Pentecoste

In questa solennità di Pentecoste oggi nel commento ci sofferiamo sulla pagina degli Atti degli Apostoli (2,1-11).

La Pentecoste ebraica si celebrava il “cinquantesimo” giorno dopo la Pasqua. Se originalmente era la festa della mietitura, una festa agricola in cui si esprimeva la gioia dei campi biondeggianti di grano e del benessere che un buon raccolto avrebbe assicurato, in seguito è diventata la “festa dei giuramenti”, cioè la festa del Sinai, la festa dell’alleanza. Ricordiamo che in un momento in cui tutte le strutture dell’antica alleanza erano crollate, in cui non c’erano più re né sacerdoti, il tempio era stato distrutto e si andava verso lo sfacelo dell’esilio, i profeti Geremia 31,31-34 ed Ezechiele (cap. 36) annunciano il giorno della nuova alleanza, cioè il giorno nel quale non ci sarebbe più stato bisogno di tavole di pietra e non sarebbe più stata necessaria la mediazione dei sacerdoti e della Legge, perché Dio avrebbe strappato da ogni uomo il cuore di pietra per sostituirlo con un cuore di carne e avrebbe introdotto nell’intimo di ciascuno il suo Spirito. Divenuto così una nuova creatura, l’uomo sarebbe stato capace di essere fedele dall’interno del cuore all’alleanza con Dio. È la teologia paolina della grazia che opera nell’interno dell’uomo, di quest’uomo cadente e miserabile in cui viene infuso lo Spirito di Dio.

Il racconto della Pentecoste lascia quindi affiorare in modo esplicito il ricordo della teofania del Sinai; ma qui abbiamo un nuovo Sinai, di cui il primo ne era solo figura del definitivo. 

Infine un riferimento va fatto al luogo: Gerusalemme. In Isaia  2,1-3 abbiamo  un cantico di ascensione (che richiama alcuni salmi e testi profetici, come Mi 4,1‑3) in cui Gerusalemme è celebrata come centro irradiante della salvezza universale. Sono i “gojim”, cioè le nazioni pagane, ad affluire verso Sion, da cui uscirà la legge e la parola del Signore. Gerusalemme, luce delle nazioni, è il luogo in cui è annunciata la salvezza per tutti i popoli.

Ponendoci in questa prospettiva saremo in grado di cogliere il valore simbolico di molti elementi del racconto di Luca e dei rimandi espliciti all’AT. Rileggiamo dunque il racconto di Luca.

Si noti che Luca inizia il racconto del giorno della Pentecoste col dire che esso «si compiva». Non si intende dire che il giorno di pentecoste stava per finire (sono solo le nove del mattino, v. 15), ma che sta terminando un tempo della storia e se ne apre un altro. Come in Lc 1,57: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto» il verbo indica che è terminato il tempo che precede il parto - cioè il momento è venuto -, allo stesso modo tale verbo indica che si conclude il periodo che porta alla Pentecoste, e si inaugura il giorno nuovo – il tempo dello Spirito, nel quale anche noi viviamo, che durarà fino al ritorno del Singore alla fine della storia.

«Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». Chi sono queste persone? Si tratta i quelle indicate in 1,14: «alcune donne, tra cui Maria, madre di Gesù, e i suoi fratelli», i quali si trovano nella casa, probabilmente al piano superiore (cf. v. 2; 1,13). È da notare che l’espressione «tutti insieme nello stesso luogo» esprime contemporaneamente l’unanimità di chi non solo stanno insieme, ma anche  per l’unione dei cuori. Al momento della promulgazione della Legge sinaitica, «tutto il popolo rispose insieme», “unanime”,  impegnandosi a mettere in pratica le parole di Dio (Es 19,8). L’unanimità della comunità cristiana al momento della Pentecoste corrisponde a quella dell’assemblea di Israele ai piedi del Sinai.

La venuta dello Spirito è accompagnata da due fenomeni sensibili: dapprima un fragore (v. 2) e poi l’apparizione di lingue come di fuoco (v. 3).

- Il fragore, «quasi un vento che si abbatte impetuoso» (il vento, ruah in ebraico, è lo Spirito di Dio), è un rumore rimbombante, come il frastuono delle onde del mare (Lc 21,25; cfr. Sal 65,7), o il rumore del tuono (cfr. Sir 46,17), il suono squillante della tromba (Es 19,16; Ebr 12,19; Sal 150,3). La descrizione degli Atti, che fa particolare riferimento ai termini di Es 19,16, doveva richiamare in maniera del tutto naturale questa scena grandiosa, in modo tale da far vedere nella prima Pentecoste cristiana il rinnovarsi della teofania. È da notare che il “fragore” venne dal cielo, come da esso risuonò la voce sul Sinai (cfr. Dt 4,36; cfr. Es 19,3; 20,22) e al momento del battesimo di Gesù (Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Questo fragore, che manifestava la presenza dello Spirito, rassomigliava ad una violenta raffica di vento (Luca non dice che vi fu realmente il vento). Esso riempì “tutta la casa” dove si trovavano come, al v. 4, lo Spirito Santo “riempì” tutti coloro che erano presenti.

- Dopo il fenomeno uditivo si ha quello visivo delle lingue come di fuoco. Letteralmente: «Furono viste da essi delle lingue» (v. 3). Ecco un altro elemento tipico delle teofanie, il fuoco. Dio stesso è la fiamma che brucia (si pensi al roveto ardente visto da Mosè).

La parola greca, come l’ebraico lashôn, non indica solamente l’organo che ci permette di parlare, o il linguaggio in cui ci si esprime. Infatti viene usata anche per indicare qualunque oggetto abbia la forma di lingua (anche noi oggi in italiano parliamo di “linguette”). Il testo degli Atti vuol far notare il rapporto tra queste “linguette” e il dono delle “lingue” concesse agli apostoli.

Luca ha cura di precisare che tali “lingue”, che non erano realmente di fuoco,  «si dividevano e si posarono su ciascuno di loro». Questo “dividersi” delle lingue consente un nuovo accostamento con le tradizioni rabbiniche relative agli eventi del Sinai, secondo le quali sulla santa montagna la voce di Dio si sarebbe “divisa” in sette voci e poi in settanta voci o lingue (Targum Dt 32,2), quanti sono i popoli (cfr. Gen 10). L'alleanza, quindi, fin dall'inizio, sarebbe stata pensata per tutti i popoli, anche se storicamente è Israele ad accoglierla.  Con la Pentecoste tale alleanza nello Spirito del Cristo risorto viene riproposta a tutta l'umanità. La Chiesa continuerà la missione di Cristo, quella di annunciare la buona novella ed invitare gli uomini ad entrare nell'alleanza con Dio.

Tali “lingue” si «posarono su ciascuno di essi; e furono tutti ripieni di Spirito Santo». Si sottolinea qui l’individualità del dono, che resta importante: a ciascuno il proprio carisma, ciascuno è portatore di un dono fatto solo a lui e di cui dovrà rendere conto.

Si noti il rapporto tra il "vento" dello Spirito che avvolge tutti e le fiammelle che si posano su ciascuno che sono simbo dei carismi. Il fuoco dei carismi non può bruciare senza l'ossigeno del "vento" dello Spirito; cioè i carismi vanno esercitati nel segno della comunione, del vento che avvolge tutti. I doni che il Padre fa al singolo credente è per far cresfere la comunione. NOn ci sono carismi senza comunione. Parimenti non c'è vera comunione e se non risplende la diversità dei carismi.

Inoltre  queste lingue «si posarono» - più esattamente: : «si stabilirono» - su ciascuno di loro. Non si tratta quindi di un posarsi momentaneo. Si tratta quindi di una presa di possesso: lo Spirito prende dimora nei discepoli, compiendosi in tal modo la promessa di Gesù in Lc 24,49, ripetuta anche in At 1,8. Si tratta di un battesimo, ossia di un’immersione nello Spirito (cfr. At 1,5 e 11,6, che è un’eco delle parole del Battista in Lc 3,16: «Io vi battezzo con l’acqua, ma viene colui che è più forte di me…; egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco»). Nelle successive pagine degli Atti si incontreranno, di volta in volta, Pietro (4,8), Paolo (9,17; 13,9), Stefano (6,5; 7,55), Barnaba (11,24), gli apostoli (4,31) e i discepoli di Antiochia di Pisidia (13,52) “ripieni” del medesimo Spirito. Alle origini della storia della Chiesa, come già nella storia di Gesù, è lo Spirito di Dio che prende l’iniziativa, e la sua presenza attiva è così intensa che si manifesta in maniera da far pensare a quella dell’acqua: ci si rende conto che essa riempie un recipiente nel momento in cui comincia a traboccare. Il discorso di Pietro parlerà precisamente di una “effusione” dello Spirito: Gesù, salito al cielo, lo ha ricevuto dal Padre per “riversarlo” sui suoi discepoli (2,17.33).

- Il v. 4 aggiunge che, sotto l’influsso dello Spirito, gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue». Con tale espressione si intende l’esprimersi in lingue straniere che gli uditori capivano o altro?

L’espressione “parlare in lingue” è ritrovabile in altri brani degli Atti. Ricordiamo per esempio che al termine del discorso di Pietro, accolto dal centurione Cornelio, «lo Spirito Santo discese sopra tutti quelli che lo ascoltavano. Tutti i fedeli circoncisi, venuti con Pietro, rimasero stupefatti nel vedere come il dono dello Spirito Santo fosse stato elargito anche ai gentili. Li sentivano infatti parlare in lingue e glorificare Dio» (10,44-46). L’espressione ritorna ancora nell’episodio dei seguaci di Giovanni Battista ad Efeso: «Dopo che Paolo ebbe loro imposte le mani, scese sopra di essi lo Spirito Santo e cominciarono a parlare in lingue e a profetizzare» (19,6).

Alcuni interpretano questo “parlare in lingue” come un fenomeno di glossolalia che consiste in un “linguaggio estatico”, ispirato dallo Spirito santo e che, per essere esercitato come “carisma”, quindi per l’edificazione della comunità, richiede un dono complementare, detto “dell’interpretazione”. Nel nostro brano, però, l’espressione è diversa: si dice che gli apostoli parlarono in “altre” lingue: è un’espressione che indica solitamente nella Bibbia il parlare una lingua straniera. Si tratterebbe, insomma, del carisma della xenolalia, carisma concesso agli apostoli nel giorno di Pentecoste – quello di parlare nelle lingue degli astanti - per l’evangelizzazione dei Giudei provenienti da tutte le parti del mondo. Nella Pentecoste si compie questo evento straordinario: l'universo dei popoli è raggiunto dalla parola di Dio. Se, dunque, sul Sinai la parola donata era unica e storicamente legata a un popolo e a una cultura, ora essa si esprime in «altre lingue» che tutti possono intendere. Vi è dunque qui come dischiudersi questo evento in una visione universalistica che costituirà il filo rosso di tutto il libro degli Atti e deve essere anche quello della Chiesa di ogni tempo: raggiungere ogni cultura, ogni uomo, per poter annunciare un vangelo da essi comprensibile. Annuncio ovviamente accompagnato dalla testimonianza della propria vita: «di me sarete testimoni» (At 1,8).

I vv. 7-8 sottolineano la stranezza della cosa: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». Dopo l’enumerazione dei popoli rappresentati nell’uditorio, il v. 11 ripete ancora una volta: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». E al v. 12 ritorna l’interrogativo: «Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l'un l'altro: "Che cosa significa questo?”».

Certamente questo discorso delle “varie lingue” che gli uditori comprendono ci presenta la pentecoste cristiana anche come l’anti-Babele per eccellenza. Nella famosa scena del cap. 11 della Genesi al v. 7 vengono messe sulla bocca del Signore le seguenti parole: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È la grande maledizione dell’uomo peccatore, a cui viene tolto lo strumento principale della comunicazione. Con la Pentecoste, quindi con la discesa dello Spirito Santo che rinnova l’uomo dall’interno del proprio essere, la Babele del peccato è finita, ha inizio ormai la Gerusalemme della comunione. E nell’elenco dei popoli a cui appartengono le persone che assistono stupefatte al crollo della barriera delle lingue («parti, medi, elamiti…», ecc.) vediamo disegnarsi come in filigrana la diffusione della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo e al di là di esso. All’epoca in cui Luca scrive ci sono comunità in tutti questi paesi, ci sono cristiani che parlano tutte queste lingue, eppure per il dono dello Spirito dicono tutti la stessa cosa, confessano tutti la stessa fede in Cristo. Tutti ormai possiamo intenderci, anche se le nostre lingue sono profondamente divergenti, perché tutti possediamo la lingua dell’amore.

- Il v. 6 presenta lo stupore della folla, in piena confusione. Più volte Luca, nei primi due capitoli del Vangelo, menziona la meraviglia che avvolge i protagonisti di fronte ad alcuni eventi. Tutti si stupirono all'annuncio che il nome del figlio di Zaccaria sarebbe stato Giovanni, i pastori si stupirono e gli stessi genitori di Gesù si stupirono di fronte alla profezia del vecchio Simeone e di fronte alle cose che si dicevano del bambino. Lo stupore contrassegna l'aurora, il sorgere della fede. Chi non sa stupirsi non arriverà mai a credere, perché sarà immerso sempre e solo nel suo passato e nei suoi mille progetti presenti e futuri. Chi chiude le porte alla meraviglia non incomincerà mai ad interrogarsi, mai si metterà in viaggio.

- È da notare che Luca non parla di “folla”, ma preferisce usare il termine moltitudine. Si potrebbe qui richiamare la promessa, fatta da Dio ad Abramo, di renderlo padre di una “moltitudine” di popoli, e concretatasi nel cambiamento del suo nome: Abram, cioè “padre elevato”, è divenuto Abraham, cioè “padre di moltitudine” (Gen 17,4-5; cfr. Dt 26,5; Eb 11,12). Questa promessa sembrava già realizzata quando Israele giunse al Sinai (cfr. Dt 1,10; 10,22); ma la venuta dello Spirito nella Pentecoste darà a questa promessa un compimento ben più meraviglioso.

Si tenga presente inoltre la descrizione dell’uditorio di Gesù in Lc 6,17: «Vi era là una gran folla dei suoi discepoli e una grande moltitudine di popolo, venuto da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dalle contrade marittime di Tiro e di Sidone, per ascoltarlo…». L’uditorio dei giudei presenti il giorno della Pentecoste e provenienti da tutto il mondo ricorda, ma su scala più vasta, quello che Gesù ha conosciuto all’inizio del suo ministero. Più tardi a questo uditorio si aggiungeranno i pagani. Non dimentichiamo, infatti, la prospettiva universalista degli Atti (come pure del vangelo di Luca) i quali si chiudono con la dichiarazione di Paolo: «Sia noto a voi che questa salvezza di Dio è stata inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!» (28,28). Sia pure in scala ridotta con la Pentecoste gli apostoli cominciarono la loro missione universale: lo Spirito dona alla Chiesa il mondo intero, obbligandola per ciò stesso all’immenso sforzo missionario, attraverso il quale essa raggiungerà la sua pienezza e la sua statura escatologica.

Concludiamo questo commento con un riferimento a Maria, che è madre della Chiesa. Si noti il parallelismo tra gli avvenimenti della casa di Nazareth e del cenacolo. Come lo Spirito Santo ha fecondato Maria che diviene Madre del Cristo, ora lo Spirito feconda i discepoli - lì radunati insieme a Maria - trasformandoli in membra vive della Chiesa, corpo di Cristo (cfr. Ef 5,30).  Maria, membro eminente e antcipatore della Chiesa, con la sua presenza multiforme, continua nello Spirito  Santoa  rigenerarla e a renderla più fedele alle parole del Figlio. E anche dopo la sua assunzione al cielo Ella continua maternamente a spronare la Chiesa ad ascoltare con attenzione la Parola di Dio e ad essere docile all'azione e alla guida dello Spirito Santo.

Ultima modifica il 23 Maggio 2026

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