Se qualcuno mi ama osserverà la mia parola

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v. 15). L’osservanza dei comandamenti è legata all’amore per Lui e “in forza” dell’amore ricevuto da Lui (il “come” di 13,34: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri"). Si parla, è vero di “comandamenti” al plurale, ma essi si possono sintetizzare nel comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri" (Gv 13,33). Allo stesso tempo i “comandamenti” sono anche le diverse espressioni, diversi modi “concreti” di vivere il comandamento dell'amore nelle varie situazioni della vita. Non in forza della legge, ma in piena libertà, l’amore è legge a se stesso: in ogni circostanza sa riconoscere e fare ciò che è buono e giusto. L’amore, infatti, informa il capire, il volere e l’agire.

Io pregherò il Padre…” (v. 16). Gesù con il suo andarsene, diventa il pontefice tra noi e Dio, il fratello intercessore presso il Padre; ci apre l’accesso a lui e ai suoi doni. I numerosi verbi al futuro indicano ciò che avverrà presto: l’innalzamento del Figlio dell’uomo schiuderà all’uomo il suo futuro definitivo.

e vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre”. Gesù chiede per noi al Padre il dono definitivo: il Paraclito, l’ad-vocatus (= chiamato presso), colui che assiste e soccorre nel processo. È l’avvocato difensore, che si oppone all’accusatore (= satana). Lo Spirito santo è “consolatore” perché “sta con chi è solo”, sta quindi con noi offrendoci compagnia, la luce della verità e la  forza. Le sue caratteristiche sono descritte attraverso le sue azioni: è “con” noi in eterno (v. 16b), è “lo Spirito della verità”, dimora “presso” di noi in Gesù, sarà “in” noi dopo il suo andarsene (v. 17), ci insegnerà e farà ricordare quanto lui ha detto (v. 26).

lo Spirito di verità” (v. 17): si può tradurre lo Spirito della “vita vera, autentica”, quella di Dio. Questa ci è restituita dalla conoscenza del Figlio, che ci libera dalla menzogna e ci fa vivere nell’amore del Padre. Lo Spirito di verità è il contrario dello spirito di menzogna, origine dei nostri mali.

E' chiaro che a questo Consigliere meraviglioso, che ci illumina e ci indica la strada, siamo sempre liberi di dirgli di no. Allo Spirito Santo non si delegano le decisioni della vita, ma si entra in sinergia con Lui che ci insegna l'arte della verità di cui è maestro.

che il mondo non può accogliere”. Il mondo, in quanto succube della menzogna, non può ancora ricevere lo Spirito della verità. Solo dopo la croce potrà conoscere Gesù (cfr. v. 31).

Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi”. I discepoli conoscono questo Spirito perché ha preso dimora presso di noi in Gesù., il Figlio che vive nei nostri confronti l’amore stesso del Padre: in lui abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (cfr. 1Gv 4,16a). Tra poche ore questo Spirito abiterà anche “in voi”, nei nostri cuori. Questo è il dono supremo che il Figlio ci comunica dalla croce, dove “tutto è compiuto” e consegna il suo Spirito (cfr. 19,30).

Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (v. 18). Gesù non ci lascia orfani, perché il suo andarsene è in vista del suo venire a noi, anzi il suo essere in noi con il suo Spirito che ci fa figli, in comunione con lui e con il Padre.

Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più” (v. 19). Il mondo, che non vede lo Spirito di verità di Gesù, tra poco non vedrà più neppure Gesù: lo eliminerà fisicamente. Ma “voi mi vedrete”. Qui l’evangelista usa il verbo theoreĩn, che indica uno sguardo portato in profondità sul reale e che in qualche modo scopre l’invisibile nel visibile. Il mondo non può fare questa esperienza perché ferma il suo sguardo alla superficie; solo il credente riesce ad avere lo sguardo penetrante, che va oltre la superficie del male e scopre in profondità che l’assente sta già tornando.

perché io vivo e voi vivrete”. Gesù ha in se stesso la vita (cfr. 5,26) che vince la morte (cfr. 11,25). Ereditiamo la stessa vita che egli da sempre vive: quella di Figlio amato, che ama il Padre e i fratelli.

In quel giorno voi saprete…” (v. 20). “Quel giorno” nell’AT è quello in cui il Signore viene, rivelando la sua gloria e salvando l’uomo. È il giorno della risurrezione, quando il Risorto si farà vedere ai discepoli che accoglieranno il suo Spirito (cfr. 20,19ss).

conoscerete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”. Si tratta di una esperienza “sperimentale”. Si tratta quindi di far esperienza che Gesù è nel Padre, che lo ama e per questo lo ha fatto risorgere; conosceremo pure che noi siamo nel Figlio, perché ci ha amato e ha dato la vita per noi; conosceremo infine che lui è in noi, perché lo amiamo e osserviamo le sue parole.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva…” (v. 21). Accogliere i “comandamenti” vuol dire farli propri e viverli. Ma quali sono questi “comandamenti”, queste parole di vita, dato che qui Gesù usa il plurale? In realtà poco prima Egli ha parlato del suo comandamento al singolare: “Vi do un comandamento nuovo; che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). I comandamenti da osservare non sono altro che la declinazione di quest’unico comandamento nelle varie situazioni della vita. Così, ad esempio, guardando a Gesù come ci ha amato e in forza del suo amore, possiamo a nostra volta amare, con un’intensità simile alla sua, nelle varie situazioni come amore paziente, sollecito, amore che sa perdonare, amore misericordioso, amore fedele, ecc. Non c’è un’occasione nella quale possiamo sottrarci dall’imperativo dell’amore. Se, infatti Dio è per essenza amore, e ci ha amati e continua ad amarci nel Figlio, non possiamo che entrare in questa dinamica corrispondendo al suo amore amando i fratelli.

Poi Gesù aggiunge: chi osserva questi comandamenti “questi mi ama” (v. 21). L’amore fattivo per Gesù si manifesta nell’amore verso i fratelli.

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Chi ama il Figlio, e osserva i suoi comandi, ha il Figlio dentro di sé e sperimenta personalmente l’amore del Padre. Non basta sapere che il Padre ci ama e ci ha dato il Figlio. Si tratta di sperimentare, sentire in sé l’amore del Padre. In una famiglia un figlio non è tale solo perché è generato dai genitori, ma – e ancor più – perché si sente amato da essi ed incoraggiato ad esprimere il meglio di sé. Nell’amare Gesù sperimentiamo questo amore del Padre, e veniamo inseriti nella dinamica stessa dell’amore trinitario.  Questa è la spina dorsale dei figli di Dio nel Figlio.

Ultima modifica il 08 Maggio 2026

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