La prima lettura, tratta dal libro dell'Esodo, ci parla della teofania sul monte Sinai con la rivelazione del nome divino. 

La teofania è molto interessante perché ci mostra chi è e cosa fa Dio nei confronti del popolo di Israele peccatore e, più in generale, nei confronti di tutta l'umanità peccatrice. La rivelazione del nome divino è connessa alla richiesta formulata da Mosè in Es 33,18-23, il quale, rivolgendosi al Signore, gli aveva posto due domande.

La prima domanda: «Fammi conoscere la tua via». Ma le antiche versioni (LXX, Vulgata) hanno letto: «Fammi vedere il tuo volto». Il problema di Mosè, in altri termini, non è solo quello di conoscere la via, ma che Dio stesso la percorra insieme a Israele, e non un angelo, un inviato. Che si tratti del “volto” e non solo della “via” è tanto più evidente se si considera la risposta sorprendente: «Il mio volto camminerà, e ti darò riposo». Strano modo di esprimersi, “un volto che cammina”! Sembra quasi un ossimoro, una contraddizione in termini, perché il volto è la persona in quanto si rivela, si manifesta, si fa vedere, ma il fatto che cammini significa che questo volto non si concede alla visione, che procede innanzi, che non si può contemplare. Vale a dire, un volto che non è statico, che si muove in continuazione, che non si lascia fotografare. Perciò, anche in questo caso, l’esaudimento della preghiera di Mosè, per così dire, avviene solo per metà. Dio gli concede di vedere il suo volto, ma al tempo stesso lo ritrae, lo ritira. In questo senso, anche la lettura masoretica di Es 33,13 («Fammi conoscere la tua via») rimane fortemente suggestiva. Se questo volto cammina, traccia una strada. Piero Stefani suggerisce che la Bibbia parla delle “vie” di Dio molto più che dei suoi progetti o disegni. Ci dice dove Dio è passato, le tracce che ha lasciato, affinché possiamo seguirlo, piuttosto che rivelarci quello che ha intenzione di fare.La seconda domanda di Mosè è la seguente: «Mostrami la tua gloria!». Questa nuova domanda cosa viene a precisare? Praticamente è la stessa di quella precedente, anzi nelle antiche versioni sono quasi identiche: «Fammi conoscere il tuo volto» (ostende mihi faciem tuam) e «Fammi vedere la tua gloria» (ostende mihi gloriam tuam).

Certo, Mosè vorrebbe avere una visione più diretta del volto glorioso di Dio. Dio gli ricorda che il suo volto non è visibile, proprio per il motivo detto sopra, che è in cammino, è sempre mobile. Egli segna il passo e il popolo deve seguirLo.  Inoltre «nessun uomo può vedere Dio e vivere».

Ma questo volto di Dio ci è rivelato nel Figlio fatto carne. Nel Vangelo (Gv 3,16-18), infatti, si leggono le seguenti parole di Gesù: “Dio ha tanto amato il mondo...” (v. 16). Al centro di tutto, e specialmente nella missione del Figlio, c’è un Dio che ama il mondo. La realtà di fondo è l’agape divina, ossia un amore gratuito, incondizionato, traboccante, fedele, universale. Questo amore viene offerto a tutti (infatti qui per “mondo” non è da intendere tutto il negativo di morte, di menzogna e di peccato che si oppone a Dio come l’evangelista fa in altri brani, ma tutta quell’umanità che ha bisogno di essere salvata).

Dio ama il mondo, anche il nostro mondo di oggi. Come sentire, vedere, credere l’amore di Dio? Chi ama Dio? Tutti! Come ama Dio? È vicino ai sofferenti, è dalla parte degli oppressi, anima tutti i semi di bene e di luce; è vicino a chi fa il male, perché non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

“Chi crede in lui non è condannato...” (v. 18). Il non credere in Gesù, non affidarsi a lui, è un'auto-condanna. Con il rifiuto o l’accettazione dell’amore apparso in Cristo, l’uomo costruisce dentro di sé la salvezza o la condanna, si costituisce luce o tenebra.

La nostra fede professa la Trinità. Quella Trinità che Gesù ci ha rivelato. Il Padre è l'origine di tutto; è Lui che invia il Figlio nel mondo per salvare l'umanità ed elevarla alla vita divina; il Figlio in quanto inviato dal Padre e mediatore lega indissolubilmente gli uomini in unità con Dio e tra di loro; lo Spirito Santo ottiene mediante la propria presenza nel mondo quella intima corrispondenza e abilitazione (il “cuore nuovo”), che rende capace il credente di accogliere la salvezza e corrispondere con una vita di santità. 

Capiamo che, alla fine, in quanto siamo creati ad "immagine e somiglianza di Dio", di un Dio che è Trinità, quindi comunione, risulta chiaro qual è l’ultima destinazione dell’uomo: essere chiamato a diventare communio già ora sulla terra, per partecipare un giorno per tutta l’eternità alla communio piena del Dio trinitario.  

Una cosa dovrebbe essere chiara: l’uomo, solo se è diventato comunionale, può “partecipare” alla vita del Dio comunionale. Altrimenti sarebbe per così dire un corpo estraneo nella vita divina promessagli. Perciò il “divenire communio” è il compito centrale della vita dell’uomo. Ogni dono fatto da Dio all’uomo è sempre anche un compito, una abilitazione e un invito a cooperare.

La communio presenta una doppia direzione con Dio e con il prossimo. Le due relazioni sono sempre tra loro strettamente collegate. Per imprimere in sé l’immagine di Dio e diventare a Lui più simile l’uomo deve progredire in ambedue le forme di communio.

La communio che Dio attua in virtù della pienezza della sua essenza non va da noi imitata solo passivamente, cioè accogliendo semplicemente l’azione divina e permettendo semplicemente che essa si svolga, bensì va imitata attivamente, con un’azione liberamente da noi compiuta. Quando al termine del tempo parteciperemo per sempre alla vita del Dio trinitario, non lo faremo come mendicanti che si sono visti piovere in maniera pura e semplice tutto addosso, bensì come individui che poterono “cooperare” liberamente a divenire ciò che da sempre Dio ha pensato, ossia quella communio nell'amore che ci rende simili a Dio.

 

In questa solennità di Pentecoste oggi nel commento ci sofferiamo sulla pagina degli Atti degli Apostoli (2,1-11).

La Pentecoste ebraica si celebrava il “cinquantesimo” giorno dopo la Pasqua. Se originalmente era la festa della mietitura, una festa agricola in cui si esprimeva la gioia dei campi biondeggianti di grano e del benessere che un buon raccolto avrebbe assicurato, in seguito è diventata la “festa dei giuramenti”, cioè la festa del Sinai, la festa dell’alleanza. Ricordiamo che in un momento in cui tutte le strutture dell’antica alleanza erano crollate, in cui non c’erano più re né sacerdoti, il tempio era stato distrutto e si andava verso lo sfacelo dell’esilio, i profeti Geremia 31,31-34 ed Ezechiele (cap. 36) annunciano il giorno della nuova alleanza, cioè il giorno nel quale non ci sarebbe più stato bisogno di tavole di pietra e non sarebbe più stata necessaria la mediazione dei sacerdoti e della Legge, perché Dio avrebbe strappato da ogni uomo il cuore di pietra per sostituirlo con un cuore di carne e avrebbe introdotto nell’intimo di ciascuno il suo Spirito. Divenuto così una nuova creatura, l’uomo sarebbe stato capace di essere fedele dall’interno del cuore all’alleanza con Dio. È la teologia paolina della grazia che opera nell’interno dell’uomo, di quest’uomo cadente e miserabile in cui viene infuso lo Spirito di Dio.

Il racconto della Pentecoste lascia quindi affiorare in modo esplicito il ricordo della teofania del Sinai; ma qui abbiamo un nuovo Sinai, di cui il primo ne era solo figura del definitivo. 

Infine un riferimento va fatto al luogo: Gerusalemme. In Isaia  2,1-3 abbiamo  un cantico di ascensione (che richiama alcuni salmi e testi profetici, come Mi 4,1‑3) in cui Gerusalemme è celebrata come centro irradiante della salvezza universale. Sono i “gojim”, cioè le nazioni pagane, ad affluire verso Sion, da cui uscirà la legge e la parola del Signore. Gerusalemme, luce delle nazioni, è il luogo in cui è annunciata la salvezza per tutti i popoli.

Ponendoci in questa prospettiva saremo in grado di cogliere il valore simbolico di molti elementi del racconto di Luca e dei rimandi espliciti all’AT. Rileggiamo dunque il racconto di Luca.

Si noti che Luca inizia il racconto del giorno della Pentecoste col dire che esso «si compiva». Non si intende dire che il giorno di pentecoste stava per finire (sono solo le nove del mattino, v. 15), ma che sta terminando un tempo della storia e se ne apre un altro. Come in Lc 1,57: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto» il verbo indica che è terminato il tempo che precede il parto - cioè il momento è venuto -, allo stesso modo tale verbo indica che si conclude il periodo che porta alla Pentecoste, e si inaugura il giorno nuovo – il tempo dello Spirito, nel quale anche noi viviamo, che durarà fino al ritorno del Singore alla fine della storia.

«Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». Chi sono queste persone? Si tratta i quelle indicate in 1,14: «alcune donne, tra cui Maria, madre di Gesù, e i suoi fratelli», i quali si trovano nella casa, probabilmente al piano superiore (cf. v. 2; 1,13). È da notare che l’espressione «tutti insieme nello stesso luogo» esprime contemporaneamente l’unanimità di chi non solo stanno insieme, ma anche  per l’unione dei cuori. Al momento della promulgazione della Legge sinaitica, «tutto il popolo rispose insieme», “unanime”,  impegnandosi a mettere in pratica le parole di Dio (Es 19,8). L’unanimità della comunità cristiana al momento della Pentecoste corrisponde a quella dell’assemblea di Israele ai piedi del Sinai.

La venuta dello Spirito è accompagnata da due fenomeni sensibili: dapprima un fragore (v. 2) e poi l’apparizione di lingue come di fuoco (v. 3).

- Il fragore, «quasi un vento che si abbatte impetuoso» (il vento, ruah in ebraico, è lo Spirito di Dio), è un rumore rimbombante, come il frastuono delle onde del mare (Lc 21,25; cfr. Sal 65,7), o il rumore del tuono (cfr. Sir 46,17), il suono squillante della tromba (Es 19,16; Ebr 12,19; Sal 150,3). La descrizione degli Atti, che fa particolare riferimento ai termini di Es 19,16, doveva richiamare in maniera del tutto naturale questa scena grandiosa, in modo tale da far vedere nella prima Pentecoste cristiana il rinnovarsi della teofania. È da notare che il “fragore” venne dal cielo, come da esso risuonò la voce sul Sinai (cfr. Dt 4,36; cfr. Es 19,3; 20,22) e al momento del battesimo di Gesù (Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Questo fragore, che manifestava la presenza dello Spirito, rassomigliava ad una violenta raffica di vento (Luca non dice che vi fu realmente il vento). Esso riempì “tutta la casa” dove si trovavano come, al v. 4, lo Spirito Santo “riempì” tutti coloro che erano presenti.

- Dopo il fenomeno uditivo si ha quello visivo delle lingue come di fuoco. Letteralmente: «Furono viste da essi delle lingue» (v. 3). Ecco un altro elemento tipico delle teofanie, il fuoco. Dio stesso è la fiamma che brucia (si pensi al roveto ardente visto da Mosè).

La parola greca, come l’ebraico lashôn, non indica solamente l’organo che ci permette di parlare, o il linguaggio in cui ci si esprime. Infatti viene usata anche per indicare qualunque oggetto abbia la forma di lingua (anche noi oggi in italiano parliamo di “linguette”). Il testo degli Atti vuol far notare il rapporto tra queste “linguette” e il dono delle “lingue” concesse agli apostoli.

Luca ha cura di precisare che tali “lingue”, che non erano realmente di fuoco,  «si dividevano e si posarono su ciascuno di loro». Questo “dividersi” delle lingue consente un nuovo accostamento con le tradizioni rabbiniche relative agli eventi del Sinai, secondo le quali sulla santa montagna la voce di Dio si sarebbe “divisa” in sette voci e poi in settanta voci o lingue (Targum Dt 32,2), quanti sono i popoli (cfr. Gen 10). L'alleanza, quindi, fin dall'inizio, sarebbe stata pensata per tutti i popoli, anche se storicamente è Israele ad accoglierla.  Con la Pentecoste tale alleanza nello Spirito del Cristo risorto viene riproposta a tutta l'umanità. La Chiesa continuerà la missione di Cristo, quella di annunciare la buona novella ed invitare gli uomini ad entrare nell'alleanza con Dio.

Tali “lingue” si «posarono su ciascuno di essi; e furono tutti ripieni di Spirito Santo». Si sottolinea qui l’individualità del dono, che resta importante: a ciascuno il proprio carisma, ciascuno è portatore di un dono fatto solo a lui e di cui dovrà rendere conto.

Si noti il rapporto tra il "vento" dello Spirito che avvolge tutti e le fiammelle che si posano su ciascuno che sono simbo dei carismi. Il fuoco dei carismi non può bruciare senza l'ossigeno del "vento" dello Spirito; cioè i carismi vanno esercitati nel segno della comunione, del vento che avvolge tutti. I doni che il Padre fa al singolo credente è per far cresfere la comunione. NOn ci sono carismi senza comunione. Parimenti non c'è vera comunione e se non risplende la diversità dei carismi.

Inoltre  queste lingue «si posarono» - più esattamente: : «si stabilirono» - su ciascuno di loro. Non si tratta quindi di un posarsi momentaneo. Si tratta quindi di una presa di possesso: lo Spirito prende dimora nei discepoli, compiendosi in tal modo la promessa di Gesù in Lc 24,49, ripetuta anche in At 1,8. Si tratta di un battesimo, ossia di un’immersione nello Spirito (cfr. At 1,5 e 11,6, che è un’eco delle parole del Battista in Lc 3,16: «Io vi battezzo con l’acqua, ma viene colui che è più forte di me…; egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco»). Nelle successive pagine degli Atti si incontreranno, di volta in volta, Pietro (4,8), Paolo (9,17; 13,9), Stefano (6,5; 7,55), Barnaba (11,24), gli apostoli (4,31) e i discepoli di Antiochia di Pisidia (13,52) “ripieni” del medesimo Spirito. Alle origini della storia della Chiesa, come già nella storia di Gesù, è lo Spirito di Dio che prende l’iniziativa, e la sua presenza attiva è così intensa che si manifesta in maniera da far pensare a quella dell’acqua: ci si rende conto che essa riempie un recipiente nel momento in cui comincia a traboccare. Il discorso di Pietro parlerà precisamente di una “effusione” dello Spirito: Gesù, salito al cielo, lo ha ricevuto dal Padre per “riversarlo” sui suoi discepoli (2,17.33).

- Il v. 4 aggiunge che, sotto l’influsso dello Spirito, gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue». Con tale espressione si intende l’esprimersi in lingue straniere che gli uditori capivano o altro?

L’espressione “parlare in lingue” è ritrovabile in altri brani degli Atti. Ricordiamo per esempio che al termine del discorso di Pietro, accolto dal centurione Cornelio, «lo Spirito Santo discese sopra tutti quelli che lo ascoltavano. Tutti i fedeli circoncisi, venuti con Pietro, rimasero stupefatti nel vedere come il dono dello Spirito Santo fosse stato elargito anche ai gentili. Li sentivano infatti parlare in lingue e glorificare Dio» (10,44-46). L’espressione ritorna ancora nell’episodio dei seguaci di Giovanni Battista ad Efeso: «Dopo che Paolo ebbe loro imposte le mani, scese sopra di essi lo Spirito Santo e cominciarono a parlare in lingue e a profetizzare» (19,6).

Alcuni interpretano questo “parlare in lingue” come un fenomeno di glossolalia che consiste in un “linguaggio estatico”, ispirato dallo Spirito santo e che, per essere esercitato come “carisma”, quindi per l’edificazione della comunità, richiede un dono complementare, detto “dell’interpretazione”. Nel nostro brano, però, l’espressione è diversa: si dice che gli apostoli parlarono in “altre” lingue: è un’espressione che indica solitamente nella Bibbia il parlare una lingua straniera. Si tratterebbe, insomma, del carisma della xenolalia, carisma concesso agli apostoli nel giorno di Pentecoste – quello di parlare nelle lingue degli astanti - per l’evangelizzazione dei Giudei provenienti da tutte le parti del mondo. Nella Pentecoste si compie questo evento straordinario: l'universo dei popoli è raggiunto dalla parola di Dio. Se, dunque, sul Sinai la parola donata era unica e storicamente legata a un popolo e a una cultura, ora essa si esprime in «altre lingue» che tutti possono intendere. Vi è dunque qui come dischiudersi questo evento in una visione universalistica che costituirà il filo rosso di tutto il libro degli Atti e deve essere anche quello della Chiesa di ogni tempo: raggiungere ogni cultura, ogni uomo, per poter annunciare un vangelo da essi comprensibile. Annuncio ovviamente accompagnato dalla testimonianza della propria vita: «di me sarete testimoni» (At 1,8).

I vv. 7-8 sottolineano la stranezza della cosa: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». Dopo l’enumerazione dei popoli rappresentati nell’uditorio, il v. 11 ripete ancora una volta: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». E al v. 12 ritorna l’interrogativo: «Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l'un l'altro: "Che cosa significa questo?”».

Certamente questo discorso delle “varie lingue” che gli uditori comprendono ci presenta la pentecoste cristiana anche come l’anti-Babele per eccellenza. Nella famosa scena del cap. 11 della Genesi al v. 7 vengono messe sulla bocca del Signore le seguenti parole: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È la grande maledizione dell’uomo peccatore, a cui viene tolto lo strumento principale della comunicazione. Con la Pentecoste, quindi con la discesa dello Spirito Santo che rinnova l’uomo dall’interno del proprio essere, la Babele del peccato è finita, ha inizio ormai la Gerusalemme della comunione. E nell’elenco dei popoli a cui appartengono le persone che assistono stupefatte al crollo della barriera delle lingue («parti, medi, elamiti…», ecc.) vediamo disegnarsi come in filigrana la diffusione della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo e al di là di esso. All’epoca in cui Luca scrive ci sono comunità in tutti questi paesi, ci sono cristiani che parlano tutte queste lingue, eppure per il dono dello Spirito dicono tutti la stessa cosa, confessano tutti la stessa fede in Cristo. Tutti ormai possiamo intenderci, anche se le nostre lingue sono profondamente divergenti, perché tutti possediamo la lingua dell’amore.

- Il v. 6 presenta lo stupore della folla, in piena confusione. Più volte Luca, nei primi due capitoli del Vangelo, menziona la meraviglia che avvolge i protagonisti di fronte ad alcuni eventi. Tutti si stupirono all'annuncio che il nome del figlio di Zaccaria sarebbe stato Giovanni, i pastori si stupirono e gli stessi genitori di Gesù si stupirono di fronte alla profezia del vecchio Simeone e di fronte alle cose che si dicevano del bambino. Lo stupore contrassegna l'aurora, il sorgere della fede. Chi non sa stupirsi non arriverà mai a credere, perché sarà immerso sempre e solo nel suo passato e nei suoi mille progetti presenti e futuri. Chi chiude le porte alla meraviglia non incomincerà mai ad interrogarsi, mai si metterà in viaggio.

- È da notare che Luca non parla di “folla”, ma preferisce usare il termine moltitudine. Si potrebbe qui richiamare la promessa, fatta da Dio ad Abramo, di renderlo padre di una “moltitudine” di popoli, e concretatasi nel cambiamento del suo nome: Abram, cioè “padre elevato”, è divenuto Abraham, cioè “padre di moltitudine” (Gen 17,4-5; cfr. Dt 26,5; Eb 11,12). Questa promessa sembrava già realizzata quando Israele giunse al Sinai (cfr. Dt 1,10; 10,22); ma la venuta dello Spirito nella Pentecoste darà a questa promessa un compimento ben più meraviglioso.

Si tenga presente inoltre la descrizione dell’uditorio di Gesù in Lc 6,17: «Vi era là una gran folla dei suoi discepoli e una grande moltitudine di popolo, venuto da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dalle contrade marittime di Tiro e di Sidone, per ascoltarlo…». L’uditorio dei giudei presenti il giorno della Pentecoste e provenienti da tutto il mondo ricorda, ma su scala più vasta, quello che Gesù ha conosciuto all’inizio del suo ministero. Più tardi a questo uditorio si aggiungeranno i pagani. Non dimentichiamo, infatti, la prospettiva universalista degli Atti (come pure del vangelo di Luca) i quali si chiudono con la dichiarazione di Paolo: «Sia noto a voi che questa salvezza di Dio è stata inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!» (28,28). Sia pure in scala ridotta con la Pentecoste gli apostoli cominciarono la loro missione universale: lo Spirito dona alla Chiesa il mondo intero, obbligandola per ciò stesso all’immenso sforzo missionario, attraverso il quale essa raggiungerà la sua pienezza e la sua statura escatologica.

Concludiamo questo commento con un riferimento a Maria, che è madre della Chiesa. Si noti il parallelismo tra gli avvenimenti della casa di Nazareth e del cenacolo. Come lo Spirito Santo ha fecondato Maria che diviene Madre del Cristo, ora lo Spirito feconda i discepoli - lì radunati insieme a Maria - trasformandoli in membra vive della Chiesa, corpo di Cristo (cfr. Ef 5,30).  Maria, membro eminente e antcipatore della Chiesa, con la sua presenza multiforme, continua nello Spirito  Santoa  rigenerarla e a renderla più fedele alle parole del Figlio. E anche dopo la sua assunzione al cielo Ella continua maternamente a spronare la Chiesa ad ascoltare con attenzione la Parola di Dio e ad essere docile all'azione e alla guida dello Spirito Santo.

In questa domenica la liturgia ci invita a contemplare il mistero dell'ascensione del Signore.

Nel Vangelo prima di ascendere al cielo il Risorto affida agli apostoli - e quindi a tutta la Chiesa - la seguente missione: 

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ci sono tre parole di Gesù che sono significative soprattutto nell’originale greco.

- La prima parabola è: matheteusate, che giustamente va tradotta: “fate discepoli tutti i popoli”. Ecco la Chiesa con un orizzonte infinito che supera la piccola provincia della Palestina. 

Perché il verbo mathēteuō è importante? Perché la missione dei discepoli è mettere in rapporto coloro ai quali si annuncia il vangelo con Gesù, con il Messia di Dio. Ciò che costituisce il mathētēs è la sua relazione con il Maestro. Il "fare discepoli" esige quindi un impegno di far conoscere il Maestro, accompagnando le persone alla conoscenza del Vangelo e, ma soprattutto al rapporto con il Signore. E' un'opera educativa e di accompagnamento che esige il tempo necessario per condurre una persona dalla fede iniziale alla maturità. 

- La seconda parola è: baptizontes. La via della salvezza è il battesimo che, come dirà Paolo, è la partecipazione all’esperienza della Pasqua di Cristo: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Nella frase precedente Gesù aveva appena detto: “Mi è stato dato ogni potere”: è il fondamento della missione.

Il battezzare indica l’aspetto divino del ministero, non semplicemente il rito battesimale, bensì ciò che esso significa: immergete i battezzandi nella potenza di Dio che sola può salvare, nella realtà d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non solo con il rito battesimale, ma anche con una testimonianza d’amore che manifesti la stessa passione che Gesù nel suo ministero ha avuto per l’umanità.

- La terza parola è: didaskontes.  Abbiamo qui il mandato di “insegnare”, di essere “maestri”: insegnate a osservare ciò che vi ho comandato, che per Matteo è il contenuto dei cinque discorsi di Gesù, di cui il primo è quello  della montagna. In altre parole si tratta di insegnare  a vivere come Gesù ha vissuto e come cercano di vivere i suoi annunciatori.

- Particolarmente significative sono anche le ultime parole di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. “Io sarò con voi” è la formula di alleanza e di promessa che Jahvé ha fatto al suo popolo nell’Antico Testamento.  “Dio forma la comunità di coloro che ama, che non può abbandonare, di cui non può dimenticarsi, perché ha dato a ciascuno il nome battesimale di salvezza, ai quali è sempre vicino perché si radunino nella comunità dei salvati. Gesù in mezzo a noi è la presenza di Dio che ci raduna, che fa di noi un popolo, che, attraverso l’azione di coloro che suscitano nuovi discepoli, raduna il popolo di Dio da tutta l’estremità della terra, da tutte le genti, da tutte le situazioni umane, verso una città dove regni la giustizia, la verità dei rapporti umani, dell’amicizia vissuta, la capacità di conoscersi, di amarsi”.[1]

Se è vera questa azione del Risorto nelal comunità ecclesiale, allo stesso tempo va anche notata la fiducia che il Risorto ha per ciascuno di noi battezzati; affida infatti una missione nelle nostre mani, ha fiducia che noi possiamo continuare la sua opera.  

 

Negli Atti degli Apostoli l'ascensione del Signore al cielo è preceduta da una promessa: "Giovani battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo". Promessa ribadita pochi versetti dopo: "... riceverete  la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra".  

Questo evento dello Spirito compie la Scrittura, perché Gioele (3,1-5), Ezechiele (36,26-27) e i profeti avevano parlato dei tempi messianici come dei tempi dello Spirito, in cui lo Spirito, in un rinnovamento dell'alleanza, sarebbe stato riversato su tutti i discepoli. Tutti, uomini e donne, e perfino schiavi – come dice Gioele – diventeranno profeti. L’effusione dello Spirito testimonia una nuova fase della storia della salvezza, sanzionata dalle Scritture. Non che prima lo Spirito di Dio fosse assente; tutt'altro. Ora, però, la sua opera nel mondo diventa determinante, soprattutto a motivo dell'Assenza-Presenza di Gesù. Gesù sarà presente nella storia del mondo e della Chiesa in modo diverso: mediante il suo Spirito! In forza di questo Spirito gli apostoli - e tutti noi  cristiani - siamo chiamati ad essere testimoni del Risorto.

Si noti il parallelismo del v. 8 (“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi…”) con l’annunciazione dell’angelo a Maria nel Vangelo di Luca. Gli apostoli sono assimilati a Maria. Cioè anche loro, grazie allo Spirito Santo, sono capaci di concepire la Parola e di donare al mondo la Parola. L’incarnazione che si è compiuta nel grembo di Maria continua nell’oggi tramite i credenti, che diffondono il Vangelo agli uomini. Il monito per noi è chiaro: prima di parlare, prima di annunciare agli altri il Vangelo dobbiamo invocare l’azione in noi dello Spirito Santo.

Qui c’è anche – oltre all’Annunciazione – anche un richiamo al battesimo di Gesù. Gli apostoli sono quindi investiti dallo Spirito Santo come Gesù fu investito al momento del battesimo; e come là Gesù venne incaricato della sua missione – “quello che vi dirà ascoltatelo!” – così anche gli apostoli vengono riempiti dallo Spirito perché la loro parola venga ascoltata e sono inviati come missionari. Quindi l’espressione “mi sarete testimoni” è un’espressione forte, centrale; riprende la promessa fatta da Gesù in Lc 24,48. Il testimone è colui che racconta cosa  ha vissuto, ha sperimentato (cfr. 1Gv 1-3); ed è colui che è anche disposto a dare la vita (martirio) per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo, la verità del Vangelo che annuncia.

Ed infine l'assunzione: “Mentre lo guardavano, fu elevato in alto”.  Vediamo i discepoli fissare intensamente il Cristo che sale nel mistero di Dio, consapevoli che una volta salito Egli invierà loro il suo Spirito e li renderà profeti. Poco dopo troviamo infatti il racconto della pentecoste seguito dall’annuncio di Pietro. Ma, allo stesso tempo, i due uomini in bianche vesti - sono gli stessi che nel Vangelo di Luca troviamo nel racconto della tomba vuota (Lc 24) - riportano lo sguardo degli apostoli dalle nubi del cielo alla loro vita, nell’orizzonte della concretezza, nella vita reale di tutti i giorni. Del resto, non è Gesù stesso che invia gli apostoli in missione (Mc 16,15-20)? Eppure, c’è una profonda verità nel tenere gli occhi fissi al cielo; non per fermarsi nell’astrattezza e tantomeno per evadere dalla vita complessa e talora dura di ogni giorno. Si tratta di fissare il cielo, quasi a tener ben ferma la meta ove dobbiamo condurre il mondo. Scriveva Isaia: “Nessun orecchio ha mai sentito e nessun occhi ha mai visto… ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (Is 64,3). E l’apostolo Paolo insiste: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil 3,20). È difficile vivere, è difficile guardare la vita di ogni giorno, se non abbiamo fisso il nostro sguardo nei cieli. Del resto, chi di noi dubita che è quanto mai necessario far risalire un po’ più in alto, appunto verso quel cielo che la Scrittura ci apre, questo nostro mondo, spesso sbattuto così tragicamente in basso? Questa è proprio la vocazione del cristiano: portare la carne, il mondo intero verso il cielo.

Si noti, infine, che il luogo nel quale è ambientata l'ascensione  è il monte degli Ulivi. Per capire che cosa rappresenta per Luca questo luogo, richiamiamo due pagine dell’AT.

Il primo testo è il cap. 11 di Ezechiele, in cui il profeta ricorda al popolo il vero motivo della caduta di Gerusalemme e dell’esilio babilonese: la città crolla non perché le armate di Nabucodonosor riescono a stringerla in una morsa di ferro e di fuoco, a demolirne le mura e a invaderla, ma perché la shekinà, la presenza di Dio, l’ha abbandonata. E il profeta descrive questa presenza divina che si leva come in volo (notare il tema dell’ascensione) ed esce dal santo dei santi, attraversa i cortili del tempio, passa sopra i quartieri di Gerusalemme, sopra la valle del Cedron e la valle di Giòsafat e infine, prima si comparire, si posa sul monte degli Ulivi, quasi a dare un ultimo saluto a quella che era stata la città-Emmanuele, la città dove Dio aveva posto la propria dimora. Poi si allontana, e Gerusalemme crolla.

Il secondo testo è il cap. 14 di Zaccaria, che annuncia il ritorno pieno e definitivo del Signore nella sua città. Notiamo come il profeta descrive questo ritorno della shekinà, dello Spirito di Dio: “In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente…” (Zc 14,4). Lo Spirito di Dio si posa di nuovo sul monte degli Ulivi, ma non più per convocare gli abitanti della Gerusalemme terrena. Questa volta sono gli abitanti di tutto il mondo ad essere convocati per l’ultimo grande giudizio. Nel racconto dell’ascensione dunque troviamo non solo il significato della risurrezione di Cristo, non solo l’annuncio del dono dello Spirito, ma anche l’inizio dell’epoca definitiva della storia, in attesa della parusia: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo!” (v. 11b). 

Questi futuri non sono futuri temporali, non indicano un tempo che verrà: hanno invece un sostrato semitico e quindi esprimono la modalità dell'azione e cioè dicono se l'azione è compiuta (passato) o incompiuta (futuro). Dunque che cosa significa questo verrà? Che la venuta del Risorto è in via di compimento, in via di realizzazione, si realizza cammin facendo. Il Cristo viene sempre: la parusia è il venire di Cristo nella storia, attraverso la testimonianza dei suoi. Questa è la parusia. Evidentemente non si esclude un momento di manifestazione ultima, ma questa rimane avvolta nel futuro di Dio. Al presente e al futuro del cristiano appartiene invece il realizzarsi di una venuta di Cristo giorno dopo giorno, nella testimonianza dei credenti.

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[1] C. M. Martini, Gli esercizi ignaziani alla luce del vangelo di Matteo, cit., 261.

 

 

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v. 15). L’osservanza dei comandamenti è legata all’amore per Lui e “in forza” dell’amore ricevuto da Lui (il “come” di 13,34: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri"). Si parla, è vero di “comandamenti” al plurale, ma essi si possono sintetizzare nel comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri" (Gv 13,33). Allo stesso tempo i “comandamenti” sono anche le diverse espressioni, diversi modi “concreti” di vivere il comandamento dell'amore nelle varie situazioni della vita. Non in forza della legge, ma in piena libertà, l’amore è legge a se stesso: in ogni circostanza sa riconoscere e fare ciò che è buono e giusto. L’amore, infatti, informa il capire, il volere e l’agire.

“Io pregherò il Padre…” (v. 16). Gesù con il suo andarsene, diventa il pontefice tra noi e Dio, il fratello intercessore presso il Padre; ci apre l’accesso a lui e ai suoi doni. I numerosi verbi al futuro indicano ciò che avverrà presto: l’innalzamento del Figlio dell’uomo schiuderà all’uomo il suo futuro definitivo.

“e vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre”. Gesù chiede per noi al Padre il dono definitivo: il Paraclito, l’ad-vocatus (= chiamato presso), colui che assiste e soccorre nel processo. È l’avvocato difensore, che si oppone all’accusatore (= satana). Lo Spirito santo è “consolatore” perché “sta con chi è solo”, sta quindi con noi offrendoci compagnia, la luce della verità e la  forza. Le sue caratteristiche sono descritte attraverso le sue azioni: è “con” noi in eterno (v. 16b), è “lo Spirito della verità”, dimora “presso” di noi in Gesù, sarà “in” noi dopo il suo andarsene (v. 17), ci insegnerà e farà ricordare quanto lui ha detto (v. 26).

“lo Spirito di verità” (v. 17): si può tradurre lo Spirito della “vita vera, autentica”, quella di Dio. Questa ci è restituita dalla conoscenza del Figlio, che ci libera dalla menzogna e ci fa vivere nell’amore del Padre. Lo Spirito di verità è il contrario dello spirito di menzogna, origine dei nostri mali.

E' chiaro che a questo Consigliere meraviglioso, che ci illumina e ci indica la strada, siamo sempre liberi di dirgli di no. Allo Spirito Santo non si delegano le decisioni della vita, ma si entra in sinergia con Lui che ci insegna l'arte della verità di cui è maestro.

“che il mondo non può accogliere”. Il mondo, in quanto succube della menzogna, non può ancora ricevere lo Spirito della verità. Solo dopo la croce potrà conoscere Gesù (cfr. v. 31).

“Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi”. I discepoli conoscono questo Spirito perché ha preso dimora presso di noi in Gesù., il Figlio che vive nei nostri confronti l’amore stesso del Padre: in lui abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (cfr. 1Gv 4,16a). Tra poche ore questo Spirito abiterà anche “in voi”, nei nostri cuori. Questo è il dono supremo che il Figlio ci comunica dalla croce, dove “tutto è compiuto” e consegna il suo Spirito (cfr. 19,30).

“Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (v. 18). Gesù non ci lascia orfani, perché il suo andarsene è in vista del suo venire a noi, anzi il suo essere in noi con il suo Spirito che ci fa figli, in comunione con lui e con il Padre.

“Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più” (v. 19). Il mondo, che non vede lo Spirito di verità di Gesù, tra poco non vedrà più neppure Gesù: lo eliminerà fisicamente. Ma “voi mi vedrete”. Qui l’evangelista usa il verbo theoreĩn, che indica uno sguardo portato in profondità sul reale e che in qualche modo scopre l’invisibile nel visibile. Il mondo non può fare questa esperienza perché ferma il suo sguardo alla superficie; solo il credente riesce ad avere lo sguardo penetrante, che va oltre la superficie del male e scopre in profondità che l’assente sta già tornando.

“perché io vivo e voi vivrete”. Gesù ha in se stesso la vita (cfr. 5,26) che vince la morte (cfr. 11,25). Ereditiamo la stessa vita che egli da sempre vive: quella di Figlio amato, che ama il Padre e i fratelli.

“In quel giorno voi saprete…” (v. 20). “Quel giorno” nell’AT è quello in cui il Signore viene, rivelando la sua gloria e salvando l’uomo. È il giorno della risurrezione, quando il Risorto si farà vedere ai discepoli che accoglieranno il suo Spirito (cfr. 20,19ss).

“conoscerete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”. Si tratta di una esperienza “sperimentale”. Si tratta quindi di far esperienza che Gesù è nel Padre, che lo ama e per questo lo ha fatto risorgere; conosceremo pure che noi siamo nel Figlio, perché ci ha amato e ha dato la vita per noi; conosceremo infine che lui è in noi, perché lo amiamo e osserviamo le sue parole.

“Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva…” (v. 21). Accogliere i “comandamenti” vuol dire farli propri e viverli. Ma quali sono questi “comandamenti”, queste parole di vita, dato che qui Gesù usa il plurale? In realtà poco prima Egli ha parlato del suo comandamento al singolare: “Vi do un comandamento nuovo; che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). I comandamenti da osservare non sono altro che la declinazione di quest’unico comandamento nelle varie situazioni della vita. Così, ad esempio, guardando a Gesù come ci ha amato e in forza del suo amore, possiamo a nostra volta amare, con un’intensità simile alla sua, nelle varie situazioni come amore paziente, sollecito, amore che sa perdonare, amore misericordioso, amore fedele, ecc. Non c’è un’occasione nella quale possiamo sottrarci dall’imperativo dell’amore. Se, infatti Dio è per essenza amore, e ci ha amati e continua ad amarci nel Figlio, non possiamo che entrare in questa dinamica corrispondendo al suo amore amando i fratelli.

Poi Gesù aggiunge: chi osserva questi comandamenti “questi mi ama” (v. 21). L’amore fattivo per Gesù si manifesta nell’amore verso i fratelli.

“Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Chi ama il Figlio, e osserva i suoi comandi, ha il Figlio dentro di sé e sperimenta personalmente l’amore del Padre. Non basta sapere che il Padre ci ama e ci ha dato il Figlio. Si tratta di sperimentare, sentire in sé l’amore del Padre. In una famiglia un figlio non è tale solo perché è generato dai genitori, ma – e ancor più – perché si sente amato da essi ed incoraggiato ad esprimere il meglio di sé. Nell’amare Gesù sperimentiamo questo amore del Padre, e veniamo inseriti nella dinamica stessa dell’amore trinitario.  Questa è la spina dorsale dei figli di Dio nel Figlio.

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