La liturgia della Parola di questa domenica ci ricorda che, nel frammento di tempo della nostra vita, il credente è alla ricerca di Dio, di un volto che già si è rivelato in Cristo, ricercando la sua presenza nel presente, in attesa dell'incontro definitivo. Nel libro della Sapienza è bella la definizione che viene data al popolo di Dio: è "il popolo che cerca YHWH" (Is 65,10). In realtà siamo cercati da Dio prima che noi stessi ci mettiamo in cerca di Lui. Egli, infatti, è già sul nostro cammino: nella fede e nella disperazione, nella malattia e nel vigore, nel peccato e nella morte. Dio è sempre in attesa di chi lo cerca.

Colui che poi cerchiamo è - come leggiamo nel Vangelo - lo Sposo. Già l'Antico Testamento ci parla di Dio in termini di  Sposo di Israele, espressione che vuole sottolineare che il legame di Dio con il suo popolo non è solo giuridico, ma affettivo e sponsale. Si pensi in particolare ad Osea 2, dove l'alleanza con Dio e Israele è presentata come una
storia nuziale, intrisa di tenerezze e gelosie, tradimenti e ritorni, e Isaia 54, dove stringendo un patto matrimoniale con Israele, Dio le ha tolto il disonore dell’abbandono e, perdonando la sua infedeltà, le ha cancellato la vergogna del tradimento.

Matteo inserisce la relazione sponsale in una parenesi che concerne la vigilanza. Alla sua comunità che - dopo gli entusiasmi iniziali dell’adesione a Cristo - rischiava il sonno e la pigrizia,
Matteo ricorda il dovere della vigilanza. Lo fa con tre parabole: il servitore che attende il ritorno del suo signore, le dieci vergini sagge che vanno incontro allo sposo e i servitori che mettono a frutto i talenti affidati.

Leggiamo ora la parabola. Anzitutto facciamo notare che in essa viene precisato il numero delle vergini in attesa: dieci. Esse rappresentano tutta l’umanità. Il numero 10, infatti, è simbolo dell’assemblea. Tutta l’umanità - che ne sia consapevole o meno - alla fine incontrerà il Signore. 

Tutte le dieci vergini - continua la parabola - presero le lampade. La lampada, che deve essere accesa per illuminare, è l’immagine del nostro corpo. Se il cristiano è acceso dallo Spirito del Signore produce luce. Il suo corpo diventa luminoso. Il senso della vita è proprio questa trasfigurazione del corpo e di tutta la creazione attraverso l’amore responsabile per il Signore.

Tutte e dieci “uscirono”. La vita è tutta un’uscita. Si esce materialmente dal grembo materno. Ma si deve uscire anche dall’Egitto, dalla schiavitù del proprio io (conversione). Alla fine si esce anche da questa vita. Tutta la vita è allora un esodo, un’uscita incontro allo sposo, sia per il saggio come per lo stolto. La differenza tra lo stolto e il sapiente si vede dal risultato finale. Nella parabola cinque vergini erano stolte e cinque prudenti.

“Le stolte presero le lampade, ma non presero con sé l’olio” (v. 3). Chi sono le vergini stolte? Il termine, che letteralmente significa “matte” o “pazze” è lo stesso che l’evangelista usa in 7,26 quando parla dell’uomo che costruisce la casa sulla sabbia. Solo un matto fa una cosa del genere: alla prima fiumana la sabbia viene portata via e la casa è crollata. E Gesù diceva: questo “stolto” è “chiunque ascolta le mie parole e non le mette in pratica…” (7,26). Quindi le vergini matte rappresentano qui credenti che sono entusiasti del messaggio di Gesù, però non lo praticano. Sono persone che  non hanno discernimento, cioè non sanno come mettere in pratica la parola che ascoltano, calandola quindi nella vita concreta. Sagge (in greco: fronimòs) sono invece le vergini lungimiranti e prudenti, sanno cioè fare il discernimento e tradurre la parola di Dio, costruendo la propria casa sulla roccia.

“Le sagge... presero dell’olio con sé in piccoli vasi” (v. 4). A volte l’olio è segno dello Spirito. Può significare anche le opere buone. Gesù aveva detto infatti: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). L’unica cosa che ci dà la capacità di superare la soglia della morte e di entrare nella pienezza della comunione con Dio è il bene concreto che avremo fatto agli altri. Tutto il resto non serve a niente. Mi sembra però che in questa parabola l'olio ha un significato più generico, ma altrettanto concreto: la relazione con Dio. Sì perché è nel presenta che diciamo sì a Lui nella preghiera, che ci lasciamo illuminare dallo Spirito Santo per comprendere la sua volontà, che facciamo il bene - quel bene che Dio si aspetta da ciascuno di noi e che altri non potrebbero fare -. Alla fine della parabola il giudizio sulle vergini stolte è significativo: il Signore dice: "non vi conosco". Cioè non ho avuto una relazione di conoscenza e di amore con voi. Viceversa il Signore "ha conosciuto" le vergini sagge, ha visto i loro momenti di ricerca di Lui e Lui si è fatto trovare; ha visto l'impegno per servirlo nei fratelli. I piccoli vasi, dunque, sono i quotidiani "sì", il modo in cui viviamo alla presenza del Signore cercando Lui nella preghiera, chiedendo la luce per vivere nella fedeltà secondo la sua volontà, servendolo nei fratelli... Quando un giorno saremo interrogati dal Signore non parleremo degli altri, di quelli che non hanno fatto, ma saremo interrogati personalmente sulla nostra fedeltà.

“Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono” (v. 5). La festa di nozze nella casa della sposa si concludeva nottetempo; poi la sposa insieme allo sposo si recava nella casa paterna dove si sarebbero celebrate le nozze e un nuovo festino. Le giovani fanciulle che andavano incontro allo sposo più che lanterne tenevano in mano delle fiaccole, cioè quei bastoni di legno che si usano nelle processioni con uno stoppino in cima imbevuto di materiale combustibile, da far ardere all’ultimo momento.

"Si assopirono tutte". Anche le sagge. Sì, perché ci sono momenti della vita nei quali facciamo fatica a trovare il Signore perché ci sembra lontano anche se nella fede sappiamo che Egli non ci abbandona; ci sono momenti di oscurità, di lotta, di stanchezza, di domande che non trovano risposta, di aridità... Ma se tutto ciò è vissuto con fede, pur con fatica, non rompe il nostro rapporto con il Signore. Le stolte, invece, continuano a vivere con quella superficialità che avevano in precedenza anche questi momenti.

“A mezzanotte si levò un grido: ecco lo sposo, andategli incontro!” (v. 6). È il grido di risurrezione. Tutti risorgeranno a quel grido. Tutti alla fine del tempo, nella morte, o avranno realizzato o avranno perso la vita. La morte è il banco di prova di come abbiamo vissuto la vita.

“Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade” (v. 7). Cioè presero l’olio (il combustibile), con esso imbevvero le fiaccole e le accesero. Ma alcune di loro si accorsero di non essersi procurate l’olio. Le vergini prudenti avevano “previsto” quello che poteva accadere, vale a dire hanno letteralmente visto in anticipo tutto lo svolgimento delle nozze. Si sono fatte domande, hanno indagato e si sono informate bene sui possibili scenari della cerimonia, hanno fatto appello a chi aveva esperienza in materia, hanno immaginato quello che poteva succedere, si sono preoccupata di poter affrontare ogni eventualità… In altre parole, erano “abitate” dal pensiero di partecipare alle nozze non hanno risparmiato né energia né fantasia per essere all’altezza del loro compito. Erano già dall’inizio partecipi delle nozze.

Le vergini stolte, al contrario, hanno lasciato coabitare il pensiero delle nozze con altri pensieri e hanno fatto solo il loro dovere, o poco più. Hanno assicurato il minimo – la lampada con dentro  l’olio -, hanno messo la coscienza a posto e non ci hanno pensato sopra molto di più.

“E le stolte dissero alle sagge. Dateci del vostro olio...” (v. 8). All’arrivo improvviso dello sposo la fiamma delle fiaccole non si poteva accendere tanto rapidamente: bisognava liberare gli stracci dai resti carbonizzati e innaffiare d’olio. Le stolte però si accorgono di non avere olio. Così è alla fine: chi non ha fatto la volontà di Dio, perché ha pensato solo a se stesso, solo alla fine si accorge di “non avere olio”. La parabola ci viene raccontata da Gesù per non accorgerci troppo tardi.

“Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi...” (v. 9). È interessante: nessuno ti può dare quest’olio. Ognuno ha il suo. Paradossalmente il tuo olio è l’amore verso il prossimo che hai dato. O ce l’hai o non ce l’hai. È lasciato alla tua libertà.

“Ora mentre quelle andavano per comperare l’olio...” (v. 10). È da notare che non è questione di cattiva volontà: anche le vergini stolte vogliono andare incontro allo sposo! Ma, in pratica, tutta la loro vita è stata un allontanarsi dal Signore perché non hanno fatto la volontà divina. Ed è in questo allontanarsi che arriva lo sposo. E, paradossalmente, esse credono di poter ancora fare in tempo...

“... e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa” (v. 10). Ecco il senso della vita: entrare con Lui alle nozze. Nel banchetto di nozze la porta veniva chiusa – sprangata in modo sicuro – quando gli sposi erano entrati con gli invitati – che sono in ogni modo molti – per impedire agli scrocconi e profittatori della regione di venire a mangiare a sbafo. Altro pericolo da evitare: permettere ai ladri, ai borsaioli e ad altri banditi di mescolarsi con la folla degli invitati.

La porta chiusa ci ricorda che viviamo una sola volta. È un’opportunità che non si ripete. In ogni istante, quindi, il cristiano gioca il destino della propria vita.

“Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, Signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco” (v. 11). Tutta la nostra vita dev’essere un riconoscere il Signore nelle singole azioni, cioè far la sua volontà. Allora saremo riconosciuti. L’espressione “non vi conosco” è la stessa che ha detto a quei discepoli che lo hanno assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuti prodigi” (cfr. Mt 7,22) e Gesù dice “non vi conosco” (Mt 7,23: “Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”). Gesù non riconosce nemmeno le persone che usando il suo nome compiono cose straordinarie, ma non compiono in realtà la volontà di Dio e non si preoccupano di ricercarla.

“Vegliate dunque” - è l’avvertimento finale. Ora sappiamo cosa significa il vegliare: è avere la saggezza. Quella saggezza che fa sì che in tutta la vita il cristiano si impegna a procurarsi l’olio; è la saggezza di chi – con intelligenza e con la “creatività dell’amore – compie la volontà di Dio momento per momento, non per dovere, ma perché tutto teso ad accogliere il dono finale che Dio vuole darci: farci entrare nella festa di nozze che non avrà termine.

 

In questa solennità di TUTTI I SANTI la liturgia ci propone giustamente il Vangelo delle Beatitudini. Dico "giustamente" perché i santi sono beati. Beati in cielo, nella gloria di Dio, ma hanno conosciuto un anticipo di tale beatitudine nella vita terrena, seguendo l'Angello; sono "coloro che - come si legge nella prima lettura - sono passati attraverso la grande tribolazione e e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (Ap 7,14). Questo parlare paradossale – il sangue non rende candida una stoffa! – esprime un messaggio ben preciso, che la Prima lettera di Giovanni formula così: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Giovanni stesso aveva detto che Colui che ci ama “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” (Ap 1,5). E la veste bianca dei santi è simbolo festoso di salvezza, di dignità sacerdotale e di celebrazione nuziale di chi ha saputo seguirlo anche sulla salita del Calvario.

Già in terra, dunque, i santi hanno assaporato le paradossali beatitudini che leggiamo oggi in Matteo 5-1-12. Dico "paradossali". Si tratta infatti di persone che a prima vista sembrerebbero vivere in una situazione tutt’altro che beata. Siamo chiamati a comprendere bene questo accostamento, perché la beatitudine applicata a situazioni di indigenza umana rischia di creare un grande equivoco. L’attesa di un futuro risarcimento per i poveri, gli afflitti…. (nelle beatitudini i verbi sono per lo più al futuro) non rende il messaggio di Cristo un oppiaceo per il presente? Non si dovrebbero definire indegne dell’essere umano le situazioni di povertà e indigenza piuttosto che definirle portatrici di beatitudine? Sì, certamente, sono situazioni indegne. Eppure la bella notizia delle beatitudini è proprio il fatto che in tali situazioni tali persone - non persone qualunque, ma i discepoli di Gesù che vivono tali situazioni - possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le sofferenze perché sono conformati al Signore che ha dato la vita per noi, e che con la sua grazia ci raggiunge in queste situazioni che lui stesso ha vissuto. 

La beatitudine – lo sottolineiamo - non è tanto il frutto di una conquista umana, ma è il risultato dell'intervento divino. In essa prevale la dimensione della grazia. Il confronto con il Decalogo – che per gli ebrei è il «cuore» della legge – ci sembra illuminante. Esso inizia con la seguente frase: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù» (Es 20,2). L’importanza della frase non può sfuggire. La “prima parola” che JHWH pronuncia non è un comandamento ma un riassunto della storia della salvezza (cfr. anche Dt 5,2-6, che introduce l'altra versione del decalogo). L’atto salvifico di Dio apre il discorso dell’alleanza e della legislazione. La grazia precede la legge, nell’AT come nel NT. Come nel racconto della creazione il comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,16) non occupa il primo posto; esso, infatti, è preceduto da un dono: la creazione consegnata all’uomo. Così anche al Sinai: se Dio può richiedere qualche cosa da Israele, è perché ha agito a suo favore. Israele, se esiste, è a causa di Dio. E nel deserto, l’esistenza d’Israele è un costante prodigio, un “miracolo” permanente. Perciò il debito d’Israele non è un riconoscimento limitato a qualche beneficio particolare. Deve tutto al suo Signore. Ed a questa azione salvifica di Dio deve corrispondere l’azione di Israele che osserva la legge. È l’etica a nascere dal dono della liberazione, e non il contrario. Dalla “prima parola” discendono, come un torrente da una montagna, tutti gli altri comandamenti.

Probabilmente il discorso della montagna riprende proprio la struttura di Es 20,1-21 e di Dt 5,6-21. In questo caso le Beatitudini corrispondono alla frase di introduzione del Decalogo (e dell'intera legge: cfr. Es 20,2) che appunto richiamava l'azione salvifica divina: è Dio con la sua grazia a rendere possibile la risposta del popolo/del credente in Gesù. E come il Decalogo è il cuore della Legge, cos' le Beatitudine sono il cuore di tutto il discorso della montagna, anzi di tutto il Vangelo. Scrive Grilli: «Matteo, prima di presentare le radicali esigenze di Dio, vuole offrire ai lettori la certezza che il Regno è grazia; vuole che essi percepiscano il carattere salvifico dell'avvento del Regno. […] Il cammino di Dio e la sua volontà sono gioia, benedizione e grazia. In ogni caso tutto è grazia, anche le esigenze più impellenti e più difficili da seguire»[1].

In questa prospettiva capiamo allora perché le Beatitudini sono per eccellenza una bella e lieta notizia, cioè Vangelo. Ci dicono Dio opera nel cuore dell'uomo. Che è "santo" è chi non si oppone a tale opera divina in lui. E che ogni volta che permettiamo a Dio di guidare la nostra vita e di manifestarsi in noi, manifestiamo la sua santità. 

E' chiaro che per permettere che Dio opera nella mia vita le beatitudini mi mostrano  – come le Dieci parole – gli atteggiamenti interiori del cuore necessari, il terreno accogliente la sua opera:

- riconoscerci che siamo dei poveri, dei mendicanti, che confidano nel Signore;
- che tutti abbiamo un pianto e in esso Dio ci vuole consolare;
- che tutti abbiamo bisogno di misericordia e grazie al fatto che  facciamo esperienza di misericordia diveniamo capaci di essere misericordiosi;
- che tutti facciamo esperienza della violenza e delle ingiustizie nel mondo, eppure quando facciamo esperienza della bontà del Signore, che non è mai violento ma paziente con le nostre ottusità e inadempienze divenitamo capaci di essere miti con gli altri uomini, perseverando nella bontà; 
- che tutti in un mondo dove regna l'individualismo, la superbia, il narcisismo, gli interessi di vario tipo che sfruttano e schiacciano gli altri abbiamo fame e sete del Regno di Dio che Gesù ha inaugurato, e proprio perché in Lui troviamo pace e vita non possiamo non impegnarci a dilatarlo nella storia con il nostro impegno di ogni giorno; 
- che tutti dobbiamo ritornare al centro di noi stessi, al nostro cuore, che nella misura nella quale viene reso puro dall'egoismo e da ogni iniquità per mezzo dall'azione del Signore diviene il luogo sempre più trasparente dell'incontro amorevole con Lui; esperienza che ci spinge ad agire nella nostra vita con intenzioni rette - appunto "pure" - e buone.
- che tutti abbiamo bisogno di pace, quella pace che non possiamo trovare se il Signore non prende dimora nel nostro cuore; per questo diventiamo capaci ad essere operatore di pace,  preoccupati della concordia e ricomposizione dei rapporti fraterni, disposti anche a perdere per essa la propria vita (Gv 15,13);
- che anche nella sofferenza, il Signore che per primo ha sofferto per noi per salvarci, Egli ci è vicino e ci consola.

Oggi questo vangelo delle beatitudini e lo sguardo sui santi che la Chiesa ci propone nella liturgia contrasta fortemente con le prospettive di felicità che la nostra cultura post umana oggi propone. Nella forte crisi antropologica della cultura in cui viviamo non c'è alcun valore assoluto; il relativismo e il nichilismo imperano suggerendo che tutto è lecito, che la felicità consiste nell'affermazione del super uomo, nel successo che dona solo una nichilistica e temporanea gratificazione, oppure - altro inganno ben conosciuto - nella consumazione di prodotti e anche di persone (trattate come cose), oppure nell'esperienza effimera di avventure, anche a sfondo sessuale, o nel rifugiarsi nel mondo surreale delle droghe. Le beatitudini che il credente è chiamato a vivere diventano con la sola presenza felice lo smascheramento della falsa felicità che il mondo propone, 

____

[1] M. Grilli, Scriba dell'Antico e del Nuovo, EDB, Bologna 2011, 31.

Farisei e sadducei “si mettono d’accordo” per mettere alla prova Gesù. Secondo la traduzione CEI del 1974 la domanda che pongono a Gesù è: “quel è il più grande comandamento della legge?”. L’intenzione sarebbe quella di mettere alla prova l’ortodossia del profeta di Nazareth ponendo la questione a Gesù: esiste una gerarchia di priorità nella Legge sinaitica? I farisei riconoscevano ben 613 precetti e divieti che dovevano essere rispettati. È importante sapere qual è il principio che ispira tutte le leggi, altrimenti, invece di favorire, soffocano la vita. Ora Gesù risponde alla questione posta dal dottore della legge evidenziando una duplice nota fondamentale che sta nel cuore della Torah medesima:

- anzitutto, che la relazione con Dio e l’obbedienza alle sue norme, trovano la loro anima nella più sublime delle disposizioni registrate negli scritti mosaici: amare Dio! E ciò nelle misure espresse della formula iniziale del ‘credo’ (Shemà) israelitico: Dt 6,5;

- in secondo luogo, Legge e Profeti (cioè, tutto ciò che l’israelita ascolta da Dio, nella lettura sinagogale sabbatica) richiedono che le relazioni con il ‘prossimo’ siano animate egualmente e tutte dall’amore. Così aveva chiesto in Lv 19,18;

- dunque, amare: e in misure grandi e interiorizzate, non riducibili ad alcuni gesti o riti concreti, bensì alimentando questi ultimi di amore, che verso Dio deve trarre senso da tutto l’essere dell’uomo (cuore, anima, mente) e verso il prossimo deve commisurarsi all’amore che si ha per se stessi. Ecco dove sta la novità-Vangelo di Gesù: dal ‘cosa fare’ (cf. Lc 10,25) al ‘come essere’ interiormente in relazione con Dio e con il prossimo. E già tutta la rivelazione in sé, che Dio aveva fatto a Israele, aveva manifestato questa identità misteriosa di Dio: colui che ama; quindi genera, libera, perdona, cerca, assume con sé.

Ma c’è anche una seconda interpretazione della domanda posta a Gesù, come leggiamo nella nuova traduzione CEI: “qual è il grande comandamento della legge?”. Qui non si tratta di capire qual è il più grande secondo un ordine che includa e dia senso agli altri, ma il “grande”. E il grande per gli ebrei era quello del sabato, perché è il comandamento nel quale Dio stesso si impegna a “riposare” in tal giorno. La domanda posta a Gesù è quindi malevola. Se Gesù avesse risposto che il grande comandamento è quello del sabato, allora subito i sadducei e i farisei attraverso lo scriba che ha posto la domanda a Gesù lo avrebbero accusato di non rispettare il sabato, questione già sollevata in 12,1-11 quando Gesù ha permesso ai discepoli di raccogliere le spighe di grano per nutrirsi e lui stesso aveva guarito l’uomo dalla mano paralizzata. L’accusa, in questo caso, non riguarda l’ortodossia di Gesù, ma l’ortoprassi. Gesù stesso aveva già affermato: “Non crediate che io sia venuto ad abolire Legge o i Profeti, non sono venuto ad abolire, ma a dare loro pieno compimento” (Mt 5,17). Ma perché allora Gesù non rispetta il sabato, anzi si è proclamato “signore del sabato?” (Mt 12,8).

Gesù non risponde citando il comandamento del sabato ma lo shemà, di Dt, la professione di fede che gli ebrei pronunciavano fin da bambini il mattino e la sera che per Gesù è il “grande comandamento” e il “primo” perché dà senso a tutti gli altri 613 precetti contenuti nella Torah. Lo shemà inizia con il comando di ascoltare il Signore: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore” (Dt 6,4). La dinamica è chiara: dall’ascolto alla fede, dalla fede alla conoscenza, dalla conoscenza all’amore.

Poi il comando: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Amare cioè il Signore come risposta al suo amore. In altre parole ciò che dà senso all’osservanza della legge, compreso il precetto del sabato, è la risposta di amore a un Dio che per amore ha liberato Israele dall’Egitto e ha fatto con loro un’alleanza perché possano vivere felici e abitare la terra. Fa tenerezza un Dio che insegue l’uomo per dirgli: “Ti do un ordine, grande e terribile: per favore, voglimi bene, perché anch’io ti voglio bene!”. Voglimi bene con tutto il cuore (il cuore è desiderio, affetto, passione; uno agisce secondo ciò che gli sta-a-cuore), con tutta la vita (la vita è tutto ciò che uno ha: ogni energia disponibile è per amare, ed è da usare tanto-quanto serve a questo fine), con tutta la mente (l’amore non è cieco, perché il suo occhio è la mente; questa valuta in funzione del fine). E ciò vale anche per il sabato, che è il tempo non della semplice astinenza da ogni forma di lavoro, ma il tempo per eccellenza per vivere da uomini liberi, l’amore liberante di chi è stato liberato da Dio. O l’amore è liberante, o non è amore. Ed è per questo che Gesù unisce all’amore per Dio l’amore per il prossimo. L’amore con cui amo il prossimo è lo stesso con cui amo Dio, ed è lo stesso con quale Dio mi ama! Questa è la novità della risposta di Gesù, che porta il sesto giorno della creazione al riposo di Dio.

“Da questi due comandamenti dipende tutta la legge” (v. 40). Ogni legge che non mantiene e non fa crescere l’amore e la libertà – necessaria all’amore – è dannosa. Attraverso l’amore, ciò che è in cielo avviene anche in terra: l’uomo entra nella vita stessa di Dio, nella Trinità.

 

Riflettiamo

- Amare Dio, o meglio cercarlo per lasciarsi amare da Lui, è necessario per amare di vero amore il prossimo. Perché siamo chiamati ad amare al livello con cui Dio ci ama; siamo chiamati a far nostro l’amore divino che ha abitato nel cuore di Gesù. Se ciò non avviene l’amore per il prossimo sarà troppo umano, egoistico, egocentrico e, nel caso migliore, limitato, fragile, volubile.

- Amare il prossimo è necessario per rimanere nella vita nella quale il Signore ci ha liberati, ci ha introdotto. L’amore verso i fratelli ci fa essere nella relazione vera con Dio che è amore, e quindi rimanere in relazione con Lui. Certo, i fratelli non sono spesso facili, hanno i loro difetti. Ma è proprio questi difetti, limiti, povertà che ci provocano ad amarli così come sono. Che ci provocano ad un amore autentico.

- L’amore implica una radicalità (amerai… con tutto il cuore, con tutta la tua anima con tutta la mente): se non è radicale non è amore. Sarebbe solo convenienza. Se uno dice di “amare quasi fino in fondo” ma si riserva uno spazio di operatività indipendente dall’atto di amare, lo spazio appunto di un agire secondo i propri interessi quando l’amore non risulta “conveniente”, vuol dire che quella persona non ama davvero.

- È importante notare che nelle parole “come te stesso” viene suggerita la possibilità e perfino il dovere di amare se stessi (non, ovviamente, in modo egoistico). C’è un sano amore per se stessi che sta alla base del vero amore per gli altri. Quando scopro nella mia vita che vengo da un dono di amore di altri, e in particolare dell'Altro che mi ha voluto dall'eternità; quando scopro i segni della presenza e dell'amore del Signore nella mia vita, allora si sento prezioso ai suoi occhi, ho un valore grande davanti a Lui. Da questo nasce l'amore per se stessi, dal scoprirsi amati da Dio. Non da una semplice operazione psicologica. Ma anche viceversa: quando amo gli altri in fondo sperimento il valore che sono, per cui anche la mia stima cresce.

Protagonisti sono di nuovo i farisei. Già erano stati intrappolati quando Gesù aveva risposto alla loro questione sul suo potere (21,23-27). Ora passano al contrattacco, con più furbizia: gli fanno una domanda che, qualunque sia la risposta, lo lascerà senza via di scampo. A loro non interessa la verità, ma come incastrare Gesù.

È da notare che insieme ai farisei ci sono anche gli odiati erodiani che erano partigiani della monarchia di Erode e simpatizzanti per gli occupanti romani. I farisei si alleano con loro (ed è l’unico caso che troviamo nel vangelo) per la volontà di far cadere un avversario comune. È il mistero del male, delle sue congiure, delle trame e alleanze segrete, che sono incompatibili con un cammino nella verità della Parola di Dio, la quale è luce per i passi dell’uomo.

La domanda che pongono è: “Maestro, sappiamo che sei veritiero... (è un bel complimento che fanno a Gesù, ma serve come esca: riconoscendolo che Gesù dice la verità al di là di ogni opportunismo, vogliono in tutti modi evitare che se la cavi con una mezza verità o con un elegante ‘non so’): “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (vv. 16-17). Qui per “tributo” non si intende quello imposto sulla produzione e circolazione di merci (che permetteva il reperimento delle risorse per la costruzione delle opere pubbliche: ponti, strade...), ma il testatico esigito da tutti i popoli sottomessi ai romani, sia per gli uomini che per le donne, schiavi compresi, dall’età dei 12/14 anni fino ai 65. L’ammontare di esso non era così elevato: probabilmente equivaleva alla paga di un giorno lavorativo. Certamente tale pagamento, come fatto stesso, significava riconoscere politicamente la sottomissione a Roma.

Dobbiamo però anche ricordare che per il giudaismo palestinese di allora il problema del rapporto con l’impero romano non consisteva soltanto in indipendenza politica, ma di professione di fede: unico Signore e re dell’universo è il Signore, Dio d’Israele. Ora esisteva una moneta speciale per pagare tale tassa, recante l’immagine dell’imperatore (Tiberio). In ciò i religiosi più intransigenti vedono anche una trasgressione al comandamento che vieta le immagini (cfr. Es 20,4) e, in definitiva, un attentato all’unica signoria di Dio, confessata nella propria fede giudaica.

Non è dunque difficile cogliere la provocazione della questione posta a Gesù. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo che nutriva decisamente sentimenti antiromani (e forse i farisei lo avrebbero anche accusato – sul piano della fede -di trasgredire il comandamento); se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana. Qualunque risposta avesse quindi dato, si sarebbe tirato la zappa sui piedi.

La risposta che Gesù dà non elude la domanda, ma sposta il problema a un altro livello.

Anzitutto Gesù, “conoscendo la malizia”, smaschera anzitutto l’ipocrisia degli interroganti: “Ipocriti (termine che in Matteo oltre all’aspetto della dissimulazione comporta anche un aspetto di empietà), perché mi tentate?” Fa poi eseguire un ordine: “mostrate la moneta del tributo”. Ora è lui a mettere in difficoltà coloro che erano venuti per metterlo in difficoltà. Se essi avevano posto il problema sul piano delle apparenze o dell’opinione (“che ti sembra?”), Gesù si muove sul piano della ‘visibilità’. Mostrando la moneta del tributo essi rivelano già di aver trasgredito, con il possesso di essa, quel comandamento con cui essi vorrebbero compromettere Gesù. La moneta mostrata a Gesù è lì con l’effige dell’imperatore, ma offre a Gesù l’opportunità per comunicare il suo insegnamento, e di rendere così la controversia un’occasione per l’annuncio del Regno di Dio.

Fatto pronunciare da loro il nome del proprietario effigiato sulla moneta, sentenzia la grande direttiva che distingue il piano di Dio dal piano degli uomini, e la questione del potere terreno, e della sua legittimità o illegittimità, dalla questione delle esigenze della volontà di Dio. L’obbligazione verso Cesare, nella risposta di Gesù, non significa soltanto saper riconoscere realisticamente chi ha il potere in un certo momento storico (cosa peraltro già insegnata da profeti come Geremia ed Ezechiele), senza pericolose fughe utopistiche, ma significa anche rispettarla con lealtà in ciò che fa di bene, organizzando la convivenza degli uomini. Ma non si faccia illusioni Cesare: il cristiano non è mai un alleato del potere, ma solo dell’uomo. Quando il potere si propone come assoluto e impone un gioco contro coscienza, troverà il rifiuto.

E, insieme, Gesù rivolge un appello quanto meno inatteso: “rendere... a Dio quello che è di  Dio!”. Tutto è di Dio. Non nel senso che lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti. Per questo è Dio! Il suo potere lo conosce il Figlio – colui che ha verso i fratelli lo stesso atteggiamento di amore e rispetto che il Padre ha verso di lui. È un potere di mitezza, dono e servizio: convive con il potere di violenza e lo vince senza combatterlo, come la luce vince la tenebra, il dono la rapina, l’amore l’egoismo. Dare a Dio ciò che è di Dio significa quindi per il cristiano vivere la stessa “logica” di Gesù, e in questo essere gradito al Padre.

In sintesi l’insegnamento di Gesù ci dice di tenere presenti due cose:

- Dio non esautora l’uomo dalle sue responsabilità, ne è invece l’origine. Secondo: il suo potere non entra in concorrenza con il nostro: è dono amore e servizio, non appropriazione, violenza e dominio.

-Solo chi dà a Dio ciò che è di Dio, sa cosa dare a Cesare. Ciò che è di Dio, il frutto di cui il Padre ha fame, è la libertà dei figli e l’amore dei fratelli. Chi cerca questo, trova risposta anche al resto. Gesù, dunque, non solo rifiuta l’alternativa Cesare o Dio, ma chiede più coerenza e impegno nella relazione con Dio. Sta infatti in questa richiesta di autenticità religiosa la profezia di Gesù nell’area del tempio di Gerusalemme.

Pagina 1 di 8

Contatti

santuarionsdifatima@gmail.com

Please, enter your name
Please, enter your phone number
Please, enter your e-mail address Mail address is not not valid
Please, enter your message
Acconsento al trattamento dei dati ai sensi del DLgs 196/2003 e del Reg. UE 2016/679.
Leggi l'informativa

Donazioni

  • Il Santuario N.S. di Fatima nato per la generosità di tante persone e per chi ha donato tutto per la maggior Gloria di Dio, si sostiene con il contributo libero di quanti devolvono a suo favore offerte. Chi volesse contribuire può farlo:

    IBAN: IT55 G 03069 39450 100000009531

    Banca Intesa San Paolo
    C.C. POSTALE 439018
    intestato Istituto degli Oblati di Maria Vergine, Santuario N.S. di Fatima
tp冷钱包下载tp冷钱包官网tp钱包安卓下载tp冷钱包tp钱包下载tp钱包官网