Articoli filtrati per data: Venerdì, 23 Ottobre 2026

Farisei e sadducei “si mettono d’accordo” per mettere alla prova Gesù. Secondo la traduzione CEI del 1974 la domanda che pongono a Gesù è: “quel è il più grande comandamento della legge?”. L’intenzione sarebbe quella di mettere alla prova l’ortodossia del profeta di Nazareth ponendo la questione a Gesù: esiste una gerarchia di priorità nella Legge sinaitica? I farisei riconoscevano ben 613 precetti e divieti che dovevano essere rispettati. È importante sapere qual è il principio che ispira tutte le leggi, altrimenti, invece di favorire, soffocano la vita. Ora Gesù risponde alla questione posta dal dottore della legge evidenziando una duplice nota fondamentale che sta nel cuore della Torah medesima:

- anzitutto, che la relazione con Dio e l’obbedienza alle sue norme, trovano la loro anima nella più sublime delle disposizioni registrate negli scritti mosaici: amare Dio! E ciò nelle misure espresse della formula iniziale del ‘credo’ (Shemà) israelitico: Dt 6,5;

- in secondo luogo, Legge e Profeti (cioè, tutto ciò che l’israelita ascolta da Dio, nella lettura sinagogale sabbatica) richiedono che le relazioni con il ‘prossimo’ siano animate egualmente e tutte dall’amore. Così aveva chiesto in Lv 19,18;

- dunque, amare: e in misure grandi e interiorizzate, non riducibili ad alcuni gesti o riti concreti, bensì alimentando questi ultimi di amore, che verso Dio deve trarre senso da tutto l’essere dell’uomo (cuore, anima, mente) e verso il prossimo deve commisurarsi all’amore che si ha per se stessi. Ecco dove sta la novità-Vangelo di Gesù: dal ‘cosa fare’ (cf. Lc 10,25) al ‘come essere’ interiormente in relazione con Dio e con il prossimo. E già tutta la rivelazione in sé, che Dio aveva fatto a Israele, aveva manifestato questa identità misteriosa di Dio: colui che ama; quindi genera, libera, perdona, cerca, assume con sé.

Ma c’è anche una seconda interpretazione della domanda posta a Gesù, come leggiamo nella nuova traduzione CEI: “qual è il grande comandamento della legge?”. Qui non si tratta di capire qual è il più grande secondo un ordine che includa e dia senso agli altri, ma il “grande”. E il grande per gli ebrei era quello del sabato, perché è il comandamento nel quale Dio stesso si impegna a “riposare” in tal giorno. La domanda posta a Gesù è quindi malevola. Se Gesù avesse risposto che il grande comandamento è quello del sabato, allora subito i sadducei e i farisei attraverso lo scriba che ha posto la domanda a Gesù lo avrebbero accusato di non rispettare il sabato, questione già sollevata in 12,1-11 quando Gesù ha permesso ai discepoli di raccogliere le spighe di grano per nutrirsi e lui stesso aveva guarito l’uomo dalla mano paralizzata. L’accusa, in questo caso, non riguarda l’ortodossia di Gesù, ma l’ortoprassi. Gesù stesso aveva già affermato: “Non crediate che io sia venuto ad abolire Legge o i Profeti, non sono venuto ad abolire, ma a dare loro pieno compimento” (Mt 5,17). Ma perché allora Gesù non rispetta il sabato, anzi si è proclamato “signore del sabato?” (Mt 12,8).

Gesù non risponde citando il comandamento del sabato ma lo shemà, di Dt, la professione di fede che gli ebrei pronunciavano fin da bambini il mattino e la sera che per Gesù è il “grande comandamento” e il “primo” perché dà senso a tutti gli altri 613 precetti contenuti nella Torah. Lo shemà inizia con il comando di ascoltare il Signore: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore” (Dt 6,4). La dinamica è chiara: dall’ascolto alla fede, dalla fede alla conoscenza, dalla conoscenza all’amore.

Poi il comando: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Amare cioè il Signore come risposta al suo amore. In altre parole ciò che dà senso all’osservanza della legge, compreso il precetto del sabato, è la risposta di amore a un Dio che per amore ha liberato Israele dall’Egitto e ha fatto con loro un’alleanza perché possano vivere felici e abitare la terra. Fa tenerezza un Dio che insegue l’uomo per dirgli: “Ti do un ordine, grande e terribile: per favore, voglimi bene, perché anch’io ti voglio bene!”. Voglimi bene con tutto il cuore (il cuore è desiderio, affetto, passione; uno agisce secondo ciò che gli sta-a-cuore), con tutta la vita (la vita è tutto ciò che uno ha: ogni energia disponibile è per amare, ed è da usare tanto-quanto serve a questo fine), con tutta la mente (l’amore non è cieco, perché il suo occhio è la mente; questa valuta in funzione del fine). E ciò vale anche per il sabato, che è il tempo non della semplice astinenza da ogni forma di lavoro, ma il tempo per eccellenza per vivere da uomini liberi, l’amore liberante di chi è stato liberato da Dio. O l’amore è liberante, o non è amore. Ed è per questo che Gesù unisce all’amore per Dio l’amore per il prossimo. L’amore con cui amo il prossimo è lo stesso con cui amo Dio, ed è lo stesso con quale Dio mi ama! Questa è la novità della risposta di Gesù, che porta il sesto giorno della creazione al riposo di Dio.

“Da questi due comandamenti dipende tutta la legge” (v. 40). Ogni legge che non mantiene e non fa crescere l’amore e la libertà – necessaria all’amore – è dannosa. Attraverso l’amore, ciò che è in cielo avviene anche in terra: l’uomo entra nella vita stessa di Dio, nella Trinità.

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