Quante volte dovrò perdonare?

“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? - chiede Pietro : “fino a sette volte?” . È da notare la generosità di Pietro. 

Il numero 7 indica già una totalità: quindi Pietro, conoscendo il cuore grande di Gesù, volendo intenzionalmente superare la prassi giudaica che suggeriva di perdonare tre volte (cfr. Am 1,6) [1] , afferma di essere disponibile a perdonare in modo eroico, coinvolgendosi fino in fondo. La risposta di Gesù è però sconvolgente: Non basta perdonare 7 volte, ma 70 volte 7. Il perdono non si fonda su calcoli numerici, bensì sulla misericordia che non deve avere limiti.

La cifra che Gesù propone (“ settanta volte sette ”) è di grande interesse: comanda di perdonare sempre. Non si può parlare di limiti del perdono. Il perdono è un atteggiamento regale, divino, che non ammette frontiere. È un qualcosa con cui noi dobbiamo imitare la misericordia infinita di Dio (vedi la parabola seguente: Gesù invita ad imitare la misericordia del padrone).

La comunità cristiana è quindi luogo di riconciliazione. Il perdono è indispensabile se si vuole vivere in pace. Esso continuamente ristabilisce l'armonia, mentre le disarmonie nascono dalle reazioni immediate e pungenti. Quindi il perdono è il tessuto della vita cristiana. È in particolare il cemento delle comunità cristiane. Inevitabilmente sorgono dissensi, divisioni, litigi nelle comunità. Ma là dove il perdono risana, dà perfino la possibilità di riconciliarsi più di prima e di passare da un litigio ad un amore e comprensione più grandi. Senza perdono una comunità, come pura società, diventa invivibile. La comunità cristiana è consapevole delle proprie debolezze, ma conta sul perdono dei fratelli, ad imitazione dell'amore misericordioso di Dio.

Gesù motiva il perdono illimitato con una parabola. Quella del re che vuole regolare i conti con i suoi servi. Il primo servo gli doveva l'enorme somma di 10.000 talenti [2] . Il talento era l'unità di misura più grande allora esistente. Esso equivale a circa 6.000 giornate lavorative; il servo avrebbe dovuto lavorare per 20 anni senza mangiare solo per ripristinare 1 solo talento!. E' chiaro che questo servo non potrà mai restituire una cifra così enorme!

Diverso è il caso del secondo servo che doveva la misera somma di 100 denari (ossia l'equivalente di 100 giorni lavorativi; poiché 1 denaro era la paga di una giornata di lavoro, questo servo poteva restituire il tutto in tempi accettabili, cioè in circa tre mesi e mezzo.

Il primo servo si getta a terra, davanti al padrone, in un gesto di intensa supplica. Le sue parole però hanno una presunzione: che impegnandosi con tutte le forze egli potrà restituire questa ingente somma. Il che è impossibile! Ci sono persone che ancora in tali situazioni pensano di farcela da sole. L'uomo nel peccato – è questo il debito nei confronti di Dio - non può far nulla per “soddisfare” il suo “debito” così enorme!

Il re – che poteva, secondo le leggi del tempo, rifarsi dei beni intimando la vendita del debitore, di tutti i membri della sua famiglia e di ogni suo avere [3] - si impietosisce e condona. Il verbo “impietosirsi, commuoversi nelle viscere” è lo stesso usato da Lc 15,20 per indicare la reazione del samaritano di fronte al ferito e da Lc 15,20 per esprimere ciò che il padre della parabola sente quando vede il figlio prodigo che ritorna. È dunque una parola particolarmente evocativa, piena di pathos: il re si impietosisce e, di conseguenza, fa grazia, condona. Per questo padrone la dignità della persona è più importante di tutto, e quindi anche di questa quantità notevole dei beni che poteva rivendicare.

Ora se il re è Dio, egli sa molto bene, come sono vuote le nostre mani. La confessione dei nostri peccati deve esserci perché essa è grazia, perché la resa dei conti non finisce mai in paraggio per l'uomo: l'uomo non fa mai tutto quello che Dio si aspetta da lui, l'uomo non è mai senza colpa. Sì, deve esserci una confessione, perché Dio vuole avere un'occasione per mostrare ai suoi la sua misericordia, per riversare su di loro il dono sovrabbondante del suo amore all'interno della loro umiliazione. Dio ha bisogno del pentimento per poter rendere visibile l'amore, cancellare la colpa e donare un nuovo inizio al servitore.

Ma la longanimità ricevuta non lascia alcuna traccia comportamentale nel servo che ne è stato oggetto senza merito e in misura straordinaria. Infatti nei confronti del secondo servo si comporta in maniera diametralmente opposta a quella che il padrone ha avuto per lui, ossia vuole fare giustizia senza amore, dimostrando di non aver minimamente comprendendo la dinamica in cui il padrone l'ha inserito. Infatti assale con violenza il suo debitore, assume un atteggiamento oppressivo nei confronti di un suo pari e pretende l'immediata restituzione della somma. L'acme della contraddizione è raggiunta quando il secondo debitore chiede una dilazione di pagamento del tutto realistico, data la limitatezza della somma dovuta. La replica del suo creditore è violentemente negativa: il primo servo non conosce ragioni e segue solo i suoi interessi.

Nel rimprovero del padrone al secondo servo perché ha mancato di pietà il verbo “impietosirsi” ( splanchnizomai ) lascia il posto al verbo eleomai che è usato per lo più in riferimento alla misericordia di Dio verso l'uomo: “non dovevi tu forse aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” . È da notare che il verbo eleomai è usato anche in Mt 5,7 quando Gesù dice: “ Beati i misericordiosi (eleemones)”, cioè quelli che sanno perdonare, “perché otterranno misericordia” - eleethesontai , saranno perdonati -. In 6,14 Gesù, dopo aver insegnato il Padre nostro, riprende: “Se perdonate agli uomini le loro trasgressioni, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi” . E perché non ce ne dimentichiamo ci fa pregare: “Perdona a noi i nostri debiti come anche noi abbiamo perdonato ai nostri debitori” . È significativo questo verbo al passato, come a dire: noi abbiamo perdonato e dunque in effetti accogliamo il perdono divino che ci è già stato dato. È la libertà dell'uomo che accoglie o rifiuta, offre o nega al perdono di Dio lo spazio per farsi realtà.

Il messaggio della parabola è allora chiaro: il perdono è un dovere evangelico assoluto, indiscutibile, è parte della radicalità del Vangelo. Rispetto al dovere di perdonare non c'è davvero scampo. Chi è stato raggiunto dal perdono divino non può che seguire la logica divina. Il perdono, insomma, deve “circolare”: da perdono ricevuto divenire perdono offerto al fratello. "Una persona, anzi un peccatore, non può essere giusto nel senso di Dio. Può seguire Dio solo nella misericordia. Il servo che, appena salvato dalla grazia, non vuole perdonare colui che è servo come lui, sbaglia in maniera ancora più grave di quanto abbia fatto in precedenza con le colpe commesse nei confronti del suo signore. Nega al suo prossimo e dunque a Dio stesso l'efficacia che discende dalla sua grazia" [4] .

 “Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andare a riferire al loro padrone tutto l'accaduto”. I altri servi sono testimoni di ciò che accade. Come tali hanno il dovere di rendere testimonianza al loro signore. Questa testimonianza è un'accusa, ma in forma di resoconto oggettivo. Il padrone li ascolta e riconosce la verità di quel che raccontano. Ambedue le cose, la deposizione e l'ascolto della testimonianza, sono dei processi all'interno della verità oggettiva. Tutto ciò che avviene tra la Chiesa e il Signore deve collocarsi in questa verità immutabile. Anche la rivelazione della colpa, anche il giudizio del Signore fa parte della verità; amore e verità non sono due cose separate e lontane l'una dall'altra che possono a malapena essere poste in armonia tra loro, ma due lati della medesima realtà. L'amore consiste nella verità come la verità consiste nell'amore.

I servi non possono tacere, perché hanno il dovere di svolgere il servizio di testimoni davanti al loro signore. E neppure possono assistere indifferenti, poiché essi stessi hanno un'esperienza dell'amore e si pongono in un servizio di amore. È probabile che mentre riferiscono ciò che è accaduto risuoni la loro indignazione, ma ciò che conta non è qui l'indignazione, bensì la verità.

“Allora il padrone fece chiamare quell'uomo...” (v. 32). Il Signore agisce subito. Convoca il servo per un altro interrogatorio, ben più grave del primo. Alla colpa nei confronti del signore si aggiunge ora la colpa nei confronti del suo compagno di servitù. Questa colpa non può essere condonata come se nulla fosse accaduto.

Infatti il perdono che Dio ci dà diventa effettivo in me quando perdono il fratello. È quello che ci insegna anche la preghiera del Padre nostro. Chi non sa perdonare il fratello in realtà è ancora chiuso nel suo egocentrismo, e di fatto non ha veramente accolto il perdono del Signore che gli è già stato offerto. Dunque, di fronte al rifiuto dell'amore misericordioso, non ci può che essere la giustizia divina, che non fa altro che sancire ciò che l'uomo ha scelto: non corrispondere al suo amore, quindi il fallimento della propria vita. Esiste un passo della lettera di Giacomo, a proposito dei sottili legami fra misericordia, libertà, giudizio e giustizia:

«Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2,12-13).

La nostra missione è quella di diffondere il più largamente possibile questa misericordia che ci è stata accordata.

“Sdegnato” il padrone consegnò il servo crudele agli aguzzini per la tortura, “ finché non gli aveva restituito tutto il dovuto ”. Come sopra detto la punizione non è data dal Signore, ma è il primo servo che affligge se stesso. Al di fuori del perdono ricevuto e donato c'è solo la morte di chi rimane chiuso nella propria autosufficienza. E tale situazione può fissarsi per l'eternità. Sarà il suo fallimento definitivo. Ma “ finché ” c'è vita, c'è possibilità di conversione. La speranza di Dio è che capisca la sua grande mancanza e, umiliandosi e perdonando al suo fratello, possa accogliere effettivamente il perdono del Signore.

“Così - dice Gesù - farà anche il Padre celeste a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello” . Dunque la salvezza eterna passa imprescindibilmente attraverso il perdono “di cuore” al fratello. È lì, nella profondità del cuore, che tutto si scioglie e si lega. Non è nostro potere non sentire più e dimenticare l'offesa, ma è il cuore che, sottoposto all'azione dello Spirito Santo, tramuta la ferita in compassione, e purifica la memoria trasformando l'offesa in intercessione.

 

 

___

[1] Nel Talmud leggiamo: «Se qualcuno pecca una, due, tre volte, glielo si perdona, ma non se pecca quattro volte» ( Tosefta. Yomah , 5,13).

[2] Un confronto ci può essere utile per capire l'enormità della somma: le tasse pagate complessivamente in un anno dalla Galilea e dalla Perea ammontavano a soli 200 talenti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 17,11,4) e il tesoro del tempio di Gerusalemme confiscato da Crasso nel 54 aC ammontava a 2.000 talenti (cfr. ibid ., 14,105).

[3] Tra l'altro si noti che vista l'iperbolicità della cifra era del tutto impossibile che la somma ricavabile dall'alienazione dei suoi familiari consentisse allo schiavo di onorare l'impegno assunto. Il padrone – qui chiamato “signore” - avrà tenuto conto anche di questo? Credo di sì. Perché l'uomo, davanti a Dio, ha un valore infinito, al di sopra di ogni peccato commesso.  

[4] A. Von Speyr, Le parabole del Signore , Jaca Book, Milano 2008, 78.

Ultima modifica il 13 Settembre 2026

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