“Non sia turbato il vostro cuore…” (v. 1), risponde Gesù ai discepoli, smarriti per la sua partenza. Sono colti da turbamento e senso di orfanezza: cosa sarà di loro quando il Signore se ne sarà andato?
La Chiesa fin dall’inizio si porta dentro una domanda: che fare in questo tempo, tra la sua partenza e il suo ritorno? La comunità cristiana nasce, ora come allora, da una comprensione profonda della sua partenza. Gesù non è un assente; ha dato inizio a una nuova presenza, che si concreta nell’amarci “come” lui ci ha amati. Non ci abbandona, ma ci dona il suo Spirito, che ci fa vivere in lui, come lui in noi. Il suo andarsene non è una morte che decreta la fine di un bel sogno: è invece un compimento, in cui egli è glorificato e noi nasciamo a una fecondità di vita filiale e fraterna. In altre parole la partenza di Gesù apre la storia dell’uomo al suo stesso cammino di Figlio; in Gesù, il primogenito, è rivelato il mistero di ogni fratello.
Il turbamento è, quindi, vinto dalla conoscenza della verità, che ci fa capire il senso della sua partenza. Con il suo “andarsene” Gesù si rivela definitivamente come via, verità e vita: la via per raggiungere Dio, verità e vita dell’uomo.
“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. La fede è il più potente ansiolitico, come la sfiducia è il più potente ansiogeno. Gesù pone sullo stesso piano la fede in Dio e la fede in lui: chi crede in lui, crede in Colui che l’ha mandato (12,44).
A ben guardare, ogni tentazione riguarda sempre la fede, unica forza per superare gli inevitabili turbamenti: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15b). In noi paura e fede convivono, ma in proporzione inversa: la paura è quel vuoto che la fede progressivamente riempie.
“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore…” (v. 2). “Dove dimori?” è la prima domanda dei discepoli a Gesù (1,3). Ora, dopo aver visto Gesù che lava i piedi a Pietro e dà il boccone a Giuda, sappiamo dove dimora: l’amore perfetto fa del Padre la dimora del Figlio e del Figlio la dimora del Padre. Nella casa del Padre, ossia nel Figlio, ci sono molte dimore: una per ogni fratello, nessuno escluso. A chiunque lo accoglie, egli dà la possibilità di diventare figlio di Dio (1,12). Si noti che la parola “casa” in greco non è al maschile (oidòs, che appunto significa casa), ma al femminile (oikía), che indica l’atmosfera domestica, il focolare domestico, il sentirsi in casa propria. Gesù ci vuole introdurre nel “luogo familiare” per il quale siamo stati creati. In essa c’è “posto” abbondante per tutti, anche per coloro che non sono quei perfetti, quegli integri, quei fedeli a tutto tondo, che nessuno di noi può ammettere di essere.
“Io vado a prepararvi un posto”. Se la Parola di Dio non fosse scesa nel mondo, nella carne, nell’abisso della morte, mai l’uomo avrebbe potuto trovare la strada verso il cielo.
“quando sarò andato…” (v. 3). Il fine del suo andarsene da noi è che anche noi siamo dove lui è. Lui è nel Padre come il Padre è in lui (cf. v. 10).
“Del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (v. 4). Per essere “dove” lui è, bisogna seguire il comando di amare “come” lui ci ha amati (13,34). Questa, e nessun’altra, è la via.
“Gli disse Tommaso…” (v. 5). Tommaso, che parla a nome di tutti (si noti il plurale), probabilmente pensa che davanti ci sia solo la morte e che la morte sia una fine, non un passaggio. Non era forse venuto a Gerusalemme per morire con Gesù (11,16)? Che altro c’era da aspettarsi? Perciò gli è oscuro il suo parlare e glielo dice. L’interrogativo di Tommaso permette a Gesù di spiegare meglio in cosa consista il suo movimento verso la dimora del Padre e permette a Tommaso e a noi di scoprire che l’unica strada autentica (emerge quindi anche il termine alètheia, “verità”), che permette di raggiungere il Padre, è identificata con la sua persona.
“Io sono la via, la verità e la vita” (v. 6). L’“Io-Sono”, così caro a Giovanni, è qui specificato da tre sostantivi. Gesù, in quanto Figlio amato che ama il Padre e i fratelli, è “la via” della salvezza, perché ci rivela “la verità” di Dio e dell’uomo; ed è “la vita” perché ci dona l’amore, vita di Dio stesso. Egli stesso, vita di tutto ciò che esiste (1,4), possiede e comunica la vita come il Padre (5,26). La via non è una strada, ma una persona da seguire; la verità non è un concetto, ma un uomo da frequentare; la vita non è un dato biologico, ma un amore da amare. Più avanti, nella cosiddetta preghiera sacerdotale (Gv 17), Gesù riprenderà il tema della “vita” (zōē) – che è relazione con Colui che è il Vivente – e pregherà il Padre perché i suoi siano “consacrati nella verità”, ossia siano coinvolti nella consacrazione di Gesù, del suo incarico sacerdotale, del suo sacrificio.
“Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Ci si attenderebbe: “Nessuno va al Padre…”. Gesù dice “viene”, perché lui è nel Padre e il Padre è in lui (v. 10). Il Figlio è l’unica via da seguire per tornare al Padre: per mezzo di lui conosciamo Dio e riconosciamo gli altri come fratelli.
“Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin d’ora voi lo conoscete e l’avete visto…” (v. 7). Gesù è la via per conoscere (nel senso biblico: conoscenza non semplicemente intellettuale ma nella relazione) Dio. È come se Gesù dicesse: “Se foste arrivati a conoscere a fondo me, sareste stati in grado di capire anche chi è il Padre. Ma – e qui interviene subito un conforto dopo un’affermazione quasi di rimprovero – di fatto voi avete cominciato a conoscerlo, avete cominciato a vederlo fin da ora”. Gesù sulla croce manifesterà in pienezza l’amore del Padre. Ma per “conoscerlo” occorre “camminare” sulla stessa via di Gesù, sulla quale i discepoli sono già incamminati. Bisogna partecipare fattivamente al “mistero” dell’amore di Dio per conoscerlo, altrimenti la nostra conoscenza è sempre iniziale. Gregorio di Nissa ha delle intuizioni formidabili su questo punto. Dice: “Fate la prova a mettervi di fronte alla sorgente di un fiume. Voi contemplate l’acqua che sgorga dalla roccia, ma per quanto voi possiate contemplarla emergere dall’oscurità, sarete sempre all’inizio della conoscenza di essa. Come potresti infatti contemplare ciò che si nasconde ancora nel segreto della montagna? Per quanto si perseveri nel contemplare l’acqua che sgorga, si sarà sempre all’inizio”.
“Signore, mostraci il Padre e ci basta” (v. 8). Filippo, chiamato direttamente da Gesù a seguirlo (1,43-46) e da lui interpellato sul pane (6,5s), è colui che ha accolto ed espresso il desiderio dei greci che vogliono vedere il Signore (12,21s). Ora chiede arditamente di vedere il Padre. Il suo desiderio corrisponde a quello di Mosè: “Mostrami la tua gloria!” (Es 33,18). È l’anelito profondo di ogni uomo: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27,8). Il suo volto è la nostra realtà, perché di lui siamo immagine e somiglianza: vedere lui è diventare se stessi. Nel paradiso ci sarà questa visione di Dio, che è beatifica.
Se Tommaso non conosce la via della verità e della vita, pur avendola davanti, Filippo non vede il Padre, pur avendo sotto gli occhi il volto del Figlio. Anche in 6,7 Filippo non capisce il dono del pane che Gesù sta per fare; ora gli chiede di fare quanto da sempre ha fatto: mostrare il Padre!
“Chi ha visto me ha visto il Padre” (v. 9). Queste parole sono il compendio della rivelazione cristiana: il volto dell’uomo Gesù, nostro fratello, è “il Volto” che ci mostra il Padre e ci introduce nella intimità divina. Il tempo del verbo usato in greco è continuativo: “Colui che rimane con lo sguardo rivolto verso di me, rimane anche con lo sguardo rivolto verso il Padre”. È dunque restando in una profonda comunione con Gesù, entrando in Gesù, che il credente è di fatto nel Padre e, grazie a tale intimo rapporto, riceve la capacità di fare le opere di lui: “Ne farà di più grandi” (v. 12). La prova che siamo in Gesù sono le nostre opere. Gesù aveva subito prima detto: “il Padre che rimane in me compie le sue opere” (v. 10). “Rimanendo” in Gesù (nella preghiera sacerdotale Egli pregherà perché i discepoli rimangano in lui, nel suo amore) compiamo le opere del Padre. E Gesù afferma che tali opere saranno “più grandi”. Evidentemente non faremo le opere che ha fatto lui, che compì numerosi miracoli e fece uscire dal sepolcro un morto, ma sono la continuazione della sua opera: sono il “molto frutto” che i tralci porteranno restando uniti alla vite (cf. 15,8). In tal modo continuiamo l’opera di Cristo nel mondo.