Lazzaro (Gv 11,1-45)

Questo segno compiuto da Gesù, il settimo – siamo quindi al vertice dell'opera del Signore – viene compiuto a Betania nel contesto della festa della dedicazione del tempio. Durante questa festa, nella liturgia veniva proclamato il Salmo 30, in cui al v. 10 il salmista proclama: «Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?». Il segno pertanto si inserisce all’interno di quella fede d’Israele che già era consapevole che la morte non poteva separare da Dio.

Lazzaro è malato, le sorelle mandano a dire a Gesù: “il tuo amico (letteralmente: ‘colui che ami’ - agapao) è malato” (v. 3). Lazzaro rappresenta tutti coloro che Gesù ama. La loro è una preghiera dolcissima non pretenziosa.  Gesù risponde loro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Malattia e morte sono per la “gloria di Dio”, ossia per il pieno compimento del disegno del Padre a favore degli uomini; disegno che si compie con la glorificazione del Figlio che ha il suo compimento quando Egli  è innalzato sulla croce. 

La discussione tra Gesù e i discepoli (vv. 7-16). Gesù, prendendo ora l’iniziativa, parla in prima persona ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” (v. 7). Gesù affronta il viaggio consapevole che questo comporta il rischio della morte. Egli è il pastore buono che, per la salvezza degli amici, non teme di mettere in pericolo la sua vita, anzi la offre per loro (cfr. 10,11).

Di fronte alla decisione di Gesù, i discepoli protestano: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (v. 8). Quando si profilano scenari di morte i discepoli sono sconvolti, temono per la vita del Maestro e tentano di dissuaderlo ad andare a Gerusalemme. Ma Gesù è deciso a dare la sua vita; deve seguire il suo cammino, quel “passaggio” fissato dall’alto, donato dal Padre suo.  E dice loro il segno che intende compiere: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (v. 11). La morte, nell’itinerario di fede, è come un sonno, perché riletta in vista della risurrezione: come ci si sveglia dal sonno, così tutti ci risveglieremo nella risurrezione dei morti. Ma i discepoli non comprendono. 

• Gesù e Marta (vv. 17-28). Quando Gesù arriva a Betania Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro (cfr. v. 17). Una tradizione rabbinica ritiene che, dopo la morte, l’anima del defunto si “aggiri” intorno al corpo per tre giorni. Quindi siamo al quarto giorno, Lazzaro è definitivamente morto.

Nella casa del defunto, intanto, è radunata una folla di amici venuta a piangere il morto e a consolare le due sorelle (cfr. vv. 18-19). Mentre costoro sono venuti a mostrare solidarietà all’irrimediabilità della morte, Gesù è venuto per destare Lazzaro e incontrarlo.

Marta incontra Gesù e gli dice: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (v. 21). Dando sfogo al proprio dolore, essa collega la perdita del fratello all’assenza di Gesù. Nelle sue parole non c’è rimprovero, ma fede. Crede che la presenza del Signore preservi dalla morte. Anzi la sua fede va oltre: è convinta che lui possa agire a dispetto di quella condizione apparentemente immodificabile: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio te la concederà” (v. 22). Ella sa che ora egli può compiere il miracolo. Più che una richiesta questa è una confessione. La sua fede è rivolta più alla persona di Gesù che al gesto che egli può compiere. La fede di Marta – pur così bella – è tuttavia ancora imperfetta. Infatti riconosce nel Maestro un intermediario della vita, ma lui non è solo questo: è la vita stessa.

Gesù, tuttavia, sorregge la fede della donna e risponde alla sua attesa: “Tuo fratello risusciterà” (v. 3). E lei: “So che lo risusciterà nell’ultimo giorno”. Marta crede nella risurrezione dell’ultimo giorno, escatologica. Ma adesso? Ecco il problema: quale rapporto ha adesso Gesù con la morte e il cristiano con la morte? Marta non comprende che la risurrezione e la vita sono realtà presenti, fin da ora, nel Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (vv. 25-26). Dicendo “Io sono” Gesù rivela e afferma che nella sua persona si fa presente, qui e ora, la risurrezione e la vita eterna. Egli non è solo il rivelatore, ma anche il donatore di questa vita eterna. È la risurrezione. La vita eterna può essere attesa per l’ultimo giorno, proprio perché è presente oggi nella persona di Gesù. Così, ciò che Gesù sarà per Lazzaro, può esserlo per tutti gli afflitti. La storia del miracolo di Lazzaro diventa, a questo punto, un discorso di rivelazione significativo per tutti.

Chi crede in me, anche se muove vivrà”. Nella fede viene pertanto superata la frontiera della morte corporale. Chiunque nella sua vita temporale crede in Cristo, si appoggia totalmente a lui, si fida a lui, vive aggrappato a lui, non morirà per sempre.

 “Credi tu questo?”. Il Maestro sospinge Marta – e ciascuno di noi – a passare da una generica fede nella risurrezione alla fine dei tempi, ad una fede attuale nella nostra risurrezione in lui; a una fede in una vita in Dio, già oggi operante in Gesù. “Se credi vedrai la gloria di Dio” (v. 40). La gloria di Dio manifestata nel cuore stesso della morte! È il paradosso cristiano, la novità assoluta: la Vita non è annientata dalla morte, ma addirittura si serve di essa. Liberati da questo Dio crocifisso, Gesù, che ha assunto la nostra morte.

Il culmine di questo dialogo è rappresentato proprio dalla risposta di Marta: “Sì, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v. 27). Marta aderisce a lui come Messia e Figlio di Dio. Ha compreso che Gesù non è un semplice intermediario tra l’uomo e Dio, ma il donatore stesso della vita eterna, la salvezza fatta persona.

• Gesù e Maria (vv. 28-37). Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Maria era rimasta in casa seduta, come si conviene a una donna in lutto. Solo quando Marta ritorna dall’incontro con lui e di nascosto le riferisce: “il Maestro è qui e ti chiama” (v. 28), si alza (letteralmente: “risuscitò”) in fretta, esce di casa e va a incontrarlo. Rispondere a Gesù, muoversi in fretta verso di lui, raggiungerlo “dove si trovava” significa risuscitare, essere partecipi di colui che viene. I Giudei la seguono e pensano che vada a piangere al sepolcro. Maria vede Gesù, si butta ai suoi piedi con una fiducia totale nel Maestro e ripete le parole della sorella: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (v. 32). Marta aveva aggiunto: “Ma anche ora…”. Maria non aggiunge parole, ma compie dei gesti. Il suo gettarsi ai piedi di Gesù contiene già il riconoscimento che egli è il Figlio di Dio. È nella fede che ella dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di donna ferita negli affetti più profondi. È talmente vera che riesce a coinvolgere nel suo sentire non solo coloro che l’hanno seguita, ma lo stesso Gesù. Da lei si genera come un vortice che coinvolge, nella commozione, chi le sta attorno, compreso il Signore.

Il Maestro, difatti, ascoltando la seconda volta il medesimo grido di angoscia e vedendo piangere Maria e i Giudei che erano venuti con lei, “freme nell’intimo” (vv. 33.38), “si turba” (v. 33), “piange” (v. 35).

Gesù “freme nell’intimo”. Il termine greco designa un’eccitazione irata, un fremito interiore di collera. Quella di Gesù, dunque, non è una semplice commozione di fronte al dolore altrui. La sua è una ribellione di fronte alla presenza tragica della morte, sentimento di cui neppure Gesù si è vergognato. Il testo dice: “fremette nello spirito e in se stesso” . Lo spirito di Cristo, necessario per appartenergli (Rm 8,9), è lo stesso spirito di Dio che aprirà i sepolcri e farà rivivere (Ez 37,12-14) coloro che sono morti a causa del peccato (Rm 8,10), perché in loro ha scelto di porre la sua abitazione (Rm 8,9).

Gesù, inoltre, rimane “turbato”. Questo atteggiamento ricorre anche nel contesto della passione. Di fronte all'ora imminente della morte dirà: “La mia anima è turbata” (12,27).

Gesù, dunque, “freme nell’intimo” e “si turba” perché la morte di Lazzaro, “colui che ama”, prelude il giungere della sua ora, l’ora delle tenebre. Di fronte al fatto che il ritorno al Padre passa inevitabilmente per la passione, lo stesso Gesù reagisce con una lotta interiore. Lotta che troviamo espressa anche nei Salmi: “Perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi?” (cfr. Sal 42,6.12; 43,5). Egli è turbato, sa che non può sottrarsi alla morte. È questo l’itinerario del Figlio dell’uomo, il comando che ha ricevuto dal Padre.

Il turbamento e il pianto silenzioso di Gesù rivelano, anche, l’amore del Padre che, attraverso di lui, giunge ai discepoli. Sono le lacrime di Dio dinanzi alla morte che separa gli esseri. Esprimono la compassione del Padre che deve consentire alla prova del Figlio, affinché gli uomini possano tornare ad amare Dio e  a vivere come fratelli.

Infine questo fremere “fremere”, cioè questo moto d’indignazione e d’ira, è anche provocato dalla incredulità dei giudei che sono venuti a “consolare” Maria. Alcuni di essi, infatti si chiedono: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (v. 37). Sono persone che, nonostante il segno del cieco nato, non sono giunti alla “vista” della fede.

È poi da notare che il pianto di Gesù - diversamente dai pianti  disperati dell’uomo che non crede e che vede solo il volto mostruoso della morte (in greco: klaio = strepito, pianto a dirotto) è sì un pianto di dolore,  che però rimane sempre filiale nei confronti del Padre.    Ciò viene segnalato dal verbo usato per Gesù: dakryo. Paolo scriverà che noi siamo sconvolti, ma non disperati, provati, ma non distrutti (cfr. 2Cor 4,7 ss).  Il pianto di Gesù – come ben capiamo – dev’essere anche il pianto del discepolo, del cristiano.

• Gesù ridona la vita a Lazzaro (vv. 38-44). A questo punto l’evangelista descrive l’azione di Gesù che, ancora scosso interiormente, si reca al sepolcro. Un’azione triplice: verso gli uomini, verso Dio, verso il defunto.

Verso gli uomini, ai quali dice con forza: “togliete la pietra!. È un comando che esige molta fede e che fa rischiare lo scandalo: che cosa significa infatti togliere la pietra a uno che è sepolto da quattro giorni (menzione che evidenzia la definitività della condizione di Lazzaro)? È questa la protesta di Marta, quella del buon senso: “Signore, già puzza; è di quattro giorni” (v. 39). E Gesù replica, richiamandola alla fede: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Prima le aveva detto: “Credi tu questo?” ed ella aveva affermato: “Sì, Signore, credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo”. Adesso, invece, la fede non la sorregge e, di fronte al comando di Gesù, si rifiuta di accettare l’assurdo, il ridicolo, e il Signore la esorta alla fede. La gloria di Dio, che si manifesterà attraverso la vicenda di Lazzaro (cfr. v. 4) è la fede in Gesù come risurrezione e vita (cfr. vv. 25-26). Nella sua risurrezione egli rotolerà definitivamente la pietra che separa i fratelli dalla vita, benché sia molto grande (cfr. Mc 16,4), tanto grande da gravare su tutti. Se crediamo in lui e viviamo del suo amore, siamo già passati dalla morte alla vita (cfr. 1Gv 3,14).

Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (v. 41). In questa preghiera di Gesù la sua relazione con il Padre viene vissuta davanti agli uomini; è il momento culminante, in cui Gesù rivela sé stesso e la sua unità con il Padre. Come il Padre ha il potere di far risorgere, così ha dato al Figlio il potere di vivificare i morti; come il Padre all’inizio della creazione, ha tratto dal nulla tutte le cose, così ha dato al Figlio di trarre il bene dal male, dalla morte la vita, dal peccato il perdono. Gesù ringrazia il Padre perché sempre ascolta il Figlio, come il Figlio sempre ascolta il Padre; vivono infatti dell’unico Spirito, che è il loro amore reciproco. Quello stesso Spirito di vita che vuole donare agli uomini.

Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43); parola di risurrezione, che trae appunto fuori dalla morte. Gesù con gran voce gridò (cfr. 12,13; 18,40; 19,6.12.15; cfr. gridò: 7,28.37; 12,44). È l’anticipo della risurrezione finale, quando coloro che sono nei sepolcri udranno la voce della tromba.

Gesù chiama Lazzaro, il morto, per nome; lo chiama presso di sé, alla sua sequela (cfr. Mc 1,17; Mt 4,19): “Hai gridato, hai infranto la mia sordità” (sant’Agostino). È una chiamata che avviene attraverso un “grido”. Il morto esce ancora legato dalle bende e col viso coperto dal sudario (cfr. v. 44). Esce dalla morte totalmente passivo, non può vivere completamente finché non sarà slegato e liberato. Vi è qui un’allusione a contrario della risurrezione di Gesù. Essendosi consegnato da sé stesso, Gesù risorto lascerà là le bende riposte e il sudario arrotolato a parte (cfr. 20,3-10). Le bende, che Lazzaro si tiene ancora addosso, sono il simbolo di un suo ritorno temporaneo sulla terra: a suo tempo dovrà morire. Gesù, al contrario, le abbandonerà definitivamente.

“Gesù dice loro: Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44). Fuori dalla tomba, egli rappresenta una prima profezia dell’ora “in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno” (5,25) e dell’ora “in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno” (5,28-29). Lazzaro è ormai il segno vivente che in Gesù e per mezzo di lui niente è perduto; nella morte stessa è già presente la vita e la gloria di Dio.

Compiuto il miracolo, Gesù si mette da parte e lascia che il miracolato, posto di nuovo nella sua libertà di scelta, faccia la sua strada. Il racconto termina lasciando il lettore di fronte a Lazzaro vivo, ma muto. Questo ci conferma che il centro del racconto è Gesù stesso in cammino verso la sua ora di morte e risurrezione.

Ultima modifica il 21 Marzo 2026

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