Padre Michele
SE TI ASCOLTERA', AVRAI GUADAGNATO IL TUO FRATELLO
Se nelle domeniche precedenti Gesù ha interrogato la fede dei discepoli, parlando loro apertamente anche dello scandalo della croce, ora Gesù ci ricorda che la nostra fede non è un fatto privato, ma ecclesiale. La fede in lui ci porta ad essere Chiesa. Se un fratello che sbaglia va ripreso.
La correzione fraterna viene ad essere il punto più alto del saper stare insieme. È anche il più difficile, perché è segno di grande amore. È possibile in una comunità dove ognuno è accolto nei suoi limiti, non è giudicato se sbaglia, è assolto se è colpevole, è ricercato se si smarrisce (cfr la parabola della pecorella smarrita), è perdonato se pecca.
La correzione fraterna è quindi indice di maturità spirituale di una comunità.“Guadagnare il fratello” (v. 15), riconducendolo alla comunione con gli altri fratelli, deve essere sempre il fine della correzione fraterna.
Spesso, però, la correzione fraterna è la più disattesa. Si preferisce piuttosto evitare un fratello, o criticarlo alle spalle, piuttosto che affrontarlo a viso aperto per aiutarlo a correggersi dei propri difetti. Un dialogo franco, sereno che costa fatica. Non un dialogo iroso, che farebbe peggio.
«Se il tuo fratello commetterà una colpa [contro di te], va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità, - e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo».
Non è possibile ignorare il contesto interpretativo che Matteo assegna a questa regola disciplinare. Essa esprime la necessità di fare di tutto per ricercare il fratello smarrito. La disposizione in tre fasi non dovrà quindi essere considerata una disciplina di scomunica; dev'essere letta, invece, come il percorso da seguire per ritrovare la persona smarrita, in quanto escluderla dalla comunità significherebbe alla fine il fallimento del triplice sforzo di intrapreso[1].
La traduzione corrente, riprendendo alcuni manoscritti, riporta l'aggiunta «contro di te», interpretando il passo in senso relazionale; il testo, dunque, non mette l'accento sul peccato compiuto dal fratello che pecca, ma sulla relazione da salvaguardare (è un fratello) e il ruolo determinante dell'ascolto (non solo da parte del fratello che ha peccato, ma anche da parte nostra) nella riuscita dell'operazione (tra i vv. 15 e 17 il verbo ascoltare torna ben tre volte).
In questa prospettiva possiamo leggere anche il v. 18 conclusivo: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (v. 18). Tale versetto segnala che l'esclusione del fratello non ha solo conseguenze sociali, ma anche soteriologiche: ciò che la comunità lega è legato anche nei cieli. Teologicamente, questa dichiarazione è pesante. Ma ricorderemo che la rottura delle relazioni non è lo scopo della procedura, bensì il catastrofico scenario che ci si può prospettare in caso di fallimento.
Vediamo ora i tre passi che Matteo propone di compiere:
- il primo: prima vai tu da solo dal fratello che ha peccato e ammoniscilo (cfr. v. 15). L'uso del verbo elegchein (riprovare, rimproverare) fa eco alla parenesi di Lv 19,17, che precede immediatamente il comandamento dell'amore verso il prossimo: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello, rimprovera (in greco: elegcheis) apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lv 19,17-18).
È importante constatare che l'esortazione a rimproverare gli altri è qui considerata come la concretizzazione dell'amore verso il prossimo. Lo stesso legame fra rimprovero e amore verso gli altri è attestato nella letteratura giudaica[2]. Questo accostamento è istruttivo, perché dimostra che in seno al giudaismo il rimprovero fatto al fratello di fede è considerato positivamente come un modo di applicare nei suoi riguardi l'imperativo dell'amore verso il prossimo. Ancora, nel Testamento di Gad 4,1-3, il fatto di esporre direttamente la riprovazione davanti alla comunità, senza enunciarla anzitutto in privato, è considerata una mancanza di amore. Leggiamo il testo: “Guardatevi dunque, figli miei, dall'odio, poiché esso fa commettere l'iniquità contro il Signore stesso. Infatti non si vuole più sentire le parole dei suoi comandamenti sull'amore del prossimo e si pecca contro Dio. Appena un fratello cade, subito si corre a dirlo a tutti, ci si affretta a farlo giudicare e punire con la morte”.
Letta in questa luce, il primo e il secondo passo della regola comunitaria appare come un freno potente posto accanto alla denuncia ecclesiale della colpa del fratello. Prima che l'ekklêsia conosca il suo caso, gli sono offerte due occasioni di sentire il rimprovero che gli viene fatto. Se poi colleghiamo questa regola disciplinare della correzione fraterna con quanto abbiamo detto in 18,6-9, capiamo che chi rimprovera il fratello deve prima esaminare se stesso, per verificare se c'è qualcosa da estirpare in lui. Solo in questa prospettiva il rimprovero sarà fatto nel modo giusto, con l'atteggiamento “giusto” del cuore.
- Il secondo passo prevede il concorso di due o tre fratelli, quando l’ammonizione a quattr’occhi è fallita. Coinvolgere altri membri della comunità non significa voler dare enfasi al peccato e creargli un’eco scandalosa, ma prendere sul serio la sua minaccia. Si deve notare che Matteo cita la norma sui testimoni attestata in Dt 19,15: «Il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni».
- Infine – terzo passo - se non ascolta nemmeno la comunità, «sia per te come un pubblicano e un pagano». Si deve fare tutto, veramente tutto, per ricuperare un fratello che pecca. Non si tratta qui di scomunica, come spesso si interpreta, ma di assumere atteggiamento che si deve avere verso coloro che ancora non conoscono Dio o verso i pubblicani. Ciò significa che anche verso questo fratello che si è allontanato – che è diventato in pratica pagano – è necessario esercitare la misericordia. È precisamente l’atteggiamento che Gesù ha verso il peccatore, con il suo amore per lui e con la sollecitudine ‘viscerale’ per la sua salvezza. Secondo questa linea interpretativa del v. 17, la comunità sarebbe dunque spronata non tanto a tagliare i ponti con i peccatori, abbandonando a se stessi quelli che sbagliano gravemente e si ostinano, bensì a guardali con la misericordia di Gesù e a ricercare vie per toccare veramente il loro cuore e interpellare la loro libertà, sì da poterli ancora aiutare ad aprirsi alla parola del perdono e della conversione. È vivere la parola del Vangelo che ci ricorda che i “nemici” sono da amare, ed è possibile riguadagnarli solo dando loro un maggior amore (cfr. 5,38-48).
«In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra....» (v. 18). Per rendere possibile questa prassi di correzione fraterna e di perdono, Gesù ha affidato alla comunità tutti i mezzi necessari atti a soccorrere il peccatore, tra i quali è appunto la parola di vita e l’autorità divina per perdonare. Questa parola era già stata rivolta in termini molto simili a Pietro (cfr. Mt 16,19) ora viene rivolta a tutta la comunità. È evidente che per l’evangelista non vi è disaccordo tra le due autorità, tra quella affidata a Pietro e quella della comunità. «L’autorità petrina si riferiva a tutta la Chiesa, qui invece si parla del potere esercitato nella comunità locale. Si può dire che l’autorità petrina autorizza quella esercitata nella comunità. Quest’ultima, in successione a Pietro, viene esercitata ad un livello parziale»[3].
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[1] Cfr. D. Marguerat – A. Vénin, Sapori del racconto biblico, EDB, Bologna 2013, 208-213.
[2] E' attestato a Qumran (1QS 5,24-61; CD 9,2-8) come pure nel Testamento di Gad 4,1-3; 6,3-7.
[3] J. GNILKA, II vangelo secondo Matteo II, Paideia, Brescia 1990, 209-210.
PRIMO ANNUNCIO DELLA PASSIONE E PROTESTA DI PIETRO
Domenica scorsa nel Vangelo abbiamo sentito la grande ed ispirata professione di fede di Pietro. Ma pur riconoscendo in Gesù il messia e il Figlio di Dio la sua fede vacillerà di fronte allo scandalo della croce. Per conoscere in profondità Gesù bisogna anche camminare insieme a Lui, fino in fondo, percorrendo anche il cammino del Calvario e sostando sotto la croce, accogliendo la gioia della risurrezione. Per questo Gesù non chiude la professione di fede di Pietro con una semplice approvazione, ma lo provoca - insieme agli altri discepoli - parlando "apertamente" di tale scandalo. Quello che ora Gesù dà
un insegnamento nuovo, sconvolgente, che contrasta con i dati e soprattutto con le speranze di cui sono equipaggiati gli apostoli. Con l’episodio precedente essi sono arrivati a dire “chi è Gesù”. Ora Gesù chiarisce il senso della sua missione, indica la strada da percorrere. Lo fa “apertamente”, con chiarezza di linguaggio, non in parabole, in modo da sgomberare il terreno da tutti gli equivoci. È l’annuncio della sua passione, morte e risurrezione. Con piena consapevolezza egli sa di dover essere rifiutato dagli anziani (cioè dall’aristocrazia laica), dai sommi sacerdoti (cioè dai componenti delle famiglie sacerdotali, l’elemento più conservatore della nazione), dagli scribi (cioè dai teologi e giuristi del tempo, i maestri della più rigida ortodossia): è il potere civile, religioso e culturale coalizzato contro di lui. Egli annuncia però anche la resurrezione, la sua vittoria sul potere della morte, che si pone non in contrasto, ma in continuità con le azioni degli uomini: “… e risuscitare il terzo giorno”.
“doveva...” (v. 21). Il dramma della croce non è dovuto a una crudele fatalità, a un cieco destino provocato dalla cattiveria umana, ma fa parte dello stesso piano di salvezza voluto da Dio che si realizza se non passando attraverso l’itinerario impervio della croce. Gesù di questo ne è pienamente consapevole: egli non è il Messia benché dovesse soffrire, ma è il Messia perché doveva soffrire. Gesù con la croce vince il male alla radice per condurre l’uomo alla gloria (cfr. v. 27: Gesù viene nella gloria e renderà a ciascuno secondo le sue azioni).
Evidentemente Gesù non amava la morte, né la cercava. È il suo amore divino a farsi solidale con l’uomo fino alle estreme conseguenze... È l’Amante che ama l’amato nella buona e nella cattiva sorte.
Di fronte a questo “nuovo insegnamento” quale è la reazione di Pietro? Fino a poco prima si era sentito orgoglioso di aver contraccambiato la fiducia che Gesù ha riposto in lui, e si è anche sentito dire “beato”. Ma possiamo immaginare lo sgomento che egli prova di fronte all’annuncio della croce, che come dice san Paolo, è scandalo per tutti (1Cor 1,23).
Allora Pietro “cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore...” (v. 22). La reazione di Pietro svela la sua lontananza da Lui. La sua obiezione riguarda non un punto marginale, ma la stessa immagine di Dio in gioco nella missione di Gesù. Pietro non può accettare l’idea di un Dio la cui potenza si nasconda nella debolezza e la cui vittoria si manifesti nell’essere inerme e consegnato all’arbitrio della buona o cattiva volontà umana. La reazione è il “rimprovero” che muove a Gesù. Pietro dimentica di essere discepolo e, atteggiandosi a maestro, pretende di insegnare a Gesù che cosa dire e fare.
È da notare che Pietro, da uomo “prudente”, non redarguisce Gesù in pubblico, ma lo prende in disparte pensando di dire al Maestro qualcosa che gli sarà utile. La sua “logica” è però quella umana. È naturale che l’ideale messianico di Pietro risulti piuttosto inquinato da elementi mondani, dal momento che coincide con quello del suo popolo. Si aspettava che Gesù esercitasse il potere su una linea temporalistica, di successo, di vittoria. Non può certo immaginare che quella gloria debba passare attraverso la croce, la morte, il fallimento. E soprattutto è naturale che egli trovi assurdo il fatto che il Maestro venga rifiutato e ucciso proprio dai capi di quella nazione che egli deve unificare e salvare. Su questa “idea” crede di sapere quale è il “bene” del Maestro.
“Lungi da me Satana...”. È vero: Pietro vuole bene a Gesù e Gesù lo sa. Altrimenti non gli avrebbe affidato il “primato”. Ma il suo ragionamento è troppo umano, anzi diabolico: ritiene che il bene sia quello che pensa lui. Dovrà scoprire che il bene che il Signore gli vuole è ben altro. Lo scontro tra il pensiero di Dio e il pensiero dell’uomo è ineludibile. Pietro dovrà passare attraverso questa “crisi”, dovrà far luce sull’inganno che è nascosto nel suo cuore.
“Lungi da me”. Pietro non può essere di impedimento al cammino di Cristo. Deve lasciar libero il Maestro di seguire la vita tracciata dal Padre. In quel momento egli agisce da “Satana”. Sappiamo che la parola “satana” significa “divisore”. Pietro, pur con buona fede, sta cercando di separare Cristo dalla strada assegnata dal Padre e accettata per amore. Pietro diventa “tentazione”: quella di far ripiegare Cristo sulle strade degli uomini, nel senso dei desideri terreni, delle ambizioni trionfalistiche. Proprio egli, che ha saputo superare brillantemente l’esame sull’ortodossia (riconoscendo in Gesù il messia e la divinità) è stato “bocciato” su quello della mentalità (cioè su modo di intendere la missione del Maestro). Il suo errore di fondo non è il traguardo, la gloria, ma la strada per arrivarci.
È per questo che Gesù chiede a Pietro di rimettersi dietro di lui, come indica l’espressione greca ypágō opísō. Si tratta cioè, per Pietro, di ritornare nell’atteggiamento del discepolo, che è la sequela; soltanto così egli potrà imparare a conoscere le vie di Dio e a “non pensare più secondo gli uomini”, ma ad entrare nei misteriosi pensieri divini.
L’incomprensione dell’annuncio della sua passione e risurrezione e la reazione di Pietro danno a Gesù una nuova possibilità di precisare i termini della sequela: “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”. Nessuno è costretto. Gesù invita i discepoli ad una nuova scelta. Andare dietro a lui è un atto libero di volontà. La massima volontà dell’uomo non è nel decidere ciò che pare e piace, ma è fare lo stesso cammino del Signore.
Pietro si era posto “davanti” Gesù per condurlo a fare la sua volontà come Satana. Gesù non lo respinge lontano. Lo rimette nella sua posizione giusta “dietro” di lui. Gesù, richiamando lui alla sequela, richiama ogni uomo a seguire la sua stessa via. Il Maestro ha già seguito la via dell’abbassamento, della kenosi, ha voluto (il “deve” di 16,21) risalire la via del male fino alla sorgente, che è l’inganno dell’autonomia dal suo Creatore (cfr. Gen). Se la chiusura dell’uomo è dovuta all’inganno di credere di poter “diventare come Dio”, ora Dio, che non ha bisogno di diventare tale, sceglie di rimanere fedele all’uomo fino alla fine, non scendendo dalla croce, dal nuovo albero della vita, che egli offre per ogni cristiano, perché da esso possiamo cogliere i frutti della salvezza. Ma per accogliere questo dono dobbiamo seguire lui. Egli ci ha già “cercati”, inseguiti dal suo amore di pastore che non può sopportare che una pecorella rimanga sperduta. Seguire lui significa lasciare che la sua parola di Pastore metta in luce l’inganno che è nascosto nel nostro cuore per affidarci totalmente a Lui, come Egli si è affidato nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.
Possiamo giungere a questo abbandono solo quando cogliamo nello sguardo di Gesù il suo immenso amore per me. Mentre Pietro ha rimproverato Gesù senza guardarlo in faccia, Gesù volge lo sguardo verso Pietro (v. 23): egli deve vedere nel suo volto il volto di un Dio che lo ama immensamente (“chi sono io per voi?” - è ciò che ha chiesto in 16,15) e dà la vita anche per lui. La conversione di Pietro inizia quando, come ci ricorda Luca, dopo aver rinnegato tre volte Gesù, incrocia il Maestro, che volutamente volge il suo sguardo verso di Pietro (cfr Lc 22, 61). Pietro non si sente giudicato, disprezzato, allontanato, ma vede in questo volto sofferente il volto dell’Amore che dà la vita anche per lui. La misericordia di Gesù verso Pietro gli fa ammettere quello che prima non vedeva, non capiva: “ricordandosi delle parole che il Signore gli aveva detto…” (Lc 22,61).
Anche noi, come Pietro, portiamo nel nostro cuore un amore sincero per Gesù. Ma nonostante ciò l’inganno nascosto nel cuore ci può spingere, in tante scelte, a seguire vie che non sono quelle del Maestro. Lasciamo che il volto del Maestro educhi il nostro cuore, faccia crollare le barriere che ancora ci sono in noi…
E Gesù precisa: “... rinneghi se stesso”, ossia rinneghi il proprio “io egoistico”, “prenda la sua croce e mi segua”. La “croce” di chi segue il Signore è lottare anzitutto contro il male che c’è nel suo cuore. In questa lotta però non è solo: è in compagnia con il suo Signore, che lo ha preceduto e lo accompagna.
Poi avverte: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà...” (v. 25). Cioè chi è preoccupato solo di scampare alla minaccia della morte e si “difende” da essa con la falsa illusione di sicurezza che gli dà il potere, l’avere e l’apparire, in realtà “la perderà”: a sua vita è già morta e perduta per sempre. Il futuro è già iscritto nel suo presente. “Chi invece perderà la propria vita per me...”, cioè chi è disposto ad amare fino a dare la vita per Cristo, “la troverà”. La vita che egli trova è quella dello Spirito Santo, l’amore tra il Padre e il Figlio, dono reciproco dell’uno e dell’altro. Egli ha già ora la vita che non muore (cf. Gv 3,14). È in questo senso che dobbiamo capire le ultime parole, quelle del v. 28: il “non morranno” riferito ad alcuni tra i presenti non è riferito alla morte fisica, ma indica quella vita del discepolo che già, qui in terra, vive da figlio di Dio: questa è la “vita eterna” che vince la morte.
Gesù ribadisce questo insegnamento: che senso ha possedere tutto nel tentativo di garantirsi la vita? Chi fa così in realtà anticipa con l’affanno la morte fisica e con l’egoismo quella spirituale. O a chi può pagare l’uomo per avere in cambio “la propria anima”? La vita non si può comperare con denaro, né barattare con dei beni. È puro dono, e solo in quanto donata resta viva.
CHI SONO IO PER TE?
Il Signore vuole essere riconosciuto dai discepoli per quello che Egli è. Dopo aver dato per una seconda volta il segno dei pani che bastano per tutti (cfr. Mt 15,32-39), questa volta però a favore dei pagani, quale segno che Egli sarà il pane spezzato per salvare tutta l'umanità, e dopo essere messo alla prova dai farisei e dai sadducei chiedendogli un segno dal cielo (cfr. Mt 16,1-4), ora è Egli stesso che., ai piedi dell'Hermon, in zona pagana, nel punto più lontano da Gerusalemme, mette alla prova la comprensione e la fede dei discepoli: "Ma voi chi dite che io sia?".
In realtà Gesù non va subito alla domanda diretta. Inizia chiedendo a loro cosa dice la gente nei suoi confronti. Solo poi la domanda si fa diretta. In questo modo Gesù quasi suggerisce di prendere le distanze da ciò che dice la gente. La loro risposta deve essere diversa.
Conosciamo bene la risposta: “Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti” (v. 14). Sono le figure religiose più eminenti del passato, con una storia di azione e di passione per la Parola. Hanno in comune il non essere state capite in vita, ma solo dopo la loro morte. Gesù non disprezza questa opinione positiva che la gente si è fatta di lui, ma sono limitate. E se la gente non ha capito la sua vera identità non ha paura di tare fuori la domanda rischiosa che fa ai suoi discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?” (v. 15). E' la stessa domanda che pone a noi: dopo aver camminare insieme, dopo tanti anni che ci frequentiamo... chi sono io per te? Chi sono io in questo momento della tua vita? Chi sono io in mezzo a queste preoccupazioni che hai, di queste sofferenze che porti, di questa insicurezza di vita, in questa situazione in cui ti senti in crisi?
Si noti che in questa domanda di GEsù c’è un “ma”: la gente... “ma” voi... Gesù si aspetta che la risposta dei discepoli sia un “ma” rispetto a quella gente, come il pensiero di Dio è un “ma” rispetto a quello dell’uomo: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le mie vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Questo ci ricorda che troppe volte la gente ha un’idea di Dio troppo umana, deformata! Egli però ha voluto rivelare pienamente se stesso in Gesù. Quanto più penetriamo nel mistero di Gesù, e soprattutto quanto più lo imitiamo vivendo da figli, tanto più lo conosceremo per quello che egli è... È, ovviamente, soprattutto un’esperienza concreta, come concreta è la persona umana di Gesù. Una conoscenza non semplicemente intellettuale, ma soprattutto “esperienziale”.
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16) - risponde Pietro. Si noti che questa confessione di Pietro era già in parte anticipata nella professione di fede dei discepoli che avevano accolto Gesù nella barca dopo il misterioso incontro notturno sul lago (“Tu sei veramente il Figlio di Dio!”: Mt 14,33). Pietro riconosce in Gesù non soltanto la sua messianicità ("il Cristo"), ma anche la sua divinità. L'appellativo “vivente” sottolinea la presenza e l'azione efficace di Dio nella storia umana (cfr. Mt 26,63).
“Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (v. 17). Gesù proclama “beato” Pietro perché ha accolto una rivelazione dall'alto, quella del Padre: “La carne e il sangue non te l’hanno rivelato”. Tempo prima Gesù, rispondendo ai discepoli di Giovanni che gli chiedevano: “Sei tu colui che deve venire...?”, aveva risposto, dopo aver elencato le opere messianiche da lui compiute: “... beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,2-6). Beato, quindi, chi lo riconosce per quello che è, come ha fatto Pietro. Riconoscimento che avviene nella fede, che è dono di Dio, perché non è frutto della sola intelligenza, ma dell'azione dello Spirito Santo in noi. La sua fede è “solida”, sebbene – come vedremo subito sotto – non capisce tutta la portata della sua confessione, non comprende ancora che Gesù è un messia “al contrario” delle attese umane, perché conoscerà il fallimento, la condanna, il rifiuto e la morte.
Quella di Pietro è la beatitudine suprema di chi, accogliendo nella fede il Figlio, entra nel Regno del Padre. È quindi la beatitudine dei “piccoli” ai quali il Padre per libera e gratuita iniziativa rivela il progetto salvifico, che rimane invece nascosto ai “sapienti e intelligenti” (cfr. Mt 11,25-26). In tutto questo – lo si noti bene – Pietro non è diverso da qualunque credente che è beato per la sua fede e adesione a Cristo.
Gesù poi aggiunge: “E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (v. 18). Se Pietro ha “detto” la sua fede in Gesù, ora è Gesù a “dire” qualcosa su Pietro. È un dire che richiama una vocazione, quello che Pietro è chiamato ad essere e la sua missione. Secondo la tradizione biblica il cambiamento del nome, infatti - Simone diventa Pietro (kepha’) - sta a indicare una missione particolare da compiere. Su questa roccia che è Pietro – cioè sulla sua persona divenuta “roccia” in forza della sua fede in Cristo – il Signore costruisce la sua Chiesa, ossia il popolo della nuova Alleanza, la comunità di coloro che lo riconoscono Signore, Figlio del Dio vivente. Questa costruzione ha caratteristiche di solidità ed è garantita contro tutti gli attacchi delle “porte degli inferi”, o “porte dell’Ade”. È la solidità di una comunità credente che “rimane” in Gesù, che rimane quindi nella “verità” e partecipa della sua vittoria sul male e sulla morte.
Ad essere più precisi bisogna ricordare che “pietra” è un attributo di Dio. Infatti nel cantico che Mosè pronuncia ormai prossimo alla morte, leggiamo: “Voglio proclamare il nome del Signore: date gloria al nostro Dio! Egli è la Roccia; perfetta è l’opera sua...” (Dt 32,3-4). La roccia è dunque Dio stesso. Per cui la roccia che sorregge la Chiesa è direttamente Cristo, il Figlio di Dio e messia, ma ciò non esclude la cooperazione storica degli uomini. Egli ha scelto l’apostolo Pietro come suo collaboratore e continuatore. Un edificio deve sempre avere un fondamento, e poiché la Chiesa è un edificio visibile, costruita dalla raccolta di tutti gli uomini (Mt 23,15-20), anche il suo fondamento deve essere tale.
Da questa considerazione capiamo allora ancor meglio in cosa consiste la “solidità” della Chiesa. Essa non cade sotto il potere della morte, perché tale potere si infrange anzitutto contro il Dio vivente, il Dio Trinitario (il Padre che vuole la salvezza degli uomini, il Figlio inviato nel mondo che è fedele alla volontà del Padre, lo Spirito Santo donato dal Signore che guida e sostiene la Chiesa e i singoli credenti), la Roccia invisibile ma solida su cui essa è fondata. Questo ci fa capire perché la Chiesa nonostante l’infedeltà e il peccato di Pietro (come del cristiano che ne fa parte) rimane “solida” in forza della fedeltà stessa di Dio.
Si noti anche che se la Chiesa è raffigurata come un edificio, il che vuol dire che, in forza della fede salda nel Signore, è chiamata ad essere compagine solida anche nella fraternità, ad immagine della comunione trinitaria. Nel Vangelo di Giovanni Gesù dirà che “da questo”, cioè dall'amore fraterno, “tutti sapranno che siete miei discepoli” (Gv 8,31). Ebbene, se tale fraternità nell'amore è il risultato dell'accoglienza dell'amore di Cristo, non è però insignificante il fatto che Pietro, in quanto fondamento visibile, è colui che, oltre a indicare Cristo per mezzo della sua fede e confermare i suoi fratelli nella fede, è colui che armonizza la diversità nell'unità. Come, cioè, il fondamento regge la casa, tenendo compaginato il vario materiale usato, l'autorità di Pietro unifica, coordina le forze confluite nella comunità e ne fa un organismo operante.
“A te darò le chiavi del regno dei cieli...” (v. 19). La chiave è un simbolo di potere, che riguarda anzitutto l’autorità nell’insegnamento, nell’interpretazione della dottrina. È da notare che “darò” è al futuro: la promessa vale per il tempo che segue.
“ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli...”. Nel giudaismo i due verbi “legare” e “sciogliere” significa proibire e permettere. Oppure: escludere o reintrodurre nella comunità. Quindi possiamo cogliere due sensi: l’espressione si riferisce anzitutto all’interpretazione autentica della Parola affidata a Pietro[1]. È questo insegnamento autentico, la verità che Gesù ha rivelato, che apre all'uomo che vi aderisce il Regno dei cieli. Insieme all'interpretazione autentica della Parola a Pietro è affidato anche il compito di riconoscere se una persona è in comunione con la Chiesa o se si è separata da essa. Si noti, infatti, che questa sentenza di Mt 16,19 ricorre anche in Mt 18,18, in un contesto ecclesiale disciplinare che è noto alla tradizione giudaica: “escludere/legare, e riammettere/sciogliere” in riferimento alla comunità. In questo consiste il “primato di Pietro”.
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[1] Matteo riporta la critica di Gesù nei confronti dei responsabili giudei, scribi e farisei, che hanno il compito di interpretare autorevolmente la legge di Mosè. Egli smaschera la loro incoerenza perché «legano dei fardelli pesanti e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (23,2). La parola evangelica denuncia queste false autorità spirituali: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarvi» (Mt 23,13).
La protagonista del vangelo di questa domenica è una donna pagana. Gesù si trova in terra pagana, nella zona di Tiro e Sidòne. Nell’AT esse appaiono come città ricche e idolatre. Sembrano un po’ le nostre città: ricche di commercio, benessere, di vizi, di paganesimo.
È qui che Gesù incontra la donna cananea. L'incontro avviene, per così dire, a metà strada. Gesù non fa in tempo ad arrivare nelle zone verso le quali si era diretto, giacché le grida di costei lo raggiungono prima. Ella, una pagana, esce dai suoi territori d'origine per incontrare Gesù e implorare la grazia per la propria figlia. La sua preghiera ha la forza del grido:”Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio” (v. 22). È interessante: pur essendo pagana fa una professione di fede che riconosce Gesù come figlio di Davide secondo la carne e come Signore. La preghiera che fa è quella fondamentale di ogni credente: “Abbi pietà di me”, che significa “Fammi la grazia”. Essa non pretende e non accampa diritti: chiede il dono per la propria figlia a colui che riconosce come Signore e Messia (figlio di Davide).
Gesù, però, tace. Tace di fronte a colei che ha appena riconosciuto la sua signoria e dignità messianica e l'ha interpellato a partire da un bisogno tanto oggettivo quanto sconvolgente. È il silenzio, insopportabile, di Dio, di fronte a tante sofferenze umane. “Perché?”, “Fino a quanto?” protestano frequentemente i Salmi (cf. anche Gb 30,20; 31,35). È un silenzio di fine attenzione pedagogica, permettendo alla donna di assumere gli atteggiamenti che conducono alla fede: confessione del proprio peccato e richiesta di perdono (v. 22: Kyrie eleison), riconoscimento della signoria di Gesù nella storia (“Signore, figlio di Davide”), coraggio e perseveranza (vv. 22.25.27), umiltà (l’attributo “cani” è estremamente offensivo). La fede crea corrispondenza tra la volontà divina e i desideri umani (v. 28: “Ti sia fatto come desideri”) e conduce alla salvezza.
È anche, probabilmente un silenzio finalizzato all’educazione dei discepoli. Gesù vuole intervenire a favore della donna, ma desidera verificare la reazione dei discepoli che, infastiditi più che mossi da compassione verso la donna, sollecitano il Maestro ad intervenire. Gesù li vuole educare alla compassione. È la compassione che muove Gesù a dare la vita per l’umanità ferita dal peccato. Vuole che i discepoli imparino a vivere l’apostolato nel segno della compassione, secondo il cuore stesso del Maestro.
Gesù dice: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele” (v. 24). Gesù esprime la coscienza di appartenere al popolo di Israele al quale è inviato come Messia. Da questo Israele che lo accoglie sorge la luce per tutte le genti (Lc 2,32): i suoi discepoli saranno dopo di lui inviati a tutto il mondo (28,20).
La donna, però, non si scoraggia. Si prostra in adorazione (v. 25) e gli chiede aiuto: “Signore aiutami”. “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. La risposta di Gesù, per quanto tendenzialmente negativa, non esclude del tutto un esito positivo (“non è bene” significa cioè: “non è bello”, “non è lecito”). Così, ad esempio, nel parallelo di Marco, Gesù dice: “Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (Mc 7,27). In Marco, quindi, Gesù sembra voler situare la richiesta della donna siro-fenicia in una successione cronologica: il pane va dato anzitutto ai figli. La “legge” domestica che Gesù invoca descrive la situazione dal punto di vista della famiglia seduta a tavola e difende il diritto dei figli della famiglia. Considerata la cosa sotto questo punto di vista non è conveniente gettare il pane dalla tavola ai cagnolini. Gesù usa questo termine, che per un pagano è la parola più dura che poteva aspettarsi. Infatti gli ebrei chiamavano “cani” i pagani[1], e li consideravano impuri. In queste condizioni, il fatto che la figlia sia posseduta da un demonio impuro non farebbe altro che rafforzare l'impurità “naturale” della piccola pagana.
Allora la donna, in un colpo di genio, tipicamente femminile, invece di mettersi a discutere, a lottare ad armi pari, professa un’umiltà grandissima – accetta con assoluto realismo la sua condizione di inferiorità rispetto ai “privilegiati storici”, anzi l'accentua esplicitando un carattere di soggezione che le parole di Gesù non avevano indicato - e riafferma una fiducia piena in lui e senza alcun risentimento e Gesù si dichiarerà vinto: “È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (v. 27). Essa sa che anche soltanto le “briciole” dell'agire di Gesù le sono sufficienti, in quanto sembra percepire che al banchetto del Regno il pane non è contato: ce n'è in abbondanza per tutti, e nessuno corre il rischio di rimanerne senza. Possiamo ricordare, in proposito, anche l’abbondanza del vino nell'episodio delle nozze di Cana (cfr. Gv 2,4-5). Gesù esaudisce la cananea per la sua grande fede: “Ti sia fatto come desideri” (v. 28). È questa fede la via che di fatto aprirà ai pagani l'accesso al banchetto messianico ed escatologico (cfr. Mt 8,10-12).
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[1] Gesù stesso in Mt 7,6 aveva invitato al discernimento e alla prudenza: “Non date le cose sante ai cani”. Le “cose sante” è la parte del sacrificio riservata ai fedeli, mentre la carne contaminata veniva data ai cani.
La paura di non farcela
Il vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33) segue quello del pane che sfama la folla di domenica scorsa. I discepoli sono entusiasti, hanno appena vissuto una giornata nella quale hanno sperimentato la potenza di Dio, il successo, l'approvazione della folla che ha mangiato il pane proprio quando sembra non esserci speranza. Ora però il Signore costruisce per loro una pedagogia per aiutarli a prendere consapevolezza che senza di lui non possono far nulla, anzi rischiano di naufragare. Per questo li "costringe" a salire sulla barca e a passare all'altra riva. Li costringe a partire da soli. Ed essi lo fanno. Presi dall'entusiasmo non si rendono conto del pericolo a cui stanno andando incontro e lo affrontano con ingenuità. La notte diventa infida, le onde del lago cominciano ad alzarsi, il vento diventa contrario. La paura prende il cuore dei discepoli e non si ricordano più di quello che Gesù ha appena compiuto davanti a loro. La paura ci porta a dimenticare tutte le rassicurazioni ricevute e le esperienze nelle quali abbiamo sperimentato la potenza del Signore che ha cura della nostra vita. Vediamo solo il pericolo immediato...
Solo alla fine della notte, dopo averli lasciati quindi per diverso tempo da soli ad affrontare la paura di morire, Gesù va loro incontro camminando sulle acque. Al vederlo “i discepoli furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’, e si misero a gridare dalla paura” (v. 26). La reazione è il terrore: camminare sulle acque è impossibile. CI discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, una presenza cioè insignificante e irreale, incapace di agire concretamente nella realtà (cf. Lc 24,37). Ecco, così sentiamo a volte Dio nei momenti difficili della nostra vita.
“Coraggio, sono io, non abbiate paura” (v. 27). Gesù ci propone di sperimentare come possiamo affrontare, con lui, le nostre paure. La fede in Lui è il coraggio di osare ciò che per l’uomo è impossibile, ma possibile a Dio. “Se sei tu - grida Pietro - comanda che io venga da te sulle acque”. C’è un “se”: dubita e allora chiede una prova. Il dubbio in sé non è negativo. Esso si pone a metà strada tra incredulità e fede. È un passaggio necessario per tutti. Per giungere a una fede consapevole e adulta, bisogna che il non credente dubiti del suo “non credere” e che il credente dubiti di avere già una fede matura, incrollabile... e chieda sempre il dono: “Aumenta la mia fede!”.
“Vieni!” - lo invita Gesù. Così sceso dalla barca Pietro cammina sulle acque. In obbedienza alla parola di Gesù egli riesce a fare come lui ha fatto, a fare l’impossibile per l’uomo ma possibile per Dio! Ma - ecco qui la sua poca fede - si lascia impaurire dalle circostanze avverse che per nulla sono diventate favorevoli. Dopo un primo momento di coraggio si è accorto che l’acqua è rimasta acqua e non era diventata ghiaccio o asfalto, che le onde, invece di appianarsi, lo investivano con violenza, e la bufera lo schiaffeggiava brutalmente... Finché aveva guardato a Gesù aveva camminato nel mare, ma ora, distogliendo lo sguardo a lui, guardando solo al mare avverso, si fa prendere dalla paura... e comincia ad affondare. Ma la paura che fa sprofondare è il luogo stesso in cui il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione.
“Signore, salvami”. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Gesù, che significa: il-Signore-salva! (cf. 8,25). Allora Gesù tende il braccio (gesto che indica l’intervento potente di Dio, come nell’Esodo) e lo salva.
“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v. 31). Pietro ha voluto partecipare alla potenza di Gesù, ma non sapeva che partecipare a questa potenza significa anche condividere le prove del Maestro, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Sono quelle prove che Gesù ha affrontato lungo tutta la sua vita, e in modo culminante sulla croce, quando la tempesta del male del mondo si è riversata su di lui. Pietro, in realtà, non conosceva se stesso: infatti presumeva di essere ormai capace di affrontare ogni avversità. Come pure non conosceva Gesù, perché ad un certo punto non si è più fidato di Lui. O, meglio, lo aveva conosciuto “nella carne”, nella sua umanità, ma non ancora nella fede. Non lo conosce ancora come il “Dio che salva”.
“Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (vv. 32-33). È interessante notare che appena Gesù sale sulla barca tutto intorno si fa calmo. Gesù ha il potere sulla natura e sulle forze del male. Con lui presente non dobbiamo temere... e soprattutto sappiamo che le prove... non portano alla morte, ma ci rafforzano nella certezza che è Lui il Signore della storia. La nostra vita, nelle sue mani, è posta al sicuro. Ma questo cammino di affidamento dura tutta una vita. Chi fa questa esperienza di essere da Lui salvato non può se non fare come i discepoli: piegare le ginocchia e adorarlo. La salvezza porta all’adorazione.
“Tu sei veramente il figlio di Dio!” (v. 33). È l’anticipo della professione di 16,16. Ciò non impedisce che Pietro, ancora debole nella fede, più avanti non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando più a fondo la salvezza.
GESU' PANE DI VITA
Nella prima lettura, tratta dal profeta Isaìa (55,1-3), troviamo il forte appello di Dio di saziarsi gratuitamente dell'acqua e del pane che Egli dona. Decidersi a nutrirsi di questo pane e di dissetarsi della sua acqua esige il riconoscimento della propria fame e sete. Riempiti di mille cose materiali ed effimere è difficile ammettere che non siamo sazi. Chi possiede del denaro si sente autosufficiente, non sente il bisogno dei doni divini. E' chiuso nel proprio orgoglio. Chi è povero ha bisogno di chiedere, di accogliere il dono dalla mano di Dio. "Beati i poveri in spirito", dirà Gesù. Sì, perché sono chi è consapevole della mancanza possono accogliere il dono del Signore, il suo amore, la sua vita, la felicità di essere con Lui.
Capiamo che la fame e la sete è simbolo della situazione esistenziale dell'uomo. In una società nella quale siamo abituati a procurarci subito i beni di cui abbiamo bisogno, non c'è spazio per il vero desiderio, quello che va ben altro delle cose immediate, ma di ciò che sazia davvero. La vita spirituale tende a spegnersi nelle situazioni di confort, di comodità. Solo la Parola di Dio ci può richiamare all'essenziale, a ciò che già sazia oggi la nostra vita e che sazierà in pienezza nell'eternità.
Nel Vangelo si offre come pane di vita. Ma lo fa chiedendo la collaborazione dei discepoli. Vediamo il testo.
“Sul far della sera", dopo una giornata intensa di Gesù vissuta al servizio delle folle, "gli si accostarono i discepoli” e gli chiedono: " Licenzia dunque le folle affinché, andando nei villaggi, si comprino dei viveri” (v. 15). Proviamo a metterci nei loro panni. Essi si aspettavano di passare una giornata tranquilli e in intimità con Gesù. Invece il Maestro li aveva quasi dimenticati, tutto attento ai bisogni della gente. Le parole dei discepoli sono anche un richiamo al buon senso: Signore, non ti accorgi che si fa tardi? Perché continui a intrattenere la folla in un luogo deserto dove non c’è più nulla da mangiare? Si coglie così in essi la convinzione di sapere come bisogna comportarsi.
È interessante l’ironia del racconto: coloro che ordinano a Gesù di congedare la folla sono gli stessi che alla fine saranno mandati a sfamare la folla. Proprio essi che incarnano un modo funzionalistico di fare pastorale (ecco la Parola, ecco i Sacramenti, ora vai pure!) sono costretti a... fare comunità. A Gesù non basta aver compiuto guarigioni e parlato del Regno di Dio (cf. Lc 9,11), vuole che nasca una comunione di vita, espressa anzitutto in una comunione di mensa. Qui c’è già una prefigurazione del nuovo popolo di Dio, la Chiesa. I discepoli saranno i servitori di tale comunione.
Gesù prende il comando della situazione: “Non hanno bisogno di andarsene”. Il Signore sa perfettamente ciò di cui l’uomo ha bisogno. Conosce il nostro cuore meglio di noi e non gli sfuggono le nostre vere necessità. E aggiunge: “Voi stessi date loro da mangiare” (v. 16). È un comando che equivale a dire: Siate padri di questa gente, allo stesso modo del dovere umano dei genitori verso i figli. Inoltre la costruzione della frase greca è volutamente ambigua e oltre l'ovvio significato di sfamare la folla, sembra far intendere che i discepoli devono dare se stessi come cibo a quanti seguono il Cristo, come farà Gesù, che si donerà come pane ai propri seguaci (cfr. Mt 26,26).
La risposta dei discepoli è sconfortante: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” (v. 17). Eppure il Signore si serve di questo poco per sfamare la folla! “Portatemeli qua” - ordina Gesù. È un’espressione carica di significati: Gesù vuole il nostro “poco”, che per lui è già molto. Poi ordina ai discepoli di far sedere le folle per terra. In ciò, oltre al significato immediato che è quello di indurre la gente a un momento di pausa, di tranquillità, c’è anche un significato simbolico: ci si siede come chi sta a mensa. Gesù invita tali folle a un banchetto che, nella reminiscenza dell’AT, è il simbolo del banchetto messianico (cf. Mt 8,11). È lui che si rivelerà come il Messia che nutre il suo popolo. In tale contesto i discepoli si trovano nella stessa situazione di Mosè quando nel deserto il popolo chiede pane e carne. Sono cioè allibiti, perché il loro compito è troppo superiore alle loro forze. Mosè stesso si rivolge a Jahvé dicendo: “L’ho concepito forse io tutto questo popolo? (...) Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?” (Nm 11,11-12). Viene la voglia di scaricarsi di questa responsabilità...
Segue una serie di gesti compiuti da Gesù: prende i cinque pani e i due pesci; alza gli occhi al cielo; pronuncia la benedizione; spezza i pani; li dà ai discepoli. Sono gli stessi gesti dell’ultima cena.
Alla sua azione Gesù associa i discepoli, che sono invitati a prolungare il suo gesto. Distribuendo i pani alla gente, quale segno del dono di sé, i discepoli mettono a disposizione della folla tutto ciò che hanno e se stessi.
Alla folla non è dato solo cibo materiale, ma con esso lo Spirito, l'amore che ha originato il gesto della condivisione di Gesù e dei discepoli.
“Tutti mangiarono e furono saziati” (v. 20). Il “pane” di Gesù, che è il pane vero (cf. Gv 6,32), il pane dato ai figli, sfama tutti. Quella folla sfamata è simbolo di quel nuovo popolo che si nutre di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, che vive di Cristo, pane vero, pane che è per tutta l’umanità. Nutrirsi di Cristo è accogliere la sua Parola e meditarla, accogliere il suo corpo nell’Eucaristia, entrare nella sua morte e risurrezione. L’abbondanza del pane, al punto che i discepoli ne portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati, una per tribù, indica che tale pane rimane per tutti e per sempre!
Il Tesoro, la perla preziosa, la rete...
Continua il discorso parabolico iniziato due domeniche fa. Sono tre le parabole del Regno che il Vangelo oggi ci propone.
Il tesoro nascosto e la perla preziosa (Mt 13,44-46)
Le prime due parabole mettono l’accento sulla grandezza della scoperta. Come l’uomo e il mercante sono rimasti sopraffatti dalla scoperta del tesoro, così tutto impallidisce dinanzi alla scoperta dello splendore del Regno di Dio. La buona novella del suo avvento dona la grande letizia, orienta tutta la vita, si fa sequela di Cristo.
Da notare che nell’Antico Testamento diverse volte si rappresentava la sapienza come la perla più preziosa, quella che supera tutti i tesori di questo mondo. La sapienza come il tesoro assolutamente inestimabile, nei cui confronti tutti gli ori della terra messi su una bilancia sono un pugno di polvere. Gesù è la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita.
Le due parabole ci insegnano che:
- anzitutto bisogna cercare. Il mercante è un esperto e accanito ricercatore di perle preziose. Così, con tale perizia e costanza, il cristiano deve cercare la perla della sapienza.
- ma contemporaneamente è il Signore che si fa trovare. Di fatto il contadino non stava cercando, probabilmente stava lavorando su un campo che non è suo (tanto è vero che poi vende tutto per comperarlo). Il che significa due cose: che il nostro cuore è fatto per Dio, per cui non bisogna andare lontano per cercare il tesoro. Entrare in se stessi è il primo passo per trovarlo. Ma è anche vero che questa vicinanza del Regno di Dio è data anche dall’incarnazione del Figlio eterno che ci è venuto incontro e, in quanto risorto, agisce con il suo Spirito in noi.
- Il tesoro – cioè il Signore - va cercato anche nel campo, che non è nostro, ma che è opera del Signore, che è la Chiesa. Uno scopre che nella Chiesa è nascosta la verità del Signore, e attraverso di essa può non solo trovare il Signore, ma incontrarlo, specie nella sua Parola e nei sacramenti. La liturgia per sua natura è il luogo per eccellenza dell’incontro con il Signore. Non si può dunque semplicemente scavare e portarsi via il tesoro, come un ladro. Se si vuole possedere il tesoro è necessario investire tutto ciò che si possiede per entrare in possesso di tutto campo, ossia far parte pienamente della Chiesa. Non può rilevare solo una parte del campo, per esempio l'angolo in cui è nascosto il tesoro. L'uomo deve acquistare tutto il campo con tutta la sua proprietà[1].
- Oltre alla ricerca, bisogna anche decidersi. L’amore porta a de-cidere: taglia via ciò che non conta per amore di ciò che conta. Solo una passione grande rende indifferenti al resto. Non perché tutto perda significato, ma perché tutto finalmente ha il suo senso.
Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. E talvolta ci vuole anche coraggio nelle decisioni. Pensiamo al mercante: forse la moglie e i figli gli avranno detto: “cosa fai, ma sei impazzito? Forse la gente ha riso dell'uomo della parabola: ha comperato un campo arido, non ci arriva l’acqua e l’hanno truffato! ... Ma lui va avanti e sfida il ridicolo, perché sa che lì c’è il tesoro. È proprio l’atteggiamento contrario del giovane ricco che capisce dove sta il vero tesoro, ma non ha il coraggio di fare la scelta (Mt 19,16-22). A Gesù non bastano persone buone... vuole anche il coraggio delle scelte. Ci sono occasioni uniche che non si ripeteranno mai più.
La scelta che il mercante fa, e che ognuno di noi è chiamato a fare, non è disprezzo per il resto. Occorre, semplicemente, relativizzarlo, ridimensionarlo, avvertirne i limiti, subordinarlo alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno senza un atto di rinuncia, abbandono o, più precisamente,
- senza investire anche tutto ciò che si ha in vista di un bene migliore. Il campo e le perle preziose non vengono buttate, ma investite – con gioia e senza rimpianti – per acquistare ciò che vale (= indifferenza ignaziana, cioè libertà). Tutti i beni creati devono essere ordinati a tale scopo. È da notare che in controluce vediamo qui l’esperienza stessa di Matteo (il solo che riporta queste parabole): davanti al suo banco di gabelliere è passato Gesù, e da quel momento la sua vita è cambiata per sempre (Mt 9,9)!
- Evidentemente ciò implica l'investimento non solo delle cose, ma di tutto se stessi. Si deve dare tutto. La vita è data in pegno per il tesoro come prezzo del campo.
- La decisione è presa nella gioia. È la gioia di aver incontrato Dio che, come un dono, si è fatto trovare da chi lo cerca. Se non viene accolto rimane soltanto una profonda tristezza, come nel caso del giovane ricco. E ogni volta che si sceglie di accogliere Lui e di vivere la sapienza del vangelo – che implica il sapere – cioè la conoscenza – e il sapore – cioè il “gusto” della vita – il Signore ci conferma nella gioia. Per chi, infatti, segue con generosità il Signore, lo Spirito di Dio ci consola; diversamente il nemico procura in noi tristezza.
Infine una nota finale. Se l'uomo si decide di investire tutto sé stesso a causa della bontà (“ricchezza” del tesoro”) e della bellezza (la “perla”) del Regno, ciò significa che anche quando la Chiesa è inviata nel mondo ad annunciarlo deve mostrare con la propria vita –sostenuto anche dalla testimonianza della comunità cristiana – la bontà e la bellezza che hanno trasformato la propria vita.
Parabola della rete (Mt 13,47-50)
Questa parabola deve essere importante per Matteo, visto che è ricordata da colui che, esercitando la professione di pubblicano, non era per nulla esperto nella pesca.
In essa il Regno di Dio viene paragonato ad una rete da strascico, che viene trainata da due barche oppure viene calata con l’aiuto di una barca e poi tirata a riva con una lunga corda. Questa rete prende una grande quantità di pesci, buoni (commestibili) e cattivi (non commestibili secondo le regole del Levitico: 11,9-12, perché non hanno scaglie visibili). Davvero il Signore offre a tutti la salvezza. Il Regno dei cieli è un’opportunità unica, da cogliere al volo; altrimenti c’è il rischio di non scegliere mai, perdendo di fatto tale opportunità per la propria vita.
Ecco allora che questi pescatori, tirate le reti a riva cominciano la cernita. Questo lavoro quotidiano diventa agli occhi di Gesù una rappresentazione del giudizio di Dio quando finalmente il bene apparirà in tutto il suo splendore, mentre ora è tante volte confuso e irriconoscibile nel magma del male.
Ma nel frattempo occorre aver pazienza (vedi commento di Mt 13,24-30). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf. 2Pt 3,9). A lui tocca alla fine dei tempi il giudizio. Alla Chiesa, invece, di pescare. E di usare, in questo tempo che ci separa dal giudizio finale, la stessa pazienza di Dio, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia, invece, ha sempre la meglio nel giudizio di Dio (Gc 2,12s).
È poi anche una parabola di speranza. Sotto il pelo dell'acqua non si può giudicare quanto e quale pesce la rete sta raccogliendo. Solo alla fine, tirata a riva, si vedrà cosa ha pescato. Nessuno deve giudicare innanzi tempo chi è buono o chi è cattivo, puntando il dito sugli altri. Solo Dio conosce i segreti di ogni cuore e la strada tortuosa che ciascuno deve seguire per uscire faticosamente dal suo male personale.
Capiamo, allora, perché Matteo ha riportato questa parabola: egli stesso è stato oggetto della misericordia di Gesù. E, come Gesù, deve fare anche la Chiesa.
Avete capito queste cose?
È la domanda finale di Gesù. “Tutte queste cose” sono i vari aspetti del mistero del Regno (cfr. Mt 13,11). Se i discepoli rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, non è perché il loro intuito spirituale sia più fine di quello delle folle, ma perché è stata la loro comunione con il Maestro a dischiudere la loro comprensione.
Giungiamo così all’immagine dello scriba, che illustra la comprensione cui sono chiamati i discepoli. Probabilmente qui abbiamo un vero e proprio autoritratto di Matteo, che si riconosce in questo scriba divenuto discepolo. Qui lo scriba (grammatéus) è definito come uno divenuto ‘esperto’, cioè istruito (mathēteutéis).
In questa frase è espresso un paradosso: colui che deve insegnare è uno che impara mettendosi alla scuola, divenendo da maestro discepolo. In ciò l’evangelista non vede uno sminuire se stessi, ma anzi un realizzarsi pieno di sé; non a caso lo scriba divenuto discepolo è definito "padrone di casa", cioè persona pienamente sovrana delle sue cose, prima di tutto della sua stessa vita. Ebbene, questo padrone di casa trae dal suo tesoro, cioè dal suo cuore, dall’intimo della sua persona, cose antiche e cose nuove. Le cose antiche sono la rivelazione di Dio ad Israele, quelle nuove sono il compimento della promessa, che trova il culmine e realizzazione in Gesù.
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[1] Cfr. A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 64.
Il seminatore uscì a seminare... (Mt 13,1-23)
La parabola del seminatore che oggi leggiamo nel vangelo di questa domenica è anzitutto una illustrazione della missione di Gesù. Non dimentichiamo che Gesù stava vivendo un momento delicato, quello della “crisi galilaica”. I suoi erano venuti per prenderlo perché lo ritenevano pazzo e volevano portarlo via (12,46-50; cf. Mc 3,20-21). Eppure è proprio il fallimento, la croce, il segreto che Gesù dice negli orecchi che gli apostoli dovranno annunciare sui tetti (10,27): alla fine il bene è vincente! La croce di Gesù è principio di vita nuova!
Leggiamo ora la parabola.
“Uscì il seminatore a seminare”. Semina sulla strada, sui sassi e sui rovi. Perché tanto spreco? Alcuni di questi aspetti si spiegano meglio sapendo qual era la tecnica della semina. Innanzitutto, si seminava in un terreno che era rimasto incolto per tutta l’estate, da maggio a novembre, ed era stato spesso attraversato dalla gente e pascolato dalle greggi di pecore e di capre. Dopo la semina, si arava per interrare il seme nel suolo. Il seminatore, quindi, seminava tutto il terreno a disposizione, ma non sapeva esattamente dov’era il suolo buono e fertile. Seminava sugli stretti sentieri calpestati dalla gente che aveva attraversato il campo, lì dove la terra era dura e non lasciava entrare il seme. Seminava anche lì dove il suolo non era molto profondo, ed era spesso il caso in Israele, dove il terreno è quasi dappertutto roccioso. Il seminatore non poteva indovinare perché non si vede la roccia in superficie. L’aratro, inoltre, era molto primitivo e non dissodava il terreno in profondità. Questo spiega perché il grano poteva cadere in una parte dove crescevano spine e rovi che, più rapidi nella crescita, avrebbero impedito al grano di arrivare a maturità. Il seminatore, però, sapeva che da qualche parte il suo terreno era buono e gli avrebbe dato un bel racconto.
Si noti il rischio e la speranza del seminatore. Dal successo della semina dipende la vita della sua famiglia (il pane per tutto l’anno). D’altra parte sapeva, come già detto, che da qualche parte c’è un terreno buono che non lo deluderà. Se non fosse il caso, andrebbe a seminare altrove o cambierebbe mestiere.
Gesù è il buon seminatore. Ha seminato il seme della parola di Dio. Non è stato lì a scegliere il terreno: questo è bravo, quello no. Ha seminato come fa il seminatore: su tutto il campo. Ora attende il frutto del raccolto.
Lo sviluppo del grano avviene in diverse tappe: cade nel terreno (v. 4), germoglia (vv. 5-6), e cresce (v. 7). Nelle prime tappe un ostacolo (uccelli, roccia, spine) impedisce al grano di continuare il suo sviluppo naturale. Solo nella quarta tappa il grano arriva a maturità (v. 8).
“Parte di esso cadde lungo il sentiero…” (v. 4). I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. È l’esperienza di Gesù: in parte la sua Parola non è neppure accolta, non attecchisce, vola via. È la gente che non ascolta.
“Un’altra cadde su suolo sassoso…” (v. 5). Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene l’umidità dell’aria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma è un’illusione! Mancano le radici. È il caso di quando la parola ascoltata attecchisce subito, ma solo in superficie; dopo il primo entusiasmo - un fuoco di paglia senza consistenza - si secca.
“un’altra cadde sulle spine…” (v. 7). I rovi tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose “re” tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! Quindi anche in quelle persone in cui la parola sembra crescere non sempre tutto va bene, poiché c’è il rischio del soffocamento.
“Un’altra parte cadde in terra buona e diede frutto...” Per mal che vada, la semina del Regno è feconda al di sopra di ogni attesa. La resa del 30, 60, 100 per uno non era nemmeno immaginabile. Se i fallimenti del seme sembrano deludere la generosità del seminatore, che non bada al risparmio ma sparge a piene mani, l’immagine finale della grandiosa resa supera di gran lunga anche le più rosee prospettive che potesse nutrire l’immaginazione di un agricoltore dell’epoca.
La parabola non contrappone semplicemente gli insuccessi iniziali al successo finale che il Regno otterrà, ma illustra anche il suo paradossale ed irresistibile sviluppo, in cui il successo coesiste però con l’insuccesso (che resta solo parziale, mai totale).
Però ci vuole tempo. Il successo si ha solo dopo un processo lungo, che conosce una serie di insuccessi iniziali. Per questo il seminatore non si aspetta un risultato immediato.
Questa parabola intende perciò rispondere ai dubbi che si stanno facendo largo nel cuore dei discepoli e dei simpatizzanti di Gesù, i quali si chiedono come mai il messaggio del Regno stia incontrando tanta opposizione, e forse giungono a dubitare della sua reale riuscita. Anche il lettore di ogni epoca non fa difficoltà a riconoscersi in queste esitazioni. Ebbene, con questa parabola Gesù risponde a tali perplessità e addita lo stile dell’agire di Dio, il quale, con la sua debolezza, è più forte della potenza degli uomini. Ma la sua forza non si manifesta nell’evitare gli ostacoli, nell’annullare le prove, bensì nel far emergere e nel far riuscire il suo piano anche attraverso le contraddizioni e persino le opposizioni più dure. Ecco perché vengono enumerate le cocenti delusioni per la mancata riuscita del seme sui terreni inadatti. E se nel primo caso – quello del seme seminato sulla strada e divorato dagli uccelli – le attese non sono poi tanto frustrate, ben più grave è l’ultimo caso, quando il seme sembra ormai vicino alla maturazione. Il messaggio per il lettore è perciò di grande conforto, perché da una parte gli dice di non scoraggiarsi, dato che le difficoltà sono già previste, dall’altra di non venire meno nella fiducia, perché la resa finale lo sorprenderà e lo stupirà oltre misura. Allora egli capirà anche lo sperpero iniziale, che sembra caratterizzare lo stile del seminatore.
È chiaro che Gesù ci chiede uno sguardo di fede. Infatti anche se il bene sembra svanire e il male riuscire bene, alla fine il risultato è sorprendente. Perché è Dio che agisce nella storia. Al seminatore della parola spetta solo seminare.
Anche nella risposta ai discepoli che chiedono a Gesù: “Perché parli loro in parabole?”, viene ribadita la necessità della fede in Gesù: “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (v. 12). Cioè: a chi ha fede in Dio, a chi ha intimità, familiarità con Gesù, riceve sempre più intelligenza per comprendere e per vivere il mistero del Regno. Chi non ha questo, non capisce, non solo con la testa, ma anche non ne fa esperienza della verità di esso nella sua vita. E dove non capisco, è perché non voglio convertirmi. Per questo motivo, dice Gesù, si adempie la profezia di Isaia (ma è, in realtà, il messaggio di tutti i profeti) mandato a denunciare il peccato del popolo: “Voi udrete, ma non comprenderete...” (vv. 14-15; cf. Is 6,9-10). Ossia la Parola di Dio: luce per chi ha il cuore libero, tenebra per chi ha il cuore indurito. È per questa durezza del cuore che Gesù verrà ucciso.
Durezza del cuore che viene ribadita anche nella spiegazione della parabola stessa.
- C’è un cuore impermeabile nel quale la parola non attecchisce. È la situazione della semente seminata lungo la strada, che il nemico porta via. Il nemico è il ladro della parola. Egli cerca di convincerci con opinioni opposte.
- C’è il cuore nel quale la parola non mette radice. Sotto c’è il sasso. È la seconda esperienza. La parola non attecchisce in profondità perché il cuore è invaso dalle paure, dalla mancanza di fede, dalla disperazione che mi pietrifica. Ma la Parola di Dio può vincere queste disperazioni, queste paure dandomi appunto la speranza.
- La terza esperienza è la parola tra le spine. Il testo parla di “preoccupazioni del mondo” e di “inganno della ricchezza”. Non si è mai contenti, si vuol avere sempre di più, pensare come fare a guadagnare di più, si è sempre con il pensiero lì e non si ha mai il tempo di pensare agli altri e al proprio stesso bene. È chiaro che questa ricchezza non è solo quella materiale: c’è anche la ricchezza culturale di chi fa sfoggio delle proprie conoscenze, e quella dello 'status sociale', per cui ci si vanta della propria posizione sociale. Infine c’è anche la ricchezza “spirituale” di chi cerca solo di... accumulare “meriti”, senza accorgersi che, in realtà, il suo cuore è ben lontano dal Signore. Per questo bisogna recuperare l’intuizione di Maria: ai piedi di Gesù ella ascolta la parola. Prima ancora di fare qualcosa di materiale, come fa invece Marta, è necessario porre ascolto alla parola di Gesù che, scrutando il cuore, lo libera dalle false ragioni.
- Infine c’è l’esperienza del seme seminato sulla terra buona. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dell’amore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paura e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda.
Termino con un'ultima riflessione. Quello che ha fatto il Seminatore con noi, che con abbondanza ha seminato la sua parola di luce e di vita nel nostro cuore, anche noi dobbiamo farlo verso i fratelli. C'è bisogno di seminatori che continuino la missione di Gesù. Per questo è importante che sappiamo gestire la nostra bocca, evitando non solo linguaggi e argomenti sconvenienti, ma anche inutili, futili, per far sì che dal silenzio del nostro cuore escano solo parole convenienti, costruttive... parole che riflettano quello che già stiamo vivendo nella nostra vita. Allora saremmo degli evangelizzatori nel nostro tempo.
Ti rendo lode, Padre... (Mt 11,25-30)
È bello vedere come, dopo aver rimproverato le città di Corazin, Betsàida e Cafarnao (vedi brano precedente) perché piene di sé, supponenti, Gesù non si chiude nell'amarezza, ma esplode in un grido di gioia: “Ti benedico, o Padre”, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” .
Il testo parla di “sapienti e intelligenti”. Sono coloro che ritenevano di possedere una conoscenza profonda dei misteri di Dio. Si “credono” sapienti e intelligenti pur rifiutando la rivelazione divina. Pensiamo, in concreto, ai capi del popolo, ai dottori della legge, agli aderenti a varie sette del tempo (Esseni, Qumranici, seguaci di gruppi apocalittici). Del resto, il paradosso di sapienti che non capiscono e di intelligenti che non intendono era stato già sottolineato dai profeti, in particolare da Isaia. Al popolo che onora Dio con le labbra Dio lancia la minaccia: «perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l'intelligenza dei suoi intelligenti» (Is 29,14). E, subito dopo, aggiunge: «Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele» (Is 29,19).
Chi sono invece i “piccoli”? In greco la parola è “nepioi” , cioè “infanti” . È la gente semplice che, senza aver studiato molto e senza conoscere la teologia, può aprirsi al mistero del Regno. È la “dotta ignoranza” del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. A quest'ultimi, infatti, Dio ha “nascosto” “queste cose” proprio perché pensavano di sapere chissà che cosa.
Queste parole di Gesù sono quindi un monitor molto forte a mantenere puro il nostro cuore. Altrimenti non lo potremo conoscere. Potremo studiare, avere una vasta cultura religiosa, ma mai averlo conosciuto.
«Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (v. 26). È un'espressione che ci scuote, perché ci fa capire che il mistero di rifiuto e quello di accoglienza è parte del piano divino. In questo piano è contenuto il mistero della croce.
«Tutto mi è stato dato dal Padre mio...» (v. 27). Con queste parole Gesù afferma:
- di avere la piena conoscenza del mistero di salvezza e tutta la regalità, con il potere che ne consegue “in cielo e in terra” (cfr Mt 28,18);
- di essere il Figlio, e come tale è in relazione reciproca con il Padre.
- Di conseguenza Egli è il rivelatore del Padre.
"Siamo di fronte a una sintesi della storia della salvezza, dove appare il primato di Gesù, la sua divinità, la sua relazione con il Padre, il suo essere nella Trinità. (...) È un mistero che soltanto attraverso il superamento della ragione e l'ingresso nell'oceano infinito di Dio, possiamo accettare. E quando recalcitriamo contro il progetto di Dio nella nostra vita, contro gli avvenimenti, contro il modo con cui il Signore ci tratta, di fatto noi non accettiamo che Gesù riveli il Padre, che lo riveli nell'umiliazione e nella croce, non accettiamo il rapporto privilegiato di Gesù con il Padre, che Gesù sia Dio”. [1]
Il vangelo poi continua con l'invito di Gesù: “Venite a me...”. Invita tutti quelli che si riconoscono “affaticati e oppressi” a venire a lui.
Si noti che quel “ Venite ” Gesù lo aveva usato per chiamare i primi discepoli a seguirlo. La vita è dura per tutti, tutti – sebbene con diverse gradazioni – sono sottoposti al peso della fatica del vivere, al peso delle delusioni, degli insuccessi, dell'ambiente meschino, del peso dell'ingiustizia e della falsità.
“Venite a me” è un invito diretto che Gesù fa a tutti, ma che solo i piccoli ai quali il Padre ha rivelato il mistero di Dio, che è l'amore – come si legge nel brano precedente –, solo questi piccoli sanno rispendere all'appello di Gesù. I sapienti e gli intelligenti di questo mondo non credono di aver bisogno di Lui, bastano a se stessi.
A coloro che accolgono la sua chiamata promette: “ e io vi ristorerò ”. In greco la parola ἀναπαύσω qui impiegata in realtà significa “riposo”. Parola che richiama il riposo del settimo giorno in Genesi 2,2, il sabato che è il compimento della creazione. Ciò che Gesù promette a chi viene a lui, allora, non è il semplice ristoro, ma anche il compimento dell'uomo, che è Dio; lui ti dona l'amore stesso del Padre. Un giorno, nel sabato eterno, questo compimento sarà pieno; ma già oggi Gesù ci introduce nella vita trinitaria, nell'amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Già oggi posso pregustare il paradiso insieme alle fatiche della vita che non vengono meno.
Per questo Gesù subito dopo dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi” . Sappiamo bene che la parola “giogo” indica quello che si metteva sull'animale per utilizzare le sue energie, per arare, tirare il carro, lavorare, in modo che la sua energia sia utile. Così il “giogo” di Gesù è ciò che ci fa camminare nella vera libertà, orientando le energie verso il bene, seguendolo nella via dell'amore. Ci chiede di imparare ad amare, ed allora entreremo nella dolcezza della vita. Perché l'amore è dolce per chi ama.
Portare il “suo giogo” è il cammino che Gesù propone ad ognuno di noi. I nostri “pesi”, quando vengono assunti con amore e vissuti come “croce”, diventano più leggeri e sopportabili, perché diventano un luogo di “incontro con Gesù”.
“ Imparate da me che sono mite e umile di cuore …”. La mitezza è espressione della vera natura dell'amore che si fa “debole” di fronte alla violenza . In tutta la passione Gesù esprime il vero volto di Dio che non distrugge il maschio con la sua “collera”, ma facendosi debole, vulnerabile, sofferente. Si fa carico di esso per distruggerlo dall'interno, per trasformare il massimo maschio in massimo bene.
Poi Gesù ci invita ad imparare anche la sua umiltà. In greco c'è “tapino”: è il piccolo, l'umile, il servo, l'ultimo. L'amore è sempre umile: stima l'altro superiore a se stesso, fino a dare la vita per l'altro. Senza umiltà non c'è amore, c'è solo prepotenza. E la sapienza di Gesù, mite e umile di cuore, è la sapienza dell'amore.
Se vogliamo seguirlo nella via dell'amore dobbiamo far nostri questi atteggiamenti del cuore di Gesù, dobbiamo conformarci a lui. E sperimenteremo davvero che la legge dell'amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. È un peso che lo rende leggero.
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[1] Carlo Maria Martini, Briciole dalla tavola della Parola , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 396.
In questa domenica il mattino la liturgia ci propone le letture della XIII domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo è quello di Mt 10,37-42, nel quale Gesù esige dal cristiano una dedizione radicale; totale, preferenziale. Radicale perché va alla radice di tutti gli affetti; totale perché abbraccia tutta la vita; preferenziale perché, pur essendoci degli affetti legittimi, importanti, comandati da Dio nel quarto comandamento, Gesù si pome imperiosamente come Colui a cui tutto è da subordinare, persino gli affetti più cari. Soltanto un Figlio di Dio può parlare come Gesù ha parlato, soltanto Dio può avere tali esigenze.
Ma già nel pomeriggio e per tutto lunedì 29 Giugno si celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo apostoli.
- Per questa solennità la liturgia ci propone il vangelo del dialogo del Risorto con Pietro dopo la pesca miracolosa e il pasto sulla riva del lago. Tre sono le domande che Gesù pone a Pietro: "Mi ami tu?". Nelle prime due gli chiede se egli lo ama (verbo agapao) di un amore pieno, disinteressato, e solo nella terza scende ad un livello diverso, quello dell'amore tipico della relazione di amicizia (verbo fileo). Ed è significativo che per tre volte Pietro gli risponde e riceve da Gesù la seguente missione: “pasci i miei agnelli” (prima volta), “pasci le mie pecorelle” (seconda e terza volta). Ora che Pietro ha sperimentato la propria debolezza, egli è paradossalmente pronto ad affrontare la missione che il Signore gli dà. Perché ha imparato a non fidarsi più di sé, ma solo del Signore e dell'amore che Egli ha per lui. Qual è la missione che il Risorto affida a Pietro? Gli chiede di preoccuparsi perché non manchi al gregge – che rimane di Gesù – il necessario, incominciando dagli “agnelli”, cioè dai piccoli, dai più deboli; significa difenderli dai pericoli disposto a dare la propria vita perché abbiano la vita; poi anche le pecore, che vanno guidate. L’evangelista ci invita quindi ritornare con il pensiero al brano di Gesù pastore (cap. 10). Gesù è colui che cammina innanzi al gregge, che è riconosciuto dalle pecore al timbro della voce, che vuole che le sue pecore trovino pascolo, che offre la vita per esse, che le conosce a fondo e per loro dà la vita. Queste stesse caratteristiche vengono ora riferite a Pietro. È questa la missione affidata a Pietro: quella missionaria (Gesù nel cap. 10 parla di “pecore che non sono di questo ovile”) e, insieme, essere guida spirituale di coloro che hanno abbracciato la fede (le pecore seguono il pastore).
- Nella prima lettura, un brano tratto dal cap. 3 degli Atti degli Apostoli, possiamo contemplare come Pietro vive la missione che il Risorto gli ha affidato. Pietro e Giovanni salgono al tempio alle tre del pomeriggio per assistere al sacrificio della sera e, presso la porta detta Bella, incontrano lo storpio. Si noti che è la stessa ora nella quale Gesù morì in croce (Lc 23,44). Luca sottolinea due volte che era l'ora nona. Ed è proprio in quest'ora che avviene il miracolo della guarigione dello storpio.
La citazione della porta “la bella” del tempio indica che la menomazione fisica dello storpio lo teneva fuori dal tempio, non poteva quindi entrare e pregare. L'essere storpio, infatti, appartiene a quella serie di malattie che impediscono l'aggregazione all'assemblea cultuale.
Quest’uomo era "storpio fin dalla nascita". Questo ricorda l'episodio del cieco fin dalla nascita (Gv 9). Questo uomo rappresenta ogni uomo che, fin dal ventre di sua madre, cioè prima di nascere, non sta in piedi. Poi, quando diventa grande, sta fisicamente in piedi, ma non sa dove andare, non sa da dove viene e non sa dove va. Se cammina va errando di qua e di là senza sapere dove. Lo storpio è l’immagine di questo uomo che, in fin dei conti, non può fare il cammino che conduce alla meta: andare verso Dio e verso i fratelli.
Lo storpio viveva dell’elemosina dei pii giudei che frequentano il tempio. Nelle persone di Pietro e Giovanni la Chiesa s’incontra con la miseria umana.
"Costui, vedendo Pietro e Giovanni..." (v. 3). Come ha fatto questo cieco vedere Pietro e Giovanni? Non è che li vede con la vista, semplicemente avverte la presenza di questi due soggetti, a lui sconosciuti, ai quali chiedere per ricevere elemosina. È quel vedere cieco che abbiamo anche noi; è lo sguardo di chi non vede negli altri delle persone, ciascuna con la propria identità e doni, ma solo dei soggetti a cui chiedere l'elemosina. Il pensiero di chi è così cieco è questo: “cosa posso ricevere da queste persone? Cosa possono darmi?”.
"... li pregava per avere qualcosa in elemosina". Il cieco chiede soccorso al passante. Pietro non possiede il denaro dei ricchi, quel denaro che risponde alle attese immediate del mendicante, ma che diventa anche facile alibi per non prendersi carico della sua persona umana. Pietro e Giovanni, insieme, stabiliscono un contatto con quell’uomo (è da notare lo sguardo fisso – si interessano cioè della persona dell'indigente – e poi, dopo le parole, Pietro gli prende la mano destra), ne amplificano le attese, ma deludono il suo bisogno immediato: "non possiedo né oro né argento". Gesù aveva detto: "Non portate né denaro, né bastone, né bisaccia, né pane, né due tuniche" (Lc 9,3). Ma hanno con sé il vero tesoro: "quello che ho te lo do". Che cosa noi abbiamo e che possiamo dare? Abbiamo il fatto di essere figli di Dio, di essere fratelli nella fede, di ricevere tutto, ma non in elemosina, bensì come dono, come grazia, vivendo così nella gratitudine e stabilire relazioni positive con i fratelli. Il non capire la grandezza di questo tesoro che ho ricevuto, anche se non possiedo niente, è una grande disgrazia per chi si professa cristiano!
Solo a questo punto Pietro gli annuncia la possibilità nuova e inattesa: gli ordina di alzarsi e di camminare "nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno...". È la parola efficace che in nome di Gesù lo fa rialzare. Il nome (= la persona) di Gesù è sotēr /salvatore e soltanto lui può offrire salvezza! Di conseguenza, quando pronunzia queste parole, Pietro dice che gli apostoli parlano e agiscono nel nome di Gesù e col potere di Gesù, e che anche l’infermo deve rivolgersi a lui e in lui riporre la sua fiducia. Si presume che l’infermo abbia sentito parlare di Gesù e delle guarigioni da lui compiute. Ora Pietro cerca di dimostrare che il Gesù di allora, Gesù di Nazareth, è il Vivente, ha ancora lo stesso potere ed è stato costituito Messia e Signore.
"... alzati (ἔγειρε) e cammina"». Quello che segue – come indica anche l'imperativo ἔγειρε – è un racconto di “risurrezione”. Pietro, preso lo storpio per la mano destra, lo solleva dalla situazione passiva e, mediante la nuova relazione che Pietro ha stabilito con lui – è il Signore che agisce, ma lo fa attraverso noi che invochiamo il suo Nome e agiamo come figli – "i suoi piedi e le sue caviglie si rinvigorirono, e balzando in piedi si mise a camminare". Ora lo storpio entra finalmente nel tempio – dal quale la sua infermità lo aveva escluso – "camminando, saltando e lodando Dio". È un uomo ‘ricostruito’ fisicamente e spiritualmente che Pietro restituisce alla vita. Così viene ristabilita la relazione di quest'uomo nella relazione con gli altri e con Dio. È importante ricordare qui Is 35,6, dove si parla del tempo messianico come un tempo in cui "lo storpio salterà come un cervo". Dunque la salvezza di Dio già presente nei gesti guaritori di Gesù ora continua a rivelarsi a favore degli uomini tramite gli apostoli.
- Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, San Paolo ci afferma: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani..." (Gal 1,14-15). Paolo adopera alcune espressioni teologiche molto importanti. Innanzitutto dice che Dio lo aveva scelto "fin dal seno di sua madre" e usa una espressione dell’Antico Testamento, adoperata da Geremia per se stesso e dal profeta Isaia per quella figura del «servo di JHWH». Paolo, scrivendo questo testo molti anni dopo, avendo riflettuto sulla sua esperienza dice: “Dio da sempre mi aveva scelto, ma mi ha chiamato in un momento preciso” e la chiamata consiste in questo: «si compiacque di rivelare a me suo figlio». Il verbo “rivelare” in greco è il verbo dell’apocalisse; Paolo dice: “Dio mi ha rivelato suo Figlio”, ha tolto il velo dai miei occhi e mi ha fatto capire chi era suo Figlio.