Questo racconto si sviluppa nella storia esemplare di un cammino catecumenale, che si conclude con la piena adesione alla fede nel Cristo risorto. Protagonisti sono due discepoli, due “dei loro”, cioè della cerchia degli intimi, che hanno sentito loro stessi l’insegnamento di Gesù, le parole delle Beatitudini, le parole della misericordia, gli inviti sulla rinuncia a tutto, sul dare la propria vita, sullo scandalo della croce. Quindi sono discepoli a cui non manca una istruzione.
E sono in numero di “due”, cioè simbolo di una piccola comunità in cammino. “Due”, nel linguaggio biblico, è principio di molti, come quando Gesù aveva cominciato ad inviare i suoi discepoli a due a due.
“...erano in cammino”. La strada è stata uno strumento al servizio del ministero pubblico di Gesù; in essa Egli ha incontrato il cielo di Gerico e i dieci lebbrosi, lungo la strada ha interpellato i suoi discepoli e ha risposto al notabile ricco, lungo la strada ha camminato davanti a tutti, fino a Gerusalemme. Inoltre la strada è simbolo della vita di ogni persona, luogo della via quotidiana, degli incontri, dei cambiamenti. Infine è simbolo della vita cristiana di chi segue il Signore verso la meta ben chiara: l'incontro definitivo con il Padre che ce lo ha donato come salvatore. I “due” che camminano diventano così icona di ogni comunità cristiana che si lascia evangelizzare del Risorto.
“e conversavano di tutto quello che era accaduto” (v. 14). Durante il cammino si fanno la predica l'un l'altro (il verso usato è ὡμίλουν, da cui viene “omelia” sugli avvenimenti tristi di quei giorni.
“Mentre discorrevano (ὁμιλεῖν) e discutevano (συζητεῖν) insieme...”. Il verbo qui usato (συζητεω) dice che non solo si fanno l'omelia l'un l'altro, ma discutono animatamente tra di loro. Sono uomini che sanno le cose, ma non le hanno del tutto capite. E sono delusi, feriti nelle loro speranze. Si sentono quasi “ingannati” dalle parole che avevano ascoltato da Gesù. Per di più sembrano accusarsi a vicenda del perché le cose siano andate così: di chi è la colpa? Non per nulla quando Gesù li interroga essi sono “col volto triste” di chi ha constatato la rovina delle cose in cui avevano posto fiducia.
Gesù, molto semplicemente, come un viandante si avvicina a questi discepoli delusi e prende il loro passo. È il gesto delicato del Risorto che si adatta al loro “passo”, cioè comprende il loro vissuto e da lì parte per ridare speranza, per aprire una luce nuova[1]. Egli cammina con il passo dei discepoli, degli uomini di oggi, e non come uno che abbia subito qualcosa da dire. Cammina e ascolta. Senza imporsi. È la discrezione di cui si parla nell'Apocalisse: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).
Con loro poi il viandante cammina nella direzione sbagliata, quella dettata dalla fuga. Anche in questo modo il Risorto ci continua a rivelare il volto del Pastore che va in cerca delle pecore smarrite. Non ci abbandona nelle nostre fughe. Ci cerca sempre.
“Ma i loro occhi erano impediti di riconoscerlo” (v. 16). Il Risorto non può essere riconosciuto se egli non si manifesta. Il riconoscimento della sua presenza è sempre un dono di grazia. Ma anche se si fosse manifestato i due discepoli non l'avrebbero riconosciuto: infatti sono nella tristezza, sono troppo presi dai loro ragionamenti, dalle loro discussioni animate, troppo concentrati su se stessi per accorgersi di qualcun altro. La realtà è una, ma nella tristezza l’uomo, ponendo se stesso al centro, non riesce a riconoscere il Signore a causa dei suoi occhi chiusi. Occorre allora guarire l’occhio, la cui cura comincia dall’orecchio: quando cominciamo ad aprire l’orecchio anche l’occhio inizia ad aprirsi.
Come Maria di Magdala lo aveva scambiato per un giardiniere (cf. Gv 20,15), essi lo scambiano per un viandante.
“Ed egli disse loro: ‘Che cosa sono questi discorsi che state facendo fa voi durante il cammino?’” (v. 17). Gesù, quindi, da buon pedagogo non li rimprovera, non interviene con prediche, ma li prende dal punto in cui si trovano interessandosi ai loro problemi. Sa ascoltare in profondità quello che c’è nel cuore di questi due discepoli. Offre loro l'occasione di oggettivare quanto è soggettivo, aiutandoli così a riordinare i loro discorsi e a fare chiarezza in se stessi.
“Uno di loro, di nome Cleopa, gli disse...” (v. 18). Dopo un attimo di smarrimento, Clèopa, meravigliato dall'ignoranza del loro compagno di viaggio, e forse anche in modo poco cortese, gli dice: “Tu solo sei così forestiero...”. Il greco usa il verbo παροικεω, che significa “soggiornare da straniero”; i due discepoli credono, dunque, che questa persona che fa strada con loro sia uno dei tanti pellegrini venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua e si meravigliano che non si sia accorto di quanto è successo in città. In fin dei conti hanno ragione: Gesù è lo “straniero” che dal cielo è sceso sulla terra con l'incarnazione per venire incontro all'uomo fin nel cuore di Gerusalemme, cioè del mistero pasquale.
La situazione si fa comica: colui che sembra non sapere sa, e coloro che credono di sapere[2] non sanno!
Gesù non si spaventa di questa scontrosità, anzi lascia che essa emerga, che vengano espressi i sentimenti profondi. Gesù invita ad esprimersi, non a reprimere: “Che cosa?” (v. 19), cioè: “Ditemi di che si tratta”. Vuole che dal loro cuore emergano tutte le delusioni, tutta la loro amarezza. Gesù, quindi, esercita la sua diaconia di consolazione suscitando, dall’interno, il movimento della libertà nelle coscienze, il calore del cuore, e fa uscir fuori ciò che deve convertirsi.
Ed ecco che i due discepoli, rispondendo, espongono il kerigma (l'annuncio primitivo) ... a metà! “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno ucciso” (vv. 19-21). Conoscono bene Gesù... ma si fermano alla sua morte. Riconoscono che è stato un profeta[3] e riconoscono che in Lui si fondevano armoniosamente la parola e l'azione[4]. Ma la risurrezione non fa parte di quanto sanno. Per questo il loro è un kerigma “a metà”, cioè incompleto. Questi avvenimenti non sono visti nel loro sbocco salvifico, sono privi della loro interpretazione finale.
“Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…”. Ecco qual è il punto dolente di questi discepoli. Dicono di essersi sbagliati, di essere stati degli illusi, ora non sperano più. E questo nonostante il fatto che “alcune donne” li abbiano ἐξέστησαν, “spiazzati” (cfr. v. 22)[5], destabilizzando per un attimo le loro idee, con la notizia che Gesù sarebbe vivo. Nonostante ciò essi non hanno creduto a tali parole. In Lc 24,11 si dice che quanto da loro riportato non è che sciocchezza, favola. Per questo gli “undici e tutti gli altri” “non credettero” a tali parole (v. 11). È vero che gli apostoli sono andati comunque al sepolcro, riscontrando che era vuoto, “ma lui non l'hanno visto”. Cioè il sepolcro vuoto non è una prova sufficiente della risurrezione. Per questo sono ancora con il volto triste: manca la parola che apra loro l’intelligenza su quanto è stato riscontrato, che interpreti quanto avvenuto alla luce della Resurrezione.
Ed ecco che Gesù, uscendo allo scoperto, richiama i discepoli, fa vedere il loro male: “Stolti (ἀνόητοι) e tardi di cuore (βραδεῖς τῇ καρδίᾳ) nel credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!” (v. 25), nel credere cioè alle promesse divine contenute nella Scrittura, nel Dio della fedeltà. Li rimprovera di essere “senza intelligenza”[6] e “lenti di cuore”[7]. E subito inizia la catechesi, o meglio una liturgia della parola che segue lo schema sinagogale[8]: “E cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27). Gesù, l'ermeneuta per eccellenza[9], fa loro capire quello che rimane a loro oscuro: “Non bisognava (ἔδει)[10] che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (v. 26). Da notare che il testo non dice quali sono i testi a cui si è riferito Gesù. Ugo di S. Vittore afferma che “tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento”. Si tratta allora di leggerla nel modo giusto, di non cogliere solo un brano qui e là; tutta la rivelazione anticotestamentaria è una parola capace di illuminare il mistero di Gesù. Il problema è che questa “luce” è rimasta velata ai discepoli fino ad ora, e Gesù è venuto a togliere questo velo aprendo il loro cuore e la loro mente alla comprensione piena. È da notare il passaggio dalla tristezza sfiduciata alla gioia che arde nel cuore, come poco dopo gli stessi discepoli riconosceranno (v. 32). Quindi una gioia che nasce dall’aver capito che l’AT si è compiuto in Gesù. E, per di più, ora essi capiscono che anche Gesù per capire qual era la volontà di Dio è dovuto ricorrere a quel libro che conteneva la storia d’amore tra Dio ed il suo popolo. Gesù non aveva un filo diretto per conoscere la volontà del Padre, ma ha a sua volta utilizzato quel libro. Questo scalda il cuore, perché fa ritrovare il bandolo della nostra esistenza alla luce della Parola di Dio.
Possiamo ora dare una prima conclusione. Il Signore opera la consolazione. Essa, secondo 2Cor 1,3-4, è il ministero che deve esercitare anche la Chiesa. Si potrebbe dire la diaconia della tristezza umana mediante la consolazione dello Spirito; far venire fuori dal cuore dell’uomo tutta la mancanza di speranza e trasformarla in gioia (cf. 1Pt 3,13-16). È allora necessaria la compagnia lungo il cammino, l’ascolto delle speranze, delusioni, e, se sarà necessario, si dovrà aiutare le persone ad esprimerle. Finché gli esseri umani sono soddisfatti di sé, delle consolazioni apparenti, con cui il mondo tenta di riempirli, essi non avvertono alcun bisogno di essere salvati, nessuno bisogno del Vangelo.
Gli Atti degli Apostoli saranno un commentario di questo racconto: la diaconia delle Scritture, alla quale gli apostoli si dedicheranno, insieme alla preghiera (cf. At 6,4), è ben lontana dall’essere una cattedra di Bibbia. Essa è un codice offerto alla tristezza degli esseri umani perché possano decifrarne la causa e trovarne rimedio.
“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto’” (vv. 28-29). La richiesta pressante perché Gesù resti con i discepoli[11] è motivata con l’appressarsi del buio della notte. Qui l’evangelista sembra alludere al senso simbolico della frase: Gesù è portatore di luce. In realtà i discepoli hanno cominciato ad aderire a lui e, in un certo qual modo, volevano trattenerlo. Ricordiamoci che in Giovanni Gesù dice alla Maddalena di “non trattenerlo”. Gesù va seguito, non trattenuto.
“Egli entrò per rimanere con loro”. La risposta di Gesù non si fa attendere. Non si dice qui dove Gesù entrò, se era in una casa, in una locanda o altrove. Questo lasciare nel vago il luogo ci spinge a pensare che prima di tutto entrò nel loro cuore, nella loro mente, in una parola nella loro vita.
Nei vv. 30-31 il racconto tocca il suo culmine. L’evangelista non perde tempo in particolari: si ferma esclusivamente a descrivere ciò che fece Gesù: “quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (v. 30). Sono le parole con cui lo stesso Luca, con la frase “spezzare il pane”, indica il pasto eucaristico in At 2,42.46 e 20,7. La fractio panis segue la fractio Verbi. Nel sacramento eucaristico, cuore di tutto il sistema sacramentale, il cammino catechistico dei discepoli di Gesù si compie: “Allora si aprirono loro gli occhi (letteralmente: 'i loro occhi furono aperti [da Gesù ] grandemente e lo riconobbero”. È quindi per grazia che lo riconobbero. Troviamo questa espressione in Gen 3,7 quando si parla della trasgressione dei progenitori: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”. Là per conoscere che hanno perso tutto, qui per riconoscere che tutto hanno ricevuto. Là per vedere i loro limiti, qui per accogliere la grazia che è loro concessa. Là volevano diventare come Dio, qui riconoscono Dio che si è fatto come loro. Ci sono diverse maniere di mangiare![12]
Ecco come Gesù si manifesta anche a noi oggi - oltre alla sua Parola -: nell’Eucaristia. Dunque la duplice mensa: quella della Parola e dell’Eucaristia. Tuttavia anche il riconoscimento in questi “segni” della sua presenza è dono suo: non sono infatti i discepoli ad “aprire” gli occhi, ma, come dice il verbo utilizzato, questi occhi vengono aperti dalla parola di Gesù. È questa sua Parola che apre i nostri occhi a riconoscere la sua presenza nel segno sacramentale.
“Ma egli sparì dalla loro vista” (v. 31). Sparisce lo straniero e rimane il Risorto. Rimane anche se non lo vediamo. Ora essi sanno che egli c'è, e non hanno nemmeno più bisogno di vederlo. Sanno che il Risorto, benché invisibile, è sempre presente.
Alla fine, rileggendo la loro esperienza, constatano: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto...” (v. 32). La parola usata è forte: non si dice soltanto “il cuore si riscaldava”, ma “il cuore ardeva”. Queste parole richiamano quelle di Gesù stesso: “Sono venuto a buttar fuoco sulla terra” (Lc 12,49), un fuoco che, bruciando, produce poi anche divisione, scuotimento e imitazione, e che qui comincia a manifestarsi come sconvolgimento interno.
Allora i discepoli “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”, quindi invertono marcia. Hanno ricevuto quel cibo che dà forza per compiere il lungo viaggio che ancora rimane (cf. 1Re 19,1-8). La destinazione però non è nuova: è il luogo della quotidianità, della comunità. E, precisa l'evangelista, partono “senza indugio (ἀναστάντες)”, letteralmente: “balzando in piedi tornarono...”. È quasi la stessa esperienza del profeta Geremia. Come fare a contenere quello che brucia nel cuore? Bisogna correre a Gerusalemme per condividere questa straordinaria notizia.
A Gerusalemme “trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro”. Entrano partiti di corsa per annunciare agli undici la buona notizia della risurrezione di Gesù, ma prima hanno dovuto ascoltarla dagli undici. Poi tocca a loro e il loro racconto si svolge in due tempi, come la loro esperienza: dapprima raccontano o, meglio, fanno l'esegesi della loro esperienza lungo la strada. Gesù era stato l'ermeneuta per comprendere le Scritture (v. 27: διερμήνευω). Ora loro stessi sono gli esegeti che traggono insegnamenti da quanto hanno vissuto (v. 35: ἐξηγεομαι). In secondo luogo raccontano com'è avvenuto il riconoscimento di Gesù. Qui occorre tener presente che il verbo è al passivo e andrebbe dunque meglio tradotto sottolineando il fatto che è Gesù a essersi fatto riconoscere: “si fece riconoscere” da loro (v. 35). Ancora una volta è sottolineato che è per grazia che avviene il riconoscimento.
Nel tempo di una giornata e nello spazio di un cammino di alcuni chilometri, i due discepoli sono stati testimoni e protagonisti della fractio verbi, della fractio panis e della fractio gaudii. La condivisione è totale: parola, pane e gioia.
Riflettiamo. Dopo quell’intuizione folgorante, nella quale i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù risorto, tutto torna all’ordinarietà. Gesù scompare e tutto torna ad essere apparentemente come prima: la locanda, la tavola, il pane, i compagni. Tutto uguale, eppure tutto ora è diverso. È un’esperienza inesprimibile. È la parola di Dio che ci ricorda il senso della nostra esistenza rinnovando in noi l’assenso della fede. È quello che accade a questi discepoli. Il Signore ravviva la fede per mezzo della lettura dell’AT. Poi c’è l’eucaristia, cioè il sacramento. Non è che l’Eucaristia sia meno importante, ma necessita della fede per essere vissuta non semplicemente come rito esteriore, ma come vero e proprio incontro con il Risorto. Nel passato talvolta la Chiesa ha peccato di sacramentalismo esasperato. Il sacramento è una cosa, la fede è un’altra. Quello che ci fa crescere nella fede è la nostra conversione che avviene attraverso il confronto con la Parola.
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[1] Con Gesù si realizza quello che Dio aveva promesso a Mosé: “Io camminerò con voi e ti darò riposo” (Es 33,14).
[2] Si noti che il nome Clèopa – quello di uno dei due discepoli – sembrerebbe una contrazione di Cleopatros, e in tal caso significa “padre famoso”. Qualche esegeta, però, propone un'altra etimologia: Kleopas deriverebbe da pas, “tutto”, e kleos, “notizia”. Questo discepolo sarebbe dunque uno che sa tutto, che è al corrente di ogni cosa!
[3] Al cap. 7, quando Gesù guarisce il figlio della vedova di Nain, il Vangelo dice: “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: 'Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo'”.
[4] Si noti che qui si dice che Gesù era potente in “opere”, e solo come secondo termine si dice “in parole”. L'operare di Gesù precede e dà spessore alla parola (cioè la parola trova la sua verità quando si realizza, quando si compie), la quale spiega il senso di tali opere. Anche all'inizio degli Atti degli Apostoli troviamo tale espressione: “quello che Gesù fece è insegnò” (At 1,1).
[5] Il verbo greco, tradotto con “li hanno sconvolti”, letteralmente significa “rimuovere da un posto”, dunque piazzare altrove, spiazzare.
[6] L'espressione ἀνόητοι è la stessa che utilizza Paolo a due riprese nella Lettera ai Galati: “o stolti Galati” (Gal 3,1 e ancora: “siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne?”. Sappiamo quanto forte sia il rimprovero di Paolo per coloro che si sono lasciati ammaliare da altro che non sia il vangelo di Gesù Cristo come lui lo ha presentato.
[7] Sappiamo che il cuore per gli ebrei non era tanto la sede del sentimento, ma della regione, dell'io personale e quindi delle decisioni.
[8] Nella sinagoga si leggevano due testi: uno dal Pentateuco, e sappiamo che Mosé viene presentato come l'autore dei primi cinque libri della Bibbia; e uno dai Profeti, tutti gli altri libri.
[9] Il verbo qui utilizzato, tradotto con “spiegò”, è proprio διερμήνευσεν (dia + emēneuō). Gesù è l'esegeta che offre la migliore interpretazione della Scrittura, presentando se stesso come la chiave di interpretazione di essa. Nel vangelo di Giovanni egli affermò: “Le Scritture mi rendono testimonianza” (Gv 5,39).
[10] Ritroviamo qui quel δει (“bisogna, è necessario”) che Gesù aveva già utilizzato negli annunci della passione (cfr. Lc 9,22; 17,25). Questa è la volontà del Padre e a questa Cristo ha risposto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7; cfr. Sal 40,7-9).
[11] Il verbo qui utilizzato (παρεβιάσομαι) significa “costringere ad accettare”. Per gli orientali l'insistenza fa parte della buona educazione.
[12] Cfr. R. Mandirola, In cammino con il Risorto, EDB, Bologna 2010, 35.