La liturgia della Parola di questa domenica ci ricorda che, nel frammento di tempo della nostra vita, il credente è alla ricerca di Dio, di un volto che già si è rivelato in Cristo, ricercando la sua presenza nel presente, in attesa dell'incontro definitivo. Nel libro della Sapienza è bella la definizione che viene data al popolo di Dio: è "il popolo che cerca YHWH" (Is 65,10). In realtà siamo cercati da Dio prima che noi stessi ci mettiamo in cerca di Lui. Egli, infatti, è già sul nostro cammino: nella fede e nella disperazione, nella malattia e nel vigore, nel peccato e nella morte. Dio è sempre in attesa di chi lo cerca.
Colui che poi cerchiamo è - come leggiamo nel Vangelo - lo Sposo. Già l'Antico Testamento ci parla di Dio in termini di Sposo di Israele, espressione che vuole sottolineare che il legame di Dio con il suo popolo non è solo giuridico, ma affettivo e sponsale. Si pensi in particolare ad Osea 2, dove l'alleanza con Dio e Israele è presentata come una
storia nuziale, intrisa di tenerezze e gelosie, tradimenti e ritorni, e Isaia 54, dove stringendo un patto matrimoniale con Israele, Dio le ha tolto il disonore dell’abbandono e, perdonando la sua infedeltà, le ha cancellato la vergogna del tradimento.
Matteo inserisce la relazione sponsale in una parenesi che concerne la vigilanza. Alla sua comunità che - dopo gli entusiasmi iniziali dell’adesione a Cristo - rischiava il sonno e la pigrizia,
Matteo ricorda il dovere della vigilanza. Lo fa con tre parabole: il servitore che attende il ritorno del suo signore, le dieci vergini sagge che vanno incontro allo sposo e i servitori che mettono a frutto i talenti affidati.
Leggiamo ora la parabola. Anzitutto facciamo notare che in essa viene precisato il numero delle vergini in attesa: dieci. Esse rappresentano tutta l’umanità. Il numero 10, infatti, è simbolo dell’assemblea. Tutta l’umanità - che ne sia consapevole o meno - alla fine incontrerà il Signore.
Tutte le dieci vergini - continua la parabola - presero le lampade. La lampada, che deve essere accesa per illuminare, è l’immagine del nostro corpo. Se il cristiano è acceso dallo Spirito del Signore produce luce. Il suo corpo diventa luminoso. Il senso della vita è proprio questa trasfigurazione del corpo e di tutta la creazione attraverso l’amore responsabile per il Signore.
Tutte e dieci “uscirono”. La vita è tutta un’uscita. Si esce materialmente dal grembo materno. Ma si deve uscire anche dall’Egitto, dalla schiavitù del proprio io (conversione). Alla fine si esce anche da questa vita. Tutta la vita è allora un esodo, un’uscita incontro allo sposo, sia per il saggio come per lo stolto. La differenza tra lo stolto e il sapiente si vede dal risultato finale. Nella parabola cinque vergini erano stolte e cinque prudenti.
“Le stolte presero le lampade, ma non presero con sé l’olio” (v. 3). Chi sono le vergini stolte? Il termine, che letteralmente significa “matte” o “pazze” è lo stesso che l’evangelista usa in 7,26 quando parla dell’uomo che costruisce la casa sulla sabbia. Solo un matto fa una cosa del genere: alla prima fiumana la sabbia viene portata via e la casa è crollata. E Gesù diceva: questo “stolto” è “chiunque ascolta le mie parole e non le mette in pratica…” (7,26). Quindi le vergini matte rappresentano qui credenti che sono entusiasti del messaggio di Gesù, però non lo praticano. Sono persone che non hanno discernimento, cioè non sanno come mettere in pratica la parola che ascoltano, calandola quindi nella vita concreta. Sagge (in greco: fronimòs) sono invece le vergini lungimiranti e prudenti, sanno cioè fare il discernimento e tradurre la parola di Dio, costruendo la propria casa sulla roccia.
“Le sagge... presero dell’olio con sé in piccoli vasi” (v. 4). A volte l’olio è segno dello Spirito. Può significare anche le opere buone. Gesù aveva detto infatti: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). L’unica cosa che ci dà la capacità di superare la soglia della morte e di entrare nella pienezza della comunione con Dio è il bene concreto che avremo fatto agli altri. Tutto il resto non serve a niente. Mi sembra però che in questa parabola l'olio ha un significato più generico, ma altrettanto concreto: la relazione con Dio. Sì perché è nel presenta che diciamo sì a Lui nella preghiera, che ci lasciamo illuminare dallo Spirito Santo per comprendere la sua volontà, che facciamo il bene - quel bene che Dio si aspetta da ciascuno di noi e che altri non potrebbero fare -. Alla fine della parabola il giudizio sulle vergini stolte è significativo: il Signore dice: "non vi conosco". Cioè non ho avuto una relazione di conoscenza e di amore con voi. Viceversa il Signore "ha conosciuto" le vergini sagge, ha visto i loro momenti di ricerca di Lui e Lui si è fatto trovare; ha visto l'impegno per servirlo nei fratelli. I piccoli vasi, dunque, sono i quotidiani "sì", il modo in cui viviamo alla presenza del Signore cercando Lui nella preghiera, chiedendo la luce per vivere nella fedeltà secondo la sua volontà, servendolo nei fratelli... Quando un giorno saremo interrogati dal Signore non parleremo degli altri, di quelli che non hanno fatto, ma saremo interrogati personalmente sulla nostra fedeltà.
“Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono” (v. 5). La festa di nozze nella casa della sposa si concludeva nottetempo; poi la sposa insieme allo sposo si recava nella casa paterna dove si sarebbero celebrate le nozze e un nuovo festino. Le giovani fanciulle che andavano incontro allo sposo più che lanterne tenevano in mano delle fiaccole, cioè quei bastoni di legno che si usano nelle processioni con uno stoppino in cima imbevuto di materiale combustibile, da far ardere all’ultimo momento.
"Si assopirono tutte". Anche le sagge. Sì, perché ci sono momenti della vita nei quali facciamo fatica a trovare il Signore perché ci sembra lontano anche se nella fede sappiamo che Egli non ci abbandona; ci sono momenti di oscurità, di lotta, di stanchezza, di domande che non trovano risposta, di aridità... Ma se tutto ciò è vissuto con fede, pur con fatica, non rompe il nostro rapporto con il Signore. Le stolte, invece, continuano a vivere con quella superficialità che avevano in precedenza anche questi momenti.
“A mezzanotte si levò un grido: ecco lo sposo, andategli incontro!” (v. 6). È il grido di risurrezione. Tutti risorgeranno a quel grido. Tutti alla fine del tempo, nella morte, o avranno realizzato o avranno perso la vita. La morte è il banco di prova di come abbiamo vissuto la vita.
“Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade” (v. 7). Cioè presero l’olio (il combustibile), con esso imbevvero le fiaccole e le accesero. Ma alcune di loro si accorsero di non essersi procurate l’olio. Le vergini prudenti avevano “previsto” quello che poteva accadere, vale a dire hanno letteralmente visto in anticipo tutto lo svolgimento delle nozze. Si sono fatte domande, hanno indagato e si sono informate bene sui possibili scenari della cerimonia, hanno fatto appello a chi aveva esperienza in materia, hanno immaginato quello che poteva succedere, si sono preoccupata di poter affrontare ogni eventualità… In altre parole, erano “abitate” dal pensiero di partecipare alle nozze non hanno risparmiato né energia né fantasia per essere all’altezza del loro compito. Erano già dall’inizio partecipi delle nozze.
Le vergini stolte, al contrario, hanno lasciato coabitare il pensiero delle nozze con altri pensieri e hanno fatto solo il loro dovere, o poco più. Hanno assicurato il minimo – la lampada con dentro l’olio -, hanno messo la coscienza a posto e non ci hanno pensato sopra molto di più.
“E le stolte dissero alle sagge. Dateci del vostro olio...” (v. 8). All’arrivo improvviso dello sposo la fiamma delle fiaccole non si poteva accendere tanto rapidamente: bisognava liberare gli stracci dai resti carbonizzati e innaffiare d’olio. Le stolte però si accorgono di non avere olio. Così è alla fine: chi non ha fatto la volontà di Dio, perché ha pensato solo a se stesso, solo alla fine si accorge di “non avere olio”. La parabola ci viene raccontata da Gesù per non accorgerci troppo tardi.
“Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi...” (v. 9). È interessante: nessuno ti può dare quest’olio. Ognuno ha il suo. Paradossalmente il tuo olio è l’amore verso il prossimo che hai dato. O ce l’hai o non ce l’hai. È lasciato alla tua libertà.
“Ora mentre quelle andavano per comperare l’olio...” (v. 10). È da notare che non è questione di cattiva volontà: anche le vergini stolte vogliono andare incontro allo sposo! Ma, in pratica, tutta la loro vita è stata un allontanarsi dal Signore perché non hanno fatto la volontà divina. Ed è in questo allontanarsi che arriva lo sposo. E, paradossalmente, esse credono di poter ancora fare in tempo...
“... e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa” (v. 10). Ecco il senso della vita: entrare con Lui alle nozze. Nel banchetto di nozze la porta veniva chiusa – sprangata in modo sicuro – quando gli sposi erano entrati con gli invitati – che sono in ogni modo molti – per impedire agli scrocconi e profittatori della regione di venire a mangiare a sbafo. Altro pericolo da evitare: permettere ai ladri, ai borsaioli e ad altri banditi di mescolarsi con la folla degli invitati.
La porta chiusa ci ricorda che viviamo una sola volta. È un’opportunità che non si ripete. In ogni istante, quindi, il cristiano gioca il destino della propria vita.
“Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, Signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco” (v. 11). Tutta la nostra vita dev’essere un riconoscere il Signore nelle singole azioni, cioè far la sua volontà. Allora saremo riconosciuti. L’espressione “non vi conosco” è la stessa che ha detto a quei discepoli che lo hanno assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuti prodigi” (cfr. Mt 7,22) e Gesù dice “non vi conosco” (Mt 7,23: “Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”). Gesù non riconosce nemmeno le persone che usando il suo nome compiono cose straordinarie, ma non compiono in realtà la volontà di Dio e non si preoccupano di ricercarla.
“Vegliate dunque” - è l’avvertimento finale. Ora sappiamo cosa significa il vegliare: è avere la saggezza. Quella saggezza che fa sì che in tutta la vita il cristiano si impegna a procurarsi l’olio; è la saggezza di chi – con intelligenza e con la “creatività dell’amore – compie la volontà di Dio momento per momento, non per dovere, ma perché tutto teso ad accogliere il dono finale che Dio vuole darci: farci entrare nella festa di nozze che non avrà termine.
In questa solennità di TUTTI I SANTI la liturgia ci propone giustamente il Vangelo delle Beatitudini. Dico "giustamente" perché i santi sono beati. Beati in cielo, nella gloria di Dio, ma hanno conosciuto un anticipo di tale beatitudine nella vita terrena, seguendo l'Angello; sono "coloro che - come si legge nella prima lettura - sono passati attraverso la grande tribolazione e e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (Ap 7,14). Questo parlare paradossale – il sangue non rende candida una stoffa! – esprime un messaggio ben preciso, che la Prima lettera di Giovanni formula così: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Giovanni stesso aveva detto che Colui che ci ama “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” (Ap 1,5). E la veste bianca dei santi è simbolo festoso di salvezza, di dignità sacerdotale e di celebrazione nuziale di chi ha saputo seguirlo anche sulla salita del Calvario.
Già in terra, dunque, i santi hanno assaporato le paradossali beatitudini che leggiamo oggi in Matteo 5-1-12. Dico "paradossali". Si tratta infatti di persone che a prima vista sembrerebbero vivere in una situazione tutt’altro che beata. Siamo chiamati a comprendere bene questo accostamento, perché la beatitudine applicata a situazioni di indigenza umana rischia di creare un grande equivoco. L’attesa di un futuro risarcimento per i poveri, gli afflitti…. (nelle beatitudini i verbi sono per lo più al futuro) non rende il messaggio di Cristo un oppiaceo per il presente? Non si dovrebbero definire indegne dell’essere umano le situazioni di povertà e indigenza piuttosto che definirle portatrici di beatitudine? Sì, certamente, sono situazioni indegne. Eppure la bella notizia delle beatitudini è proprio il fatto che in tali situazioni tali persone - non persone qualunque, ma i discepoli di Gesù che vivono tali situazioni - possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le sofferenze perché sono conformati al Signore che ha dato la vita per noi, e che con la sua grazia ci raggiunge in queste situazioni che lui stesso ha vissuto.
La beatitudine – lo sottolineiamo - non è tanto il frutto di una conquista umana, ma è il risultato dell'intervento divino. In essa prevale la dimensione della grazia. Il confronto con il Decalogo – che per gli ebrei è il «cuore» della legge – ci sembra illuminante. Esso inizia con la seguente frase: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù» (Es 20,2). L’importanza della frase non può sfuggire. La “prima parola” che JHWH pronuncia non è un comandamento ma un riassunto della storia della salvezza (cfr. anche Dt 5,2-6, che introduce l'altra versione del decalogo). L’atto salvifico di Dio apre il discorso dell’alleanza e della legislazione. La grazia precede la legge, nell’AT come nel NT. Come nel racconto della creazione il comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,16) non occupa il primo posto; esso, infatti, è preceduto da un dono: la creazione consegnata all’uomo. Così anche al Sinai: se Dio può richiedere qualche cosa da Israele, è perché ha agito a suo favore. Israele, se esiste, è a causa di Dio. E nel deserto, l’esistenza d’Israele è un costante prodigio, un “miracolo” permanente. Perciò il debito d’Israele non è un riconoscimento limitato a qualche beneficio particolare. Deve tutto al suo Signore. Ed a questa azione salvifica di Dio deve corrispondere l’azione di Israele che osserva la legge. È l’etica a nascere dal dono della liberazione, e non il contrario. Dalla “prima parola” discendono, come un torrente da una montagna, tutti gli altri comandamenti.
Probabilmente il discorso della montagna riprende proprio la struttura di Es 20,1-21 e di Dt 5,6-21. In questo caso le Beatitudini corrispondono alla frase di introduzione del Decalogo (e dell'intera legge: cfr. Es 20,2) che appunto richiamava l'azione salvifica divina: è Dio con la sua grazia a rendere possibile la risposta del popolo/del credente in Gesù. E come il Decalogo è il cuore della Legge, cos' le Beatitudine sono il cuore di tutto il discorso della montagna, anzi di tutto il Vangelo. Scrive Grilli: «Matteo, prima di presentare le radicali esigenze di Dio, vuole offrire ai lettori la certezza che il Regno è grazia; vuole che essi percepiscano il carattere salvifico dell'avvento del Regno. […] Il cammino di Dio e la sua volontà sono gioia, benedizione e grazia. In ogni caso tutto è grazia, anche le esigenze più impellenti e più difficili da seguire»[1].
In questa prospettiva capiamo allora perché le Beatitudini sono per eccellenza una bella e lieta notizia, cioè Vangelo. Ci dicono Dio opera nel cuore dell'uomo. Che è "santo" è chi non si oppone a tale opera divina in lui. E che ogni volta che permettiamo a Dio di guidare la nostra vita e di manifestarsi in noi, manifestiamo la sua santità.
E' chiaro che per permettere che Dio opera nella mia vita le beatitudini mi mostrano – come le Dieci parole – gli atteggiamenti interiori del cuore necessari, il terreno accogliente la sua opera:
- riconoscerci che siamo dei poveri, dei mendicanti, che confidano nel Signore;
- che tutti abbiamo un pianto e in esso Dio ci vuole consolare;
- che tutti abbiamo bisogno di misericordia e grazie al fatto che facciamo esperienza di misericordia diveniamo capaci di essere misericordiosi;
- che tutti facciamo esperienza della violenza e delle ingiustizie nel mondo, eppure quando facciamo esperienza della bontà del Signore, che non è mai violento ma paziente con le nostre ottusità e inadempienze divenitamo capaci di essere miti con gli altri uomini, perseverando nella bontà;
- che tutti in un mondo dove regna l'individualismo, la superbia, il narcisismo, gli interessi di vario tipo che sfruttano e schiacciano gli altri abbiamo fame e sete del Regno di Dio che Gesù ha inaugurato, e proprio perché in Lui troviamo pace e vita non possiamo non impegnarci a dilatarlo nella storia con il nostro impegno di ogni giorno;
- che tutti dobbiamo ritornare al centro di noi stessi, al nostro cuore, che nella misura nella quale viene reso puro dall'egoismo e da ogni iniquità per mezzo dall'azione del Signore diviene il luogo sempre più trasparente dell'incontro amorevole con Lui; esperienza che ci spinge ad agire nella nostra vita con intenzioni rette - appunto "pure" - e buone.
- che tutti abbiamo bisogno di pace, quella pace che non possiamo trovare se il Signore non prende dimora nel nostro cuore; per questo diventiamo capaci ad essere operatore di pace, preoccupati della concordia e ricomposizione dei rapporti fraterni, disposti anche a perdere per essa la propria vita (Gv 15,13);
- che anche nella sofferenza, il Signore che per primo ha sofferto per noi per salvarci, Egli ci è vicino e ci consola.
Oggi questo vangelo delle beatitudini e lo sguardo sui santi che la Chiesa ci propone nella liturgia contrasta fortemente con le prospettive di felicità che la nostra cultura post umana oggi propone. Nella forte crisi antropologica della cultura in cui viviamo non c'è alcun valore assoluto; il relativismo e il nichilismo imperano suggerendo che tutto è lecito, che la felicità consiste nell'affermazione del super uomo, nel successo che dona solo una nichilistica e temporanea gratificazione, oppure - altro inganno ben conosciuto - nella consumazione di prodotti e anche di persone (trattate come cose), oppure nell'esperienza effimera di avventure, anche a sfondo sessuale, o nel rifugiarsi nel mondo surreale delle droghe. Le beatitudini che il credente è chiamato a vivere diventano con la sola presenza felice lo smascheramento della falsa felicità che il mondo propone,
____
[1] M. Grilli, Scriba dell'Antico e del Nuovo, EDB, Bologna 2011, 31.
Farisei e sadducei “si mettono d’accordo” per mettere alla prova Gesù. Secondo la traduzione CEI del 1974 la domanda che pongono a Gesù è: “quel è il più grande comandamento della legge?”. L’intenzione sarebbe quella di mettere alla prova l’ortodossia del profeta di Nazareth ponendo la questione a Gesù: esiste una gerarchia di priorità nella Legge sinaitica? I farisei riconoscevano ben 613 precetti e divieti che dovevano essere rispettati. È importante sapere qual è il principio che ispira tutte le leggi, altrimenti, invece di favorire, soffocano la vita. Ora Gesù risponde alla questione posta dal dottore della legge evidenziando una duplice nota fondamentale che sta nel cuore della Torah medesima:
- anzitutto, che la relazione con Dio e l’obbedienza alle sue norme, trovano la loro anima nella più sublime delle disposizioni registrate negli scritti mosaici: amare Dio! E ciò nelle misure espresse della formula iniziale del ‘credo’ (Shemà) israelitico: Dt 6,5;
- in secondo luogo, Legge e Profeti (cioè, tutto ciò che l’israelita ascolta da Dio, nella lettura sinagogale sabbatica) richiedono che le relazioni con il ‘prossimo’ siano animate egualmente e tutte dall’amore. Così aveva chiesto in Lv 19,18;
- dunque, amare: e in misure grandi e interiorizzate, non riducibili ad alcuni gesti o riti concreti, bensì alimentando questi ultimi di amore, che verso Dio deve trarre senso da tutto l’essere dell’uomo (cuore, anima, mente) e verso il prossimo deve commisurarsi all’amore che si ha per se stessi. Ecco dove sta la novità-Vangelo di Gesù: dal ‘cosa fare’ (cf. Lc 10,25) al ‘come essere’ interiormente in relazione con Dio e con il prossimo. E già tutta la rivelazione in sé, che Dio aveva fatto a Israele, aveva manifestato questa identità misteriosa di Dio: colui che ama; quindi genera, libera, perdona, cerca, assume con sé.
Ma c’è anche una seconda interpretazione della domanda posta a Gesù, come leggiamo nella nuova traduzione CEI: “qual è il grande comandamento della legge?”. Qui non si tratta di capire qual è il più grande secondo un ordine che includa e dia senso agli altri, ma il “grande”. E il grande per gli ebrei era quello del sabato, perché è il comandamento nel quale Dio stesso si impegna a “riposare” in tal giorno. La domanda posta a Gesù è quindi malevola. Se Gesù avesse risposto che il grande comandamento è quello del sabato, allora subito i sadducei e i farisei attraverso lo scriba che ha posto la domanda a Gesù lo avrebbero accusato di non rispettare il sabato, questione già sollevata in 12,1-11 quando Gesù ha permesso ai discepoli di raccogliere le spighe di grano per nutrirsi e lui stesso aveva guarito l’uomo dalla mano paralizzata. L’accusa, in questo caso, non riguarda l’ortodossia di Gesù, ma l’ortoprassi. Gesù stesso aveva già affermato: “Non crediate che io sia venuto ad abolire Legge o i Profeti, non sono venuto ad abolire, ma a dare loro pieno compimento” (Mt 5,17). Ma perché allora Gesù non rispetta il sabato, anzi si è proclamato “signore del sabato?” (Mt 12,8).
Gesù non risponde citando il comandamento del sabato ma lo shemà, di Dt, la professione di fede che gli ebrei pronunciavano fin da bambini il mattino e la sera che per Gesù è il “grande comandamento” e il “primo” perché dà senso a tutti gli altri 613 precetti contenuti nella Torah. Lo shemà inizia con il comando di ascoltare il Signore: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore” (Dt 6,4). La dinamica è chiara: dall’ascolto alla fede, dalla fede alla conoscenza, dalla conoscenza all’amore.
Poi il comando: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Amare cioè il Signore come risposta al suo amore. In altre parole ciò che dà senso all’osservanza della legge, compreso il precetto del sabato, è la risposta di amore a un Dio che per amore ha liberato Israele dall’Egitto e ha fatto con loro un’alleanza perché possano vivere felici e abitare la terra. Fa tenerezza un Dio che insegue l’uomo per dirgli: “Ti do un ordine, grande e terribile: per favore, voglimi bene, perché anch’io ti voglio bene!”. Voglimi bene con tutto il cuore (il cuore è desiderio, affetto, passione; uno agisce secondo ciò che gli sta-a-cuore), con tutta la vita (la vita è tutto ciò che uno ha: ogni energia disponibile è per amare, ed è da usare tanto-quanto serve a questo fine), con tutta la mente (l’amore non è cieco, perché il suo occhio è la mente; questa valuta in funzione del fine). E ciò vale anche per il sabato, che è il tempo non della semplice astinenza da ogni forma di lavoro, ma il tempo per eccellenza per vivere da uomini liberi, l’amore liberante di chi è stato liberato da Dio. O l’amore è liberante, o non è amore. Ed è per questo che Gesù unisce all’amore per Dio l’amore per il prossimo. L’amore con cui amo il prossimo è lo stesso con cui amo Dio, ed è lo stesso con quale Dio mi ama! Questa è la novità della risposta di Gesù, che porta il sesto giorno della creazione al riposo di Dio.
“Da questi due comandamenti dipende tutta la legge” (v. 40). Ogni legge che non mantiene e non fa crescere l’amore e la libertà – necessaria all’amore – è dannosa. Attraverso l’amore, ciò che è in cielo avviene anche in terra: l’uomo entra nella vita stessa di Dio, nella Trinità.
Riflettiamo
- Amare Dio, o meglio cercarlo per lasciarsi amare da Lui, è necessario per amare di vero amore il prossimo. Perché siamo chiamati ad amare al livello con cui Dio ci ama; siamo chiamati a far nostro l’amore divino che ha abitato nel cuore di Gesù. Se ciò non avviene l’amore per il prossimo sarà troppo umano, egoistico, egocentrico e, nel caso migliore, limitato, fragile, volubile.
- Amare il prossimo è necessario per rimanere nella vita nella quale il Signore ci ha liberati, ci ha introdotto. L’amore verso i fratelli ci fa essere nella relazione vera con Dio che è amore, e quindi rimanere in relazione con Lui. Certo, i fratelli non sono spesso facili, hanno i loro difetti. Ma è proprio questi difetti, limiti, povertà che ci provocano ad amarli così come sono. Che ci provocano ad un amore autentico.
- L’amore implica una radicalità (amerai… con tutto il cuore, con tutta la tua anima con tutta la mente): se non è radicale non è amore. Sarebbe solo convenienza. Se uno dice di “amare quasi fino in fondo” ma si riserva uno spazio di operatività indipendente dall’atto di amare, lo spazio appunto di un agire secondo i propri interessi quando l’amore non risulta “conveniente”, vuol dire che quella persona non ama davvero.
- È importante notare che nelle parole “come te stesso” viene suggerita la possibilità e perfino il dovere di amare se stessi (non, ovviamente, in modo egoistico). C’è un sano amore per se stessi che sta alla base del vero amore per gli altri. Quando scopro nella mia vita che vengo da un dono di amore di altri, e in particolare dell'Altro che mi ha voluto dall'eternità; quando scopro i segni della presenza e dell'amore del Signore nella mia vita, allora si sento prezioso ai suoi occhi, ho un valore grande davanti a Lui. Da questo nasce l'amore per se stessi, dal scoprirsi amati da Dio. Non da una semplice operazione psicologica. Ma anche viceversa: quando amo gli altri in fondo sperimento il valore che sono, per cui anche la mia stima cresce.
Protagonisti sono di nuovo i farisei. Già erano stati intrappolati quando Gesù aveva risposto alla loro questione sul suo potere (21,23-27). Ora passano al contrattacco, con più furbizia: gli fanno una domanda che, qualunque sia la risposta, lo lascerà senza via di scampo. A loro non interessa la verità, ma come incastrare Gesù.
È da notare che insieme ai farisei ci sono anche gli odiati erodiani che erano partigiani della monarchia di Erode e simpatizzanti per gli occupanti romani. I farisei si alleano con loro (ed è l’unico caso che troviamo nel vangelo) per la volontà di far cadere un avversario comune. È il mistero del male, delle sue congiure, delle trame e alleanze segrete, che sono incompatibili con un cammino nella verità della Parola di Dio, la quale è luce per i passi dell’uomo.
La domanda che pongono è: “Maestro, sappiamo che sei veritiero... (è un bel complimento che fanno a Gesù, ma serve come esca: riconoscendolo che Gesù dice la verità al di là di ogni opportunismo, vogliono in tutti modi evitare che se la cavi con una mezza verità o con un elegante ‘non so’): “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (vv. 16-17). Qui per “tributo” non si intende quello imposto sulla produzione e circolazione di merci (che permetteva il reperimento delle risorse per la costruzione delle opere pubbliche: ponti, strade...), ma il testatico esigito da tutti i popoli sottomessi ai romani, sia per gli uomini che per le donne, schiavi compresi, dall’età dei 12/14 anni fino ai 65. L’ammontare di esso non era così elevato: probabilmente equivaleva alla paga di un giorno lavorativo. Certamente tale pagamento, come fatto stesso, significava riconoscere politicamente la sottomissione a Roma.
Dobbiamo però anche ricordare che per il giudaismo palestinese di allora il problema del rapporto con l’impero romano non consisteva soltanto in indipendenza politica, ma di professione di fede: unico Signore e re dell’universo è il Signore, Dio d’Israele. Ora esisteva una moneta speciale per pagare tale tassa, recante l’immagine dell’imperatore (Tiberio). In ciò i religiosi più intransigenti vedono anche una trasgressione al comandamento che vieta le immagini (cfr. Es 20,4) e, in definitiva, un attentato all’unica signoria di Dio, confessata nella propria fede giudaica.
Non è dunque difficile cogliere la provocazione della questione posta a Gesù. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo che nutriva decisamente sentimenti antiromani (e forse i farisei lo avrebbero anche accusato – sul piano della fede -di trasgredire il comandamento); se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana. Qualunque risposta avesse quindi dato, si sarebbe tirato la zappa sui piedi.
La risposta che Gesù dà non elude la domanda, ma sposta il problema a un altro livello.
Anzitutto Gesù, “conoscendo la malizia”, smaschera anzitutto l’ipocrisia degli interroganti: “Ipocriti (termine che in Matteo oltre all’aspetto della dissimulazione comporta anche un aspetto di empietà), perché mi tentate?” Fa poi eseguire un ordine: “mostrate la moneta del tributo”. Ora è lui a mettere in difficoltà coloro che erano venuti per metterlo in difficoltà. Se essi avevano posto il problema sul piano delle apparenze o dell’opinione (“che ti sembra?”), Gesù si muove sul piano della ‘visibilità’. Mostrando la moneta del tributo essi rivelano già di aver trasgredito, con il possesso di essa, quel comandamento con cui essi vorrebbero compromettere Gesù. La moneta mostrata a Gesù è lì con l’effige dell’imperatore, ma offre a Gesù l’opportunità per comunicare il suo insegnamento, e di rendere così la controversia un’occasione per l’annuncio del Regno di Dio.
Fatto pronunciare da loro il nome del proprietario effigiato sulla moneta, sentenzia la grande direttiva che distingue il piano di Dio dal piano degli uomini, e la questione del potere terreno, e della sua legittimità o illegittimità, dalla questione delle esigenze della volontà di Dio. L’obbligazione verso Cesare, nella risposta di Gesù, non significa soltanto saper riconoscere realisticamente chi ha il potere in un certo momento storico (cosa peraltro già insegnata da profeti come Geremia ed Ezechiele), senza pericolose fughe utopistiche, ma significa anche rispettarla con lealtà in ciò che fa di bene, organizzando la convivenza degli uomini. Ma non si faccia illusioni Cesare: il cristiano non è mai un alleato del potere, ma solo dell’uomo. Quando il potere si propone come assoluto e impone un gioco contro coscienza, troverà il rifiuto.
E, insieme, Gesù rivolge un appello quanto meno inatteso: “rendere... a Dio quello che è di Dio!”. Tutto è di Dio. Non nel senso che lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti. Per questo è Dio! Il suo potere lo conosce il Figlio – colui che ha verso i fratelli lo stesso atteggiamento di amore e rispetto che il Padre ha verso di lui. È un potere di mitezza, dono e servizio: convive con il potere di violenza e lo vince senza combatterlo, come la luce vince la tenebra, il dono la rapina, l’amore l’egoismo. Dare a Dio ciò che è di Dio significa quindi per il cristiano vivere la stessa “logica” di Gesù, e in questo essere gradito al Padre.
In sintesi l’insegnamento di Gesù ci dice di tenere presenti due cose:
- Dio non esautora l’uomo dalle sue responsabilità, ne è invece l’origine. Secondo: il suo potere non entra in concorrenza con il nostro: è dono amore e servizio, non appropriazione, violenza e dominio.
-Solo chi dà a Dio ciò che è di Dio, sa cosa dare a Cesare. Ciò che è di Dio, il frutto di cui il Padre ha fame, è la libertà dei figli e l’amore dei fratelli. Chi cerca questo, trova risposta anche al resto. Gesù, dunque, non solo rifiuta l’alternativa Cesare o Dio, ma chiede più coerenza e impegno nella relazione con Dio. Sta infatti in questa richiesta di autenticità religiosa la profezia di Gesù nell’area del tempio di Gerusalemme.
e ancora...
I destinatari di questa parabola del banchetto nuziale sono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo. Gesù ha già raccontato loro due parabole che abbiamo visto nelle due domeniche precedenti: l'uomo che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna e quella della vigna e dei vignaioli. Nonostante la chiusura di queste autorità religiose Gesù spera sempre che possano aprire la mente e accogliere il Regno di Dio che Egli è venuto a portare sulla terra nella sua persona. Leggiamo e commentiamo ora la parabola.
“Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (v. 1). “Il re vuole organizzare una festa nuziale per suo figlio. È anzitutto espressione dell'amore e del rispetto del padre per suo figlio. Avrebbe potuto – nota la Speyr – organizzare una festa solo tra intimi e, dal momento che il Padre e il Figlio sono Dio, una festa all'interno della Trinità. Ma poiché la gioia sia piena, la sua gioia e la gioia del Figlio, il padre vuole allargare la festa e far venire ospiti da fuori. Anche questi devono partecipare alla gioia del re, alla gioia intima di Dio. La preparazione della festa è come un'esegesi del duplice comandamento dell'amore che il Signore ci dà. Il re e suo figlio si amano; ma il loro amore non basta loro, essi desiderano elargirlo agli uomini. (...) L'invito giunge certamente da loro e solo da loro, ma è un invito a esserci e a partecipare. Lo scambio d'amore deve essere allargato. Per realizzare ciò il re invia i suoi servi, mentre lui prepara la festa, che dovrà essere motivo di gioia non solo per lui e per suo figlio, ma anche per gli ospiti. Il re sa come sono gli uomini che possono essere fatti contenti. (…) Questo invito è per sua essenza risposta a una nostalgia e a una domanda degli uomini, che essi magari non confessano, ma che è tuttavia ben presente”[1].
“Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire”. Queste persone ritengono che da una simile festa non ci sia nulla da attendersi, reagiscono svogliati a una simile richiesta, forse non in maniera ostile, ma certo indifferente. Le parole di invito riecheggiano nel vuoto, rimbalzano su di loro. Forse i servi avrebbero dovuto esprimersi con altre parole, forse il re avrebbe dovuto lasciar balenare qualcosa di più attraente? In ogni caso gli invitati non si sentono attratti. La cosa non dice loro nulla. Né dice loro qualcosa il fatto che proprio loro sono le prime persone che il re invita, quelle a lui più vicine. Non colgono il grande onore che è loro riservato con quell'invito.
“Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei buoni e i miei animali ingrassanti sono già macellati...” (vv. 4-7). I servi vengono inviati ancora, con un compito più preciso. Il contenuto è di per sé lo stesso, ma l'invito è ora reso più bello, la festa presentata in maniera allettante. Ed è tutto già pronto. Ci si può già fare un'idea dei piaceri che aspettano. Il re ora sollecita: è davvero il momento di venire. E sebbene nelle persone invitate venga suscitata una qualche idea dei piaceri che le aspettano e il re si sia comportato con loro in maniera ben più liberale di quanto ci si aspetti da un re, lodando la propria tavola, gli invitati se ne stanno lontano. Anche l'insistenza del re non li tocca. Sono chiusi alle sue promesse. Queste non riescono a far breccia nel loro mondo interiore. E così essi tornano ai loro affari. Sono così legati alla loro quotidianità, ai loro interessi immediati, da non lasciare alcuno spazio alle sorprese, agli inviti e ai doni.
Forse sono anche preoccupati per questa nuova comparsa dei servi del re e temono qualche nuova pretesa, decidendo di chiudersi del tutto a questa possibile novità: prendono i servi del re e li uccidono. L'indifferenza dei primi invitati, come pure di quelli del v. 5 che ritornano al loro lavoro – è sostituita dall'odio di quest'ultimi. Costoro non sopportano di essere disturbati. Colpiscono e uccidono!
Matteo interpreta in modo allegorico la parabola, vedendo in essa uno schizzo della storia della salvezza. Il primo gruppo di servitori inviati dal re (Dio) per la festa di nozze di suo figlio (Cristo) sono i profeti. Ma essi vengono respinti. Allora, quando la cena è già pronta, il re invia un secondo gruppo di servitori (gli apostoli e i primi martiri) che non solo vengono respinti, ma anche malmenati senza alcun motivo.
È una situazione veramente paradossale se pensiamo che tale festa non capitava tutti i giorni. Infatti allora non c’erano i frigoriferi e quando si ammazzavano gli animali bisognava mangiarli tutti, presto; poi, per mesi si stava senza.
Sorprendente è la collera del re, il quale ha tollerato nella sua longanimità l'indifferenza dei primi, ma non l'uccisione dei suoi servi. È l'ira del Dio che reagisce a quel male nel mondo e a coloro che lo compiono oppendosi al piano salvifico. Il no di Dio supera per potenza il no degli uomini.
La cena comunque si farà, a qualsiasi costo. La sua decisione di far partecipare gli uomini al banchetto, ossia di comunicarci la sua vita eterna (qui l’allusione all’Eucaristia è forte) è irrinunciabile, non può essere messa in scacco dalla cattiva volontà umana. Non può accontentarsi di celebrare il banchetto tra i pochi intimi e di distribuire i resti di esso ai poveri alle porte del suo palazzo. Per questo decide di allargare ad altri il suo invito, si rivolge ai lontani, e invia i servi per le strade (missione ai pagani). L'urgenza dell'invito sarà per loro qualcosa di evidente. Non troveranno né occasioni né pretesti per dubitare dell'offerta di grazia che il re vuole fare proprio a loro, così come sono (i servi, infatti, devono invitare chiunque trovano). Così il re riempie la sala del banchetto di povera gente e che gusta inaspettatamente tutta la gioia e la bellezza di un tale pranzo. È la cena del tempo della salvezza.
La gratuità e la grande generosità del sovrano appaiono ancora più evidenti dal fatto questi gli invitati raccolti per strada sono gente “buona e cattiva” (cfr. v. 10). La Chiesa, proprio perché pellegrina nel tempo e non ancora giunta alla pienezza, è inevitabilmente composta di giusti e di peccatori, di santi e di cattivi. Non bisogna scandalizzarsi perché la Chiesa è un “corpo misto”, nel quale spesso il bene coesiste con il male, ma bisogna invece darsi premura di procurarsi un ‘vestito’ adatto all’occasione, cioè una coerenza di vita, in cui si mostra di aver aderito al Vangelo integralmente e sinceramente. Ecco perché Matteo introduce qui la piccola parabola dell’invitato indegno. Al convito nuziale bisogna avere l'abito adatto, quello che rappresenta la nostra partecipazione alla festa. Infatti era uso a quel tempo regalare agli invitati un segno - come ad esempio un mantello da mettere sopra la veste – che indica che l'invitato non approfitta solo per mangiare, ma segnala la sua partecipazione alla festa. Entrare senza l'abito vuol dire entrare senza il segno di partecipazione alla festa.
Fuori metafora possiamo chiederci: Che cosa rappresenta questa veste? Nella tradizione biblica la veste indica la grazia ricevuta, la dignità battesimale di essere figli nel Figlio, la vita divina che abita in noi (siamo stati “rivestiti di Cristo”). Ma questo dono di grazia deve essere accolto; ad esso deve corrispondere la conversione e l'adesione a Cristo. Ogni battezzato può essere estromesso dal banchetto del Regno se rifuta la grazia, se persevera in una condotta non autentica, piena di compromessi. Nell'Apocalisse, infatti, nel monito di Gesù alla Chiesa di Filadelfia, la veste bianca è portata senza macchia da coloro che sono rimasti fedeli, anche a prezzo del martirio (cfr. Ap 6,11); e in Ap 19,8b si dice che “la veste di lino (data alla sposa dall'Agnello) sono le opere giuste dei santi”. Ed è su questo che saremo giudicati (cfr. il “giudizio finale” di Mt 25: il giudizio sarà fatto sulla carità).
In Galati 3,27 Paolo scrive: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo». La veste richiama quindi l'appartenenza a Cristo e la necessità di vivere in modo coerente con essa. Anche quando per tale coerenza è richiesto il coraggio di affrontare la tribolazione. Così in Ap 7,14 i salvati sono coloro che “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello”; e in 22,14, in conclusione dell'Apocalisse, dopo aver detto che il Signore verrà a “rendere a ciascuno secondo le sue opere”, si ripete: “Beati coloro che lavano le loro vesti”, cioè che si sono conformati a Cristo.
Quindi la fedeltà e la generosità dell’amore di Dio non possono diventare un pretesto per una vita accidiosa, tiepida, ma devono generare nel credente la consapevolezza che il rifiuto o l’accettazione del lieto annuncio comporta la morte o la vita. La Chiesa è la comunità di coloro che hanno accolto l’annuncio della grazia, ma essa rimane sempre anche sotto il giudizio di Dio! E se, allora, nel presente nella Chiesa convivono buoni e giusti, non sarà così alla fine, perché il giudizio di separazione sarà fatto in modo inesorabile in base alla nostra risposta, al nostro impegno nel vivere l'amore. La “veste bianca” diventerà, allora, anche il segno della salvezza (cfr. Ap 3,5); per questo coloro che appartengono alla comunità dei salvati portano “vesti candide” (cfr. Ap. 7,9).
“Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (v. 13). Il destino dell'invitato indegno è rappresentato come qualcosa di penoso. Non ha corrisposto alla vocazione all'amore, che è la vocazione di ogni uomo.
“Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (v. 14). Il tema del numero degli eletti è caro alla letteratura apocalittica. Il testo di Matteo, però, non vuole soddisfare la curiosità sul numero dei salvati, curiosità riprovata da Gesù stesso (cfr. Lc 13,13-24), bensì vuole stimolare i suoi lettori a sforzarsi di vivere in modo degno della chiamata ricevuta. Inoltre, attraverso il gioco della dialettica tra “molti” e “pochi”, Matteo intende applicare alla Chiesa la teologia del resto d’Israele, il che significa che come per Israele si salva soltanto il resto fedele, così la partecipazione alla salvezza eterna chiede alla Chiesa uno sforzo di fedeltà e di purificazione.
___
[1] Cfr. A. Von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 101-102.
Lo sfondo di questa parabola raccontata da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo ha per riferimento anzitutto l’ambiente culturale e sociale della Palestina: grandi proprietà terriere erano in mano a latifondisti stranieri, i quali le avevano avute in premio per i servizi resi ai signori e ai re di Palestina. Essi avviavano a frutto il terreno - la vigna, i pascoli, gli ulivi - quindi consegnavano ad un amministratore locale la conduzione del terreno (si ricordi la parabola dell’amministratore infedele: Lc 16,1-8). Vi si lavorava, dunque, a mezzadria o in qualità di braccianti, come suppone la parabola di Mt 20,1-16.
Ma Gesù in questa parabola fa espliciti riferimenti al canto della vigna di Is 5,1-7. Riferendosi così alla Scrittura (vedi i particolari descrittivi: la siepe, il torchio e la torre) Gesù vuole chiaramente indicare che qui non si tratta di un proprietario e di una vigna di questa terra, ma si sta parlando di Dio e di Israele. Quindi la parabola intende narrare la “storia” di Israele come un intreccio tra la infedeltà dell’uomo e la fedeltà di Dio. Il testo di Isaia termina con l'annunzio di sventura. Spesso nel NT questo tipo di tono sparisce, ma non in questo vangelo, nel quale Gesù rimarca con rinnovata durezza quelle minacce rivolte ai vignaioli criminali. Il tono rimane duro perché il peccato di tali vignaioli è molto grave.
Questa parabola è strutturata in quattro tempi e una conclusione.
1° tempo: la piantagione della vigna (v. 33). Il testo riflette chiaramente il vocabolario di Is 5,1-2. Il “piantare una vigna” è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fatica. Bisogna cercare il terreno giusto, scavarlo profondamente e drenarlo, scegliere il vitigno e piantarlo. Poi la vigna viene “attrezzata” di tutto ciò che occorre: la siepe, che delimita e protegge la proprietà da ciò che la danneggia, ladri o bestie; il torchio, posto al centro della torre per spremere il frutto della vigna, e la torre per custodire la vigna e depositarci i frutti. Gesù, quindi, sottolinea l’azione paziente e premurosa di Dio per il popolo eletto. Come il contadino egli ha fatto questo con gioia aspettandosi dei frutti. Sono i frutti dell’amore per i fratelli, di cui ha fame tanto il Figlio quanto il Padre (cfr. Mt 21,18-22: il fico maledetto).
Al termine del lavoro la vigna viene affidata ai vignaioli (cioè ai capi del popolo) e il padrone se ne va (chiara allusione alla libertà dell’uomo). Questi contadini dovrebbero avere la consapevolezza di appartenere a Dio; dovrebbero quindi aver chiaro perché devono lavorare, quali frutti il padrone si aspetta da loro, affrontare con generosità il lavoro faticoso della vigna. Essi dovranno rendere conto del loro lavoro, la vigna dovrà dare frutti al padrone. Dovrebbe essere per loro un onore lavorare per il Signore. Essere cioè suoi collaboratori, portando gran frutto nella Chiesa e per l'umanità. Frutti che hanno il sapore - come l'uva - dei tempi messianici, cioè della grazia salvifica che ha operato nella nostra vita e che viene offerta a tutti per la salvezza.
Ma questi contadini invece pensano: “la vigna è nostra, ne facciamo ciò che vogliamo”. Siccome il padrone li ha lasciati liberi, hanno preso confidenza e hanno dimenticato che la loro libertà era data per coltivare bene la vigna, per farle produrre frutti.
2° tempo: gli invitati del padrone lontano vengono respinti o maltrattati dai vignaioli (vv. 34-36). Alla malvagità dei vignaioli, Dio non si stanca: moltiplica con generosità i suoi appelli inviando dei servi, e degli altri servi ancora. Ma al moltiplicarsi dei gesti di bontà del padrone corrisponde un crescendo della cattiveria. Già tale opposizione era stata denunciata da Ger 7,25-26;26,4-9 e da altri profeti, proprio riguardi ai profeti;
3° tempo: massacro del figlio erede (vv. 37-39). Alla fine il padrone manda il proprio Figlio, l'unico che sia davvero vicino al Signore e da loro chiaramente riconoscile; egli rappresenta il Padre, dal momento che vive interamente la missione che il Padre gli ha affidato. Sanno che il Figlio è l'erede, che tutto ciò che il Padre è appartiene al Figlio, che non vi è alcuna divisione. E che, quando verrà l'ora di ereditare (non perché il Padre muore, ma perché Cristo muore e risorge), l'intera eredità (cioè la gloria divina che risplende anche nell'umanità di Gesù) passerà immancabilmente al Figlio.
È da notare che il padrone non vuole la morte del proprio figlio: “avranno rispetto di mio figlio!”. L’immagine di Dio qui è chiara: non è il Dio della morte, ma della vita. Dio non può non volere altro che la vita.
Proprio davanti al figlio inviato esce allo scoperto la brama di possesso dei vignaioli, quella di possedere anche l'eredità del Padre. Se l'erede venisse ucciso, l'eredità passerebbe a loro. Ed è quello che vogliono fare. Ma ciò diviene un vero e proprio attacco al Padre.
Si noti che l’allusione che Gesù fa della sua morte è chiara; precisa infatti che gli assassini “lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero”. In Eb 13,12 si legge: “Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città”.
4° tempo: dialogo di Gesù con i presenti (vv. 40-42). Inizia con una domanda: “Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?” (v. 40). In questa domanda c'è qualcosa di implicito: la differenza tra il Padre e il Figlio che appare grande. Infatti i vignaioli potevano uccidere il Figlio nella sua umanità, ma interviene il Padre il suo potere sarà tanto grande che i vignaioli non potranno fargli nulla.
“... che farà...?. Gli ascoltatori, interpellati da Gesù, rispondono dicendo che il delitto è degno della più severa condanna (vv. 40-41). La denuncia di Gesù allora si fa esplicita e di inequivocabile coerenza, come in Is 5,5-6. Il messaggio è chiaro: voi, affittuari della vigna e capi del popolo, non avete voluto accogliere il messaggio annunciato dai profeti e avete accumulato contro Dio ribellione a ribellione! Voi rigettate perfino l’ultimo messaggero, il Figlio! Ora la misura è colma!
“Non avete mai inteso nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata...” (v. 42). Gesù cita il Sal 118,22s, lo stesso citato anche nell’ingresso messianico (21,9). È da notare come in ebraico “pietra” (‘eben) e “figlio” (haben) si richiamano: colui che è stato da loro disprezzato è proprio il Figlio che, in quanto ucciso, dà la vita per tutti. Egli è la pietra angolare del nuovo tempio.
“Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (v. 44). La croce non è solo potenza di Dio che per amore consegna il Figlio senza risparmio dando agli uomini fiducia fino in fondo, ma è anche terribile giudizio su come avremo usato tale libertà. In altre parole i vignaioli omicidi sono stati scartati a causa del modo in cui hanno considerato la pietra angolare; sono stati scartati per la loro decisione di scartarla.
Conclusione: “vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un altro popolo che lo farà fruttificare” (v. 43). Il rifiuto dei capi del popolo sarà l’inizio di un nuovo popolo (che noi identifichiamo con la Chiesa) e la pietra scartata sarà testata d’angolo del nuovo tempio.
I capi del popolo capiscono finalmente che si parla di loro, e si accingono a fare ciò che Gesù ha appena detto (vv. 42-44).
Gesù interroga i sacerdoti e gli anziani del popolo che non accettano il Signore e il messia che viene in una forma diversa da quella che essi si aspettano. Per questo Gesù racconta loro la parabola dei due figli, uno del quale "cambia idea" e compie la volontà del padre, mentre l'altro no. “Fare la volontà del Padre” è il centro del Vangelo di Matteo: significa riconoscersi figlio e vivere da fratello. Questo è possibile a chi si converte; ma si converte chi è capace di accogliere il vangelo, e alla luce di esso supera le proprie resistenze (comprende la verità e aderisce ad essa) e ammette i propri peccati. Vero cieco è chi crede di vedere (cfr. Gv 9,41), vero peccatore chi si crede giusto (cfr. Lc 18,9-14). La parabola mette in evidenza questo peccato, perché non si consumi nell’inavvertenza di una sorda resistenza dello Spirito.
Tutta la parabola è costruita sul confronto tra due fratelli ai quali il padre chiede di lavorare nella sua vigna.
Nella risposta positiva del primo figlio si deve notare l’enfasi data al termine “signore”, che indica qui il pieno riconoscimento (a parole!) dell’autorità paterna, ma che rimanda anche alle parole di Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (7,21). Se il padre della parabola rappresenta Dio, questo figlio rappresenta l’uomo religioso, che però non mette in pratica appieno la volontà del padre.
Il secondo figlio capisce bene la richiesta del padre, non ha però la voglia di lavorare e per questo dice: "no". Rispondere “no” ad un ordine paterno nella società antica era molto più grave e riprovevole rispetto ad oggi. Il figlio che si rifiuta di esaudire la richiesta del padre mette in discussione la sua autorità e mostra così il disprezzo non solo per l’ordine sociale e la morale diffusa, ma anche per i comandi di Dio (cfr. Sir 3,1-16). È una colpa molto seria cui segue, dopo un lasso di tempo, il cambiamento di questo secondo figlio, con il riconoscimento della gravità del proprio comportamento (il verbo qui usato per “pentirsi” è metamelomai, che indica la conversione). Questa consapevolezza era cresciuta in lui fino a diventare un'esigenza impellente. Così l'imperativo interiore è diventato più forte della sua voglia, vince la realzione con il padre rispetto ai propri gusti e alle proprie voglie. E si reca al lavoro.
Questi due figli, che rappresentano per ogni epoca il pericolo continuo di professare la fede senza tradurla in opere concrete, rispecchiano bene una lunga storia di relazione di Dio con Israele che a suo tempo i profeti avevano evidenziato:
- ci sono coloro che - come “pubblicani e prostitute” - avevano disobbedito a Dio, scegliendo comportamenti aberranti rispetto alle vie tracciate dal Decalogo e da tutta la legislazione sinaitica. Poi però, alla predicazione del Battista (e di Gesù), erano rientrati su vie di conversione;
- gli altri invece - come gli interlocutori di Gesù e suoi contestatori - avevano detto un sì formale di adesione al comando divino, senza però farlo seguire da una effettiva obbedienza. Il peccato di questi uomini religiosi è grave, ed è un appello anche per noi. Perché come credenti per compiere la volontà del Padre non c'è altra strada che piegare le nostre rigidità, chiusure mentali e voglie per rimanere in relazione con il Padre compiendo la sua volontà. E' rispondere sì a una volontà che ci sembra scomoda, che ci chiede il sacrificio di seguire il Signore nella vita dell'amore, di amare per primi, di essere strumenti di misericordia, seguendo la via che Lui stesso per primo ci ha insegnato e mostrato con la sua vita. Se non siamo docili alla volontà del Padre, tra l'altro, perdiamo anche le grazie che ci vuole dare. La prima grazia è quella gioia di essere figli, di sperimentare il volto compiacente del Padre, di lavorare nella sua vigna a favore degli altri uomini, di essere quindi strumenti di bene, portando gran frutto. La resistenza alla volontà del Padre ci mantiene in una situazione di chiusura in noi stessi, che incrina il rapporto costitutivo con Dio, che ci toglie la pace di chi rimane nella volontà del Padre e segue Gesù con la stessa prontezza di obbedienza che lui, il Figlio, ha avuto verso il Padre che lo ha inviato.
“Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” (v. 31) - domanda Gesù ai gran sacerdoti e agli anziani del popolo. Essi non possono non convenire con il pensiero di Gesù: obbediente al padrone della vigna fu il secondo dei due figli. Cioè, commenta Gesù, “i pubblicani e le prostitute”, categorie tanto deprecate a Gerusalemme e nel tempio, e perciò tenute lontane dalla comunità ufficiale ebraica, di fatto vi hanno ormai superati: si sono convertiti alla parola che hanno ascoltato e sono già andati al lavoro.
Poi Gesù precisa: Giovanni è venuto a voi “nella via della giustizia”, intendendo per giustizia il giusto rapporto di fedeltà e obbedienza verso Dio (cf. 3,15) “e non gli avete creduto”, anzi l’avete ritenuto un indemoniato (11,18). I “pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto”. Voi che avete non solo visto e udito Giovanni, ma avete visto anche “queste cose” (cioè l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e nel tempio) non siete nemmeno capaci di pentirvi, riconoscendo così la vostra menzogna. Finché - sembra dire Gesù - continuiate a ritenervi giusti, non volendo riconoscere il vostro peccato, non avrete accesso alla salvezza.
E' chiaro che la parabola allora diventa una domanda rivolta anche a noi: il mio «sì» a Dio è soltanto sulle labbra, oppure diventa docilità a ciò che lo Spirito Santo mi fa comprendere? Ed è anche una parabola di speranza (come ci viene mostrato dalla figura dei pubblicani e prostitute che si convertono): in tante situazioni possiamo aver peccato, cioè esserci prostituiti agli idoli in ricerca di felicità a ciò che non dà vita e felicità, ma alla fine capire davvero che rimanere così è un fallimento esistenziale. E' la parola di Gesù ad averci illuminato e scosso, ad aver fatto verità in noi. E per questo, avendo ricevuto il dono della luce, della verità che ci ha liberti, non possiamo che lavorare nella sua vigna per dire anche agli altri che possono vivere una vita vera, secondo verità, nell'amore e nella gioia.
“Molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi” (Matteo 19,30). Gesù è criticato (dai farisei?) per la sua familiarità con i disprezzati e i proscritti. È uno scandalo. Gesù reagisce con questa parabola. È in questione l’immagine di Dio. E orientare tutta l'esistenza nella logica di vita del Maestro significa ribaltare letteralmente i criteri di valore comuni.
La vigna è il popolo di Dio – Israele nell'AT e ora la Chiesa –, chiamato a portare i frutti del Regno, che sono l’amore di Dio e del prossimo. Ma questa vigna può essere intesa anche come l'umanità intera, chiamata a corrispondere all'amore del Signore che ha dato la vita per essa; o, addirittura, la stessa creazione che Dio possiede, ma che ha affidato alle mani degli uomini. Se il Signore non si interessasse della sua vigna, il terreno resterebbe abbandonato ai capricci del tempo, le piante selvatiche lo sommergerebbero fino a soffocarlo, non ci sarebbe alcuna progettazione, né alcun frutto. “Come Dio nel suo mondo ha progettato ogni cosa in funzione di Cristo e a lui l'ha ordinata, così il padrone della vigna deve ordinare ogni cosa alla vendemmia. Si deve lavorare per il frutto. E come la Chiesa e il mondo devono lavorare l'una con l'altro perché Dio ottenga il suo frutto, perché l'ordine che lui ha creato si dimostri fecondo, così qui deve essere realizzato un rapporto tra il padrone che possiede e che guida e i lavoratori assunti per occuparsi della vigna e della sua produttività”[1].
“...uscì all'alba per prendere lavoratori per la sua vigna”. Il Signore cerca dei lavoratori che contribuiscano al mantenimento della Chiesa e del mondo, che collaborino per far crescere il Regno di Dio, e li invia lui stesso nella sua vigna. Egli è il Signore di ogni missione e di ogni lavoro nella sua Chiesa. Se qualcuno realizza qualcosa nella Chiesa, è perché Dio lo ha chiamato e inviato.
“Uscito poi di nuovo alle nove del mattino...” (v. 3). Il Signore esce di continuo, a tutte le ore, per chiamare e richiamare l’uomo ozioso (gli operai oziosi) a lavorare nella sua vigna. Il termine greco argoi, usato esclusivamente da Matteo tra gli evangelisti (Mt 12,36), ha sempre un’accezione negativa (cfr. 1Tm 5,13; Tt 1,12; 2Pt 1,8). È quel genere di inattività che rende senza valore anche la fede (Gc 2,20).
“Quando fu sera...” (vv. 8-12). Destinatari della parabola sono gli operai della prima ora, assoldati all’alba per un danaro, che era la paga quotidiana necessaria per vivere. Sono essi a “brontolare” contro il padrone perché ha dato la stessa paga a tutti, anche agli ultimi. Ne sono testimoni oculari e per questo si indignano, ritenendo ciò un’ingiustizia. Così sarà, dice Gesù, al giorno del giudizio: tutti riceveranno la stessa ricompensa. È vero che gli ultimi assoldati se ne sono stati fino a tarda sera oziosi, seduti chiacchierando attorno al mercato. La loro giustificazione di non essere stati presi da nessuno a giornata può essere sincera (in effetti non hanno avuto la fortuna di trovare qualcuno che li ha presi per lavorare), ma può anche essere una pigra scappatoia. Il padrone, comunque, per compassione decide di assumerli anche per un’ora sola di lavoro e di pagare a loro come ai primi: egli sa bene che il salario di un’ora non basta per il mantenimento della loro famiglia. I loro figlioli avranno fame, quando il padre se ne tornerà a casa a mani vuote. Così agisce Dio, dice Gesù. Talmente buono! Egli fa partecipare immeritatamente al suo Regno i pubblicani e i peccatori tanto è grande la sua bontà![2] Per lo più: il Regno non è mai proporzionale all’impegno con cui un uomo ha lavorato (ha vissuto, cioè, la sua vita), ma è dono gratuito, è grazia. D’altra parte cosa può dare Dio di meno di se stesso, se è tutto amore? Ogni uomo ne riceve secondo la sua capacità. E la capacità di ricevere è proporzionale al bisogno. Chi amerà di più, se non colui al quale è stato perdonato di più (Lc 7,24)? Egli dice loro: come Dio è così buono, altrettanto lo sono anch’io.
“... mormoravano contro il padrone...” (v. 11). È il brontolio dei farisei e degli scribi contro Gesù che accoglie i peccatori e mangia con loro (Lc 15,1s), è il rancore di Giona contro il Signore che salva quelli di Ninive (Gn 4,1ss), è l’ira del fratello maggiore contro il Padre che fa festa per il minore (Lc 15,28). Ma né il figlio maggiore accoglie il Padre, né Giona Dio, né i giusti il Figlio.
Gesù vuole quindi mostrare ai farisei e gli scribi quanto sia ingiustificata, odiosa, dura e spietata la loro critica. L’inferno di questi “giusti” è vedere che Dio è misericordia con gli ingiusti. Non sopportano la giustizia di Dio. “Che vantaggio c’è allora per chi ha lavorato fin dal mattino?” - è la domanda che si pongono questi “giusti”. Essi ragionano con l’etica del capitalismo, cioè del compenso proporzionato al proprio lavoro (cf. v. 12). È la presunzione di poter accumulare “crediti” davanti a Dio. Pensare in questi termini equivale a fare una grande offesa a Dio. Questo modo di pensare lo troviamo anche in un brano del profeta Malachia:“Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi andate dicendo: ‘Che abbiamo contro di te?’. Avete affermato: È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo del male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti?” (Ml 3,13-15).
Lo sbaglio di chi ragiona in questo modo è evidente. Il vantaggio non consiste nell’avere una “paga diversa”, proporzionata al “lavoro”, ma di aver amato il Signore, di essere sempre stati con lui. Se gli scribi e i farisei non capiscono questo, vuol dire che amano ciò che il Signore dà più del Signore stesso. Lo amano non per amore di lui che è l’amore, ma per amore della propria ricompensa, dell’opera delle proprie mani. È, in fondo, lo stesso problema del figlio maggiore che non capisce la bontà del padre verso quel fratello minore che “era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32) e non sa gioire con lui.
“Amico, non ti faccio torto!”. Il padrone si rivolge in modo cortese, corretto, al portavoce degli operai che mormorano contro di lui perché si sentono trattati ingiustamente. Il titolo di ‘amico’ non è affatto detto in modo ironico, ma è una sollecitazione alla ricerca di un legame, di una relazione, soltanto all’interno della quale apparirà chiaro il senso di quanto il padrone intende dire. Affrontata sul piano contrattuale, la questione sembra già risolta, perché il compenso pattuito è stato consegnato ad ognuno di loro, per cui non si può accusare il padrone di ingiustizia. La sua giustizia però va al di là di quella umana.... È appunto la giustizia di Dio. Il suo amore è pienamente gratuito e non può essere rivendicato da meriti umani, veri o presunti. Quanto fa il padrone, mostrando ai vignaioli della prima ora la propria generosità verso gli ultimi lavoratori, dovrebbe ricordare che l’averli invitati a lavorare nella sua vigna è un segno del suo amore e della sua attenzione anche verso di loro, perché altrimenti sarebbero rimasti disoccupati. La parabola offre così un prezioso insegnamento: la vita cristiana non si riduce ad una sorta di scambio commerciale, di conteggio dei meriti e demeriti, ma si fonda sulla grazia di Dio.
“Non posso fare delle cose mie quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (v. 15). Il nostro guaio è l’invidia, l’occhio cattivo, la meschinità. Concentrati sui loro meriti – e quindi insoddisfatti di fronte al fato di essere stati trattati come tutti gli altri, senza differenze – non si sentono solidali con gli altri operai, non capiscono il bisogno di quelli che hanno atteso per ore, anzi quasi per un’intera giornata lavorativa, di avere un’opportunità per portare a casa qualcosa, del denaro per poter sfamare la famiglia. Non sono capaci di accogliere quest’ultimi con il cuore di Dio, di vivere con loro una fraternità che non si basa sui meriti, su quanto “rendiamo”, ma sul fatto che tutti siamo preziosi agli occhi di Dio.
Ma chi ha occhio cattivo, e non intende guarire, è anche nemico di se stesso. Perché rischia di guastarsi l’eternità. Passeremo l’eternità a conteggiare i nostri meriti. A confrontarli con quelli degli altri. A correggere le operazioni di Dio.
“Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi” (v. 16). Gli ultimi sono i primi a capire e accettare a “ricompensa” del Regno; i primi, invece, che hanno lavorato per tutta la giornata, parteciperanno della sorte degli ultimi. Alla fine tutti saremo salvati per grazia!
______
[1] A. Von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 86.
[2] Il danaro, in questa parabola, rappresenta allora la vita eterna, indivisibile. La vita eterna, infatti, non è parcellizzabile. O si è dentro o si è fuori.