Padre Michele
Tutti i santi
In questa solennità di TUTTI I SANTI la liturgia ci propone giustamente il Vangelo delle Beatitudini. Dico "giustamente" perché i santi sono beati. Beati in cielo, nella gloria di Dio, ma hanno conosciuto un anticipo di tale beatitudine nella vita terrena, seguendo l'Angello; sono "coloro che - come si legge nella prima lettura - sono passati attraverso la grande tribolazione e e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (Ap 7,14). Questo parlare paradossale – il sangue non rende candida una stoffa! – esprime un messaggio ben preciso, che la Prima lettera di Giovanni formula così: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Giovanni stesso aveva detto che Colui che ci ama “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” (Ap 1,5). E la veste bianca dei santi è simbolo festoso di salvezza, di dignità sacerdotale e di celebrazione nuziale di chi ha saputo seguirlo anche sulla salita del Calvario.
Già in terra, dunque, i santi hanno assaporato le paradossali beatitudini che leggiamo oggi in Matteo 5-1-12. Dico "paradossali". Si tratta infatti di persone che a prima vista sembrerebbero vivere in una situazione tutt’altro che beata. Siamo chiamati a comprendere bene questo accostamento, perché la beatitudine applicata a situazioni di indigenza umana rischia di creare un grande equivoco. L’attesa di un futuro risarcimento per i poveri, gli afflitti…. (nelle beatitudini i verbi sono per lo più al futuro) non rende il messaggio di Cristo un oppiaceo per il presente? Non si dovrebbero definire indegne dell’essere umano le situazioni di povertà e indigenza piuttosto che definirle portatrici di beatitudine? Sì, certamente, sono situazioni indegne. Eppure la bella notizia delle beatitudini è proprio il fatto che in tali situazioni tali persone - non persone qualunque, ma i discepoli di Gesù che vivono tali situazioni - possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le sofferenze perché sono conformati al Signore che ha dato la vita per noi, e che con la sua grazia ci raggiunge in queste situazioni che lui stesso ha vissuto.
La beatitudine – lo sottolineiamo - non è tanto il frutto di una conquista umana, ma è il risultato dell'intervento divino. In essa prevale la dimensione della grazia. Il confronto con il Decalogo – che per gli ebrei è il «cuore» della legge – ci sembra illuminante. Esso inizia con la seguente frase: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù» (Es 20,2). L’importanza della frase non può sfuggire. La “prima parola” che JHWH pronuncia non è un comandamento ma un riassunto della storia della salvezza (cfr. anche Dt 5,2-6, che introduce l'altra versione del decalogo). L’atto salvifico di Dio apre il discorso dell’alleanza e della legislazione. La grazia precede la legge, nell’AT come nel NT. Come nel racconto della creazione il comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,16) non occupa il primo posto; esso, infatti, è preceduto da un dono: la creazione consegnata all’uomo. Così anche al Sinai: se Dio può richiedere qualche cosa da Israele, è perché ha agito a suo favore. Israele, se esiste, è a causa di Dio. E nel deserto, l’esistenza d’Israele è un costante prodigio, un “miracolo” permanente. Perciò il debito d’Israele non è un riconoscimento limitato a qualche beneficio particolare. Deve tutto al suo Signore. Ed a questa azione salvifica di Dio deve corrispondere l’azione di Israele che osserva la legge. È l’etica a nascere dal dono della liberazione, e non il contrario. Dalla “prima parola” discendono, come un torrente da una montagna, tutti gli altri comandamenti.
Probabilmente il discorso della montagna riprende proprio la struttura di Es 20,1-21 e di Dt 5,6-21. In questo caso le Beatitudini corrispondono alla frase di introduzione del Decalogo (e dell'intera legge: cfr. Es 20,2) che appunto richiamava l'azione salvifica divina: è Dio con la sua grazia a rendere possibile la risposta del popolo/del credente in Gesù. E come il Decalogo è il cuore della Legge, cos' le Beatitudine sono il cuore di tutto il discorso della montagna, anzi di tutto il Vangelo. Scrive Grilli: «Matteo, prima di presentare le radicali esigenze di Dio, vuole offrire ai lettori la certezza che il Regno è grazia; vuole che essi percepiscano il carattere salvifico dell'avvento del Regno. […] Il cammino di Dio e la sua volontà sono gioia, benedizione e grazia. In ogni caso tutto è grazia, anche le esigenze più impellenti e più difficili da seguire»[1].
In questa prospettiva capiamo allora perché le Beatitudini sono per eccellenza una bella e lieta notizia, cioè Vangelo. Ci dicono Dio opera nel cuore dell'uomo. Che è "santo" è chi non si oppone a tale opera divina in lui. E che ogni volta che permettiamo a Dio di guidare la nostra vita e di manifestarsi in noi, manifestiamo la sua santità.
E' chiaro che per permettere che Dio opera nella mia vita le beatitudini mi mostrano – come le Dieci parole – gli atteggiamenti interiori del cuore necessari, il terreno accogliente la sua opera:
- riconoscerci che siamo dei poveri, dei mendicanti, che confidano nel Signore;
- che tutti abbiamo un pianto e in esso Dio ci vuole consolare;
- che tutti abbiamo bisogno di misericordia e grazie al fatto che facciamo esperienza di misericordia diveniamo capaci di essere misericordiosi;
- che tutti facciamo esperienza della violenza e delle ingiustizie nel mondo, eppure quando facciamo esperienza della bontà del Signore, che non è mai violento ma paziente con le nostre ottusità e inadempienze divenitamo capaci di essere miti con gli altri uomini, perseverando nella bontà;
- che tutti in un mondo dove regna l'individualismo, la superbia, il narcisismo, gli interessi di vario tipo che sfruttano e schiacciano gli altri abbiamo fame e sete del Regno di Dio che Gesù ha inaugurato, e proprio perché in Lui troviamo pace e vita non possiamo non impegnarci a dilatarlo nella storia con il nostro impegno di ogni giorno;
- che tutti dobbiamo ritornare al centro di noi stessi, al nostro cuore, che nella misura nella quale viene reso puro dall'egoismo e da ogni iniquità per mezzo dall'azione del Signore diviene il luogo sempre più trasparente dell'incontro amorevole con Lui; esperienza che ci spinge ad agire nella nostra vita con intenzioni rette - appunto "pure" - e buone.
- che tutti abbiamo bisogno di pace, quella pace che non possiamo trovare se il Signore non prende dimora nel nostro cuore; per questo diventiamo capaci ad essere operatore di pace, preoccupati della concordia e ricomposizione dei rapporti fraterni, disposti anche a perdere per essa la propria vita (Gv 15,13);
- che anche nella sofferenza, il Signore che per primo ha sofferto per noi per salvarci, Egli ci è vicino e ci consola.
Oggi questo vangelo delle beatitudini e lo sguardo sui santi che la Chiesa ci propone nella liturgia contrasta fortemente con le prospettive di felicità che la nostra cultura post umana oggi propone. Nella forte crisi antropologica della cultura in cui viviamo non c'è alcun valore assoluto; il relativismo e il nichilismo imperano suggerendo che tutto è lecito, che la felicità consiste nell'affermazione del super uomo, nel successo che dona solo una nichilistica e temporanea gratificazione, oppure - altro inganno ben conosciuto - nella consumazione di prodotti e anche di persone (trattate come cose), oppure nell'esperienza effimera di avventure, anche a sfondo sessuale, o nel rifugiarsi nel mondo surreale delle droghe. Le beatitudini che il credente è chiamato a vivere diventano con la sola presenza felice lo smascheramento della falsa felicità che il mondo propone,
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[1] M. Grilli, Scriba dell'Antico e del Nuovo, EDB, Bologna 2011, 31.
Farisei e sadducei “si mettono d’accordo” per mettere alla prova Gesù. Secondo la traduzione CEI del 1974 la domanda che pongono a Gesù è: “quel è il più grande comandamento della legge?”. L’intenzione sarebbe quella di mettere alla prova l’ortodossia del profeta di Nazareth ponendo la questione a Gesù: esiste una gerarchia di priorità nella Legge sinaitica? I farisei riconoscevano ben 613 precetti e divieti che dovevano essere rispettati. È importante sapere qual è il principio che ispira tutte le leggi, altrimenti, invece di favorire, soffocano la vita. Ora Gesù risponde alla questione posta dal dottore della legge evidenziando una duplice nota fondamentale che sta nel cuore della Torah medesima:
- anzitutto, che la relazione con Dio e l’obbedienza alle sue norme, trovano la loro anima nella più sublime delle disposizioni registrate negli scritti mosaici: amare Dio! E ciò nelle misure espresse della formula iniziale del ‘credo’ (Shemà) israelitico: Dt 6,5;
- in secondo luogo, Legge e Profeti (cioè, tutto ciò che l’israelita ascolta da Dio, nella lettura sinagogale sabbatica) richiedono che le relazioni con il ‘prossimo’ siano animate egualmente e tutte dall’amore. Così aveva chiesto in Lv 19,18;
- dunque, amare: e in misure grandi e interiorizzate, non riducibili ad alcuni gesti o riti concreti, bensì alimentando questi ultimi di amore, che verso Dio deve trarre senso da tutto l’essere dell’uomo (cuore, anima, mente) e verso il prossimo deve commisurarsi all’amore che si ha per se stessi. Ecco dove sta la novità-Vangelo di Gesù: dal ‘cosa fare’ (cf. Lc 10,25) al ‘come essere’ interiormente in relazione con Dio e con il prossimo. E già tutta la rivelazione in sé, che Dio aveva fatto a Israele, aveva manifestato questa identità misteriosa di Dio: colui che ama; quindi genera, libera, perdona, cerca, assume con sé.
Ma c’è anche una seconda interpretazione della domanda posta a Gesù, come leggiamo nella nuova traduzione CEI: “qual è il grande comandamento della legge?”. Qui non si tratta di capire qual è il più grande secondo un ordine che includa e dia senso agli altri, ma il “grande”. E il grande per gli ebrei era quello del sabato, perché è il comandamento nel quale Dio stesso si impegna a “riposare” in tal giorno. La domanda posta a Gesù è quindi malevola. Se Gesù avesse risposto che il grande comandamento è quello del sabato, allora subito i sadducei e i farisei attraverso lo scriba che ha posto la domanda a Gesù lo avrebbero accusato di non rispettare il sabato, questione già sollevata in 12,1-11 quando Gesù ha permesso ai discepoli di raccogliere le spighe di grano per nutrirsi e lui stesso aveva guarito l’uomo dalla mano paralizzata. L’accusa, in questo caso, non riguarda l’ortodossia di Gesù, ma l’ortoprassi. Gesù stesso aveva già affermato: “Non crediate che io sia venuto ad abolire Legge o i Profeti, non sono venuto ad abolire, ma a dare loro pieno compimento” (Mt 5,17). Ma perché allora Gesù non rispetta il sabato, anzi si è proclamato “signore del sabato?” (Mt 12,8).
Gesù non risponde citando il comandamento del sabato ma lo shemà, di Dt, la professione di fede che gli ebrei pronunciavano fin da bambini il mattino e la sera che per Gesù è il “grande comandamento” e il “primo” perché dà senso a tutti gli altri 613 precetti contenuti nella Torah. Lo shemà inizia con il comando di ascoltare il Signore: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore” (Dt 6,4). La dinamica è chiara: dall’ascolto alla fede, dalla fede alla conoscenza, dalla conoscenza all’amore.
Poi il comando: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Amare cioè il Signore come risposta al suo amore. In altre parole ciò che dà senso all’osservanza della legge, compreso il precetto del sabato, è la risposta di amore a un Dio che per amore ha liberato Israele dall’Egitto e ha fatto con loro un’alleanza perché possano vivere felici e abitare la terra. Fa tenerezza un Dio che insegue l’uomo per dirgli: “Ti do un ordine, grande e terribile: per favore, voglimi bene, perché anch’io ti voglio bene!”. Voglimi bene con tutto il cuore (il cuore è desiderio, affetto, passione; uno agisce secondo ciò che gli sta-a-cuore), con tutta la vita (la vita è tutto ciò che uno ha: ogni energia disponibile è per amare, ed è da usare tanto-quanto serve a questo fine), con tutta la mente (l’amore non è cieco, perché il suo occhio è la mente; questa valuta in funzione del fine). E ciò vale anche per il sabato, che è il tempo non della semplice astinenza da ogni forma di lavoro, ma il tempo per eccellenza per vivere da uomini liberi, l’amore liberante di chi è stato liberato da Dio. O l’amore è liberante, o non è amore. Ed è per questo che Gesù unisce all’amore per Dio l’amore per il prossimo. L’amore con cui amo il prossimo è lo stesso con cui amo Dio, ed è lo stesso con quale Dio mi ama! Questa è la novità della risposta di Gesù, che porta il sesto giorno della creazione al riposo di Dio.
“Da questi due comandamenti dipende tutta la legge” (v. 40). Ogni legge che non mantiene e non fa crescere l’amore e la libertà – necessaria all’amore – è dannosa. Attraverso l’amore, ciò che è in cielo avviene anche in terra: l’uomo entra nella vita stessa di Dio, nella Trinità.
Riflettiamo
- Amare Dio, o meglio cercarlo per lasciarsi amare da Lui, è necessario per amare di vero amore il prossimo. Perché siamo chiamati ad amare al livello con cui Dio ci ama; siamo chiamati a far nostro l’amore divino che ha abitato nel cuore di Gesù. Se ciò non avviene l’amore per il prossimo sarà troppo umano, egoistico, egocentrico e, nel caso migliore, limitato, fragile, volubile.
- Amare il prossimo è necessario per rimanere nella vita nella quale il Signore ci ha liberati, ci ha introdotto. L’amore verso i fratelli ci fa essere nella relazione vera con Dio che è amore, e quindi rimanere in relazione con Lui. Certo, i fratelli non sono spesso facili, hanno i loro difetti. Ma è proprio questi difetti, limiti, povertà che ci provocano ad amarli così come sono. Che ci provocano ad un amore autentico.
- L’amore implica una radicalità (amerai… con tutto il cuore, con tutta la tua anima con tutta la mente): se non è radicale non è amore. Sarebbe solo convenienza. Se uno dice di “amare quasi fino in fondo” ma si riserva uno spazio di operatività indipendente dall’atto di amare, lo spazio appunto di un agire secondo i propri interessi quando l’amore non risulta “conveniente”, vuol dire che quella persona non ama davvero.
- È importante notare che nelle parole “come te stesso” viene suggerita la possibilità e perfino il dovere di amare se stessi (non, ovviamente, in modo egoistico). C’è un sano amore per se stessi che sta alla base del vero amore per gli altri. Quando scopro nella mia vita che vengo da un dono di amore di altri, e in particolare dell'Altro che mi ha voluto dall'eternità; quando scopro i segni della presenza e dell'amore del Signore nella mia vita, allora si sento prezioso ai suoi occhi, ho un valore grande davanti a Lui. Da questo nasce l'amore per se stessi, dal scoprirsi amati da Dio. Non da una semplice operazione psicologica. Ma anche viceversa: quando amo gli altri in fondo sperimento il valore che sono, per cui anche la mia stima cresce.
Di chi è questa immagine? (Mt 22,15-21)
Protagonisti sono di nuovo i farisei. Già erano stati intrappolati quando Gesù aveva risposto alla loro questione sul suo potere (21,23-27). Ora passano al contrattacco, con più furbizia: gli fanno una domanda che, qualunque sia la risposta, lo lascerà senza via di scampo. A loro non interessa la verità, ma come incastrare Gesù.
È da notare che insieme ai farisei ci sono anche gli odiati erodiani che erano partigiani della monarchia di Erode e simpatizzanti per gli occupanti romani. I farisei si alleano con loro (ed è l’unico caso che troviamo nel vangelo) per la volontà di far cadere un avversario comune. È il mistero del male, delle sue congiure, delle trame e alleanze segrete, che sono incompatibili con un cammino nella verità della Parola di Dio, la quale è luce per i passi dell’uomo.
La domanda che pongono è: “Maestro, sappiamo che sei veritiero... (è un bel complimento che fanno a Gesù, ma serve come esca: riconoscendolo che Gesù dice la verità al di là di ogni opportunismo, vogliono in tutti modi evitare che se la cavi con una mezza verità o con un elegante ‘non so’): “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (vv. 16-17). Qui per “tributo” non si intende quello imposto sulla produzione e circolazione di merci (che permetteva il reperimento delle risorse per la costruzione delle opere pubbliche: ponti, strade...), ma il testatico esigito da tutti i popoli sottomessi ai romani, sia per gli uomini che per le donne, schiavi compresi, dall’età dei 12/14 anni fino ai 65. L’ammontare di esso non era così elevato: probabilmente equivaleva alla paga di un giorno lavorativo. Certamente tale pagamento, come fatto stesso, significava riconoscere politicamente la sottomissione a Roma.
Dobbiamo però anche ricordare che per il giudaismo palestinese di allora il problema del rapporto con l’impero romano non consisteva soltanto in indipendenza politica, ma di professione di fede: unico Signore e re dell’universo è il Signore, Dio d’Israele. Ora esisteva una moneta speciale per pagare tale tassa, recante l’immagine dell’imperatore (Tiberio). In ciò i religiosi più intransigenti vedono anche una trasgressione al comandamento che vieta le immagini (cfr. Es 20,4) e, in definitiva, un attentato all’unica signoria di Dio, confessata nella propria fede giudaica.
Non è dunque difficile cogliere la provocazione della questione posta a Gesù. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo che nutriva decisamente sentimenti antiromani (e forse i farisei lo avrebbero anche accusato – sul piano della fede -di trasgredire il comandamento); se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana. Qualunque risposta avesse quindi dato, si sarebbe tirato la zappa sui piedi.
La risposta che Gesù dà non elude la domanda, ma sposta il problema a un altro livello.
Anzitutto Gesù, “conoscendo la malizia”, smaschera anzitutto l’ipocrisia degli interroganti: “Ipocriti (termine che in Matteo oltre all’aspetto della dissimulazione comporta anche un aspetto di empietà), perché mi tentate?” Fa poi eseguire un ordine: “mostrate la moneta del tributo”. Ora è lui a mettere in difficoltà coloro che erano venuti per metterlo in difficoltà. Se essi avevano posto il problema sul piano delle apparenze o dell’opinione (“che ti sembra?”), Gesù si muove sul piano della ‘visibilità’. Mostrando la moneta del tributo essi rivelano già di aver trasgredito, con il possesso di essa, quel comandamento con cui essi vorrebbero compromettere Gesù. La moneta mostrata a Gesù è lì con l’effige dell’imperatore, ma offre a Gesù l’opportunità per comunicare il suo insegnamento, e di rendere così la controversia un’occasione per l’annuncio del Regno di Dio.
Fatto pronunciare da loro il nome del proprietario effigiato sulla moneta, sentenzia la grande direttiva che distingue il piano di Dio dal piano degli uomini, e la questione del potere terreno, e della sua legittimità o illegittimità, dalla questione delle esigenze della volontà di Dio. L’obbligazione verso Cesare, nella risposta di Gesù, non significa soltanto saper riconoscere realisticamente chi ha il potere in un certo momento storico (cosa peraltro già insegnata da profeti come Geremia ed Ezechiele), senza pericolose fughe utopistiche, ma significa anche rispettarla con lealtà in ciò che fa di bene, organizzando la convivenza degli uomini. Ma non si faccia illusioni Cesare: il cristiano non è mai un alleato del potere, ma solo dell’uomo. Quando il potere si propone come assoluto e impone un gioco contro coscienza, troverà il rifiuto.
E, insieme, Gesù rivolge un appello quanto meno inatteso: “rendere... a Dio quello che è di Dio!”. Tutto è di Dio. Non nel senso che lui se ne appropria, ma che lo dona a tutti. Per questo è Dio! Il suo potere lo conosce il Figlio – colui che ha verso i fratelli lo stesso atteggiamento di amore e rispetto che il Padre ha verso di lui. È un potere di mitezza, dono e servizio: convive con il potere di violenza e lo vince senza combatterlo, come la luce vince la tenebra, il dono la rapina, l’amore l’egoismo. Dare a Dio ciò che è di Dio significa quindi per il cristiano vivere la stessa “logica” di Gesù, e in questo essere gradito al Padre.
In sintesi l’insegnamento di Gesù ci dice di tenere presenti due cose:
- Dio non esautora l’uomo dalle sue responsabilità, ne è invece l’origine. Secondo: il suo potere non entra in concorrenza con il nostro: è dono amore e servizio, non appropriazione, violenza e dominio.
-Solo chi dà a Dio ciò che è di Dio, sa cosa dare a Cesare. Ciò che è di Dio, il frutto di cui il Padre ha fame, è la libertà dei figli e l’amore dei fratelli. Chi cerca questo, trova risposta anche al resto. Gesù, dunque, non solo rifiuta l’alternativa Cesare o Dio, ma chiede più coerenza e impegno nella relazione con Dio. Sta infatti in questa richiesta di autenticità religiosa la profezia di Gesù nell’area del tempio di Gerusalemme.
I destinatari di questa parabola del banchetto nuziale sono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo. Gesù ha già raccontato loro due parabole che abbiamo visto nelle due domeniche precedenti: l'uomo che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna e quella della vigna e dei vignaioli. Nonostante la chiusura di queste autorità religiose Gesù spera sempre che possano aprire la mente e accogliere il Regno di Dio che Egli è venuto a portare sulla terra nella sua persona. Leggiamo e commentiamo ora la parabola.
“Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (v. 1). “Il re vuole organizzare una festa nuziale per suo figlio. È anzitutto espressione dell'amore e del rispetto del padre per suo figlio. Avrebbe potuto – nota la Speyr – organizzare una festa solo tra intimi e, dal momento che il Padre e il Figlio sono Dio, una festa all'interno della Trinità. Ma poiché la gioia sia piena, la sua gioia e la gioia del Figlio, il padre vuole allargare la festa e far venire ospiti da fuori. Anche questi devono partecipare alla gioia del re, alla gioia intima di Dio. La preparazione della festa è come un'esegesi del duplice comandamento dell'amore che il Signore ci dà. Il re e suo figlio si amano; ma il loro amore non basta loro, essi desiderano elargirlo agli uomini. (...) L'invito giunge certamente da loro e solo da loro, ma è un invito a esserci e a partecipare. Lo scambio d'amore deve essere allargato. Per realizzare ciò il re invia i suoi servi, mentre lui prepara la festa, che dovrà essere motivo di gioia non solo per lui e per suo figlio, ma anche per gli ospiti. Il re sa come sono gli uomini che possono essere fatti contenti. (…) Questo invito è per sua essenza risposta a una nostalgia e a una domanda degli uomini, che essi magari non confessano, ma che è tuttavia ben presente”[1].
“Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire”. Queste persone ritengono che da una simile festa non ci sia nulla da attendersi, reagiscono svogliati a una simile richiesta, forse non in maniera ostile, ma certo indifferente. Le parole di invito riecheggiano nel vuoto, rimbalzano su di loro. Forse i servi avrebbero dovuto esprimersi con altre parole, forse il re avrebbe dovuto lasciar balenare qualcosa di più attraente? In ogni caso gli invitati non si sentono attratti. La cosa non dice loro nulla. Né dice loro qualcosa il fatto che proprio loro sono le prime persone che il re invita, quelle a lui più vicine. Non colgono il grande onore che è loro riservato con quell'invito.
“Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei buoni e i miei animali ingrassanti sono già macellati...” (vv. 4-7). I servi vengono inviati ancora, con un compito più preciso. Il contenuto è di per sé lo stesso, ma l'invito è ora reso più bello, la festa presentata in maniera allettante. Ed è tutto già pronto. Ci si può già fare un'idea dei piaceri che aspettano. Il re ora sollecita: è davvero il momento di venire. E sebbene nelle persone invitate venga suscitata una qualche idea dei piaceri che le aspettano e il re si sia comportato con loro in maniera ben più liberale di quanto ci si aspetti da un re, lodando la propria tavola, gli invitati se ne stanno lontano. Anche l'insistenza del re non li tocca. Sono chiusi alle sue promesse. Queste non riescono a far breccia nel loro mondo interiore. E così essi tornano ai loro affari. Sono così legati alla loro quotidianità, ai loro interessi immediati, da non lasciare alcuno spazio alle sorprese, agli inviti e ai doni.
Forse sono anche preoccupati per questa nuova comparsa dei servi del re e temono qualche nuova pretesa, decidendo di chiudersi del tutto a questa possibile novità: prendono i servi del re e li uccidono. L'indifferenza dei primi invitati, come pure di quelli del v. 5 che ritornano al loro lavoro – è sostituita dall'odio di quest'ultimi. Costoro non sopportano di essere disturbati. Colpiscono e uccidono!
Matteo interpreta in modo allegorico la parabola, vedendo in essa uno schizzo della storia della salvezza. Il primo gruppo di servitori inviati dal re (Dio) per la festa di nozze di suo figlio (Cristo) sono i profeti. Ma essi vengono respinti. Allora, quando la cena è già pronta, il re invia un secondo gruppo di servitori (gli apostoli e i primi martiri) che non solo vengono respinti, ma anche malmenati senza alcun motivo.
È una situazione veramente paradossale se pensiamo che tale festa non capitava tutti i giorni. Infatti allora non c’erano i frigoriferi e quando si ammazzavano gli animali bisognava mangiarli tutti, presto; poi, per mesi si stava senza.
Sorprendente è la collera del re, il quale ha tollerato nella sua longanimità l'indifferenza dei primi, ma non l'uccisione dei suoi servi. È l'ira del Dio che reagisce a quel male nel mondo e a coloro che lo compiono oppendosi al piano salvifico. Il no di Dio supera per potenza il no degli uomini.
La cena comunque si farà, a qualsiasi costo. La sua decisione di far partecipare gli uomini al banchetto, ossia di comunicarci la sua vita eterna (qui l’allusione all’Eucaristia è forte) è irrinunciabile, non può essere messa in scacco dalla cattiva volontà umana. Non può accontentarsi di celebrare il banchetto tra i pochi intimi e di distribuire i resti di esso ai poveri alle porte del suo palazzo. Per questo decide di allargare ad altri il suo invito, si rivolge ai lontani, e invia i servi per le strade (missione ai pagani). L'urgenza dell'invito sarà per loro qualcosa di evidente. Non troveranno né occasioni né pretesti per dubitare dell'offerta di grazia che il re vuole fare proprio a loro, così come sono (i servi, infatti, devono invitare chiunque trovano). Così il re riempie la sala del banchetto di povera gente e che gusta inaspettatamente tutta la gioia e la bellezza di un tale pranzo. È la cena del tempo della salvezza.
La gratuità e la grande generosità del sovrano appaiono ancora più evidenti dal fatto questi gli invitati raccolti per strada sono gente “buona e cattiva” (cfr. v. 10). La Chiesa, proprio perché pellegrina nel tempo e non ancora giunta alla pienezza, è inevitabilmente composta di giusti e di peccatori, di santi e di cattivi. Non bisogna scandalizzarsi perché la Chiesa è un “corpo misto”, nel quale spesso il bene coesiste con il male, ma bisogna invece darsi premura di procurarsi un ‘vestito’ adatto all’occasione, cioè una coerenza di vita, in cui si mostra di aver aderito al Vangelo integralmente e sinceramente. Ecco perché Matteo introduce qui la piccola parabola dell’invitato indegno. Al convito nuziale bisogna avere l'abito adatto, quello che rappresenta la nostra partecipazione alla festa. Infatti era uso a quel tempo regalare agli invitati un segno - come ad esempio un mantello da mettere sopra la veste – che indica che l'invitato non approfitta solo per mangiare, ma segnala la sua partecipazione alla festa. Entrare senza l'abito vuol dire entrare senza il segno di partecipazione alla festa.
Fuori metafora possiamo chiederci: Che cosa rappresenta questa veste? Nella tradizione biblica la veste indica la grazia ricevuta, la dignità battesimale di essere figli nel Figlio, la vita divina che abita in noi (siamo stati “rivestiti di Cristo”). Ma questo dono di grazia deve essere accolto; ad esso deve corrispondere la conversione e l'adesione a Cristo. Ogni battezzato può essere estromesso dal banchetto del Regno se rifuta la grazia, se persevera in una condotta non autentica, piena di compromessi. Nell'Apocalisse, infatti, nel monito di Gesù alla Chiesa di Filadelfia, la veste bianca è portata senza macchia da coloro che sono rimasti fedeli, anche a prezzo del martirio (cfr. Ap 6,11); e in Ap 19,8b si dice che “la veste di lino (data alla sposa dall'Agnello) sono le opere giuste dei santi”. Ed è su questo che saremo giudicati (cfr. il “giudizio finale” di Mt 25: il giudizio sarà fatto sulla carità).
In Galati 3,27 Paolo scrive: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo». La veste richiama quindi l'appartenenza a Cristo e la necessità di vivere in modo coerente con essa. Anche quando per tale coerenza è richiesto il coraggio di affrontare la tribolazione. Così in Ap 7,14 i salvati sono coloro che “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello”; e in 22,14, in conclusione dell'Apocalisse, dopo aver detto che il Signore verrà a “rendere a ciascuno secondo le sue opere”, si ripete: “Beati coloro che lavano le loro vesti”, cioè che si sono conformati a Cristo.
Quindi la fedeltà e la generosità dell’amore di Dio non possono diventare un pretesto per una vita accidiosa, tiepida, ma devono generare nel credente la consapevolezza che il rifiuto o l’accettazione del lieto annuncio comporta la morte o la vita. La Chiesa è la comunità di coloro che hanno accolto l’annuncio della grazia, ma essa rimane sempre anche sotto il giudizio di Dio! E se, allora, nel presente nella Chiesa convivono buoni e giusti, non sarà così alla fine, perché il giudizio di separazione sarà fatto in modo inesorabile in base alla nostra risposta, al nostro impegno nel vivere l'amore. La “veste bianca” diventerà, allora, anche il segno della salvezza (cfr. Ap 3,5); per questo coloro che appartengono alla comunità dei salvati portano “vesti candide” (cfr. Ap. 7,9).
“Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (v. 13). Il destino dell'invitato indegno è rappresentato come qualcosa di penoso. Non ha corrisposto alla vocazione all'amore, che è la vocazione di ogni uomo.
“Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (v. 14). Il tema del numero degli eletti è caro alla letteratura apocalittica. Il testo di Matteo, però, non vuole soddisfare la curiosità sul numero dei salvati, curiosità riprovata da Gesù stesso (cfr. Lc 13,13-24), bensì vuole stimolare i suoi lettori a sforzarsi di vivere in modo degno della chiamata ricevuta. Inoltre, attraverso il gioco della dialettica tra “molti” e “pochi”, Matteo intende applicare alla Chiesa la teologia del resto d’Israele, il che significa che come per Israele si salva soltanto il resto fedele, così la partecipazione alla salvezza eterna chiede alla Chiesa uno sforzo di fedeltà e di purificazione.
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[1] Cfr. A. Von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 101-102.
Darà la vigna ad altri vignaioli (Mt 21,33-43)
Lo sfondo di questa parabola raccontata da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo ha per riferimento anzitutto l’ambiente culturale e sociale della Palestina: grandi proprietà terriere erano in mano a latifondisti stranieri, i quali le avevano avute in premio per i servizi resi ai signori e ai re di Palestina. Essi avviavano a frutto il terreno - la vigna, i pascoli, gli ulivi - quindi consegnavano ad un amministratore locale la conduzione del terreno (si ricordi la parabola dell’amministratore infedele: Lc 16,1-8). Vi si lavorava, dunque, a mezzadria o in qualità di braccianti, come suppone la parabola di Mt 20,1-16.
Ma Gesù in questa parabola fa espliciti riferimenti al canto della vigna di Is 5,1-7. Riferendosi così alla Scrittura (vedi i particolari descrittivi: la siepe, il torchio e la torre) Gesù vuole chiaramente indicare che qui non si tratta di un proprietario e di una vigna di questa terra, ma si sta parlando di Dio e di Israele. Quindi la parabola intende narrare la “storia” di Israele come un intreccio tra la infedeltà dell’uomo e la fedeltà di Dio. Il testo di Isaia termina con l'annunzio di sventura. Spesso nel NT questo tipo di tono sparisce, ma non in questo vangelo, nel quale Gesù rimarca con rinnovata durezza quelle minacce rivolte ai vignaioli criminali. Il tono rimane duro perché il peccato di tali vignaioli è molto grave.
Questa parabola è strutturata in quattro tempi e una conclusione.
1° tempo: la piantagione della vigna (v. 33). Il testo riflette chiaramente il vocabolario di Is 5,1-2. Il “piantare una vigna” è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fatica. Bisogna cercare il terreno giusto, scavarlo profondamente e drenarlo, scegliere il vitigno e piantarlo. Poi la vigna viene “attrezzata” di tutto ciò che occorre: la siepe, che delimita e protegge la proprietà da ciò che la danneggia, ladri o bestie; il torchio, posto al centro della torre per spremere il frutto della vigna, e la torre per custodire la vigna e depositarci i frutti. Gesù, quindi, sottolinea l’azione paziente e premurosa di Dio per il popolo eletto. Come il contadino egli ha fatto questo con gioia aspettandosi dei frutti. Sono i frutti dell’amore per i fratelli, di cui ha fame tanto il Figlio quanto il Padre (cfr. Mt 21,18-22: il fico maledetto).
Al termine del lavoro la vigna viene affidata ai vignaioli (cioè ai capi del popolo) e il padrone se ne va (chiara allusione alla libertà dell’uomo). Questi contadini dovrebbero avere la consapevolezza di appartenere a Dio; dovrebbero quindi aver chiaro perché devono lavorare, quali frutti il padrone si aspetta da loro, affrontare con generosità il lavoro faticoso della vigna. Essi dovranno rendere conto del loro lavoro, la vigna dovrà dare frutti al padrone. Dovrebbe essere per loro un onore lavorare per il Signore. Essere cioè suoi collaboratori, portando gran frutto nella Chiesa e per l'umanità. Frutti che hanno il sapore - come l'uva - dei tempi messianici, cioè della grazia salvifica che ha operato nella nostra vita e che viene offerta a tutti per la salvezza.
Ma questi contadini invece pensano: “la vigna è nostra, ne facciamo ciò che vogliamo”. Siccome il padrone li ha lasciati liberi, hanno preso confidenza e hanno dimenticato che la loro libertà era data per coltivare bene la vigna, per farle produrre frutti.
2° tempo: gli invitati del padrone lontano vengono respinti o maltrattati dai vignaioli (vv. 34-36). Alla malvagità dei vignaioli, Dio non si stanca: moltiplica con generosità i suoi appelli inviando dei servi, e degli altri servi ancora. Ma al moltiplicarsi dei gesti di bontà del padrone corrisponde un crescendo della cattiveria. Già tale opposizione era stata denunciata da Ger 7,25-26;26,4-9 e da altri profeti, proprio riguardi ai profeti;
3° tempo: massacro del figlio erede (vv. 37-39). Alla fine il padrone manda il proprio Figlio, l'unico che sia davvero vicino al Signore e da loro chiaramente riconoscile; egli rappresenta il Padre, dal momento che vive interamente la missione che il Padre gli ha affidato. Sanno che il Figlio è l'erede, che tutto ciò che il Padre è appartiene al Figlio, che non vi è alcuna divisione. E che, quando verrà l'ora di ereditare (non perché il Padre muore, ma perché Cristo muore e risorge), l'intera eredità (cioè la gloria divina che risplende anche nell'umanità di Gesù) passerà immancabilmente al Figlio.
È da notare che il padrone non vuole la morte del proprio figlio: “avranno rispetto di mio figlio!”. L’immagine di Dio qui è chiara: non è il Dio della morte, ma della vita. Dio non può non volere altro che la vita.
Proprio davanti al figlio inviato esce allo scoperto la brama di possesso dei vignaioli, quella di possedere anche l'eredità del Padre. Se l'erede venisse ucciso, l'eredità passerebbe a loro. Ed è quello che vogliono fare. Ma ciò diviene un vero e proprio attacco al Padre.
Si noti che l’allusione che Gesù fa della sua morte è chiara; precisa infatti che gli assassini “lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero”. In Eb 13,12 si legge: “Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città”.
4° tempo: dialogo di Gesù con i presenti (vv. 40-42). Inizia con una domanda: “Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?” (v. 40). In questa domanda c'è qualcosa di implicito: la differenza tra il Padre e il Figlio che appare grande. Infatti i vignaioli potevano uccidere il Figlio nella sua umanità, ma interviene il Padre il suo potere sarà tanto grande che i vignaioli non potranno fargli nulla.
“... che farà...?. Gli ascoltatori, interpellati da Gesù, rispondono dicendo che il delitto è degno della più severa condanna (vv. 40-41). La denuncia di Gesù allora si fa esplicita e di inequivocabile coerenza, come in Is 5,5-6. Il messaggio è chiaro: voi, affittuari della vigna e capi del popolo, non avete voluto accogliere il messaggio annunciato dai profeti e avete accumulato contro Dio ribellione a ribellione! Voi rigettate perfino l’ultimo messaggero, il Figlio! Ora la misura è colma!
“Non avete mai inteso nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata...” (v. 42). Gesù cita il Sal 118,22s, lo stesso citato anche nell’ingresso messianico (21,9). È da notare come in ebraico “pietra” (‘eben) e “figlio” (haben) si richiamano: colui che è stato da loro disprezzato è proprio il Figlio che, in quanto ucciso, dà la vita per tutti. Egli è la pietra angolare del nuovo tempio.
“Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (v. 44). La croce non è solo potenza di Dio che per amore consegna il Figlio senza risparmio dando agli uomini fiducia fino in fondo, ma è anche terribile giudizio su come avremo usato tale libertà. In altre parole i vignaioli omicidi sono stati scartati a causa del modo in cui hanno considerato la pietra angolare; sono stati scartati per la loro decisione di scartarla.
Conclusione: “vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato ad un altro popolo che lo farà fruttificare” (v. 43). Il rifiuto dei capi del popolo sarà l’inizio di un nuovo popolo (che noi identifichiamo con la Chiesa) e la pietra scartata sarà testata d’angolo del nuovo tempio.
I capi del popolo capiscono finalmente che si parla di loro, e si accingono a fare ciò che Gesù ha appena detto (vv. 42-44).
Gesù interroga i sacerdoti e gli anziani del popolo che non accettano il Signore e il messia che viene in una forma diversa da quella che essi si aspettano. Per questo Gesù racconta loro la parabola dei due figli, uno del quale "cambia idea" e compie la volontà del padre, mentre l'altro no. “Fare la volontà del Padre” è il centro del Vangelo di Matteo: significa riconoscersi figlio e vivere da fratello. Questo è possibile a chi si converte; ma si converte chi è capace di accogliere il vangelo, e alla luce di esso supera le proprie resistenze (comprende la verità e aderisce ad essa) e ammette i propri peccati. Vero cieco è chi crede di vedere (cfr. Gv 9,41), vero peccatore chi si crede giusto (cfr. Lc 18,9-14). La parabola mette in evidenza questo peccato, perché non si consumi nell’inavvertenza di una sorda resistenza dello Spirito.
Tutta la parabola è costruita sul confronto tra due fratelli ai quali il padre chiede di lavorare nella sua vigna.
Nella risposta positiva del primo figlio si deve notare l’enfasi data al termine “signore”, che indica qui il pieno riconoscimento (a parole!) dell’autorità paterna, ma che rimanda anche alle parole di Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (7,21). Se il padre della parabola rappresenta Dio, questo figlio rappresenta l’uomo religioso, che però non mette in pratica appieno la volontà del padre.
Il secondo figlio capisce bene la richiesta del padre, non ha però la voglia di lavorare e per questo dice: "no". Rispondere “no” ad un ordine paterno nella società antica era molto più grave e riprovevole rispetto ad oggi. Il figlio che si rifiuta di esaudire la richiesta del padre mette in discussione la sua autorità e mostra così il disprezzo non solo per l’ordine sociale e la morale diffusa, ma anche per i comandi di Dio (cfr. Sir 3,1-16). È una colpa molto seria cui segue, dopo un lasso di tempo, il cambiamento di questo secondo figlio, con il riconoscimento della gravità del proprio comportamento (il verbo qui usato per “pentirsi” è metamelomai, che indica la conversione). Questa consapevolezza era cresciuta in lui fino a diventare un'esigenza impellente. Così l'imperativo interiore è diventato più forte della sua voglia, vince la realzione con il padre rispetto ai propri gusti e alle proprie voglie. E si reca al lavoro.
Questi due figli, che rappresentano per ogni epoca il pericolo continuo di professare la fede senza tradurla in opere concrete, rispecchiano bene una lunga storia di relazione di Dio con Israele che a suo tempo i profeti avevano evidenziato:
- ci sono coloro che - come “pubblicani e prostitute” - avevano disobbedito a Dio, scegliendo comportamenti aberranti rispetto alle vie tracciate dal Decalogo e da tutta la legislazione sinaitica. Poi però, alla predicazione del Battista (e di Gesù), erano rientrati su vie di conversione;
- gli altri invece - come gli interlocutori di Gesù e suoi contestatori - avevano detto un sì formale di adesione al comando divino, senza però farlo seguire da una effettiva obbedienza. Il peccato di questi uomini religiosi è grave, ed è un appello anche per noi. Perché come credenti per compiere la volontà del Padre non c'è altra strada che piegare le nostre rigidità, chiusure mentali e voglie per rimanere in relazione con il Padre compiendo la sua volontà. E' rispondere sì a una volontà che ci sembra scomoda, che ci chiede il sacrificio di seguire il Signore nella vita dell'amore, di amare per primi, di essere strumenti di misericordia, seguendo la via che Lui stesso per primo ci ha insegnato e mostrato con la sua vita. Se non siamo docili alla volontà del Padre, tra l'altro, perdiamo anche le grazie che ci vuole dare. La prima grazia è quella gioia di essere figli, di sperimentare il volto compiacente del Padre, di lavorare nella sua vigna a favore degli altri uomini, di essere quindi strumenti di bene, portando gran frutto. La resistenza alla volontà del Padre ci mantiene in una situazione di chiusura in noi stessi, che incrina il rapporto costitutivo con Dio, che ci toglie la pace di chi rimane nella volontà del Padre e segue Gesù con la stessa prontezza di obbedienza che lui, il Figlio, ha avuto verso il Padre che lo ha inviato.
“Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” (v. 31) - domanda Gesù ai gran sacerdoti e agli anziani del popolo. Essi non possono non convenire con il pensiero di Gesù: obbediente al padrone della vigna fu il secondo dei due figli. Cioè, commenta Gesù, “i pubblicani e le prostitute”, categorie tanto deprecate a Gerusalemme e nel tempio, e perciò tenute lontane dalla comunità ufficiale ebraica, di fatto vi hanno ormai superati: si sono convertiti alla parola che hanno ascoltato e sono già andati al lavoro.
Poi Gesù precisa: Giovanni è venuto a voi “nella via della giustizia”, intendendo per giustizia il giusto rapporto di fedeltà e obbedienza verso Dio (cf. 3,15) “e non gli avete creduto”, anzi l’avete ritenuto un indemoniato (11,18). I “pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto”. Voi che avete non solo visto e udito Giovanni, ma avete visto anche “queste cose” (cioè l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e nel tempio) non siete nemmeno capaci di pentirvi, riconoscendo così la vostra menzogna. Finché - sembra dire Gesù - continuiate a ritenervi giusti, non volendo riconoscere il vostro peccato, non avrete accesso alla salvezza.
E' chiaro che la parabola allora diventa una domanda rivolta anche a noi: il mio «sì» a Dio è soltanto sulle labbra, oppure diventa docilità a ciò che lo Spirito Santo mi fa comprendere? Ed è anche una parabola di speranza (come ci viene mostrato dalla figura dei pubblicani e prostitute che si convertono): in tante situazioni possiamo aver peccato, cioè esserci prostituiti agli idoli in ricerca di felicità a ciò che non dà vita e felicità, ma alla fine capire davvero che rimanere così è un fallimento esistenziale. E' la parola di Gesù ad averci illuminato e scosso, ad aver fatto verità in noi. E per questo, avendo ricevuto il dono della luce, della verità che ci ha liberti, non possiamo che lavorare nella sua vigna per dire anche agli altri che possono vivere una vita vera, secondo verità, nell'amore e nella gioia.
Sei invidioso perché io sono buono?
“Molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi” (Matteo 19,30). Gesù è criticato (dai farisei?) per la sua familiarità con i disprezzati e i proscritti. È uno scandalo. Gesù reagisce con questa parabola. È in questione l’immagine di Dio. E orientare tutta l'esistenza nella logica di vita del Maestro significa ribaltare letteralmente i criteri di valore comuni.
La vigna è il popolo di Dio – Israele nell'AT e ora la Chiesa –, chiamato a portare i frutti del Regno, che sono l’amore di Dio e del prossimo. Ma questa vigna può essere intesa anche come l'umanità intera, chiamata a corrispondere all'amore del Signore che ha dato la vita per essa; o, addirittura, la stessa creazione che Dio possiede, ma che ha affidato alle mani degli uomini. Se il Signore non si interessasse della sua vigna, il terreno resterebbe abbandonato ai capricci del tempo, le piante selvatiche lo sommergerebbero fino a soffocarlo, non ci sarebbe alcuna progettazione, né alcun frutto. “Come Dio nel suo mondo ha progettato ogni cosa in funzione di Cristo e a lui l'ha ordinata, così il padrone della vigna deve ordinare ogni cosa alla vendemmia. Si deve lavorare per il frutto. E come la Chiesa e il mondo devono lavorare l'una con l'altro perché Dio ottenga il suo frutto, perché l'ordine che lui ha creato si dimostri fecondo, così qui deve essere realizzato un rapporto tra il padrone che possiede e che guida e i lavoratori assunti per occuparsi della vigna e della sua produttività”[1].
“...uscì all'alba per prendere lavoratori per la sua vigna”. Il Signore cerca dei lavoratori che contribuiscano al mantenimento della Chiesa e del mondo, che collaborino per far crescere il Regno di Dio, e li invia lui stesso nella sua vigna. Egli è il Signore di ogni missione e di ogni lavoro nella sua Chiesa. Se qualcuno realizza qualcosa nella Chiesa, è perché Dio lo ha chiamato e inviato.
“Uscito poi di nuovo alle nove del mattino...” (v. 3). Il Signore esce di continuo, a tutte le ore, per chiamare e richiamare l’uomo ozioso (gli operai oziosi) a lavorare nella sua vigna. Il termine greco argoi, usato esclusivamente da Matteo tra gli evangelisti (Mt 12,36), ha sempre un’accezione negativa (cfr. 1Tm 5,13; Tt 1,12; 2Pt 1,8). È quel genere di inattività che rende senza valore anche la fede (Gc 2,20).
“Quando fu sera...” (vv. 8-12). Destinatari della parabola sono gli operai della prima ora, assoldati all’alba per un danaro, che era la paga quotidiana necessaria per vivere. Sono essi a “brontolare” contro il padrone perché ha dato la stessa paga a tutti, anche agli ultimi. Ne sono testimoni oculari e per questo si indignano, ritenendo ciò un’ingiustizia. Così sarà, dice Gesù, al giorno del giudizio: tutti riceveranno la stessa ricompensa. È vero che gli ultimi assoldati se ne sono stati fino a tarda sera oziosi, seduti chiacchierando attorno al mercato. La loro giustificazione di non essere stati presi da nessuno a giornata può essere sincera (in effetti non hanno avuto la fortuna di trovare qualcuno che li ha presi per lavorare), ma può anche essere una pigra scappatoia. Il padrone, comunque, per compassione decide di assumerli anche per un’ora sola di lavoro e di pagare a loro come ai primi: egli sa bene che il salario di un’ora non basta per il mantenimento della loro famiglia. I loro figlioli avranno fame, quando il padre se ne tornerà a casa a mani vuote. Così agisce Dio, dice Gesù. Talmente buono! Egli fa partecipare immeritatamente al suo Regno i pubblicani e i peccatori tanto è grande la sua bontà![2] Per lo più: il Regno non è mai proporzionale all’impegno con cui un uomo ha lavorato (ha vissuto, cioè, la sua vita), ma è dono gratuito, è grazia. D’altra parte cosa può dare Dio di meno di se stesso, se è tutto amore? Ogni uomo ne riceve secondo la sua capacità. E la capacità di ricevere è proporzionale al bisogno. Chi amerà di più, se non colui al quale è stato perdonato di più (Lc 7,24)? Egli dice loro: come Dio è così buono, altrettanto lo sono anch’io.
“... mormoravano contro il padrone...” (v. 11). È il brontolio dei farisei e degli scribi contro Gesù che accoglie i peccatori e mangia con loro (Lc 15,1s), è il rancore di Giona contro il Signore che salva quelli di Ninive (Gn 4,1ss), è l’ira del fratello maggiore contro il Padre che fa festa per il minore (Lc 15,28). Ma né il figlio maggiore accoglie il Padre, né Giona Dio, né i giusti il Figlio.
Gesù vuole quindi mostrare ai farisei e gli scribi quanto sia ingiustificata, odiosa, dura e spietata la loro critica. L’inferno di questi “giusti” è vedere che Dio è misericordia con gli ingiusti. Non sopportano la giustizia di Dio. “Che vantaggio c’è allora per chi ha lavorato fin dal mattino?” - è la domanda che si pongono questi “giusti”. Essi ragionano con l’etica del capitalismo, cioè del compenso proporzionato al proprio lavoro (cf. v. 12). È la presunzione di poter accumulare “crediti” davanti a Dio. Pensare in questi termini equivale a fare una grande offesa a Dio. Questo modo di pensare lo troviamo anche in un brano del profeta Malachia:“Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi andate dicendo: ‘Che abbiamo contro di te?’. Avete affermato: È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo del male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti?” (Ml 3,13-15).
Lo sbaglio di chi ragiona in questo modo è evidente. Il vantaggio non consiste nell’avere una “paga diversa”, proporzionata al “lavoro”, ma di aver amato il Signore, di essere sempre stati con lui. Se gli scribi e i farisei non capiscono questo, vuol dire che amano ciò che il Signore dà più del Signore stesso. Lo amano non per amore di lui che è l’amore, ma per amore della propria ricompensa, dell’opera delle proprie mani. È, in fondo, lo stesso problema del figlio maggiore che non capisce la bontà del padre verso quel fratello minore che “era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32) e non sa gioire con lui.
“Amico, non ti faccio torto!”. Il padrone si rivolge in modo cortese, corretto, al portavoce degli operai che mormorano contro di lui perché si sentono trattati ingiustamente. Il titolo di ‘amico’ non è affatto detto in modo ironico, ma è una sollecitazione alla ricerca di un legame, di una relazione, soltanto all’interno della quale apparirà chiaro il senso di quanto il padrone intende dire. Affrontata sul piano contrattuale, la questione sembra già risolta, perché il compenso pattuito è stato consegnato ad ognuno di loro, per cui non si può accusare il padrone di ingiustizia. La sua giustizia però va al di là di quella umana.... È appunto la giustizia di Dio. Il suo amore è pienamente gratuito e non può essere rivendicato da meriti umani, veri o presunti. Quanto fa il padrone, mostrando ai vignaioli della prima ora la propria generosità verso gli ultimi lavoratori, dovrebbe ricordare che l’averli invitati a lavorare nella sua vigna è un segno del suo amore e della sua attenzione anche verso di loro, perché altrimenti sarebbero rimasti disoccupati. La parabola offre così un prezioso insegnamento: la vita cristiana non si riduce ad una sorta di scambio commerciale, di conteggio dei meriti e demeriti, ma si fonda sulla grazia di Dio.
“Non posso fare delle cose mie quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (v. 15). Il nostro guaio è l’invidia, l’occhio cattivo, la meschinità. Concentrati sui loro meriti – e quindi insoddisfatti di fronte al fato di essere stati trattati come tutti gli altri, senza differenze – non si sentono solidali con gli altri operai, non capiscono il bisogno di quelli che hanno atteso per ore, anzi quasi per un’intera giornata lavorativa, di avere un’opportunità per portare a casa qualcosa, del denaro per poter sfamare la famiglia. Non sono capaci di accogliere quest’ultimi con il cuore di Dio, di vivere con loro una fraternità che non si basa sui meriti, su quanto “rendiamo”, ma sul fatto che tutti siamo preziosi agli occhi di Dio.
Ma chi ha occhio cattivo, e non intende guarire, è anche nemico di se stesso. Perché rischia di guastarsi l’eternità. Passeremo l’eternità a conteggiare i nostri meriti. A confrontarli con quelli degli altri. A correggere le operazioni di Dio.
“Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi” (v. 16). Gli ultimi sono i primi a capire e accettare a “ricompensa” del Regno; i primi, invece, che hanno lavorato per tutta la giornata, parteciperanno della sorte degli ultimi. Alla fine tutti saremo salvati per grazia!
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[1] A. Von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 86.
[2] Il danaro, in questa parabola, rappresenta allora la vita eterna, indivisibile. La vita eterna, infatti, non è parcellizzabile. O si è dentro o si è fuori.
Quante volte dovrò perdonare?
“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? - chiede Pietro : “fino a sette volte?” . È da notare la generosità di Pietro.
Il numero 7 indica già una totalità: quindi Pietro, conoscendo il cuore grande di Gesù, volendo intenzionalmente superare la prassi giudaica che suggeriva di perdonare tre volte (cfr. Am 1,6) [1] , afferma di essere disponibile a perdonare in modo eroico, coinvolgendosi fino in fondo. La risposta di Gesù è però sconvolgente: Non basta perdonare 7 volte, ma 70 volte 7. Il perdono non si fonda su calcoli numerici, bensì sulla misericordia che non deve avere limiti.
La cifra che Gesù propone (“ settanta volte sette ”) è di grande interesse: comanda di perdonare sempre. Non si può parlare di limiti del perdono. Il perdono è un atteggiamento regale, divino, che non ammette frontiere. È un qualcosa con cui noi dobbiamo imitare la misericordia infinita di Dio (vedi la parabola seguente: Gesù invita ad imitare la misericordia del padrone).
La comunità cristiana è quindi luogo di riconciliazione. Il perdono è indispensabile se si vuole vivere in pace. Esso continuamente ristabilisce l'armonia, mentre le disarmonie nascono dalle reazioni immediate e pungenti. Quindi il perdono è il tessuto della vita cristiana. È in particolare il cemento delle comunità cristiane. Inevitabilmente sorgono dissensi, divisioni, litigi nelle comunità. Ma là dove il perdono risana, dà perfino la possibilità di riconciliarsi più di prima e di passare da un litigio ad un amore e comprensione più grandi. Senza perdono una comunità, come pura società, diventa invivibile. La comunità cristiana è consapevole delle proprie debolezze, ma conta sul perdono dei fratelli, ad imitazione dell'amore misericordioso di Dio.
Gesù motiva il perdono illimitato con una parabola. Quella del re che vuole regolare i conti con i suoi servi. Il primo servo gli doveva l'enorme somma di 10.000 talenti [2] . Il talento era l'unità di misura più grande allora esistente. Esso equivale a circa 6.000 giornate lavorative; il servo avrebbe dovuto lavorare per 20 anni senza mangiare solo per ripristinare 1 solo talento!. E' chiaro che questo servo non potrà mai restituire una cifra così enorme!
Diverso è il caso del secondo servo che doveva la misera somma di 100 denari (ossia l'equivalente di 100 giorni lavorativi; poiché 1 denaro era la paga di una giornata di lavoro, questo servo poteva restituire il tutto in tempi accettabili, cioè in circa tre mesi e mezzo.
Il primo servo si getta a terra, davanti al padrone, in un gesto di intensa supplica. Le sue parole però hanno una presunzione: che impegnandosi con tutte le forze egli potrà restituire questa ingente somma. Il che è impossibile! Ci sono persone che ancora in tali situazioni pensano di farcela da sole. L'uomo nel peccato – è questo il debito nei confronti di Dio - non può far nulla per “soddisfare” il suo “debito” così enorme!
Il re – che poteva, secondo le leggi del tempo, rifarsi dei beni intimando la vendita del debitore, di tutti i membri della sua famiglia e di ogni suo avere [3] - si impietosisce e condona. Il verbo “impietosirsi, commuoversi nelle viscere” è lo stesso usato da Lc 15,20 per indicare la reazione del samaritano di fronte al ferito e da Lc 15,20 per esprimere ciò che il padre della parabola sente quando vede il figlio prodigo che ritorna. È dunque una parola particolarmente evocativa, piena di pathos: il re si impietosisce e, di conseguenza, fa grazia, condona. Per questo padrone la dignità della persona è più importante di tutto, e quindi anche di questa quantità notevole dei beni che poteva rivendicare.
Ora se il re è Dio, egli sa molto bene, come sono vuote le nostre mani. La confessione dei nostri peccati deve esserci perché essa è grazia, perché la resa dei conti non finisce mai in paraggio per l'uomo: l'uomo non fa mai tutto quello che Dio si aspetta da lui, l'uomo non è mai senza colpa. Sì, deve esserci una confessione, perché Dio vuole avere un'occasione per mostrare ai suoi la sua misericordia, per riversare su di loro il dono sovrabbondante del suo amore all'interno della loro umiliazione. Dio ha bisogno del pentimento per poter rendere visibile l'amore, cancellare la colpa e donare un nuovo inizio al servitore.
Ma la longanimità ricevuta non lascia alcuna traccia comportamentale nel servo che ne è stato oggetto senza merito e in misura straordinaria. Infatti nei confronti del secondo servo si comporta in maniera diametralmente opposta a quella che il padrone ha avuto per lui, ossia vuole fare giustizia senza amore, dimostrando di non aver minimamente comprendendo la dinamica in cui il padrone l'ha inserito. Infatti assale con violenza il suo debitore, assume un atteggiamento oppressivo nei confronti di un suo pari e pretende l'immediata restituzione della somma. L'acme della contraddizione è raggiunta quando il secondo debitore chiede una dilazione di pagamento del tutto realistico, data la limitatezza della somma dovuta. La replica del suo creditore è violentemente negativa: il primo servo non conosce ragioni e segue solo i suoi interessi.
Nel rimprovero del padrone al secondo servo perché ha mancato di pietà il verbo “impietosirsi” ( splanchnizomai ) lascia il posto al verbo eleomai che è usato per lo più in riferimento alla misericordia di Dio verso l'uomo: “non dovevi tu forse aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” . È da notare che il verbo eleomai è usato anche in Mt 5,7 quando Gesù dice: “ Beati i misericordiosi (eleemones)”, cioè quelli che sanno perdonare, “perché otterranno misericordia” - eleethesontai , saranno perdonati -. In 6,14 Gesù, dopo aver insegnato il Padre nostro, riprende: “Se perdonate agli uomini le loro trasgressioni, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi” . E perché non ce ne dimentichiamo ci fa pregare: “Perdona a noi i nostri debiti come anche noi abbiamo perdonato ai nostri debitori” . È significativo questo verbo al passato, come a dire: noi abbiamo perdonato e dunque in effetti accogliamo il perdono divino che ci è già stato dato. È la libertà dell'uomo che accoglie o rifiuta, offre o nega al perdono di Dio lo spazio per farsi realtà.
Il messaggio della parabola è allora chiaro: il perdono è un dovere evangelico assoluto, indiscutibile, è parte della radicalità del Vangelo. Rispetto al dovere di perdonare non c'è davvero scampo. Chi è stato raggiunto dal perdono divino non può che seguire la logica divina. Il perdono, insomma, deve “circolare”: da perdono ricevuto divenire perdono offerto al fratello. "Una persona, anzi un peccatore, non può essere giusto nel senso di Dio. Può seguire Dio solo nella misericordia. Il servo che, appena salvato dalla grazia, non vuole perdonare colui che è servo come lui, sbaglia in maniera ancora più grave di quanto abbia fatto in precedenza con le colpe commesse nei confronti del suo signore. Nega al suo prossimo e dunque a Dio stesso l'efficacia che discende dalla sua grazia" [4] .
“Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andare a riferire al loro padrone tutto l'accaduto”. I altri servi sono testimoni di ciò che accade. Come tali hanno il dovere di rendere testimonianza al loro signore. Questa testimonianza è un'accusa, ma in forma di resoconto oggettivo. Il padrone li ascolta e riconosce la verità di quel che raccontano. Ambedue le cose, la deposizione e l'ascolto della testimonianza, sono dei processi all'interno della verità oggettiva. Tutto ciò che avviene tra la Chiesa e il Signore deve collocarsi in questa verità immutabile. Anche la rivelazione della colpa, anche il giudizio del Signore fa parte della verità; amore e verità non sono due cose separate e lontane l'una dall'altra che possono a malapena essere poste in armonia tra loro, ma due lati della medesima realtà. L'amore consiste nella verità come la verità consiste nell'amore.
I servi non possono tacere, perché hanno il dovere di svolgere il servizio di testimoni davanti al loro signore. E neppure possono assistere indifferenti, poiché essi stessi hanno un'esperienza dell'amore e si pongono in un servizio di amore. È probabile che mentre riferiscono ciò che è accaduto risuoni la loro indignazione, ma ciò che conta non è qui l'indignazione, bensì la verità.
“Allora il padrone fece chiamare quell'uomo...” (v. 32). Il Signore agisce subito. Convoca il servo per un altro interrogatorio, ben più grave del primo. Alla colpa nei confronti del signore si aggiunge ora la colpa nei confronti del suo compagno di servitù. Questa colpa non può essere condonata come se nulla fosse accaduto.
Infatti il perdono che Dio ci dà diventa effettivo in me quando perdono il fratello. È quello che ci insegna anche la preghiera del Padre nostro. Chi non sa perdonare il fratello in realtà è ancora chiuso nel suo egocentrismo, e di fatto non ha veramente accolto il perdono del Signore che gli è già stato offerto. Dunque, di fronte al rifiuto dell'amore misericordioso, non ci può che essere la giustizia divina, che non fa altro che sancire ciò che l'uomo ha scelto: non corrispondere al suo amore, quindi il fallimento della propria vita. Esiste un passo della lettera di Giacomo, a proposito dei sottili legami fra misericordia, libertà, giudizio e giustizia:
«Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2,12-13).
La nostra missione è quella di diffondere il più largamente possibile questa misericordia che ci è stata accordata.
“Sdegnato” il padrone consegnò il servo crudele agli aguzzini per la tortura, “ finché non gli aveva restituito tutto il dovuto ”. Come sopra detto la punizione non è data dal Signore, ma è il primo servo che affligge se stesso. Al di fuori del perdono ricevuto e donato c'è solo la morte di chi rimane chiuso nella propria autosufficienza. E tale situazione può fissarsi per l'eternità. Sarà il suo fallimento definitivo. Ma “ finché ” c'è vita, c'è possibilità di conversione. La speranza di Dio è che capisca la sua grande mancanza e, umiliandosi e perdonando al suo fratello, possa accogliere effettivamente il perdono del Signore.
“Così - dice Gesù - farà anche il Padre celeste a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello” . Dunque la salvezza eterna passa imprescindibilmente attraverso il perdono “di cuore” al fratello. È lì, nella profondità del cuore, che tutto si scioglie e si lega. Non è nostro potere non sentire più e dimenticare l'offesa, ma è il cuore che, sottoposto all'azione dello Spirito Santo, tramuta la ferita in compassione, e purifica la memoria trasformando l'offesa in intercessione.
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[1] Nel Talmud leggiamo: «Se qualcuno pecca una, due, tre volte, glielo si perdona, ma non se pecca quattro volte» ( Tosefta. Yomah , 5,13).
[2] Un confronto ci può essere utile per capire l'enormità della somma: le tasse pagate complessivamente in un anno dalla Galilea e dalla Perea ammontavano a soli 200 talenti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 17,11,4) e il tesoro del tempio di Gerusalemme confiscato da Crasso nel 54 aC ammontava a 2.000 talenti (cfr. ibid ., 14,105).
[3] Tra l'altro si noti che vista l'iperbolicità della cifra era del tutto impossibile che la somma ricavabile dall'alienazione dei suoi familiari consentisse allo schiavo di onorare l'impegno assunto. Il padrone – qui chiamato “signore” - avrà tenuto conto anche di questo? Credo di sì. Perché l'uomo, davanti a Dio, ha un valore infinito, al di sopra di ogni peccato commesso.
[4] A. Von Speyr, Le parabole del Signore , Jaca Book, Milano 2008, 78.
L'assunzione di Maria in cielo
Se Cristo è il «primogenito tra quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18), il «primogenito dei morti» (Ap 1,5), ciò significa che Maria, in quanto totalmente conformata all’opera del suo Figlio, è anche la «secondogenita» del Padre, quindi «seconda» dopo Cristo.
E se il Padre ha tutto ricapitolato in Cristo suo Figlio (Ef 1,10), si comprende che in quest’opera Maria ne è il membro eminente.
In questa prospettiva di piena partecipazione alla vittoria di Cristo sulla morte possiamo anche capire l’assunzione di Maria. Pio XII definì l’oggetto essenziale del dogma non in termini di risurrezione, inconcepibile senza la morte, ma con la parola assunzione che designa il passaggio di Maria a una condizione di piena glorificazione. La definizione astrae dalla morte di Maria: non l’afferma né la nega, non intendendo dirimere la questione dibattuta tra mortalisti e immortalisti. Ciò che per il papa contava era definire che con l’assunzione «alla gloria» in corpo e anima Maria partecipa pienamente alla vittoria di Cristo sulla morte e allo stato di gloria che succede allo stato della vita terrestre.
Giovanni Paolo II nell’udienza generale del 25 giugno 1997 si pronunciò su questa controversia teologica, affermò: «È possibile che Maria di Nazaret abbia sperimentato nella sua carne il dramma della morte? Riflettendo sul destino di Maria e sul suo rapporto con il divin Figlio, sembra legittimo rispondere affermativamente: dal momento che Cristo è morto, sarebbe difficile sostenere il contrario per la Madre».
Il Papa ha giustificato le sue parole con i seguenti argomenti. Il primo, perché tutta la tradizione della Chiesa ha sempre sostenuto che Maria fu assunta in cielo dopo la sua morte. In effetti, sin dai primi secoli cristiani, troviamo figure di rilievo come san Epifanio (†403), san Girolamo († 420), sant'Agostino († 430), san Giovanni Damasceno († 749), sant'Anselmo († 1109), san Tommaso d'Aquino († 1274), sant'Alberto Magno († 1280), san Bernardino da Siena († 1444) e una lunghissima lista di scrittori ecclesiastici, che hanno sostenuto, in modo chiaro, la morte della Madonna. Soltanto a partire dal secolo XVII, inizia a comparire l'opinione dell'immortalità corporale di Maria.
In secondo luogo, «è vero che nella Rivelazione la morte è presentata come castigo del peccato. Tuttavia il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale. La Madre non è superiore al Figlio, che ha assunto la morte, dandole nuovo significato e trasformandola in strumento di salvezza».
In terzo luogo, «coinvolta nell’opera redentrice e associata all’offerta salvatrice di Cristo, Maria ha potuto condividere la sofferenza e la morte in vista della redenzione dell’umanità. Anche per Lei vale quanto Severo d ‘‘Antiochia afferma a proposito di Cristo: “Senza una morte preliminare, come potrebbe aver luogo la risurrezione?”. Per essere partecipe della risurrezione di Cristo, Maria doveva condividerne anzitutto la morte».
Il Nuovo Testamento non fornisce alcuna notizia sulle circostanze della morte di Maria. Questo silenzio induce a supporre che essa sia avvenuta per cause naturali, senza alcun particolare degno di menzione. Una morte naturale, eppure allo stesso tempo diversa. Diversa perché Maria non ha conosciuto il peccato ed è stata preservata da esso. Perciò la sua morte deve essere avvenuta come Dio ha creato l’uomo fin dagli inizi, prima che subentri il peccato dei progenitori. Infatti la visione cristiana ci dice che la morte biologica, dopo il peccato, diventa una fine senza aldilà. Invece d’essere una normale tappa del cammino dell’uomo verso il compimento del suo “destino” oltre la morte, la morte viene ora appresa sia come uno scacco o un rischio, sia come una prova, dolorosa e violenta.
Maria non ha vissuto questo tipo di morte. L’ha vissuta, anzi, con un particolare atteggiamento spirituale. A tale proposito, san Francesco di Sales ritiene che la morte di Maria sia avvenuta come effetto di un trasporto d’amore. Egli parla di un morire «nell’amore, a causa dell’amore e per amore», giungendo perciò ad affermare che la Madre di Dio morì d’amore per suo figlio Gesù.
«In alcuni Padri della Chiesa – continua il Santo Padre – troviamo la descrizione di Gesù stesso che viene a prendere sua madre nel momento della morte, per introdurla nella gloria celeste. Essi presentano, così, la morte di Maria come un evento d’amore che l’ha condotta a raggiungere il suo divin Figlio per condividerne la vita immortale.
Alla fine della sua esistenza terrena, Ella avrà sperimentato, come Paolo e più di lui, il desiderio di essere sciolta dal corpo per essere con Cristo per sempre (cfr Fil 1,23).
L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini, Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita.
Maria, dunque, è realmente morta, e in forza della sua associazione totale all’opera di Cristo partecipa per prima e totalmente al trionfo sulla morte stessa.
L'artefice principale dell'Assunzione di Maria è lo Spirito Santo, il quale ha vivificato e santificato il corpo di Maria, donando la potenza della vittoria sulla morte.
Nel mistero dell'assunzione di Maria possiamo contemplare l'agire delle tre divine Persone come opera comune del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In effetti Maria è assunta in cielo dal Padre per glorificarla, accanto al Cristo fedele, quale sua Madre e discepola fedele. In Maria risplende la gloria immortale del Figlio incarnato, morto e risorto. L'assunzione nella gloria per opera dello Spirito Santo, che fin dall'inizio della sua vita l'ha preservata dal peccato originale e colmata di grazia, ha portato a compimento in lei il progetto salvifico del Padre che vuole il rinnovamento e la trasfigurazione di tutta l'umanità, l'inserimento di essa nel seno della Santissima Trinità. Maria costituisce la primizia e la garanzia che quanto la Trinità ha compiuto in lei, vuole compiere anche per ciascuno di noi. A condizione che ci lasciamo "lavorare" docilmente dallo Spirito. Accogliere Maria come madre che ci è data dal Figlio sulla croce, vuol dire imparare da lei la sequela del Figlio nella docilità dello Spirito a gloria del Padre.
La Chiesa, confortata dal mistero di Maria assunta, comprende già ciò che sarà, e vive l'attesa del tempo escatologico nell'impegno di accogliere oggi il Regno di cui essa è sacramento.
Dal cielo ella intercede per noi. Di questa intercessione materna di Maria e della sua vicinanza a noi pellegrini, cita alcuni passaggi molto belli tratti dalla nota dottrinale Mater Populi fidelis:
«Maria, che nel cielo ama il «il resto della sua discendenza» ( Ap 12,17), così come accompagnava l'orazione degli apostoli quando ricevette lo Spirito Santo (cfr At 1,14), anche ora continua ad accompagnare le nostre preghiere con la sua materna intercessione. In tal modo, continua l'atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) e ancora oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» ( Gv 2,3). Nel suo canto di lode vediamo Maria come una donna del suo popolo, che loda Dio perché «ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati» ( Lc 1,52-53), perché «ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia come aveva detto ai nostri padri» ( Lc 1,54-55), e riconosciamo la sua prontezza quando si avvicina. senz'indugio per aiutare la cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-40). Per questo, il Popolo di Dio confida fermamente nella sua intercessione» (n. 41). «Si tratta di un'intercessione che la trasforma in segno materno della misericordia del Signore. In questa maniera, poiché Egli ha liberamente voluto così, il Signore conferisce alla sua azione verso di noi un volto materno» (n. 42).
Più avanti, ai numeri 69-70, la medesima nota spiega: "Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che devono anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di Madre della grazia . Maria umilmente collaborare affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l'unico che può giustificarci con l'azione della grazia santificante: vale a dire, quando Egli infonde in noi la sua vita trinitaria, dimora in noi come amico e ci rende partecipi della sua vita divina. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l'azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli diversi che li possono ad andare avanti nella vita, ea disporre il cuore per la grazia che il Signore. infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente. Questi aiuti che ci giungono dal Signore si presentano a noi con un aspetto materno, pieni della tenerezza e della vicinanza della Madre che Gesù ha voluto condividere con noi (cfr Gv 19,25-28). Maria sviluppa così un'azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all'Unico che opera nel più intimo del nostro essere".
ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO
Questa solennità dell'assunzione di Maria al cielo ci ricorda che ciò che è già avvenuto per lei lo sarà anche per noi. Non c'è salvezza della sola anima perché essa riguarda anche la carne. La nostra carne, con tutta la sua storia, ci “seguirà” sempre, anche nell'altro mondo. Per questo non è vero che siamo spirituali disprezzando la nostra carne; al contrario siamo veramente spirituali quando - come è avvenuto con Gesù che ci ha amato dando se stesso fino alla morte e alla morte di croce - la nostra carne nelle varie situazioni che viviamo ogni giorno diventa dono per amore, quando la nostra corporeità si consuma nel dono per i fratelli. Allora, uniti a Cristo, parteciperemo anche della gloria. Il credente non teme di "consumarsi", perché sa che la sua vita e la sua identità unica e irripetibile di figlio/a nel Figlio è nelle mani del Signore.
Anche Maria, dunque, ha conosciuto la morte. Non era certamente superiore al Figlio che già aveva sperimentato la morte, ma condivideva con Lui la vittoria sulla morte.
Riporto qui la bella omelia di Benedetto XVI del 15 agosto 2009:
«L'Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, è un cammino alla sequela, la sequela di Gesù, un cammino che ha una meta ben precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio, perché – come dice Paolo nella Lettera agli Efesini – il Padre «ci ha anche risuscitato e ci ha fatto vedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2,6). Ciò vuol dire che con il Battesimo siamo già risuscitati e sediamo nei cieli in Cristo Gesù, ma dobbiamo corporalmente raggiungere quanto già iniziato e realizzato nel Battesimo. In noi l'unione con Cristo, la risurrezione, è incompiuta, ma per la Vergine Maria essa è compiuta, nonostante il cammino che anche la Madonna ha dovuto fare, allora, Colei che, per singolare privilegio, è resa partecipe con l'anima e con il corpo della definitiva vittoria di Cristo sulla morte. «Compiuto il corso della vita terrena – dice il Concilio Vaticano II – fu assunta alla gloria celeste in corpo e anima, ed esaltata dal Signore come Regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte» ( Lumen Gentium , n. 59). Nella Vergine Assunta in cielo contempliamo il coronamento della sua fede, di quel cammino di fede che Ella indica alla Chiesa ea ciascuno di noi: Colei che in ogni momento ha accolto la Parola di Dio, è assunta in cielo, cioè è accolta Lei stessa dal Figlio, in quella “dimora” che ci ha preparato con la sua morte e risurrezione (cfr. Gv 14,2-3)».
L'artefice principale dell'Assunzione di Maria è lo Spirito Santo, il quale vivifica e santifica il corpo di Maria, dona la potenza della vittoria sulla morte.
Tuttavia nel mistero dell'assunzione noi vediamo l'agire delle tre divine Persone come opera comune del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In effetti Maria è assunta in cielo dal Padre per glorificarla, accanto al Cristo fedele, quale sua Madre e discepola fedele. In Maria risplende la gloria immortale del Figlio incarnato, morto e risorto. L'assunzione nella gloria per opera dello Spirito Santo, che fin dall'inizio della sua vita l'ha preservata dal peccato originale e colmata di grazia, portando a compimento in lei il progetto salvifico del Padre che vuole il rinnovamento e la trasfigurazione di tutta l'umanità, l'inserimento di essa nel seno della Santissima Trinità. Maria costituisce la primizia e la garanzia che quanto la Trinità ha compiuto in lei, vuole compiere anche per ciascuno di noi. A condizione che ci lasciamo "lavorare" docilmente dallo Spirito. Accogliere Maria come madre che ci è data dal Figlio sulla croce, vuol dire imparare da lei la sequela del Figlio nella docilità dello Spirito a gloria del Padre.
La Chiesa, confortata dal mistero di Maria assunta, comprende già ciò che sarà, e vive l'attesa del tempo escatologico nell'impegno di accogliere oggi il Regno di cui essa è sacramento.
Dal cielo ella intercede per noi. Di questa intercessione materna di Maria e della sua vicinanza a noi pellegrini, cita alcuni passaggi molto belli tratti dalla nota dottrinale Mater Populi fidelis:
«Maria, che nel cielo ama il «il resto della sua discendenza» ( Ap 12,17), così come accompagnava l'orazione degli apostoli quando ricevette lo Spirito Santo (cfr At 1,14), anche ora continua ad accompagnare le nostre preghiere con la sua materna intercessione. In tal modo, continua l'atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) e ancora oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» ( Gv 2,3). Nel suo canto di lode vediamo Maria come una donna del suo popolo, che loda Dio perché «ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati» ( Lc 1,52-53), perché «ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia come aveva detto ai nostri padri» ( Lc 1,54-55), e riconosciamo la sua prontezza quando si avvicina. senz'indugio per aiutare la cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-40). Per questo, il Popolo di Dio confida fermamente nella sua intercessione» (n. 41). «Si tratta di un'intercessione che la trasforma in segno materno della misericordia del Signore. In questa maniera, poiché Egli ha liberamente voluto così, il Signore conferisce alla sua azione verso di noi un volto materno» (n. 42).
Più avanti, ai numeri 69-70, la medesima nota spiega: "Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che devono anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di Madre della grazia . Maria umilmente collaborare affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l'unico che può giustificarci con l'azione della grazia santificante: vale a dire, quando Egli infonde in noi la sua vita trinitaria, dimora in noi come amico e ci rende partecipi della sua vita divina. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l'azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli diversi che li possono ad andare avanti nella vita, ea disporre il cuore per la grazia che il Signore. infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente. Questi aiuti che ci giungono dal Signore si presentano a noi con un aspetto materno, pieni della tenerezza e della vicinanza della Madre che Gesù ha voluto condividere con noi (cfr Gv 19,25-28). Maria sviluppa così un'azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all'Unico che opera nel più intimo del nostro essere".