In questa domenica la liturgia ci invita a contemplare il mistero dell'ascensione del Signore.
Nel Vangelo prima di ascendere al cielo il Risorto affida agli apostoli - e quindi a tutta la Chiesa - la seguente missione:
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ci sono tre parole di Gesù che sono significative soprattutto nell’originale greco.
- La prima parabola è: matheteusate, che giustamente va tradotta: “fate discepoli tutti i popoli”. Ecco la Chiesa con un orizzonte infinito che supera la piccola provincia della Palestina.
Perché il verbo mathēteuō è importante? Perché la missione dei discepoli è mettere in rapporto coloro ai quali si annuncia il vangelo con Gesù, con il Messia di Dio. Ciò che costituisce il mathētēs è la sua relazione con il Maestro. Il "fare discepoli" esige quindi un impegno di far conoscere il Maestro, accompagnando le persone alla conoscenza del Vangelo e, ma soprattutto al rapporto con il Signore. E' un'opera educativa e di accompagnamento che esige il tempo necessario per condurre una persona dalla fede iniziale alla maturità.
- La seconda parola è: baptizontes. La via della salvezza è il battesimo che, come dirà Paolo, è la partecipazione all’esperienza della Pasqua di Cristo: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Nella frase precedente Gesù aveva appena detto: “Mi è stato dato ogni potere”: è il fondamento della missione.
Il battezzare indica l’aspetto divino del ministero, non semplicemente il rito battesimale, bensì ciò che esso significa: immergete i battezzandi nella potenza di Dio che sola può salvare, nella realtà d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non solo con il rito battesimale, ma anche con una testimonianza d’amore che manifesti la stessa passione che Gesù nel suo ministero ha avuto per l’umanità.
- La terza parola è: didaskontes. Abbiamo qui il mandato di “insegnare”, di essere “maestri”: insegnate a osservare ciò che vi ho comandato, che per Matteo è il contenuto dei cinque discorsi di Gesù, di cui il primo è quello della montagna. In altre parole si tratta di insegnare a vivere come Gesù ha vissuto e come cercano di vivere i suoi annunciatori.
- Particolarmente significative sono anche le ultime parole di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. “Io sarò con voi” è la formula di alleanza e di promessa che Jahvé ha fatto al suo popolo nell’Antico Testamento. “Dio forma la comunità di coloro che ama, che non può abbandonare, di cui non può dimenticarsi, perché ha dato a ciascuno il nome battesimale di salvezza, ai quali è sempre vicino perché si radunino nella comunità dei salvati. Gesù in mezzo a noi è la presenza di Dio che ci raduna, che fa di noi un popolo, che, attraverso l’azione di coloro che suscitano nuovi discepoli, raduna il popolo di Dio da tutta l’estremità della terra, da tutte le genti, da tutte le situazioni umane, verso una città dove regni la giustizia, la verità dei rapporti umani, dell’amicizia vissuta, la capacità di conoscersi, di amarsi”.[1]
Se è vera questa azione del Risorto nelal comunità ecclesiale, allo stesso tempo va anche notata la fiducia che il Risorto ha per ciascuno di noi battezzati; affida infatti una missione nelle nostre mani, ha fiducia che noi possiamo continuare la sua opera.
Negli Atti degli Apostoli l'ascensione del Signore al cielo è preceduta da una promessa: "Giovani battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo". Promessa ribadita pochi versetti dopo: "... riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra".
Questo evento dello Spirito compie la Scrittura, perché Gioele (3,1-5), Ezechiele (36,26-27) e i profeti avevano parlato dei tempi messianici come dei tempi dello Spirito, in cui lo Spirito, in un rinnovamento dell'alleanza, sarebbe stato riversato su tutti i discepoli. Tutti, uomini e donne, e perfino schiavi – come dice Gioele – diventeranno profeti. L’effusione dello Spirito testimonia una nuova fase della storia della salvezza, sanzionata dalle Scritture. Non che prima lo Spirito di Dio fosse assente; tutt'altro. Ora, però, la sua opera nel mondo diventa determinante, soprattutto a motivo dell'Assenza-Presenza di Gesù. Gesù sarà presente nella storia del mondo e della Chiesa in modo diverso: mediante il suo Spirito! In forza di questo Spirito gli apostoli - e tutti noi cristiani - siamo chiamati ad essere testimoni del Risorto.
Si noti il parallelismo del v. 8 (“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi…”) con l’annunciazione dell’angelo a Maria nel Vangelo di Luca. Gli apostoli sono assimilati a Maria. Cioè anche loro, grazie allo Spirito Santo, sono capaci di concepire la Parola e di donare al mondo la Parola. L’incarnazione che si è compiuta nel grembo di Maria continua nell’oggi tramite i credenti, che diffondono il Vangelo agli uomini. Il monito per noi è chiaro: prima di parlare, prima di annunciare agli altri il Vangelo dobbiamo invocare l’azione in noi dello Spirito Santo.
Qui c’è anche – oltre all’Annunciazione – anche un richiamo al battesimo di Gesù. Gli apostoli sono quindi investiti dallo Spirito Santo come Gesù fu investito al momento del battesimo; e come là Gesù venne incaricato della sua missione – “quello che vi dirà ascoltatelo!” – così anche gli apostoli vengono riempiti dallo Spirito perché la loro parola venga ascoltata e sono inviati come missionari. Quindi l’espressione “mi sarete testimoni” è un’espressione forte, centrale; riprende la promessa fatta da Gesù in Lc 24,48. Il testimone è colui che racconta cosa ha vissuto, ha sperimentato (cfr. 1Gv 1-3); ed è colui che è anche disposto a dare la vita (martirio) per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo, la verità del Vangelo che annuncia.
Ed infine l'assunzione: “Mentre lo guardavano, fu elevato in alto”. Vediamo i discepoli fissare intensamente il Cristo che sale nel mistero di Dio, consapevoli che una volta salito Egli invierà loro il suo Spirito e li renderà profeti. Poco dopo troviamo infatti il racconto della pentecoste seguito dall’annuncio di Pietro. Ma, allo stesso tempo, i due uomini in bianche vesti - sono gli stessi che nel Vangelo di Luca troviamo nel racconto della tomba vuota (Lc 24) - riportano lo sguardo degli apostoli dalle nubi del cielo alla loro vita, nell’orizzonte della concretezza, nella vita reale di tutti i giorni. Del resto, non è Gesù stesso che invia gli apostoli in missione (Mc 16,15-20)? Eppure, c’è una profonda verità nel tenere gli occhi fissi al cielo; non per fermarsi nell’astrattezza e tantomeno per evadere dalla vita complessa e talora dura di ogni giorno. Si tratta di fissare il cielo, quasi a tener ben ferma la meta ove dobbiamo condurre il mondo. Scriveva Isaia: “Nessun orecchio ha mai sentito e nessun occhi ha mai visto… ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (Is 64,3). E l’apostolo Paolo insiste: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil 3,20). È difficile vivere, è difficile guardare la vita di ogni giorno, se non abbiamo fisso il nostro sguardo nei cieli. Del resto, chi di noi dubita che è quanto mai necessario far risalire un po’ più in alto, appunto verso quel cielo che la Scrittura ci apre, questo nostro mondo, spesso sbattuto così tragicamente in basso? Questa è proprio la vocazione del cristiano: portare la carne, il mondo intero verso il cielo.
Si noti, infine, che il luogo nel quale è ambientata l'ascensione è il monte degli Ulivi. Per capire che cosa rappresenta per Luca questo luogo, richiamiamo due pagine dell’AT.
Il primo testo è il cap. 11 di Ezechiele, in cui il profeta ricorda al popolo il vero motivo della caduta di Gerusalemme e dell’esilio babilonese: la città crolla non perché le armate di Nabucodonosor riescono a stringerla in una morsa di ferro e di fuoco, a demolirne le mura e a invaderla, ma perché la shekinà, la presenza di Dio, l’ha abbandonata. E il profeta descrive questa presenza divina che si leva come in volo (notare il tema dell’ascensione) ed esce dal santo dei santi, attraversa i cortili del tempio, passa sopra i quartieri di Gerusalemme, sopra la valle del Cedron e la valle di Giòsafat e infine, prima si comparire, si posa sul monte degli Ulivi, quasi a dare un ultimo saluto a quella che era stata la città-Emmanuele, la città dove Dio aveva posto la propria dimora. Poi si allontana, e Gerusalemme crolla.
Il secondo testo è il cap. 14 di Zaccaria, che annuncia il ritorno pieno e definitivo del Signore nella sua città. Notiamo come il profeta descrive questo ritorno della shekinà, dello Spirito di Dio: “In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente…” (Zc 14,4). Lo Spirito di Dio si posa di nuovo sul monte degli Ulivi, ma non più per convocare gli abitanti della Gerusalemme terrena. Questa volta sono gli abitanti di tutto il mondo ad essere convocati per l’ultimo grande giudizio. Nel racconto dell’ascensione dunque troviamo non solo il significato della risurrezione di Cristo, non solo l’annuncio del dono dello Spirito, ma anche l’inizio dell’epoca definitiva della storia, in attesa della parusia: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo!” (v. 11b).
Questi futuri non sono futuri temporali, non indicano un tempo che verrà: hanno invece un sostrato semitico e quindi esprimono la modalità dell'azione e cioè dicono se l'azione è compiuta (passato) o incompiuta (futuro). Dunque che cosa significa questo verrà? Che la venuta del Risorto è in via di compimento, in via di realizzazione, si realizza cammin facendo. Il Cristo viene sempre: la parusia è il venire di Cristo nella storia, attraverso la testimonianza dei suoi. Questa è la parusia. Evidentemente non si esclude un momento di manifestazione ultima, ma questa rimane avvolta nel futuro di Dio. Al presente e al futuro del cristiano appartiene invece il realizzarsi di una venuta di Cristo giorno dopo giorno, nella testimonianza dei credenti.
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[1] C. M. Martini, Gli esercizi ignaziani alla luce del vangelo di Matteo, cit., 261.