Padre Michele
Battesimo del Signore
La festa del battesimo di Gesù offre un’occasione privilegiata per ripensare alla nostra identità cristiana e alla missione di cui siamo portatori. Le letture, infatti, presentano due figure, che la tradizione cristiana ha strettamente congiunto: il servo di JHWH e Gesù di Nazareth, ambedue investiti di un mandato impegnativo e amaro. Nonostante l’apparente sconfitta, la loro missione raggiunge il compimento nella fedeltà al progetto di Dio.
La prima lettura (Is 42) appartiene a quei testi chiamati «canti del servo del Signore»; in essi, infatti, è presente la figura misteriosa di un personaggio che non è mai chiamato per nome e che viene sempre indicato col titolo di «servitore», il quale appare dotato di un compito straordinario: è chiamato a portare il diritto di Dio alle nazioni. Il diritto, qui, ha il significato di salvezza, legge che fa vivere. Il servo si rivolge agli esseri umani che hanno bisogno di liberazione, perché è inviato a restituire la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri, la dignità ai poveri. A questa superba missione si contrappone la fragilità del personaggio chiamato a espletarla: il servitore è un profeta disarmato, senza appoggi umani, rivestito solo della fragilità della Parola. Egli ha la forza dei miti: non grida, perché la Verità non ha bisogno di una voce alta e imponente per farsi strada e non cerca scorciatoie per essere acclamato dalle piazze. Si rivolge ai piccoli e ai poveri, che stanno per spegnersi o per spezzarsi, sottoposti come sono all’urto di violenze imposte dalla vita e da coloro che contano: situazioni troppo pesanti per le spalle dei poveri. Entrerà nel regno dei fabbricanti di morte disarmato, indossando l’unica corazza in grado di sconfiggere la morte: l’amore. Perché solo l’amore è più forte della morte, e solo l’amore possiede la capacità di far germogliare il deserto e far lievitare il negativo della vita.
La vicenda di Gesù s’intreccia indissolubilmente con quella del servo di JHWH. Il brano evangelico, infatti, presenta le prime parole che, secondo Matteo, Gesù pronuncia rivolte al Battista, al momento del battesimo: «Lascia per ora, perché così adempiamo ogni giustizia», ossia il disegno salvifico di Dio che vuole salvare tutti gli uomini. Gesù vuole farsi battezzare da Giovanni perché in tal modo esprime con tale gesto la scelta fondamentale che Gesù condurrà avanti tutta la vita. È il Figlio che, conoscendo l’amore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratelli: si mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realtà, solidale con loro in un amore più grande della morte. L’immersione nell’acqua è il gesto di chi, non conoscendo peccato, si è fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21). Mentre Adamo affogò nella morte per essersi innalzato nella disobbedienza, Gesù si annega nell’obbedienza del Padre che l’ha mandato a cercare ciò che era perduto. Colui che toglie i peccati del mondo, che ha creato lo sterminato universo compresi i mari, gli oceani e tutte le acque che scorrono sulla faccia della terra, scende ora in questo rigagnolo. Lui, la sorgente d’acqua viva, cosa può ricevere da queste acque? A cosa gli serve scendere in esse?
I Padri della Chiesa danno una chiara risposta: “Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi” (S. Gregorio di Nazianzo, Disc. 39 per il battesimo del Signore). E non solo purifica le acque, ma prende su di sé tutti i peccati che, simbolicamente erano depositati in quelle acque dove i peccatori andavano ad immergersi, e li distrugge con la sua morte in croce.
Il Padre stesso commenta il gesto di Gesù, rivelando ai presenti la missione del Figlio: “Questi è Figlio mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Il Padre si compiace dell’obbedienza del Figlio per mezzo del quale l’uomo otterrà la salvezza.
“il cielo si aprì...” (vv. 21-22). Nel NT troviamo l’apertura del cielo in occasione di visioni negli Atti (At 7,55-56; 10,1). Nell’Apocalisse la parte delle visioni è introdotta con una parta aperta nel cielo (Ap 4,1); si vede poi l’apertura della porta del Tempio di Dio in cielo (Ap 11,19) e ancora la visione del cielo aperto in Ap 19,11. In Gv 1,51 è promesso: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio che salgono e scendono sul Figlio dell’uomo”. La rimozione del velo opaco, che secondo la concezione del tempo divide il cielo dalla terra, simbolicamente significa che è rimosso ogni ostacolo alla separazione di Dio e degli uomini. L’inizio della missione di Gesù, inaugurata dal battesimo, segna la riconciliazione dell’umanità con Dio.
“…ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui”. Questa discesa dello Spirito coincide con l’investitura messianica di Gesù. Diversi testi dell’AT confermano questa idea. Quando Saul viene «unto» e designato come re d’Israele, lo «Spirito del Signore irrompe» su di lui (1Sam 10,6.10) per confermarlo nella sua nuova funzione. Lo Spirito del Signore irrompe su Davide subito dopo la sua unzione (1Sam 16,1-13; si veda specialmente 16,13). Altri testi come Is 11,1-2 e 61,1 illustrano ugualmente il fatto che lo Spirito del Signore è dato al messia scelto da Dio. La voce che viene dal cielo suggella questa investitura, perché il titolo di «Figlio di Dio» ha alcune connotazioni regali, come per esempio nel Sal 2,7 dove il re dice: «Proclamerò il decreto che il Signore ha pronunciato: “Mio figlio sei tu, io in questo giorno ti ho generato!”». L’oracolo del profeta Natan al re Davide (2Sam 7,14) utilizza anch’esso questo vocabolario quando Dio dice del re: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio».
In questo testo, Dio però non elargisce il suo Spirito al re, ma al suo «servo», Gesù, un servo che «proclama il diritto alle nazioni». Gesù si fa servo e porta a compimento la profezia del “servo” del profeta Isaia (prima lettura).
“Ed ecco una voce dal cielo...”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. È la prima volta che parla, confermando Gesù come figlio. La seconda volta aggiungerà per noi: “Ascoltatelo” (17,7), rivelando in tale modo anche la nostra vocazione: ascoltare lui, perché lui è il Salvatore. Per ascoltarlo è però necessaria una condizione: mettersi in fila con i peccatori, così come ha fatto lui. È l’atteggiamento di chi non scarica le colpe sugli altri. Più che lamentarci degli altri dobbiamo lamentarci di noi stessi. Un giorno Cristo ammonirà severamente: “Guai a voi che ora siete sazi” (Lc 6,25). Beati piuttosto coloro che sanno mettersi in discussione. Beati coloro che ammettono di aver sbagliato, di aver provocato e di provocare guai nel mondo, nella Chiesa, nella società, oltre che nella propria esistenza spirituale. Soltanto questa ammissione ci permette di non illuderci di essere arrivati, di abbattere l’orgoglio (anche spirituale) e di incontrare davvero Cristo che ci salva.
“Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. Attraverso di lui il Padre stabilirà “una nuova Alleanza per il popolo” (Is 42,7), ristabilendo il rapporto di amicizia con gli uomini. Lo Spirito-colomba è araldo di questa notizia straordinaria con cui inizia la rinascita di cieli e terra nuovi (vedi il ruolo della colomba nei racconti del diluvio: Gen 7-9). Richiama anche lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2). Il battesimo di Gesù è una creazione nuova che porta la pace definitiva, una vita al di là e al di sopra di ogni male, che non sarà più distrutta.
Le parole che il Padre pronuncia nel Battesimo di Gesù, desidera pronunciarle anche su ciascuno di noi: sei “il figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”. Vuole compiacersi quando viviamo la nostra fede nella conformazione a Cristo, quando come autentici figli nel Figlio ci lasciano immergere nell’abisso delle acque di morte, di violenza, di male che oggi abitano nel nostro mondo, per vincere il male con il bene, per contribuire come «servi» docili nelle mani del Signore a far sì che l'amore trionfi sul male e il Regno di Dio si espanda nel mondo nel quale viviamo.
Epifania del Signore
Le tre letture della manifestazione del Signore Gesù ci invitano ad alzare la testa per scrutare la salvezza che Dio ci offre, per cambiare la storia degli uomini e dei popoli che lo accolgono con fede.
Nella prima lettura (Isaia 60,1-16) troviamo la visione di Gerusalemme che, ammantata di luce, illumina il cammino dei popoli. La luce richiama la salvezza e la vita; senza luce si cammina nelle tenebre e “venire alla luce” rappresenta il salto primordiale sulla scena della vita. Gerusalemme è chiamata a questo compito: è chiamata a testimoniare la luce di YHWH davanti a tutti i popoli. Nel tempo che viviamo, assistiamo ancora una volta, alla smentita di questa promessa. Anche nel 2026 Gerusalemme è segno di contraddizione e di lotta e non di alleanza con/per tutti i popoli della terra. Ma la vocazione a diventarlo non viene meno.
Nella seconda lettura (Efesini 3,2-6) San Paolo ci ricorda che i pagani sono chiamati a far parte dell’eredità dei santi.
Nel Vangelo l’arrivo a Gerusalemme dei magi, quindi degli stranieri in cerca del Messia, ci dice che i «lontani» hanno ora accesso alla salvezza. Ma c’è anche il pericolo – di cui dobbiamo ben guardarci – che i «vicini», quindi anche noi credenti, rimaniamo ciechi, incapaci di accogliere la salvezza di un Dio che si offre a noi nei segni della povertà, dell’umiltà, nella piccolezza che è la grandezza di Dio, del Dio amore.
Parlando dei magi, l’evangelista non intende soddisfare la nostra curiosità, non si sofferma sull’identità dei personaggi, sul loro numero, sulla strada percorsa, sulla provenienza dall’oriente, sulla designazione rabbinica dei gentili come “adoratori delle stelle”, ecc., ma evidenzia il loro atteggiamento: sono dei ricercatori di Dio. Invece tutta la città di Gerusalemme, insieme ad Erode, in netto contrasto con l’atteggiamento dei magi, non accoglie il suo Re, il Messia atteso da secoli.
Soffermiamoci ora sull’atteggiamento dei magi.
Cosa cercavano i Magi? Quale motivo li ha spinti ad intraprendere un così lungo viaggio? Non è da escludere che l’attesa messianica di Israele sia stata trasmessa ad altri popoli dell’oriente, che l’hanno fatta propria. Quindi la ricerca di un messia. Ma allo stesso tempo cercano un re. Forse la profezia di Balaam, che non era ebreo e servo di altri dèi, era nota anche fuori di Israele. Non per nulla i magi giunti in Giudea si recano nella città regale di Israele ed entrano nel palazzo del re
Si sono lasciati guidare dalla stella. La stella, però, non li ha accompagnati a passo a passo durante il lungo viaggio. Per eliminare tutte le incertezze, sgomberare le difficoltà del cammino. Hanno percorso faticosamente la loro strada, affrontandone i rischi, le oscurità, i dubbi, gli imprevisti. Non c’è ricerca di Dio lungo un’autostrada dello spirito tracciata definitivamente dagli altri. Eppure questa è la tentazione sempre presente in molti cristiani. Pretendono una strada sicura, diritta, perfetta. Con cartelli segnaletici ben visibili e completi di indicazioni di ogni genere. Ossia una risposta esatta, indiscussa, per ogni genere di problemi, quasi che il cristianesimo fosse una macchinetta automatica... C’è, invece, un cammino sempre diverso da percorrere, da scoprire, inventare. La fede non è mai rassicurante. È, piuttosto, un rischio. Il credente è uno che segue itinerari imprevedibili, che esplora territori sconosciuti.
I Magi hanno poi saputo vincere la delusione. Hanno posto la domanda. Il re Erode, che tiene a disposizione uno stuolo di “esperti” - i capi dei sacerdoti e gli scribi - li consulta. Essi, dopo aver cercato affannosamente nelle Scritture, confermano che, sì, effettivamente a Betlemme doveva accadere qualcosa... Sta scritto nel Libro: “[Tu sei] la più piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda: da te infatti uscirà un capo”: Mi 5,1; e: “Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”: 2Sam 5,2)[1]. Sanno tutto di una geografia dove però loro non hanno mai messo piede, né intendono muovervi un passo. I Magi sono incaricati dal re di fare da esploratori per conto dei sedentari che sanno tutto e poi di tornare a riferire circa le loro eventuali scoperte. Così anche i professionisti della Scrittura, a due passi dall’avvenimento, sono rimasti al loro posto, inchiodati alle loro cattedre, interessati soltanto teoricamente a quell’evento. Informati, ma non coinvolti. Sanno tutto, ma la strada la lasciano percorrere agli altri.
Così anche per il nostro itinerario di fede. Si tratta di non permettere che la delusione ci abbatta, non desistere anche quando incocciamo dei maestri che tengono in tasca tutte le risposte per ogni genere di problemi, ma sono sprovvisti dell’unica risposta che ci interessa: quella vitale.
L’adorazione. Giunti a Betlemme videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. I magi sono maestri nell’atteggiamento corretto nei confronti del soprannaturale: di fronte al bambino Gesù, rivelazione del mistero nascosto da secoli, si prostrano in adorazione. Quando ad-oro divento intimo di Dio, partecipando alla sua vita, al suo mistero. Letteralmente la parola stessa “adorazione” deriva dal latino “portare alla bocca”. Adorare significa entrare in comunione di respiro, di anima. Il bacio, nella Bibbia, ha questo intimo significato. La condivisione personale dell’alito, della vita. E la adorazione biblica racchiude in sé questa valenza così personale e forte, quasi intima. È quindi il contatto intimo con Cristo il centro da cui sgorga ogni dono successivo a Dio e ai fratelli. La nostra ricerca ci deve portare ad adorare prima di ogni altra cosa. Come hanno fatto magi.
Il gesto di adorazione dei magi contrasta spesso con quello dell’uomo d'oggi. C’è poca fede e la pratica religiosa è bassa, c’è però una grande attesa e ricerca di ciò che è soprannaturale e misterioso, di ciò che supera le leggi della natura, di ciò che è inspiegabile, che è circondato da un alone di mistero; ne sono testimonianza il successo di programmi televisivi che si occupano di questi fatti e soprattutto la fortuna - anche economica - di maghi e astrologi a cui molti si rivolgono, con il risultato di sborsare anche ingenti somme di denaro. Pensiamo poi a certa ingenuità diffusa nel credere a indovine di passaggio, che spesso si rivelano abili truffatrici, o ancora alla frequente consultazione di oroscopi prima di intraprendere qualsiasi scelta. Sono tutti fatti che comunque testimoniano come oggi molti non sono soddisfatti della loro vita, della loro situazione e sono alla ricerca di qualcosa che oltrepassi la propria capacità di comprendere le cose. Non sempre però si tratta di attese ben orientate, spesso si va alla ricerca di un soprannaturale e di un misterioso che in realtà si vuole dominare per piegare alle proprie esigenze, illudendosi di indirizzare a proprio favore gli eventi della vita come se bastasse qualche rito e qualche formula per piegare potenze superiori.
L’offerta dei doni. Dei magi si dice, letteralmente, che “aperti i loro tesori, offrirono a lui doni, oro e incenso e mirra”. È l’ultimo gesto che essi compiono in un prolungato atteggiamento di adorazione. Dei doni offerti a Dio senza adorazione c’è il rischio che si trasformino in merce di scambio per un rapporto clientelare.
I padri della Chiesa hanno dato un significato simbolico alle offerte dei magi, vedendo raffigurate in esse tre prerogative di Cristo: la regalità, la divinità, l’umanità (nella carne di Gesù si ha l'alleanza con l'umanità da lui redenta, ma è anche richiamo della passione del salvatore). È ciò che esprime anche un inno della liturgia: “Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale, la mirra annunzia l’Uomo, deposto dalla croce”.
Effettivamente l'oro è simbolo di regalità; i magi, dunque, riconoscono il Signore come loro re. E con tale riconoscimento mettono fine al sono di restaurazione politico del regno d'Israele. Gesù è venuto a realizzare il regno di Dio, regno che non è limitato ai soli Giudei, a un popolo, a una religione, ma è esteso a tutti quegli uomini che accettano di essere amati da Dio. L'evangelista anticipa così nell'episodio dei magi le parole di Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).
L'incenso era l'elemento specifico del servizio sacerdotale, adoperato in modo particolare nelle offerte di ringraziamento (Lv 2,1-2; 1Sam 2,28). Ebbene, i magi, che in quanto stranieri sono “pagani peccatori” (Gal 2,15), offrendo l'incenso, svolgono verso Gesù il compito dei sacerdoti, gli unici che potevano rivolgersi direttamente alla divinità nel culto. Il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più esclusivo di Israele (Es 19,6), ma viene esteso a tutti i popoli, pagani e peccatori compresi (1Pt 2,9; Ap 5,10).
Infine la mirra. Nella scrittura questa resina, dall'intensa fragranza, è il profumo con il quale l'amante conquista il suo amato (“Ho profumato il mio giaciglio di mirra”, Pr 7,17), simbolo dell'amore della sposa per lo sposo (Ct 5,5; Est 2,12). Il rapporto tra il Signore e il suo popolo veniva raffigurato dai profeti con i tratti di un matrimonio, dove Israele era la sposa del suo Dio: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Os 2). Anche il privilegio di essere la nazione sposa del suo Dio non è esclusivo di Israele, ma è esteso alle nazioni pagane, delle quali i magi sono i rappresentanti.
La mirra poi può essere anche interpretata come segno della passione di Gesù. “In effetti, nel Vangelo di Giovanni compare la mirra dopo la morte di Gesù: l'evangelista ci racconta che Nicodemo, per l'unzione della salma di Gesù, aveva procurato, fra l'altro, anche la mirra (cfr. 19,39). Così, il mistero della Croce, mediante la mirra, viene nuovamente collegato con la regalità di Gesù e si preannuncia in modo misterioso già nell'adorazione dei Magi. L'unzione è un tentativo di opporsi alla morte, che solo nella corruzione raggiunge la sua definitività. Quando al mattino del primo giorno della settimana le donne giunsero al sepolcro per effettuare l'unzione, che, a causa dell'immediato inizio della festa, non era stato più possibile eseguire alla sera dopo la crocifissione, Gesù era ormai risorto: Egli non aveva più bisogno di della mirra come mezzo contro la morte, perché la vita stessa di Dio aveva vinto la morte”[2].
Con questo significato dei doni, allora, Matteo ci dice che Israele non è l'esclusivo popolo del Signore, lo sono anche le altre nazioni che giungono alla fede in Colui che è Dio e per amore ha dato la vita per noi, comprese quelle che i Giudei considerano nemiche e: “Benedetto sia l'Egiziano mio popolo, l'Assiro opera delle mie mani” (Is 19,25).
Ma c’è anche una seconda interpretazione dei doni. Noi sappiamo che nel Vangelo di Matteo “tesoro” è il cuore dell’uomo. Non si tratta allora di qualcosa che viene dato a Dio materialmente, per riconoscenza o per avere il suo favore, ma del dono di se stessi – il proprio oro (cioè tutto ciò che è prezioso in noi e tutto quello che di prezioso possediamo), l’incenso (cioè la propria dignità) e la mirra (cioè anche la propria morte, consegnata a colui che è la Vita), ponendosi davanti a Lui così come siamo, con tutta la nostra storia, le cose scintillanti e le amarezze. In questo senso l’offerta della nostra vita è la conseguenza diretta dell’adorazione, del “portare alla bocca” per comunicarsi a vicenda il proprio tesoro.
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[1] Si noti che entrambe le citazioni – quella di Michea (e quindi l'importanza di Betlemme in forza della profezia), come quella di 2Sam (ove si era raccontata la chiamata di Davide: il più giovane viene scelto tra i fratelli ad essere re) fanno capire il paradosso dell'agire di Dio, che pervade tutto l'AT: ciò che è grande nasce da ciò che, secondo i criteri del mondo, sembra piccolo ed insignificante, mentre ciò che, agli occhi del mondo, è grande, si frantuma e scompare.
[2] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 124-125.
Seconda domenica dopo Natale
La liturgia odierna ci parla della sapienza divina, quella sapienza che si è fatta carne in Gesù.
La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, ci dice che la Sapienza è «uscita dalla bocca dell’Altissimo», abita le altezze e scruta gli abissi. È una Sapienza che è dal principio, prima che il mondo fosse. Essa, che aveva la sua dimora nelle altezze, «ha messo le sue radici in mezzo a un popolo glorioso». L’Eterno ha scelto di abitare in un fazzoletto di terra: in una città, in un tempio, ma soprattutto in mezzo a un popolo piccolo e insignificante che, grazie alla sua presenza, diventa “glorioso”.
Questa Sapienza si è fatta carne in Gesù. E ciò perché – come ci dice San Paolo nella seconda lettura – possiamo essere «figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà…» (Efesini 1,5-6).
Il brano del Prologo giovanneo è molto bello, ricco di significati. Cerchiamo di coglierne alcuni per il nostro cammino spirituale.
Anzitutto ci dice – contemplando la vita trinitaria – che quel Verbo (cioè il Figlio di Dio) da sempre è rivolto al Padre: quindi tra Padre e Figlio c’è una relazione di amore. Il Verbo si riconosce generato da Dio - e come tale si accoglie riconoscente - e a Dio si rivolge o, meglio, si riconsegna. Non si tratta solo di un dialogo all’interno della divinità, ma di un vero e proprio scambio di vita divina, di amore nel dinamismo della generazione e della riconsegna. Dio è amore.
Ebbene, il Verbo che in obbedienza al Padre ha creato il mondo, sempre in sua obbedienza si è fatto carne.
Ci sono poi delle precisazioni molto importanti.
«In lui era la vita» (v. 4). Questa – afferma Giovanni – è propriamente la vita. Se qualcosa noi vogliamo chiamare vita, intendendo con questo ciò per cui le cose sussistono radicate in un’origine, sorrette da un’intenzione, accolte in una relazione, questo è propriamente ciò che si rivela nel Verbo dell’origine che è Dio.
«e la vita era la luce degli uomini». La vita, che è il Verbo, si rivela come luce per gli uomini. Egli si rivela nella verità di essere la vita per illuminarli, perché possano - come il Verbo stesso si riconosce generato dal Padre - riconoscersi radicati esistenzialmente nel rapporto con il Verbo che è verità e vita. Staccarsi da Lui significa non vivere, significa perdere la vita vera. Ed è quello che produce il peccato.
«la luce splende nella tenebra» (v. 5a). Nella visione giovannea la tenebra si riferisce al mondo satanico che si oppone a Dio, è l’anti-rivelazione, l’anti-vita. È il mondo che ha tentato l’uomo e lo conduce al peccato, quindi alla morte.
Ma – precisa il Vangelo - «la tenebra non l’ha vinta». Per quanto sia grande, questa tenebra non ha vinto la luce, non l’ha afferrata, non l’ha vinta, non l’ha dominata. Ossia l’uomo che si affida a Dio e rimane radicato in lui – in comunione con la carne del Verbo fatto carne – non viene vinto dalla tenebra, ma rimane nella luce, cioè nella verità e nella vita. C’è quindi una lotta impegnativa che però risulta vittoriosa. Per questo nella fede possiamo affrontare la tenebra presente nel nostro mondo - non solo identificata nel Nemico che si oppone al piano salvifico divino, ma anche dell’uomo che sono strumenti del male, di guerre, di violenze, di ingiustizie - vincendola come figli nel Figlio. Un messaggio di speranza, dunque, di chi nella fede rimane saldo nel Signore che si è fatto carne per noi perché, rimanendo in Lui possiamo essere salvati, custoditi nel suo amore. Giustamente San Paolo nella Lettera ai Romani dirà: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse il dolore o l'angoscia? La persecuzione o la fame o la miseria? I pericoli o la morte violenta? Ma in tutte queste cose noi otteniamo la più completa vittoria, grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono sicuro che né morte né vita, né angeli né altre autorità o potenze celesti, né il presente né l'avvenire, né forze del cielo né forze della terra, niente e nessuno ci potrà strappare da quell'amore che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39).
«Venne fra i suoi, e i suoi non lo accolsero» (v. 11). A queste risposte negative – il rifiuto di Israele e degli uomini che nella storia accecati dal peccato rifiutano Cristo – si contrappone chi risponde positivamente: «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Quelli che lo hanno accolto, cioè che credono in Lui, ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’uso del verbo diventare è molto importante: il Verbo, infatti, non ci ha fatto diventare figli di Dio automaticamente, ci ha dato il potere di diventarlo. Cioè di diventare sempre più pienamente ciò che siamo già per grazia grazie al sacramento del Battesimo. Di vivere quella bellezza di vita filiale che manifesti chi siamo noi, ossia figli nel Figlio del Dio amore.
«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi e pose la tenda fra di noi» (v. 14a). Questa è la traduzione letterale del versetto. Allora il Verbo non solo di fatto, cioè in modo concreto, pianta la tenda “dentro” l'umanità, ma vuole piantarla e rimanere ad abitare anche dentro il nostro cuore perché anche noi possiamo abitare in Lui. Come sarà nel paradiso, immersi nella Trinità. Vivere quindi sulla terra già anticipando e manifestando quella vita vera che è già anticipo del cielo.
Maria Santissima Madre di Dio
La lettura tratta dal libro dei Numeri riporta la formula con cui i sacerdoti di Israele benedivano il popolo. Per l’Antico Testamento, la benedizione è un dono incomparabile. È solo grazie alla benedizione divina che Israele diventa benedizione per il suo popolo e per tutte le nazioni. Soltanto Dio può assicurare vita e pace. Certo l’uomo può, e deve, essere costruttore del mondo, ma deve farlo con la consapevolezza di farsi docile strumentodi Dio; Egli conta su di noi, ci benedice perché diventiamo noi stessi benedizione per gli altri fratelli.
Nel Vangelo i pastori, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, «andarono senza indugio» a Betlemme. Desiderano “vedere” la parola annunciata dagli angeli nella carne del bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia, il «salvatore», «Cristo Signore». Vanno dunque pieni di slancio per la gioia che è veramente nato il Salvatore, di cui tutto era in attesa e che essi avevano potuto vedere per primi.
È un cammino di ricerca. Con il loro camminare verso Betlemme, i pastori ci suggeriscono quel procedere interiore che si identifica con la meditazione orante, cioè quel progresso che si attua nel silenzio contemplativo della preghiera, sull’esempio di Maria, che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19). L’autentica ricerca, infatti, è un percorso amoroso, che non segue le tracce dell’elaborazione speculativa, ma scopre spiritualmente le orme lasciate dalla presenza dell’amato, il quale, facendosi carne, suscita la passione e prepara alla stupefacente gioia dell’incontro. Quello che il Cantico dei Cantici descrive poeticamente con le metafore della ricerca e dell’abbraccio viene vissuto dal credente nell’intimità del cuore. Perché Dio è disceso nella carne umana e si è come nascosto; e solo gli occhi innamorati lo scorgono e ne assaporano progressivamente la luminosa bellezza.
I pastori vanno di notte. Chi indica loro la direzione? Chi rischiara la via? Evidentemente la Parola ricevuta dall’angelo: «lampada ai miei passi è la tua Parola» (Sal 119,105). Questo cammino dei pastori, guidato dalla Parola, è simbolo del cammino di fede di ogni cristiano. Non sappiamo a priori dove andremo nella vita, quali percorsi faremo. Lo stesso è capitato ad Abramo. Ci lasciamo guidare fidandoci della Parola sapendo che la meta finale sarà il paradiso.
Quando giungono a Betlemme i pastori «trovarono Maria, Giuseppe e il neonato adagiato nella mangiatoia» (v. 16). Malgrado l'umiltà radicale di quanto essi vedono per la loro fede riconoscono in quel bambino il Messia salvatore e ne danno testimonianza: «fecero sapere ciò che avevano sentito di questo bambino» (v. 17). L’annuncio degli angeli (2,14) viene così continuato dall’annuncio degli uomini che “sperimentano” la salvezza nella loro vita. L’umile parola dei pastori (così come dev’essere sempre umile il nostro annuncio di un dono ricevuto) sostituisce quella degli angeli. La gioia che essi hanno vissuto deve essere comunicata e trasmessa non solo con le parole, ma con la testimonianza di una vita “trasformata”.
A chi è rivolta questa testimonianza dei pastori? Oltre a Maria e Giuseppe per la prima volta ci viene detto che c’erano altre persone nella grotta/stalla. Queste persone anonime sono un po’ l’immagine di tutta quell’umanità alla quale la Chiesa è inviata ad annunciare il Vangelo.
Potremmo qui chiederci: quante volte noi cristiani, nella condivisione della parola, crediamo che le persone più umili sono molte volte proprio quelle che hanno qualcosa di grande da dire, cioè una testimonianza – e non solo parole vuole per quanto eloquenti - che nasce dalla vita?
Qual è la reazione degli ascoltatori? Lo stupore. Maria ne è l’esempio più alto. Lo stupore è prima di tutto capacità di "custodire" (syntereo), di “serbare nel cuore”. Successivamente lo stupore è spinta alla ricerca di significato. Tale ricerca viene compiuta da Maria attraverso l’operazione del meditare (symbàllein: mettere insieme due parti, comparare). Si tratta di una riflessione che il credente compie tra Parola di Dio e avvenimento, fino a dedurre dalla Parola il significato dell’avvenimento.
Fin da subito Maria viene presentata come modello del credente: di fronte alla visita inaspettata dei pastori (è Dio stesso che ha “pubblicizzato” la nascita di suo Figlio) e alle parole che pronunziano coglie il segno di Dio, lo confronta, per mezzo dell’uso della memoria con la Parola, e giunge alla comprensione di fede degli avvenimenti. E questo avviene nel “cuore”, che è biblicamente il centro stesso della persona nella sua interezza.
Maria, dunque, non ci viene presentata come una intellettuale, che cerca solo di capire il significato degli eventi; ma neppure come una sentimentale, che non vuol perdere l’ebbrezza di una sensazione forte. Il suo atteggiamento è piuttosto quello di chi custodisce nel profondo del cuore gli avvenimenti di cui è stata partecipe, cercando con tutta se stessa di com-prenderli (cioè di prenderli insieme, di metterli insieme) per capire nella trama del reale il disegno che Dio sta portando avanti.
Abbiamo qui uno spaccato del cammino di fede di Maria. Anche lei non aveva tutto subito chiaro, anche lei non poteva comprendere tutto il disegno di Dio in un colpo solo, ma si è fidata, si è lasciata condurre passo dopo passo. Quanto è importante guardare a lei e imparare da lei! Aver fede significa poggiarsi nel Signore, lasciarsi condurre da Lui anche quando non tutto è chiaro, anche nei momenti in cui incontriamo difficoltà, sapendo anche attendere, lasciando che ogni cosa si sedimenti, venga vagliata e si riveli nella sua portata.
«I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro» (v. 20). Come gli angeli, così anche i pastori lodano Dio per ciò che avevano udito e visto. Va ricordato che nel mondo biblico spesso il sentimento di riconoscenza viene espresso dal verbo doxázo e ainéo, glorificare e lodare. È il grazie detto nella preghiera attraverso la narrazione di ciò che è avvenuto. Non c’è, dunque, esperienza di fede senza riconoscenza. Non c’è riconoscenza senza testimonianza. Non c’è testimonianza senza preghiera.
In questi pastori, primi ascoltatori che a loro volta si fanno annunciatori, si profila la Chiesa. Essa nasce dall’annuncio, ne verifica l’oggi di salvezza e la ritrasmette agli altri con l’annunzio. È una chiesa di poveri e di ultimi (ricordiamo che i pastori erano considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica) come l’annunciato stesso. In forza della fede, essa riconosce, annuncia, glorifica e loda Dio che si è rivelato nell’impotenza di Gesù.
Iniziando oggi, con la solennità di Maria Santissima, un nuovo anno, tutti noi credenti siamo consapevoli che il tempo che ci è dato sarà un buon anno nella misura in cui come i pastori, incontrando nell’oggi della nostra vita («oggi è nato per voi un Salvatore») il Signore nella sua Parola, nella preghiera e nei sacramenti, ci facciamo testimoni e portatori di benedizione negli ambienti di vita di ogni giorno.
«Beati gli operatori di pace» ci ha detto Gesù nel Vangelo. Possiamo comunicare agli altri la pace solo se essa abita nel nostro cuore. Se il mio cuore non è pacificato nel Signore sarò vulnerabile davanti a tutte le forze di divisione, a tutte le spirali di paura e di violenza che agitano il mondo. Impariamo da Maria a rimanere saldi nella fede al Signore Gesù, a rimanere nel suo amore, nella sua pace! Ci affidiamo a lei che intercede per noi e ci guida maternamente per vivere autenticamente come figli di Dio!
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
In questa domenica che segue il Natale contempliamo la Santa famiglia di Nazaret. Essa è tale perché c'è Gesù, ma anche perché Giuseppe e Maria si lasciano condurre da Dio nelle scelte di ogni giorno, grandi o piccole che siano. Ed è quello che dovrebbe avvenire un tutte le famiglie cristiane: famiglie che vivano il Vangelo, dove ci si ama reciprocamente, si pratica il perdono, si ascolta la parola di Gesù e ci si lascia illuminare da essa, diventando così parte della famiglia spirituale di Cristo – fratelli, sorelle e madre di Lui, generando e accogliendo Gesù nella quotidianità attraverso la carità e la docilità.
Giuseppe e Maria ci vengono dati come modello di docilità alla volontà divina.
“Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.
Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.
“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. Per ben quattro volte in questo vangelo troviamo questa espressione: due volte nelle parole dell'angelo e poi altre due volte nell'effettiva esecuzione da parte di Giuseppe. Per Giuseppe è la chiamata alla paternità, a custodire la vita del bambino e di Maria. Non a caso chiamiamo San Giuseppe: "custode del Redentore". Nell'Antico Testamento il verbo "custodire" è shamar, verbo che tocca diverse dimensioni: il rapporto con Dio e con la sua parola, la custodia del creato, la cura delle relazioni (cioè proteggere, prendersi cura, vigilare, amare). Giuseppe sa custodire perché si lascia custodire da Dio. Dio nell'Antico Testamento è presentato come il custode di Israele. E' lui che custodisce la nostra vita, ha cura di ciascuno di noi. Giuseppe permette a Dio di custodirlo. Infatti vediamo che Giuseppe è estremamente silenzioso, non perché non abbia nulla da dire, ma perché il suo silenzio è espressione di ascolto, di recettività, lascia che Dio parli nella sua interiorità. Anch'io, se voglio lasciarmi custodire da Dio, devo imparare da Giuseppe ad ascoltare la Parola di Dio, ad ascoltare le ispirazioni al bene dello Spirito Santo, ad ascoltare la Parola di Dio mediata dalle persone che ho acconto (le correzioni, i i consigli buoni...).
"Prendi con te..." La custodia di Giuseppe è espressione di un amore responsabile. Custodia che anche noi dobbiamo esercitare con responsabilità verso i fratelli. Dio sin dall'inizio ci ha affidati gli uni agli altri, siamo responsabili della felicità del bene gli uni degli altri. Ogni vita è preziosa agli occhi di Dio. Custodirla non significa semplicemente preservarla da ciò che può farla soffrire e ferirla, ma in positivo - conoscendo il suo valore - promuovere la sua vita secondo quella chiamata/vocazione che Dio ha voluto per essa. Insomma, vuol dire aiutarla a diventare ciò che Dio la chiama ad essere.
"... con te il bambino e sua madre...". Si noti che l’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe,. Più avanti Gesù, ormai adulto, dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). La maternità di Maria si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione.
“Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.
“Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come” Dio gli ha ordinato, nella “modalità” che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre, uscendo da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.
“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.
In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Dio – fede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).
“si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.
L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.
“dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.
Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosè, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina.
Natale del Signore
«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebroso una luce rifulse» (Is 9,1). Il profeta Isaia in questa notte ci annuncia che per l’uomo che cammina nell’oscurità a tentoni, inciampando, cadendo, senza una chiara direzione, senza una vera meta, è giunta finalmente la luce. L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma più profondamente deve essere salvato dai mali che affliggono lo spirito. E chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? È quello che l’evangelista Luca ci dice collocando la nascita di Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Egli non è un mito, espressione vaga di un anelito di salvezza, ma è la salvezza che ci viene incontro nella storia, anche nella nostra vita di ogni giorno.
Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato. Augusto si riteneva un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto – che può divenire anche figura di ogni potente nella storia umana – o il bambino che nasce a Betlemme, che è il vero potente?
C'è poi un particolare molto significativo: “il ‘salvatore’ ha portato al mondo soprattutto la pace. Cesare di fatto è riuscito a portare la pace nel suo impero, quella romana, basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere.
Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché “non c’era posto per loro nel katàlyma” (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Probabilmente la casa è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino.
Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito». È molto bella questa annotazione dell’evangelista! Quel bambino non è l’unigenito di Maria, ma è il primogenito. Primogenito di chi? Egli è il primo di una moltitudine di figli. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, mediante il sacramento del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio. Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato al tempo dell’escatologia: Egli è il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18). In Lui non solo veniamo salvati dal peccato, ma riceviamo la vita vera, partecipiamo della vita divina, quella va oltre la morte, per essere un giorno per sempre con Lui nella casa del Padre!
Si noti che Gesù viene posto in una mangiatoia. Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.
Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona. È il pane di vita che si dona fiducioso nelle nostre mani. Come si è consegnato nelle mani di coloro che lo hanno preso e messo sulla croce per salvarci, così ora si consegna a noi. Che meraviglia, che grandezza l’umilità di Dio!
C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?
«C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce». È una luce che li coinvolge nel mistero della nascita di Gesù. Ed essi – persone povere, considerate di basso rango, emarginate, - si lasciano pienamente coinvolgere. Infatti si incamminano «senza indugio». Vanno pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che è veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore. Sono i primi testimoni di quel Dio che – come dice Paolo - «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
«E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Gli angeli cantano la gloria di Dio. Ricordiamo che per “gloria” si intende la manifestazione divina; in quel Bambino nel quale il Figlio si è fatto carne si manifesta la gloria di Dio che è amore, pura bontà, luce per gli uomini. Ciò che gli angeli cantano dovrebbe essere anche il canto di ogni credente che fa esperienza della bontà di Dio che ci salva e ci eleva alla dignità di essere figli nel Figlio. Di un Dio che si è abbassato perché possiamo accoglierlo per avere da lui la vita, la vita vera! Che questo canto degli angeli possa essere anche il nostro canto, non solo con la voce, ma soprattutto con una vita di santità!
Quarta domenica di Avvento
Nella prima lettura troviamo l'oracolo di Isaia 7 sull'Emmanuele. Per dare fiducia e coraggio al re timoroso , il profeta offre un segno da parte di Dio, una garanzia di protezione di fronte al pericolo: : «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il neonato è motivo di speranza perché con il suo nome (Emmanuele - "Dio con noi") ricorda che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo. La stabilità e la sicurezza di un uomo, di una famiglia, di un popolo, di un regno, della Chiesa stessa non sta nella potenza umana, ma nella fede. «Se non crederete, non resterete saldi», aveva detto il profeta a nome di Dio (Is 7,9b).
Ma qual è la reazione del re all'oracolo del profeta? Egli, sicuro della sua logica «forte», rifiuta perentoriamente la «debole» logica divina della fede, dell'affidamento della nostra povera umanità a Dio. Certo, un bambino è del tutto incapace di assicurare una vittoria militare, e tuttavia è simbolo dell'inesauribile potenza di vita, con le sue molteplici possibilità.
Questa profezia ritorna anche nel Vangelo. Giuseppe, che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20). Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». In tal modo Giuseppe non rimane solo testimone del mistero dell’incarnazione, ma è chiamato con la sua paternità e collaborare a questo mistero.
Si noti che nelle parole dell'angelo si precisa bene quale salvezza ci viene data da questo bambino: «salverà il suo popolo dai suoi peccati». E' un annuncio che potrebbe rimanere anche deludente. Ci aspettiamo di essere salvati dall'oppressione dalle sofferenze, dalla situazione di povertà, dalla mancanza di libertà, dalla miseria della nostra esistenza. E spesso ciò non avviene. Ecco la delusione. Invece la salvezza è più profonda, più radicale: dai peccati. Cioè da ciò che - nonostante le fatiche e le sofferenze della vita - ci condurrebbe al fallimento esistenziale, cioè a non vivere in pienezza la vita che ci è donata per grazia pur in mezzo alla precarietà che connota l'esistenza sulla terra, e non conseguire la meta della gioia straripante nel paradiso. Giuseppe, discendente di Davide, a differenza di Acaz, crede e accondiscende a questo modo di agire divino; per questo non esita ad accogliere in Maria questo bambino e dargli lui stesso il nome Gesù.
Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la promessa non secondo la modalità sognata dalla maggioranza, ma in un modo totalmente inaspettato, nella modalità che solo Dio può pensare (lo scandalo della croce).
E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio.
Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare.
· A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14). Davvero l’Emmanuele perfetto sfolgora nel “Dio-con-noi”, in Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27), che ci porta la pace. «Io sono con voi»: questa è la realtà dell’Emmanuele. «Io sono» è il nome proprio di Dio, è il Cristo risorto, «costituito Filgio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dai morti» (Rm 1,4) che rimane con la comunità per sempre, tutti i giorni, fino al compimento della storia.
Terza domenica di Avvento
L’atmosfera di questa domenica di Avvento, chiamata domenica “Gaudete”, è ben espressa dall’antifona di ingresso: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. Il Signore è vicino!» (cfr. Fil 4,4.5).
Già domenica scorsa c’era motivo per rallegrarsi: Dio non si rassegna al fallimento dell’uomo e continua ad intervenire nella storia per salvarlo, per dare vita: dal tronco di Iesse, infatti, spunterà un germoglio; Dio farà sì che l’impossibile – la convivenza tra il lupo e l’agnello, tra il leopardo e il capretto, tra il vitello e il leoncello, tra la mucca e l’orsa, tra il leone e il bue, e perfino tra il lattante e la vipera – si renda possibile. Ciò che all’uomo risulta impossibile, a Dio non lo è! (cfr. Is 11,1-10)
Oggi motivo di grande gioia ci è dato da una pagina stupenda dello stesso profeta Isaia (35,1-10): «si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e giubilo». Perché tanta letizia? Perché ancora una volta il Signore interviene: perché Dio parla al deserto, alla terra arida e alla steppa (queste tre espressioni sono sinonime poiché il deserto in Giuda non è del tipo Sahara, quanto piuttosto di colline o pianure aride, in cui non piove quasi mai e la vegetazione è quasi completamente assente) e gli chiede l’impossibile: «Fiorisci!». Le parole di Isaia sono poetiche, rivolte al deserto come se fosse una persona umana, invitata a riprendere vita e a gioire.
«Sarà dato alla steppa la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron» (v. 2). Il Libano, in confronto a Israele, era un paradiso. Infatti “Carmelo” in ebraico vuol dire “giardino”, “campo fertile”. Insomma, Isaia invita il deserto ad esultare, perché la sua sterilità è finita: d’ora in poi sarà paragonabile alle terre più ricche.
Ed ora, dopo aver annunciato un cambiamento radicale della natura, il profeta si rivolge ai credenti: «Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2). Proprio perché Dio si manifesterà nella sua gloria come il Dio della vita, non c’è più spazio per la tristezza e per lo scoraggiamento: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (v. 3). Se Dio è capace di far fiorire il deserto, nulla ci deve più preoccupare! Il profeta chiede addirittura che diventiamo noi stessi messaggeri di speranza («Dite agli smarriti di cuore…»), di contagiare gli increduli e gli smarriti di cuore. Il motivo della speranza ci viene subito spiegato: come Dio ha operato l’impossibile nella natura, così opera l’impossibile della salvezza anche per chi lo accoglie.
I segni saranno la sconfitta delle malattie umane. E, come al solito, Dio fa le cose in grande: lo zoppo non solo camminerà, ma salterà come un cervo! La lingua del muto non solo ritornerà a parlare, ma griderà di gioia! Del resto, Dio ha fatto fiorire il deserto, non un’aiuola un po’ ingiallita.
Un secondo cambiamento riguarda il morale: i prigionieri saranno riscattati, coloro che per qualsiasi motivo sono lontani da Gerusalemme vi potranno tornare, perché ci sarà una strada costruita apposta per loro; e si sprigionerà la gioia, anche questa esagerata: «verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10).
Se, dunque, il profeta ci ha invitato alla gioia, è perché la sorgente di essa è Dio stesso, il Dio della vita che viene, che viene a salvarci e tale salvezza coinvolge il mondo intero, coinvolge anche la natura.
Nel Vangelo, invece, paradossalmente chi è smarrito è lo stesso Giovanni Battista. Egli, dal carcere, per mezzo di alcuni discepoli, pone una domanda a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (v. 3) È curioso il fatto che proprio il Battista che aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso nel battesimo al Giordano: «Sono io che devo essere battezzato da te», ora non capisce e dubita di essersi sbagliato. Il messia atteso dal Battista era quello dove «ogni albero che non dà frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 3,10), il regno dei giusti sognato da ogni persona religiosa («Il tuo popolo sarà tutto di giusti»: Is 60,21). Gesù, che Matteo ha presentato sin dall'inizio del suo Vangelo come il «Dio con noi» (1,23), invece di castigare i peccatori e chiamare i giusti a raccolta per inaugurare un regno di soli santi, ha dichiarato che lui non è «venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Ogni persona, indipendentemente dalla sua condotta, è oggetto dell'amore del Padre, che non giudica gli uomini, ma a tutti, peccatori o meno, comunica la sua vita. Ecco allora l’incomprensione di Giovanni, il dubbio che nasce da un messia diverso da quello che egli si aspettava: la “vendetta” divina di cui parlava Isaia non va compresa in senso puramente punitivo nei confronti dei peccatori, ma come atto di giustizia di Dio che in Cristo ci salva nonostante la sofferenza e il male che rimane ancora presente nella storia fino alla fine del mondo. Non è venuto per sradicare i peccatori ma a vincere il male – e il Nemico per eccellenza, il padre della menzogna –e offrire a tutti coloro che lo accolgono nella fede misericordia e salvezza.
Sono dunque le opere del Cristo quelle che hanno sconcertato il Battista, e sono le proprie opere quelle che Gesù invita i discepoli a udire e a vedere: «Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete...», e fa la sintesi dei capitoli 8 e 9: «i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella» (vv. 4-5). Gesù risponde con i fatti e le sue sono tutte azioni positive tendenti a restituire vita al popolo – tanto che si parla anche di lebbrosi che vengono guariti e morti risuscitati!). Le opere compiute dal Cristo sono state da lui riassunte in sei azioni (comprendendo in esse l'annuncio del Vangelo), come i giorni della creazione, e di esse nessuna è di giudizio o di condanna.
Le gesta elencate da Gesù erano ben conosciute, perché erano le classiche opere del Messia annunziate dai profeti (Is 26,19; 35,5-6; 61,1-3). Sono opere di guarigione che diventano segno della vera guarigione che Egli vuole operare in noi: è venuto ad aprirci gli occhi perché lo riconosciamo nella fede; se siamo zoppi perché fatichiamo a camminare, ci rende capaci di camminare nella via della vita (lui stesso è la Via, la verità e la vita) verso la meta eterna; ci rende capaci di ascoltare la sua Parola; ci guarisce dalla lebbra del peccato; chi accoglie lui passa dalla morte alla vita. Tutte le situazioni di povertà – quelle che caratterizzano lo stato del povero – ricevono la buona notizia del Vangelo.
Gesù chiude l'elenco delle azioni da lui compiute con un'esortazione, rivolta a Giovanni – e a ciascuno di noi -, ad accoglierlo: «e beato colui che non si scandalizza di me»!
Aurora e speranza di un mondo nuovo
La solennità dell'Immacolata concezione di Maria è come l'aurora che annuncia il giorno della venuta del Salvatore; nell'illibatezza della Vergine, la Chiesa contempla la speranza del mondo redento e salvato. Nella notte del peccato, agli albori della storia umana, compare la promesssa divina che il male non è l'ultima parola: da una donna verrà la luce che vince le tenebre (I lettura). Il suo nome è Maria, la "piena di grazia" per un privilegio singolare di Dio e " degna dimora" per accogliere il "Santo" che nascerà da lei (Vangelo).
La bellezza di Maria ci rapisce.
La bellezza di Maria consiste in primo luogo nello splendore assoluto che proviene dalla pienezza della grazia in Lei, pienezza che lo stesso Arcangelo Gabriele ha salutato e che esprime in maniera così mirabile San Louis-Marie Grignion de Monfort, con queste parole: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria»... Una pienezza di grazia che la rende “più bella di tutte le signore che conosco”, affermava Bernadette Soubirous, nel 1854, al Commissario Jacquomet, similmente a tutti coloro che hanno avuto il privilegio inaudito di vedere “la Bella Signora” (cfr. le veggenti di La Salette)...
Ma oltre al dono della pienezza di grazia, la bellezza di Maria è considerare anche come risposta a tale dono, alla sua docilità alla grazia, per mezzo della quale si è lasciata configurare a Cristo, divenendo così l’«opera d’arte» di Dio. L’essenza di Maria è come un materiale malleabile a disposizione dell’agire divino; «si deve vedere nella vita di Maria il prototipo di ciò che l’Ars Dei può fare d’una argilla umana che non vi si oppone»[1]. Von Balthasar sottolinea che anche sul piano naturale «l’immagine di Maria è inattaccabile; per gli stessi increduli ha il valore di una bellezza intangibile»[2].
Per papa Benedetto XVI, che spesso ha invitato i cristiani a parlare di Bellezza e a percorrere la Via pulchritudinis, Maria è la Stella splendente di luce e di bellezza, che annuncia e anticipa il nostro futuro, la condizione definitiva a cui Dio, Padre ricco di misericordia, ci chiama. «I Padri e i Dottori della Chiesa, facendosi eco anche del comune sentire dei fedeli e riflettendo su ciò che la liturgia celebrava, hanno proclamato il singolare privilegio di Maria e hanno illustrato la sua luminosa bellezza»[3].
Molto significativa è anche la via suggerita da Paolo VI: «Accessibile a tutti, anche alle anime più semplici, è la via della Bellezza che ci induce alla dottrina misteriosa, meravigliosa, stupenda della Vergine di Nazareth. Maria è la creatura tota pulchra, è lo speculum sine macula, è l’ideale supremo di perfezione che in ogni tempo gli artisti hanno cercato di riprodurre nelle loro opere; è la Donna vestita di sole (Ap 12,1), nella quale i raggi purissimi della bellezza umana si incontrano con quelli sovrani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale»[4].
La bellezza di Maria – che la tradizione cristiana acclama come tota pulchra – tutta Bella (Ct 4,7) – coincide con la sua piena santità, mentre il simbolo dello specchio si riferisce a Sap 7,26, ove si afferma che la Sapienza è «uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà». Chiaro il riferimento alla immacolatezza della Vergine, che le permette di riflettere sul mondo la luce della Sapienza Incarnata, in tutta la sua Bellezza. Anche San Giovanni apostolo nella «Donna vestita di Sole» dell’Apocalisse fa ricorso ad un simbolo cosmico di bellezza: un richiamo a Maria aurora della redenzione.
Per Agostino d’Ippona la Madre di Dio è la Donna che ridà «dignità alla terra» (dignitas terrae)[5]. Questo attributo di Maria può essere tradotto in vari modi: vanto della terra, fiore della terra, splendore della terra, profumo della terra o, letteralmente, «dignità della terra». Maria è la gloria, il vanto di tutta la terra, perché Madre di Dio, perché Madre Vergine, perché immune da ogni peccato, perché nuova Eva[6]. Ed in particolare è Madre della Bellezza, «di quella bellezza che è splendore della Bontà e della Verità. Perciò Maria è bella: è bella allorché con cuore umile (bonitas) e con parola vera (veritas) accoglie la volontà di Dio e si lascia possedere dallo Spirito di pace»[7].
Maria rivela il mistero della collaborazione della creatura con Dio all'opera della salvezza: «ecce ancilla Domini» (Lc 1,38). L’obbedienza implica l’attenzione costante e l’impegno di tutte le forze morali. Se è vero che Cristo è il solo e universale salvatore dell'umanità, è anche vero che ogni uomo è chiamato a collaborare a tale opera di salvezza caricandosi su di sè e per amore - come ha fatto Cristo - le angosce, le preoccupazioni, le ottusità, le sofferenze, le povertà dei fratelli e delle sorelle. Questa collaborazione con Cristo diventa tanto più piena quanto più ci si lascia trasformare dalla grazia - cioè quanto più ci lasciamo salvare e assumiamo in noi i sentimenti e i pensieri di Cristo (cristificazione) -. Maria in questa collaborazione - come dice la recente nota Mater populi fidelis - ha partecipato in «modo unico e supremo. Perché lei è la "piena di grazia" (Lc 1,28) che, senza frapporre ostacoli all’opera di Dio, ha detto: "Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (n. 32). E aggiunge: «Maria è un canto all’efficacia della grazia di Dio, cosicché qualsiasi attestazione della sua bellezza rimanda immediatamente alla glorificazione della fonte di ogni bene: la Trinità. L’incomparabile grandezza di Maria risiede in ciò che lei ha ricevuto e nella sua disponibilità fiduciosa a lasciarsi ricolmare dallo Spirito» (n. 33).
Impariamo da Maria questa disponibilità; cerchiamo di assomigliare a lei, chiediamole la sua materna intercessione perché ogni remora del nostro "sì" venga dissipata, superata dalla grazia che ci sostiene e ci sprona ad essere anche noi oggi collaboratori docili all'opera del Signore affinché la salvezza raggiunga tutti gli uomini.
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[1] S. De Fiores, Maria, Centro di Cultura Mariana, Roma 1991, p. 359.
[2] Cf H. Urs Von Balthasar, La gloire et la croix. Les aspects esthétiques de la revelation, I: Apparition, Paris – Aubier 1965, p. 474-475.
[3] Cf Benedetto XVI, XV seduta pubblica delle Pontefice Accademie, (Roma 16 dicembre 2010).
[4] Cf Paolo VI, Allocuzione ai rappresentanti al VII congresso mariologico internazionale, Libreria Vaticana, Roma 16.05.1975.
[5] Cf De Gen. c. Man. 2,24,37: PL 34,216, NBA IX/1, 170.
[6] Cf Sant’Agostino, Maria, Dignitas Terrae, Vol. 12, a cura di O. Campagna, Città Nuova, Roma 1995, p. 31.
[7] Cf A. Gouhier, L’approche de Marie selon la Via pulchritudinis et la Via veritatis, in «Études mariales» 32-33, (1975), p. 70-80.
Seconda domenica di Avvento (anno A)
Viviamo l'Avvento con il desiderio di accogliere la venuta del Signore. Scrivendo ai Romani, san Paolo ricorda che accogliere Cristo significa accogliersi gli uni gli altri (II lettura), precisando che ciò è possibile perché "Cristo accolse voi". Come possiamo noi credenti non accogliere i fratelli se ci sentiamo accolti e amati da Cristo stesso? Ne abbiamo fatto esperienza?
Nel Vangelo, poi, Giovanni Battista ci invita alla conversione. Egli - come ci racconta l'evangelista - vestiva come il rude Elia, profeta di sangue e di fuoco, anch’egli fasciato da una cintura divina (cfr. 2Re 1,8). La dieta del Battista era tipica degli abitanti del deserto (v. 3) costretti a sopravvivere di cibo selvatico. Ma soprattutto per l’evangelista quel “look” rafforza il senso della missione di Giovanni, richiamata al v. 3 (citazione di Isaia): egli è colui che Dio ha scelto per gli ultimi preparativi e ha il compito di facilitare l’incontro tra Gesù e il suo popolo. Giovanni non si concede nulla che fuoriesca dal minimo indispensabile per soddisfare i bisogni primari (vestito e cibo), tutto proteso alla realizzazione della sua missione.
Le sue parole, alla pari di quelle di Elia, hanno una urgenza scottante, annunciano capovolgimenti radicali. Egli è infatti l’ultimo profeta, quell’Elia che doveva tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore ormai vicina ("il regno dei cieli è vicino", cioè sta venendo). Egli ha il compito di creare l’attesa di Colui che viene dopo di lui.
Le sue parole sono chiare: “convertitevi”! Che significa: cambiare prospettiva, orizzonte, condotta, tornare indietro dalle vie inique rivolgendo il cuore al Signore. È l’esigenza di ri-orientamento della propria esistenza guardando in direzione di Colui che solo può dare significato alla nostra vita. E anche per noi che crediamo al Signore e ci stiamo impegnando in un cammino spirituale, l'invito alla conversione rimane ugualmente impellente, perché siamo chiamati a convertici a tutte quelle forme di incoerenza, o di fuga realtà concrete che siamo chiamati ad affrontare con coraggio, o di apatia e disimpegno, e da tutte quelle realtà che ci distraggono o sono futili, che non ci permettono di rimanere concentrati su ciò che è davvero necessario per la nostra salvezza - il deserto, infatti, è segno di quello spogliamento che favorisce il ritrovare noi stessi e il Signore -.
Il forte monito del Battista alla conversione viene accolta dalle folle che vanno da lui a confessare i peccati. Tale confessione non perdona i peccati, né il battesimo ha evidentemente un valore sacramentale. I due segni – l’ammissione delle proprie colpe e l’acqua ricevuta – sono corpose espressioni di volontà di cambiamento. Le persone sono pertanto preparate da Giovanni a ricevere Colui che veramente potrà perdonarle e trasformarle (cfr. vv. 11-12).
Con questo annuncio inoltre Giovanni smaschera quella falsa sicurezza di chi - farisei e sadducei - credeva di essere garantito dal ceppo di Abramo, e di ricevere come un diritto acquisito il dono del Messia. Ma il messia che sta arrivando considererà la natura dell’albero, osservando i suoi frutti. Come un contadino avveduto (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; 28,23-29), Dio non si lascia ingannare dalla natura del ceppo (Is 6,13; Ez 31,3.12; Dn 4,12) e trovando quell’albero sterile si mostra pronto a levare la scure. In particolare verso i farisei e i sadducei pronuncia parole molto dure: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”. È come dire: non siete figli di Dio, ma del Serpente (= Satana), prestate orecchio non alla parola del Padre che dà vita, ma a quella della menzogna che uccide. L’essere figli di Abramo, infatti, impegna in una coerenza di vita, come appunto fece il grande patriarca. In caso contrario, non c’è possibilità di salvezza. Parole dure che però non sono di condanna, ma un forte monito alla conversione.
È tuttavia da notare che nelle parole del Battista c'è un respiro universale: il dono della salvezza non è soltanto destinato ai “figli di Abramo”, ma a tutti i popoli. L’immagine della scure va compresa anche in riferimento alla profezia del germoglio di Iesse di Is 11,33-34). Dio aveva piantato un giardino di alberi scelti (Is 5,1-7), la casa di Israele da cui attendeva frutti di giustizia; Israele e il giudaismo sono ora un albero secco che sta per essere reciso, ma dalle radici troncate nascerà un germoglio, che è appunto il Messia davidico. Con l’avvento del Messia si compie dunque la benedizione promessa ad Abramo e rivolte a tutte le genti: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), a cui fa eco il Sal. 71,17.
In questa domenica sentiamoci provocati dal Battista a fare verità nel nostro cuore per una conversione ancora più profonda. Guardiamo dentro di noi se ci sono ancora delle false sicurezze, degli idoli, delle realtà alle quali non vogliamo fare a meno, degli attaccamenti disordinati, che non ci rendono pienamente liberi di seguire il Signore, di dire il nostro sì pieno, come lo ha detto la Vergine Maria (vedi solennità dell'Immacolata di domani).