Sei invidioso perché io sono buono?

“Molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi” (Matteo 19,30). Gesù è criticato (dai farisei?) per la sua familiarità con i disprezzati e i proscritti. È uno scandalo. Gesù reagisce con questa parabola. È in questione l’immagine di Dio. E orientare tutta l'esistenza nella logica di vita del Maestro significa ribaltare letteralmente i criteri di valore comuni.

La vigna è il popolo di Dio – Israele nell'AT e ora la Chiesa –, chiamato a portare i frutti del Regno, che sono l’amore di Dio e del prossimo. Ma questa vigna può essere intesa anche come l'umanità intera, chiamata a corrispondere all'amore del Signore che ha dato la vita per essa; o, addirittura, la stessa creazione che Dio possiede, ma che ha affidato alle mani degli uomini. Se il Signore non si interessasse della sua vigna, il terreno resterebbe abbandonato ai capricci del tempo, le piante selvatiche lo sommergerebbero fino a soffocarlo, non ci sarebbe alcuna progettazione, né alcun frutto. “Come Dio nel suo mondo ha progettato ogni cosa in funzione di Cristo e a lui l'ha ordinata, così il padrone della vigna deve ordinare ogni cosa alla vendemmia. Si deve lavorare per il frutto. E come la Chiesa e il mondo devono lavorare l'una con l'altro perché Dio ottenga il suo frutto, perché l'ordine che lui ha creato si dimostri fecondo, così qui deve essere realizzato un rapporto tra il padrone che possiede e che guida e i lavoratori assunti per occuparsi della vigna e della sua produttività”[1].

 “...uscì all'alba per prendere lavoratori per la sua vigna”. Il Signore cerca dei lavoratori che contribuiscano al mantenimento della Chiesa e del mondo, che collaborino per far crescere il Regno di Dio, e li invia lui stesso nella sua vigna. Egli è il Signore di ogni missione e di ogni lavoro nella sua Chiesa. Se qualcuno realizza qualcosa nella Chiesa, è perché Dio lo ha chiamato e inviato.

“Uscito poi di nuovo alle nove del mattino...” (v. 3). Il Signore esce di continuo, a tutte le ore, per chiamare e richiamare l’uomo ozioso (gli operai oziosi) a lavorare nella sua vigna. Il termine greco argoi, usato esclusivamente da Matteo tra gli evangelisti (Mt 12,36), ha sempre un’accezione negativa (cfr. 1Tm 5,13; Tt 1,12; 2Pt 1,8). È quel genere di inattività che rende senza valore anche la fede (Gc 2,20).

“Quando fu sera...” (vv. 8-12). Destinatari della parabola sono gli operai della prima ora, assoldati all’alba per un danaro, che era la paga quotidiana necessaria per vivere. Sono essi a “brontolare” contro il padrone perché ha dato la stessa paga a tutti, anche agli ultimi. Ne sono testimoni oculari e per questo si indignano, ritenendo ciò un’ingiustizia. Così sarà, dice Gesù, al giorno del giudizio: tutti riceveranno la stessa ricompensa. È vero che gli ultimi assoldati se ne sono stati fino a tarda sera oziosi, seduti chiacchierando attorno al mercato. La loro giustificazione di non essere stati presi da nessuno a giornata può essere sincera (in effetti non hanno avuto la fortuna di trovare qualcuno che li ha presi per lavorare), ma può anche essere una pigra scappatoia. Il padrone, comunque, per compassione decide di assumerli anche per un’ora sola di lavoro e di pagare a loro come ai primi: egli sa bene che il salario di un’ora non basta per il mantenimento della loro famiglia. I loro figlioli avranno fame, quando il padre se ne tornerà a casa a mani vuote. Così agisce Dio, dice Gesù. Talmente buono! Egli fa partecipare immeritatamente al suo Regno i pubblicani e i peccatori tanto è grande la sua bontà![2] Per lo più: il Regno non è mai proporzionale all’impegno con cui un uomo ha lavorato (ha vissuto, cioè, la sua vita), ma è dono gratuito, è grazia. D’altra parte cosa può dare Dio di meno di se stesso, se è tutto amore? Ogni uomo ne riceve secondo la sua capacità.  E la capacità di ricevere è proporzionale al bisogno. Chi amerà di più, se non colui al quale è stato perdonato di più (Lc 7,24)?  Egli dice loro: come Dio è così buono, altrettanto lo sono anch’io.

“... mormoravano contro il padrone...” (v. 11). È il brontolio dei farisei e degli scribi contro Gesù che accoglie i peccatori e mangia con loro (Lc 15,1s), è il rancore di Giona contro il Signore che salva quelli di Ninive (Gn 4,1ss), è l’ira del fratello maggiore contro il Padre che fa festa per il minore (Lc 15,28). Ma né il figlio maggiore accoglie il Padre, né Giona Dio, né i giusti il Figlio.

Gesù vuole quindi mostrare ai farisei e gli scribi quanto sia ingiustificata, odiosa, dura e spietata la loro critica. L’inferno di questi “giusti” è vedere che Dio è misericordia con gli ingiusti. Non sopportano la giustizia di Dio. “Che vantaggio c’è allora per chi ha lavorato fin dal mattino?” - è la domanda che si pongono questi “giusti”. Essi ragionano con l’etica del capitalismo, cioè del compenso proporzionato al proprio lavoro (cf. v. 12). È la presunzione di poter accumulare “crediti” davanti a Dio. Pensare in questi termini equivale a fare una grande offesa a Dio. Questo modo di pensare lo troviamo anche in un brano del profeta Malachia:“Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi andate dicendo: ‘Che abbiamo contro di te?’. Avete affermato: È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo del male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti?” (Ml 3,13-15).

Lo sbaglio di chi ragiona in questo modo è evidente. Il vantaggio non consiste nell’avere una “paga diversa”, proporzionata al “lavoro”, ma di aver amato il Signore, di essere sempre stati con lui. Se gli scribi e i farisei non capiscono questo, vuol dire che amano ciò che il Signore dà più del Signore stesso. Lo amano non per amore di lui che è l’amore, ma per amore della propria ricompensa, dell’opera delle proprie mani. È, in fondo, lo stesso problema del figlio maggiore che non capisce la bontà del padre verso quel fratello minore che “era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32) e non sa gioire con lui.

“Amico, non ti faccio torto!”. Il padrone si rivolge in modo cortese, corretto, al portavoce degli operai che mormorano contro di lui perché si sentono trattati ingiustamente. Il titolo di ‘amico’ non è affatto detto in modo ironico, ma è una sollecitazione alla ricerca di un legame, di una relazione, soltanto all’interno della quale apparirà chiaro il senso di quanto il padrone intende dire. Affrontata sul piano contrattuale, la questione sembra già risolta, perché il compenso pattuito è stato consegnato ad ognuno di loro, per cui non si può accusare il padrone di ingiustizia. La sua giustizia però va al di là di quella umana.... È appunto la giustizia di Dio. Il suo amore è pienamente gratuito e non può essere rivendicato da meriti umani, veri o presunti. Quanto fa il padrone, mostrando ai vignaioli della prima ora la propria generosità verso gli ultimi lavoratori, dovrebbe ricordare che l’averli invitati a lavorare nella sua vigna è un segno del suo amore e della sua attenzione anche verso di loro, perché altrimenti sarebbero rimasti disoccupati. La parabola offre così un prezioso insegnamento: la vita cristiana non si riduce ad una sorta di scambio commerciale, di conteggio dei meriti e demeriti, ma si fonda sulla grazia di Dio.

“Non posso fare delle cose mie quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (v. 15).  Il nostro guaio è l’invidia, l’occhio cattivo, la meschinità. Concentrati sui loro meriti – e quindi insoddisfatti di fronte al fato di essere stati trattati come tutti gli altri, senza differenze – non si sentono solidali con gli altri operai, non capiscono il bisogno di quelli che hanno atteso per ore, anzi quasi per un’intera giornata lavorativa, di avere un’opportunità per portare a casa qualcosa, del denaro per poter sfamare la famiglia. Non sono capaci di accogliere quest’ultimi con il cuore di Dio, di vivere con loro una fraternità che non si basa sui meriti, su quanto “rendiamo”, ma sul fatto che tutti siamo preziosi agli occhi di Dio.

Ma chi ha occhio cattivo, e non intende guarire, è anche nemico di se stesso. Perché rischia di guastarsi l’eternità. Passeremo l’eternità a conteggiare i nostri meriti. A confrontarli con quelli degli altri. A correggere le operazioni di Dio.

“Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi” (v. 16). Gli ultimi sono i primi a capire e accettare a “ricompensa” del Regno; i primi, invece, che hanno lavorato per tutta la giornata, parteciperanno della sorte degli ultimi. Alla fine tutti saremo salvati per grazia!

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[1] A. Von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 86.

[2] Il danaro, in questa parabola, rappresenta allora la vita eterna, indivisibile. La vita eterna, infatti, non è parcellizzabile. O si è dentro o si è fuori.

Ultima modifica il 17 Settembre 2026

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