“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? - chiede Pietro : “fino a sette volte?” . È da notare la generosità di Pietro. 

Il numero 7 indica già una totalità: quindi Pietro, conoscendo il cuore grande di Gesù, volendo intenzionalmente superare la prassi giudaica che suggeriva di perdonare tre volte (cfr. Am 1,6) [1] , afferma di essere disponibile a perdonare in modo eroico, coinvolgendosi fino in fondo. La risposta di Gesù è però sconvolgente: Non basta perdonare 7 volte, ma 70 volte 7. Il perdono non si fonda su calcoli numerici, bensì sulla misericordia che non deve avere limiti.

La cifra che Gesù propone (“ settanta volte sette ”) è di grande interesse: comanda di perdonare sempre. Non si può parlare di limiti del perdono. Il perdono è un atteggiamento regale, divino, che non ammette frontiere. È un qualcosa con cui noi dobbiamo imitare la misericordia infinita di Dio (vedi la parabola seguente: Gesù invita ad imitare la misericordia del padrone).

La comunità cristiana è quindi luogo di riconciliazione. Il perdono è indispensabile se si vuole vivere in pace. Esso continuamente ristabilisce l'armonia, mentre le disarmonie nascono dalle reazioni immediate e pungenti. Quindi il perdono è il tessuto della vita cristiana. È in particolare il cemento delle comunità cristiane. Inevitabilmente sorgono dissensi, divisioni, litigi nelle comunità. Ma là dove il perdono risana, dà perfino la possibilità di riconciliarsi più di prima e di passare da un litigio ad un amore e comprensione più grandi. Senza perdono una comunità, come pura società, diventa invivibile. La comunità cristiana è consapevole delle proprie debolezze, ma conta sul perdono dei fratelli, ad imitazione dell'amore misericordioso di Dio.

Gesù motiva il perdono illimitato con una parabola. Quella del re che vuole regolare i conti con i suoi servi. Il primo servo gli doveva l'enorme somma di 10.000 talenti [2] . Il talento era l'unità di misura più grande allora esistente. Esso equivale a circa 6.000 giornate lavorative; il servo avrebbe dovuto lavorare per 20 anni senza mangiare solo per ripristinare 1 solo talento!. E' chiaro che questo servo non potrà mai restituire una cifra così enorme!

Diverso è il caso del secondo servo che doveva la misera somma di 100 denari (ossia l'equivalente di 100 giorni lavorativi; poiché 1 denaro era la paga di una giornata di lavoro, questo servo poteva restituire il tutto in tempi accettabili, cioè in circa tre mesi e mezzo.

Il primo servo si getta a terra, davanti al padrone, in un gesto di intensa supplica. Le sue parole però hanno una presunzione: che impegnandosi con tutte le forze egli potrà restituire questa ingente somma. Il che è impossibile! Ci sono persone che ancora in tali situazioni pensano di farcela da sole. L'uomo nel peccato – è questo il debito nei confronti di Dio - non può far nulla per “soddisfare” il suo “debito” così enorme!

Il re – che poteva, secondo le leggi del tempo, rifarsi dei beni intimando la vendita del debitore, di tutti i membri della sua famiglia e di ogni suo avere [3] - si impietosisce e condona. Il verbo “impietosirsi, commuoversi nelle viscere” è lo stesso usato da Lc 15,20 per indicare la reazione del samaritano di fronte al ferito e da Lc 15,20 per esprimere ciò che il padre della parabola sente quando vede il figlio prodigo che ritorna. È dunque una parola particolarmente evocativa, piena di pathos: il re si impietosisce e, di conseguenza, fa grazia, condona. Per questo padrone la dignità della persona è più importante di tutto, e quindi anche di questa quantità notevole dei beni che poteva rivendicare.

Ora se il re è Dio, egli sa molto bene, come sono vuote le nostre mani. La confessione dei nostri peccati deve esserci perché essa è grazia, perché la resa dei conti non finisce mai in paraggio per l'uomo: l'uomo non fa mai tutto quello che Dio si aspetta da lui, l'uomo non è mai senza colpa. Sì, deve esserci una confessione, perché Dio vuole avere un'occasione per mostrare ai suoi la sua misericordia, per riversare su di loro il dono sovrabbondante del suo amore all'interno della loro umiliazione. Dio ha bisogno del pentimento per poter rendere visibile l'amore, cancellare la colpa e donare un nuovo inizio al servitore.

Ma la longanimità ricevuta non lascia alcuna traccia comportamentale nel servo che ne è stato oggetto senza merito e in misura straordinaria. Infatti nei confronti del secondo servo si comporta in maniera diametralmente opposta a quella che il padrone ha avuto per lui, ossia vuole fare giustizia senza amore, dimostrando di non aver minimamente comprendendo la dinamica in cui il padrone l'ha inserito. Infatti assale con violenza il suo debitore, assume un atteggiamento oppressivo nei confronti di un suo pari e pretende l'immediata restituzione della somma. L'acme della contraddizione è raggiunta quando il secondo debitore chiede una dilazione di pagamento del tutto realistico, data la limitatezza della somma dovuta. La replica del suo creditore è violentemente negativa: il primo servo non conosce ragioni e segue solo i suoi interessi.

Nel rimprovero del padrone al secondo servo perché ha mancato di pietà il verbo “impietosirsi” ( splanchnizomai ) lascia il posto al verbo eleomai che è usato per lo più in riferimento alla misericordia di Dio verso l'uomo: “non dovevi tu forse aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” . È da notare che il verbo eleomai è usato anche in Mt 5,7 quando Gesù dice: “ Beati i misericordiosi (eleemones)”, cioè quelli che sanno perdonare, “perché otterranno misericordia” - eleethesontai , saranno perdonati -. In 6,14 Gesù, dopo aver insegnato il Padre nostro, riprende: “Se perdonate agli uomini le loro trasgressioni, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi” . E perché non ce ne dimentichiamo ci fa pregare: “Perdona a noi i nostri debiti come anche noi abbiamo perdonato ai nostri debitori” . È significativo questo verbo al passato, come a dire: noi abbiamo perdonato e dunque in effetti accogliamo il perdono divino che ci è già stato dato. È la libertà dell'uomo che accoglie o rifiuta, offre o nega al perdono di Dio lo spazio per farsi realtà.

Il messaggio della parabola è allora chiaro: il perdono è un dovere evangelico assoluto, indiscutibile, è parte della radicalità del Vangelo. Rispetto al dovere di perdonare non c'è davvero scampo. Chi è stato raggiunto dal perdono divino non può che seguire la logica divina. Il perdono, insomma, deve “circolare”: da perdono ricevuto divenire perdono offerto al fratello. "Una persona, anzi un peccatore, non può essere giusto nel senso di Dio. Può seguire Dio solo nella misericordia. Il servo che, appena salvato dalla grazia, non vuole perdonare colui che è servo come lui, sbaglia in maniera ancora più grave di quanto abbia fatto in precedenza con le colpe commesse nei confronti del suo signore. Nega al suo prossimo e dunque a Dio stesso l'efficacia che discende dalla sua grazia" [4] .

 “Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andare a riferire al loro padrone tutto l'accaduto”. I altri servi sono testimoni di ciò che accade. Come tali hanno il dovere di rendere testimonianza al loro signore. Questa testimonianza è un'accusa, ma in forma di resoconto oggettivo. Il padrone li ascolta e riconosce la verità di quel che raccontano. Ambedue le cose, la deposizione e l'ascolto della testimonianza, sono dei processi all'interno della verità oggettiva. Tutto ciò che avviene tra la Chiesa e il Signore deve collocarsi in questa verità immutabile. Anche la rivelazione della colpa, anche il giudizio del Signore fa parte della verità; amore e verità non sono due cose separate e lontane l'una dall'altra che possono a malapena essere poste in armonia tra loro, ma due lati della medesima realtà. L'amore consiste nella verità come la verità consiste nell'amore.

I servi non possono tacere, perché hanno il dovere di svolgere il servizio di testimoni davanti al loro signore. E neppure possono assistere indifferenti, poiché essi stessi hanno un'esperienza dell'amore e si pongono in un servizio di amore. È probabile che mentre riferiscono ciò che è accaduto risuoni la loro indignazione, ma ciò che conta non è qui l'indignazione, bensì la verità.

“Allora il padrone fece chiamare quell'uomo...” (v. 32). Il Signore agisce subito. Convoca il servo per un altro interrogatorio, ben più grave del primo. Alla colpa nei confronti del signore si aggiunge ora la colpa nei confronti del suo compagno di servitù. Questa colpa non può essere condonata come se nulla fosse accaduto.

Infatti il perdono che Dio ci dà diventa effettivo in me quando perdono il fratello. È quello che ci insegna anche la preghiera del Padre nostro. Chi non sa perdonare il fratello in realtà è ancora chiuso nel suo egocentrismo, e di fatto non ha veramente accolto il perdono del Signore che gli è già stato offerto. Dunque, di fronte al rifiuto dell'amore misericordioso, non ci può che essere la giustizia divina, che non fa altro che sancire ciò che l'uomo ha scelto: non corrispondere al suo amore, quindi il fallimento della propria vita. Esiste un passo della lettera di Giacomo, a proposito dei sottili legami fra misericordia, libertà, giudizio e giustizia:

«Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2,12-13).

La nostra missione è quella di diffondere il più largamente possibile questa misericordia che ci è stata accordata.

“Sdegnato” il padrone consegnò il servo crudele agli aguzzini per la tortura, “ finché non gli aveva restituito tutto il dovuto ”. Come sopra detto la punizione non è data dal Signore, ma è il primo servo che affligge se stesso. Al di fuori del perdono ricevuto e donato c'è solo la morte di chi rimane chiuso nella propria autosufficienza. E tale situazione può fissarsi per l'eternità. Sarà il suo fallimento definitivo. Ma “ finché ” c'è vita, c'è possibilità di conversione. La speranza di Dio è che capisca la sua grande mancanza e, umiliandosi e perdonando al suo fratello, possa accogliere effettivamente il perdono del Signore.

“Così - dice Gesù - farà anche il Padre celeste a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello” . Dunque la salvezza eterna passa imprescindibilmente attraverso il perdono “di cuore” al fratello. È lì, nella profondità del cuore, che tutto si scioglie e si lega. Non è nostro potere non sentire più e dimenticare l'offesa, ma è il cuore che, sottoposto all'azione dello Spirito Santo, tramuta la ferita in compassione, e purifica la memoria trasformando l'offesa in intercessione.

 

 

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[1] Nel Talmud leggiamo: «Se qualcuno pecca una, due, tre volte, glielo si perdona, ma non se pecca quattro volte» ( Tosefta. Yomah , 5,13).

[2] Un confronto ci può essere utile per capire l'enormità della somma: le tasse pagate complessivamente in un anno dalla Galilea e dalla Perea ammontavano a soli 200 talenti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 17,11,4) e il tesoro del tempio di Gerusalemme confiscato da Crasso nel 54 aC ammontava a 2.000 talenti (cfr. ibid ., 14,105).

[3] Tra l'altro si noti che vista l'iperbolicità della cifra era del tutto impossibile che la somma ricavabile dall'alienazione dei suoi familiari consentisse allo schiavo di onorare l'impegno assunto. Il padrone – qui chiamato “signore” - avrà tenuto conto anche di questo? Credo di sì. Perché l'uomo, davanti a Dio, ha un valore infinito, al di sopra di ogni peccato commesso.  

[4] A. Von Speyr, Le parabole del Signore , Jaca Book, Milano 2008, 78.

Questa solennità dell'assunzione di Maria al cielo ci ricorda che ciò che è già avvenuto per lei lo sarà anche per noi. Non c'è salvezza della sola anima perché essa riguarda anche la carne. La nostra carne, con tutta la sua storia, ci “seguirà” sempre, anche nell'altro mondo. Per questo non è vero che siamo spirituali disprezzando la nostra carne; al contrario siamo veramente spirituali quando - come è avvenuto con Gesù che ci ha amato dando se stesso fino alla morte e alla morte di croce - la nostra carne nelle varie situazioni che viviamo ogni giorno diventa dono per amore, quando la nostra corporeità si consuma nel dono per i fratelli. Allora, uniti a Cristo, parteciperemo anche della gloria. Il credente non teme di "consumarsi", perché sa che la sua vita e la sua identità unica e irripetibile di figlio/a nel Figlio è nelle mani del Signore.

Anche Maria, dunque, ha conosciuto la morte. Non era certamente superiore al Figlio che già aveva sperimentato la morte, ma condivideva con Lui la vittoria sulla morte.

Riporto qui la bella omelia di Benedetto XVI del 15 agosto 2009:

«L'Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, è un cammino alla sequela, la sequela di Gesù, un cammino che ha una meta ben precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio, perché – come dice Paolo nella Lettera agli Efesini – il Padre «ci ha anche risuscitato e ci ha fatto vedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2,6). Ciò vuol dire che con il Battesimo siamo già risuscitati e sediamo nei cieli in Cristo Gesù, ma dobbiamo corporalmente raggiungere quanto già iniziato e realizzato nel Battesimo. In noi l'unione con Cristo, la risurrezione, è incompiuta, ma per la Vergine Maria essa è compiuta, nonostante il cammino che anche la Madonna ha dovuto fare, allora, Colei che, per singolare privilegio, è resa partecipe con l'anima e con il corpo della definitiva vittoria di Cristo sulla morte. «Compiuto il corso della vita terrena – dice il Concilio Vaticano II – fu assunta alla gloria celeste in corpo e anima, ed esaltata dal Signore come Regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte» ( Lumen Gentium , n. 59). Nella Vergine Assunta in cielo contempliamo il coronamento della sua fede, di quel cammino di fede che Ella indica alla Chiesa ea ciascuno di noi: Colei che in ogni momento ha accolto la Parola di Dio, è assunta in cielo, cioè è accolta Lei stessa dal Figlio, in quella “dimora” che ci ha preparato con la sua morte e risurrezione (cfr. Gv 14,2-3)».

L'artefice principale dell'Assunzione di Maria è lo Spirito Santo, il quale vivifica e santifica il corpo di Maria, dona la potenza della vittoria sulla morte. 

Tuttavia nel mistero dell'assunzione noi vediamo l'agire delle tre divine Persone come opera comune del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In effetti Maria è assunta in cielo dal Padre per glorificarla, accanto al Cristo fedele, quale sua Madre e discepola fedele. In Maria risplende la gloria immortale del Figlio incarnato, morto e risorto. L'assunzione nella gloria per opera dello Spirito Santo, che fin dall'inizio della sua vita l'ha preservata dal peccato originale e colmata di grazia, portando a compimento in lei il progetto salvifico del Padre che vuole il rinnovamento e la trasfigurazione di tutta l'umanità, l'inserimento di essa nel seno della Santissima Trinità. Maria costituisce la primizia e la garanzia che quanto la Trinità ha compiuto in lei, vuole compiere anche per ciascuno di noi. A condizione che ci lasciamo "lavorare" docilmente dallo Spirito. Accogliere Maria come madre che ci è data dal Figlio sulla croce, vuol dire imparare da lei la sequela del Figlio nella docilità dello Spirito a gloria del Padre.

La Chiesa, confortata dal mistero di Maria assunta, comprende già ciò che sarà, e vive l'attesa del tempo escatologico nell'impegno di accogliere oggi il Regno di cui essa è sacramento. 

Dal cielo ella intercede per noi. Di questa intercessione materna di Maria e della sua vicinanza a noi pellegrini, cita alcuni passaggi molto belli tratti dalla nota dottrinale Mater Populi fidelis:

«Maria, che nel cielo ama il «il resto della sua discendenza» ( Ap  12,17), così come accompagnava l'orazione degli apostoli quando ricevette lo Spirito Santo (cfr  At  1,14), anche ora continua ad accompagnare le nostre preghiere con la sua materna intercessione. In tal modo, continua l'atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr  Gv  2,1-11) e ancora oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» ( Gv  2,3). Nel suo canto di lode vediamo Maria come una donna del suo popolo, che loda Dio perché «ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati» ( Lc  1,52-53), perché «ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia come aveva detto ai nostri padri» ( Lc  1,54-55), e riconosciamo la sua prontezza quando si avvicina. senz'indugio per aiutare la cugina Elisabetta (cfr.  Lc  1,39-40). Per questo, il Popolo di Dio confida fermamente nella sua intercessione» (n. 41). «Si tratta di un'intercessione che la trasforma in segno materno della misericordia del Signore. In questa maniera, poiché Egli ha liberamente voluto così, il Signore conferisce alla sua azione verso di noi un volto materno» (n. 42).

Più avanti, ai numeri 69-70, la medesima nota spiega: "Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che devono anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di Madre della grazia . Maria umilmente collaborare affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l'unico che può giustificarci con l'azione della grazia santificante: vale a dire, quando Egli infonde in noi la sua vita trinitaria, dimora in noi come amico e ci rende partecipi della sua vita divina. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l'azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli diversi che li possono ad andare avanti nella vita, ea disporre il cuore per la grazia che il Signore. infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente. Questi aiuti che ci giungono dal Signore si presentano a noi con un aspetto materno, pieni della tenerezza e della vicinanza della Madre che Gesù ha voluto condividere con noi (cfr  Gv  19,25-28). Maria sviluppa così un'azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all'Unico che opera nel più intimo del nostro essere".

Se nelle domeniche precedenti Gesù ha interrogato la fede dei discepoli, parlando loro apertamente anche dello scandalo della croce, ora Gesù ci ricorda che la nostra fede non è un fatto privato, ma ecclesiale. La fede in lui ci porta ad essere Chiesa. Se un fratello che sbaglia va ripreso. 

La correzione fraterna viene ad essere il punto più alto del saper stare insieme. È anche il più difficile, perché è segno di grande amore. È possibile in una comunità dove ognuno è accolto nei suoi limiti, non è giudicato se sbaglia, è assolto se è colpevole, è ricercato se si smarrisce (cfr la parabola della pecorella smarrita), è perdonato se pecca.

La correzione fraterna è quindi indice di maturità spirituale di una comunità.“Guadagnare il fratello” (v. 15), riconducendolo alla comunione con gli altri fratelli, deve essere sempre il fine della correzione fraterna.

Spesso, però, la correzione fraterna è la più disattesa. Si preferisce piuttosto evitare un fratello, o criticarlo alle spalle, piuttosto che affrontarlo a viso aperto per aiutarlo a correggersi dei propri difetti. Un dialogo franco, sereno che costa fatica. Non un dialogo iroso, che farebbe peggio.

«Se il tuo fratello commetterà una colpa [contro di te], va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità, - e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo».

Non è possibile ignorare il contesto interpretativo che Matteo assegna a questa regola disciplinare. Essa esprime la necessità di fare di tutto per ricercare il fratello smarrito. La disposizione in tre fasi non dovrà quindi essere considerata una disciplina di scomunica; dev'essere letta, invece, come il percorso da seguire per ritrovare la persona smarrita, in quanto escluderla dalla comunità significherebbe alla fine il fallimento del triplice sforzo di intrapreso[1].

La traduzione corrente, riprendendo alcuni manoscritti, riporta l'aggiunta «contro di te», interpretando il passo in senso relazionale; il testo, dunque, non mette l'accento sul peccato compiuto dal fratello che pecca, ma sulla relazione da salvaguardare (è un fratello) e il ruolo determinante dell'ascolto (non solo da parte del fratello che ha peccato, ma anche da parte nostra) nella riuscita dell'operazione (tra i vv. 15 e 17 il verbo ascoltare torna ben tre volte).

In questa prospettiva possiamo leggere anche il v. 18 conclusivo: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (v. 18). Tale versetto segnala che l'esclusione del fratello non ha solo conseguenze sociali, ma anche soteriologiche: ciò che la comunità lega è legato anche nei cieli. Teologicamente, questa dichiarazione è pesante. Ma ricorderemo che la rottura delle relazioni non è lo scopo della procedura, bensì il catastrofico scenario che ci si può prospettare in caso di fallimento.

Vediamo ora i tre passi che Matteo propone di compiere:

- il primo: prima vai tu da solo dal fratello che ha peccato e ammoniscilo (cfr. v. 15). L'uso del verbo elegchein (riprovare, rimproverare) fa eco alla parenesi di Lv 19,17, che precede immediatamente il comandamento dell'amore verso il prossimo: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello, rimprovera (in greco: elegcheis) apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lv 19,17-18).

È importante constatare che l'esortazione a rimproverare gli altri è qui considerata come la concretizzazione dell'amore verso il prossimo. Lo stesso legame fra rimprovero e amore verso gli altri è attestato nella letteratura giudaica[2]. Questo accostamento è istruttivo, perché dimostra che in seno al giudaismo il rimprovero fatto al fratello di fede è considerato positivamente come un modo di applicare nei suoi riguardi l'imperativo dell'amore verso il prossimo. Ancora, nel Testamento di Gad 4,1-3, il fatto di esporre direttamente la riprovazione davanti alla comunità, senza enunciarla anzitutto in privato, è considerata una mancanza di amore. Leggiamo il testo: “Guardatevi dunque, figli miei, dall'odio, poiché esso fa commettere l'iniquità contro il Signore stesso. Infatti non si vuole più sentire le parole dei suoi comandamenti sull'amore del prossimo e si pecca contro Dio. Appena un fratello cade, subito si corre a dirlo a tutti, ci si affretta a farlo giudicare e punire con la morte”.

Letta in questa luce, il primo e il secondo passo della regola comunitaria appare come un freno potente posto accanto alla denuncia ecclesiale della colpa del fratello. Prima che l'ekklêsia conosca il suo caso, gli sono offerte due occasioni di sentire il rimprovero che gli viene fatto. Se poi colleghiamo questa regola disciplinare della correzione fraterna con quanto abbiamo detto in 18,6-9, capiamo che chi rimprovera il fratello deve prima esaminare se stesso, per verificare se c'è qualcosa da estirpare in lui. Solo in questa prospettiva il rimprovero sarà fatto nel modo giusto, con l'atteggiamento “giusto” del cuore.

- Il secondo passo prevede il concorso di due o tre fratelli, quando l’ammonizione a quattr’occhi è fallita. Coinvolgere altri membri della comunità non significa voler dare enfasi al peccato e creargli un’eco scandalosa, ma prendere sul serio la sua minaccia. Si deve notare che Matteo cita la norma sui testimoni attestata in Dt 19,15: «Il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni».

- Infine – terzo passo - se non ascolta nemmeno la comunità, «sia per te come un pubblicano e un pagano». Si deve fare tutto, veramente tutto, per ricuperare un fratello che pecca. Non si tratta qui di scomunica, come spesso si interpreta, ma di assumere atteggiamento che si deve avere verso coloro che ancora non conoscono Dio o verso i pubblicani. Ciò significa che anche verso questo fratello che si è allontanato – che è diventato in pratica pagano – è necessario esercitare la misericordia. È precisamente l’atteggiamento che Gesù ha verso il peccatore, con il suo amore per lui e con la sollecitudine ‘viscerale’ per la sua salvezza. Secondo questa linea interpretativa del v. 17, la comunità sarebbe dunque spronata non tanto a tagliare i ponti con i peccatori, abbandonando a se stessi quelli che sbagliano gravemente e si ostinano, bensì a guardali con la misericordia di Gesù e a ricercare vie per toccare veramente il loro cuore e interpellare la loro libertà, sì da poterli ancora aiutare ad aprirsi alla parola del perdono e della conversione. È vivere la parola del Vangelo che ci ricorda che i “nemici” sono da amare, ed è possibile riguadagnarli solo dando loro un maggior amore (cfr. 5,38-48).

«In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra....» (v. 18). Per rendere possibile questa prassi di correzione fraterna e di perdono, Gesù ha affidato alla comunità tutti i mezzi necessari atti a soccorrere il peccatore, tra i quali è appunto la parola di vita e l’autorità divina per perdonare. Questa parola era già stata rivolta in termini molto simili a Pietro (cfr. Mt 16,19) ora viene rivolta a tutta la comunità. È evidente che per l’evangelista non vi è disaccordo tra le due autorità, tra quella affidata a Pietro e quella della comunità. «L’autorità petrina si riferiva a tutta la Chiesa, qui invece si parla del potere esercitato nella comunità locale. Si può dire che l’autorità petrina autorizza quella esercitata nella comunità. Quest’ultima, in successione a Pietro, viene esercitata ad un livello parziale»[3].

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[1] Cfr. D. Marguerat – A. Vénin, Sapori del racconto biblico, EDB, Bologna 2013, 208-213.

[2] E' attestato a Qumran (1QS 5,24-61; CD 9,2-8) come pure nel Testamento di Gad 4,1-3; 6,3-7.

[3] J. GNILKA, II vangelo secondo Matteo II, Paideia, Brescia 1990, 209-210.

 

Domenica scorsa nel Vangelo abbiamo sentito la grande ed ispirata professione di fede di Pietro. Ma pur riconoscendo in Gesù il messia e il Figlio di Dio la sua fede vacillerà di fronte allo scandalo della croce. Per conoscere in profondità Gesù bisogna anche camminare insieme a Lui, fino in fondo, percorrendo anche il cammino del Calvario e sostando sotto la croce, accogliendo la gioia della risurrezione. Per questo Gesù non chiude la professione di fede di Pietro con una semplice approvazione, ma lo provoca - insieme agli altri discepoli - parlando "apertamente" di tale scandalo. Quello che ora Gesù dà 

un insegnamento nuovo, sconvolgente, che contrasta con i dati e soprattutto con le speranze di cui sono equipaggiati gli apostoli. Con l’episodio precedente essi sono arrivati a dire “chi è Gesù”. Ora Gesù chiarisce il senso della sua missione, indica la strada da percorrere. Lo fa “apertamente”, con chiarezza di linguaggio, non in parabole, in modo da sgomberare il terreno da tutti gli equivoci. È l’annuncio della sua passione, morte e risurrezione. Con piena consapevolezza egli sa di dover essere rifiutato dagli anziani (cioè dall’aristocrazia laica), dai sommi sacerdoti (cioè dai componenti delle famiglie sacerdotali, l’elemento più conservatore della nazione), dagli scribi (cioè dai teologi e giuristi del tempo, i maestri della più rigida ortodossia): è il potere civile, religioso e culturale coalizzato contro di lui. Egli annuncia però anche la resurrezione, la sua vittoria sul potere della morte, che si pone non in contrasto, ma in continuità con le azioni degli uomini: “… e risuscitare il terzo giorno”.

“doveva...” (v. 21). Il dramma della croce non è dovuto a una crudele fatalità, a un cieco destino provocato dalla cattiveria umana, ma fa parte dello stesso piano di salvezza voluto da Dio che si realizza se non passando attraverso l’itinerario impervio della croce. Gesù di questo ne è pienamente consapevole: egli non è il Messia benché dovesse soffrire, ma è il Messia perché doveva soffrire. Gesù con la croce vince il male alla radice per condurre l’uomo alla gloria (cfr. v. 27: Gesù viene nella gloria e renderà a ciascuno secondo le sue azioni).

Evidentemente Gesù non amava la morte, né la cercava. È il suo amore divino a farsi solidale con l’uomo fino alle estreme conseguenze... È l’Amante che ama l’amato nella buona e nella cattiva sorte.

Di fronte a questo “nuovo insegnamento” quale è la reazione di Pietro? Fino a poco prima si era sentito orgoglioso di aver contraccambiato la fiducia che Gesù ha riposto in lui, e si è anche sentito dire “beato”.  Ma possiamo immaginare lo sgomento che egli prova di fronte all’annuncio della croce, che come dice san Paolo, è scandalo per tutti (1Cor 1,23).

Allora Pietro “cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore...” (v. 22). La reazione di Pietro svela la sua lontananza da Lui. La sua obiezione riguarda non un punto marginale, ma la stessa immagine di Dio in gioco nella missione di Gesù. Pietro non può accettare l’idea di un Dio la cui potenza si nasconda nella debolezza e la cui vittoria si manifesti nell’essere inerme e consegnato all’arbitrio della buona o cattiva volontà umana. La reazione è il “rimprovero” che muove a Gesù. Pietro dimentica di essere discepolo e, atteggiandosi a maestro, pretende di insegnare a Gesù che cosa dire e fare.

È da notare che Pietro, da uomo “prudente”, non redarguisce Gesù in pubblico, ma lo prende in disparte pensando di dire al Maestro qualcosa che gli sarà utile. La sua “logica” è però quella umana.  È naturale che l’ideale messianico di Pietro risulti piuttosto inquinato da elementi mondani, dal momento che coincide con quello del suo popolo. Si aspettava che Gesù esercitasse il potere su una linea temporalistica, di successo, di vittoria. Non può certo immaginare che quella gloria debba passare attraverso la croce, la morte, il fallimento. E soprattutto è naturale che egli trovi assurdo il fatto che il Maestro venga rifiutato e ucciso proprio dai capi di quella nazione che egli deve unificare e salvare. Su questa “idea” crede di sapere quale è il “bene” del Maestro.

“Lungi da me Satana...”. È vero: Pietro vuole bene a Gesù e Gesù lo sa. Altrimenti non gli avrebbe affidato il “primato”. Ma il suo ragionamento è troppo umano, anzi diabolico: ritiene che il bene sia quello che pensa lui. Dovrà scoprire che il bene che il Signore gli vuole è ben altro. Lo scontro tra il pensiero di Dio e il pensiero dell’uomo è ineludibile. Pietro dovrà passare attraverso questa “crisi”, dovrà far luce sull’inganno che è nascosto nel suo cuore.

“Lungi da me”. Pietro non può essere di impedimento al cammino di Cristo. Deve lasciar libero il Maestro di seguire la vita tracciata dal Padre. In quel momento egli agisce da “Satana”. Sappiamo che la parola “satana” significa “divisore”. Pietro, pur con buona fede, sta cercando di separare Cristo dalla strada assegnata dal Padre e accettata per amore. Pietro diventa “tentazione”: quella di far ripiegare Cristo sulle strade degli uomini, nel senso dei desideri terreni, delle ambizioni trionfalistiche. Proprio egli, che ha saputo superare brillantemente l’esame sull’ortodossia (riconoscendo in Gesù il messia e la divinità) è stato “bocciato” su quello della mentalità (cioè su modo di intendere la missione del Maestro). Il suo errore di fondo non è il traguardo, la gloria, ma la strada per arrivarci.

È per questo che Gesù chiede a Pietro di rimettersi dietro di lui, come indica l’espressione greca ypágō opísō. Si tratta cioè, per Pietro, di ritornare nell’atteggiamento del discepolo, che è la sequela; soltanto così egli potrà imparare a conoscere le vie di Dio e a “non pensare più secondo gli uomini”, ma ad entrare nei misteriosi pensieri divini.

L’incomprensione dell’annuncio della sua passione e risurrezione e la reazione di Pietro danno a Gesù una nuova possibilità di precisare i termini della sequela: “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”. Nessuno è costretto. Gesù invita i discepoli ad una nuova scelta. Andare dietro a lui è un atto libero di volontà. La massima volontà dell’uomo non è nel decidere ciò che pare e piace, ma è fare lo stesso cammino del Signore.

Pietro si era posto “davanti” Gesù per condurlo a fare la sua volontà come Satana. Gesù non lo respinge lontano. Lo rimette nella sua posizione giusta “dietro” di lui. Gesù, richiamando lui alla sequela, richiama ogni uomo a seguire la sua stessa via. Il Maestro ha già seguito la via dell’abbassamento, della kenosi, ha voluto (il “deve” di 16,21) risalire la via del male fino alla sorgente, che è l’inganno dell’autonomia dal suo Creatore (cfr. Gen). Se la chiusura dell’uomo è dovuta all’inganno di credere di poter “diventare come Dio”, ora Dio, che non ha bisogno di diventare tale, sceglie di rimanere fedele all’uomo fino alla fine, non scendendo dalla croce, dal nuovo albero della vita, che egli offre per ogni cristiano, perché da esso possiamo cogliere i frutti della salvezza.  Ma per accogliere questo dono dobbiamo seguire lui. Egli ci ha già “cercati”, inseguiti dal suo amore di pastore che non può sopportare che una pecorella rimanga sperduta. Seguire lui significa lasciare che la sua parola di Pastore metta in luce l’inganno che è nascosto nel nostro cuore per affidarci totalmente a Lui, come Egli si è affidato nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.

Possiamo giungere a questo abbandono solo quando cogliamo nello sguardo di Gesù il suo immenso amore per me. Mentre Pietro ha rimproverato Gesù senza guardarlo in faccia, Gesù volge lo sguardo verso Pietro (v. 23): egli deve vedere nel suo volto il volto di un Dio che lo ama immensamente (“chi sono io per voi?” - è ciò che ha chiesto in 16,15) e dà la vita anche per lui. La conversione di Pietro inizia quando, come ci ricorda Luca, dopo aver rinnegato tre volte Gesù, incrocia il Maestro, che volutamente volge il suo sguardo verso di Pietro (cfr Lc 22, 61). Pietro non si sente giudicato, disprezzato, allontanato, ma vede in questo volto sofferente il volto dell’Amore che dà la vita anche per lui. La misericordia di Gesù verso Pietro gli fa ammettere quello che prima non vedeva, non capiva: “ricordandosi delle parole che il Signore gli aveva detto…” (Lc 22,61).

Anche noi, come Pietro, portiamo nel nostro cuore un amore sincero per Gesù. Ma nonostante ciò l’inganno nascosto nel cuore ci può spingere, in tante scelte, a seguire vie che non sono quelle del Maestro. Lasciamo che il volto del Maestro educhi il nostro cuore, faccia crollare le barriere che ancora ci sono in noi…

E Gesù precisa: “... rinneghi se stesso”, ossia rinneghi il proprio “io egoistico”, “prenda la sua croce e mi segua”. La “croce” di chi segue il Signore è lottare anzitutto contro il male che c’è nel suo cuore. In questa lotta però non è solo: è in compagnia con il suo Signore, che lo ha preceduto e lo accompagna.

Poi avverte: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà...” (v. 25). Cioè chi è preoccupato solo di scampare alla minaccia della morte e si “difende” da essa con la falsa illusione di sicurezza che gli dà il potere, l’avere e l’apparire, in realtà “la perderà”: a sua vita è già morta e perduta per sempre. Il futuro è già iscritto nel suo presente. “Chi invece perderà la propria vita per me...”, cioè chi è disposto ad amare fino a dare la vita per Cristo, “la troverà”. La vita che egli trova è quella dello Spirito Santo, l’amore tra il Padre e il Figlio, dono reciproco dell’uno e dell’altro. Egli ha già ora la vita che non muore (cf. Gv 3,14). È in questo senso che dobbiamo capire le ultime parole, quelle del v. 28: il “non morranno” riferito ad alcuni tra i presenti non è riferito alla morte fisica, ma indica quella vita del discepolo che già, qui in terra, vive da figlio di Dio: questa è la “vita eterna” che vince la morte.

Gesù ribadisce questo insegnamento: che senso ha possedere tutto nel tentativo di garantirsi la vita? Chi fa così in realtà anticipa con l’affanno la morte fisica e con l’egoismo quella spirituale. O a chi può pagare l’uomo per avere in cambio “la propria anima”? La vita non si può comperare con denaro, né barattare con dei beni. È puro dono, e solo in quanto donata resta viva.

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