La parabola del seminatore che oggi leggiamo nel vangelo di questa domenica è anzitutto una illustrazione della missione di Gesù. Non dimentichiamo che Gesù stava vivendo un momento delicato, quello della “crisi galilaica”. I suoi erano venuti per prenderlo perché lo ritenevano pazzo e volevano portarlo via (12,46-50; cf. Mc 3,20-21). Eppure è proprio il fallimento, la croce, il segreto che Gesù dice negli orecchi che gli apostoli dovranno annunciare sui tetti (10,27): alla fine il bene è vincente! La croce di Gesù è principio di vita nuova!
Leggiamo ora la parabola.
“Uscì il seminatore a seminare”. Semina sulla strada, sui sassi e sui rovi. Perché tanto spreco? Alcuni di questi aspetti si spiegano meglio sapendo qual era la tecnica della semina. Innanzitutto, si seminava in un terreno che era rimasto incolto per tutta l’estate, da maggio a novembre, ed era stato spesso attraversato dalla gente e pascolato dalle greggi di pecore e di capre. Dopo la semina, si arava per interrare il seme nel suolo. Il seminatore, quindi, seminava tutto il terreno a disposizione, ma non sapeva esattamente dov’era il suolo buono e fertile. Seminava sugli stretti sentieri calpestati dalla gente che aveva attraversato il campo, lì dove la terra era dura e non lasciava entrare il seme. Seminava anche lì dove il suolo non era molto profondo, ed era spesso il caso in Israele, dove il terreno è quasi dappertutto roccioso. Il seminatore non poteva indovinare perché non si vede la roccia in superficie. L’aratro, inoltre, era molto primitivo e non dissodava il terreno in profondità. Questo spiega perché il grano poteva cadere in una parte dove crescevano spine e rovi che, più rapidi nella crescita, avrebbero impedito al grano di arrivare a maturità. Il seminatore, però, sapeva che da qualche parte il suo terreno era buono e gli avrebbe dato un bel racconto.
Si noti il rischio e la speranza del seminatore. Dal successo della semina dipende la vita della sua famiglia (il pane per tutto l’anno). D’altra parte sapeva, come già detto, che da qualche parte c’è un terreno buono che non lo deluderà. Se non fosse il caso, andrebbe a seminare altrove o cambierebbe mestiere.
Gesù è il buon seminatore. Ha seminato il seme della parola di Dio. Non è stato lì a scegliere il terreno: questo è bravo, quello no. Ha seminato come fa il seminatore: su tutto il campo. Ora attende il frutto del raccolto.
Lo sviluppo del grano avviene in diverse tappe: cade nel terreno (v. 4), germoglia (vv. 5-6), e cresce (v. 7). Nelle prime tappe un ostacolo (uccelli, roccia, spine) impedisce al grano di continuare il suo sviluppo naturale. Solo nella quarta tappa il grano arriva a maturità (v. 8).
“Parte di esso cadde lungo il sentiero…” (v. 4). I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. È l’esperienza di Gesù: in parte la sua Parola non è neppure accolta, non attecchisce, vola via. È la gente che non ascolta.
“Un’altra cadde su suolo sassoso…” (v. 5). Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene l’umidità dell’aria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma è un’illusione! Mancano le radici. È il caso di quando la parola ascoltata attecchisce subito, ma solo in superficie; dopo il primo entusiasmo - un fuoco di paglia senza consistenza - si secca.
“un’altra cadde sulle spine…” (v. 7). I rovi tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose “re” tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! Quindi anche in quelle persone in cui la parola sembra crescere non sempre tutto va bene, poiché c’è il rischio del soffocamento.
“Un’altra parte cadde in terra buona e diede frutto...” Per mal che vada, la semina del Regno è feconda al di sopra di ogni attesa. La resa del 30, 60, 100 per uno non era nemmeno immaginabile. Se i fallimenti del seme sembrano deludere la generosità del seminatore, che non bada al risparmio ma sparge a piene mani, l’immagine finale della grandiosa resa supera di gran lunga anche le più rosee prospettive che potesse nutrire l’immaginazione di un agricoltore dell’epoca.
La parabola non contrappone semplicemente gli insuccessi iniziali al successo finale che il Regno otterrà, ma illustra anche il suo paradossale ed irresistibile sviluppo, in cui il successo coesiste però con l’insuccesso (che resta solo parziale, mai totale).
Però ci vuole tempo. Il successo si ha solo dopo un processo lungo, che conosce una serie di insuccessi iniziali. Per questo il seminatore non si aspetta un risultato immediato.
Questa parabola intende perciò rispondere ai dubbi che si stanno facendo largo nel cuore dei discepoli e dei simpatizzanti di Gesù, i quali si chiedono come mai il messaggio del Regno stia incontrando tanta opposizione, e forse giungono a dubitare della sua reale riuscita. Anche il lettore di ogni epoca non fa difficoltà a riconoscersi in queste esitazioni. Ebbene, con questa parabola Gesù risponde a tali perplessità e addita lo stile dell’agire di Dio, il quale, con la sua debolezza, è più forte della potenza degli uomini. Ma la sua forza non si manifesta nell’evitare gli ostacoli, nell’annullare le prove, bensì nel far emergere e nel far riuscire il suo piano anche attraverso le contraddizioni e persino le opposizioni più dure. Ecco perché vengono enumerate le cocenti delusioni per la mancata riuscita del seme sui terreni inadatti. E se nel primo caso – quello del seme seminato sulla strada e divorato dagli uccelli – le attese non sono poi tanto frustrate, ben più grave è l’ultimo caso, quando il seme sembra ormai vicino alla maturazione. Il messaggio per il lettore è perciò di grande conforto, perché da una parte gli dice di non scoraggiarsi, dato che le difficoltà sono già previste, dall’altra di non venire meno nella fiducia, perché la resa finale lo sorprenderà e lo stupirà oltre misura. Allora egli capirà anche lo sperpero iniziale, che sembra caratterizzare lo stile del seminatore.
È chiaro che Gesù ci chiede uno sguardo di fede. Infatti anche se il bene sembra svanire e il male riuscire bene, alla fine il risultato è sorprendente. Perché è Dio che agisce nella storia. Al seminatore della parola spetta solo seminare.
Anche nella risposta ai discepoli che chiedono a Gesù: “Perché parli loro in parabole?”, viene ribadita la necessità della fede in Gesù: “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (v. 12). Cioè: a chi ha fede in Dio, a chi ha intimità, familiarità con Gesù, riceve sempre più intelligenza per comprendere e per vivere il mistero del Regno. Chi non ha questo, non capisce, non solo con la testa, ma anche non ne fa esperienza della verità di esso nella sua vita. E dove non capisco, è perché non voglio convertirmi. Per questo motivo, dice Gesù, si adempie la profezia di Isaia (ma è, in realtà, il messaggio di tutti i profeti) mandato a denunciare il peccato del popolo: “Voi udrete, ma non comprenderete...” (vv. 14-15; cf. Is 6,9-10). Ossia la Parola di Dio: luce per chi ha il cuore libero, tenebra per chi ha il cuore indurito. È per questa durezza del cuore che Gesù verrà ucciso.
Durezza del cuore che viene ribadita anche nella spiegazione della parabola stessa.
- C’è un cuore impermeabile nel quale la parola non attecchisce. È la situazione della semente seminata lungo la strada, che il nemico porta via. Il nemico è il ladro della parola. Egli cerca di convincerci con opinioni opposte.
- C’è il cuore nel quale la parola non mette radice. Sotto c’è il sasso. È la seconda esperienza. La parola non attecchisce in profondità perché il cuore è invaso dalle paure, dalla mancanza di fede, dalla disperazione che mi pietrifica. Ma la Parola di Dio può vincere queste disperazioni, queste paure dandomi appunto la speranza.
- La terza esperienza è la parola tra le spine. Il testo parla di “preoccupazioni del mondo” e di “inganno della ricchezza”. Non si è mai contenti, si vuol avere sempre di più, pensare come fare a guadagnare di più, si è sempre con il pensiero lì e non si ha mai il tempo di pensare agli altri e al proprio stesso bene. È chiaro che questa ricchezza non è solo quella materiale: c’è anche la ricchezza culturale di chi fa sfoggio delle proprie conoscenze, e quella dello 'status sociale', per cui ci si vanta della propria posizione sociale. Infine c’è anche la ricchezza “spirituale” di chi cerca solo di... accumulare “meriti”, senza accorgersi che, in realtà, il suo cuore è ben lontano dal Signore. Per questo bisogna recuperare l’intuizione di Maria: ai piedi di Gesù ella ascolta la parola. Prima ancora di fare qualcosa di materiale, come fa invece Marta, è necessario porre ascolto alla parola di Gesù che, scrutando il cuore, lo libera dalle false ragioni.
- Infine c’è l’esperienza del seme seminato sulla terra buona. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dell’amore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paura e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda.
Termino con un'ultima riflessione. Quello che ha fatto il Seminatore con noi, che con abbondanza ha seminato la sua parola di luce e di vita nel nostro cuore, anche noi dobbiamo farlo verso i fratelli. C'è bisogno di seminatori che continuino la missione di Gesù. Per questo è importante che sappiamo gestire la nostra bocca, evitando non solo linguaggi e argomenti sconvenienti, ma anche inutili, futili, per far sì che dal silenzio del nostro cuore escano solo parole convenienti, costruttive... parole che riflettano quello che già stiamo vivendo nella nostra vita. Allora saremmo degli evangelizzatori nel nostro tempo.