Giunta al sepolcro il primo giorno della settimana, Maria di Magdala vide che la grossa pietra era stata ribaltata. Un tumulo di pensieri si impossessò del suo cuore: forse i nemici di Gesù avevano voluto compiere un ultimo scempio, far sparire tutto, anche il cadavere. E corse subito da Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e annuncia loro: “hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto”. La donna, dunque, senza pensare al senso profondo di queste parole, in realtà annuncia il fatto della tomba vuota e spinge i discepoli a confrontare se stessi con questo straordinario evento. Si tratta di comprendere, in termini di fede, il passaggio dall’assenza dolorosa, sorprendente e sconvolgente di Gesù morto alla presenza di Gesù risorto e vivo.

All'annuncio della Maddalena, Pietro e l'“altro discepolo” iniziano la corsa verso il sepolcro. L’evangelista in questa corsa vuole sottolineare l’ansia della Chiesa che va alla ricerca dei segni del Risorto. La loro corsa è spontanea, ma anche inquieta, rivela amore e venerazione, e fa pensare all’ansia della chiesa che nel corso dei secoli deve sperimentare sulla sua pelle l’esperienza della fede del Risorto. Parlo dell’ansia della chiesa in questi due personaggi: in Pietro abbiamo la chiesa istituzionale; in Giovanni la chiesa carismatica. L’intera Chiesa si muove verso il sepolcro alla riscoperta dei segni del Signore risorto.

“Correvano insieme”, scrive l’evangelista. Non si corre da soli, come se la religione fosse un fatto esclusivamente privato. Si corre insieme ai fratelli: Gesù, come appare nei sinottici, invia i discepoli in missione a due a due. Inoltre Egli è presente in mezzo a loro: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Il discepolo amato arriva per primo al sepolcro. Forse perché era più giovane di Pietro? Non è questa la ragione profonda. Per l'evangelista egli arriva prima perché è il discepolo che Gesù amava, il discepolo che è stato sempre accanto a Gesù, che ha posto il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena, è stato il primo a essere chiamato a seguire Gesù con Andrea, è stato vicino a Maria sul Calvario e l’ha ricevuta in dono: “Figlio, ecco tua madre!”. Evidentemente Giovanni rappresenta ogni credente che ama Gesù: «Chi fa suoi i miei comandamenti e li osserva è colui che mi ama, e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò» (14,21).

Pietro, che ha rinnegato Gesù, arriva dopo.  Non si corre insieme a dei fratelli “perfetti”. Si corre con fratelli che sono peccatori, come siamo peccatori ciascuno di noi. Tuttavia si corre insieme perché la risurrezione del Signore ci ha dato la forza di perdonarci come lui ha perdonato.

Nessuno è stato presente all’evento della risurrezione. Perché? Perché questo evento ci supera immensamente. Gesù risorge non a questa vita, come Lazzaro. Gesù risorge a un’altra vita, che non termina mai, mentre Lazzaro morirà di nuovo. Noi che viviamo nella sfera del sensibile e del materiale non possiamo vedere questo evento con i nostri occhi, poiché è un evento che ci supera. Di esso vediamo solo i segni e gli effetti.

Cosa vedono i due discepoli? Dice il testo: “i teli posati là”. Bisognerebbe togliere quel «là», che non c'è nel testo. Cosa sono quei “teli”? Si tratta del lenzuolo funebre, di lino grezzo, che serviva per la composizione delle salme. Aveva la dimensione di 1x4 metri. Il corpo veniva adagiato sopra e lo stesso lenzuolo veniva fatto girare dietro la testa riscendendo fino ai piedi.

Per coprire i cattivi odori che la decomposizione produce venivano usati degli oli profumati in grande quantità. Per cui dopo che il corpo del defunto era stato lavato, il lenzuolo veniva fatto aderire al corpo ed era fissato in tre punti: al collo, all'altezza della vita (tenendo ferme anche le mani) e alle caviglie. Il corpo era stato unto abbondantemente in modo tale che il lenzuolo, impregnato d'olio, aderisse al corpo. Quando il corpo veniva posizionato definitivamente nella tomba veniva versato ancora dell'olio. Quando il lenzuolo di lino asciugava, diventava una specie di scafandro.

Cosa videro allora i due discepoli? Videro che queste tele non erano gonfie, come se ci fosse il corpo dentro, ma si erano afflosciate. L'evangelista poi aggiunge un particolare: “il sudario – che era stato sul suo capo – non posato con i teli, ma avvolto nello stesso posto”. La traduzione CEI è inesatta: il sudario non era “in un luogo a parte”, ma era rimasto nello stesso posto. Ricordiamo che il sudario era il fazzoletto quadrato, piegato a triangolo e arrotolato su se stesso, che veniva messo intorno alla testa, sotto il mento e legato sopra. Ebbene, sotto le tele afflosciate, si vedeva ancora il sudario, come se ci fosse ancora la testa. La descrizione minuziosa di Giovanni, testimone oculare, della posizione delle tele – rimaste intatte, al loro posto –, serve a dire che nessun agente umano avrebbe potuto portare via il corpo lasciando le tele in tale posizione! Ossia che il cadavere non era stato derubato.

Ma allora che cosa significava quello sgonfiamento delle tele? Che il corpo era sparito per un motivo non descrivibile che chiamiamo risurrezione!

“Allora entrò anche l’altro discepolo... e vide e credette”. In questi pochi versetti si usano ben tre verbi diversi per caratterizzare tre modi di vedere lo stesso fatto. Quando il discepolo amato arriva al sepolcro e, chinatosi, guarda, si usa il verbo blépo per indicare semplicemente la percezione fisica. Nel versetto v. 6 per indicare lo il “vedere” di Pietro si usa il verbo théoreo: si tratta di un vedere più penetrante, un vedere “intelligente”, un processo di ragionamento che porta un po' più avanti ma che arriva ancora all'obiettivo. Qui per dire che il discepolo “vide” viene adoperato il verbo orào, che l'evangelista usa per indicare uno sguardo di fede. Si tratta del “vedere oltre”, del vedere in profondità. Vide con la sua fede e capì, e quindi credette.  La vista di quella tomba vuota, nella quale i vestimenti che avevano avvolto il corpo del Signore erano ancora intatti, fu per Giovanni una illuminazione interiore che gli fece ricordare e finalmente capire quello che il Maestro aveva detto a riguardo della sua passione morte e risurrezione.

Perché il discepolo prediletto, come giunse per primo alla tomba, ora per primo giunge alla fede? Egli crede perché ama, e alla base vi è il principio fondamentale secondo il quale per comprendere a fondo qualcuno è necessario l’amore. Avendo accolto l’amore di Gesù e, come è logico, ricambiandolo completamente, ora comprende che Gesù è davvero risorto.

Si conclude questa prima scena con l'annotazione dell’evangelista: “I due discepoli non avevano ancora capito la Scrittura secondo la quale egli doveva risorgere dai morti”. Quel “doveva” è teologico: come non avevano capito che era necessaria quella situazione di morte, così non avevano capito che rientrava nel progetto di Dio la risurrezione dei morti. Non avevano capito la Scrittura!

Ma noi abbiamo capito la scrittura? Abbiamo capito che quei teli afflosciati non sono solo il segno della risurrezione di Gesù, ma è anche ciò che il Signore vuole fare anche nel nostro cuore? Abbiamo capito che quando c’è la morte nel nostro cuore, quando c’è oscurità, quando non siamo capaci di perdonare, il Signore vuole dall’interno della morte – come è storicamente avvenuto in quel corpo di Gesù che stava “dentro” i teli, avvolti in esso - sciogliere le amarezze e le morti che permangono in esso per vivere nel suo amore e nella sua pace?

Abbiamo infine capito che quel profumo emanato dai teli e dalle bende, che erano state cosparse da Giuseppe d'Arimatea e da Nicodemo con ben «una mistura di mirra e di aloe di circa centro libre» (Gv 20,39-41), non è profumo di morte, ma profumo dello Sposo che condivide la vita con la sua sposa, con ciascuno di voi, profumo di vita, di amore, di santità?

 

Commentiamo oggi il vangelo dell'ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme (Mt 21,11-11) lasciando alla lettura meditata  la Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo. 

Gesù giunge a Betfage. Qui i pellegrini si preparavano per entrare nella città santa purificandosi.

Qui Gesù organizza il suo ingresso “purificandolo” da ogni falsa attesa messianica. Il Signore viene per prendere possesso della città santa e del tempio, come profetizza Malachia (Ml 3,1ss), viene per il “suo” giudizio che si realizzerà sulla croce.

L’episodio è complesso e ricco di allusioni bibliche.

- C’è un primo quadro (vv. 1-5) nel quale Gesù invia due discepoli verso il monte degli Ulivi a procurarsi l’asina e il puledro di cui si servirà per entrare in Gerusalemme. È su questo monte che Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23) e da esso si aspettava il ritorno dalla gloria del Dio d’Israele (cf. Ez 43,1-2; Zc 14,1-4). L’asina, poi, è il simbolo stesso del messianismo di Gesù: non sceglie il cavallo, simbolo di violenza e dominazione, ma un animale “mite” che sa portare la “soma”. Questo è venuto a fare Gesù: lui, mite e umile di cuore, porta la “soma” del peccato dell’uomo sulla croce. Quanto ha fatto Gesù lo deve fare anche il discepolo (cf. 20,25-28): farsi servi, sul modello di Cristo, significa portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2). È il comando dell’amore. La loro missione è quella di “slegare” l’asina, liberando in ciascuno la libertà di amare.

Questo primo quadro termina con la citazione di Zaccaria (v. 5), nel quale troviamo la seguente promessa di salvezza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile (πραὺς), cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri […] l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare” (9,9s). Qui viene annunciato un re "giusto" perché governerà il suo popolo secondo il cuore di Dio e "vittorioso" perché "salvato" dei nemici di Dio. Un re povero – uno che non regna per mezzo del potere politico e militare. La sua natura più intima è l'umiltà / mansuetudine di fronte a Dio e agli uomini. Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un asino – la cavalcatura dei poveri, e anticamente anche dei capi e dei re di Israele, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude. È il re della pace perché abolirà tutti gli strumenti bellici.  Matteo vede in questo episodio la realizzazione di questa profezia. Gesù vincerà infatti sul vero Nemico e sul male, e come risorto ci donerà la sua pace. Una pace ben diversa da quella che dà il mondo.

Inoltre il riferimento alla profezia di Zaccaria non si ferma solo a 9,9s. In Zaccaria certamente Gesù non aveva trovato soltanto l'immagine del re della pace che arriva sull'asino, ma anche la visione del pastore rifiutato (cfr. Zc 11,4-17) e ucciso (cfr. Zc 13,7-9) che mediante la sua morte porta la salvezza, e ancora l'immagine del trafitto (cfr. Zc 12,10) al quale tutti avrebbero volto lo sguardo.

- Nel secondo quadro (vv. 6-9) Gesù sale verso Gerusalemme. Lungo questa via la folla dei pellegrini, che come Gesù sono venuti a Gerusalemme, lasciandosi probabilmente contagiare dall'entusiasmo dei discepoli, “stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via” (v. 8). Il mantello, per l’ebreo, è segno di dignità. Per il povero, poi, è tutta la sua ricchezza: in mancanza di casa si serve di esso per difendersi dal freddo della notte. Ecco perché la legge prevedeva che quando il povero era costretto a dare in pegno il suo mantello, gli venisse restituito la sera. Il gesto della folla – che era segno di sottomissione al Messia, probabilmente da molti ancora visto come Messia potente sotto il cui dominio porre le proprie vite – suggerisce che chi vuol seguire il Signore, deve saper buttare il proprio mantello sulla via regale che sale a Gerusalemme; in altre parole deve saper investire tutte le sue ricchezze nel seguire il Crocifisso. Ciò che la folla fa come “segno”, il cristiano deve farlo come “realtà”.

È da notare che c’è anche della gente che “taglia” dei rami dagli alberi. Questo gesto richiama il salmo 118: “Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare” (Sal 118,27). Questo salmo apparteneva in un primo tempo alla liturgia di Israele per i pellegrini, con la quale essi venivano salutati all'ingresso della città o del tempio. È quanto dimostra anche la seconda parte del versetto: “Vi benediciamo dalla casa del Signore”. Era una benedizione che dai sacerdoti veniva rivolta ai pellegrini in arrivo. Ma l'espressione “che viene nel nome del Signore” nel frattempo aveva assunto un significato messianico. Anzi, era diventata addirittura la denominazione di Colui che era stato promesso da Dio. Così, da una benedizione per i pellegrini, l'espressione si è trasformata in una lode a Gesù, che è salutato come Colui che viene nel nome del Signore, come l'Atteso e l'Annunciato da tutte le promesse.

“Osanna al figlio di Davide! ...” (v. 9). Anche la folla, come i ciechi di Gerico, grida a Gesù e, citando il Sal 118,25-26, lo proclama “figlio di Davide”, cioè Messia. È interessante: Gesù non contrasta l’acclamazione della gente. Si lascia attribuire il titolo di “messia”, anche se la modalità non è quella che tutti si aspettavano. Sarà Messia secondo i carmi del servo di Jahvé.

- Infine nel terzo quadro (vv. 10-11), sempre sullo sfondo di Ml 3,1 ss, si ha l’entrata del Signore nel suo tempio, ridonando ad esso la vera funzione (episodio seguente: 21,12-17). Si noti l'annotazione dell'evangelista: “Tutta la città fu presa da agitazione e diceva: 'Chi è costui?'. E la folla rispondeva: 'Questi è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea” (vv. 10-11). In Matteo è chiaro che la folla dei pellegrini che acclama Gesù non erano gli abitanti di Gerusalemme. Il parallelismo con la narrazione dei magi dall'oriente è evidente. Anche allora nella città di Gerusalemme non si sapeva niente del neonato re dei Giudei; la notizia di ciò aveva lasciato Gerusalemme “turbata”; Matteo usa il termine greco che significa lo sconvolgimento causato da un terremoto. Questa reazione della città preannuncia il rifiuto del Messia che entra in essa; e insieme richiama le parole di Gesù nel discorso escatologico nel quale ha annunciato la tragedia di Gerusalemme, che è la conseguenza di chi non riconosce il suo messia.

Questo segno compiuto da Gesù, il settimo – siamo quindi al vertice dell'opera del Signore – viene compiuto a Betania nel contesto della festa della dedicazione del tempio. Durante questa festa, nella liturgia veniva proclamato il Salmo 30, in cui al v. 10 il salmista proclama: «Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?». Il segno pertanto si inserisce all’interno di quella fede d’Israele che già era consapevole che la morte non poteva separare da Dio.

Lazzaro è malato, le sorelle mandano a dire a Gesù: “il tuo amico (letteralmente: ‘colui che ami’ - agapao) è malato” (v. 3). Lazzaro rappresenta tutti coloro che Gesù ama. La loro è una preghiera dolcissima non pretenziosa.  Gesù risponde loro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Malattia e morte sono per la “gloria di Dio”, ossia per il pieno compimento del disegno del Padre a favore degli uomini; disegno che si compie con la glorificazione del Figlio che ha il suo compimento quando Egli  è innalzato sulla croce. 

• La discussione tra Gesù e i discepoli (vv. 7-16). Gesù, prendendo ora l’iniziativa, parla in prima persona ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” (v. 7). Gesù affronta il viaggio consapevole che questo comporta il rischio della morte. Egli è il pastore buono che, per la salvezza degli amici, non teme di mettere in pericolo la sua vita, anzi la offre per loro (cfr. 10,11).

Di fronte alla decisione di Gesù, i discepoli protestano: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (v. 8). Quando si profilano scenari di morte i discepoli sono sconvolti, temono per la vita del Maestro e tentano di dissuaderlo ad andare a Gerusalemme. Ma Gesù è deciso a dare la sua vita; deve seguire il suo cammino, quel “passaggio” fissato dall’alto, donato dal Padre suo.  E dice loro il segno che intende compiere: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (v. 11). La morte, nell’itinerario di fede, è come un sonno, perché riletta in vista della risurrezione: come ci si sveglia dal sonno, così tutti ci risveglieremo nella risurrezione dei morti. Ma i discepoli non comprendono. 

• Gesù e Marta (vv. 17-28). Quando Gesù arriva a Betania Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro (cfr. v. 17). Una tradizione rabbinica ritiene che, dopo la morte, l’anima del defunto si “aggiri” intorno al corpo per tre giorni. Quindi siamo al quarto giorno, Lazzaro è definitivamente morto.

Nella casa del defunto, intanto, è radunata una folla di amici venuta a piangere il morto e a consolare le due sorelle (cfr. vv. 18-19). Mentre costoro sono venuti a mostrare solidarietà all’irrimediabilità della morte, Gesù è venuto per destare Lazzaro e incontrarlo.

Marta incontra Gesù e gli dice: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (v. 21). Dando sfogo al proprio dolore, essa collega la perdita del fratello all’assenza di Gesù. Nelle sue parole non c’è rimprovero, ma fede. Crede che la presenza del Signore preservi dalla morte. Anzi la sua fede va oltre: è convinta che lui possa agire a dispetto di quella condizione apparentemente immodificabile: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio te la concederà” (v. 22). Ella sa che ora egli può compiere il miracolo. Più che una richiesta questa è una confessione. La sua fede è rivolta più alla persona di Gesù che al gesto che egli può compiere. La fede di Marta – pur così bella – è tuttavia ancora imperfetta. Infatti riconosce nel Maestro un intermediario della vita, ma lui non è solo questo: è la vita stessa.

Gesù, tuttavia, sorregge la fede della donna e risponde alla sua attesa: “Tuo fratello risusciterà” (v. 3). E lei: “So che lo risusciterà nell’ultimo giorno”. Marta crede nella risurrezione dell’ultimo giorno, escatologica. Ma adesso? Ecco il problema: quale rapporto ha adesso Gesù con la morte e il cristiano con la morte? Marta non comprende che la risurrezione e la vita sono realtà presenti, fin da ora, nel Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (vv. 25-26). Dicendo “Io sono” Gesù rivela e afferma che nella sua persona si fa presente, qui e ora, la risurrezione e la vita eterna. Egli non è solo il rivelatore, ma anche il donatore di questa vita eterna. È la risurrezione. La vita eterna può essere attesa per l’ultimo giorno, proprio perché è presente oggi nella persona di Gesù. Così, ciò che Gesù sarà per Lazzaro, può esserlo per tutti gli afflitti. La storia del miracolo di Lazzaro diventa, a questo punto, un discorso di rivelazione significativo per tutti.

“Chi crede in me, anche se muove vivrà”. Nella fede viene pertanto superata la frontiera della morte corporale. Chiunque nella sua vita temporale crede in Cristo, si appoggia totalmente a lui, si fida a lui, vive aggrappato a lui, non morirà per sempre.

 “Credi tu questo?”. Il Maestro sospinge Marta – e ciascuno di noi – a passare da una generica fede nella risurrezione alla fine dei tempi, ad una fede attuale nella nostra risurrezione in lui; a una fede in una vita in Dio, già oggi operante in Gesù. “Se credi vedrai la gloria di Dio” (v. 40). La gloria di Dio manifestata nel cuore stesso della morte! È il paradosso cristiano, la novità assoluta: la Vita non è annientata dalla morte, ma addirittura si serve di essa. Liberati da questo Dio crocifisso, Gesù, che ha assunto la nostra morte.

Il culmine di questo dialogo è rappresentato proprio dalla risposta di Marta: “Sì, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v. 27). Marta aderisce a lui come Messia e Figlio di Dio. Ha compreso che Gesù non è un semplice intermediario tra l’uomo e Dio, ma il donatore stesso della vita eterna, la salvezza fatta persona.

• Gesù e Maria (vv. 28-37). Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Maria era rimasta in casa seduta, come si conviene a una donna in lutto. Solo quando Marta ritorna dall’incontro con lui e di nascosto le riferisce: “il Maestro è qui e ti chiama” (v. 28), si alza (letteralmente: “risuscitò”) in fretta, esce di casa e va a incontrarlo. Rispondere a Gesù, muoversi in fretta verso di lui, raggiungerlo “dove si trovava” significa risuscitare, essere partecipi di colui che viene. I Giudei la seguono e pensano che vada a piangere al sepolcro. Maria vede Gesù, si butta ai suoi piedi con una fiducia totale nel Maestro e ripete le parole della sorella: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (v. 32). Marta aveva aggiunto: “Ma anche ora…”. Maria non aggiunge parole, ma compie dei gesti. Il suo gettarsi ai piedi di Gesù contiene già il riconoscimento che egli è il Figlio di Dio. È nella fede che ella dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di donna ferita negli affetti più profondi. È talmente vera che riesce a coinvolgere nel suo sentire non solo coloro che l’hanno seguita, ma lo stesso Gesù. Da lei si genera come un vortice che coinvolge, nella commozione, chi le sta attorno, compreso il Signore.

Il Maestro, difatti, ascoltando la seconda volta il medesimo grido di angoscia e vedendo piangere Maria e i Giudei che erano venuti con lei, “freme nell’intimo” (vv. 33.38), “si turba” (v. 33), “piange” (v. 35).

Gesù “freme nell’intimo”. Il termine greco designa un’eccitazione irata, un fremito interiore di collera. Quella di Gesù, dunque, non è una semplice commozione di fronte al dolore altrui. La sua è una ribellione di fronte alla presenza tragica della morte, sentimento di cui neppure Gesù si è vergognato. Il testo dice: “fremette nello spirito e in se stesso” . Lo spirito di Cristo, necessario per appartenergli (Rm 8,9), è lo stesso spirito di Dio che aprirà i sepolcri e farà rivivere (Ez 37,12-14) coloro che sono morti a causa del peccato (Rm 8,10), perché in loro ha scelto di porre la sua abitazione (Rm 8,9).

Gesù, inoltre, rimane “turbato”. Questo atteggiamento ricorre anche nel contesto della passione. Di fronte all'ora imminente della morte dirà: “La mia anima è turbata” (12,27).

Gesù, dunque, “freme nell’intimo” e “si turba” perché la morte di Lazzaro, “colui che ama”, prelude il giungere della sua ora, l’ora delle tenebre. Di fronte al fatto che il ritorno al Padre passa inevitabilmente per la passione, lo stesso Gesù reagisce con una lotta interiore. Lotta che troviamo espressa anche nei Salmi: “Perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi?” (cfr. Sal 42,6.12; 43,5). Egli è turbato, sa che non può sottrarsi alla morte. È questo l’itinerario del Figlio dell’uomo, il comando che ha ricevuto dal Padre.

Il turbamento e il pianto silenzioso di Gesù rivelano, anche, l’amore del Padre che, attraverso di lui, giunge ai discepoli. Sono le lacrime di Dio dinanzi alla morte che separa gli esseri. Esprimono la compassione del Padre che deve consentire alla prova del Figlio, affinché gli uomini possano tornare ad amare Dio e  a vivere come fratelli.

Infine questo fremere “fremere”, cioè questo moto d’indignazione e d’ira, è anche provocato dalla incredulità dei giudei che sono venuti a “consolare” Maria. Alcuni di essi, infatti si chiedono: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (v. 37). Sono persone che, nonostante il segno del cieco nato, non sono giunti alla “vista” della fede.

È poi da notare che il pianto di Gesù - diversamente dai pianti  disperati dell’uomo che non crede e che vede solo il volto mostruoso della morte (in greco: klaio = strepito, pianto a dirotto) è sì un pianto di dolore,  che però rimane sempre filiale nei confronti del Padre.    Ciò viene segnalato dal verbo usato per Gesù: dakryo. Paolo scriverà che noi siamo sconvolti, ma non disperati, provati, ma non distrutti (cfr. 2Cor 4,7 ss).  Il pianto di Gesù – come ben capiamo – dev’essere anche il pianto del discepolo, del cristiano.

• Gesù ridona la vita a Lazzaro (vv. 38-44). A questo punto l’evangelista descrive l’azione di Gesù che, ancora scosso interiormente, si reca al sepolcro. Un’azione triplice: verso gli uomini, verso Dio, verso il defunto.

Verso gli uomini, ai quali dice con forza: “togliete la pietra!”. È un comando che esige molta fede e che fa rischiare lo scandalo: che cosa significa infatti togliere la pietra a uno che è sepolto da quattro giorni (menzione che evidenzia la definitività della condizione di Lazzaro)? È questa la protesta di Marta, quella del buon senso: “Signore, già puzza; è di quattro giorni” (v. 39). E Gesù replica, richiamandola alla fede: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Prima le aveva detto: “Credi tu questo?” ed ella aveva affermato: “Sì, Signore, credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo”. Adesso, invece, la fede non la sorregge e, di fronte al comando di Gesù, si rifiuta di accettare l’assurdo, il ridicolo, e il Signore la esorta alla fede. La gloria di Dio, che si manifesterà attraverso la vicenda di Lazzaro (cfr. v. 4) è la fede in Gesù come risurrezione e vita (cfr. vv. 25-26). Nella sua risurrezione egli rotolerà definitivamente la pietra che separa i fratelli dalla vita, benché sia molto grande (cfr. Mc 16,4), tanto grande da gravare su tutti. Se crediamo in lui e viviamo del suo amore, siamo già passati dalla morte alla vita (cfr. 1Gv 3,14).

“Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (v. 41). In questa preghiera di Gesù la sua relazione con il Padre viene vissuta davanti agli uomini; è il momento culminante, in cui Gesù rivela sé stesso e la sua unità con il Padre. Come il Padre ha il potere di far risorgere, così ha dato al Figlio il potere di vivificare i morti; come il Padre all’inizio della creazione, ha tratto dal nulla tutte le cose, così ha dato al Figlio di trarre il bene dal male, dalla morte la vita, dal peccato il perdono. Gesù ringrazia il Padre perché sempre ascolta il Figlio, come il Figlio sempre ascolta il Padre; vivono infatti dell’unico Spirito, che è il loro amore reciproco. Quello stesso Spirito di vita che vuole donare agli uomini.

“Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43); parola di risurrezione, che trae appunto fuori dalla morte. Gesù con gran voce gridò (cfr. 12,13; 18,40; 19,6.12.15; cfr. gridò: 7,28.37; 12,44). È l’anticipo della risurrezione finale, quando coloro che sono nei sepolcri udranno la voce della tromba.

Gesù chiama Lazzaro, il morto, per nome; lo chiama presso di sé, alla sua sequela (cfr. Mc 1,17; Mt 4,19): “Hai gridato, hai infranto la mia sordità” (sant’Agostino). È una chiamata che avviene attraverso un “grido”. Il morto esce ancora legato dalle bende e col viso coperto dal sudario (cfr. v. 44). Esce dalla morte totalmente passivo, non può vivere completamente finché non sarà slegato e liberato. Vi è qui un’allusione a contrario della risurrezione di Gesù. Essendosi consegnato da sé stesso, Gesù risorto lascerà là le bende riposte e il sudario arrotolato a parte (cfr. 20,3-10). Le bende, che Lazzaro si tiene ancora addosso, sono il simbolo di un suo ritorno temporaneo sulla terra: a suo tempo dovrà morire. Gesù, al contrario, le abbandonerà definitivamente.

“Gesù dice loro: Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44). Fuori dalla tomba, egli rappresenta una prima profezia dell’ora “in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno” (5,25) e dell’ora “in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno” (5,28-29). Lazzaro è ormai il segno vivente che in Gesù e per mezzo di lui niente è perduto; nella morte stessa è già presente la vita e la gloria di Dio.

Compiuto il miracolo, Gesù si mette da parte e lascia che il miracolato, posto di nuovo nella sua libertà di scelta, faccia la sua strada. Il racconto termina lasciando il lettore di fronte a Lazzaro vivo, ma muto. Questo ci conferma che il centro del racconto è Gesù stesso in cammino verso la sua ora di morte e risurrezione.

Il racconto del vangelo di questa IV domenica di Quaresima inizia con un cieco (v. 1) che conquisterà la vista e termina con i farisei (v. 41) che sono diventati spiritualmente ciechi.

Tale progressione in positivo e in negativo è chiaramente evidenziata dall’evangelista. Infatti:

- Se si osserva il cammino del cieco sanato si nota che le sue affermazioni rivelano una sempre più profonda conoscenza di Gesù. Interrogato dai vicini circa la sua guarigione, egli risponde: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango e...” (v. 11). Indagato dai farisei, il cieco lo proclama profeta (v. 17). Nel secondo confronto egli testimonia: “Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v. 33). Infine, nell’incontro con Gesù confessa: “Io credo, Signore” (v. 38).

- A questa illuminazione progressiva corrisponde un altrettanto palese ottenebramento dei farisei/giudei. All’inizio sembrano accettare il fatto della guarigione contestando unicamente che sia stata compiuta in aperta violazione del precetto sabbatico (vv. 15-16). Alcuni vogliono comprendere e per questo interrogano il cieco (v. 17). Nella seconda valutazione incominciano a mettere in discussione il fatto della reale cecità dell’uomo chiedendo informazioni ai genitori sulle condizioni precedenti del figlio, cercando di dimostrare che in realtà non è mai stato cieco (vv. 19-21). Inoltre, chiedono un supplemento di informazioni all’uomo sanato circa le modalità della sua presunta guarigione, con l’intento di trarlo in trappola (vv. 26-28). Appare evidente che non interessa affatto conoscere la verità. Infatti, qualsiasi cosa egli dica non ammetteranno mai l’origine celeste di Gesù (v. 29), anzi squalificano il cieco stesso “nato tutto nei peccati” (v. 34). Si comprende allora il severo giudizio di Gesù sulla loro presunzione e sulla loro incredulità (vv. 39-41).

Un altro motivo di contrasto emerge dall’atteggiamento umile del cieco che confessa ripetutamente la sua ignoranza (vv. 12.25.36) e i farisei che al contrario ostentano sicurezza e presunzione (vv. 16.24.29).

> Queste osservazioni sono sufficienti ad orientare l’interpretazione del racconto che vuole essere testimonianza del difficile percorso della fede, illustrazione e drammatizzazione di quanto Gesù aveva in precedenza affermato: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12). Gesù è luce, l’uomo che l’accetta viene gradualmente illuminato e approda alla fede, l’uomo che si chiude ostinatamente e presuntuosamente ne viene accecato.

• Ambientazione (vv. 1-5). Il racconto è posto significativamente dopo la dura reazione dei giudei ad un discorso di Gesù, da lui accusati di non accogliere la testimonianza di Abramo in suo favore (cfr. 8,56). La chiusura è totale e astiosa: “Raccolsero pietre per scagliarle contro di lui” (8,59). In questo contesto di opposizione Gesù prende l’iniziativa e “passando vide un uomo cieco dalla nascita”. La situazione dell’uomo non è conseguenza del suo peccato o dei suoi antenati, come riteneva l’opinione comune a quel tempo. L’essere nato cieco non è dovuto a un castigo di Dio. Al contrario, Dio vuole che ogni uomo sia libero dalla situazione di infelicità e goda della luce. La cecità fisica è presa come immagine per indicare la cecità spirituale, propria di chi non sa dov’è, da dove viene e dove va. Il cieco nato è il simbolo di ogni uomo, la cui natura è ferita dal peccato originale, inteso come una privazione, una incapacità di vedere Dio. Nati così, naturalmente così, incapaci di vedere Dio, cioè di incontrarlo, di conoscerlo, di amarlo, di avere una relazione buona con Dio. Per questo la condizione del cieco è il luogo ideale perché “si manifestassero in lui le opere di Dio”. L’opera di Dio è definita da Gesù “essere luce nel mondo” (v. 5). Risuona la solenne affermazione del prologo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (1,9).

Si noti che il cieco non proferisce alcuna parola. Non c’è richiesta di aiuto, non c’è reazione a quanto Gesù sta per compiere. Come era accaduto con la Samaritana, Gesù agisce, anzi provoca, senza essere stato interpellato.

• La domanda dei discepoli. Prima del segno che Gesù compirà c’è la domanda dei discepoli. Vogliono capire se è lui o se sono i suoi genitori ad aver peccato. Gesù non solo contrasta questa pseudo-teologia dei discepoli – ossia che la cecità sia segno di una punizione divina -, ma  - come abbiamo già detto - afferma che tale cecità “è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. In altre parole: il cieco nato è un segno di ciò che è ogni uomo, perché ogni uomo è peccatore; e ciò che Gesù farà a tale cieco è segno di quell’opera di Dio che Egli compirà con il mistero pasquale per chi crede in lui: far diventare tale uomo tabernacolo della gloria di Dio; fare di lui una “nuova creatura”.

Dicendo ciò Gesù mostra peraltro di aver intuito di dover compiere questa sua missione in fretta. Ormai non ha più molto tempo a disposizione per portarla a termine. “Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”, cioè devo portare a termine la missione che il Padre mio mi ha dato; quando verrà la notte del male non potrà agire; sarà il Padre a dover agire, risuscitandolo.

• La narrazione del segno (vv. 6-7). Il racconto è molto sobrio e povero di dettagli. Gesù “fece del fango con la saliva”: era una delle opere proibite in giorno di sabato. Per di più il gesto con cui compie il prodigio è impensabile: il fango sugli occhi, secondo la logica, peggiorerebbe la cecità anziché guarirla. Ma questo gesto, insensato per la logica umana, ha senso solo in riferimento a Cristo. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama infatti il fiume d’acqua viva dello Spirito (7,37s), il sangue e l’acqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), l’acqua viva promessa alla Samaritana: è lo Spirito che ci fa nascere dall’alto (3,3). Il gesto di Gesù, cioè il fare del fango con lo sputo, richiama la creazione dell’uomo, fatto dalla terra (Gen 2,7; Is 64,7). Quello che Gesù fa – mimando quando fece il Creatore in Gen 2,7 – è dunque una creazione nuova: il fango non è più impastato con l’acqua ma con lo Spirito.

“unse con il suo fango sugli occhi”. La parola ungere (la CEI traduce: “spalmò”) richiama l’Unto, il Cristo. Egli è insieme uomo e Dio, che ci salva dall’oscurità delle tenebre del peccato che ci conducono al fallimento della nostra vita. Gesù pone davanti agli occhi del cieco sé stesso, l’uomo nuovo, perché apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi così sua vita. Se per gli ebrei il “fare il fango” è una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per Gesù è l’azione sabbatica per eccellenza, la nuova creazione. È il fine per cui è venuto nel mondo, il compimento della sua missione.

Poi Gesù ordina: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”. Gesù non guarisce il cieco all’istante. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso Naaman, di andare a lavarsi (cfr. 2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti l’uomo nuovo. Sta ora al cieco dire sì o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libertà di ascoltare o meno la Parola. In questo modo Gesù pone nelle mani del cieco la stessa possibilità di ricuperare la vista, di lasciarsi illuminare da Cristo. L’accoglienza di questo dono è insieme azione di Dio (che rende possibile la liberazione) e dell’uomo (che liberamente l’accoglie).

È bene ricordare che Gesù, che invia il cieco alla piscina di Siloe, si è già identificato con questa sorgente (cfr. 7,37ss), dalla quale si attingeva l’acqua per la festa delle Capanne. “Siloe” è tradotto dall’evangelista come “inviato”, uno dei titoli di Gesù, il Figlio inviato dal Padre (cfr. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Gesù ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in Lui, inviato dal Padre, che si è presentato ai suoi occhi. La fede è accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre nel mondo, ottenebrato dal male e dal peccato, proprio per portarvi la “luce”, per donarci la nostra verità di figli.

È chiaro, allora, che Giovanni ci sta dicendo tutto questo per dirci il valore del Battesimo.

“Quegli andò”. Non una parola. Non un “ma”, né un “perché”. Semplicemente obbedisce in silenzio, con la sua fede, a un tempo vacillante e coraggiosa, che si è risvegliata in lui in questo incontro con Gesù. Si noti un particolare: come fa il cieco, che ancora non vede, e che per di più ha la faccia imbrattata di fango, a muoversi in quell’ambiente fino a portarsi alla piscina?  Evidentemente, pur non vedendo l’ambiente in cui si muoveva, nella fede giù vedeva! Vedeva ciò che l’Inviato voleva compiere in lui!

“si lavò e tornò che ci vedeva”. La disponibilità del cieco è premiata con la guarigione. È inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per chi non ha mai visto nulla. La fede in Gesù lo ha illuminato.

Si noti che nel vangelo di Giovanni, come abbiamo visto in questo brano, c’è una profonda connessione tra il vedere e l’ascoltare. Chi crede sa ascoltare e vivere la parola ascoltata, e, allo stesso tempo, vivendola, giunge alla visione. “Se crederai - dirà Gesù a Marta - vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). La fede è qui tratteggiata come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. Nella misura in cui aderisco e vivo la Parola di Gesù sono capace di “vedere”, di vedere Lui, la sua azione, scorgendolo nelle cose, nelle persone e negli eventi della vita, anche nelle sofferenze, nelle contraddizioni, nelle croci di ogni giorno. Ciò che è invisibile a causa del peccato, diventa visibile per l’uomo nuovo. Divento capace di riconoscere la presenza di Lui che ha già dato la vita per me e mi vuole salvare: mi ha rigenerato nel Battesimo e mi conduce con il suo Spirito ad una pienezza di vita. Lo so riconoscere vedendo “oltre” la banalità di ciò che vedono gli occhi del corpo, dietro il velo delle cose immediate. Lo vedo con gli occhi della fede e con l’amore del cuore.

Ricordo che Papa Francesco nell’udienza del 19.02.2022, commentando il vangelo dell’incontro di Gesù con il cieco nato (Gv 9,1-41) ai numerosi ciechi e ipovedenti che erano lì presenti, disse: «Il paradosso è questo: quell’uomo cieco, incontrando Colui che è la Luce del mondo, diventa capace di vedere, mentre quelli che ci vedono, pur incontrando Gesù, restano ciechi. Questo paradosso attraversa molto spesso la nostra stessa vita e i nostri modi di credere». E, dopo aver citato l’espressione di Saint-Exupéry del Piccolo principe, continua: «Vedere con il cuore è vedere il mondo e i nostri fratelli attraverso lo sguardo di Dio».

Per ora il cammino di fede dell’uomo nato cieco è appena agli inizi. Una guarigione piena avviene nel dialogo successivo, nel quale il cieco ormai guarito è provocato a dare testimonianza, occasione nella quale opera un approfondimento della sua fede, fino a giungere alla professione: “Io credo, Signore!” (v. 38) prostrandosi davanti a Gesù.

Vediamo allora molto brevemente i vari dialoghi con l’ex cieco.

• La reazione dei vicini e dei conoscenti (vv. 8-12). La guarigione del mendicante cieco crea spaccatura già tra i “vicini e conoscenti” ai quali era ben nota la sua condizione precedente. C’è, infatti, chi lo riconosce, chi invece nega la sua identità (sarebbe uno che gli assomiglia). E non è sufficiente che lo stesso miracolato dichiari la propria identità (“sono io”: v. 9), ribadendo che la guarigione è avvenuta lavandosi nella piscina di Siloe.

• La prima reazione dei farisei (vv. 13-17). Il dissenso che si era verificato tra i conoscenti ora si manifesta anche tra coloro che sono ufficialmente deputati a interpretarne il significato: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato” (v. 16), ma altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?” (v. 16b). Per alcuni Gesù è colpevole, peccatore (le opinioni – ben altra cosa dalla ricerca sincera – soffocano la verità), per gli altri no.

A motivo di questa divisione i farisei si rivolgono per un parere al guarito: “Tu cosa pensi di colui che ti ha aperto gli occhi?”. È proprio questa domanda dei farisei a indurre il cieco a riflettere sull’identità di colui che gli ha ridato la vista. L’uomo guarito, superando una comprensione ristretta della legge – è peccatore chi opera di sabato –, dichiara che Gesù è un profeta, un inviato da Dio (v. 17). L’ironia giovannea spunta sottilmente: i dotti farisei non sanno capire nulla circa l’origine di Gesù. Il semplice mendicante invece squarcia il velo della realtà di Gesù.

• I genitori interrogati dai giudei (vv. 18-23). La testimonianza dell’uomo non è ritenuta credibile, anzi si mette in dubbio che egli sia stato davvero cieco. Vengono allora interrogati i genitori. Pongono a loro tre domande: identificano il miracolato con il loro figlio? Garantiscono che sia nato cieco? Come spiegano la situazione attuale? Alle prime due domande rispondono senza difficoltà, perché si tratta di dati sotto gli occhi di tutti. Sono però evasivi sulla terza risposta che li impegna in prima persona: “Come poi ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di sé stesso” (v. 21). Evidentemente temevano i giudei. “Infatti i giudei avevano stabilito che se uno avesse confessato Gesù come Cristo fosse espulso dalla Sinagoga”. Ricordiamo che l’espulso veniva trattato come un appestato, non si poteva avere rapporti con lui, è la morte sociale.

In questi genitori sono personificati tutti coloro che rifiutano di prendere posizione quando bisogna pagare di persona, coloro che desiderano apparire come tutti gli altri, quando non essere allineati significa essere presi di mira. Meglio l’affinità ipocrita, ma tranquilla, che una diversità sincera, ma scottante.

• Seconda interrogazione dei giudei (vv. 24-34). I giudei pretendono dal miracolato una chiara e precisa confessione sulla colpevolezza di Gesù: “dà gloria a Dio!” è una formula biblica per obbligare uno a dire la verità e rendere così onore a Dio che, in caso contrario, verrebbe offeso (cfr. Gs 7,19). In questo secondo confronto con l’autorità l’evangelista rivela che quello spiraglio di disponibilità che si era manifestato nel primo dialogo si è definitivamente chiuso. Viene, infatti, emessa la sentenza: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore» (v. 24). Non c’è alcuna incertezza nel giudicare negativamente l’operato di Gesù. Nella loro ostinazione sono diventati ancora più ciechi.

Al “noi sappiamo” dei capi, l’ex cieco oppone l’“io so” di un uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ciò che sa. Egli non sa definire con precisione chi sia Gesù, però è altrettanto sicuro che Dio non ascolta i peccatori, anzi solo chi è timorato di Dio e fa la sua volontà è da Dio ascoltato. Fino a giungere a dire: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla”. Costui non è solo un “timorato”, ma anche di più: egli può parlare e agire in forza del suo rapporto intimo con Dio.

In questo colloquio drammatico si manifesta la grandezza dell’uomo che può lasciarsi illuminare dalla luce, come al contrario può preferire le tenebre, illudendosi di vedere.

• Il colloquio tra Gesù e il cieco (vv. 35-39). È il culmine del racconto. È ancora Gesù che assume l’iniziativa nel momento in cui l’ex cieco è scacciato dalla sinagoga. Non lo lascia nella solitudine – e allo stesso modo non ci lascia nelle nostre solitudini per la nostra fede in Lui -, ma lo incontra una seconda volta per fargli un dono più grande del primo: quello della luce della piena fede, portando così a termine l’opera di illuminazione a cui il guarito aveva positivamente collaborato.

Gesù pone ora la domanda verso cui il segno era orientato sin dall’inizio: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” E alla domanda del miracolato: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”, risponde: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui” (vv. 35.37). La sequenza richiama quella della Samaritana: “So che deve venire il Messia: quando egli verrà ci annunzierà cosa”. Le disse Gesù: “Sono io [Io-sono] che ti parlo” (Gv 4,26). Così il cieco: “Io credo Signore! E gli si prostrò innanzi” (v. 38). È questo il momento in cui il cieco è pienamente illuminato: vede il Signore che parla con lui e aderisce a lui. Il cieco ora è pienamente risanato: in lui si è manifestata l’opera di Dio (v. 3). Ora egli vede pienamente con gli occhi della fede.

•  Il giudizio di Gesù (vv. 39-41). Ora si compie il giudizio: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (v. 41). La presunzione di non aver bisogno di lui, la pretesa di vedere rende ciechi e incapaci di scorgere la luce vera. I giudei con la loro autosufficienza hanno reso vano il disegno di Dio (cfr. Lc 7,50). Per Giovanni il peccato per eccellenza è quindi l’incredulità di chi resiste ai segni di Gesù e all’azione dello Spirito. Questo spiega la durezza dei giudizi di Gesù nel vangelo di Giovanni: “Morirete nel vostro peccato” (8,21); “il vostro peccato rimane” (9,41); “C’è un peccato che conduce alla morte” (1Gv 5,16).

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