, i limiti e le debolezze degli uomini. La nostra mancanza di vigilanza è il luogo dove egli entra e semina anche lui il suo grano. Per cui il mondo è sempre il luogo del bene e del male.
Si noti che il nemico compie gli stessi gesti del seminatore, o, meglio ancora del Seminatore divino. Se lo potessimo seguire, potremmo persino scambiare i suoi movimenti con quelli del Buon seminatore. Davvero egli si camuffa come angelo di luce. Ci fa apparire buono quello che non è, perché diversa è la sua intenzione rispetto a quella divina che il seminatore ha fatto propria.
Si noti anche che la zizzania (il male), come il grano (il bene), vuole moltiplicarsi fruttificando. Ma, a differenza del grano buono, quello della zizzania è leggermente velenoso. Consumato, provoca vertigini e malessere e ha effetti simili a quelli dei narcotici. La farina di zizzania ha un gusto amaro e sgradevole. Il suo consumo prolungato può danneggiare la vista.
“E se ne andò”. Il nemico se ne va, per restare ignoto. È interessante l'osservazione di Adrienne von Speyr: “Il suo seme è stato gettato insieme a quello del buon seminatore di notte. Il Nemico non può stare insieme con il Signore, non può reggerne lo sguardo, e per questo deve agire di nascosto, di notte. La notte assume ora un nuovo significato: è quella che nasconde, che va contro il riconoscimento del bene”[1]. È il mistero dell'iniquità che si oppone all'azione divina, alla redenzione, e anche a quella umana quando è in sintonia con la prima.
“Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. Il grano cresce secondo la propria legge, i propri tempi. E cresce anche la zizzania. Quando esce il frutto del giorno, anche il frutto della notte si manifesta. Lo stesso tempo, che è stato usato dal bene per crescere, è stato richiesto anche dal male. Se non ci fosse il bene e la sua manifestazione, non ci sarebbe dunque anche il male e la sua manifestazione!
Il primo effetto del manifestarsi del frutto della semina della zizzania – del male – è di far nascere il dubbio tra i servi (quindi tra i credenti) sulla bontà dell'operato del loro padrone, ossia – trasponendo l'immagine – sull'operato di Dio e sulla bontà stessa di Dio: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque la zizzania?” (v. 27). È la domanda che i buoni da sempre si pongono riguardo al male, la domanda che rende inquieti.
Il padrone del campo così spiega la presenza della zizzania: “Un nemico ha fatto questo!” (v. 28). “E i servi gli dissero: vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. L’atteggiamento e la soluzione dei servi corrisponde anche al nostro quando ci accorgiamo del male. Pensiamo: “Ho capito: siccome il male è opera del nemico, bisogna distruggerlo. Vuoi che andiamo e lo strappiamo?”. Mi viene spontaneo richiamare l’episodio narrato da Lc 9,55ss. nel quale Giacomo e Giovanni, vedendo la cattiva accoglienza di Gesù in un villaggio samaritano, reagiscono dicendo: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Questa reazione esprime molto bene il nostro zelo nello strappare la zizzania. Siamo infatti molto più zelanti di Dio nello strappare il male negli altri. Il problema è invece un altro: lo dovremmo strappare in noi.
“Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme...”, ordina il padrone del campo. Se tu – discepolo di Gesù - strappi la zizzania, rovini il grano, cioè te stesso. A differenza di Gesù, che si dimostra paziente e ricco di amore con tutti, “perché non vuole che alcuni si perda” (2Pt 3,9), non sei misericordioso con il peccatore. E se non sei misericordioso non sei figlio. Finché c'è tempo, Gesù spera sempre nella conversione dei peccatori. Egli sa che le prostitute e i pubblicani – considerate zizzania dagli scribi e dai farisei – possono non solo convertirsi, ma addirittura prendere il loro posto nel regno di Dio (cfr. Mt 21,31); in altre parole proprio coloro che si reputavano eletti rischiano di essere esclusi da esso (cfr. Mt 23,13). Il momento della verità, allora, sarà quello della mietitura e non quello della crescita. Solo a quel punto l'erba inutile e nociva sarà estirpata.
La risposta del padrone, inoltre, ci educa all'umiltà di fronte al male. Ha ragione la Speyr: “La persona è costantemente posta da Dio in un mondo in cui domina il male e non può farcela contro tutti e contro tutto. E tuttavia il Signore le chiede di stare in questa battaglia, ma le mostra anche la strada e l'ora”[2].
Inoltre, paradossalmente, proprio il male è il luogo privilegiato dove si manifesta l’amore di Dio. Se Dio fa solo il bene, nel male si rivela la sua essenza di misericordia assoluta, che è la croce. Lui sarà trattato da zizzania! Lui sarà bruciato come legno secco! La misericordia del credente deve quindi assomigliare a quella di Gesù.
Alla fine ci sarà la separazione (era normalmente compito delle donne setacciare pazientemente il grano per togliere i semi di zizzania, del tutto simili a quelli del grano per forma e grandezza, ma di colore grigio) e il giudizio (v. 30). Quindi solo alla fine il male sarà tolto. Il presente è lasciato a noi per anticipare, nella nostra, la sua misericordia.
“... il grano... riponetelo nel mio granaio”. Solo allora il Signore raccoglierà i suoi e li condurrà lui stesso nella sua casa. La vittoria sta solamente nel Signore.
Parabola del granello di senapa (Mt 13,31-32)
Cosa dire poi della piccolezza del bene? Anche questo ci scandalizza! Difficilmente il bene fa notizia... Con questa parabola e la successiva, ancora di ispirazione agricola, Gesù ci spiega perché il bene è sempre piccolo. D’altra parte anche lui, pur avendo annunciato il Regno in diverse città e operato numerosi miracoli, aveva raccolto attorno a sé poca gente, e che gente - un’insignificante cerchia di persone, per di più religiosamente squalificate.
Gesù ci invita ad andare al di là delle apparenze e ad aver fiducia nei risultati. Sono parabole della “sproporzione”.
“... un granellino di senapa che uno prende e semina nel suo campo”. Anzitutto anche qui abbiamo la semina. È un atto di speranza, di fiducia, di sguardo in avanti. Quell'uomo semina e attende il risultato di essa. Si aspetta tale risultato. E la crescita del seme può essere seguita.
“L'uomo che ha seminato nell'attesa può essere paragonato tanto ai credenti quanto a Dio. Con Dio, che prepara agli uomini una dimora sulla terra, finché viene il loro tempo di abitare in cielo. Ma anche con l'uomo, che crede e spera e attende, e alla fine viene accolto: da Dio, il Figlio, che abiterà in lui, da Dio, il Padre, che gli mette a disposizione il regno dei cieli. Inoltre, fin dal principio è chiaro che la relazione che la parabola rivela deve essere qualcosa di definitivo, che ambedue le cose, il granello che cresce e il cielo che si abbassa, sono fatte l'una per l'altra. Dio Padre dona il suo cielo agli uomini. In quanto Creatore non ha abbandonato gli uomini, ma ha mostrato loro la direzione verso la quale essi devono crescere perché egli possa definitivamente accoglierli”[3].
“... un granellino di senapa...”. Rispetto alle attese trionfalistiche di un regno che sarebbe venuto dall'Alto in modo trionfalistico (da cui deriva la tentazione proposta a Gesù di buttarsi dal pinnacolo del Tempio), ecco il Maestro parlare della necessità di accettare piccoli e umili origini e di saper attendere l'epoca della crescita. Gesù non è venuto sulla terra a piantare alberi, ma a portare dei semi. Il seme è piccolo – qui paragonato a quello della senape[4] -, è il più piccolo di tutti i semi. È quasi invisibile. Ma diventa in una stagione (quest’ultima simbolo della durata di questo mondo) un arbusto che può crescere fino a 2-3 metri. In esso gli uccelli vi trovano rifugio.
La Chiesa è un po’ come quest’albero: è criticata da tutte le parti, ma sfido a trovare chi o quale realtà in questo mondo la supera in valore e sensatezza. Ci sono persone che a volte vorrebbero uscire dalla Chiesa: ma per andare dove? La Chiesa offre “rifugio” per ristorarsi... con la forza della parola e dei sacramenti. Ricordiamoci poi che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28). È Dio che ha voluto così. Vuole che il cristiano sia libero dal delirio di grandezza. E poi, se ci pensiamo bene, la grandezza del Regno futuro non è altro che il trionfo di quella croce che ha abbraccia ogni piccolezza e lontananza. All’abbassamento estremo corrisponderà l’innalzamento del Figlio dell’uomo e di coloro che, per amore suo, si faranno “piccoli” come Lui.
Evidentemente è riduttivo identificare l'albero di senape con la sola Chiesa. Il Regno è sempre più ampio di quest'ultima. Allora qui possiamo trarre un'altra riflessione. L'immagine dell'albero sui cui rami gli uccelli fanno il nido è classico nei profeti, per designare l'uno o l'altro dei grandi regni del loro tempo. Gesù aggiunge questo «di più», alludendo chiaramente all'apologo del cedro di Ez 17,22-24 che descrive la prosperità e l'estensione universale del regno di Dio: «Dice il Signore Dio: lo prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà». In Cristo ogni predizione di salvezza dell'Antico Testamento ha trovato la sua realizzazione. Il regno di Dio – piantato da Cristo nella terra - giungerà ad abbracciare e salvare i popoli del mondo intero.
Infine, come suggerisce la Speyr, questo albero rappresenta anche quello che noi credenti siamo chiamati a diventare, camminando con gli altri fedeli nella Chiesa e impegnandoci nel mondo. “Se il granello di senape è la fede [seminata nel cuore dell'uomo dalla Parola], allora sarà molto chiaro quale deve essere il ruolo della fede nell'uomo: crescere, come il granello dalla terra, dalla sostanza della grazia invisibile di Dio che egli accoglie in sé. Questa crescita si può seguire, al punto che l'uomo più che lasciare crescere la fede in sé, sempre più lascia crescere sé nella fede. Alla lunga non può ricevere la fede e poi appoggiarsi ad altri puntelli che per lui sono importanti, ma che non hanno nulla in comune con la fede. La fede vuole unificare tutto l'uomo in Dio, fare di lui un frutto per Dio, che egli può riconoscere. Fare di lui qualcosa in cui Dio si compiace tanto che non cerca più alcun altro luogo per sviluppare il suo regno dei cieli, poiché lui stesso può venire e abitare in questo luogo. Non così che il regno dei cieli sarà là, dove sono gli uomini, ma così che Dio faccia della fede degli uomini il luogo del suo regno dei cieli”[5].
Parabola del lievito (Mt 13,33)
Anche questa immagine è altamente espressiva. Il regno dei cieli - dice Gesù - è simile a un pugno di lievito nascosto in tre misure di farina (circa 25-30 Kg). Esso ha la forza di far fermentare tutta la farina. Dal lievito la donna si attende proprio questa misteriosa efficacia. Se poi pensiamo che il lievito non è altro che farina inacidita[6], questo risultato ci appare ancora più sorprendente. Quell’impasto andato a male, preso e nascosto in tre misure di farina, è il Cristo sepolto: nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviterà di vita nuova, libera dal vecchio lievito di malizia e perversità.
Ricordiamo che l'immagine del lievito normalmente era negativa. Così in Paolo essa esprime l'effetto devastante del male nelle sue giovani comunità cristiane (cfr. 1Cor 5,7-8; Gal 5,9), ed anche Gesù in Mt 16,6 la utilizza in tale prospettiva quando avvertiva i discepoli: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei!»; si riferiva al grande potere di suggestione di convinzione sulle masse che essi avevano. Egli invita i suoi a prendere le distanze e a rifiutare la dottrina di questi gruppi, specie per quanto riguarda le attese messianiche.
Gesù, dunque, ribaltando in 13,33 l'immagine da negativa a positiva, sottolinea così l'efficacia del potere salvifico penetrante e trasformante della grazia divina. “Se noi siamo l'impasto, allora il cielo è il lievito che non ci abbandona con la sua efficacia finché non siamo divenuti altro. Questa efficacia è determinata da Dio ed è quello che lui, nella sua Provvidenza, si aspetta da noi. L'essenziale è che la farina e il lievito si incontrino, l'efficacia può essere poi lasciata al lievito. Ma, come nella parabola del granello di senapa il seme deve essere posto nel campo, così qui il lievito deve essere impastato. Quello che nella parabola è il lavoro, la prestazione dell'uomo o della donna, fuor di metafora è ciò che fa l'uomo che si affida alla grazia che lo trasforma. Il punto di paragone non è il progettare, il ponderare, l'esaminare, ma lasciare che qualcosa di nuovo accada, e lasciare che avvenga nella direzione giusta. In ogni sua preghiera l'uomo sa che il suo dialogo con Dio è un incontro ed è come se egli avesse bisogno di congiungere le mani e di affidare a Dio la propria anima, in un atto pervaso dalla semplicità del bambino, perché possa incontrare Dio e in lui accada davvero quel che per l'uomo resta inconcepibile, ma che ciò che è chiaramente atteso da Dio. È Dio che si dà da fare per l'incontro, l'uomo deve solo affidarsi alla sua mano, poi è Dio che si impegna per la sua opera, per realizzare le sue intenzioni con noi. Queste intenzioni sfociano immancabilmente nell'edificazione del Regno di Dio. […] L'abbandono in Dio è il contrario della distrazione, della disobbedienza, della resistenza e dell'irrigidimento.
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[1] A. von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 32-33.
[2] Ibid., 38.
[3] A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 43-44.
[4] La senape è originaria dell'Asia, dove cresceva spontanea. Si pensa che sia stata coltivata per la prima volta nel 3000 a.C. in India, e poi esportata in Occidente come spezia pregiata. Era infatti già nota ai Greci e ai Romani, i quali utilizzavano i semi pestati da cospargere sui cibi per renderli più appetitosi. Tutte le varietà di senape appartengono alle «crocifere», famiglia molto numerosa, comprendente generi e specie di piante erbacee coltivate come ortaggi (rape, ravanelli ecc.) e come erbe aromatiche e medicinali (la senape appunto). In Palestina la senape non era considerata semplicemente una pianta da orto, ma veniva coltivata anche nei campi. A momento della raccolta, veniva messa in cesti, che quindi risultavano pieni di questi piccolissimi granelli.
[5] Ibid., 44.
[6] Nell'ambiente della Palestina li lievito naturale si preparava in poche ore, perché la pasta inacidiva presto. La donna impastava la farina con l'acqua nella grande ciotola dove l'aveva raccolta e ci mescolava il lievito, manipolando a lungo la pasta per amalgamarla e per indurirla al punto giusto.
e ancora...
La parabola del seminatore che oggi leggiamo nel vangelo di questa domenica è anzitutto una illustrazione della missione di Gesù. Non dimentichiamo che Gesù stava vivendo un momento delicato, quello della “crisi galilaica”. I suoi erano venuti per prenderlo perché lo ritenevano pazzo e volevano portarlo via (12,46-50; cf. Mc 3,20-21). Eppure è proprio il fallimento, la croce, il segreto che Gesù dice negli orecchi che gli apostoli dovranno annunciare sui tetti (10,27): alla fine il bene è vincente! La croce di Gesù è principio di vita nuova!
Leggiamo ora la parabola.
“Uscì il seminatore a seminare”. Semina sulla strada, sui sassi e sui rovi. Perché tanto spreco? Alcuni di questi aspetti si spiegano meglio sapendo qual era la tecnica della semina. Innanzitutto, si seminava in un terreno che era rimasto incolto per tutta l’estate, da maggio a novembre, ed era stato spesso attraversato dalla gente e pascolato dalle greggi di pecore e di capre. Dopo la semina, si arava per interrare il seme nel suolo. Il seminatore, quindi, seminava tutto il terreno a disposizione, ma non sapeva esattamente dov’era il suolo buono e fertile. Seminava sugli stretti sentieri calpestati dalla gente che aveva attraversato il campo, lì dove la terra era dura e non lasciava entrare il seme. Seminava anche lì dove il suolo non era molto profondo, ed era spesso il caso in Israele, dove il terreno è quasi dappertutto roccioso. Il seminatore non poteva indovinare perché non si vede la roccia in superficie. L’aratro, inoltre, era molto primitivo e non dissodava il terreno in profondità. Questo spiega perché il grano poteva cadere in una parte dove crescevano spine e rovi che, più rapidi nella crescita, avrebbero impedito al grano di arrivare a maturità. Il seminatore, però, sapeva che da qualche parte il suo terreno era buono e gli avrebbe dato un bel racconto.
Si noti il rischio e la speranza del seminatore. Dal successo della semina dipende la vita della sua famiglia (il pane per tutto l’anno). D’altra parte sapeva, come già detto, che da qualche parte c’è un terreno buono che non lo deluderà. Se non fosse il caso, andrebbe a seminare altrove o cambierebbe mestiere.
Gesù è il buon seminatore. Ha seminato il seme della parola di Dio. Non è stato lì a scegliere il terreno: questo è bravo, quello no. Ha seminato come fa il seminatore: su tutto il campo. Ora attende il frutto del raccolto.
Lo sviluppo del grano avviene in diverse tappe: cade nel terreno (v. 4), germoglia (vv. 5-6), e cresce (v. 7). Nelle prime tappe un ostacolo (uccelli, roccia, spine) impedisce al grano di continuare il suo sviluppo naturale. Solo nella quarta tappa il grano arriva a maturità (v. 8).
“Parte di esso cadde lungo il sentiero…” (v. 4). I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. È l’esperienza di Gesù: in parte la sua Parola non è neppure accolta, non attecchisce, vola via. È la gente che non ascolta.
“Un’altra cadde su suolo sassoso…” (v. 5). Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene l’umidità dell’aria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma è un’illusione! Mancano le radici. È il caso di quando la parola ascoltata attecchisce subito, ma solo in superficie; dopo il primo entusiasmo - un fuoco di paglia senza consistenza - si secca.
“un’altra cadde sulle spine…” (v. 7). I rovi tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose “re” tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! Quindi anche in quelle persone in cui la parola sembra crescere non sempre tutto va bene, poiché c’è il rischio del soffocamento.
“Un’altra parte cadde in terra buona e diede frutto...” Per mal che vada, la semina del Regno è feconda al di sopra di ogni attesa. La resa del 30, 60, 100 per uno non era nemmeno immaginabile. Se i fallimenti del seme sembrano deludere la generosità del seminatore, che non bada al risparmio ma sparge a piene mani, l’immagine finale della grandiosa resa supera di gran lunga anche le più rosee prospettive che potesse nutrire l’immaginazione di un agricoltore dell’epoca.
La parabola non contrappone semplicemente gli insuccessi iniziali al successo finale che il Regno otterrà, ma illustra anche il suo paradossale ed irresistibile sviluppo, in cui il successo coesiste però con l’insuccesso (che resta solo parziale, mai totale).
Però ci vuole tempo. Il successo si ha solo dopo un processo lungo, che conosce una serie di insuccessi iniziali. Per questo il seminatore non si aspetta un risultato immediato.
Questa parabola intende perciò rispondere ai dubbi che si stanno facendo largo nel cuore dei discepoli e dei simpatizzanti di Gesù, i quali si chiedono come mai il messaggio del Regno stia incontrando tanta opposizione, e forse giungono a dubitare della sua reale riuscita. Anche il lettore di ogni epoca non fa difficoltà a riconoscersi in queste esitazioni. Ebbene, con questa parabola Gesù risponde a tali perplessità e addita lo stile dell’agire di Dio, il quale, con la sua debolezza, è più forte della potenza degli uomini. Ma la sua forza non si manifesta nell’evitare gli ostacoli, nell’annullare le prove, bensì nel far emergere e nel far riuscire il suo piano anche attraverso le contraddizioni e persino le opposizioni più dure. Ecco perché vengono enumerate le cocenti delusioni per la mancata riuscita del seme sui terreni inadatti. E se nel primo caso – quello del seme seminato sulla strada e divorato dagli uccelli – le attese non sono poi tanto frustrate, ben più grave è l’ultimo caso, quando il seme sembra ormai vicino alla maturazione. Il messaggio per il lettore è perciò di grande conforto, perché da una parte gli dice di non scoraggiarsi, dato che le difficoltà sono già previste, dall’altra di non venire meno nella fiducia, perché la resa finale lo sorprenderà e lo stupirà oltre misura. Allora egli capirà anche lo sperpero iniziale, che sembra caratterizzare lo stile del seminatore.
È chiaro che Gesù ci chiede uno sguardo di fede. Infatti anche se il bene sembra svanire e il male riuscire bene, alla fine il risultato è sorprendente. Perché è Dio che agisce nella storia. Al seminatore della parola spetta solo seminare.
Anche nella risposta ai discepoli che chiedono a Gesù: “Perché parli loro in parabole?”, viene ribadita la necessità della fede in Gesù: “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (v. 12). Cioè: a chi ha fede in Dio, a chi ha intimità, familiarità con Gesù, riceve sempre più intelligenza per comprendere e per vivere il mistero del Regno. Chi non ha questo, non capisce, non solo con la testa, ma anche non ne fa esperienza della verità di esso nella sua vita. E dove non capisco, è perché non voglio convertirmi. Per questo motivo, dice Gesù, si adempie la profezia di Isaia (ma è, in realtà, il messaggio di tutti i profeti) mandato a denunciare il peccato del popolo: “Voi udrete, ma non comprenderete...” (vv. 14-15; cf. Is 6,9-10). Ossia la Parola di Dio: luce per chi ha il cuore libero, tenebra per chi ha il cuore indurito. È per questa durezza del cuore che Gesù verrà ucciso.
Durezza del cuore che viene ribadita anche nella spiegazione della parabola stessa.
- C’è un cuore impermeabile nel quale la parola non attecchisce. È la situazione della semente seminata lungo la strada, che il nemico porta via. Il nemico è il ladro della parola. Egli cerca di convincerci con opinioni opposte.
- C’è il cuore nel quale la parola non mette radice. Sotto c’è il sasso. È la seconda esperienza. La parola non attecchisce in profondità perché il cuore è invaso dalle paure, dalla mancanza di fede, dalla disperazione che mi pietrifica. Ma la Parola di Dio può vincere queste disperazioni, queste paure dandomi appunto la speranza.
- La terza esperienza è la parola tra le spine. Il testo parla di “preoccupazioni del mondo” e di “inganno della ricchezza”. Non si è mai contenti, si vuol avere sempre di più, pensare come fare a guadagnare di più, si è sempre con il pensiero lì e non si ha mai il tempo di pensare agli altri e al proprio stesso bene. È chiaro che questa ricchezza non è solo quella materiale: c’è anche la ricchezza culturale di chi fa sfoggio delle proprie conoscenze, e quella dello 'status sociale', per cui ci si vanta della propria posizione sociale. Infine c’è anche la ricchezza “spirituale” di chi cerca solo di... accumulare “meriti”, senza accorgersi che, in realtà, il suo cuore è ben lontano dal Signore. Per questo bisogna recuperare l’intuizione di Maria: ai piedi di Gesù ella ascolta la parola. Prima ancora di fare qualcosa di materiale, come fa invece Marta, è necessario porre ascolto alla parola di Gesù che, scrutando il cuore, lo libera dalle false ragioni.
- Infine c’è l’esperienza del seme seminato sulla terra buona. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dell’amore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paura e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda.
Termino con un'ultima riflessione. Quello che ha fatto il Seminatore con noi, che con abbondanza ha seminato la sua parola di luce e di vita nel nostro cuore, anche noi dobbiamo farlo verso i fratelli. C'è bisogno di seminatori che continuino la missione di Gesù. Per questo è importante che sappiamo gestire la nostra bocca, evitando non solo linguaggi e argomenti sconvenienti, ma anche inutili, futili, per far sì che dal silenzio del nostro cuore escano solo parole convenienti, costruttive... parole che riflettano quello che già stiamo vivendo nella nostra vita. Allora saremmo degli evangelizzatori nel nostro tempo.
È bello vedere come, dopo aver rimproverato le città di Corazin, Betsàida e Cafarnao (vedi brano precedente) perché piene di sé, supponenti, Gesù non si chiude nell'amarezza, ma esplode in un grido di gioia: “Ti benedico, o Padre”, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” .
Il testo parla di “sapienti e intelligenti”. Sono coloro che ritenevano di possedere una conoscenza profonda dei misteri di Dio. Si “credono” sapienti e intelligenti pur rifiutando la rivelazione divina. Pensiamo, in concreto, ai capi del popolo, ai dottori della legge, agli aderenti a varie sette del tempo (Esseni, Qumranici, seguaci di gruppi apocalittici). Del resto, il paradosso di sapienti che non capiscono e di intelligenti che non intendono era stato già sottolineato dai profeti, in particolare da Isaia. Al popolo che onora Dio con le labbra Dio lancia la minaccia: «perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l'intelligenza dei suoi intelligenti» (Is 29,14). E, subito dopo, aggiunge: «Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele» (Is 29,19).
Chi sono invece i “piccoli”? In greco la parola è “nepioi” , cioè “infanti” . È la gente semplice che, senza aver studiato molto e senza conoscere la teologia, può aprirsi al mistero del Regno. È la “dotta ignoranza” del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. A quest'ultimi, infatti, Dio ha “nascosto” “queste cose” proprio perché pensavano di sapere chissà che cosa.
Queste parole di Gesù sono quindi un monitor molto forte a mantenere puro il nostro cuore. Altrimenti non lo potremo conoscere. Potremo studiare, avere una vasta cultura religiosa, ma mai averlo conosciuto.
«Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (v. 26). È un'espressione che ci scuote, perché ci fa capire che il mistero di rifiuto e quello di accoglienza è parte del piano divino. In questo piano è contenuto il mistero della croce.
«Tutto mi è stato dato dal Padre mio...» (v. 27). Con queste parole Gesù afferma:
- di avere la piena conoscenza del mistero di salvezza e tutta la regalità, con il potere che ne consegue “in cielo e in terra” (cfr Mt 28,18);
- di essere il Figlio, e come tale è in relazione reciproca con il Padre.
- Di conseguenza Egli è il rivelatore del Padre.
"Siamo di fronte a una sintesi della storia della salvezza, dove appare il primato di Gesù, la sua divinità, la sua relazione con il Padre, il suo essere nella Trinità. (...) È un mistero che soltanto attraverso il superamento della ragione e l'ingresso nell'oceano infinito di Dio, possiamo accettare. E quando recalcitriamo contro il progetto di Dio nella nostra vita, contro gli avvenimenti, contro il modo con cui il Signore ci tratta, di fatto noi non accettiamo che Gesù riveli il Padre, che lo riveli nell'umiliazione e nella croce, non accettiamo il rapporto privilegiato di Gesù con il Padre, che Gesù sia Dio”. [1]
Il vangelo poi continua con l'invito di Gesù: “Venite a me...”. Invita tutti quelli che si riconoscono “affaticati e oppressi” a venire a lui.
Si noti che quel “ Venite ” Gesù lo aveva usato per chiamare i primi discepoli a seguirlo. La vita è dura per tutti, tutti – sebbene con diverse gradazioni – sono sottoposti al peso della fatica del vivere, al peso delle delusioni, degli insuccessi, dell'ambiente meschino, del peso dell'ingiustizia e della falsità.
“Venite a me” è un invito diretto che Gesù fa a tutti, ma che solo i piccoli ai quali il Padre ha rivelato il mistero di Dio, che è l'amore – come si legge nel brano precedente –, solo questi piccoli sanno rispendere all'appello di Gesù. I sapienti e gli intelligenti di questo mondo non credono di aver bisogno di Lui, bastano a se stessi.
A coloro che accolgono la sua chiamata promette: “ e io vi ristorerò ”. In greco la parola ἀναπαύσω qui impiegata in realtà significa “riposo”. Parola che richiama il riposo del settimo giorno in Genesi 2,2, il sabato che è il compimento della creazione. Ciò che Gesù promette a chi viene a lui, allora, non è il semplice ristoro, ma anche il compimento dell'uomo, che è Dio; lui ti dona l'amore stesso del Padre. Un giorno, nel sabato eterno, questo compimento sarà pieno; ma già oggi Gesù ci introduce nella vita trinitaria, nell'amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Già oggi posso pregustare il paradiso insieme alle fatiche della vita che non vengono meno.
Per questo Gesù subito dopo dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi” . Sappiamo bene che la parola “giogo” indica quello che si metteva sull'animale per utilizzare le sue energie, per arare, tirare il carro, lavorare, in modo che la sua energia sia utile. Così il “giogo” di Gesù è ciò che ci fa camminare nella vera libertà, orientando le energie verso il bene, seguendolo nella via dell'amore. Ci chiede di imparare ad amare, ed allora entreremo nella dolcezza della vita. Perché l'amore è dolce per chi ama.
Portare il “suo giogo” è il cammino che Gesù propone ad ognuno di noi. I nostri “pesi”, quando vengono assunti con amore e vissuti come “croce”, diventano più leggeri e sopportabili, perché diventano un luogo di “incontro con Gesù”.
“ Imparate da me che sono mite e umile di cuore …”. La mitezza è espressione della vera natura dell'amore che si fa “debole” di fronte alla violenza . In tutta la passione Gesù esprime il vero volto di Dio che non distrugge il maschio con la sua “collera”, ma facendosi debole, vulnerabile, sofferente. Si fa carico di esso per distruggerlo dall'interno, per trasformare il massimo maschio in massimo bene.
Poi Gesù ci invita ad imparare anche la sua umiltà. In greco c'è “tapino”: è il piccolo, l'umile, il servo, l'ultimo. L'amore è sempre umile: stima l'altro superiore a se stesso, fino a dare la vita per l'altro. Senza umiltà non c'è amore, c'è solo prepotenza. E la sapienza di Gesù, mite e umile di cuore, è la sapienza dell'amore.
Se vogliamo seguirlo nella via dell'amore dobbiamo far nostri questi atteggiamenti del cuore di Gesù, dobbiamo conformarci a lui. E sperimenteremo davvero che la legge dell'amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. È un peso che lo rende leggero.
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[1] Carlo Maria Martini, Briciole dalla tavola della Parola , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 396.
In questa domenica il mattino la liturgia ci propone le letture della XIII domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo è quello di Mt 10,37-42, nel quale Gesù esige dal cristiano una dedizione radicale; totale, preferenziale. Radicale perché va alla radice di tutti gli affetti; totale perché abbraccia tutta la vita; preferenziale perché, pur essendoci degli affetti legittimi, importanti, comandati da Dio nel quarto comandamento, Gesù si pome imperiosamente come Colui a cui tutto è da subordinare, persino gli affetti più cari. Soltanto un Figlio di Dio può parlare come Gesù ha parlato, soltanto Dio può avere tali esigenze.
Ma già nel pomeriggio e per tutto lunedì 29 Giugno si celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo apostoli.
- Per questa solennità la liturgia ci propone il vangelo del dialogo del Risorto con Pietro dopo la pesca miracolosa e il pasto sulla riva del lago. Tre sono le domande che Gesù pone a Pietro: "Mi ami tu?". Nelle prime due gli chiede se egli lo ama (verbo agapao) di un amore pieno, disinteressato, e solo nella terza scende ad un livello diverso, quello dell'amore tipico della relazione di amicizia (verbo fileo). Ed è significativo che per tre volte Pietro gli risponde e riceve da Gesù la seguente missione: “pasci i miei agnelli” (prima volta), “pasci le mie pecorelle” (seconda e terza volta). Ora che Pietro ha sperimentato la propria debolezza, egli è paradossalmente pronto ad affrontare la missione che il Signore gli dà. Perché ha imparato a non fidarsi più di sé, ma solo del Signore e dell'amore che Egli ha per lui. Qual è la missione che il Risorto affida a Pietro? Gli chiede di preoccuparsi perché non manchi al gregge – che rimane di Gesù – il necessario, incominciando dagli “agnelli”, cioè dai piccoli, dai più deboli; significa difenderli dai pericoli disposto a dare la propria vita perché abbiano la vita; poi anche le pecore, che vanno guidate. L’evangelista ci invita quindi ritornare con il pensiero al brano di Gesù pastore (cap. 10). Gesù è colui che cammina innanzi al gregge, che è riconosciuto dalle pecore al timbro della voce, che vuole che le sue pecore trovino pascolo, che offre la vita per esse, che le conosce a fondo e per loro dà la vita. Queste stesse caratteristiche vengono ora riferite a Pietro. È questa la missione affidata a Pietro: quella missionaria (Gesù nel cap. 10 parla di “pecore che non sono di questo ovile”) e, insieme, essere guida spirituale di coloro che hanno abbracciato la fede (le pecore seguono il pastore).
- Nella prima lettura, un brano tratto dal cap. 3 degli Atti degli Apostoli, possiamo contemplare come Pietro vive la missione che il Risorto gli ha affidato. Pietro e Giovanni salgono al tempio alle tre del pomeriggio per assistere al sacrificio della sera e, presso la porta detta Bella, incontrano lo storpio. Si noti che è la stessa ora nella quale Gesù morì in croce (Lc 23,44). Luca sottolinea due volte che era l'ora nona. Ed è proprio in quest'ora che avviene il miracolo della guarigione dello storpio.
La citazione della porta “la bella” del tempio indica che la menomazione fisica dello storpio lo teneva fuori dal tempio, non poteva quindi entrare e pregare. L'essere storpio, infatti, appartiene a quella serie di malattie che impediscono l'aggregazione all'assemblea cultuale.
Quest’uomo era "storpio fin dalla nascita". Questo ricorda l'episodio del cieco fin dalla nascita (Gv 9). Questo uomo rappresenta ogni uomo che, fin dal ventre di sua madre, cioè prima di nascere, non sta in piedi. Poi, quando diventa grande, sta fisicamente in piedi, ma non sa dove andare, non sa da dove viene e non sa dove va. Se cammina va errando di qua e di là senza sapere dove. Lo storpio è l’immagine di questo uomo che, in fin dei conti, non può fare il cammino che conduce alla meta: andare verso Dio e verso i fratelli.
Lo storpio viveva dell’elemosina dei pii giudei che frequentano il tempio. Nelle persone di Pietro e Giovanni la Chiesa s’incontra con la miseria umana.
"Costui, vedendo Pietro e Giovanni..." (v. 3). Come ha fatto questo cieco vedere Pietro e Giovanni? Non è che li vede con la vista, semplicemente avverte la presenza di questi due soggetti, a lui sconosciuti, ai quali chiedere per ricevere elemosina. È quel vedere cieco che abbiamo anche noi; è lo sguardo di chi non vede negli altri delle persone, ciascuna con la propria identità e doni, ma solo dei soggetti a cui chiedere l'elemosina. Il pensiero di chi è così cieco è questo: “cosa posso ricevere da queste persone? Cosa possono darmi?”.
"... li pregava per avere qualcosa in elemosina". Il cieco chiede soccorso al passante. Pietro non possiede il denaro dei ricchi, quel denaro che risponde alle attese immediate del mendicante, ma che diventa anche facile alibi per non prendersi carico della sua persona umana. Pietro e Giovanni, insieme, stabiliscono un contatto con quell’uomo (è da notare lo sguardo fisso – si interessano cioè della persona dell'indigente – e poi, dopo le parole, Pietro gli prende la mano destra), ne amplificano le attese, ma deludono il suo bisogno immediato: "non possiedo né oro né argento". Gesù aveva detto: "Non portate né denaro, né bastone, né bisaccia, né pane, né due tuniche" (Lc 9,3). Ma hanno con sé il vero tesoro: "quello che ho te lo do". Che cosa noi abbiamo e che possiamo dare? Abbiamo il fatto di essere figli di Dio, di essere fratelli nella fede, di ricevere tutto, ma non in elemosina, bensì come dono, come grazia, vivendo così nella gratitudine e stabilire relazioni positive con i fratelli. Il non capire la grandezza di questo tesoro che ho ricevuto, anche se non possiedo niente, è una grande disgrazia per chi si professa cristiano!
Solo a questo punto Pietro gli annuncia la possibilità nuova e inattesa: gli ordina di alzarsi e di camminare "nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno...". È la parola efficace che in nome di Gesù lo fa rialzare. Il nome (= la persona) di Gesù è sotēr /salvatore e soltanto lui può offrire salvezza! Di conseguenza, quando pronunzia queste parole, Pietro dice che gli apostoli parlano e agiscono nel nome di Gesù e col potere di Gesù, e che anche l’infermo deve rivolgersi a lui e in lui riporre la sua fiducia. Si presume che l’infermo abbia sentito parlare di Gesù e delle guarigioni da lui compiute. Ora Pietro cerca di dimostrare che il Gesù di allora, Gesù di Nazareth, è il Vivente, ha ancora lo stesso potere ed è stato costituito Messia e Signore.
"... alzati (ἔγειρε) e cammina"». Quello che segue – come indica anche l'imperativo ἔγειρε – è un racconto di “risurrezione”. Pietro, preso lo storpio per la mano destra, lo solleva dalla situazione passiva e, mediante la nuova relazione che Pietro ha stabilito con lui – è il Signore che agisce, ma lo fa attraverso noi che invochiamo il suo Nome e agiamo come figli – "i suoi piedi e le sue caviglie si rinvigorirono, e balzando in piedi si mise a camminare". Ora lo storpio entra finalmente nel tempio – dal quale la sua infermità lo aveva escluso – "camminando, saltando e lodando Dio". È un uomo ‘ricostruito’ fisicamente e spiritualmente che Pietro restituisce alla vita. Così viene ristabilita la relazione di quest'uomo nella relazione con gli altri e con Dio. È importante ricordare qui Is 35,6, dove si parla del tempo messianico come un tempo in cui "lo storpio salterà come un cervo". Dunque la salvezza di Dio già presente nei gesti guaritori di Gesù ora continua a rivelarsi a favore degli uomini tramite gli apostoli.
- Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, San Paolo ci afferma: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani..." (Gal 1,14-15). Paolo adopera alcune espressioni teologiche molto importanti. Innanzitutto dice che Dio lo aveva scelto "fin dal seno di sua madre" e usa una espressione dell’Antico Testamento, adoperata da Geremia per se stesso e dal profeta Isaia per quella figura del «servo di JHWH». Paolo, scrivendo questo testo molti anni dopo, avendo riflettuto sulla sua esperienza dice: “Dio da sempre mi aveva scelto, ma mi ha chiamato in un momento preciso” e la chiamata consiste in questo: «si compiacque di rivelare a me suo figlio». Il verbo “rivelare” in greco è il verbo dell’apocalisse; Paolo dice: “Dio mi ha rivelato suo Figlio”, ha tolto il velo dai miei occhi e mi ha fatto capire chi era suo Figlio.
Il vangelo di oggi è tratto dal discorso missionario del capitolo 10 di Matteo. Dopo aver chiamato gli apostoli li invia a predicare che il regno dei cieli è vicino. Gesù li avverte: “Vi mando come pecore in mezzo a lupi…” (v. 16) e annuncia loro la persecuzione (vv. 17-23). Ma di fronte a tutto ciò li invita – e invita anche noi – a parlare apertamente e senza timore. Per ben tre volte Gesù ripete: “non abbiate paura” (vv. 26.28.31). È una frase spesso ripetuta nella Sacra Scrittura perché Dio sa bene che la paura accompagna un po’ tutta la nostra vita. Abbiamo paura dei pericoli perché temiamo di perdere la vita; abbiamo paura di perdere le sicurezze sulle quali appoggiamo la nostra vita; abbiamo paura di perdere i nostri cari, abbiamo paura di soffrire… E abbiamo paura anche delle nostre fragilità. La paura si trova alla radice stessa della vita. Di fronte ad essa non ci può essere sicurezza assoluta se non smettendo di vivere. Solo chi è morto non ha più paura. Il problema, allora, non è quello di annullare i motivi che generano la paura, ma di affrontare la paura con coraggio. L’uomo coraggioso sa mettere in conto i possibili rischi, senza chiudere gli occhi di fronte ad essi.
Sono significativi i motivi che Gesù ci dà per affrontare coraggiosamente la paura:
a) Il primo è: «non vi è nulla di occulto che non sarà conosciuto» (v. 26). La situazione di chi annuncia è quella di pecora tra lupi. Il bene risulta perdente e sconfitto. Gesù però ci rassicura: il fallimento del bene è il grande mistero nascosto alla sapienza del mondo (cfr. 1Cor 2,6-16). Ciò che impedisce di vederlo è il velo della croce, propria del Dio amore, che in essa si rivela. La sua debolezza e stupidità è sapienza e forza che salva (cfr. 1Cor 1,17-25). Ma ciò che è stato velato e lo è ancora, sarà svelato. Il futuro è il capovolgimento di ciò che appare ora. La rivelazione è “togliere il velo”, il disvelamento della realtà. C’è quindi una prospettiva futura, una certezza di futuro che ci viene assicurata da Colui che è il Signore.
«Ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce» (v. 27). Gesù è la luce venuta nelle tenebre (cfr. Gv 1,5). I discepoli l'hanno accolta e la diffondono (cfr. 5,14). Mediante il loro annuncio – che è la continuazione di quello di Gesù - il mondo verrà alla luce della verità.
b) Il secondo motivo per non temere è che gli uomini possono uccidere solo il corpo. Gli uomini hanno un potere limitato, non bisogna assolutizzare gli atteggiamenti umani. Non possono uccidere la vita divina – lo Spirito – che abita in noi.
È vero – potremmo abiettare – che, pur conoscendo tutto ciò, rimane sempre in noi una certa paura della morte. Ma è anche vero che la paura della morte è sempre più forte in coloro che hanno la sensazione di non aver vissuto pienamente. Noi credenti siamo chiamati ad una vita in pienezza seguendo l’esempio di Gesù: quello di un amore donativo che affronta anche la morte. Uniti a Lui
c) Il terzo motivo per non temere è: «voi valete più di molti passeri». È un chiaro richiamo al discorso della montagna, all'abbandono alla provvidenza per sottolineare l'animo con cui il missionario deve affrontare le difficoltà bandendo ogni timore (cfr. 6,25-34). Siamo nelle mani di Dio, ben riposti. È inutile che ci preoccupiamo per la morte e siamo in ansia per la vita: la morte comunque viene, la vita comunque va. Cerchiamo di non perdere quella vita che è l'amore del Padre.
Questa lunga parte centrale si conclude con un appello: «chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Forse a volte davvero non abbiamo quella franchezza, quella parresìa che hanno avuto gli apostoli dopo la risurrezione del Signore, che caratterizza tutte le pagine degli Atti degli Apostoli. Dobbiamo allora chiederci: non parliamo apertamente per prudenza? O piuttosto per poco amore? Se amiamo davvero Gesù sappiamo dare la vita per lui, e quindi anche parlare con coraggi o annunciando il vangelo della verità, dell’amore, della vita. Perché l’amore è sempre più forte della paura. Sant’Agostino diceva che il coraggio è un amore che sopporta ogni cosa in vista di ciò che ama. Se c’è quindi una sola cosa da temere – ci ripeteva papa Francesco – è quello di sprecare la propria vita. Di non cogliere l’unica occasione per viverla in pienezza seguendo Gesù.