Santissima Trinità

La prima lettura, tratta dal libro dell'Esodo, ci parla della teofania sul monte Sinai con la rivelazione del nome divino. 

La teofania è molto interessante perché ci mostra chi è e cosa fa Dio nei confronti del popolo di Israele peccatore e, più in generale, nei confronti di tutta l'umanità peccatrice. La rivelazione del nome divino è connessa alla richiesta formulata da Mosè in Es 33,18-23, il quale, rivolgendosi al Signore, gli aveva posto due domande.

La prima domanda: «Fammi conoscere la tua via». Ma le antiche versioni (LXX, Vulgata) hanno letto: «Fammi vedere il tuo volto». Il problema di Mosè, in altri termini, non è solo quello di conoscere la via, ma che Dio stesso la percorra insieme a Israele, e non un angelo, un inviato. Che si tratti del “volto” e non solo della “via” è tanto più evidente se si considera la risposta sorprendente: «Il mio volto camminerà, e ti darò riposo». Strano modo di esprimersi, “un volto che cammina”! Sembra quasi un ossimoro, una contraddizione in termini, perché il volto è la persona in quanto si rivela, si manifesta, si fa vedere, ma il fatto che cammini significa che questo volto non si concede alla visione, che procede innanzi, che non si può contemplare. Vale a dire, un volto che non è statico, che si muove in continuazione, che non si lascia fotografare. Perciò, anche in questo caso, l’esaudimento della preghiera di Mosè, per così dire, avviene solo per metà. Dio gli concede di vedere il suo volto, ma al tempo stesso lo ritrae, lo ritira. In questo senso, anche la lettura masoretica di Es 33,13 («Fammi conoscere la tua via») rimane fortemente suggestiva. Se questo volto cammina, traccia una strada. Piero Stefani suggerisce che la Bibbia parla delle “vie” di Dio molto più che dei suoi progetti o disegni. Ci dice dove Dio è passato, le tracce che ha lasciato, affinché possiamo seguirlo, piuttosto che rivelarci quello che ha intenzione di fare.La seconda domanda di Mosè è la seguente: «Mostrami la tua gloria!». Questa nuova domanda cosa viene a precisare? Praticamente è la stessa di quella precedente, anzi nelle antiche versioni sono quasi identiche: «Fammi conoscere il tuo volto» (ostende mihi faciem tuam) e «Fammi vedere la tua gloria» (ostende mihi gloriam tuam).

Certo, Mosè vorrebbe avere una visione più diretta del volto glorioso di Dio. Dio gli ricorda che il suo volto non è visibile, proprio per il motivo detto sopra, che è in cammino, è sempre mobile. Egli segna il passo e il popolo deve seguirLo.  Inoltre «nessun uomo può vedere Dio e vivere».

Ma questo volto di Dio ci è rivelato nel Figlio fatto carne. Nel Vangelo (Gv 3,16-18), infatti, si leggono le seguenti parole di Gesù: “Dio ha tanto amato il mondo...” (v. 16). Al centro di tutto, e specialmente nella missione del Figlio, c’è un Dio che ama il mondo. La realtà di fondo è l’agape divina, ossia un amore gratuito, incondizionato, traboccante, fedele, universale. Questo amore viene offerto a tutti (infatti qui per “mondo” non è da intendere tutto il negativo di morte, di menzogna e di peccato che si oppone a Dio come l’evangelista fa in altri brani, ma tutta quell’umanità che ha bisogno di essere salvata).

Dio ama il mondo, anche il nostro mondo di oggi. Come sentire, vedere, credere l’amore di Dio? Chi ama Dio? Tutti! Come ama Dio? È vicino ai sofferenti, è dalla parte degli oppressi, anima tutti i semi di bene e di luce; è vicino a chi fa il male, perché non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Chi crede in lui non è condannato...” (v. 18). Il non credere in Gesù, non affidarsi a lui, è un'auto-condanna. Con il rifiuto o l’accettazione dell’amore apparso in Cristo, l’uomo costruisce dentro di sé la salvezza o la condanna, si costituisce luce o tenebra.

La nostra fede professa la Trinità. Quella Trinità che Gesù ci ha rivelato. Il Padre è l'origine di tutto; è Lui che invia il Figlio nel mondo per salvare l'umanità ed elevarla alla vita divina; il Figlio in quanto inviato dal Padre e mediatore lega indissolubilmente gli uomini in unità con Dio e tra di loro; lo Spirito Santo ottiene mediante la propria presenza nel mondo quella intima corrispondenza e abilitazione (il “cuore nuovo”), che rende capace il credente di accogliere la salvezza e corrispondere con una vita di santità. 

Capiamo che, alla fine, in quanto siamo creati ad "immagine e somiglianza di Dio", di un Dio che è Trinità, quindi comunione, risulta chiaro qual è l’ultima destinazione dell’uomo: essere chiamato a diventare communio già ora sulla terra, per partecipare un giorno per tutta l’eternità alla communio piena del Dio trinitario.  

Una cosa dovrebbe essere chiara: l’uomo, solo se è diventato comunionale, può “partecipare” alla vita del Dio comunionale. Altrimenti sarebbe per così dire un corpo estraneo nella vita divina promessagli. Perciò il “divenire communio” è il compito centrale della vita dell’uomo. Ogni dono fatto da Dio all’uomo è sempre anche un compito, una abilitazione e un invito a cooperare.

La communio presenta una doppia direzione con Dio e con il prossimo. Le due relazioni sono sempre tra loro strettamente collegate. Per imprimere in sé l’immagine di Dio e diventare a Lui più simile l’uomo deve progredire in ambedue le forme di communio.

La communio che Dio attua in virtù della pienezza della sua essenza non va da noi imitata solo passivamente, cioè accogliendo semplicemente l’azione divina e permettendo semplicemente che essa si svolga, bensì va imitata attivamente, con un’azione liberamente da noi compiuta. Quando al termine del tempo parteciperemo per sempre alla vita del Dio trinitario, non lo faremo come mendicanti che si sono visti piovere in maniera pura e semplice tutto addosso, bensì come individui che poterono “cooperare” liberamente a divenire ciò che da sempre Dio ha pensato, ossia quella communio nell'amore che ci rende simili a Dio.

 

Ultima modifica il 29 Maggio 2026

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