Il Vangelo di oggi, è tratto dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni, nel Gesù utilizza la figura del buon pastore per spiegarci la missione che Egli ha ricevuto dal Padre.
Nell’Antico Testamento Dio stesso compare come il pastore di Israele. Ed Israele – nelle parole del Sal 23 – riconosce in Lui il suo pastore: "Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me" (v. 4). In Ezechiele 34-37 l’immagine del pastore è ancora una volta riferita a Dio, che cercherà le sue pecore e si occuperà di loro. Nei Vangeli questa immagine diviene profezia dell'attività di Gesù.
Una sorprendente profezia è quella del pastore percosso e ucciso in Zaccaria 13,7, evento che profetizza l’inizio dell’ultima svolta della storia: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come per un figlio unico [...] In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità" (Zc 12,10; 13,1). L'evangelista Giovanni collega questa immagine di Zaccaria del pastore e la sorgente per la purificazione dei peccati e dell’impurità al costato aperto di Gesù (cf. Gv 19,34), dal quale escono sangue ed acqua (cfr. Gv 19,34). Colui che è stato trafitto sulla croce è la sorgente della purificazione e della guarigione per tutto il mondo. Egli è allo stesso tempo il pastore percosso e ucciso e l'angello immolato: "Ecco l'angello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29). Egli non subisce semplicemente l'uccisione, ma offre la propria vita per le pecore, per ciascuno di noi.
Detto questo, però, nei versetti 1-10 del capitolo 10 del Vangelo in realtà Gesù utilizza un'altra immagine: "Io sono la porta delle pecore". Lui è la porta diventata canre, la porta tra terra e cielo. Lui è allo stesso tempo la porta e il vero Pastore. Il gregge appartiene a Gesù; chi non entra nel recinto attraverso Lui, che è la porta, è un ladro o un brigante. Se uno è un vero pastore - cioè esprime la cura di Gesù buon Pastore - lo dimostra quando entra attraverso Gesù inteso come porta. Non porta se stesso, ma porta alle pecore l'amore che ha per Gesù, e quindi Gesù stesso. Per questo al capitolo 21 del vangelo di Giovanni il Risorto per tre volte interroga Pietro: "Mi ami tu?"; allora "Pasci i miei angnelli, le mie pecorelle" (cfr. Gv 21,15-17).
“Chi non entra nel recinto delle pecore...". Si noti che ci sono due parole che l’evangelista Giovanni usa in questo brano: la prima è aulé, tradotta con recinto. Questa parola non designa mai nella Bibbia un luogo destinato agli animali, ma indicava il recinto dove si trovava, durante l’Esodo, la Tenda del Convegno (Es 27,16; 38,18). Lo stesso termine viene usato più tardi per indicare i cortili del tempio, il sacro recinto del tempio.
La seconda parola è touroros (“il guardiano gli apre…”: v. 3) che significa portinaio, e che non viene mai usata per indicare il custode di un ovile, ma il custode delle porte del tempio.
Diventa inevitabile pensare che il parlare di Gesù è una critica dei capi del popolo. Abbiamo già trovato che Gesù espelle le pecore dalla casa del Padre suo insieme ai buoi (cfr. Gv 2,14ss). I capi del popolo sono ladri e briganti: ladri perché hanno rubato a Dio il suo gregge, perché anziché servirlo lo dominano e lo sfruttano; briganti perché opprimono ed esercitano violenza. Gesù si fa avanti come il vero pastore che è venuto a servire le pecore e dà la vita per esse. Non dà qualcosa, ma dà se stesso. La croce è il fulcro della vita del pastore. "Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso" (Gv 10,17s). L'ha offerta sulla croce, ce la offre sacramentalmente nell'Eucaristia perché riceviamo in noi la sua vita, perché viviamo grazie a Lui e per Lui.
Inoltre tra Gesù pastore e le pecore c'è una mutua conoscenza e appartenenza. Egli si presenta, chiama le sue pecore per nome e le fa uscire per andare altrove (come ha fatto uscire il cieco nato). Egli conosce le pecore perché gli apparengono, ed esse lo conoscono proprio perché sono sue. Si tratta qui di quella conoscenza che si ha tra persone che si amano. Dunque una conoscenza a vicenda e un'appartenenza nell'amore. Ed è in questa conoscenza del Pastore che le percore conoscono anche se stesse; è nella conoscenza di Dio che conosciamo chi siamo veramente e chi siamo chiamati a diventare, figli nel Figlio del Padre.
Se poi guardiamo bene i verbi utilizzati in questi versetti per designare l'opera del pastore – entra, chiama, conduce fuori, cammina con loro – vediamo che essi corrispondono allo schema dell'esodo; sono gli stessi verbi fondamentali di Dio che entra nella situazione dell'uomo prigioniero, lo chiama e lo conduce fuori. Che cosa vuol dire “esodo” se non “uscita”? Dio chiama il suo popolo, lo conduce fuori dalla schiavitù e gli cammina davanti, fa la guida, fa la strada. Non si tratta di riportare a casa queste pecore. Gesù usa l'immagine dicendo che le porta fuori da una situazione di schiavitù del peccato verso la libertà; liberandoci dal peccato diventiamo liberi di corrispondere al sogno che Dio ha per ciascun uomo, quello di realizzarci nell'amore, quello di essere divinizzati grazie al Figlio che ci guida - con la sua parola - in un cammino di verità e di santità.
“In verità, in verità vi dico” (v. 7). È la quindicesima volta che in Giovanni Gesù usa questa formula solenne (e ricorrerà nelle successive pagine del vangelo ancora nove volte), formula nella quale Gesù rivela se stesso. È subito chiaro che, essendo lui la porta delle pecore, nessuno può entrare nella casa di Dio e incontrarsi con Dio se non per mezzo di Lui. Gesù è l’unico mediatore di salvezza, l’unico che davvero può liberarci (“sarà salvo”: 10, 9). Solo per mezzo di Lui - che è "la porta" - si può accedere alla vita (simboleggiata dall’immagine del pascolo: io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza). E questo è possibile perché Egli, il pastore, dà la vita per le pecore (10,11), cioè fa della sua vita, della sua esistenza fino alla morte, un dono per ogni uomo.
“Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” (v. 8). Chi vuol essere capo del popolo, è un falso pastore; a mano che abbia come modello colui che ha lavai i piedi ai suoi discepoli. Salvo alcune eccezioni, non pare che sia proprio così. I profeti hanno sempre denunciato l'ingiustizia e l'oppressione dei capi del popolo. Essi hanno concepito la loro relazione con il popolo in termini di potere, di dominio, di profitto, di privilegio: non in termini di servizio e di donazione.
“ma le pecore non li ascoltarono”. Nel suo insieme le pecore non li hanno ascoltati e, come l'ex cieco, appena si propone a loro la luce, vengono subito alla luce.
"... se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e trovà pascolo". Quindi non solo il pastore deve entrare attraverso Gesù per condurre le pecore al pascolo. Ma ogni cristiano deve continuamente entrare in Lui, he ci libera dalla schiavitù, per uscire, trovando finalmente cibo e e acqua. Lui stesso infatti è il pascolo del gregge, il vero pane di vita (cfr. 6,33.35.48), che soddisfa ogni fame e sete (cfr. Gv 6,35). Chi fa questa esperienza diventa a sua volta pastore per altre pecore che non hanno ancora sperimentato la libertà dei figli e il nutrimento che sazia il cuore umano.
“Il ladro non viene se non per rubare.... Io venni perché abbiano vita...” (v. 10). Gesù è il pastore vero, venuto a salvare i fratelli da questa schiavitù: dando inizio ad un nuovo esodo, li “espelle” dal recinto del tempio e, camminando innalzi a loro, come JHWH nel primo esodo, li conduce alle fonti della vita (Ap 7,17).