La lettura tratta dal libro dei Numeri riporta la formula con cui i sacerdoti di Israele benedivano il popolo. Per l’Antico Testamento, la benedizione è un dono incomparabile. È solo grazie alla benedizione divina che Israele diventa benedizione per il suo popolo e per tutte le nazioni. Soltanto Dio può assicurare vita  e pace. Certo l’uomo può, e deve, essere costruttore del mondo, ma deve farlo con la consapevolezza di farsi  docile strumentodi Dio; Egli conta su di noi, ci benedice perché diventiamo noi stessi benedizione per gli altri fratelli. 

Nel Vangelo i pastori, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, «andarono senza indugio» a Betlemme. Desiderano “vedere” la parola annunciata dagli angeli nella carne del bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia, il «salvatore», «Cristo Signore».  Vanno dunque pieni di slancio per la gioia che è veramente nato il Salvatore, di cui tutto era in attesa e che essi avevano potuto vedere per primi.

È un cammino di ricerca. Con il loro camminare verso Betlemme, i pastori ci suggeriscono quel procedere interiore che si identifica con la meditazione orante, cioè quel progresso che si attua nel silenzio contemplativo della preghiera, sull’esempio di Maria, che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19). L’autentica ricerca, infatti, è un percorso amoroso, che non segue le tracce dell’elaborazione speculativa, ma scopre spiritualmente le orme lasciate dalla presenza dell’amato, il quale, facendosi carne, suscita la passione e prepara alla stupefacente gioia dell’incontro. Quello che il Cantico dei Cantici descrive poeticamente con le metafore della ricerca e dell’abbraccio viene vissuto dal credente nell’intimità del cuore. Perché Dio è disceso nella carne umana e si è come nascosto; e solo gli occhi innamorati lo scorgono e ne assaporano progressivamente la luminosa bellezza.

I pastori vanno di notte. Chi indica loro la direzione? Chi rischiara la via? Evidentemente la Parola ricevuta dall’angelo: «lampada ai miei passi è la tua Parola» (Sal 119,105). Questo cammino dei pastori, guidato dalla Parola, è simbolo del cammino di fede di ogni cristiano. Non sappiamo a priori dove andremo nella vita, quali percorsi faremo. Lo stesso è capitato ad Abramo. Ci lasciamo guidare fidandoci della Parola sapendo che la meta finale sarà il paradiso.

Quando giungono a Betlemme i pastori «trovarono Maria, Giuseppe e il neonato adagiato nella mangiatoia» (v. 16). Malgrado l'umiltà radicale di quanto essi vedono per la loro fede riconoscono in quel bambino il Messia salvatore e ne danno testimonianza: «fecero sapere ciò che avevano sentito di questo bambino» (v. 17). L’annuncio degli angeli (2,14) viene così continuato dall’annuncio degli uomini che “sperimentano” la salvezza nella loro vita. L’umile parola dei pastori (così come dev’essere sempre umile il nostro annuncio di un dono ricevuto) sostituisce quella degli angeli. La gioia che essi hanno vissuto deve essere comunicata e trasmessa non solo con le parole, ma con la testimonianza di una vita “trasformata”.

A chi è rivolta questa testimonianza dei pastori? Oltre a Maria e Giuseppe per la prima volta ci viene detto che c’erano altre persone nella grotta/stalla. Queste persone anonime sono un po’ l’immagine di tutta quell’umanità alla quale la Chiesa è inviata ad annunciare il Vangelo.

Potremmo qui chiederci: quante volte noi cristiani, nella condivisione della parola, crediamo che le persone più umili sono molte volte proprio quelle che hanno qualcosa di grande da dire, cioè una testimonianza – e non solo parole vuole per quanto eloquenti - che nasce dalla vita?

Qual è la reazione degli ascoltatori? Lo stupore. Maria ne è l’esempio più alto. Lo stupore è prima di tutto capacità di "custodire" (syntereo), di “serbare nel cuore”.  Successivamente lo stupore è spinta alla ricerca di significato. Tale ricerca viene compiuta da Maria attraverso l’operazione del meditare (symbàllein: mettere insieme due parti, comparare). Si tratta di una riflessione che il credente compie tra Parola di Dio e avvenimento, fino a dedurre dalla Parola il significato dell’avvenimento.

Fin da subito Maria viene presentata come modello del credente: di fronte alla visita inaspettata dei pastori (è Dio stesso che ha “pubblicizzato” la nascita di suo Figlio) e alle parole che pronunziano coglie il segno di Dio, lo confronta, per mezzo dell’uso della memoria con la Parola, e giunge alla comprensione di fede degli avvenimenti. E questo avviene nel “cuore”, che è biblicamente il centro stesso della persona nella sua interezza.

Maria, dunque, non ci viene presentata come una intellettuale, che cerca solo di capire il significato degli eventi; ma neppure come una sentimentale, che non vuol perdere l’ebbrezza di una sensazione forte. Il suo atteggiamento è piuttosto quello di chi custodisce nel profondo del cuore gli avvenimenti di cui è stata partecipe, cercando con tutta se stessa di com-prenderli (cioè di prenderli insieme, di metterli insieme) per capire nella trama del reale il disegno che Dio sta portando avanti.

Abbiamo qui uno spaccato del cammino di fede di Maria. Anche lei non aveva tutto subito chiaro, anche lei non poteva comprendere tutto il disegno di Dio in un colpo solo, ma si è fidata, si è lasciata condurre passo dopo passo. Quanto è importante guardare a lei e imparare da lei! Aver fede significa poggiarsi nel Signore, lasciarsi condurre da Lui anche quando non tutto è chiaro, anche nei momenti in cui incontriamo difficoltà, sapendo anche attendere, lasciando che ogni cosa si sedimenti, venga vagliata e si riveli nella sua portata. 

«I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro» (v. 20). Come gli angeli, così anche i pastori lodano Dio per ciò che avevano udito e visto. Va ricordato che nel mondo biblico spesso il sentimento di riconoscenza viene espresso dal verbo doxázo e ainéo, glorificare e lodare. È il grazie detto nella preghiera attraverso la narrazione di ciò che è avvenuto. Non c’è, dunque, esperienza di fede senza riconoscenza. Non c’è riconoscenza senza testimonianza. Non c’è testimonianza senza preghiera.

In questi pastori, primi ascoltatori che a loro volta si fanno annunciatori, si profila la Chiesa. Essa nasce dall’annuncio, ne verifica l’oggi di salvezza e la ritrasmette agli altri con l’annunzio. È una chiesa di poveri e di ultimi (ricordiamo che i pastori erano considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica) come l’annunciato stesso. In forza della fede, essa riconosce, annuncia, glorifica e loda Dio che si è rivelato nell’impotenza di Gesù.

Iniziando oggi, con la solennità di Maria Santissima, un nuovo anno, tutti noi credenti siamo consapevoli che il tempo che ci è dato sarà un buon anno nella misura in cui come i pastori, incontrando nell’oggi della nostra vita («oggi è nato per voi un Salvatore») il Signore nella sua Parola, nella preghiera e nei sacramenti, ci facciamo testimoni e portatori di benedizione negli ambienti di vita di ogni giorno.

«Beati gli operatori di pace» ci ha detto Gesù nel Vangelo. Possiamo comunicare agli altri la pace solo se essa abita nel nostro cuore. Se il mio cuore non è pacificato nel Signore sarò vulnerabile davanti a tutte le forze di divisione, a tutte le spirali di paura e di violenza che agitano il mondo. Impariamo da Maria a rimanere saldi nella fede al Signore Gesù, a rimanere nel suo amore, nella sua pace! Ci affidiamo a lei che intercede per noi e ci guida  maternamente per vivere autenticamente come figli di Dio!

In questa domenica che segue il Natale contempliamo la Santa famiglia di Nazaret. Essa è tale  perché c'è Gesù, ma anche perché Giuseppe e Maria si lasciano condurre da Dio nelle scelte di ogni giorno, grandi o piccole che siano. Ed è quello che dovrebbe avvenire un tutte le famiglie cristiane:  famiglie che vivano il Vangelo, dove ci si ama reciprocamente, si pratica il perdono, si ascolta la parola di Gesù e ci si lascia illuminare da essa, diventando così parte della famiglia spirituale di Cristo – fratelli, sorelle e madre di Lui, generando e accogliendo Gesù nella quotidianità attraverso la carità e la docilità. 

Giuseppe e Maria ci vengono dati come modello di docilità alla volontà divina. 

“Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.

Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.

“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. Per ben quattro volte in questo vangelo troviamo questa espressione: due volte nelle parole dell'angelo e poi altre due volte nell'effettiva esecuzione da parte di Giuseppe. Per Giuseppe è la chiamata alla paternità, a custodire la vita del bambino e di Maria. Non a caso chiamiamo San Giuseppe: "custode del Redentore". Nell'Antico Testamento il verbo "custodire" è shamar, verbo che tocca diverse dimensioni: il rapporto con Dio e con la sua parola, la custodia del creato, la cura delle relazioni (cioè proteggere, prendersi cura, vigilare, amare). Giuseppe sa custodire perché  si lascia custodire da Dio. Dio nell'Antico Testamento è presentato come il custode di Israele. E' lui che custodisce la nostra vita, ha cura di ciascuno di noi. Giuseppe permette a Dio di custodirlo. Infatti vediamo che Giuseppe è estremamente silenzioso, non perché non abbia nulla da dire, ma perché il suo silenzio è espressione di ascolto, di recettività, lascia che Dio parli nella sua interiorità. Anch'io, se voglio lasciarmi custodire da Dio, devo imparare da Giuseppe ad ascoltare la Parola di Dio, ad ascoltare le ispirazioni al bene dello Spirito Santo, ad ascoltare la Parola di Dio mediata dalle persone che ho acconto (le correzioni, i i consigli buoni...).

"Prendi con te..." La custodia di Giuseppe è espressione di un amore responsabile. Custodia che anche noi dobbiamo esercitare con responsabilità verso i fratelli. Dio sin dall'inizio ci ha affidati gli uni agli altri, siamo responsabili della felicità del bene gli uni degli altri. Ogni vita è preziosa agli occhi di Dio. Custodirla non significa semplicemente preservarla da ciò che può farla soffrire e ferirla, ma in positivo - conoscendo il suo valore  - promuovere la sua vita secondo quella chiamata/vocazione che Dio ha voluto per essa. Insomma, vuol dire aiutarla  a diventare ciò che Dio la chiama ad essere.

"... con te il bambino e sua madre...".  Si noti che l’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe,. Più avanti Gesù, ormai adulto, dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).  La  maternità di Maria si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione. 

“Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.

“Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come” Dio gli ha ordinato, nella “modalità” che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre,  uscendo da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.

“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.

In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Dio – fede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

“si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.

L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.

“dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.

Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosè, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina.

 

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebroso una luce rifulse» (Is 9,1). Il profeta Isaia in questa notte ci annuncia che per l’uomo che cammina nell’oscurità a tentoni, inciampando, cadendo, senza una chiara direzione, senza una vera meta, è giunta finalmente la luce.  L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma più profondamente deve essere salvato dai mali che affliggono lo spirito. E chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? È quello che l’evangelista Luca ci dice collocando la nascita di Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Egli non è un mito, espressione vaga di un anelito di salvezza, ma è la salvezza che ci viene incontro nella storia, anche nella nostra vita di ogni giorno.

Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato. Augusto si riteneva un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto – che può divenire anche figura di ogni potente nella storia umana – o il bambino che nasce a Betlemme, che è il vero potente?

C'è poi un particolare molto significativo: “il ‘salvatore’ ha portato al mondo soprattutto la pace. Cesare di fatto è riuscito a portare la pace nel suo impero, quella romana, basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere.

Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché “non c’era posto per loro nel katàlyma” (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Probabilmente la casa è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino.

Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito». È molto bella questa annotazione dell’evangelista! Quel bambino non è l’unigenito di Maria, ma è il primogenito. Primogenito di chi? Egli è il primo di una moltitudine di figli. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, mediante il sacramento del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio. Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato al tempo dell’escatologia: Egli è il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18). In Lui non solo veniamo salvati dal peccato, ma riceviamo la vita vera, partecipiamo della vita divina, quella va oltre la morte, per essere un giorno per sempre con Lui nella casa del Padre!

Si noti che Gesù viene posto in una mangiatoia. Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.

Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona. È il pane di vita che si dona fiducioso nelle nostre mani. Come si è consegnato nelle mani di coloro che lo hanno preso e messo sulla croce per salvarci, così ora si consegna a noi. Che meraviglia, che grandezza l’umilità di Dio!

C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?

«C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce». È una luce che li coinvolge nel mistero della nascita di Gesù. Ed essi – persone povere, considerate di basso rango, emarginate, - si lasciano pienamente coinvolgere. Infatti si incamminano «senza indugio». Vanno pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che è veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore. Sono i primi testimoni di quel Dio che – come dice Paolo - «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

«E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Gli angeli cantano la gloria di Dio. Ricordiamo che per “gloria” si intende la manifestazione divina; in quel Bambino nel quale il Figlio si è fatto carne si manifesta la gloria di Dio che è amore, pura bontà, luce per gli uomini. Ciò che gli angeli cantano dovrebbe essere anche il canto di ogni credente che fa esperienza della bontà di Dio che ci salva e ci eleva alla dignità di essere figli nel Figlio. Di un Dio che si è abbassato perché possiamo accoglierlo per avere da lui la vita, la vita vera! Che questo canto degli angeli possa essere anche il nostro canto, non solo con la voce, ma soprattutto con una vita di santità!

Nella prima lettura troviamo l'oracolo di Isaia 7 sull'Emmanuele.  Per dare fiducia e coraggio al re timoroso , il profeta offre un segno da parte di Dio, una garanzia di protezione di fronte al pericolo: : «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il neonato è motivo  di speranza perché con il suo nome (Emmanuele - "Dio con noi") ricorda che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo. La stabilità e la sicurezza di un uomo, di una famiglia, di un popolo, di un regno, della Chiesa stessa non sta nella potenza umana, ma nella fede. «Se non crederete, non resterete saldi», aveva detto il profeta a nome di Dio (Is 7,9b). 

Ma qual è la reazione del re all'oracolo del profeta? Egli, sicuro della sua logica «forte», rifiuta perentoriamente la «debole» logica divina della fede, dell'affidamento della nostra povera umanità a Dio. Certo, un bambino è del tutto incapace di assicurare una vittoria militare, e tuttavia è simbolo dell'inesauribile potenza di vita, con le sue molteplici possibilità.

Questa profezia ritorna anche nel Vangelo. Giuseppe, che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20).  Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». In tal modo Giuseppe non rimane solo testimone del mistero dell’incarnazione, ma è chiamato con la sua paternità e collaborare a questo mistero. 

Si noti che nelle parole dell'angelo si precisa bene quale salvezza ci viene data da questo bambino: «salverà il suo popolo dai suoi peccati».  E' un annuncio che potrebbe rimanere anche deludente. Ci aspettiamo di  essere salvati dall'oppressione dalle sofferenze, dalla situazione di povertà, dalla mancanza di libertà, dalla miseria della nostra esistenza. E spesso ciò non avviene. Ecco la delusione. Invece la salvezza è più profonda, più radicale: dai peccati.  Cioè da ciò che - nonostante le fatiche e le sofferenze della vita - ci condurrebbe al fallimento esistenziale, cioè a non vivere in pienezza la vita che ci è donata per grazia pur in mezzo alla precarietà che connota l'esistenza sulla terra, e non conseguire la meta della gioia straripante nel paradiso. Giuseppe, discendente di Davide, a differenza di Acaz, crede e accondiscende a questo modo di agire divino; per questo non esita ad accogliere in Maria questo bambino e dargli lui stesso il nome Gesù.

Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la promessa non secondo la modalità sognata dalla maggioranza, ma in un modo totalmente inaspettato, nella modalità che solo Dio può pensare (lo scandalo della croce).

E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio.

Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare.

· A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14). Davvero l’Emmanuele perfetto sfolgora nel “Dio-con-noi”, in  Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27), che ci porta la pace. «Io sono con voi»: questa è la realtà dell’Emmanuele. «Io sono» è il nome proprio di Dio, è il Cristo risorto, «costituito Filgio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dai morti» (Rm 1,4) che rimane con la comunità per sempre, tutti i giorni, fino al compimento della storia.

 

 

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