Protagonisti sono di nuovo i farisei. Già erano stati intrappolati quando Gesù aveva risposto alla loro questione sul suo potere (21,23-27). Ora passano al contrattacco, con più furbizia: gli fanno una domanda che, qualunque sia la risposta, lo lascerà senza via di scampo. A loro non interessa la verità, ma come incastrare Gesù.
È da notare che insieme ai farisei ci sono anche gli odiati erodiani che erano partigiani della monarchia di Erode e simpatizzanti per gli occupanti romani. I farisei si alleano con loro (ed è l’unico caso che troviamo nel vangelo) per la volontà di far cadere un avversario comune. È il mistero del male, delle sue congiure, delle trame e alleanze segrete, che sono incompatibili con un cammino nella verità della Parola di Dio, la quale è luce per i passi dell’uomo.
La domanda che pongono è: “Maestro, sappiamo che sei veritiero... (è un bel complimento che fanno a Gesù, ma serve come esca: riconoscendolo che Gesù dice la verità al di là di ogni opportunismo, vogliono in tutti modi evitare che se la cavi con una mezza verità o con un elegante ‘non so’): “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (vv. 16-17). Qui per “tributo” non si intende quello imposto sulla produzione e circolazione di merci (che permetteva il reperimento delle risorse per la costruzione delle opere pubbliche: ponti, strade...), ma il testatico esigito da tutti i popoli sottomessi ai romani, sia per gli uomini che per le donne, schiavi compresi, dall’età dei 12/14 anni fino ai 65. L’ammontare di esso non era così elevato: probabilmente equivaleva alla paga di un giorno lavorativo. Certamente tale pagamento, come fatto stesso, significava riconoscere politicamente la sottomissione a Roma.
Dobbiamo però anche ricordare che per il giudaismo palestinese di allora il problema del rapporto con l’impero romano non consisteva soltanto in indipendenza politica, ma di professione di fede: unico Signore e re dell’universo è il Signore, Dio d’Israele. Ora esisteva una moneta speciale per pagare tale tassa, recante l’immagine dell’imperatore (Tiberio). In ciò i religiosi più intransigenti vedono anche una trasgressione al comandamento che vieta le immagini (cfr. Es 20,4) e, in definitiva, un attentato all’unica signoria di Dio, confessata nella propria fede giudaica.
Non è dunque difficile cogliere la provocazione della questione posta a Gesù. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo che nutriva decisamente sentimenti antiromani (e forse i farisei lo avrebbero anche accusato – sul piano della fede -di trasgredire il comandamento); se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana. Qualunque risposta avesse quindi dato, si sarebbe tirato la zappa sui piedi.
La risposta che Gesù dà non elude la domanda, ma sposta il problema a un altro livello.
Anzitutto Gesù, “conoscendo la malizia”, smaschera anzitutto l’ipocrisia degli interroganti: “Ipocriti (termine che in Matteo oltre all’aspetto della dissimulazione comporta anche un aspetto di empietà), perché mi tentate?” Fa poi eseguire un ordine: “mostrate la moneta del tributo”. Ora è lui a mettere in difficoltà coloro che erano venuti per metterlo in difficoltà. Se essi avevano posto il problema sul piano delle apparenze o dell’opinione (“che ti sembra?”), Gesù si muove sul piano della ‘visibilità’. Mostrando la moneta del tributo essi rivelano già di aver trasgredito, con il possesso di essa, quel comandamento con cui essi vorrebbero compromettere Gesù. La moneta mostrata a Gesù è lì con l’effige dell’imperatore, ma offre a Gesù l’opportunità per comunicare il suo insegnamento, e di rendere così la controversia un’occasione per l’annuncio del Regno di Dio.
Fatto pronunciare da loro il nome del proprietario effigiato sulla moneta, sentenzia la grande direttiva che distingue il piano di Dio dal piano degli uomini, e la questione del potere terreno, e della sua legittimità o illegittimità, dalla questione delle esigenze della volontà di Dio. L’obbligazione verso Cesare, nella risposta di Gesù, non significa soltanto saper riconoscere realisticamente chi ha il potere in un certo momento storico (cosa peraltro già insegnata da profeti come Geremia ed Ezechiele), senza pericolose fughe utopistiche, ma significa anche rispettarla con lealtà in ciò che fa di bene, organizzando la convivenza degli uomini. Ma non si faccia illusioni Cesare: il cristiano non è mai un alleato del potere, ma solo dell’uomo. Quando il potere si propone come assoluto e impone un gioco contro coscienza, troverà il rifiuto.
E, insieme, Gesù rivolge un appello quanto meno inatteso: “rendere... a Dio quello che è di Dio!”. Tutto è di Dio. Non nel senso che lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti. Per questo è Dio! Il suo potere lo conosce il Figlio – colui che ha verso i fratelli lo stesso atteggiamento di amore e rispetto che il Padre ha verso di lui. È un potere di mitezza, dono e servizio: convive con il potere di violenza e lo vince senza combatterlo, come la luce vince la tenebra, il dono la rapina, l’amore l’egoismo. Dare a Dio ciò che è di Dio significa quindi per il cristiano vivere la stessa “logica” di Gesù, e in questo essere gradito al Padre.
In sintesi l’insegnamento di Gesù ci dice di tenere presenti due cose:
- Dio non esautora l’uomo dalle sue responsabilità, ne è invece l’origine. Secondo: il suo potere non entra in concorrenza con il nostro: è dono amore e servizio, non appropriazione, violenza e dominio.
-Solo chi dà a Dio ciò che è di Dio, sa cosa dare a Cesare. Ciò che è di Dio, il frutto di cui il Padre ha fame, è la libertà dei figli e l’amore dei fratelli. Chi cerca questo, trova risposta anche al resto. Gesù, dunque, non solo rifiuta l’alternativa Cesare o Dio, ma chiede più coerenza e impegno nella relazione con Dio. Sta infatti in questa richiesta di autenticità religiosa la profezia di Gesù nell’area del tempio di Gerusalemme.