Commentiamo oggi il vangelo dell'ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme (Mt 21,11-11) lasciando alla lettura meditata la Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo.
Gesù giunge a Betfage. Qui i pellegrini si preparavano per entrare nella città santa purificandosi.
Qui Gesù organizza il suo ingresso “purificandolo” da ogni falsa attesa messianica. Il Signore viene per prendere possesso della città santa e del tempio, come profetizza Malachia (Ml 3,1ss), viene per il “suo” giudizio che si realizzerà sulla croce.
L’episodio è complesso e ricco di allusioni bibliche.
- C’è un primo quadro (vv. 1-5) nel quale Gesù invia due discepoli verso il monte degli Ulivi a procurarsi l’asina e il puledro di cui si servirà per entrare in Gerusalemme. È su questo monte che Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23) e da esso si aspettava il ritorno dalla gloria del Dio d’Israele (cf. Ez 43,1-2; Zc 14,1-4). L’asina, poi, è il simbolo stesso del messianismo di Gesù: non sceglie il cavallo, simbolo di violenza e dominazione, ma un animale “mite” che sa portare la “soma”. Questo è venuto a fare Gesù: lui, mite e umile di cuore, porta la “soma” del peccato dell’uomo sulla croce. Quanto ha fatto Gesù lo deve fare anche il discepolo (cf. 20,25-28): farsi servi, sul modello di Cristo, significa portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2). È il comando dell’amore. La loro missione è quella di “slegare” l’asina, liberando in ciascuno la libertà di amare.
Questo primo quadro termina con la citazione di Zaccaria (v. 5), nel quale troviamo la seguente promessa di salvezza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile (πραὺς), cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri […] l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare” (9,9s). Qui viene annunciato un re "giusto" perché governerà il suo popolo secondo il cuore di Dio e "vittorioso" perché "salvato" dei nemici di Dio. Un re povero – uno che non regna per mezzo del potere politico e militare. La sua natura più intima è l'umiltà / mansuetudine di fronte a Dio e agli uomini. Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un asino – la cavalcatura dei poveri, e anticamente anche dei capi e dei re di Israele, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude. È il re della pace perché abolirà tutti gli strumenti bellici. Matteo vede in questo episodio la realizzazione di questa profezia. Gesù vincerà infatti sul vero Nemico e sul male, e come risorto ci donerà la sua pace. Una pace ben diversa da quella che dà il mondo.
Inoltre il riferimento alla profezia di Zaccaria non si ferma solo a 9,9s. In Zaccaria certamente Gesù non aveva trovato soltanto l'immagine del re della pace che arriva sull'asino, ma anche la visione del pastore rifiutato (cfr. Zc 11,4-17) e ucciso (cfr. Zc 13,7-9) che mediante la sua morte porta la salvezza, e ancora l'immagine del trafitto (cfr. Zc 12,10) al quale tutti avrebbero volto lo sguardo.
- Nel secondo quadro (vv. 6-9) Gesù sale verso Gerusalemme. Lungo questa via la folla dei pellegrini, che come Gesù sono venuti a Gerusalemme, lasciandosi probabilmente contagiare dall'entusiasmo dei discepoli, “stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via” (v. 8). Il mantello, per l’ebreo, è segno di dignità. Per il povero, poi, è tutta la sua ricchezza: in mancanza di casa si serve di esso per difendersi dal freddo della notte. Ecco perché la legge prevedeva che quando il povero era costretto a dare in pegno il suo mantello, gli venisse restituito la sera. Il gesto della folla – che era segno di sottomissione al Messia, probabilmente da molti ancora visto come Messia potente sotto il cui dominio porre le proprie vite – suggerisce che chi vuol seguire il Signore, deve saper buttare il proprio mantello sulla via regale che sale a Gerusalemme; in altre parole deve saper investire tutte le sue ricchezze nel seguire il Crocifisso. Ciò che la folla fa come “segno”, il cristiano deve farlo come “realtà”.
È da notare che c’è anche della gente che “taglia” dei rami dagli alberi. Questo gesto richiama il salmo 118: “Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare” (Sal 118,27). Questo salmo apparteneva in un primo tempo alla liturgia di Israele per i pellegrini, con la quale essi venivano salutati all'ingresso della città o del tempio. È quanto dimostra anche la seconda parte del versetto: “Vi benediciamo dalla casa del Signore”. Era una benedizione che dai sacerdoti veniva rivolta ai pellegrini in arrivo. Ma l'espressione “che viene nel nome del Signore” nel frattempo aveva assunto un significato messianico. Anzi, era diventata addirittura la denominazione di Colui che era stato promesso da Dio. Così, da una benedizione per i pellegrini, l'espressione si è trasformata in una lode a Gesù, che è salutato come Colui che viene nel nome del Signore, come l'Atteso e l'Annunciato da tutte le promesse.
“Osanna al figlio di Davide! ...” (v. 9). Anche la folla, come i ciechi di Gerico, grida a Gesù e, citando il Sal 118,25-26, lo proclama “figlio di Davide”, cioè Messia. È interessante: Gesù non contrasta l’acclamazione della gente. Si lascia attribuire il titolo di “messia”, anche se la modalità non è quella che tutti si aspettavano. Sarà Messia secondo i carmi del servo di Jahvé.
- Infine nel terzo quadro (vv. 10-11), sempre sullo sfondo di Ml 3,1 ss, si ha l’entrata del Signore nel suo tempio, ridonando ad esso la vera funzione (episodio seguente: 21,12-17). Si noti l'annotazione dell'evangelista: “Tutta la città fu presa da agitazione e diceva: 'Chi è costui?'. E la folla rispondeva: 'Questi è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea” (vv. 10-11). In Matteo è chiaro che la folla dei pellegrini che acclama Gesù non erano gli abitanti di Gerusalemme. Il parallelismo con la narrazione dei magi dall'oriente è evidente. Anche allora nella città di Gerusalemme non si sapeva niente del neonato re dei Giudei; la notizia di ciò aveva lasciato Gerusalemme “turbata”; Matteo usa il termine greco che significa lo sconvolgimento causato da un terremoto. Questa reazione della città preannuncia il rifiuto del Messia che entra in essa; e insieme richiama le parole di Gesù nel discorso escatologico nel quale ha annunciato la tragedia di Gerusalemme, che è la conseguenza di chi non riconosce il suo messia.