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Darà la vigna ad altri vignaioli (Mt 21,33-43)
Lo sfondo di questa parabola raccontata da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo ha per riferimento anzitutto l’ambiente culturale e sociale della Palestina: grandi proprietà terriere erano in mano a latifondisti stranieri, i quali le avevano avute in premio per i servizi resi ai signori e ai re di Palestina. Essi avviavano a frutto il terreno - la vigna, i pascoli, gli ulivi - quindi consegnavano ad un amministratore locale la conduzione del terreno (si ricordi la parabola dell’amministratore infedele: Lc 16,1-8). Vi si lavorava, dunque, a mezzadria o in qualità di braccianti, come suppone la parabola di Mt 20,1-16.
Ma Gesù in questa parabola fa espliciti riferimenti al canto della vigna di Is 5,1-7. Riferendosi così alla Scrittura (vedi i particolari descrittivi: la siepe, il torchio e la torre) Gesù vuole chiaramente indicare che qui non si tratta di un proprietario e di una vigna di questa terra, ma si sta parlando di Dio e di Israele. Quindi la parabola intende narrare la “storia” di Israele come un intreccio tra la infedeltà dell’uomo e la fedeltà di Dio. Il testo di Isaia termina con l'annunzio di sventura. Spesso nel NT questo tipo di tono sparisce, ma non in questo vangelo, nel quale Gesù rimarca con rinnovata durezza quelle minacce rivolte ai vignaioli criminali. Il tono rimane duro perché il peccato di tali vignaioli è molto grave.
Questa parabola è strutturata in quattro tempi e una conclusione.
1° tempo: la piantagione della vigna (v. 33). Il testo riflette chiaramente il vocabolario di Is 5,1-2. Il “piantare una vigna” è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fatica. Bisogna cercare il terreno giusto, scavarlo profondamente e drenarlo, scegliere il vitigno e piantarlo. Poi la vigna viene “attrezzata” di tutto ciò che occorre: la siepe, che delimita e protegge la proprietà da ciò che la danneggia, ladri o bestie; il torchio, posto al centro della torre per spremere il frutto della vigna, e la torre per custodire la vigna e depositarci i frutti. Gesù, quindi, sottolinea l’azione paziente e premurosa di Dio per il popolo eletto. Come il contadino egli ha fatto questo con gioia aspettandosi dei frutti. Sono i frutti dell’amore per i fratelli, di cui ha fame tanto il Figlio quanto il Padre (cfr. Mt 21,18-22: il fico maledetto).
Al termine del lavoro la vigna viene affidata ai vignaioli (cioè ai capi del popolo) e il padrone se ne va (chiara allusione alla libertà dell’uomo). Questi contadini dovrebbero avere la consapevolezza di appartenere a Dio; dovrebbero quindi aver chiaro perché devono lavorare, quali frutti il padrone si aspetta da loro, affrontare con generosità il lavoro faticoso della vigna. Essi dovranno rendere conto del loro lavoro, la vigna dovrà dare frutti al padrone. Dovrebbe essere per loro un onore lavorare per il Signore. Essere cioè suoi collaboratori, portando gran frutto nella Chiesa e per l'umanità. Frutti che hanno il sapore - come l'uva - dei tempi messianici, cioè della grazia salvifica che ha operato nella nostra vita e che viene offerta a tutti per la salvezza.
Ma questi contadini invece pensano: “la vigna è nostra, ne facciamo ciò che vogliamo”. Siccome il padrone li ha lasciati liberi, hanno preso confidenza e hanno dimenticato che la loro libertà era data per coltivare bene la vigna, per farle produrre frutti.
2° tempo: gli invitati del padrone lontano vengono respinti o maltrattati dai vignaioli (vv. 34-36). Alla malvagità dei vignaioli, Dio non si stanca: moltiplica con generosità i suoi appelli inviando dei servi, e degli altri servi ancora. Ma al moltiplicarsi dei gesti di bontà del padrone corrisponde un crescendo della cattiveria. Già tale opposizione era stata denunciata da Ger 7,25-26;26,4-9 e da altri profeti, proprio riguardi ai profeti;
3° tempo: massacro del figlio erede (vv. 37-39). Alla fine il padrone manda il proprio Figlio, l'unico che sia davvero vicino al Signore e da loro chiaramente riconoscile; egli rappresenta il Padre, dal momento che vive interamente la missione che il Padre gli ha affidato. Sanno che il Figlio è l'erede, che tutto ciò che il Padre è appartiene al Figlio, che non vi è alcuna divisione. E che, quando verrà l'ora di ereditare (non perché il Padre muore, ma perché Cristo muore e risorge), l'intera eredità (cioè la gloria divina che risplende anche nell'umanità di Gesù) passerà immancabilmente al Figlio.
È da notare che il padrone non vuole la morte del proprio figlio: “avranno rispetto di mio figlio!”. L’immagine di Dio qui è chiara: non è il Dio della morte, ma della vita. Dio non può non volere altro che la vita.
Proprio davanti al figlio inviato esce allo scoperto la brama di possesso dei vignaioli, quella di possedere anche l'eredità del Padre. Se l'erede venisse ucciso, l'eredità passerebbe a loro. Ed è quello che vogliono fare. Ma ciò diviene un vero e proprio attacco al Padre.
Si noti che l’allusione che Gesù fa della sua morte è chiara; precisa infatti che gli assassini “lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero”. In Eb 13,12 si legge: “Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città”.
4° tempo: dialogo di Gesù con i presenti (vv. 40-42). Inizia con una domanda: “Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?” (v. 40). In questa domanda c'è qualcosa di implicito: la differenza tra il Padre e il Figlio che appare grande. Infatti i vignaioli potevano uccidere il Figlio nella sua umanità, ma interviene il Padre il suo potere sarà tanto grande che i vignaioli non potranno fargli nulla.
“... che farà...?. Gli ascoltatori, interpellati da Gesù, rispondono dicendo che il delitto è degno della più severa condanna (vv. 40-41). La denuncia di Gesù allora si fa esplicita e di inequivocabile coerenza, come in Is 5,5-6. Il messaggio è chiaro: voi, affittuari della vigna e capi del popolo, non avete voluto accogliere il messaggio annunciato dai profeti e avete accumulato contro Dio ribellione a ribellione! Voi rigettate perfino l’ultimo messaggero, il Figlio! Ora la misura è colma!
“Non avete mai inteso nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata...” (v. 42). Gesù cita il Sal 118,22s, lo stesso citato anche nell’ingresso messianico (21,9). È da notare come in ebraico “pietra” (‘eben) e “figlio” (haben) si richiamano: colui che è stato da loro disprezzato è proprio il Figlio che, in quanto ucciso, dà la vita per tutti. Egli è la pietra angolare del nuovo tempio.
“Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (v. 44). La croce non è solo potenza di Dio che per amore consegna il Figlio senza risparmio dando agli uomini fiducia fino in fondo, ma è anche terribile giudizio su come avremo usato tale libertà. In altre parole i vignaioli omicidi sono stati scartati a causa del modo in cui hanno considerato la pietra angolare; sono stati scartati per la loro decisione di scartarla.
Conclusione: “vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un altro popolo che lo farà fruttificare” (v. 43). Il rifiuto dei capi del popolo sarà l’inizio di un nuovo popolo (che noi identifichiamo con la Chiesa) e la pietra scartata sarà testata d’angolo del nuovo tempio.
I capi del popolo capiscono finalmente che si parla di loro, e si accingono a fare ciò che Gesù ha appena detto (vv. 42-44).