In questa domenica il mattino la liturgia ci propone le letture della XIII domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo è quello di Mt 10,37-42, nel quale Gesù esige dal cristiano una dedizione radicale; totale, preferenziale. Radicale perché va alla radice di tutti gli affetti; totale perché abbraccia tutta la vita; preferenziale perché, pur essendoci degli affetti legittimi, importanti, comandati da Dio nel quarto comandamento, Gesù si pome imperiosamente come Colui a cui tutto è da subordinare, persino gli affetti più cari. Soltanto un Figlio di Dio può parlare come Gesù ha parlato, soltanto Dio può avere tali esigenze.
Ma già nel pomeriggio e per tutto lunedì 29 Giugno si celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo apostoli.
- Per questa solennità la liturgia ci propone il vangelo del dialogo del Risorto con Pietro dopo la pesca miracolosa e il pasto sulla riva del lago. Tre sono le domande che Gesù pone a Pietro: "Mi ami tu?". Nelle prime due gli chiede se egli lo ama (verbo agapao) di un amore pieno, disinteressato, e solo nella terza scende ad un livello diverso, quello dell'amore tipico della relazione di amicizia (verbo fileo). Ed è significativo che per tre volte Pietro gli risponde e riceve da Gesù la seguente missione: “pasci i miei agnelli” (prima volta), “pasci le mie pecorelle” (seconda e terza volta). Ora che Pietro ha sperimentato la propria debolezza, egli è paradossalmente pronto ad affrontare la missione che il Signore gli dà. Perché ha imparato a non fidarsi più di sé, ma solo del Signore e dell'amore che Egli ha per lui. Qual è la missione che il Risorto affida a Pietro? Gli chiede di preoccuparsi perché non manchi al gregge – che rimane di Gesù – il necessario, incominciando dagli “agnelli”, cioè dai piccoli, dai più deboli; significa difenderli dai pericoli disposto a dare la propria vita perché abbiano la vita; poi anche le pecore, che vanno guidate. L’evangelista ci invita quindi ritornare con il pensiero al brano di Gesù pastore (cap. 10). Gesù è colui che cammina innanzi al gregge, che è riconosciuto dalle pecore al timbro della voce, che vuole che le sue pecore trovino pascolo, che offre la vita per esse, che le conosce a fondo e per loro dà la vita. Queste stesse caratteristiche vengono ora riferite a Pietro. È questa la missione affidata a Pietro: quella missionaria (Gesù nel cap. 10 parla di “pecore che non sono di questo ovile”) e, insieme, essere guida spirituale di coloro che hanno abbracciato la fede (le pecore seguono il pastore).
- Nella prima lettura, un brano tratto dal cap. 3 degli Atti degli Apostoli, possiamo contemplare come Pietro vive la missione che il Risorto gli ha affidato. Pietro e Giovanni salgono al tempio alle tre del pomeriggio per assistere al sacrificio della sera e, presso la porta detta Bella, incontrano lo storpio. Si noti che è la stessa ora nella quale Gesù morì in croce (Lc 23,44). Luca sottolinea due volte che era l'ora nona. Ed è proprio in quest'ora che avviene il miracolo della guarigione dello storpio.
La citazione della porta “la bella” del tempio indica che la menomazione fisica dello storpio lo teneva fuori dal tempio, non poteva quindi entrare e pregare. L'essere storpio, infatti, appartiene a quella serie di malattie che impediscono l'aggregazione all'assemblea cultuale.
Quest’uomo era "storpio fin dalla nascita". Questo ricorda l'episodio del cieco fin dalla nascita (Gv 9). Questo uomo rappresenta ogni uomo che, fin dal ventre di sua madre, cioè prima di nascere, non sta in piedi. Poi, quando diventa grande, sta fisicamente in piedi, ma non sa dove andare, non sa da dove viene e non sa dove va. Se cammina va errando di qua e di là senza sapere dove. Lo storpio è l’immagine di questo uomo che, in fin dei conti, non può fare il cammino che conduce alla meta: andare verso Dio e verso i fratelli.
Lo storpio viveva dell’elemosina dei pii giudei che frequentano il tempio. Nelle persone di Pietro e Giovanni la Chiesa s’incontra con la miseria umana.
"Costui, vedendo Pietro e Giovanni..." (v. 3). Come ha fatto questo cieco vedere Pietro e Giovanni? Non è che li vede con la vista, semplicemente avverte la presenza di questi due soggetti, a lui sconosciuti, ai quali chiedere per ricevere elemosina. È quel vedere cieco che abbiamo anche noi; è lo sguardo di chi non vede negli altri delle persone, ciascuna con la propria identità e doni, ma solo dei soggetti a cui chiedere l'elemosina. Il pensiero di chi è così cieco è questo: “cosa posso ricevere da queste persone? Cosa possono darmi?”.
"... li pregava per avere qualcosa in elemosina". Il cieco chiede soccorso al passante. Pietro non possiede il denaro dei ricchi, quel denaro che risponde alle attese immediate del mendicante, ma che diventa anche facile alibi per non prendersi carico della sua persona umana. Pietro e Giovanni, insieme, stabiliscono un contatto con quell’uomo (è da notare lo sguardo fisso – si interessano cioè della persona dell'indigente – e poi, dopo le parole, Pietro gli prende la mano destra), ne amplificano le attese, ma deludono il suo bisogno immediato: "non possiedo né oro né argento". Gesù aveva detto: "Non portate né denaro, né bastone, né bisaccia, né pane, né due tuniche" (Lc 9,3). Ma hanno con sé il vero tesoro: "quello che ho te lo do". Che cosa noi abbiamo e che possiamo dare? Abbiamo il fatto di essere figli di Dio, di essere fratelli nella fede, di ricevere tutto, ma non in elemosina, bensì come dono, come grazia, vivendo così nella gratitudine e stabilire relazioni positive con i fratelli. Il non capire la grandezza di questo tesoro che ho ricevuto, anche se non possiedo niente, è una grande disgrazia per chi si professa cristiano!
Solo a questo punto Pietro gli annuncia la possibilità nuova e inattesa: gli ordina di alzarsi e di camminare "nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno...". È la parola efficace che in nome di Gesù lo fa rialzare. Il nome (= la persona) di Gesù è sotēr /salvatore e soltanto lui può offrire salvezza! Di conseguenza, quando pronunzia queste parole, Pietro dice che gli apostoli parlano e agiscono nel nome di Gesù e col potere di Gesù, e che anche l’infermo deve rivolgersi a lui e in lui riporre la sua fiducia. Si presume che l’infermo abbia sentito parlare di Gesù e delle guarigioni da lui compiute. Ora Pietro cerca di dimostrare che il Gesù di allora, Gesù di Nazareth, è il Vivente, ha ancora lo stesso potere ed è stato costituito Messia e Signore.
"... alzati (ἔγειρε) e cammina"». Quello che segue – come indica anche l'imperativo ἔγειρε – è un racconto di “risurrezione”. Pietro, preso lo storpio per la mano destra, lo solleva dalla situazione passiva e, mediante la nuova relazione che Pietro ha stabilito con lui – è il Signore che agisce, ma lo fa attraverso noi che invochiamo il suo Nome e agiamo come figli – "i suoi piedi e le sue caviglie si rinvigorirono, e balzando in piedi si mise a camminare". Ora lo storpio entra finalmente nel tempio – dal quale la sua infermità lo aveva escluso – "camminando, saltando e lodando Dio". È un uomo ‘ricostruito’ fisicamente e spiritualmente che Pietro restituisce alla vita. Così viene ristabilita la relazione di quest'uomo nella relazione con gli altri e con Dio. È importante ricordare qui Is 35,6, dove si parla del tempo messianico come un tempo in cui "lo storpio salterà come un cervo". Dunque la salvezza di Dio già presente nei gesti guaritori di Gesù ora continua a rivelarsi a favore degli uomini tramite gli apostoli.
- Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, San Paolo ci afferma: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani..." (Gal 1,14-15). Paolo adopera alcune espressioni teologiche molto importanti. Innanzitutto dice che Dio lo aveva scelto "fin dal seno di sua madre" e usa una espressione dell’Antico Testamento, adoperata da Geremia per se stesso e dal profeta Isaia per quella figura del «servo di JHWH». Paolo, scrivendo questo testo molti anni dopo, avendo riflettuto sulla sua esperienza dice: “Dio da sempre mi aveva scelto, ma mi ha chiamato in un momento preciso” e la chiamata consiste in questo: «si compiacque di rivelare a me suo figlio». Il verbo “rivelare” in greco è il verbo dell’apocalisse; Paolo dice: “Dio mi ha rivelato suo Figlio”, ha tolto il velo dai miei occhi e mi ha fatto capire chi era suo Figlio.