Articoli filtrati per data: Venerdì, 09 Ottobre 2026

I destinatari di questa parabola del banchetto nuziale sono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo. Gesù ha già raccontato loro due parabole che abbiamo visto nelle due domeniche precedenti: l'uomo che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna e quella della vigna e dei vignaioli. Nonostante la chiusura di queste autorità religiose Gesù spera sempre che possano aprire la mente e accogliere il Regno di Dio che Egli è venuto a portare sulla terra nella sua persona. Leggiamo e commentiamo ora la parabola.

“Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (v. 1). “Il re vuole organizzare una festa nuziale per suo figlio. È anzitutto espressione dell'amore e del rispetto del padre per suo figlio. Avrebbe potuto – nota la Speyr – organizzare una festa solo tra intimi e, dal momento che il Padre e il Figlio sono Dio, una festa all'interno della Trinità. Ma poiché la gioia sia piena, la sua gioia e la gioia del Figlio, il padre vuole allargare la festa e far venire ospiti da fuori. Anche questi devono partecipare alla gioia del re, alla gioia intima di Dio. La preparazione della festa è come un'esegesi del duplice comandamento dell'amore che il Signore ci dà. Il re e suo figlio si amano; ma il loro amore non basta loro, essi desiderano elargirlo agli uomini. (...) L'invito giunge certamente da loro e solo da loro, ma è un invito a esserci e a partecipare. Lo scambio d'amore deve essere allargato. Per realizzare ciò il re invia i suoi servi, mentre lui prepara la festa, che dovrà essere motivo di gioia non solo per lui e per suo figlio, ma anche per gli ospiti. Il re sa come sono gli uomini che possono essere fatti contenti. (…) Questo invito è per sua essenza risposta a una nostalgia e a una domanda degli uomini, che essi magari non confessano, ma che è tuttavia ben presente”[1].

“Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire”. Queste persone ritengono che da una simile festa non ci sia nulla da attendersi, reagiscono svogliati a una simile richiesta, forse non in maniera ostile, ma certo indifferente. Le parole di invito riecheggiano nel vuoto, rimbalzano su di loro. Forse i servi avrebbero dovuto esprimersi con altre parole, forse il re avrebbe dovuto lasciar balenare qualcosa di più attraente? In ogni caso gli invitati non si sentono attratti. La cosa non dice loro nulla. Né dice loro qualcosa il fatto che proprio loro sono le prime persone che il re invita, quelle a lui più vicine. Non colgono il grande onore che è loro riservato con quell'invito.

“Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei buoni e i miei animali ingrassanti sono già macellati...” (vv. 4-7). I servi vengono inviati ancora, con un compito più preciso. Il contenuto è di per sé lo stesso, ma l'invito è ora reso più bello, la festa presentata in maniera allettante. Ed è tutto già pronto. Ci si può già fare un'idea dei piaceri che aspettano. Il re ora sollecita: è davvero il momento di venire. E sebbene nelle persone invitate venga suscitata una qualche idea dei piaceri che le aspettano e il re si sia comportato con loro in maniera ben più liberale di quanto ci si aspetti da un re, lodando la propria tavola, gli invitati se ne stanno lontano. Anche l'insistenza del re non li tocca.  Sono chiusi alle sue promesse. Queste non riescono a far breccia nel loro mondo interiore. E così essi tornano ai loro affari. Sono così legati alla loro quotidianità, ai loro interessi immediati, da non lasciare alcuno spazio alle sorprese, agli inviti e ai doni.

Forse sono anche preoccupati per questa nuova comparsa dei servi del re e temono qualche nuova pretesa, decidendo di chiudersi del tutto a questa possibile novità: prendono i servi del re e li uccidono. L'indifferenza dei primi invitati, come pure di quelli del v. 5 che ritornano al loro lavoro – è sostituita dall'odio di quest'ultimi. Costoro non sopportano di essere disturbati. Colpiscono e uccidono!

Matteo interpreta in modo allegorico la parabola, vedendo in essa uno schizzo della storia della salvezza. Il primo gruppo di servitori inviati dal re (Dio) per la festa di nozze di suo figlio (Cristo) sono i profeti. Ma essi vengono respinti. Allora, quando la cena è già pronta, il re invia un secondo gruppo di servitori (gli apostoli e i primi martiri) che non solo vengono respinti, ma anche malmenati senza alcun motivo.

È una situazione veramente paradossale se pensiamo che tale festa non capitava tutti i giorni. Infatti allora non c’erano i frigoriferi e quando si ammazzavano gli animali bisognava mangiarli tutti, presto; poi, per mesi si stava senza.

Sorprendente è la collera del re, il quale ha tollerato nella sua longanimità l'indifferenza dei primi, ma non l'uccisione dei suoi servi. È l'ira del Dio che reagisce a quel male nel mondo e a coloro che lo compiono oppendosi al piano salvifico. Il no di Dio supera per potenza il no degli uomini.

La cena comunque si farà, a qualsiasi costo. La sua decisione di far partecipare gli uomini al banchetto, ossia di comunicarci la sua vita eterna (qui l’allusione all’Eucaristia è forte) è irrinunciabile, non può essere messa in scacco dalla cattiva volontà umana. Non può accontentarsi di celebrare il banchetto tra i pochi intimi e di distribuire i resti di esso ai poveri alle porte del suo palazzo. Per questo decide di allargare ad altri il suo invito, si rivolge ai lontani, e invia i servi per le strade (missione ai pagani). L'urgenza dell'invito sarà per loro qualcosa di evidente. Non troveranno né occasioni né pretesti per dubitare dell'offerta di grazia che il re vuole fare proprio a loro, così come sono (i servi, infatti, devono invitare chiunque trovano). Così il re riempie la sala del banchetto di povera gente e che gusta inaspettatamente tutta la gioia e la bellezza di un tale pranzo. È la cena del tempo della salvezza.

La gratuità e la grande generosità del sovrano appaiono ancora più evidenti dal fatto questi gli invitati raccolti per strada sono gente “buona e cattiva” (cfr. v. 10). La Chiesa, proprio perché pellegrina nel tempo e non ancora giunta alla pienezza, è inevitabilmente composta di giusti e di peccatori, di santi e di cattivi. Non bisogna scandalizzarsi perché la Chiesa è un “corpo misto”, nel quale spesso il bene coesiste con il male, ma bisogna invece darsi premura di procurarsi un ‘vestito’ adatto all’occasione, cioè una coerenza di vita, in cui si mostra di aver aderito al Vangelo integralmente e sinceramente. Ecco perché Matteo introduce qui la piccola parabola dell’invitato indegno. Al convito nuziale bisogna avere l'abito adatto, quello che rappresenta la nostra partecipazione alla festa. Infatti era uso a quel tempo regalare agli invitati un segno - come ad esempio un mantello da mettere sopra la veste – che indica che l'invitato non approfitta solo per mangiare, ma segnala la sua partecipazione alla festa. Entrare senza l'abito vuol dire entrare senza il segno di partecipazione alla festa.

Fuori metafora possiamo chiederci: Che cosa rappresenta questa veste? Nella tradizione biblica la veste indica la grazia ricevuta, la dignità battesimale di essere figli nel Figlio, la vita divina che abita in noi (siamo stati “rivestiti di Cristo”). Ma questo dono di grazia deve essere accolto; ad esso deve corrispondere la conversione e l'adesione a Cristo. Ogni battezzato può essere estromesso dal banchetto del Regno se rifuta la grazia, se persevera in una condotta non autentica, piena di compromessi. Nell'Apocalisse, infatti, nel monito di Gesù alla Chiesa di Filadelfia, la veste bianca è portata senza macchia da coloro che sono rimasti fedeli, anche a prezzo del martirio (cfr. Ap 6,11); e in Ap 19,8b si dice che “la veste di lino (data alla sposa dall'Agnello) sono le opere giuste dei santi”. Ed è su questo che saremo giudicati (cfr. il “giudizio finale” di Mt 25: il giudizio sarà fatto sulla carità).

In Galati 3,27 Paolo scrive: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo». La veste richiama quindi l'appartenenza a Cristo e la necessità di vivere in modo coerente con essa. Anche quando per tale coerenza è richiesto il coraggio di affrontare la tribolazione. Così in Ap 7,14 i salvati sono coloro che “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello”; e in 22,14, in conclusione dell'Apocalisse, dopo aver detto che il Signore verrà a “rendere a ciascuno secondo le sue opere”, si ripete: “Beati coloro che lavano le loro vesti”, cioè che si sono conformati a Cristo.

Quindi la fedeltà e la generosità dell’amore di Dio non possono diventare un pretesto per una vita accidiosa, tiepida, ma devono generare nel credente la consapevolezza che il rifiuto o l’accettazione del lieto annuncio comporta la morte o la vita. La Chiesa è la comunità di coloro che hanno accolto l’annuncio della grazia, ma essa rimane sempre anche sotto il giudizio di Dio! E se, allora, nel presente nella Chiesa convivono buoni e giusti, non sarà così alla fine, perché il giudizio di separazione sarà fatto in modo inesorabile in base alla nostra risposta, al nostro impegno nel vivere l'amore. La “veste bianca” diventerà, allora, anche il segno della salvezza (cfr. Ap 3,5); per questo coloro che appartengono alla comunità dei salvati portano “vesti candide” (cfr. Ap. 7,9).

“Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (v. 13). Il destino dell'invitato indegno è rappresentato come qualcosa di penoso. Non ha corrisposto alla vocazione all'amore, che è la vocazione di ogni uomo. 

“Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (v. 14). Il tema del numero degli eletti è caro alla letteratura apocalittica. Il testo di Matteo, però, non vuole soddisfare la curiosità sul numero dei salvati, curiosità riprovata da Gesù stesso (cfr. Lc 13,13-24), bensì vuole stimolare i suoi lettori a sforzarsi di vivere in modo degno della chiamata ricevuta. Inoltre, attraverso il gioco della dialettica tra “molti” e “pochi”, Matteo intende applicare alla Chiesa la teologia del resto d’Israele, il che significa che come per Israele si salva soltanto il resto fedele, così la partecipazione alla salvezza eterna chiede alla Chiesa uno sforzo di fedeltà e di purificazione.

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[1] Cfr. A. Von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 101-102.

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