Continua il discorso parabolico iniziato due domeniche fa. Sono tre le parabole del Regno che il Vangelo oggi ci propone. 

 

Il tesoro nascosto e la perla preziosa (Mt 13,44-46)

Le prime due parabole mettono l’accento sulla grandezza della scoperta. Come l’uomo e il mercante sono rimasti sopraffatti dalla scoperta del tesoro, così tutto impallidisce dinanzi alla scoperta dello splendore del Regno di Dio. La buona novella del suo avvento dona la grande letizia, orienta tutta la vita, si fa sequela di Cristo.

Da notare che nell’Antico Testamento diverse volte si rappresentava la sapienza come la perla più preziosa, quella che supera tutti i tesori di questo mondo. La sapienza come il tesoro assolutamente inestimabile, nei cui confronti tutti gli ori della terra messi su una bilancia sono un pugno di polvere. Gesù è la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita.

Le due parabole ci insegnano che:

  • anzitutto bisogna cercare. Il mercante è un esperto e accanito ricercatore di perle preziose. Così, con tale perizia e costanza, il cristiano deve cercare la perla della sapienza.
  • ma contemporaneamente è il Signore che si fa trovare. Di fatto il contadino non stava cercando, probabilmente stava lavorando su un campo che non è suo (tanto è vero che poi vende tutto per comperarlo). Il che significa due cose: che il nostro cuore è fatto per Dio, per cui non bisogna andare lontano per cercare il tesoro. Entrare in se stessi è il primo passo per trovarlo. Ma è anche vero che questa vicinanza del Regno di Dio è data anche dall’incarnazione del Figlio eterno che ci è venuto incontro e, in quanto risorto, agisce con il suo Spirito in noi.
  • Il tesoro – cioè il Signore - va cercato anche nel campo, che non è nostro, ma che è opera del Signore, che è la Chiesa. Uno scopre che nella Chiesa è nascosta la verità del Signore, e attraverso di essa può non solo trovare il Signore, ma incontrarlo, specie nella sua Parola e nei sacramenti. La liturgia per sua natura è il luogo per eccellenza dell’incontro con il Signore. Non si può dunque semplicemente scavare e portarsi via il tesoro, come un ladro. Se si vuole possedere il tesoro è necessario investire tutto ciò che si possiede per entrare in possesso di tutto campo, ossia far parte pienamente della Chiesa. Non può rilevare solo una parte del campo, per esempio l'angolo in cui è nascosto il tesoro. L'uomo deve acquistare tutto il campo con tutta la sua proprietà[1].
  • Oltre alla ricerca, bisogna anche decidersi. L’amore porta a de-cidere: taglia via ciò che non conta per amore di ciò che conta. Solo una passione grande rende indifferenti al resto. Non perché tutto perda significato, ma perché tutto finalmente ha il suo senso.

Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. E talvolta ci vuole anche coraggio nelle decisioni. Pensiamo al mercante: forse la moglie e i figli gli avranno detto: “cosa fai, ma sei impazzito? Forse la gente ha riso dell'uomo della parabola: ha comperato un campo arido, non ci arriva l’acqua e l’hanno truffato! ... Ma lui va avanti e sfida il ridicolo, perché sa che lì c’è il tesoro. È proprio l’atteggiamento contrario del giovane ricco che capisce dove sta il vero tesoro, ma non ha il coraggio di fare la scelta (Mt 19,16-22). A Gesù non bastano persone buone... vuole anche il coraggio delle scelte. Ci sono occasioni uniche che non si ripeteranno mai più.

 La scelta che il mercante fa, e che ognuno di noi è chiamato a fare, non è disprezzo per il resto. Occorre, semplicemente, relativizzarlo, ridimensionarlo, avvertirne i limiti, subordinarlo alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno senza un atto di rinuncia, abbandono o, più precisamente, 

  • senza investire anche tutto ciò che si ha in vista di un bene migliore. Il campo e le perle preziose non vengono buttate, ma investite – con gioia e senza rimpianti – per acquistare ciò che vale (= indifferenza ignaziana, cioè libertà). Tutti i beni creati devono essere ordinati a tale scopo. È da notare che in controluce vediamo qui l’esperienza stessa di Matteo (il solo che riporta queste parabole): davanti al suo banco di gabelliere è passato Gesù, e da quel momento la sua vita è cambiata per sempre (Mt 9,9)!

- Evidentemente ciò implica l'investimento non solo delle cose, ma di tutto se stessi. Si deve dare tutto. La vita è data in pegno per il tesoro come prezzo del campo.

  • La decisione è presa nella gioia. È la gioia di aver incontrato Dio che, come un dono, si è fatto trovare da chi lo cerca. Se non viene accolto rimane soltanto una profonda tristezza, come nel caso del giovane ricco. E ogni volta che si sceglie di accogliere Lui e di vivere la sapienza del vangelo – che implica il sapere – cioè la conoscenza – e il sapore – cioè il “gusto” della vita – il Signore ci conferma nella gioia. Per chi, infatti, segue con generosità il Signore, lo Spirito di Dio ci consola; diversamente il nemico procura in noi tristezza.

Infine una nota finale. Se l'uomo si decide di investire tutto sé stesso a causa della bontà (“ricchezza” del tesoro”) e della bellezza (la “perla”) del Regno, ciò significa che anche quando la Chiesa è inviata nel mondo ad annunciarlo deve mostrare con la propria vita –sostenuto anche dalla testimonianza della comunità cristiana – la bontà e la bellezza che hanno trasformato la propria vita.

 

Parabola della rete (Mt 13,47-50)

Questa parabola deve essere importante per Matteo, visto che è ricordata da colui che, esercitando la professione di pubblicano, non era per nulla esperto nella pesca.

In essa il Regno di Dio viene paragonato ad una rete da strascico, che viene trainata da due barche oppure viene calata con l’aiuto di una barca e poi tirata a riva con una lunga corda. Questa rete prende una grande quantità di pesci, buoni (commestibili) e cattivi (non commestibili secondo le regole del Levitico: 11,9-12, perché non hanno scaglie visibili). Davvero il Signore offre a tutti la salvezza. Il Regno dei cieli è un’opportunità unica, da cogliere al volo; altrimenti c’è il rischio di non scegliere mai, perdendo di fatto tale opportunità per la propria vita.

Ecco allora che questi pescatori, tirate le reti a riva cominciano la cernita. Questo lavoro quotidiano diventa agli occhi di Gesù una rappresentazione del giudizio di Dio quando finalmente il bene apparirà in tutto il suo splendore, mentre ora è tante volte confuso e irriconoscibile nel magma del male.

Ma nel frattempo occorre aver pazienza (vedi commento di Mt 13,24-30). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf. 2Pt 3,9). A lui tocca alla fine dei tempi il giudizio. Alla Chiesa, invece, di pescare. E di usare, in questo tempo che ci separa dal giudizio finale, la stessa pazienza di Dio, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia, invece, ha sempre la meglio nel giudizio di Dio (Gc 2,12s).

È poi anche una parabola di speranza. Sotto il pelo dell'acqua non si può giudicare quanto e quale pesce la rete sta raccogliendo. Solo alla fine, tirata a riva, si vedrà cosa ha pescato. Nessuno deve giudicare innanzi tempo chi è buono o chi è cattivo, puntando il dito sugli altri. Solo Dio conosce i segreti di ogni cuore e la strada tortuosa che ciascuno deve seguire per uscire faticosamente dal suo male personale.

Capiamo, allora, perché Matteo ha riportato questa parabola: egli stesso è stato oggetto della misericordia di Gesù. E, come Gesù, deve fare anche la Chiesa.

 

Avete capito queste cose?

È la domanda finale di Gesù. “Tutte queste cose” sono i vari aspetti del mistero del Regno (cfr. Mt 13,11). Se i discepoli rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, non è perché il loro intuito spirituale sia più fine di quello delle folle, ma perché è stata la loro comunione con il Maestro a dischiudere la loro comprensione.

Giungiamo così all’immagine dello scriba, che illustra la comprensione cui sono chiamati i discepoli. Probabilmente qui abbiamo un vero e proprio autoritratto di Matteo, che si riconosce in questo scriba divenuto discepolo. Qui lo scriba (grammatéus) è definito come uno divenuto ‘esperto’, cioè istruito (mathēteutéis). 

In questa frase è espresso un paradosso: colui che deve insegnare è uno che impara mettendosi alla scuola, divenendo da maestro discepolo. In ciò l’evangelista non vede uno sminuire se stessi, ma anzi un realizzarsi pieno di sé; non a caso lo scriba divenuto discepolo è definito "padrone di casa", cioè persona pienamente sovrana delle sue cose, prima di tutto della sua stessa vita. Ebbene, questo padrone di casa trae dal suo tesoro, cioè dal suo cuore, dall’intimo della sua persona, cose antiche e cose nuove. Le cose antiche sono la rivelazione di Dio ad Israele, quelle nuove sono il compimento della promessa, che trova il culmine e realizzazione in Gesù. 

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[1] Cfr. A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 64.

Il vangelo di questa domenica ci offre atre tre stupende parabole di Gesù. Parabole che continuano ad illuminare il presente per discernere la presenza del Regno dei cieli, cioè sull’azione potente di Dio nella storia.

 

Parabola della zizzania (Mt 13,24-30)

La zizzania (lolium temulentum) è un’erbaccia che botanicamente è molto vicina al frumento barbato e gli assomiglia. Così quando il frumento cresce non è subito facile distinguere l’uno dall’altra. Inoltre le radici della zizzania si intrecciano con quelle del grano, al tal punto che è impossibile sradicare la zizzania senza distruggere parte del grano. Occorre quindi aspettare fino alla mietitura e alla trebbiatura per separare il grano dalla zizzania, esattamente come dice il proprietario del campo ai suoi servi.

È allora evidente che il problema posto dalla parabola è quello del male che cresce e che coesiste con il bene. Non bastano le difficoltà nella semina e nella crescita, ma c’è anche il male che è presente non solo nel modo ma anche nella stessa Chiesa. È un grande scandalo. E un grande mistero.

- “Il Regno dei Cieli è simile a un uomo che ha seminato buon grano nel suo campo”. La relazione dell'uomo con il proprio fare serve come termine di confronto per la relazione di Dio con il suo regno, con la sua opera, con la sua creazione. Non si può immaginare un Regno dei cieli senza l'agire di Dio nel mondo, nella storia.

“... ha seminato ...”. Quest'uomo è anzitutto Gesù, il grande seminatore della parola di Dio. Ma è anche egli stesso, la sua persona, la Parola incarnata.

L'uomo che semina sa che il risultato di essa non dipende totalmente da lui (egli ha fatto la sua parte); sa che molto dipende dalle circostanze esterne. Se quest'uomo è il credente, allora egli sa di essere solo un servitore di Dio che in ogni momento deve continuare a mettere il meglio di sé a disposizione di Dio. Crede di fare qualcosa, prende tutto lo sforzo su di sé, si estenua nella tensione a riconoscere il proprio compito nella preghiera e metterlo in pratica, qualunque esso sia, ma sa che la missione gli è solo affidata, che il seme solo per un istante è nelle sue mani, che tutto il suo agire è solo la parte di un'opera più grande.

“... buon grano nel suo campo”. La Parola di Dio è buona. Il seme è buono, è seminato nel campo. Il campo è il mondo. Esso produce buoni frutti buoni (= le persone accolgono la Parola, aderiscono a Gesù), ma insieme ecco nascere anche la zizzania.

- “Ma mentre tutti dormivano viene il nemico...” (v. 25). Nel sonno viene il nemico. Egli conosce bene le abitudini, i limiti e le debolezze degli uomini. La nostra mancanza di vigilanza è il luogo dove egli entra e semina anche lui il suo grano. Per cui il mondo è sempre il luogo del bene e del male.

Si noti che il nemico compie gli stessi gesti del seminatore, o, meglio ancora del Seminatore divino. Se lo potessimo seguire, potremmo persino scambiare i suoi movimenti con quelli del Buon seminatore. Davvero egli si camuffa come angelo di luce. Ci fa apparire buono quello che non è, perché diversa è la sua intenzione rispetto a quella divina che il seminatore ha fatto propria.

Si noti anche che la zizzania (il male), come il grano (il bene), vuole moltiplicarsi fruttificando. Ma, a differenza del grano buono, quello della zizzania è leggermente velenoso. Consumato, provoca vertigini e malessere e ha effetti simili a quelli dei narcotici. La farina di zizzania ha un gusto amaro e sgradevole. Il suo consumo prolungato può danneggiare la vista.

“E se ne andò”. Il nemico se ne va, per restare ignoto. È interessante l'osservazione di Adrienne von Speyr: “Il suo seme è stato gettato insieme a quello del buon seminatore di notte. Il Nemico non può stare insieme con il Signore, non può reggerne lo sguardo, e per questo deve agire di nascosto, di notte. La notte assume ora un nuovo significato: è quella che nasconde, che va contro il riconoscimento del bene”[1]. È il mistero dell'iniquità che si oppone all'azione divina, alla redenzione, e anche a quella umana quando è in sintonia con la prima.

“Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. Il grano cresce secondo la propria legge, i propri tempi. E cresce anche la zizzania. Quando esce il frutto del giorno, anche il frutto della notte si manifesta. Lo stesso tempo, che è stato usato dal bene per crescere, è stato richiesto anche dal male. Se non ci fosse il bene e la sua manifestazione, non ci sarebbe dunque anche il male e la sua manifestazione!

Il primo effetto del manifestarsi del frutto della semina della zizzania – del male – è di far nascere il dubbio tra i servi (quindi tra i credenti) sulla bontà dell'operato del loro padrone, ossia – trasponendo l'immagine – sull'operato di Dio e sulla bontà stessa di Dio: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque la zizzania?” (v. 27). È la domanda che i buoni da sempre si pongono riguardo al male, la domanda che rende inquieti.

Il padrone del campo così spiega la presenza della zizzania: “Un nemico ha fatto questo!” (v. 28). “E i servi gli dissero: vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. L’atteggiamento e la soluzione dei servi corrisponde anche al nostro quando ci accorgiamo del male. Pensiamo: “Ho capito: siccome il male è opera del nemico, bisogna distruggerlo. Vuoi che andiamo e lo strappiamo?”. Mi viene spontaneo richiamare l’episodio narrato da Lc 9,55ss. nel quale Giacomo e Giovanni, vedendo la cattiva accoglienza di Gesù in un villaggio samaritano, reagiscono dicendo: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Questa reazione esprime molto bene il nostro zelo nello strappare la zizzania. Siamo infatti molto più zelanti di Dio nello strappare il male negli altri. Il problema è invece un altro: lo dovremmo strappare in noi.

“Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme...”, ordina il padrone del campo. Se tu – discepolo di Gesù - strappi la zizzania, rovini il grano, cioè te stesso. A differenza di Gesù, che si dimostra paziente e ricco di amore con tutti, “perché non vuole che alcuni si perda” (2Pt 3,9), non sei misericordioso con il peccatore. E se non sei misericordioso non sei figlio. Finché c'è tempo, Gesù spera sempre nella conversione dei peccatori. Egli sa che le prostitute e i pubblicani – considerate zizzania dagli scribi e dai farisei – possono non solo convertirsi, ma addirittura prendere il loro posto nel regno di Dio (cfr. Mt 21,31); in altre parole proprio coloro che si reputavano eletti rischiano di essere esclusi da esso (cfr. Mt 23,13). Il momento della verità, allora, sarà quello della mietitura e non quello della crescita. Solo a quel punto l'erba inutile e nociva sarà estirpata.

La risposta del padrone, inoltre, ci educa all'umiltà di fronte al male. Ha ragione la Speyr: “La persona è costantemente posta da Dio in un mondo in cui domina il male e non può farcela contro tutti e contro tutto. E tuttavia il Signore le chiede di stare in questa battaglia, ma le mostra anche la strada e l'ora”[2].

Inoltre, paradossalmente, proprio il male è il luogo privilegiato dove si manifesta l’amore di Dio. Se Dio fa solo il bene, nel male si rivela la sua essenza di misericordia assoluta, che è la croce. Lui sarà trattato da zizzania! Lui sarà bruciato come legno secco! La misericordia del credente deve quindi assomigliare a quella di Gesù.

Alla fine ci sarà la separazione (era normalmente compito delle donne setacciare pazientemente il grano per togliere i semi di zizzania, del tutto simili a quelli del grano per forma e grandezza, ma di colore grigio) e il giudizio (v. 30). Quindi solo alla fine il male sarà tolto. Il presente è lasciato a noi per anticipare, nella nostra, la sua misericordia.

“... il grano... riponetelo nel mio granaio”. Solo allora il Signore raccoglierà i suoi e li condurrà lui stesso nella sua casa. La vittoria sta solamente nel Signore.

 

 

Parabola del granello di senapa (Mt 13,31-32)

Cosa dire poi della piccolezza del bene? Anche questo ci scandalizza! Difficilmente il bene fa notizia... Con questa parabola e la successiva, ancora di ispirazione agricola, Gesù ci spiega perché il bene è sempre piccolo. D’altra parte anche lui, pur avendo annunciato il Regno in diverse città e operato numerosi miracoli, aveva raccolto attorno a sé poca gente, e che gente - un’insignificante cerchia di persone, per di più religiosamente squalificate.

Gesù ci invita ad andare al di là delle apparenze e ad aver fiducia nei risultati. Sono parabole della “sproporzione”.

“... un granellino di senapa che uno prende e semina nel suo campo”. Anzitutto anche qui abbiamo la semina. È un atto di speranza, di fiducia, di sguardo in avanti. Quell'uomo semina e attende il risultato di essa. Si aspetta tale risultato. E la crescita del seme può essere seguita.

“L'uomo che ha seminato nell'attesa può essere paragonato tanto ai credenti quanto a Dio. Con Dio, che prepara agli uomini una dimora sulla terra, finché viene il loro tempo di abitare in cielo. Ma anche con l'uomo, che crede e spera e attende, e alla fine viene accolto: da Dio, il Figlio, che abiterà in lui, da Dio, il Padre, che gli mette a disposizione il regno dei cieli. Inoltre, fin dal principio è chiaro che la relazione che la parabola rivela deve essere qualcosa di definitivo, che ambedue le cose, il granello che cresce e il cielo che si abbassa, sono fatte l'una per l'altra. Dio Padre dona il suo cielo agli uomini. In quanto Creatore non ha abbandonato gli uomini, ma ha mostrato loro la direzione verso la quale essi devono crescere perché egli possa definitivamente accoglierli”[3].

“... un granellino di senapa...”. Rispetto alle attese trionfalistiche di un regno che sarebbe venuto dall'Alto in modo trionfalistico (da cui deriva la tentazione proposta a Gesù di buttarsi dal pinnacolo del Tempio), ecco il Maestro parlare della necessità di accettare piccoli e umili origini e di saper attendere l'epoca della crescita. Gesù non è venuto sulla terra a piantare alberi, ma a portare dei semi. Il seme è piccolo – qui paragonato a quello della senape[4] -, è il più piccolo di tutti i semi. È quasi invisibile. Ma diventa in una stagione (quest’ultima simbolo della durata di questo mondo) un arbusto che può crescere fino a 2-3 metri. In esso gli uccelli vi trovano rifugio.

La Chiesa è un po’ come quest’albero: è criticata da tutte le parti, ma sfido a trovare chi o quale realtà in questo mondo la supera in valore e sensatezza. Ci sono persone che a volte vorrebbero uscire dalla Chiesa: ma per andare dove? La Chiesa offre “rifugio” per ristorarsi... con la forza della parola e dei sacramenti. Ricordiamoci poi che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28). È Dio che ha voluto così. Vuole che il cristiano sia libero dal delirio di grandezza. E poi, se ci pensiamo bene, la grandezza del Regno futuro non è altro che il trionfo di quella croce che ha abbraccia ogni piccolezza e lontananza. All’abbassamento estremo corrisponderà l’innalzamento del Figlio dell’uomo e di coloro che, per amore suo, si faranno “piccoli” come Lui.

Evidentemente è riduttivo identificare l'albero di senape con la sola Chiesa. Il Regno è sempre più ampio di quest'ultima. Allora qui possiamo trarre un'altra riflessione. L'immagine dell'albero sui cui rami gli uccelli fanno il nido è classico nei profeti, per designare l'uno o l'altro dei grandi regni del loro tempo. Gesù aggiunge questo «di più», alludendo chiaramente all'apologo del cedro di Ez 17,22-24 che descrive la prosperità e l'estensione universale del regno di Dio: «Dice il Signore Dio: lo prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà». In Cristo ogni predizione di salvezza dell'Antico Testamento ha trovato la sua realizzazione. Il regno di Dio – piantato da Cristo nella terra - giungerà ad abbracciare e salvare i popoli del mondo intero.

Infine, come suggerisce la Speyr, questo albero rappresenta anche quello che noi credenti siamo chiamati a diventare, camminando con gli altri fedeli nella Chiesa e impegnandoci nel mondo. “Se il granello di senape è la fede [seminata nel cuore dell'uomo dalla Parola], allora sarà molto chiaro quale deve essere il ruolo della fede nell'uomo: crescere, come il granello dalla terra, dalla sostanza della grazia invisibile di Dio che egli accoglie in sé. Questa crescita si può seguire, al punto che l'uomo più che lasciare crescere la fede in sé, sempre più lascia crescere sé nella fede. Alla lunga non può ricevere la fede e poi appoggiarsi ad altri puntelli che per lui sono importanti, ma che non hanno nulla in comune con la fede. La fede vuole unificare tutto l'uomo in Dio, fare di lui un frutto per Dio, che egli può riconoscere. Fare di lui qualcosa in cui Dio si compiace tanto che non cerca più alcun altro luogo per sviluppare il suo regno dei cieli, poiché lui stesso può venire e abitare in questo luogo. Non così che il regno dei cieli sarà là, dove sono gli uomini, ma così che Dio faccia della fede degli uomini il luogo del suo regno dei cieli”[5].

 

Parabola del lievito (Mt 13,33)

Anche questa immagine è altamente espressiva. Il regno dei cieli - dice Gesù - è simile a un pugno di lievito nascosto in tre misure di farina (circa 25-30 Kg). Esso ha la forza di far fermentare tutta la farina. Dal lievito la donna si attende proprio questa misteriosa efficacia. Se poi pensiamo che il lievito non è altro che farina inacidita[6], questo risultato ci appare ancora più sorprendente. Quell’impasto andato a male, preso e nascosto in tre misure di farina, è il Cristo sepolto: nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviterà di vita nuova, libera dal vecchio lievito di malizia e perversità.

Ricordiamo che l'immagine del lievito normalmente era negativa. Così in Paolo essa esprime l'effetto devastante del male nelle sue giovani comunità cristiane (cfr. 1Cor 5,7-8; Gal 5,9), ed anche Gesù in Mt 16,6 la utilizza in tale prospettiva quando avvertiva i discepoli: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei!»; si riferiva al grande potere di suggestione di convinzione sulle masse che essi avevano. Egli invita i suoi a prendere le distanze e a rifiutare la dottrina di questi gruppi, specie per quanto riguarda le attese messianiche.

  Gesù, dunque, ribaltando in 13,33 l'immagine da negativa a positiva, sottolinea così l'efficacia del potere salvifico penetrante e trasformante della grazia divina. “Se noi siamo l'impasto, allora il cielo è il lievito che non ci abbandona con la sua efficacia finché non siamo divenuti altro. Questa efficacia è determinata da Dio ed è quello che lui, nella sua Provvidenza, si aspetta da noi. L'essenziale è che la farina e il lievito si incontrino, l'efficacia può essere poi lasciata al lievito. Ma, come nella parabola del granello di senapa il seme deve essere posto nel campo, così qui il lievito deve essere impastato. Quello che nella parabola è il lavoro, la prestazione dell'uomo o della donna, fuor di metafora è ciò che fa l'uomo che si affida alla grazia che lo trasforma. Il punto di paragone non è il progettare, il ponderare, l'esaminare, ma lasciare che qualcosa di nuovo accada, e lasciare che avvenga nella direzione giusta. In ogni sua preghiera l'uomo sa che il suo dialogo con Dio è un incontro ed è come se egli avesse bisogno di congiungere le mani e di affidare a Dio la propria anima, in un atto pervaso dalla semplicità del bambino, perché possa incontrare Dio e in lui accada davvero quel che per l'uomo resta inconcepibile, ma che ciò che è chiaramente atteso da Dio. È Dio che si dà da fare per l'incontro, l'uomo deve solo affidarsi alla sua mano, poi è Dio che si impegna per la sua opera, per realizzare le sue intenzioni con noi. Queste intenzioni sfociano immancabilmente nell'edificazione del Regno di Dio. […] L'abbandono in Dio è il contrario della distrazione, della disobbedienza, della resistenza e dell'irrigidimento.

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[1] A. von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 32-33.

[2] Ibid., 38.

[3] A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 43-44.

[4] La senape è originaria dell'Asia, dove cresceva spontanea. Si pensa che sia stata coltivata per la prima volta nel 3000 a.C. in India, e poi esportata in Occidente come spezia pregiata. Era infatti già nota ai Greci e ai Romani, i quali utilizzavano i semi pestati da cospargere sui cibi per renderli più appetitosi. Tutte le varietà di senape appartengono alle «crocifere», famiglia molto numerosa, comprendente generi e specie di piante erbacee coltivate come ortaggi (rape, ravanelli ecc.) e come erbe aromatiche e medicinali (la senape appunto). In Palestina la senape non era considerata semplicemente una pianta da orto, ma veniva coltivata anche nei campi. A momento della raccolta, veniva messa in cesti, che quindi risultavano pieni di questi piccolissimi granelli.

[5] Ibid., 44.

[6] Nell'ambiente della Palestina li lievito naturale si preparava in poche ore, perché la pasta inacidiva presto. La donna impastava la farina con l'acqua nella grande ciotola dove l'aveva raccolta e ci mescolava il lievito, manipolando a lungo la pasta per amalgamarla e per indurirla al punto giusto.

La parabola del seminatore che oggi leggiamo nel vangelo di questa domenica è anzitutto una illustrazione della missione di Gesù. Non dimentichiamo che Gesù stava vivendo un momento delicato, quello della “crisi galilaica”. I suoi erano venuti per prenderlo perché lo ritenevano pazzo e volevano portarlo via (12,46-50; cf. Mc 3,20-21). Eppure è proprio il fallimento, la croce, il segreto che Gesù dice negli orecchi che gli apostoli dovranno annunciare sui tetti (10,27): alla fine il bene è vincente! La croce di Gesù è principio di vita nuova!

Leggiamo ora la parabola.

“Uscì il seminatore a seminare”. Semina sulla strada, sui sassi e sui rovi. Perché tanto spreco? Alcuni di questi aspetti si spiegano meglio sapendo qual era la tecnica della semina. Innanzitutto, si seminava in un terreno che era rimasto incolto per tutta l’estate, da maggio a novembre, ed era stato spesso attraversato dalla gente e pascolato dalle greggi di pecore e di capre. Dopo la semina, si arava per interrare il seme nel suolo. Il seminatore, quindi, seminava tutto il terreno a disposizione, ma non sapeva esattamente dov’era il suolo buono e fertile. Seminava sugli stretti sentieri calpestati dalla gente che aveva attraversato il campo, lì dove la terra era dura e non lasciava entrare il seme. Seminava anche lì dove il suolo non era molto profondo, ed era spesso il caso in Israele, dove il terreno è quasi dappertutto roccioso. Il seminatore non poteva indovinare perché non si vede la roccia in superficie. L’aratro, inoltre, era molto primitivo e non dissodava il terreno in profondità. Questo spiega perché il grano poteva cadere in una parte dove crescevano spine e rovi che, più rapidi nella crescita, avrebbero impedito al grano di arrivare a maturità. Il seminatore, però, sapeva che da qualche parte il suo terreno era buono e gli avrebbe dato un bel racconto.

Si noti il rischio e la speranza del seminatore. Dal successo della semina dipende la vita della sua famiglia (il pane per tutto l’anno). D’altra parte sapeva, come già detto, che da qualche parte c’è un terreno buono che non lo deluderà. Se non fosse il caso, andrebbe a seminare altrove o cambierebbe mestiere.

Gesù è il buon seminatore. Ha seminato il seme della parola di Dio. Non è stato lì a scegliere il terreno: questo è bravo, quello no. Ha seminato come fa il seminatore: su tutto il campo. Ora attende il frutto del raccolto.

Lo sviluppo del grano avviene in diverse tappe: cade nel terreno (v. 4), germoglia (vv. 5-6), e cresce (v. 7). Nelle prime tappe un ostacolo (uccelli, roccia, spine) impedisce al grano di continuare il suo sviluppo naturale. Solo nella quarta tappa il grano arriva a maturità (v. 8).

“Parte di esso cadde lungo il sentiero…” (v. 4). I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. È l’esperienza di Gesù: in parte la sua Parola non è neppure accolta, non attecchisce, vola via. È la gente che non ascolta. 

“Un’altra cadde su suolo sassoso…” (v. 5). Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene l’umidità dell’aria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma è un’illusione! Mancano le radici. È il caso di quando la parola ascoltata attecchisce subito, ma solo in superficie; dopo il primo entusiasmo - un fuoco di paglia senza consistenza - si secca.

“un’altra cadde sulle spine…” (v. 7). I rovi tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose “re” tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! Quindi anche in quelle persone in cui la parola sembra crescere non sempre tutto va bene, poiché c’è il rischio del soffocamento.

“Un’altra parte cadde in terra buona e diede frutto...” Per mal che vada, la semina del Regno è feconda al di sopra di ogni attesa. La resa del 30, 60, 100 per uno non era nemmeno immaginabile. Se i fallimenti del seme sembrano deludere la generosità del seminatore, che non bada al risparmio ma sparge a piene mani, l’immagine finale della grandiosa resa supera di gran lunga anche le più rosee prospettive che potesse nutrire l’immaginazione di un agricoltore dell’epoca.

La parabola non contrappone semplicemente gli insuccessi iniziali al successo finale che il Regno otterrà, ma illustra anche il suo paradossale ed irresistibile sviluppo, in cui il successo coesiste però con l’insuccesso (che resta solo parziale, mai totale).

Però ci vuole tempo. Il successo si ha solo dopo un processo lungo, che conosce una serie di insuccessi iniziali. Per questo il seminatore non si aspetta un risultato immediato.

Questa parabola intende perciò rispondere ai dubbi che si stanno facendo largo nel cuore dei discepoli e dei simpatizzanti di Gesù, i quali si chiedono come mai il messaggio del Regno stia incontrando tanta opposizione, e forse giungono a dubitare della sua reale riuscita. Anche il lettore di ogni epoca non fa difficoltà a riconoscersi in queste esitazioni. Ebbene, con questa parabola Gesù risponde a tali perplessità e addita lo stile dell’agire di Dio, il quale, con la sua debolezza, è più forte della potenza degli uomini. Ma la sua forza non si manifesta nell’evitare gli ostacoli, nell’annullare le prove, bensì nel far emergere e nel far riuscire il suo piano anche attraverso le contraddizioni e persino le opposizioni più dure. Ecco perché vengono enumerate le cocenti delusioni per la mancata riuscita del seme sui terreni inadatti. E se nel primo caso – quello del seme seminato sulla strada e divorato dagli uccelli – le attese non sono poi tanto frustrate, ben più grave è l’ultimo caso, quando il seme sembra ormai vicino alla maturazione. Il messaggio per il lettore è perciò di grande conforto, perché da una parte gli dice di non scoraggiarsi, dato che le difficoltà sono già previste, dall’altra di non venire meno nella fiducia, perché la resa finale lo sorprenderà e lo stupirà oltre misura. Allora egli capirà anche lo sperpero iniziale, che sembra caratterizzare lo stile del seminatore.

È chiaro che Gesù ci chiede uno sguardo di fede. Infatti anche se il bene sembra svanire e il male riuscire bene, alla fine il risultato è sorprendente. Perché è Dio che agisce nella storia. Al seminatore della parola spetta solo seminare.

Anche nella risposta ai discepoli che chiedono a Gesù: “Perché parli loro in parabole?”, viene ribadita la necessità della fede in Gesù: “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (v. 12). Cioè: a chi ha fede in Dio, a chi ha intimità, familiarità con Gesù, riceve sempre più intelligenza per comprendere e per vivere il mistero del Regno. Chi non ha questo, non capisce, non solo con la testa, ma anche non ne fa esperienza della verità di esso nella sua vita. E dove non capisco, è perché non voglio convertirmi. Per questo motivo, dice Gesù, si adempie la profezia di Isaia (ma è, in realtà, il messaggio di tutti i profeti) mandato a denunciare il peccato del popolo: “Voi udrete, ma non comprenderete...” (vv. 14-15; cf. Is 6,9-10). Ossia la Parola di Dio: luce per chi ha il cuore libero, tenebra per chi ha il cuore indurito. È per questa durezza del cuore che Gesù verrà ucciso.

Durezza del cuore che viene ribadita anche nella spiegazione della parabola stessa.

- C’è un cuore impermeabile nel quale la parola non attecchisce. È la situazione della semente seminata lungo la strada, che il nemico porta via. Il nemico è il ladro della parola. Egli cerca di convincerci con opinioni opposte.

- C’è il cuore nel quale la parola non mette radice. Sotto c’è il sasso. È la seconda esperienza. La parola non attecchisce in profondità perché il cuore è invaso dalle paure, dalla mancanza di fede, dalla disperazione che mi pietrifica.  Ma la Parola di Dio può vincere queste disperazioni, queste paure dandomi appunto la speranza.

- La terza esperienza è la parola tra le spine. Il testo parla di “preoccupazioni del mondo” e di “inganno della ricchezza”. Non si è mai contenti, si vuol avere sempre di più, pensare come fare a guadagnare di più, si è sempre con il pensiero lì e non si ha mai il tempo di pensare agli altri e al proprio stesso bene. È chiaro che questa ricchezza non è solo quella materiale: c’è anche la ricchezza culturale di chi fa sfoggio delle proprie conoscenze, e quella dello 'status sociale', per cui ci si vanta della propria posizione sociale. Infine c’è anche la ricchezza “spirituale” di chi cerca solo di... accumulare “meriti”, senza accorgersi che, in realtà, il suo cuore è ben lontano dal Signore. Per questo bisogna recuperare l’intuizione di Maria: ai piedi di Gesù ella ascolta la parola. Prima ancora di fare qualcosa di materiale, come fa invece Marta, è necessario porre ascolto alla parola di Gesù che, scrutando il cuore, lo libera dalle false ragioni.

- Infine c’è l’esperienza del seme seminato sulla terra buona. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dell’amore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paura e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda.

Termino con un'ultima riflessione. Quello che ha fatto il Seminatore con noi, che con abbondanza ha seminato la sua parola di luce e di vita nel nostro cuore, anche noi dobbiamo farlo verso i fratelli. C'è bisogno di seminatori che continuino la missione di Gesù. Per questo è importante che sappiamo gestire la nostra bocca, evitando non solo linguaggi e argomenti sconvenienti, ma anche inutili, futili, per far sì che dal silenzio del nostro cuore escano solo parole convenienti, costruttive... parole che riflettano quello che già stiamo vivendo nella nostra vita. Allora saremmo degli evangelizzatori nel nostro tempo. 

È bello vedere come, dopo aver rimproverato le città di Corazin, Betsàida e Cafarnao (vedi brano precedente) perché piene di sé, supponenti, Gesù non si chiude nell'amarezza, ma esplode in un grido di gioia: “Ti benedico, o Padre”, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” .

Il testo parla di “sapienti e intelligenti”. Sono coloro che ritenevano di possedere una conoscenza profonda dei misteri di Dio. Si “credono” sapienti e intelligenti pur rifiutando la rivelazione divina. Pensiamo, in concreto, ai capi del popolo, ai dottori della legge, agli aderenti a varie sette del tempo (Esseni, Qumranici, seguaci di gruppi apocalittici). Del resto, il paradosso di sapienti che non capiscono e di intelligenti che non intendono era stato già sottolineato dai profeti, in particolare da Isaia. Al popolo che onora Dio con le labbra Dio lancia la minaccia: «perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l'intelligenza dei suoi intelligenti» (Is 29,14). E, subito dopo, aggiunge: «Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele» (Is 29,19).

Chi sono invece i “piccoli”? In greco la parola è “nepioi” , cioè “infanti” . È la gente semplice che, senza aver studiato molto e senza conoscere la teologia, può aprirsi al mistero del Regno. È la “dotta ignoranza” del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. A quest'ultimi, infatti, Dio ha “nascosto” “queste cose” proprio perché pensavano di sapere chissà che cosa.

Queste parole di Gesù sono quindi un monitor molto forte a mantenere puro il nostro cuore. Altrimenti non lo potremo conoscere. Potremo studiare, avere una vasta cultura religiosa, ma mai averlo conosciuto.

«Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (v. 26). È un'espressione che ci scuote, perché ci fa capire che il mistero di rifiuto e quello di accoglienza è parte del piano divino. In questo piano è contenuto il mistero della croce.

«Tutto mi è stato dato dal Padre mio...» (v. 27). Con queste parole Gesù afferma:

  1. di avere la piena conoscenza del mistero di salvezza e tutta la regalità, con il potere che ne consegue “in cielo e in terra” (cfr Mt 28,18);
  2. di essere il Figlio, e come tale è in relazione reciproca con il Padre.
  3. Di conseguenza Egli è il rivelatore del Padre.

"Siamo di fronte a una sintesi della storia della salvezza, dove appare il primato di Gesù, la sua divinità, la sua relazione con il Padre, il suo essere nella Trinità. (...) È un mistero che soltanto attraverso il superamento della ragione e l'ingresso nell'oceano infinito di Dio, possiamo accettare. E quando recalcitriamo contro il progetto di Dio nella nostra vita, contro gli avvenimenti, contro il modo con cui il Signore ci tratta, di fatto noi non accettiamo che Gesù riveli il Padre, che lo riveli nell'umiliazione e nella croce, non accettiamo il rapporto privilegiato di Gesù con il Padre, che Gesù sia Dio”. [1]

Il vangelo poi continua con l'invito di Gesù:  “Venite a me...”.  Invita tutti quelli che si riconoscono “affaticati e oppressi” a venire a lui.

Si noti che quel “ Venite ” Gesù lo aveva usato per chiamare i primi discepoli a seguirlo. La vita è dura per tutti, tutti – sebbene con diverse gradazioni – sono sottoposti al peso della fatica del vivere, al peso delle delusioni, degli insuccessi, dell'ambiente meschino, del peso dell'ingiustizia e della falsità.

“Venite a me” è un invito diretto che Gesù fa a tutti, ma che solo i piccoli ai quali il Padre ha rivelato il mistero di Dio, che è l'amore – come si legge nel brano precedente –, solo questi piccoli sanno rispendere all'appello di Gesù. I sapienti e gli intelligenti di questo mondo non credono di aver bisogno di Lui, bastano a se stessi.

A coloro che accolgono la sua chiamata promette: “ e io vi ristorerò ”. In greco la parola ἀναπαύσω qui impiegata in realtà significa “riposo”. Parola che richiama il riposo del settimo giorno in Genesi 2,2, il sabato che è il compimento della creazione. Ciò che Gesù promette a chi viene a lui, allora, non è il semplice ristoro, ma anche il compimento dell'uomo, che è Dio; lui ti dona l'amore stesso del Padre. Un giorno, nel sabato eterno, questo compimento sarà pieno; ma già oggi Gesù ci introduce nella vita trinitaria, nell'amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Già oggi posso pregustare il paradiso insieme alle fatiche della vita che non vengono meno.

Per questo Gesù subito dopo dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi” . Sappiamo bene che la parola “giogo” indica quello che si metteva sull'animale per utilizzare le sue energie, per arare, tirare il carro, lavorare, in modo che la sua energia sia utile. Così il “giogo” di Gesù è ciò che ci fa camminare nella vera libertà, orientando le energie verso il bene, seguendolo nella via dell'amore. Ci chiede di imparare ad amare, ed allora entreremo nella dolcezza della vita. Perché l'amore è dolce per chi ama. 

Portare il “suo giogo” è il cammino che Gesù propone ad ognuno di noi. I nostri “pesi”, quando vengono assunti con amore e vissuti come “croce”, diventano più leggeri e sopportabili, perché diventano un luogo di “incontro con Gesù”.

“ Imparate da me che sono mite e umile di cuore …”. La mitezza è espressione della vera natura dell'amore che si fa “debole” di fronte alla violenza . In tutta la passione Gesù esprime il vero volto di Dio che non distrugge il maschio con la sua “collera”, ma facendosi debole, vulnerabile, sofferente. Si fa carico di esso per distruggerlo dall'interno, per trasformare il massimo maschio in massimo bene.

Poi Gesù ci invita ad imparare anche la sua umiltà. In greco c'è “tapino”: è il piccolo, l'umile, il servo, l'ultimo. L'amore è sempre umile: stima l'altro superiore a se stesso, fino a dare la vita per l'altro. Senza umiltà non c'è amore, c'è solo prepotenza. E la sapienza di Gesù, mite e umile di cuore, è la sapienza dell'amore.

Se vogliamo seguirlo nella via dell'amore dobbiamo far nostri questi atteggiamenti del cuore di Gesù, dobbiamo conformarci a lui. E sperimenteremo davvero che la legge dell'amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. È un peso che lo rende leggero.

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[1] Carlo Maria Martini, Briciole dalla tavola della Parola , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 396.

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