Giunta al sepolcro il primo giorno della settimana, Maria di Magdala vide che la grossa pietra era stata ribaltata. Un tumulo di pensieri si impossessò del suo cuore: forse i nemici di Gesù avevano voluto compiere un ultimo scempio, far sparire tutto, anche il cadavere. E corse subito da Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e annuncia loro: “hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto”. La donna, dunque, senza pensare al senso profondo di queste parole, in realtà annuncia il fatto della tomba vuota e spinge i discepoli a confrontare se stessi con questo straordinario evento. Si tratta di comprendere, in termini di fede, il passaggio dall’assenza dolorosa, sorprendente e sconvolgente di Gesù morto alla presenza di Gesù risorto e vivo.
All'annuncio della Maddalena, Pietro e l'“altro discepolo” iniziano la corsa verso il sepolcro. L’evangelista in questa corsa vuole sottolineare l’ansia della Chiesa che va alla ricerca dei segni del Risorto. La loro corsa è spontanea, ma anche inquieta, rivela amore e venerazione, e fa pensare all’ansia della chiesa che nel corso dei secoli deve sperimentare sulla sua pelle l’esperienza della fede del Risorto. Parlo dell’ansia della chiesa in questi due personaggi: in Pietro abbiamo la chiesa istituzionale; in Giovanni la chiesa carismatica. L’intera Chiesa si muove verso il sepolcro alla riscoperta dei segni del Signore risorto.
“Correvano insieme”, scrive l’evangelista. Non si corre da soli, come se la religione fosse un fatto esclusivamente privato. Si corre insieme ai fratelli: Gesù, come appare nei sinottici, invia i discepoli in missione a due a due. Inoltre Egli è presente in mezzo a loro: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).
Il discepolo amato arriva per primo al sepolcro. Forse perché era più giovane di Pietro? Non è questa la ragione profonda. Per l'evangelista egli arriva prima perché è il discepolo che Gesù amava, il discepolo che è stato sempre accanto a Gesù, che ha posto il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena, è stato il primo a essere chiamato a seguire Gesù con Andrea, è stato vicino a Maria sul Calvario e l’ha ricevuta in dono: “Figlio, ecco tua madre!”. Evidentemente Giovanni rappresenta ogni credente che ama Gesù: «Chi fa suoi i miei comandamenti e li osserva è colui che mi ama, e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò» (14,21).
Pietro, che ha rinnegato Gesù, arriva dopo. Non si corre insieme a dei fratelli “perfetti”. Si corre con fratelli che sono peccatori, come siamo peccatori ciascuno di noi. Tuttavia si corre insieme perché la risurrezione del Signore ci ha dato la forza di perdonarci come lui ha perdonato.
Nessuno è stato presente all’evento della risurrezione. Perché? Perché questo evento ci supera immensamente. Gesù risorge non a questa vita, come Lazzaro. Gesù risorge a un’altra vita, che non termina mai, mentre Lazzaro morirà di nuovo. Noi che viviamo nella sfera del sensibile e del materiale non possiamo vedere questo evento con i nostri occhi, poiché è un evento che ci supera. Di esso vediamo solo i segni e gli effetti.
Cosa vedono i due discepoli? Dice il testo: “i teli posati là”. Bisognerebbe togliere quel «là», che non c'è nel testo. Cosa sono quei “teli”? Si tratta del lenzuolo funebre, di lino grezzo, che serviva per la composizione delle salme. Aveva la dimensione di 1x4 metri. Il corpo veniva adagiato sopra e lo stesso lenzuolo veniva fatto girare dietro la testa riscendendo fino ai piedi.
Per coprire i cattivi odori che la decomposizione produce venivano usati degli oli profumati in grande quantità. Per cui dopo che il corpo del defunto era stato lavato, il lenzuolo veniva fatto aderire al corpo ed era fissato in tre punti: al collo, all'altezza della vita (tenendo ferme anche le mani) e alle caviglie. Il corpo era stato unto abbondantemente in modo tale che il lenzuolo, impregnato d'olio, aderisse al corpo. Quando il corpo veniva posizionato definitivamente nella tomba veniva versato ancora dell'olio. Quando il lenzuolo di lino asciugava, diventava una specie di scafandro.
Cosa videro allora i due discepoli? Videro che queste tele non erano gonfie, come se ci fosse il corpo dentro, ma si erano afflosciate. L'evangelista poi aggiunge un particolare: “il sudario – che era stato sul suo capo – non posato con i teli, ma avvolto nello stesso posto”. La traduzione CEI è inesatta: il sudario non era “in un luogo a parte”, ma era rimasto nello stesso posto. Ricordiamo che il sudario era il fazzoletto quadrato, piegato a triangolo e arrotolato su se stesso, che veniva messo intorno alla testa, sotto il mento e legato sopra. Ebbene, sotto le tele afflosciate, si vedeva ancora il sudario, come se ci fosse ancora la testa. La descrizione minuziosa di Giovanni, testimone oculare, della posizione delle tele – rimaste intatte, al loro posto –, serve a dire che nessun agente umano avrebbe potuto portare via il corpo lasciando le tele in tale posizione! Ossia che il cadavere non era stato derubato.
Ma allora che cosa significava quello sgonfiamento delle tele? Che il corpo era sparito per un motivo non descrivibile che chiamiamo risurrezione!
“Allora entrò anche l’altro discepolo... e vide e credette”. In questi pochi versetti si usano ben tre verbi diversi per caratterizzare tre modi di vedere lo stesso fatto. Quando il discepolo amato arriva al sepolcro e, chinatosi, guarda, si usa il verbo blépo per indicare semplicemente la percezione fisica. Nel versetto v. 6 per indicare lo il “vedere” di Pietro si usa il verbo théoreo: si tratta di un vedere più penetrante, un vedere “intelligente”, un processo di ragionamento che porta un po' più avanti ma che arriva ancora all'obiettivo. Qui per dire che il discepolo “vide” viene adoperato il verbo orào, che l'evangelista usa per indicare uno sguardo di fede. Si tratta del “vedere oltre”, del vedere in profondità. Vide con la sua fede e capì, e quindi credette. La vista di quella tomba vuota, nella quale i vestimenti che avevano avvolto il corpo del Signore erano ancora intatti, fu per Giovanni una illuminazione interiore che gli fece ricordare e finalmente capire quello che il Maestro aveva detto a riguardo della sua passione morte e risurrezione.
Perché il discepolo prediletto, come giunse per primo alla tomba, ora per primo giunge alla fede? Egli crede perché ama, e alla base vi è il principio fondamentale secondo il quale per comprendere a fondo qualcuno è necessario l’amore. Avendo accolto l’amore di Gesù e, come è logico, ricambiandolo completamente, ora comprende che Gesù è davvero risorto.
Si conclude questa prima scena con l'annotazione dell’evangelista: “I due discepoli non avevano ancora capito la Scrittura secondo la quale egli doveva risorgere dai morti”. Quel “doveva” è teologico: come non avevano capito che era necessaria quella situazione di morte, così non avevano capito che rientrava nel progetto di Dio la risurrezione dei morti. Non avevano capito la Scrittura!
Ma noi abbiamo capito la scrittura? Abbiamo capito che quei teli afflosciati non sono solo il segno della risurrezione di Gesù, ma è anche ciò che il Signore vuole fare anche nel nostro cuore? Abbiamo capito che quando c’è la morte nel nostro cuore, quando c’è oscurità, quando non siamo capaci di perdonare, il Signore vuole dall’interno della morte – come è storicamente avvenuto in quel corpo di Gesù che stava “dentro” i teli, avvolti in esso - sciogliere le amarezze e le morti che permangono in esso per vivere nel suo amore e nella sua pace?
Abbiamo infine capito che quel profumo emanato dai teli e dalle bende, che erano state cosparse da Giuseppe d'Arimatea e da Nicodemo con ben «una mistura di mirra e di aloe di circa centro libre» (Gv 20,39-41), non è profumo di morte, ma profumo dello Sposo che condivide la vita con la sua sposa, con ciascuno di voi, profumo di vita, di amore, di santità?
Commentiamo oggi il vangelo dell'ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme (Mt 21,11-11) lasciando alla lettura meditata la Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo.
Gesù giunge a Betfage. Qui i pellegrini si preparavano per entrare nella città santa purificandosi.
Qui Gesù organizza il suo ingresso “purificandolo” da ogni falsa attesa messianica. Il Signore viene per prendere possesso della città santa e del tempio, come profetizza Malachia (Ml 3,1ss), viene per il “suo” giudizio che si realizzerà sulla croce.
L’episodio è complesso e ricco di allusioni bibliche.
- C’è un primo quadro (vv. 1-5) nel quale Gesù invia due discepoli verso il monte degli Ulivi a procurarsi l’asina e il puledro di cui si servirà per entrare in Gerusalemme. È su questo monte che Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23) e da esso si aspettava il ritorno dalla gloria del Dio d’Israele (cf. Ez 43,1-2; Zc 14,1-4). L’asina, poi, è il simbolo stesso del messianismo di Gesù: non sceglie il cavallo, simbolo di violenza e dominazione, ma un animale “mite” che sa portare la “soma”. Questo è venuto a fare Gesù: lui, mite e umile di cuore, porta la “soma” del peccato dell’uomo sulla croce. Quanto ha fatto Gesù lo deve fare anche il discepolo (cf. 20,25-28): farsi servi, sul modello di Cristo, significa portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2). È il comando dell’amore. La loro missione è quella di “slegare” l’asina, liberando in ciascuno la libertà di amare.
Questo primo quadro termina con la citazione di Zaccaria (v. 5), nel quale troviamo la seguente promessa di salvezza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile (πραὺς), cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri […] l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare” (9,9s). Qui viene annunciato un re "giusto" perché governerà il suo popolo secondo il cuore di Dio e "vittorioso" perché "salvato" dei nemici di Dio. Un re povero – uno che non regna per mezzo del potere politico e militare. La sua natura più intima è l'umiltà / mansuetudine di fronte a Dio e agli uomini. Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un asino – la cavalcatura dei poveri, e anticamente anche dei capi e dei re di Israele, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude. È il re della pace perché abolirà tutti gli strumenti bellici. Matteo vede in questo episodio la realizzazione di questa profezia. Gesù vincerà infatti sul vero Nemico e sul male, e come risorto ci donerà la sua pace. Una pace ben diversa da quella che dà il mondo.
Inoltre il riferimento alla profezia di Zaccaria non si ferma solo a 9,9s. In Zaccaria certamente Gesù non aveva trovato soltanto l'immagine del re della pace che arriva sull'asino, ma anche la visione del pastore rifiutato (cfr. Zc 11,4-17) e ucciso (cfr. Zc 13,7-9) che mediante la sua morte porta la salvezza, e ancora l'immagine del trafitto (cfr. Zc 12,10) al quale tutti avrebbero volto lo sguardo.
- Nel secondo quadro (vv. 6-9) Gesù sale verso Gerusalemme. Lungo questa via la folla dei pellegrini, che come Gesù sono venuti a Gerusalemme, lasciandosi probabilmente contagiare dall'entusiasmo dei discepoli, “stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via” (v. 8). Il mantello, per l’ebreo, è segno di dignità. Per il povero, poi, è tutta la sua ricchezza: in mancanza di casa si serve di esso per difendersi dal freddo della notte. Ecco perché la legge prevedeva che quando il povero era costretto a dare in pegno il suo mantello, gli venisse restituito la sera. Il gesto della folla – che era segno di sottomissione al Messia, probabilmente da molti ancora visto come Messia potente sotto il cui dominio porre le proprie vite – suggerisce che chi vuol seguire il Signore, deve saper buttare il proprio mantello sulla via regale che sale a Gerusalemme; in altre parole deve saper investire tutte le sue ricchezze nel seguire il Crocifisso. Ciò che la folla fa come “segno”, il cristiano deve farlo come “realtà”.
È da notare che c’è anche della gente che “taglia” dei rami dagli alberi. Questo gesto richiama il salmo 118: “Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare” (Sal 118,27). Questo salmo apparteneva in un primo tempo alla liturgia di Israele per i pellegrini, con la quale essi venivano salutati all'ingresso della città o del tempio. È quanto dimostra anche la seconda parte del versetto: “Vi benediciamo dalla casa del Signore”. Era una benedizione che dai sacerdoti veniva rivolta ai pellegrini in arrivo. Ma l'espressione “che viene nel nome del Signore” nel frattempo aveva assunto un significato messianico. Anzi, era diventata addirittura la denominazione di Colui che era stato promesso da Dio. Così, da una benedizione per i pellegrini, l'espressione si è trasformata in una lode a Gesù, che è salutato come Colui che viene nel nome del Signore, come l'Atteso e l'Annunciato da tutte le promesse.
“Osanna al figlio di Davide! ...” (v. 9). Anche la folla, come i ciechi di Gerico, grida a Gesù e, citando il Sal 118,25-26, lo proclama “figlio di Davide”, cioè Messia. È interessante: Gesù non contrasta l’acclamazione della gente. Si lascia attribuire il titolo di “messia”, anche se la modalità non è quella che tutti si aspettavano. Sarà Messia secondo i carmi del servo di Jahvé.
- Infine nel terzo quadro (vv. 10-11), sempre sullo sfondo di Ml 3,1 ss, si ha l’entrata del Signore nel suo tempio, ridonando ad esso la vera funzione (episodio seguente: 21,12-17). Si noti l'annotazione dell'evangelista: “Tutta la città fu presa da agitazione e diceva: 'Chi è costui?'. E la folla rispondeva: 'Questi è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea” (vv. 10-11). In Matteo è chiaro che la folla dei pellegrini che acclama Gesù non erano gli abitanti di Gerusalemme. Il parallelismo con la narrazione dei magi dall'oriente è evidente. Anche allora nella città di Gerusalemme non si sapeva niente del neonato re dei Giudei; la notizia di ciò aveva lasciato Gerusalemme “turbata”; Matteo usa il termine greco che significa lo sconvolgimento causato da un terremoto. Questa reazione della città preannuncia il rifiuto del Messia che entra in essa; e insieme richiama le parole di Gesù nel discorso escatologico nel quale ha annunciato la tragedia di Gerusalemme, che è la conseguenza di chi non riconosce il suo messia.
Questo segno compiuto da Gesù, il settimo – siamo quindi al vertice dell'opera del Signore – viene compiuto a Betania nel contesto della festa della dedicazione del tempio. Durante questa festa, nella liturgia veniva proclamato il Salmo 30, in cui al v. 10 il salmista proclama: «Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?». Il segno pertanto si inserisce all’interno di quella fede d’Israele che già era consapevole che la morte non poteva separare da Dio.
Lazzaro è malato, le sorelle mandano a dire a Gesù: “il tuo amico (letteralmente: ‘colui che ami’ - agapao) è malato” (v. 3). Lazzaro rappresenta tutti coloro che Gesù ama. La loro è una preghiera dolcissima non pretenziosa. Gesù risponde loro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Malattia e morte sono per la “gloria di Dio”, ossia per il pieno compimento del disegno del Padre a favore degli uomini; disegno che si compie con la glorificazione del Figlio che ha il suo compimento quando Egli è innalzato sulla croce.
• La discussione tra Gesù e i discepoli (vv. 7-16). Gesù, prendendo ora l’iniziativa, parla in prima persona ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” (v. 7). Gesù affronta il viaggio consapevole che questo comporta il rischio della morte. Egli è il pastore buono che, per la salvezza degli amici, non teme di mettere in pericolo la sua vita, anzi la offre per loro (cfr. 10,11).
Di fronte alla decisione di Gesù, i discepoli protestano: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (v. 8). Quando si profilano scenari di morte i discepoli sono sconvolti, temono per la vita del Maestro e tentano di dissuaderlo ad andare a Gerusalemme. Ma Gesù è deciso a dare la sua vita; deve seguire il suo cammino, quel “passaggio” fissato dall’alto, donato dal Padre suo. E dice loro il segno che intende compiere: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (v. 11). La morte, nell’itinerario di fede, è come un sonno, perché riletta in vista della risurrezione: come ci si sveglia dal sonno, così tutti ci risveglieremo nella risurrezione dei morti. Ma i discepoli non comprendono.
• Gesù e Marta (vv. 17-28). Quando Gesù arriva a Betania Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro (cfr. v. 17). Una tradizione rabbinica ritiene che, dopo la morte, l’anima del defunto si “aggiri” intorno al corpo per tre giorni. Quindi siamo al quarto giorno, Lazzaro è definitivamente morto.
Nella casa del defunto, intanto, è radunata una folla di amici venuta a piangere il morto e a consolare le due sorelle (cfr. vv. 18-19). Mentre costoro sono venuti a mostrare solidarietà all’irrimediabilità della morte, Gesù è venuto per destare Lazzaro e incontrarlo.
Marta incontra Gesù e gli dice: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (v. 21). Dando sfogo al proprio dolore, essa collega la perdita del fratello all’assenza di Gesù. Nelle sue parole non c’è rimprovero, ma fede. Crede che la presenza del Signore preservi dalla morte. Anzi la sua fede va oltre: è convinta che lui possa agire a dispetto di quella condizione apparentemente immodificabile: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio te la concederà” (v. 22). Ella sa che ora egli può compiere il miracolo. Più che una richiesta questa è una confessione. La sua fede è rivolta più alla persona di Gesù che al gesto che egli può compiere. La fede di Marta – pur così bella – è tuttavia ancora imperfetta. Infatti riconosce nel Maestro un intermediario della vita, ma lui non è solo questo: è la vita stessa.
Gesù, tuttavia, sorregge la fede della donna e risponde alla sua attesa: “Tuo fratello risusciterà” (v. 3). E lei: “So che lo risusciterà nell’ultimo giorno”. Marta crede nella risurrezione dell’ultimo giorno, escatologica. Ma adesso? Ecco il problema: quale rapporto ha adesso Gesù con la morte e il cristiano con la morte? Marta non comprende che la risurrezione e la vita sono realtà presenti, fin da ora, nel Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (vv. 25-26). Dicendo “Io sono” Gesù rivela e afferma che nella sua persona si fa presente, qui e ora, la risurrezione e la vita eterna. Egli non è solo il rivelatore, ma anche il donatore di questa vita eterna. È la risurrezione. La vita eterna può essere attesa per l’ultimo giorno, proprio perché è presente oggi nella persona di Gesù. Così, ciò che Gesù sarà per Lazzaro, può esserlo per tutti gli afflitti. La storia del miracolo di Lazzaro diventa, a questo punto, un discorso di rivelazione significativo per tutti.
“Chi crede in me, anche se muove vivrà”. Nella fede viene pertanto superata la frontiera della morte corporale. Chiunque nella sua vita temporale crede in Cristo, si appoggia totalmente a lui, si fida a lui, vive aggrappato a lui, non morirà per sempre.
“Credi tu questo?”. Il Maestro sospinge Marta – e ciascuno di noi – a passare da una generica fede nella risurrezione alla fine dei tempi, ad una fede attuale nella nostra risurrezione in lui; a una fede in una vita in Dio, già oggi operante in Gesù. “Se credi vedrai la gloria di Dio” (v. 40). La gloria di Dio manifestata nel cuore stesso della morte! È il paradosso cristiano, la novità assoluta: la Vita non è annientata dalla morte, ma addirittura si serve di essa. Liberati da questo Dio crocifisso, Gesù, che ha assunto la nostra morte.
Il culmine di questo dialogo è rappresentato proprio dalla risposta di Marta: “Sì, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v. 27). Marta aderisce a lui come Messia e Figlio di Dio. Ha compreso che Gesù non è un semplice intermediario tra l’uomo e Dio, ma il donatore stesso della vita eterna, la salvezza fatta persona.
• Gesù e Maria (vv. 28-37). Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Maria era rimasta in casa seduta, come si conviene a una donna in lutto. Solo quando Marta ritorna dall’incontro con lui e di nascosto le riferisce: “il Maestro è qui e ti chiama” (v. 28), si alza (letteralmente: “risuscitò”) in fretta, esce di casa e va a incontrarlo. Rispondere a Gesù, muoversi in fretta verso di lui, raggiungerlo “dove si trovava” significa risuscitare, essere partecipi di colui che viene. I Giudei la seguono e pensano che vada a piangere al sepolcro. Maria vede Gesù, si butta ai suoi piedi con una fiducia totale nel Maestro e ripete le parole della sorella: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (v. 32). Marta aveva aggiunto: “Ma anche ora…”. Maria non aggiunge parole, ma compie dei gesti. Il suo gettarsi ai piedi di Gesù contiene già il riconoscimento che egli è il Figlio di Dio. È nella fede che ella dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di donna ferita negli affetti più profondi. È talmente vera che riesce a coinvolgere nel suo sentire non solo coloro che l’hanno seguita, ma lo stesso Gesù. Da lei si genera come un vortice che coinvolge, nella commozione, chi le sta attorno, compreso il Signore.
Il Maestro, difatti, ascoltando la seconda volta il medesimo grido di angoscia e vedendo piangere Maria e i Giudei che erano venuti con lei, “freme nell’intimo” (vv. 33.38), “si turba” (v. 33), “piange” (v. 35).
Gesù “freme nell’intimo”. Il termine greco designa un’eccitazione irata, un fremito interiore di collera. Quella di Gesù, dunque, non è una semplice commozione di fronte al dolore altrui. La sua è una ribellione di fronte alla presenza tragica della morte, sentimento di cui neppure Gesù si è vergognato. Il testo dice: “fremette nello spirito e in se stesso” . Lo spirito di Cristo, necessario per appartenergli (Rm 8,9), è lo stesso spirito di Dio che aprirà i sepolcri e farà rivivere (Ez 37,12-14) coloro che sono morti a causa del peccato (Rm 8,10), perché in loro ha scelto di porre la sua abitazione (Rm 8,9).
Gesù, inoltre, rimane “turbato”. Questo atteggiamento ricorre anche nel contesto della passione. Di fronte all'ora imminente della morte dirà: “La mia anima è turbata” (12,27).
Gesù, dunque, “freme nell’intimo” e “si turba” perché la morte di Lazzaro, “colui che ama”, prelude il giungere della sua ora, l’ora delle tenebre. Di fronte al fatto che il ritorno al Padre passa inevitabilmente per la passione, lo stesso Gesù reagisce con una lotta interiore. Lotta che troviamo espressa anche nei Salmi: “Perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi?” (cfr. Sal 42,6.12; 43,5). Egli è turbato, sa che non può sottrarsi alla morte. È questo l’itinerario del Figlio dell’uomo, il comando che ha ricevuto dal Padre.
Il turbamento e il pianto silenzioso di Gesù rivelano, anche, l’amore del Padre che, attraverso di lui, giunge ai discepoli. Sono le lacrime di Dio dinanzi alla morte che separa gli esseri. Esprimono la compassione del Padre che deve consentire alla prova del Figlio, affinché gli uomini possano tornare ad amare Dio e a vivere come fratelli.
Infine questo fremere “fremere”, cioè questo moto d’indignazione e d’ira, è anche provocato dalla incredulità dei giudei che sono venuti a “consolare” Maria. Alcuni di essi, infatti si chiedono: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (v. 37). Sono persone che, nonostante il segno del cieco nato, non sono giunti alla “vista” della fede.
È poi da notare che il pianto di Gesù - diversamente dai pianti disperati dell’uomo che non crede e che vede solo il volto mostruoso della morte (in greco: klaio = strepito, pianto a dirotto) è sì un pianto di dolore, che però rimane sempre filiale nei confronti del Padre. Ciò viene segnalato dal verbo usato per Gesù: dakryo. Paolo scriverà che noi siamo sconvolti, ma non disperati, provati, ma non distrutti (cfr. 2Cor 4,7 ss). Il pianto di Gesù – come ben capiamo – dev’essere anche il pianto del discepolo, del cristiano.
• Gesù ridona la vita a Lazzaro (vv. 38-44). A questo punto l’evangelista descrive l’azione di Gesù che, ancora scosso interiormente, si reca al sepolcro. Un’azione triplice: verso gli uomini, verso Dio, verso il defunto.
Verso gli uomini, ai quali dice con forza: “togliete la pietra!”. È un comando che esige molta fede e che fa rischiare lo scandalo: che cosa significa infatti togliere la pietra a uno che è sepolto da quattro giorni (menzione che evidenzia la definitività della condizione di Lazzaro)? È questa la protesta di Marta, quella del buon senso: “Signore, già puzza; è di quattro giorni” (v. 39). E Gesù replica, richiamandola alla fede: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Prima le aveva detto: “Credi tu questo?” ed ella aveva affermato: “Sì, Signore, credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo”. Adesso, invece, la fede non la sorregge e, di fronte al comando di Gesù, si rifiuta di accettare l’assurdo, il ridicolo, e il Signore la esorta alla fede. La gloria di Dio, che si manifesterà attraverso la vicenda di Lazzaro (cfr. v. 4) è la fede in Gesù come risurrezione e vita (cfr. vv. 25-26). Nella sua risurrezione egli rotolerà definitivamente la pietra che separa i fratelli dalla vita, benché sia molto grande (cfr. Mc 16,4), tanto grande da gravare su tutti. Se crediamo in lui e viviamo del suo amore, siamo già passati dalla morte alla vita (cfr. 1Gv 3,14).
“Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (v. 41). In questa preghiera di Gesù la sua relazione con il Padre viene vissuta davanti agli uomini; è il momento culminante, in cui Gesù rivela sé stesso e la sua unità con il Padre. Come il Padre ha il potere di far risorgere, così ha dato al Figlio il potere di vivificare i morti; come il Padre all’inizio della creazione, ha tratto dal nulla tutte le cose, così ha dato al Figlio di trarre il bene dal male, dalla morte la vita, dal peccato il perdono. Gesù ringrazia il Padre perché sempre ascolta il Figlio, come il Figlio sempre ascolta il Padre; vivono infatti dell’unico Spirito, che è il loro amore reciproco. Quello stesso Spirito di vita che vuole donare agli uomini.
“Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43); parola di risurrezione, che trae appunto fuori dalla morte. Gesù con gran voce gridò (cfr. 12,13; 18,40; 19,6.12.15; cfr. gridò: 7,28.37; 12,44). È l’anticipo della risurrezione finale, quando coloro che sono nei sepolcri udranno la voce della tromba.
Gesù chiama Lazzaro, il morto, per nome; lo chiama presso di sé, alla sua sequela (cfr. Mc 1,17; Mt 4,19): “Hai gridato, hai infranto la mia sordità” (sant’Agostino). È una chiamata che avviene attraverso un “grido”. Il morto esce ancora legato dalle bende e col viso coperto dal sudario (cfr. v. 44). Esce dalla morte totalmente passivo, non può vivere completamente finché non sarà slegato e liberato. Vi è qui un’allusione a contrario della risurrezione di Gesù. Essendosi consegnato da sé stesso, Gesù risorto lascerà là le bende riposte e il sudario arrotolato a parte (cfr. 20,3-10). Le bende, che Lazzaro si tiene ancora addosso, sono il simbolo di un suo ritorno temporaneo sulla terra: a suo tempo dovrà morire. Gesù, al contrario, le abbandonerà definitivamente.
“Gesù dice loro: Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44). Fuori dalla tomba, egli rappresenta una prima profezia dell’ora “in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno” (5,25) e dell’ora “in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno” (5,28-29). Lazzaro è ormai il segno vivente che in Gesù e per mezzo di lui niente è perduto; nella morte stessa è già presente la vita e la gloria di Dio.
Compiuto il miracolo, Gesù si mette da parte e lascia che il miracolato, posto di nuovo nella sua libertà di scelta, faccia la sua strada. Il racconto termina lasciando il lettore di fronte a Lazzaro vivo, ma muto. Questo ci conferma che il centro del racconto è Gesù stesso in cammino verso la sua ora di morte e risurrezione.
Il racconto del vangelo di questa IV domenica di Quaresima inizia con un cieco (v. 1) che conquisterà la vista e termina con i farisei (v. 41) che sono diventati spiritualmente ciechi.
Tale progressione in positivo e in negativo è chiaramente evidenziata dall’evangelista. Infatti:
- Se si osserva il cammino del cieco sanato si nota che le sue affermazioni rivelano una sempre più profonda conoscenza di Gesù. Interrogato dai vicini circa la sua guarigione, egli risponde: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango e...” (v. 11). Indagato dai farisei, il cieco lo proclama profeta (v. 17). Nel secondo confronto egli testimonia: “Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v. 33). Infine, nell’incontro con Gesù confessa: “Io credo, Signore” (v. 38).
- A questa illuminazione progressiva corrisponde un altrettanto palese ottenebramento dei farisei/giudei. All’inizio sembrano accettare il fatto della guarigione contestando unicamente che sia stata compiuta in aperta violazione del precetto sabbatico (vv. 15-16). Alcuni vogliono comprendere e per questo interrogano il cieco (v. 17). Nella seconda valutazione incominciano a mettere in discussione il fatto della reale cecità dell’uomo chiedendo informazioni ai genitori sulle condizioni precedenti del figlio, cercando di dimostrare che in realtà non è mai stato cieco (vv. 19-21). Inoltre, chiedono un supplemento di informazioni all’uomo sanato circa le modalità della sua presunta guarigione, con l’intento di trarlo in trappola (vv. 26-28). Appare evidente che non interessa affatto conoscere la verità. Infatti, qualsiasi cosa egli dica non ammetteranno mai l’origine celeste di Gesù (v. 29), anzi squalificano il cieco stesso “nato tutto nei peccati” (v. 34). Si comprende allora il severo giudizio di Gesù sulla loro presunzione e sulla loro incredulità (vv. 39-41).
Un altro motivo di contrasto emerge dall’atteggiamento umile del cieco che confessa ripetutamente la sua ignoranza (vv. 12.25.36) e i farisei che al contrario ostentano sicurezza e presunzione (vv. 16.24.29).
> Queste osservazioni sono sufficienti ad orientare l’interpretazione del racconto che vuole essere testimonianza del difficile percorso della fede, illustrazione e drammatizzazione di quanto Gesù aveva in precedenza affermato: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12). Gesù è luce, l’uomo che l’accetta viene gradualmente illuminato e approda alla fede, l’uomo che si chiude ostinatamente e presuntuosamente ne viene accecato.
• Ambientazione (vv. 1-5). Il racconto è posto significativamente dopo la dura reazione dei giudei ad un discorso di Gesù, da lui accusati di non accogliere la testimonianza di Abramo in suo favore (cfr. 8,56). La chiusura è totale e astiosa: “Raccolsero pietre per scagliarle contro di lui” (8,59). In questo contesto di opposizione Gesù prende l’iniziativa e “passando vide un uomo cieco dalla nascita”. La situazione dell’uomo non è conseguenza del suo peccato o dei suoi antenati, come riteneva l’opinione comune a quel tempo. L’essere nato cieco non è dovuto a un castigo di Dio. Al contrario, Dio vuole che ogni uomo sia libero dalla situazione di infelicità e goda della luce. La cecità fisica è presa come immagine per indicare la cecità spirituale, propria di chi non sa dov’è, da dove viene e dove va. Il cieco nato è il simbolo di ogni uomo, la cui natura è ferita dal peccato originale, inteso come una privazione, una incapacità di vedere Dio. Nati così, naturalmente così, incapaci di vedere Dio, cioè di incontrarlo, di conoscerlo, di amarlo, di avere una relazione buona con Dio. Per questo la condizione del cieco è il luogo ideale perché “si manifestassero in lui le opere di Dio”. L’opera di Dio è definita da Gesù “essere luce nel mondo” (v. 5). Risuona la solenne affermazione del prologo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (1,9).
Si noti che il cieco non proferisce alcuna parola. Non c’è richiesta di aiuto, non c’è reazione a quanto Gesù sta per compiere. Come era accaduto con la Samaritana, Gesù agisce, anzi provoca, senza essere stato interpellato.
• La domanda dei discepoli. Prima del segno che Gesù compirà c’è la domanda dei discepoli. Vogliono capire se è lui o se sono i suoi genitori ad aver peccato. Gesù non solo contrasta questa pseudo-teologia dei discepoli – ossia che la cecità sia segno di una punizione divina -, ma - come abbiamo già detto - afferma che tale cecità “è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. In altre parole: il cieco nato è un segno di ciò che è ogni uomo, perché ogni uomo è peccatore; e ciò che Gesù farà a tale cieco è segno di quell’opera di Dio che Egli compirà con il mistero pasquale per chi crede in lui: far diventare tale uomo tabernacolo della gloria di Dio; fare di lui una “nuova creatura”.
Dicendo ciò Gesù mostra peraltro di aver intuito di dover compiere questa sua missione in fretta. Ormai non ha più molto tempo a disposizione per portarla a termine. “Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”, cioè devo portare a termine la missione che il Padre mio mi ha dato; quando verrà la notte del male non potrà agire; sarà il Padre a dover agire, risuscitandolo.
• La narrazione del segno (vv. 6-7). Il racconto è molto sobrio e povero di dettagli. Gesù “fece del fango con la saliva”: era una delle opere proibite in giorno di sabato. Per di più il gesto con cui compie il prodigio è impensabile: il fango sugli occhi, secondo la logica, peggiorerebbe la cecità anziché guarirla. Ma questo gesto, insensato per la logica umana, ha senso solo in riferimento a Cristo. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama infatti il fiume d’acqua viva dello Spirito (7,37s), il sangue e l’acqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), l’acqua viva promessa alla Samaritana: è lo Spirito che ci fa nascere dall’alto (3,3). Il gesto di Gesù, cioè il fare del fango con lo sputo, richiama la creazione dell’uomo, fatto dalla terra (Gen 2,7; Is 64,7). Quello che Gesù fa – mimando quando fece il Creatore in Gen 2,7 – è dunque una creazione nuova: il fango non è più impastato con l’acqua ma con lo Spirito.
“unse con il suo fango sugli occhi”. La parola ungere (la CEI traduce: “spalmò”) richiama l’Unto, il Cristo. Egli è insieme uomo e Dio, che ci salva dall’oscurità delle tenebre del peccato che ci conducono al fallimento della nostra vita. Gesù pone davanti agli occhi del cieco sé stesso, l’uomo nuovo, perché apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi così sua vita. Se per gli ebrei il “fare il fango” è una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per Gesù è l’azione sabbatica per eccellenza, la nuova creazione. È il fine per cui è venuto nel mondo, il compimento della sua missione.
Poi Gesù ordina: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”. Gesù non guarisce il cieco all’istante. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso Naaman, di andare a lavarsi (cfr. 2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti l’uomo nuovo. Sta ora al cieco dire sì o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libertà di ascoltare o meno la Parola. In questo modo Gesù pone nelle mani del cieco la stessa possibilità di ricuperare la vista, di lasciarsi illuminare da Cristo. L’accoglienza di questo dono è insieme azione di Dio (che rende possibile la liberazione) e dell’uomo (che liberamente l’accoglie).
È bene ricordare che Gesù, che invia il cieco alla piscina di Siloe, si è già identificato con questa sorgente (cfr. 7,37ss), dalla quale si attingeva l’acqua per la festa delle Capanne. “Siloe” è tradotto dall’evangelista come “inviato”, uno dei titoli di Gesù, il Figlio inviato dal Padre (cfr. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Gesù ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in Lui, inviato dal Padre, che si è presentato ai suoi occhi. La fede è accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre nel mondo, ottenebrato dal male e dal peccato, proprio per portarvi la “luce”, per donarci la nostra verità di figli.
È chiaro, allora, che Giovanni ci sta dicendo tutto questo per dirci il valore del Battesimo.
“Quegli andò”. Non una parola. Non un “ma”, né un “perché”. Semplicemente obbedisce in silenzio, con la sua fede, a un tempo vacillante e coraggiosa, che si è risvegliata in lui in questo incontro con Gesù. Si noti un particolare: come fa il cieco, che ancora non vede, e che per di più ha la faccia imbrattata di fango, a muoversi in quell’ambiente fino a portarsi alla piscina? Evidentemente, pur non vedendo l’ambiente in cui si muoveva, nella fede giù vedeva! Vedeva ciò che l’Inviato voleva compiere in lui!
“si lavò e tornò che ci vedeva”. La disponibilità del cieco è premiata con la guarigione. È inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per chi non ha mai visto nulla. La fede in Gesù lo ha illuminato.
Si noti che nel vangelo di Giovanni, come abbiamo visto in questo brano, c’è una profonda connessione tra il vedere e l’ascoltare. Chi crede sa ascoltare e vivere la parola ascoltata, e, allo stesso tempo, vivendola, giunge alla visione. “Se crederai - dirà Gesù a Marta - vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). La fede è qui tratteggiata come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. Nella misura in cui aderisco e vivo la Parola di Gesù sono capace di “vedere”, di vedere Lui, la sua azione, scorgendolo nelle cose, nelle persone e negli eventi della vita, anche nelle sofferenze, nelle contraddizioni, nelle croci di ogni giorno. Ciò che è invisibile a causa del peccato, diventa visibile per l’uomo nuovo. Divento capace di riconoscere la presenza di Lui che ha già dato la vita per me e mi vuole salvare: mi ha rigenerato nel Battesimo e mi conduce con il suo Spirito ad una pienezza di vita. Lo so riconoscere vedendo “oltre” la banalità di ciò che vedono gli occhi del corpo, dietro il velo delle cose immediate. Lo vedo con gli occhi della fede e con l’amore del cuore.
Ricordo che Papa Francesco nell’udienza del 19.02.2022, commentando il vangelo dell’incontro di Gesù con il cieco nato (Gv 9,1-41) ai numerosi ciechi e ipovedenti che erano lì presenti, disse: «Il paradosso è questo: quell’uomo cieco, incontrando Colui che è la Luce del mondo, diventa capace di vedere, mentre quelli che ci vedono, pur incontrando Gesù, restano ciechi. Questo paradosso attraversa molto spesso la nostra stessa vita e i nostri modi di credere». E, dopo aver citato l’espressione di Saint-Exupéry del Piccolo principe, continua: «Vedere con il cuore è vedere il mondo e i nostri fratelli attraverso lo sguardo di Dio».
Per ora il cammino di fede dell’uomo nato cieco è appena agli inizi. Una guarigione piena avviene nel dialogo successivo, nel quale il cieco ormai guarito è provocato a dare testimonianza, occasione nella quale opera un approfondimento della sua fede, fino a giungere alla professione: “Io credo, Signore!” (v. 38) prostrandosi davanti a Gesù.
Vediamo allora molto brevemente i vari dialoghi con l’ex cieco.
• La reazione dei vicini e dei conoscenti (vv. 8-12). La guarigione del mendicante cieco crea spaccatura già tra i “vicini e conoscenti” ai quali era ben nota la sua condizione precedente. C’è, infatti, chi lo riconosce, chi invece nega la sua identità (sarebbe uno che gli assomiglia). E non è sufficiente che lo stesso miracolato dichiari la propria identità (“sono io”: v. 9), ribadendo che la guarigione è avvenuta lavandosi nella piscina di Siloe.
• La prima reazione dei farisei (vv. 13-17). Il dissenso che si era verificato tra i conoscenti ora si manifesta anche tra coloro che sono ufficialmente deputati a interpretarne il significato: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato” (v. 16), ma altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?” (v. 16b). Per alcuni Gesù è colpevole, peccatore (le opinioni – ben altra cosa dalla ricerca sincera – soffocano la verità), per gli altri no.
A motivo di questa divisione i farisei si rivolgono per un parere al guarito: “Tu cosa pensi di colui che ti ha aperto gli occhi?”. È proprio questa domanda dei farisei a indurre il cieco a riflettere sull’identità di colui che gli ha ridato la vista. L’uomo guarito, superando una comprensione ristretta della legge – è peccatore chi opera di sabato –, dichiara che Gesù è un profeta, un inviato da Dio (v. 17). L’ironia giovannea spunta sottilmente: i dotti farisei non sanno capire nulla circa l’origine di Gesù. Il semplice mendicante invece squarcia il velo della realtà di Gesù.
• I genitori interrogati dai giudei (vv. 18-23). La testimonianza dell’uomo non è ritenuta credibile, anzi si mette in dubbio che egli sia stato davvero cieco. Vengono allora interrogati i genitori. Pongono a loro tre domande: identificano il miracolato con il loro figlio? Garantiscono che sia nato cieco? Come spiegano la situazione attuale? Alle prime due domande rispondono senza difficoltà, perché si tratta di dati sotto gli occhi di tutti. Sono però evasivi sulla terza risposta che li impegna in prima persona: “Come poi ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di sé stesso” (v. 21). Evidentemente temevano i giudei. “Infatti i giudei avevano stabilito che se uno avesse confessato Gesù come Cristo fosse espulso dalla Sinagoga”. Ricordiamo che l’espulso veniva trattato come un appestato, non si poteva avere rapporti con lui, è la morte sociale.
In questi genitori sono personificati tutti coloro che rifiutano di prendere posizione quando bisogna pagare di persona, coloro che desiderano apparire come tutti gli altri, quando non essere allineati significa essere presi di mira. Meglio l’affinità ipocrita, ma tranquilla, che una diversità sincera, ma scottante.
• Seconda interrogazione dei giudei (vv. 24-34). I giudei pretendono dal miracolato una chiara e precisa confessione sulla colpevolezza di Gesù: “dà gloria a Dio!” è una formula biblica per obbligare uno a dire la verità e rendere così onore a Dio che, in caso contrario, verrebbe offeso (cfr. Gs 7,19). In questo secondo confronto con l’autorità l’evangelista rivela che quello spiraglio di disponibilità che si era manifestato nel primo dialogo si è definitivamente chiuso. Viene, infatti, emessa la sentenza: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore» (v. 24). Non c’è alcuna incertezza nel giudicare negativamente l’operato di Gesù. Nella loro ostinazione sono diventati ancora più ciechi.
Al “noi sappiamo” dei capi, l’ex cieco oppone l’“io so” di un uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ciò che sa. Egli non sa definire con precisione chi sia Gesù, però è altrettanto sicuro che Dio non ascolta i peccatori, anzi solo chi è timorato di Dio e fa la sua volontà è da Dio ascoltato. Fino a giungere a dire: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla”. Costui non è solo un “timorato”, ma anche di più: egli può parlare e agire in forza del suo rapporto intimo con Dio.
In questo colloquio drammatico si manifesta la grandezza dell’uomo che può lasciarsi illuminare dalla luce, come al contrario può preferire le tenebre, illudendosi di vedere.
• Il colloquio tra Gesù e il cieco (vv. 35-39). È il culmine del racconto. È ancora Gesù che assume l’iniziativa nel momento in cui l’ex cieco è scacciato dalla sinagoga. Non lo lascia nella solitudine – e allo stesso modo non ci lascia nelle nostre solitudini per la nostra fede in Lui -, ma lo incontra una seconda volta per fargli un dono più grande del primo: quello della luce della piena fede, portando così a termine l’opera di illuminazione a cui il guarito aveva positivamente collaborato.
Gesù pone ora la domanda verso cui il segno era orientato sin dall’inizio: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” E alla domanda del miracolato: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”, risponde: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui” (vv. 35.37). La sequenza richiama quella della Samaritana: “So che deve venire il Messia: quando egli verrà ci annunzierà cosa”. Le disse Gesù: “Sono io [Io-sono] che ti parlo” (Gv 4,26). Così il cieco: “Io credo Signore! E gli si prostrò innanzi” (v. 38). È questo il momento in cui il cieco è pienamente illuminato: vede il Signore che parla con lui e aderisce a lui. Il cieco ora è pienamente risanato: in lui si è manifestata l’opera di Dio (v. 3). Ora egli vede pienamente con gli occhi della fede.
• Il giudizio di Gesù (vv. 39-41). Ora si compie il giudizio: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (v. 41). La presunzione di non aver bisogno di lui, la pretesa di vedere rende ciechi e incapaci di scorgere la luce vera. I giudei con la loro autosufficienza hanno reso vano il disegno di Dio (cfr. Lc 7,50). Per Giovanni il peccato per eccellenza è quindi l’incredulità di chi resiste ai segni di Gesù e all’azione dello Spirito. Questo spiega la durezza dei giudizi di Gesù nel vangelo di Giovanni: “Morirete nel vostro peccato” (8,21); “il vostro peccato rimane” (9,41); “C’è un peccato che conduce alla morte” (1Gv 5,16).
e ancora...
Il dialogo con la Samaritana (vv. 4-26)
Gesù dona l’acqua viva (vv. 6-15). Gesù giunge presso una città chiamata Sicàr. Nell'antico Testamento era Sichem, e la tradizione ha posto in Sichem la grande alleanza fra Giosuè e le altre tribù. Sichem è anche il luogo del rinnovo dell'alleanza nella terra (cfr. Gs 24,25-28). Allora il popolo aveva risposto: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché il Signore è il nostro Dio…” (Gs 24,16 ss). Eppure Israele ripetutamente è stato infedele! Gesù vuole rendere questo Israele infedele – rappresentato dalla samaritana – capace di fedeltà per mezzo del dono che Lui, il Signore, le offre.
“vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio”. Abbiamo qui un richiamo alla storia patriarcale di Giacobbe e alla storia di Giuseppe.
“qui c'era il pozzo di Giacobbe” (v. 8a). Nella lettura simbolica di Israele già al tempo di Gesù (e l'evangelista avrà sicuramente conosciuto queste tradizioni) il pozzo di Giacobbe era inteso come il simbolo della legge.
“Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa l'ora sesta” (v. 8b). L'ora sesta corrisponde al mezzogiorno. Ma per noi è importante l'indicazione simbolica: il numero sei indica imperfezione. È l'ora dell'imperfezione. Un'altra volta si dirà che è l'ora sesta: quando Gesù è seduto sul seggio del giudice, sul litostrotos alla presenza di Pilato e del popolo e nell'imminenza della crocifissione (cfr. Gv 19,13). Giovanni usa la stessa immagine: due volte Gesù è seduto. “Era l'ora sesta”: qui Gesù sta per parlare, là Gesù sta per morire. Egli porterà quest'ora di imperfezione alla perfezione, con lui e grazie a lui si giunge all'“ora” del Figlio dell'uomo (cfr. Gv 12,23, all'uomo fragile e peccatore è offerta la salvezza.
“Gesù dunque, stanco del viaggio...”. Non si tratta semplicemente di un particolare realistico, ossia che Gesù, affaticato dal viaggio, si sta riposando, ma è soprattutto un messaggio teologico: la stanchezza del viaggio è il simbolo della passione. È stanco perché ha cercato me. Mi ha redento soffrendo la croce. Quindi la passione è simboleggiata da questo atteggiamento di Gesù seduto sul pozzo, che è il simbolo della legge. Gesù ci siede sopra.
“Arriva una donna di Samaria ad attingere acqua. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista” (vv. 7-8). La presenza della congiunzione “infatti” rivela che Gesù avrebbe potuto chiedere da bere anche ai suoi discepoli, i quali avevano certamente una brocca e una fune per poter attingere l’acqua, ma in quel momento erano assenti e si erano portati quegli attrezzi con loro. In modo inconsueto è Gesù che prende l’iniziativa chiedendo da bere alla donna. È bello questo Gesù che si fa mendicante e che si mette a livello degli altri! Gesù parte dalle aspirazioni dell’uomo. Il “dammi da bere” a livello storico è un tendere la mano per dissetarsi, ma a livello teologico (Giovanni cammina spesso sui due piani partendo da quello materiale) si potrebbe tradurre così: lasciati amare, fa’ che io possa entrare nella tua vita.
Questa donna, però, oltre ad essere una persona concreta, è anche un simbolo. Anzitutto è una donna, per cui tale figura rappresenta la sposa. Ed è di Samaria, per cui rappresenta tutto il popolo samaritano.
“Ma la samaritana gli disse: Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me samaritana?”. È comprensibile la reazione di questa donna. Si è infatti resa conto che Gesù è un giudeo, sia dal modo di parlare che per i suoi vestiti. Mai un giudeo si abbassava a parlare con un samaritano che era disprezzato; mai un rabbino (e Gesù era un rabbino) parla in pubblico con una donna[1] Per di più è da notare che questa donna è una peccatrice, una poco di buono. È uscita a prendere l’acqua dal pozzo nelle ore più calde della giornata, quando cioè la gente sta piuttosto nelle case. Evidentemente questa donna approfitta di questo momento in cui c’è meno gente in giro per uscire di casa, evitando le critiche e le umiliazioni della gente. Gesù fa cadere tutte queste barriere: a lui interessa l’incontro con la persona.
Dinanzi alla sua reazione stupita Gesù annuncia il tema del dialogo: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (v. 10). In queste parole troviamo il contenuto del loro colloquio: l’identità di Gesù e il dono che egli vuole fare: dare al posto dell'acqua stagnante (cioè quella ferma, non potabile) l’acqua viva, l'acqua corrente, l'acqua di sorgente, l'acqua pulita, l'acqua zampillante[2]. Gesù sta ribaltando la situazione e le dice: “avresti dovuto chiederne tu a me dell'acqua”. La donna sarà condotta a chiedere quest’acqua (v. 15) e a riconoscere Gesù come il Messia (v. 26). Come accade spesso, l’interlocutore di Gesù non comprende e percepisce le sue parole primariamente a livello materiale. Questa incomprensione non preclude il cammino ma consente a Gesù di chiarire il suo pensiero: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna». A che cosa allude Gesù? Di quale acqua sta parlando?
Acqua viva indica anzitutto la rivelazione stessa di Gesù, il suo insegnamento. Tale lettura è sostenuta da diversi passi dell’Antico Testamento dove l’insegnamento del saggio è presentato come acqua che disseta e ristora (Pr 13,14; 18,4); oppure la stessa parola di Dio (Is 55,1). Il testo che più si avvicina alle parole di Gesù è quello del Siracide, dove parlando dell’azione della sapienza l’autore afferma: “Chi si nutre di me avrà ancora fame e chi beve di me avrà ancora sete” (Sir 24,20). In Siracide la sapienza viene identificata con la Torah. Se tale interpretazione è corretta Gesù presenta la sua parola come insegnamento che compie e supera quanto contenuto nella legge. Ora in Gesù, è data all’uomo quella parola che sola è in grado di donare vita e pienezza.Nella prospettiva di Giovanni, però, l’acqua viene utilizzata per parlare del dono dello Spirito. Il passo più significativo lo troviamo poco più avanti nel vangelo quando, nel contesto della festa delle capanne, proprio nel grande giorno della festa, Gesù ad alta voce esclama: “Chi ha sete venga a me, beva chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39). E dal costato di Cristo in croce scaturirà l’acqua e il sangue che rinnova e trasforma la vita di chi l’accoglie. Il tema dello Spirito verrà ripreso nella seconda parte del colloquio.
Le due letture non si escludono, anche perché nella tradizione giovannea lo Spirito è colui che interpreta la rivelazione di Gesù (cfr. Gv 14,26).
Una prima considerazione s’impone. La donna non è in ricerca se non di quell’acqua che è indispensabile per il suo sostentamento biologico. Gesù, partendo da questa situazione apparentemente soddisfatta, suscita nella sua interlocutrice delle domande, cerca di far emergere una richiesta che sembra essere sopita nel suo cuore, ma che è realmente presente. La reazione della donna, per quanto ancora imperfetta, conferma questa inquietudine nascosta: “Signore dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (v. 15). In questa prospettiva, conversione significa aprire la propria vita ad un orizzonte più ampio, esattamente come il popolo d’Israele che nel deserto era preoccupato solo del suo sostentamento materiale, senza ulteriori richieste e senza alcuna ansia per il suo cammino di liberazione. Gesù provoca l’uomo che vive tranquillo e in apparenza senza problemi per elevare, rivelare e infine colmare le sue attese più vere.
Gesù ha condotto la donna a chiedere “Signore, dammi di quest’acqua...” (v. 15). Questo è il punto dove voleva portarla. Gesù le ha aperto il cuore e ora la tocca nel suo problema morale con estrema delicatezza, invitandola a chiamare suo marito. La risposta della donna “Non ho marito” è un’allusione chiara non solo al “peccato” della donna, ma anche di quello del popolo samaritano che si è prostituito ad altri idoli. “Vedo che sei un profeta” - alla fine dice la donna. I titoli in crescendo mettono in luce il cammino di fede della samaritana che arriverà a scoprire il mistero di Gesù.Al profeta che le sta davanti la donna pone la questione famosa del vero culto. E qui siamo al centro del racconto, ed è ciò che interessa a Giovanni, perché con egli ci vuole mostrare che Gesù sostituisce il culto antico con un nuovo tipo di culto. Difatti, nei versetti seguenti, il verbo più comune, che ritorna continuamente, è “adorare”.
“I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare” (v. 20). La donna gli chiede: qual è il luogo dell'adorazione? A Gerusalemme o sul Garizim? La donna – scrivono alcuni commentatori – si sente accerchiata e tenta tutte le mosse per rompere il cerchio che la stringe, per evadere dal suo problema, cercando di invischiare Gesù in questa disputa religiosa. Gesù, invece, non cambiando discorso, la conduce a riflettere sul rapporto nuovo con il Padre che ora è inaugurato dalla presenza di Gesù. Tale novità consiste nel fatto che i luoghi tradizionali di culto, Gerusalemme per i giudei, Garizim per i samaritani, sono superati non da un nuovo santuario, ma da un nuovo modo di porsi nei confronti del Padre. Tale atteggiamento è definito come “adorazione in spirito e verità”.
Ma è corretta tale interpretazione? In realtà, se teniamo presenti i tre racconti anticotestamentari di incontri vicino al pozzo (Gen 24, che conclude col matrimonio tra Rebecca e Isacco; di Gen 29,1-14, l'incontro tra Giacobbe e Rachele; e di Es 2,16-22, dove Mosé fugge nel paese di Madian e qui incontra le sette figlie di Reuele vicino a un pozzo) – che si concludono con un matrimonio, di solito è lo sposo che offre alla sposa l'acqua (almeno in Gen 29 ed Es 2). Alla luce di questi testi non solo non ci stupiamo di tale argomentazione, ma anzi ci stupisce il fatto che la donna continua il “filo” del discorso precedente, lo porta avanti con coraggio, senza nascondersi, con il desiderio di capire[3]. Poco prima Gesù le aveva chiesto: “Va' a chiamare tuo marito...”. Con la domanda di chiamare il marito, dunque, Gesù fa capire alla donna effettivamente chi è che dà la vera acqua. Non la possono dare gli amanti descritti dal profeta Osea, ma è solo YHHW a darla (cfr. Os 2,4-25). La donna, come sappiamo, aveva avuto cinque mariti e viveva con un sesto uomo.
Di qui il dialogo passa al problema del tempio. Non si tratta, come dicevamo, di un cambiamento di discorso. L'anello mancante ci viene fornito da Osea: l'oracolo del cap. 2 mostra bene l'equivalenza tra i “falsi mariti”, i baal, da una parte, e, dall'altra, i “falsi dèi”. La samaritana, che sempre più rappresenta il suo popolo, la Samaria, vuole sapere dove può trovare il suo vero Dio, cioè il suo vero marito.
“Gesù le dice: Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunta è l'ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (vv. 21-23). Si noti che qui ritorna il tema dell'ora, il riferimento all'ora decisiva di Gesù.
Cosa significa “adorare in spirito e verità”? Siamo sempre tentati di interpretare questo versetto con i nostri criteri linguistici occidentali, ossia che lo spirito si contrappone alla materia, e quindi un “culto spirituale” rischia di essere inteso come un culto interiore, senza manifestazioni esteriori. Ma non è così.
Lo spirito nel linguaggio biblico e giovanneo significa la vita, non è il contrario di materia, ma di morte; lo Spirito non è l'interiorità dell'uomo, ma il principio vitale di Dio.
La verità non è un concetto, ma una persona: Gesù Cristo. Gesù è il rivelatore del Padre. Ricordiamo che nel prologo si dice: “Dio nessuno l’ha mai visto; proprio il figlio unigenito, che è (proteso) verso il seno del Padre, lui lo ha interpretato” (Gv 1,18); di conseguenza, la verità di Gesù è proprio questa interpretazione costante che lui fa del Padre. Ogni azione, gesto, pensiero di Gesù è verità, cioè manifestazione di una realtà autentica che risiede presso il Padre e che egli mette a nostra disposizione.
Lo Spirito è perciò considerato come il gestore della verità di Gesù, come colui che amministra ed è responsabile della verità che gli è stata affidata. In 16,13 Gesù afferma: “Quando… verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”. Nel versetto successivo aggiunge: “Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”.
Adorare Dio “in spirito e verità” significa quindi essere dentro lo Spirito Santo ricevuto da Gesù Cristo. Quindi né il monte, né il tempio servono per adorare Dio. Per poter entrare in autentica relazione con Dio bisogna avere lo Spirito Santo attraverso Gesù Cristo rivelatore e donatore di esso. Questo è il vero culto.
Se la donna di Samaria in precedenza era stata invitata ad aprirsi al dono di Dio, ad uscire dal suo angusto modo di pensare, ora Gesù le suggerisce che tale apertura implica l’accoglienza del dono dello Spirito e di accogliere la verità di Gesù. Il Padre desidera fortemente e predilige tali adoratori.
Alla fine la donna sembra cambiare discorso: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo); quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa” (v. 25). In realtà chi riconcilia la Samaritana – e la Samaria che essa rappresenta – con il suo Dio è il Messia, il Salvatore del mondo. Allora si tratta di sapere chi è questo Messia. La donna esprime i suoi dubbi. In precedenza aveva collocato Gesù nelle categorie religiose tradizionali: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe...?”. Ma Gesù non si è lasciato imprigionare dagli schemi del passato, inadeguati a esprimere la realtà presente e la sua novità radicale. Adesso la donna guarda al futuro. È come se dicesse a Gesù: hai ragione, riconosco che sei un profeta, ma io aspetto uno più grande di te, il Messia. Solo allora mi deciderò di cambiare vita. Gesù allora si rivela definitivamente. È come se dicesse: “Aspetti il Messia?” Ebbene: “Sono io, parlo con te” (v. 26). Io sono il rivelatore, io sono il messia, io che ti sto parlando sono la verità che ti comunica lo spirito e ti rende capace di entrare veramente in relazione con Dio e permette il culto perfetto. C’è una decisione che devi prendere oggi.
E la samaritana lascia al pozzo la sua brocca – la lascia nel momento in cui arrivano i discepoli – (v. 28). Ciò indica la sua fretta. Come Rebecca o Rachele, ella corre a ritrovare i suoi, cioè le persone che voleva evitare recandosi al pozzo in pieno mezzogiorno. Oramai di quella brocca non aveva più bisogno perché Gesù l’ha condotta ad affrontare il suo problema. È giunta l’ora della luce piena, della grande rivelazione e della risposta decisiva. La donna, allora, non riesce a tenere per sé la notizia. Il passaggio da “convertita” a “missionaria” è quasi obbligatorio: corre in città a comunicare alla gente la sua scoperta: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto” (v. 29). Per ogni cristiano questa dimensione missionaria non è un lusso, cioè una cosa facoltativa, ma un’urgenza.
Il dialogo con i discepoli (vv. 27-38)
Gli stessi discepoli sono coinvolti in un dialogo che li coglie impreparati e rivela la loro difficoltà a situarsi nello stesso orizzonte del maestro. Di nuovo i due livelli: la donna non capiva che Gesù parlava di un'altra acqua, e neanche i discepoli – che hanno seguito Gesù e dovrebbero capirlo! - capiscono che Gesù sta parlando di un altro cibo e cercano di ipotizzare tra di loro il senso della risposta
“Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”. Forse pensano che sia stata la donna ad averlo portato qualcosa.
“Gesù disse loro: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (v. 34).
Il cibo di cui parla Gesù, come l’acqua di cui fa dono alla Samaritana è dunque il compimento della volontà di Dio[4]. Il cibo di Gesù, ricercato come l'acqua da chi ha sete, è per Gesù il senso della sua vita, lo scopo, è ciò che gli dà vita: compiere l'opera del Padre, cioè salvare l'umanità, ovvero mettere l'uomo nella condizione di poter incontrare Dio, creare l'uomo nuovo. L'opera che Gesù compirà – come vedremo anche in Gv 5 – è la creazione dell'uomo nuovo.
L'incomprensione dei discepoli permette di chiarire il pensiero di Gesù attraverso due proverbi che indirizzano l’attenzione su quanto è appena accaduto. Il primo (vv. 35-36) riguarda l’intervallo che la natura stabilisce tra la semina e la mietitura. Tale legge applicata al ministero di Gesù non vale più, perché il seme, gettato nella vita della Samaritana e poi tra i samaritani stessi, produce già ora i suoi frutti: la conversione come adesione a Gesù. La messe è quindi il popolo samaritano che viene a lui. Gesù vede la Samaria ritrovare la fertilità quando i samaritani vengono per vederlo e ascoltarlo. Il secondo (vv. 37-38), più oscuro, ma altrettanto significativo, sposta l’attenzione sul tempo della Chiesa. I discepoli sono invitati a raccogliere là dove altri hanno seminato. S’intende dove Gesù ora ha seminato. Non tanto con la sua parola rivolta alla donna, ma soprattutto con la sua passione. Essi mietono ciò che ha prodotto la “fatica” di Cristo seduto al pozzo, cioè la sua passione, che ha permesso all'umanità di incontrare Dio. I discepoli continuano nel tempo quello che Gesù ha posto come seme; loro andranno a mietere.
Anche per i discepoli questo incontro diventa motivo di conversione. Come Gesù vive inserito nel compimento della volontà del Padre – questo è, infatti, il suo cibo – così essi devono comprendere che sono a loro volta chiamati a collaborare efficacemente perché tale volontà si compia in loro e per mezzo loro.
La conversione dei samaritani (vv. 39-42).
Il messaggio della donna di Samaria in città dopo aver lasciato il pozzo è modesto: raccontando la sua scoperta interroga la gente: “Che sia forse il Messia?” invita a vedere, controllare, decidere in proprio. Ogni uomo deve poi fare la sua strada. Il testimone di Cristo, infatti, si limitata a suggerire la strada giusta, ma il cammino di fede è personale. Non per nulla l’episodio si chiude con il fatto che “molti” di questi samaritani, molti di questo popolo infedele, “credettero”: quello che essi hanno udito li ha condotti al riconoscimento che Gesù è il salvatore del mondo.
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[1] Tanto più sorprendente ci sembrerà l’atteggiamento di Gesù, quanto più teniamo presente la non invidiabile condizione in cui versava la donna palestinese in quel tempo. In Israele la donna viveva ai margini della vita religiosa e quindi anche di quella politica, perché era inscindibile da quella. Riportiamo alcuni pensieri tolti da scritti giudaici:
- “Insegnarono i nostri dottori: tre cose non si addicono ad un dotto: non deve uscire profumato per strada, non deve uscire da solo di notte, non deve parlare con una donna sulla piazza pubblica”.
- “Disse R. Johanan: meglio andare dietro a un leone che dietro a una donna”.
- “Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate a una donna”.
- “Chi insegna a sua figlia la Torah, le insegna la dissolutezza”.
[2] Ricordiamo che l’acqua di sorgente per la Bibbia è simbolo della vita - cfr. Is 12,3; 55,1; Ger 2;13; Ez 47,1 ss.; Zc 14,8; Sal 36,9-10. Sal 46,5. Ap 7;16-17; 22,17 -. E poiché solo Dio può dare la vita, allora è chiaramente un dono di Dio
[3] Cfr. J.-L. Ska, Il libro sigillato e il libro aperto, EDB, Bologna 2005, 181-187.
[4] Si noti che anche questo tema del cibo si comprende alla luce dei racconti anticotestamentari. Infatti il tema del cibo è presente nelle scene d'incontro vicino al pozzo. Di solito è la famiglia della ragazza a offrire un pasto al giovane. Certamente, se ha ripreso quell'idea, Gv 4 l'ha completamente trasformata. Anche qui viene in aiuto Os 2, dove i temi del cibo e della fertilità del suolo solo onnipresenti. La conclusione dell'oracolo è particolarmente significativa: quando annuncia la futura conversione della sposa, YHWH descrive il tempo nuovo come una nuova era di prosperità: “E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l'olio...” (Os 2,23-24).
Il Vangelo di oggi, tratto da Matteo 17,1-9, ci presenta la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor.
In tutto il racconto è palese il sottofondo veterotestamentario, con molteplici riferimenti all’esperienza di Israele nel suo cammino nel deserto verso la terra promessa. I sei giorni (allusione ai sei giorni nei quali la nube coprì il Sinai - Es 24,16)[1], la collocazione sull’alto del monte (il monte è il luogo della rivelazione divina), la presenza di Mosè e di Elia (è sulla montagna che i due personaggi dell’AT hanno avuto “appuntamento” con Dio), la nuvola e le tende sono richiami evidenti che quanto sta accadendo dice conformità e compimento di eventi che hanno segnato la storia del popolo eletto e che ora acquistano una nuova comprensione e un più profondo significato.
Come Mosè prese con sé Aronne, Nadab e Abiu, e salì sul monte, dove Dio rivelò la sua gloria (Es 24,9ss), così Gesù prende con sé tre discepoli.
Il monte su cui sale Gesù è in nuovo Sinai. Qui però non vengono consegnate due nuove tavole della legge, ma si rivela Gesù nello splendore della luce divina. È il nuovo Mosè dal volto raggiante (cfr. Es 34,29-35).
I tre discepoli che Gesù conduce sul monte sono: Pietro e i due figli di Zebedèo. Se nel deserto era stato satana a trasportare Gesù “sopra un monte altissimo” (Mt 4,8), dove aveva offerto al Cristo la condizione divina per dominare il mondo intero, ora è Gesù che conduce questi tre, sottraendoli dal mondo nel quale si ragiona e si agisce con le categorie del mondo, quelle che Gesù ha rifiutato nelle tentazioni, per fare una esperienza di Dio, per imparare a vedere la realtà con i suoi occhi, per vedere in modo diverso il mistero della croce che essi rifiutano. Porta Simone, il discepolo che aveva chiamato “satana” (Mt 16,23). Porta Giacomo e Giovanni, i fratelli che, con la loro sfrenata ambizione, saranno causa di divisione nel gruppo dei discepoli (cfr. Mt 20,20-28). Quel che accomuna Pietro e i figli di Zebedèo è che costoro pensano di seguire un Messia trionfante e spingono il Cristo sulla strada del potere per partecipare alla sua gloria. Gesù vuole liberare questi tre apostoli dalla menzogna di satana e dall'ambizione umana per renderli capaci di partecipare alla sua gloria, dando la vita per Lui, il Crocifisso risorto. Gesù li conduce sul monte, luogo dove Dio dimora (cfr. Sal 68,17), per mostrare che la condizione divina non si ottiene attraverso il potere, ma con il dono totale di se stessi. Che per Gesù è dare la vita sulla croce per amore. Sarà il Padre a risuscitarlo e glorificarlo. La trasfigurazione è l'anticipo di questa gloria nel volto umano di Gesù e nelle sue vesti che sono segno della sua persona.
“E fu trasfigurato davanti a loro...” (v. 2). Qui l’umanità di Gesù lascia trasparire la gloria del Figlio che risplende nella sua umanità obbediente alla volontà del Padre, quella di rivelare il suo volto di Padre e di salvarci con il dono totale di sé. È l'anticipo della glorificazione che il Padre vuole per ogni uomo che, come Gesù, si fa obbediente.
“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce...”. La luce che risplende sul volto di Gesù è il simbolo più appropriato di Dio. In questa luce si vede l'oltre: la divinità di Gesù. Tre testi biblici sono molto significativi: Ezechiele vede “uno di forma umana” attorniato dalla gloria di Dio (1,26-28); Daniele descrive una visione di un essere celeste - "un uomo vestito di lino" - che è anch'egli «splendente» perché appartenente al mondo soprannaturale (Dn 10,5-6); e infine anche il Sal 104,1-2 descrive in questo modo la maestà divina: «Signore, mio Dio, quanto sei grande! Splendore e maestà è il tuo vestito, avvolto di luce come di un manto».
Allo stesso tempo la luce che promana da Gesù è anche anticipo della sua umanità glorificata. La prima cosa che Dio crea è proprio la luce (cfr. Gen 1,3). Essa permette di vedere ogni realtà creata per quella che essa è. Tale luce ci fa vedere che il perderci per amore non è - come pensa il mondo - un fallimento. Appare così evidente la menzogna di Satana - che Dio non vuole il nostro bene, e per questo dobbiamo diventare "come Dio" - e, allo stesso tempo, la verità della via di Gesù, ripetuta per ben tre volte agli apostoli: che il dono di sé per amore non è un fallimento, la la realizzazione di sé nell'amore. Ci realizziamo divenendo - noi che siamo ad immagine e somiglianza di Dio - nell'amore. E l'amore è la realtà che rimarrà per sempre. Chi ha amato rimarrà per sempre con Colui che ci ha amati per primo.
Inoltre la luce è anche sorgente di gioia. Il donare la nostra vita per amore seguendo Gesù non è una "perdita" che provoca tristezza, ma piuttosto gioia. Gesù lo aveva già detto nelle beatitudini.
Contemplare il volto luminoso di Gesù significa quindi vedere la verità della nostra vita con i suoi occhi. Vedere le vesti luminose di Gesù vuol dire vedere con i suoi occhi la nostra vera dignità, quella di figli che seguono il Figlio nella via dell'amore.
“Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. Mosè ed Elia rappresentano le due parti principali delle Scritture, rispettivamente la legge e i profeti. Gesù è venuto per “compiere la legge e i profeti” (cfr. Mt 5,17), specialmente nella sua morte e risurrezione.
Questi due personaggi conversavano con Gesù. Di cosa possono parlare in quel momento, se non del problema che occupa i discepoli nelle pagine precedenti del vangelo: la passione che Gesù aveva annunciato? Il problema per i discepoli è sapere se “il messia, il figlio del Dio vivente” confessato da Pietro può essere arrestato, soffrire e addirittura morire, rigettato e condannato dalle autorità religiose del proprio popolo. Lo stesso Pietro ha reagito fortemente contro questa prospettiva (16,22-23).
La presenza di Mosè e di Elia apporta una prima risposta a questa domanda.
Mosè, come si sa, ha condotto Israele dall'Egitto fino al Giordano, e lì è morto (Dt 34,1-12). Giosuè, e non Mosè, ha attraversato il Giordano alla testa di Israele per conquistare la terra promessa (Gs 3-4). Gesù sarà il nuovo Giosuè che attraverserà il Giordano della passione. E come Mosè aveva a suo tempo designato Giosuè per la missione di conquistare la terra promessa, così ora designa Gesù come Colui che entrerà definitivamente nella “terra” e inaugurerà il “regno”.
Elia, dal canto suo, ha una funzione analoga. Secondo la tradizione ebraica egli deve tornare per preparare la venuta del messia. Elia, quindi, conferma parimenti che Gesù è davvero il messia atteso, nonostante lo scompiglio provocato dall’annuncio della passione. Con Gesù, dicono questi due personaggi, Israele entrerà definitivamente nel regno dei cieli.
Inoltre Elia rapito sul cocchio di fuoco e Mosè, il cui luogo della sepoltura rimase ignoto, sono indizi che il Messia obbediente e sofferente non cammina verso l’ignoto, ma verso l’incontro con Dio.
“Signore, è bello per noi restare qui” - interviene Pietro. Questa esperienza appare ai discepoli “bella”. Il male non può essere bello!
Poi Pietro fa la sua proposta a Gesù: “se vuoi, farò qui tre capanne (σκηνάς)...”[2]. Non per lui e per gli altri due apostoli, ma per Gesù, per Mosé ed Elia. Il richiamo è alla festa molto popolare “delle capanne” (Sukkòt: cfr. Dt 16,13-15), festa in ricordo dei 40 anni di peregrinazione di Israele nel deserto, nella quale gli ebrei dimoravano per “sette giorni” in capanne[3] col tetto in frasche. Il tetto della capanna poi, doveva avere un'apertura verso il cielo. In questo modo la capanna non era considerata come un luogo di dimora stabile, ma piuttosto un luogo di passaggio verso l'incontro con il cielo. Che cosa celebrava questa festa? Che il popolo, che era una massa di schiavi, ha fatto l'esperienza dell'intimità con Dio. Nel deserto ha fatto l'esperienza di Dio come guida - la colonna di fuoco di giorno e la nube nella notte - e come Colui che è provvidenza (l'acqua nel deserto, il dono della manna e delle quaglie) perché non vuole la morte, ma la vita. Nella grande festa Gesù si alzerà in piedi e dirà: "Chi ha sete venga a me e beva; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Gv 7,37-39).
Durante la festa delle capanne la liturgia prevedeva un abbondante ascolto della Parola di Dio - ricordiamo che nelle tentazioni del deserto Gesù aveva ribattuto alla tentazione: "Di non solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che viene da Dio" - e l'aspersione dell'acqua che veniva prelevata dalla piscina di Siloe in ricordo della promessa dell'abbondanza dell'acqua viva che si legge in Ezechiele. Si celebrava quindi la gioia di un Dio che parla con il suo popolo.
In questa festa venivano accesi molti bracieri sulla spianata del tempio; così per tutta la notte la città era illuminata da tali bracieri accesi sulla spianata del tempio. I rabbini dicevano: i nostri padri hanno camminato alla luce del sole; noi camminiamo alla luce della Parola. E, appunto in questo contesto, Gesù dirà: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). E non per nulla poco dopo tale proclamazione Gesù donerà la vista al cieco nato (Gv 9).
La proposta di Pietro, dunque, nasce dalla percezione che quello che sta avvenendo è ciò che veniva celebrato nella festa delle capanne. In Gesù si fa l'esperienza dell'intimità con Dio. Con Lui si fa esperienza di cielo. Capiamo allora meglio le parole di Pietro: "E' bello per noi restare qui". È esperienza di bellezza e di bontà. La vita cristiana non è nel segno del doverstico, ma del bello e del buono. Perché il cuore dell'uomo è attratto da ciò che sperimenta bello e buono per la sua vita.
“Egli non sapeva ciò che diceva”. Pietro ha intuito giusto. Ma non ha capito che Gesù è anche la Parola che va ascoltata. Quella parola che poco prima ha annunciato la via del dono di sé, via che anche il discepolo deve percorrere. Ecco perché qui interviene il Padre.
“Ed ecco una voce che diceva...” (v. 5). È il momento culminante del racconto. Mentre Pietro sta ancora parlando, il Padre interrompe bruscamente il suo intervento dicendo: “Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. Come nella scena del battesimo al Giordano, all’inizio della missione pubblica, anche qui, alla vigilia della Passione, la voce esprime l’investitura dall’alto; il riconoscimento da parte del Padre.
“Ascoltatelo!”. È importante questo comando. Indica che per il discepolo è essenziale ascoltare la sua voce, prendere sul serio il suo messaggio, ubbidire a Gesù. È lui l’unica Parola che il Padre ci ha donato. A noi dice di ascoltarlo, perché, ascoltando lui, diventiamo quello che per grazia già siamo come dono: figli. Lo siamo già, ma la nostra vita deve manifestarlo in tutti gli aspetti del nostro essere. E allora anche noi saremo luminosi come Lui: "Voi siete la luce del mondo".
“All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra...” (v. 6). La reazione dei discepoli è conforme ai racconti di manifestazioni divine, è la paura tipica di chi si scopre alla presenza di Dio. Matteo, però, sottolinea che tale paura si sprigiona nell’istante in cui hanno udito la testimonianza del Padre che conferma il cammino della croce come tappa indispensabile dell’itinerario verso Gerusalemme. In altre parole, più che la visione, è il contenuto a sgomentare i discepoli.
Ma Gesù, dopo averli “toccati”, li rassicura: “Alzatevi e non temete” (v. 7). Essi, allora, sollevando gli occhi vedono Gesù “solo”. La gloria che hanno contemplato da questo momento rimarrà segreta fino alla risurrezione. Il loro cammino ora prosegue scendendo dal monte, cioè in quella “ferialità” della vita nella quale il Figlio di Dio si è incarnato per salvarci, fino alle estreme conseguenze del suo amore: la croce.
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[1] Solo al settimo giorno Mosè viene chiamato dal Signore a salire sul monte (cfr. Es 24,16b.18).
[2] Il greco σκηνάς può essere tradotto: “capanne” o “tende” (cfr. versione CEI 1974); la prima traduzione sembra più adeguata al contesto.
[3] Cfr. Lv 23,33-36; 39-43; Nm 29,12-38; Dt 16,13-15.
Questa prima domenica di Quaresima ci propone il tema delle tentazioni (Mt 4,1-8).
- Tra la prima lettura - quella del peccato delle origini - e quella delle tentazioni di Gesù nel deserto c'è in comune un punto di partenza: il cibo. Sembra cosa da poco, ma il Nemico fa leva sulle esigenze dell'uomo assolutizzandole. Nel caso di Gesù il diavolo lo tenta dopo un lunghissimo digiuno, quando si ha davvero fame. Lo tenta in un momento di debolezza. Nel caso dei progenitori, invece, suscita in loro la fame insinuando che c'è un cibo che essi non possono mangiare perché vietato da Dio. Insinua il dubbio sulla bontà di Dio, tanto è vero che quel frutto proibito è così buono che "diventereste come Dio", pari a Lui, antagonisti di Lui! Altro che morte! I progenitori si sono fidati della parola menzognera del serpente. Gesù no. Lui è la Parola del Padre, non può contraddire se stesso. E controbatte il tentatore con la stessa parola di Dio: “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cfr. Dt 8,3, che fa riferimento alla prova della fame nel deserto e al dono della manna in Esodo 16). Ossia, che l’uomo è più dello stomaco e anche del portafogli. Che i suoi orizzonti non possono essere confiscati dalla ricerca esclusiva del benessere economico, del piacere. Che l’uomo è su questa terra non soltanto per produrre, consumare, accumulare, fare carriera. Che deve imparare ad aver fame e sete di Dio: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).
- Nella seconda tentazione Gesù viene tentato direttamente sul suo rapporto con il Padre. Non per nulla Satana cita il Salmo 91, nel quale l’orante, dimorando di giorno "nel segreto dell'Altissimo" e di notte "pernotta all'ombra dell'Onnipotente" (v. 1), afferma la propria fiducia in Dio: “Non temerai il terrore della notte, la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, il flagello che devasta a mezzogiorno” (vv. 5-6). Notte, giorno, sera, mezzogiorno: pur attraverso un ordine a prima vista strano, è il tempo dell’uomo a essere preso in considerazione. Gli eventi della vita e i colpi del destino sono come “frecce” che volano, abbattendosi all’improvviso sull’uomo sia di giorno sia di notte. In più quel "flagello" che devasta a mezzogiorno può essere interpretato in vari modi: per il Targum si tratta della "turba dei demoni", mentre una variante dei LXX parla del "demonio meridiano", ossia dell'accidia, del disgusto, della noia e del tedio della vita che ci assale con un elemento di domanda: "Ha senso la mia vita, qui?". Ma Dio è “mio rifugio e mia fortezza… nel quale confido” (v. 2).
Il salmo, inoltre, ci dice che il salmista si sente al sicuro anche quando, non dimorando o pernottando, si trova per via. La vita è un cammino. Per noi credenti un cammino verso la meta: il cielo. Cammino faticoso, difficile, pieno di insidie. Ed ecco che il Signore veglia sul suo cammino, non abbandona il fedele, inviandogli i suoi angeli, i suoi messaggeri per scortalo e tenerlo lontano da ogni male: "ai suoi angeli comanderà per te di custodirti in tutte le sue vie" (v. 11).
Il Tentatore cita i vv. 11-12 svincolandoli volutamente dal contesto. E suggerisce a Gesù di affrontare gli eventi della vita e le stesse difficoltà del suo ministero non riponendo la fiducia nel Padre, ma piegandolo alle sue esigenze. Non Lui deve fare la volontà del Padre, ma il Padre deve piegarsi alla volontà di Gesù. Deve rispondere "a bacchetta". Rovesciando di fatto il rapporto Padre-Figlio. Al tentatore Gesù ribatte: “sta scritto…: Non tentare il Signore Dio tuo” (cfr. Dt 6,16, che fa riferimento all'episodio di Massa e Meriba, cioè alla prova della sete in Esodo 17). Nel cammino quarantennale nel deserto Israele più volte si è ribellato contro Dio. L’uomo non può imporre le sue condizioni a Dio. Per questo la strada della fede passa anche attraverso i silenzi di Dio, il buio, il dubbio, le contraddizioni. La fede non si nutre di miracoli, ma di pazienza, attesa, coraggio.
- La terza tentazione – quella del potere - riguarda il rapporto con gli uomini. Ma non solo. Non si tratta solo di imporsi sugli altri - piegando con il potere gli uomini refrattari anche per la realizzazione della missione che il Padre gli ha dato -, ma prima ancora di "piegarsi". Il tentatore, infatti, gli pone davanti la possibilità di poter avere questo potere ad una condizione ben precisa: "... se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai". E' la tentazione più palese. Solo Dio va adorato. Gesù parla chiaro: "sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto” (cfr. Dt 6,13, che fa riferimento al vitello d'oro di Esodo 12).
Cosa ci insegnano queste tentazioni? Che il Nemico tenta anche di rovinare in noi il rapporto filiale con Dio. La tentazione dell'immediatezza di corrispondere ai bisogni. Ma noi non siamo solo fame, solo bisogni. Solo Dio è il vero pane che sazia, senza il quale il resto ci lascia nella fame esistenziale. Lui sempre va messo al primo posto. In secondo luogo la tentazione di piegare Dio alle nostre esigenze, di usarlo come un'assicurazione, anziché attendere con pazienza e fiducia, come figli, anche quando siamo nel dolore e nell'oscurità, la grazia di cui abbiamo bisogno e che ci vuole donare. Di questo atteggiamento è tipica l'espressione: "Se ci sei, dimostralo! Se mi ami, evitami questo problema!". Ed è invece nelle difficoltà, nelle sofferenze, nelle croci - che tra l'altro ci purificano - che più sperimentiamo la comunione con Lui. Ed infine la tentazione dell'autoaffermazione che ci viene proposta mediante una scorciatoia: arrivare in alto senza passare per l'amore che si dona. E' non aver capito che in realtà il più grande è colui che si fa più piccolo, nell'umiltà del servizio, come ha fatto Gesù: il Grande che si è umiliato fino alla morte e alla morte in croce. E' Dio che ci esalta; è lui che riconosce che ci siamo configurati a Gesù e ci glorifica accanto a Lui. Anche la grandezza è un dono, come già lo era la figliolanza... che si rischia anche di perdere!
Cosa fare di fronte alle tentazioni? Certamente ribattere con fermezza al Nemico: “Sta scritto…”. Fermezza e costanza, fedeltà e perseveranza sono indubbie virtù evangeliche. E a volte l’esercizio di queste virtù richiede eroismo. Sant'Ignazio però ci suggerisce un passo ulteriore, spesso vissuto dai santi: possiamo sbaragliare il Tentatore agendo in modo opposto alla tentazione. Se, infatti, in diametrale opposizione alle intenzioni di Dio, che sempre opera per la nostra eterna salvezza, il diavolo, nella sua “dannata malizia” ha una sola “dannata intenzione” (EE 325), quella della nostra perdizione, agendo in senso diametralmente opposto alla tentazione; in tal modo compiamo l’intenzione divina e sbaragliamo e umiliamo il Tentatore.
Il tempo della Quaresima,che inizi oggi solennemente solennemente è un tempo di preparazione alla Pasqua, che ha le sue radici più antiche nel periodo del catecumenato.
Sin dalle origini il tempo della Quaresima è collegato al numero 40, che nella Scrittura è il tempo del cambiamento e della trasformazione. Il numero 40 non ricorda solo i 40 giorni di Gesù nel deserto, ma quaranta sono anche i giorni in cui Mosè è sul monte Sinai per ricevere la legge, 40 sono gli anni in cui il popolo deve camminare per arrivare alla Terra promessa, 40 sono i giorni in cui Elia deve camminare per arrivare all’incontro con Dio.
È quindi fondamentale e imprescindibile che un tempo dell’anno sia dedicato alla purificazione, senza la quale è impossibile portare avanti la vita cristiana. Sono tre le armi che la Chiesa - proponendoci proprio il passo del vangelo di Matteo 6 - ci ricorda di utilizzare in questo tempo di Quaresima: il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Commentiamo ora questo passo evangelico.
L'elemosina
Al tempo di Gesù nelle riunioni della sinagoga era consuetudine rendere pubblico l’ammontare delle offerte date ai poveri e riservare un posto privilegiato nell’assemblea a quelli che avevano dato di più. Gesù mette in guardia da ogni forma di gesto che richiami l’attenzione su di sé, che cerchi l’applauso della gente, i posti di onore, la gloria degli uomini. Queste persone - commenta Gesù - “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (v. 2). Non c'è nulla di più osceno che pubblicizzare il bene che si fa. Eppure, se guardiamo bene attorno, quante persone fanno del bene... per far “bella figura”! Se il bene non fosse pubblicizzato con trombe, lapidi o immagini, chi lo farebbe? Gesù definisce queste persone con una parola: sono degli ipocriti, cioè degli attori, che mostrano quello che non sono. “Sfruttano” il bisogno altrui per far conoscere al mondo quanto sono buoni e generosi. Sono persone che hanno dirottato su di sé la gloria che deve dirigersi unicamente al “Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). E poi evidente che coloro che sono stati da loro “beneficati” con questo loro atteggiamento si sono sicuramente sentiti umiliati, non quindi accolti come fratelli con i quali condividere i propri beni (cfr. Mt 19,21).
Il Signore, allora, ci avverte: il bene va fatto per piacere a Dio. Perciò non basta fare il bene per essere cristiani. Le opere, anche quelle di per sé buone - come l’elemosina -, sono buone effettivamente solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umiltà. E chi desidera piacere a Dio, riconoscendolo “Padre”, non può dare qualcosa a chi è nel bisogno, ma, riconoscendo in quest'ultimo un fratello, desidera condividere quello che egli è e ha. Diversamente sono “cattive”.
“Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (v. 3), il che vuol dire: tu stesso devi prendere le distanze dal tuo gesto, così da non farne motivo, nemmeno di un sottile, interiore autocompiacimento.
Potrebbe però sorgere un’obiezione. “Ma... Gesù non parla di ricompensa? Allora... si deve fare ciò per amore di Dio o per avere la ricompensa? Non sarebbe un gesto interessato... che contraddice quanto sopra detto?”. In realtà bisogna capire bene che per “ricompensa” non si intende, come pensiamo noi, un contraccambio per le “prestazioni” fatte, ma è piuttosto la situazione nuova di chi opera il bene con gratuità e amore. È la situazione della persona che avverte in sé la pace, la gioia, che sono doni del Signore. Avvertiamo che la nostra vita è già trasformata, salvata. Pertanto l’impegno della nostra libertà è la condizione in cui il dono di Dio trova spazio nella vita del discepolo. Il dono non può mai essere preteso; ma noi possiamo porre le condizioni - di cui ci ha parlato Gesù - perché questo dono diventi reale nella nostra vita.
La preghiera
“Quando pregate non siate come gli ipocriti”. Il riferimento è a una precisa consuetudine in voga al tempo di Gesù tra i farisei. Essi, infatti, erano soliti pregare stando ritti nelle sinagoghe e bisbigliare a voce sommessa le proprie preghiere, ma in modo tale che gli altri le sentissero. Alcuni si mettevano anche agli angoli delle piazze; là dove si incrociavano le strade, per meglio rendere pubblico il loro atto e suscitare l'ammirazione. L’ipocrita cerca se stesso. Chi cerca il proprio “io”, non trova Dio. Solo chi si svuota di sé, chi cerca in verità unicamente Lui, riconoscendo il proprio principio e fine, si riempie di Lui. Dio resiste ai superbi (Gc 4,6; 1Pt 5,5) e ricolma di grazia gli umili, come Maria.
Pregare è stare di fronte a Dio, di cui sono immagine e somiglianza. È venire trasformati dall’azione dello Spirito Santo. La preghiera autentica è respiro della vita. Per questo è necessario pregare sempre (1Ts 5,17; cf. Lc 18,1ss), in ogni tempo (Ef 6,18) e in ogni luogo (1Tm 2,8). La preghiera va fatta con insistenza (7,7-11), con fede (21,22), nel nome di Gesù (18,19) e con familiarità filiale (v. 8).
La condizione per questa preghiera autentica ci è indicata da Gesù: “chiusa a chiave la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (v. 6). Sì, è necessario chiudere il chiavistello della porta, perché troppo spesso siamo fuori di noi stessi, strattonati qua e là dalle molte occupazioni, come Marta (Lc 10,41). È necessario chiudere fuori le mille voci che ci disturbano. È necessario entrare nella stanza più interna del nostro cuore, cioè entrare in noi stessi, per aprire il cuore all’amore di Gesù, che sta alla porta e bussa.
“e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà”. Quale è la “ricompensa” di chi non cerca ricompensa? È la restituzione che il Padre gli fa di se stesso, rendendolo figlio, colmo della sua Gloria, perché vuoto di vanagloria.
“... non sprecate parole come i pagani...” Non è a furia di parole che Dio ci ascolterà. Questa è una preghiera “pagana”, propria di chi cerca di farsi buono Dio perché non lo conosce per quello che è. “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno”. Allora l’atteggiamento filiale non dev’essere primariamente quello della richiesta, del voler essere ascoltati ed esauditi, quanto piuttosto di ascoltare Lui e desiderare ciò che il Padre stesso vuole per noi. In questo senso “sprecare le parole” significa anche pregare male, pregare senza cuore. Allora il Signore ci invita a pregare bene.
Il digiuno
Al tempo di Gesù il digiuno era obbligatorio solo il giorno dell’espiazione. I farisei, invece, digiunavano volontariamente, due giorni la settimana (cf. Lc 18,12). Solo che tale digiuno, poteva anch’esso trasformarsi in occasione per esaltare se stessi e ottenere la stima della gente, anziché essere strumento di conversione personale. Quindi, ancora una volta, una ricerca di se stessi... dimenticando di porre al primo posto Dio e la ricerca del Regno.
Anche per il cristiano il digiuno ha una grande importanza nella vita spirituale. È uno strumento di conversione. Infatti il digiuno è come una preghiera del corpo: è accettazione simbolica che la propria vita non è l’assoluto, e tanto meno il cibo che la mantiene, ma Dio steso e la sua Parola. Digiunare significa, quindi, porsi nel corretto rapporto con la propria vita: si accetta quello che c’è come dono di Dio, si riconosce che Lui è il principio e il fine di tutto. È, insomma, distaccarci da tutto ciò che tende ad imporsi come “idolo”, è una purificazione dei nostri rapporti con noi stessi e con le cose. Il digiuno, infatti, non va inteso solo come privazione di cibo. Esso deve estendersi a tutte le cose create. In tal modo il digiuno diventa necessario per raggiungere la “sobrietà”, che consiste nel servirsi delle cose tanto quanto sono utili per amare Dio e il prossimo. Ciò che non è utile a tale scopo, serve a odiare e morire. Oltre alla sobrietà nel cibo c’è anche quella nell’odorare, gustare, toccare, udire, vedere, e, soprattutto, nel fantasticare. Soprattutto nella nostra epoca, così bombardata da messaggi di tutti i tipi, è necessario educare i sensi alla sobrietà. Il digiuno dei sensi, infatti, è l’antidoto che restituisce loro la propria funzione. Non tocco e non gusto tutto, non ascolto e non vedo tutto - mosso dal semplice desiderio di riempirmi di sensazioni. Scelgo di toccare, gustare, ascoltare e vedere nella misura in cui ciò mi aiuta ad amare l’altro.
Insomma il digiuno mi aiuta ad essere signore dei sensi e delle facoltà, ordinandoli al fine. In altre parole il digiuno mi fa crescere nella libertà. Infatti “lo stimolo del piacere di ogni tipo, come una droga, lo de-possessa della libertà, portandolo a fare ciò per cui non è fatto e che, in fondo, neanche vuole, e che comunque non lo sazia mai. Una società consumistica, con grande capacità di suggestione, porta a compimento la schiavitù del piacere apparente, presentando come buono, bello e desiderabile, ciò che in realtà non lo è (cf. Gen 3,6). Il digiuno, inteso a raggiungere la sobrietà in tutti i campi, ci libera dall’idolo del piacere apparente, che promette sazietà, ma alimenta solo fame; e ci permette di usare tutto senza esserne usati”. A volte questo “distacco” costa fatica. Costa rinunciare a realtà che ci appaiono affascinanti, desiderabili. Ma è bene sempre ricordarci una cosa: il bene si paga subito. Il male, invece, è gratis, non costa fatica, ma lo si paga sempre dopo, e non soddisfa per nulla. Esso lascia una insoddisfazione che non diminuisce, anzi cresce, anche se si cerca con affanno di rimuoverla o di colmarla con un’altra ricerca di piacere.
Sant’Ignazio di Loyola ricorda che il Tentatore è un comunicatore seducente. Come ogni venditore, soprattutto di cattivi prodotti, rende appetibile il suo veleno falsificando la realtà, facendola apparire il contrario di quella che è: il male deve apparire bene e il bene male. Propone, come detto, il piacere immediato, come via alla felicità. Ed è quello che propongono molti spettacoli, pubblicità, la stessa letteratura. Essi fanno leva sugli istinti più immediati per indurre al “consumo”. Il cristiano - se non la persona umana in genere - deve invece ricordare che il piacere immediato è criterio sufficiente di azione per l’animale, programmato dall’istinto per la sua conservazione e per quella della specie. Per l’uomo, invece, la cosa è ben diversa. Tutto deve essere ordinato alla relazione di amore alla quale l’uomo è chiamato. Chi è incapace di controllare i propri sensi, facilmente cade nell’errore di subordinare tale relazione alla ricerca immediata del piacere. Subordina, cioè, un livello superiore (quello relazionale e quello spirituale), tipicamente umano, ad uno inferiore... Il “male”, quindi, non consiste solo nello scegliere un disvalore, ma di scegliere, tra due valori, quello inferiore, identificandosi in quest’ultimo.
Vale allora la pena scegliere... la via in salita. Anche se costa fatica, come accade per i sentieri di montagna, mi porta a vedere paesaggi bellissimi e, spesso, nemmeno mai immaginati. Mi porta, cioè, a vedere la vita con gli occhi di Dio e godere dei beni esterni e interiori che Dio mi ha donato.