Padre Michele

Padre Michele

Il Vangelo (Mt 5,13-16)  - che è la continuazione di quello delle Beatitudini di domenica scorsa - ci invita ad essere sale, luce e lampada nel mondo di oggi. Anzi, per la precisione, usando il verbo all'indicativo, dice: "Voi siete" sale, luce... Lo siete già per la grazia di essere con lui. Lo siamo già in forza del nostro battesimo che ci ha innestati in Cristo. Allora "essere" sale e luce non è un qualcosa da fare, ma una identità da testimoniare. Dobbiamo diventare più pienamente quello che siamo.

Cosa però intende Gesù con queste immagini? 

Essere sale per "salare" il mondo.  Cioè avere il sapore delle beatitudini. Cioè avere  il sapore (=l’amore) e il sapere (=la sapienza) di Cristo.  Il discepolo, allora, per la partecipazione e  conformazione a Gesù - che è il beato per eccellenza - ha questo sapore.  Il rischio è quello di corromperci. Se infatti non alimentiamo la relazione con Lui - se non siamo perseveranti nella preghiera, se non viviamo una seria vita spiritiuale - il rischio è che ci ripieghiamo su noi stessi, che la mondanità entri in noi. L'avvertimento di Gesù è  sconcertante: quando non si fosse più sale utile per il mondo, si è destinati al disprezzo e al rifiuto da parte di Dio e degli uomini. Sono parole dure, ma che ci aiutano a prendere coscienza delle nostre responsabilità e a misurare le nostre inadempienze e colpe. Essere sale non è motivo di orgoglio, ma è fedeltà alla Parola che abbiamo ricevuto per pura grazia. Corriamo sempre il rischio di divenire insipidi: il seme della Parola che ci fa figli - ci dice la parabola - può essiccare appena attecchito, può essere soffocato dopo cresciuto (13,18-22). La sapienza mondana non è quella della croce. In ciascuno di noi è grande la lotta tra la sapienza dell’amore e l'insipienza dell’egoismo.

La luce è la seconda immagine, pure pretenziosa se pensiamo che nel vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a sé la parola: “Io sono la luce del mondo”. È quindi assai grande l’impresa che affida ai discepoli. La luce disperde l'oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono nel mondo e nelle singole persone. E' compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dal nostro modo di essere e dalle nostre opere buone. Il mondo ha bisogno della nostra luce! Una luce che porta gioia, speranza... e orienta - in quanto figlio - all'amore del Padre.

Gesù conosce bene la meschinità dei discepoli – basti pensare ai tanti rimproveri alla loro poca fede (cfr. Mt 8,26; 14,31, ecc.) –; ma sa anche che essi – come ogni discepolo – possono sempre più divenire trasparenza del dono che li precede, e cioè di quella luce divina che Cristo dà a loro, che è Egli stesso.

A rafforzare questo richiamo all’impegnatività del compito intervengono anche le due immagini: della città posta sul monte, che non può rimanere nascosta e quella della lucerna accesa, che deve essere posta sul lucerniere e non riposta in qualche contenitore, il quale tra l’altro la farebbe spegnere, oltre che impedirle di illuminare l’ambiente. Esse ci fanno capire che compito della Chiesa non è illuminare se stessa, ma ciò che la circonda, divenendo un punto di riferimento per il cammino dell’umanità. La Chiesa (e ciascun cristiano) non deve cercare la rilevanza, bensì l’identità. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia e, bruciando, illumina.

perché vedano le vostre opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Le opere buone edificano i fratelli, che nella nostra vita avvertono il profumo di Cristo (2cor 2,14) e glorificano Dio.

Gli uomini hanno bisogno di “vedere” nella Chiesa e in ogni cristiano un segno di novità, la novità del Vangelo. Non possono non restare colpiti da quando un cristiano vive le beatitudini, vive la giustizia del Regno, evita l’ira, è sincero, onesto, mite, arrendevole, si affida alla Provvidenza...  È una vocazione che noi cristiani deformiamo quando, ad esempio:

- ci adattiamo agli avvenimenti della storia per non essere “tagliati fuori”, non perdere certi vantaggi. Invece di assumere l’iniziativa, subiamo l’iniziativa altrui. E siamo quasi sempre costretti a stare sulla difensiva;

- quando assumiamo atteggiamenti di presunzione e orgoglio, rompendo la carità con i fratelli;

-  quando pretendiamo di irradiare sul prossimo ciò che personalmente non viviamo di fatto! Gesù stesso ha denunciato l’ipocrisia di chi pensa di correggere gli altri, senza liberarsi prima della “trave” che ha davanti agli occhi. 

È anche vero che in 6,1 leggiamo: “Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli”. È necessario che gli uomini vedano le opere buone, ma è altrettanto necessaria l’intenzione profonda del cristiano, che è quella di piacere a Dio senza preoccuparsi degli uomini.

Gesù nel Vangelo di questa domenica ci annuncia qual è la vera via della felicità: quella delle beatitudini. Cristo stesso è il beato. La via delle beatitudini non è altro che conformarci a Gesù, grazie all’azione dello Spirito Santo. Esse ci indicano ciò a cui siamo chiamati come cristiani, ciò che significa vivere veramente il vangelo. Sono la descrizione della vera maturità umana e spirituale. Ritratto di Cristo, esse sono anche il ritratto del cristiano adulto in Cristo, libero nello Spirito, figlio del Padre.

Si potrebbe riprendere ciascuna delle beatitudini e mostrare come esse suppongono un’attività dello Spirito Santo, che solo può permettere al cuore dell’uomo di comprenderle e di viverle. La povertà, la mitezza, le lacrime, la fame e la sete di Dio, la misericordia, la purezza del cuore, la comunicazione della pace, la gioia nella persecuzione suppongono un cuore trasformato dallo Spirito. Un cuore che sa rimanere, all’interno delle situazioni umane difficili e di sofferenza umana, saldo in Gesù.

Questa è una delle chiavi di lettura più fondamentali di questo testo evangelico: le beatitudini sono una promessa di felicità, ma non si tratta di una felicità o di una soddisfazione semplicemente umana; si tratta piuttosto di una visita dello Spirito Santo, di una consolazione divina. In situazioni nelle quali non si può percepire nessuna prospettiva di felicità umana, nelle quali non si esprime alcuna ricerca di soddisfazione umana, ecco che, d’un tratto, viene donata una sorprendente felicità, dono gratuito dello Spirito consolatore, che viene a riposarsi sull’uomo.

L’atteggiamento fondamentale di tutte le beatitudini è quello indicato nella prima: la povertà del cuore. Si potrebbe facilmente mostrare che ciascuna delle beatitudini che seguono suppone una certa forma di povertà di cuore. Al centro del vangelo e della persona di Gesù c’è un mistero di povertà, che è assolutamente essenziale e senza il quale non si è in una logica cristiana. Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

Solo i poveri ricevono pienamente la grazia dello Spirito Santo, la rivelazione del mistero di Dio. Nel Vangelo di Luca Gesù dice: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).

Esiste una povertà negativa (miseria materiale o morale, vuoto interiore…) che bisogna ovviamente combattere ed è ciò che la Chiesa fa da sempre. Ma esiste anche una povertà buona, fonte di vita e di gioia, alla quale Gesù ci invita e che è testimoniata dai santi. Dice Teresa di Lisieux: «No, non esiste gioia comparabile a quella che gusta il vero povero in spirito».

In che cosa consiste questa povertà spirituale? Potremmo sinteticamente dire: il povero nello spirito è una persona di fede che confida in Dio e ripone tutta la sua fiducia in Lui; in questa dinamica di affidamento amorevole, il povero in spirito è una persona interiormente libera di ricevere tutto gratuitamente e di donare tutto gratuitamente. Questa libertà suppone una morte a se stessi, alle “pretese” e rivendicazioni del proprio io, che conduce a una perfetta trasparenza all’azione di Dio, alla gioia di ricevere e di donare liberamente.

Più saremo poveri di noi stessi, più diventeremo ricchi dei doni di Dio. Ecco ciò che dice Catherine Mectilde de Bar al riguardo: «Dio non chiede nulla di meglio che colmarci di se stesso e delle sue grazie, ma ci vede talmente pieni di orgoglio e di stima di noi stessi da impedirgli di comunicarsi. Infatti, se un’anima non è basata nella vera umiltà e disprezzo di se stessa, è incapace di ricevere i doni di Dio. Il suo amor proprio la divorerebbe e Dio è costretto a lasciarla nelle sue povertà, nelle sue tenebre e sterilità per mantenerla nel suo niente, tanto questa umiltà è una disposizione necessaria».

Essere povero in spirito significa accettare di dipendere totalmente dalla misericordia di Dio. Di non avere nulla, di non essere nulla da se stessi, ma di ricevere tutto, con una coscienza molto viva della gratuità assoluta dei doni di Dio, di cui non possiamo mai vantarci. Questo è paradossalmente una fonte di libertà e di felicità. Non si ha più bisogno di preoccuparsi di se stessi.

È povero colui che è umile. L’umiltà può derivare da due fonti diverse. C’è un’umiltà che viene dalla sofferenza, dalle prove della vita, nelle quali l’uomo sperimenta i suoi limiti, la sua debolezza e diventa progressivamente umile. Questo è assolutamente necessario: «Occorrono molte umiliazioni per fare un po’ di umiltà», diceva Bernadette di Lourdes. Dovremmo essere estremamente riconoscenti al Signore per tutte le situazioni della vita che ci impoveriscono, ci umiliano, ci fanno sperimentare la nostra debolezza e la nostra miseria. Teresa di Lisieux dirà: «L’Onnipotente ha fatto cose grandi nell’anima della figlia della sua Madre divina, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza».

Ma esiste un’altra fonte di umiltà, molto più profonda e radicale: l’esperienza di Dio. Così nell’AT Mosè, uomo umile, sul Sinai ha fatto un’esperienza di Dio molto profonda: aveva trascorso quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai parlando con Dio nella nube! Più l’incontro con Dio è profondo, più l’uomo diventa umile. L’umiltà è il segno di una vera esperienza di Dio. L’incontro con il Dio vivente distrugge ogni orgoglio: conoscendo Dio nella sua potenza, nella sua maestà, l’uomo comprende di essere nulla, niente davanti a Dio. Ogni vera esperienza di Dio rivela all’uomo i suoi limiti, il suo peccato, la sua povertà radicale. La purezza implacabile della luce divina, come un raggio di sole che attraversa una camera oscura, che rivela i minimi granelli di polvere, dà all’anima l’evidenza della sua miseria e della sua assoluta incapacità. C’è da aggiungere che l’uomo, nella misura in cui si approfondisce il suo incontro con Dio, scopre l’umiltà straordinaria di quest’ultimo, che si abbassa fino a lui, parla la sua lingua, si fa a misura della debolezza umana. Solo Dio è veramente umile, solo Dio è capace di abbassarsi come vediamo nel mistero di Cristo. Da quale altezza l’uomo potrebbe abbassarsi? Non c’è vera umiltà che nella partecipazione all’umiltà di Dio, che ci viene rivelata nel Cristo, specialmente nell’obbedienza e nell’umiliazione della croce.

L’esperienza di Dio, e quindi la fede, porta in sé una nota di umiltà. La fede suppone una docilità, una recettività, un’obbedienza di cui solo l’umile è capace. L’uomo che possiede una fede autenticamente cristiana ha sempre una coscienza acuta del fatto che essa è un dono gratuito e non qualcosa di cui ci si possa inorgoglire.

Alcuni mesi prima della morte di Teresa di Lisieux, una delle sorelle le chiese: «Che cosa significa restare bambino davanti al buon Dio?». Allora Teresa ricorda vari aspetti della piccolezza, fra cui questo: «Essere piccolo, vuol dire anche non attribuirsi affatto le virtù che si praticano, credendosi capaci di qualcosa, ma riconoscere che il buon Dio pone questo tesoro nella mano del suo piccolo bambino perché se ne serva quando ne ha bisogno; ma il tesoro è sempre del buon Dio».

Il povero in spirito è colui che, in quanto povero nel cuore, sa relazionarsi da povero non solo con Dio, ma  anche con le altre persone.  Indico alcune espressioni di tale relazione che ritornano anche nelle altre beatitudini.

- In relazione con la purezza di cuore, che sarà evocata nella sesta beatitudine, essa è il rifiuto di possedere l’altro, di appropriarsene. La rinuncia a ogni forma di possesso, di manipolazione, di utilizzazione dell’altro per scopi personali. L’altro mi appartiene solo nella misura in cui si dona liberamente a me. Io non posso imporgli nulla. 

- Essere povero davanti all’altro significa anche abbassarmi per amore. Santa Teresa dice che «è proprio dell’amore abbassarsi». Rinunciare a ogni posizione di dominio, di superiorità, per farsi piccolo davanti all’altro, in spirito di umiltà, di servizio, come Gesù che ha lavato i piedi dei suoi apostoli. «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11). «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1Cor 10,24).

- Altri aspetti essenziali della povertà di cuore verso il prossimo sono la misericordia e il perdono. Rinunciare a ogni rancore, a ogni desiderio di vendetta, a farsi giustizia da soli, rimettere i debiti suppone una grande povertà di cuore. 

- Essere povero davanti al prossimo è anche non cercare di avere sempre l’ultima parola. Accantonare questo orgoglio di aver ragione contro l’altro. Non giustificarsi continuamente, accettare di essere a volte incompreso. Restare in silenzio. Ovviamente a volte è legittimo e persino necessario spiegarsi, dissipare un malinteso, ristabilire una verità che non è stata percepita dall’altro, ma senza voler sempre difendere la nostra «immagine pubblica» e rivendicare i nostri diritti. Bisogna saper rimettere la propria causa a Dio e non pretendere di essere sempre compreso e accettato da coloro che abbiamo attorno.

- Amare di essere nascosto agli occhi degli uomini e di essere gradito solo da Dio. Non si tratta di fuggire dalle relazioni, ma di non cercare in esse l’apparente gratificazione di essere al centro dell’attenzione, di brillare agli occhi altrui. La radice della nostra gioia viene dal Signore. Un brano molto significativo è Mt 3,17: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Il Padre riconosce nel Figlio suo l’Amato da sempre, il pre-diletto, amato da prima, da tutta l’eternità. E ne gode, il Padre per primo, di una gioia anch’essa eterna, ma che manifesta – secondo il vangelo – nell’occasione del battesimo di Gesù. Quelle parole vanno oltre il Figlio suo Gesù, e raggiungono tutti i figli suoi, amati anch’essi da sempre. Allora posso provare la gioia di sentire queste parole rivolte proprio a me. E piangere di contentezza. Dio, infatti, sa contare solo fino a uno, non ci ama in serie.

Una bella forma di povertà di cuore è anche la generosità verso l’altro. Ricordiamo le parole di Gesù: «A chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» (Mt 5,40-42). Probabilmente noi non potremo dare sempre agli altri ciò che essi desiderano da noi, ma troppo spesso ci lasciamo imprigionare in calcoli umani, paure, avarizie che chiudono il nostro cuore, mentre, essendo più liberi e generosi, faremmo fortemente l’esperienza della fedeltà e della provvidenza di Dio. Scrive San Paolo: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,6-10).

Gesù inaugura la predicazione (Mt 4,12-17.23),

Dopo l'arresto di Giovanni Battista, Gesù - venuto a sapere di ciò - inizia la sua predicazione. Quella che sembrava una conclusione si rivela un nuovo inizio. Gesù è consapevole che ora tocca a lui. Non vive quell'arresto di Giovanni lasciandosi impaurire,  posticipando il suo inizio di ministero a tempi migliori. No. Ma per prudenza fugge dalla Galilea e sceglie di iniziare il suo ministero in Galilea. E' inutile essere imprudenti. Se Giovanni viene consegnato (cioè arrestato), non è ancora giunto il tempo della sua consegna fino alla croce.  Certe fughe non sono contro la volontà di Dio. Come la fuga in Egitto, questa fuga in Galilea, un luogo nel quale convivono ebrei e pagani. Qui - e specialmente a Cafarnao, centro importante sulla riva del lago, via di comunicazione dal nord verso la Giudea - Gesù svolgerà la parte preponderante del suo ministero. E' come se volesse cominciare dai più lontani e periferici. 

Con questo inizio del ministero di Gesù si compie quello che era profetizzato da Isaia (8,23-9,4): “Terra di Zabulon e Neftali...”. Furono queste le zone che sperimentarono per prime l’amarezza dell’occupazione assira e della deportazione in esilio dei suoi abitanti nel 732 a.C. (cf 2Re 15,29). Su quella Galilea, popolata ormai da altre “genti”, oltre che dagli ebrei di un tempo, la profezia di Isaia aveva acceso un lume di speranza e di trepida attesa. L’arrivo di Gesù conferisce finalmente l’adempimento all’oracolo del profeta: si inizia a passare dalla servitù alla libertà, dall'essere non-popolo (perché disperso ed umiliato dalla deportazione) alla rinascita di esso. La profezia usa l'immagine del passaggio dalle tenebre alla luce. Chi viene alla luce è colui che nasce dal grembo materno. L'immagine, quindi, evoca la rinascita (quindi in Gesù si ha una cosa nuova). Gesù-luce è principio della nuova creazione. La sua venuta è “il giorno di Dio”, previsto dai profeti, che pone fine alla notte del mondo. Grazie a lui non solo il popolo rinasce, ma può camminare alla sua luce. Non più un cammino segnato dalle tenebre del peccato, ma un cammino di vita. Per questo è importante consegnare al Signore le nostre tenebre, le nostre ferite che ci fanno ripiegare in noi stessi, perché ci illumini e faccia diventare le nostre piaghe luoghi di compassione e di sapienza del cuore.

Da notare anche il carattere universale della profezia: la Galilea, zona di confine, piena di pagani, fa da ponte naturale tra Israele e il resto del mondo: la salvezza è per tutti! Tutti sono allora chiamati a far parte di questo nuovo popolo. A tutti viene offerto un cammino di vita.

Convertitevi...”: convertirsi significa volgersi alla luce, aprire gli occhi, stare dalla parte di Gesù nella lotta tra la luce e le tenebre, tra verità e menzogna, libertà e schiavitù, vita e morte. In questo duello Matteo già presenta Gesù come il servo sofferente di YHWH diversamente dall’aspettativa popolare del messia potente e glorioso. Il Battista stesso con il suo martirio diviene prefigurazione stesso del destino di Gesù, il Figlio consegnato dal Padre a noi uomini, il quale a sua volta si consegna nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Un messia, dunque, che salva l’uomo nella “debolezza” dell’amore e della fiducia nel Padre. Ed è proprio vero: chi ama è debole, si espone alla violenza, alla derisione e ad ogni forma di offesa. Eppure è l’unica arma per vincere l’orgoglio e la superbia dell’uomo che vive nelle tenebre del male.

... il regno dei cieli è qui”. Gesù parla del regno del Padre. Tuttavia con questa signoria di Dio che si fa presente nella storia, lui ha un rapporto particolare: non è solo annunciatore o araldo. Il regno di Dio si fa presente nelle sue azioni e nelle sue parole: lui stesso è il Regno di Dio che viene. Credere al vangelo è credere a lui stesso. In questo Regno, prima atteso e ora presente in Gesù, siamo chiamati a vivere da figli e da fratelli. 

 

Chiamata dei primi quattro discepoli (Mt 4,18-22)

Mentre camminava lungo il mare di Galilea”. Gesù è presentato come un itinerante, senza fissa dimora. Questo “passare” di Gesù richiama l’incarnazione: è Dio che si è messo in movimento ed è sceso al livello dell’uomo per incontrarlo nel suo terreno concreto. Non è più l’uomo a cercarlo, ma è Lui che prende l’iniziativa. È lui che si pone alla ricerca dell’uomo.

Non solo: Gesù incontra l’uomo nel quotidiano. Non a caso Gesù passa e chiama i primi quattro discepoli sul lago di Galilea mentre essi erano intenti al loro lavoro. Una chiamata che non avviene, dunque, nel tempio, ma nel contesto di vita di ogni uomo.

Gesù “vide...”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo di amore. Io sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perché mi ama (Is 43,4) di amore eterno (Ger 31,3). Il suo è un amore “folle” per l’uomo. Per ogni uomo, quindi anche per me. Il suo amore non è però generico: ama ognuno di noi con un amore “unico” e “particolare” e ci chiama a realizzare in pienezza la nostra vita. Amore e chiamata. Su ognuno Gesù volge il suo sguardo che elegge, sceglie, ci strappa dalla folla, dalla massa, dall’anonimato, affinché, come essere unico e irripetibile, in forza dell’amore personale di Dio, possa vivere in pienezza la vita che mi è stata donata.

Gesù “disse loro: Seguitemi…. La parola di Gesù specifica quanto già è contenuto nel suo sguardo di amore. Di fronte al suo sguardo l’uomo non può rimanere neutrale, come semplice spettatore, ma è chiamato a fare una scelta: o aderire a lui o rifiutarlo. O rimanere nella massa, magari assumendo nella mia vita i modelli che mi sono proposti dagli altri, dalla società,dai mass media per non sentirmi “diverso” e “anormale”, o avere il coraggio di seguire Gesù. La fede cristiana, infatti, non è prima di tutto una dottrina o una pratica: è rispondere all’invito personale di Gesù, è seguire lui per diventare come lui, figli e fratelli, che vivono il regno del Padre. Prima ancora di “fare” qualcosa il cristiano è uno che ascolta e accoglie Gesù, la Parola fatta carne, nella sua vita.

È da notare come Gesù chiama i primi quattro discepoli a coppie: Simone e Andrea, Giacomo e Zebedeo. Questo ci fa comprendere che la chiamata di Gesù non si risolve in un cammino individualistico, ma è una chiamata alla fraternità. Nel seguire lui ci dobbiamo riconoscerci fratelli e aiutarci insieme a camminare nella propria vocazione. Questa è la fraternità spirituale!

“... vi farò pescatori di uomini”. È la nuova vocazione. Pescare un pesce è ucciderlo; pescare un uomo è toglierlo dall’abisso (che per la mentalità biblica è simbolo del caos, del nulla), farlo vivere. I discepoli, pescati alla vita dal Figlio, realizzano la loro vocazione nel pescare i fratelli.  È un qualcosa di nuovo, sconosciuto... All’invito di Gesù potrebbero opporre delle ‘ragionevoli’ obiezioni: il Signore chiede loro uno strappo dalla sicurezza materiale (assicurata dal lavoro che svolgono con professionalità) e dal mondo degli affetti (la famiglia); e poi che significa “pescare gli uomini”? E se questa promessa di Gesù alla fine non si realizzasse, cosa sarebbe per noi e con quali conseguenze?

Ed essi subito.... La risposta all’iniziativa di Gesù è espressa con il verbo “lasciare”. Matteo sottolinea la subitaneità della risposta. Non si può rimanere nell’ambiguità, nel compromesso. Né si può posticipare la risposta in altro momento... Certe occasioni, le occasioni di Dio, vanno accolte subito.

“... lasciate le reti.... La decisione si manifesta nel distacco: dalle reti, da un mestiere, dalle cose, dai legami familiari, da un presente. Decidere è, dunque, tagliare via tante possibilità, per realizzarne una che dà più gioia. Non c’è risposta che non si traduca in una separazione, in una rinuncia, in un allontanamento. E queste operazioni non sono mai indolori. Ma se tali decisioni sono risposta ad un incontro autentico con Dio che abbiamo scoperto come il nostro “tesoro” (cfr. parabola del tesoro nel campo e delle perla preziosa: Mt 13,44-46), la scelta avviene nella gioia. La tristezza, invece, fa prendere solo decisioni negative. La peggiore tra queste è restare nell’indecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilità che non ci fa crescere.

La gioia previa è la forza per decidere; la gioia conseguente è la conferma che la scelta è stata buona. La firma di Dio circa la bontà di una scelta è la “consolazione”, prima e, soprattutto, dopo. Il prezzo può essere alto: i discepoli lasciano tutto! Ma perché si riceve infinitamente di più.

 ... lo seguirono. Si tratta di percorre la stessa strada di Cristo, di assumere i suoi pensieri e i suoi atteggiamenti, ispirarsi ai suoi criteri, avere le sue preferenze. Si segue chi si ama e si diventa chi si ama!

Qui cogliamo la fede in Gesù nel suo aspetto essenziale. I discepoli, infatti non sono “chiamati” a sottoscrivere, essenzialmente, una lista di verità da credere. Sono chiamati a “fidarsi di una Persona”. Affidarsi totalmente a questa Persona, stabilire un legame, una relazione personale e vitale con Cristo. “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Anche se non conoscono questo ‘mestiere’ (vocazione) rispondono all’appello, accettano di vivere un’avventura di cui ne vedono il rischio. La fede, così, unita all’amore, viene presentata come antidoto del calcolo, della prudenza umana, dell’esitazione a compromettersi.

 

Gesù insegna e guarisce (Mt 4,23-25)

“Gesù andava attorno per tutta la Galilea”. Gesù è itinerante perché è il pastore che cerca la pecora smarrita, il medico che cura il malato, il Figlio che si prende cura dei nostri mali e ci dona di vivere da figli e fratelli. Egli gira per “tutta” la Galilea perché vuole la salvezza di ogni uomo, giudeo o pagano.

Espressione concreta di questa ricerca amorosa sono:

- l’annuncio del Vangelo, della buona notizia del Regno. Nei capitoli 5-7 Gesù ci dirà cos’è, nei capitoli 8-9 ci farà vedere come lo realizza.

- i miracoli: “curando ogni sorta di malattie e di infermità”.

I miracoli sono segni della presenza del Regno.

La settimana scorsa, nel primo carme del servitore di JHWH, era lo stesso Dio che presentava il suo servitore. Nel secondo carme, contenuto nella prima lettura di oggi, è il servo stesso a prendere la parola e a presentarsi, riportando ciò che il Signore gli ha detto e il compito di grande responsabilità che gli ha affidato: «Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria… per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele…». Rivestito dell’armatura fragile della Parola, il servitore avverte intorno a sé la diffidenza e dentro di sé l’inadeguatezza. Le cose non sono andate così come il Signore gli ha promesso; una smentita clamorosa, per certi versi, scandalosa! Dunque una missione universale, vissuta nel segno della debolezza. Ci sono momenti dell’esistenza in cui la sensazione di inutilità è forte, soprattutto se dovuta a un muro sordo, che non risuona, a una comunità insensibile, che non risponde, perché non ha né occhi per vedere né orecchi per ascoltare. Sono momenti di travaglio, che danno a una persona sensibile e fedele un senso di frustrazione profonda. In questo contesto di vuoto, il servo ne parla con il Signore. Ed ecco che risuona, però, la voce di Dio; una voce che risveglia e rincara la dose prospettando addirittura una missione universale: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». 

Accanto alla figura del servo, il Vangelo ci pone quella dell’agnello. Giovanni Battista “vede” Gesù – Egli è colui che “viene” dal Padre e avanza sconosciuto tra la folla, a cui si lega per condizione umana – e svela il mistero della sua persona. Tutta l’attenzione del brano è rivolta al contenuto della solenne proclamazione del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (v. 29b). Giovanni paragona Gesù all’agnello sacrificale offerto ogni giorno nel tempio a Dio, in richiesta del perdono dei peccati, e all’agnello pasquale di Es 12 che, con il suo sangue asperso sulle porte, di fatto difendeva e allontanava dal male. La funzione dell’agnello in questo caso ha dunque il valore di liberazione dalla schiavitù del “peccato del mondo”.  Per "peccato del  mondo" bisogna intendere la sintesi o una somma delle sue conseguenze nella storia delle singole generazioni e quindi dell'intera umanità. Di tutto questo l'Agnello si fa carico.

Perché è necessario che l’agnello, animale mansueto, muoia?

Sappiamo che l’agnello anticamente era l’animale preferito per i sacrifici proprio per il motivo che non si ribellava nemmeno quando veniva sacrificato. Se il mondo del male è un mondo di lupi, l’agnello non reagisce al lupo divenendo lupo, ma proprio perché rimane mansueto “rivela” al lupo la propria aggressività. Quindi la mansuetudine ha di per sé un primo significato: quello rivelativo. Rivela quell’aggressività, quella tendenza umana dell’uomo, schiavo del peccato, di affermare se stesso a scapito degli altri.

Allo stesso tempo l’agnello è anche baluardo contro la morte: se nelle case degli ebrei segnate dal sangue dell’agnello sugli stipiti non entrava l’angelo sterminatore, vuol dire che l’agnello è colui che permette all’uomo di vivere, di non morire a causa del peccato stesso che si ritorce sull’uomo stesso, ma di vivere nella libertà dei figli di Dio. Ecco perché la pasqua inaugura l’esodo: l’esodo dalla terra di schiavitù, dal peccato, alla vita dei figli di Dio.

L’evangelista, inoltre, richiama anche i passi del Servo sofferente di Dio (infatti il termine aramaico talià significa sia “agnello” che “servo”), che innocente porta su di sé il peccato dell’umanità (cf. Is 42,1-4; 52,13-53,12).  Gesù è l’Agnello-Servo mansueto che non apre la bocca, condotto al macello. Il riferimento è quindi anche sacrificale, alla vittima. Quindi il Battista indica in Gesù il liberatore che muore, che dà la vita. È il servo che assume su di sé il peccato del mondo (il verbo "togliere" riferito al peccato del mondo letteralmente significa:  "che prende" su di sé per portare via) e comunica la vita nuova con la sua sofferenza e morte in croce (cf. Es 12,1-28; 1Gv 1,7). Il Cristo, cioè, non assumerà la funzione di Messia politico-trionfante, ma quella di Messia umile-sofferente, che non conoscerà successi e non sarà capito dagli uomini.

Si noti che il "peccato" del mondo è al singolare. Non si tratta allora solo di liberarci dai singoli peccati, ma da quel "peccato" che ci aliena da Dio, quella menzogna che c'è in noi in seguito alla caduta dei progenitori e inoculata dal serpente che ci fa pensare che non siamo amati da Dio, che ci spinge di fatto alle tante alienazioni di chi si allontana da Dio.

Il Battista prosegue e ci dà la sua testimonianza: “Io non lo conoscevo..." Nel quarto vangelo non viene raccontato il battesimo di Gesù; non si dice che Giovanni battezza Gesù, ma si presenta la testimonianza di Giovanni che racconta come ha capito chi è veramente Gesù.

"...ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”.  Giovanni, quindi, conosce Gesù come Messia, per rivelazione divina: ha ascoltato la parola del Padre e l’ha custodita fino a farne il principio guida del suo discernimento.  Nella  manifestazione del battesimo il segno che convalida la messianicità di Gesù sta nel fatto che Giovanni vide lo Spirito “scendere dal cielo come colomba”  e rimanere su di lui (v. 32). Egli adesso può testimoniare che Gesù è colui che battezza con lo Spirito (v. 33), cioè dona lo Spirito Santo, riempie di questo dono - promesso per l’era della salvezza - ogni discepolo.

Con lo Spirito che scende dal cielo sul Figlio dell’uomo e rimane stabile su di Lui - è l'unto, il Messia -  è iniziato il cammino dell’umanità nel suo ritorno al Padre.  È in forza dello Spirito che l’uomo può rinascere, dirà Gesù a Nicodemo (Gv 3,5-8), ed è in forza dello Spirito che i peccati potranno essere perdonati (Gv 20,22-23).

Il Battista ci ricorda che tutti noi siamo chiamati a testimoniare chi è Gesù! Se abbiamo non solo capito, ma anche sperimentato di essere stati da lui liberti, non possiamo non additarlo agli altri come l'Agnello di Dio!

 

03 Gennaio 2026

Battesimo del Signore

La festa del battesimo di Gesù offre un’occasione privilegiata per ripensare alla nostra identità cristiana e alla missione di cui siamo portatori. Le letture, infatti, presentano due figure, che la tradizione cristiana ha strettamente congiunto: il servo di JHWH e Gesù di Nazareth, ambedue investiti di un mandato impegnativo e amaro. Nonostante l’apparente sconfitta, la loro missione raggiunge il compimento nella fedeltà al progetto di Dio.

La prima lettura (Is 42) appartiene a quei testi chiamati «canti del servo del Signore»; in essi, infatti, è presente la figura misteriosa di un personaggio che non è mai chiamato per nome e che viene sempre indicato col titolo di «servitore», il quale appare dotato di un compito straordinario: è chiamato a portare il diritto di Dio alle nazioni. Il diritto, qui, ha il significato di salvezza, legge che fa vivere. Il servo si rivolge agli esseri umani che hanno bisogno di liberazione, perché è inviato a restituire la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri, la dignità ai poveri. A questa superba missione si contrappone la fragilità del personaggio chiamato a espletarla: il servitore è un profeta disarmato, senza appoggi umani, rivestito solo della fragilità della Parola. Egli ha la forza dei miti: non grida, perché la Verità non ha bisogno di una voce alta e imponente per farsi strada e non cerca scorciatoie per essere acclamato dalle piazze. Si rivolge ai piccoli e ai poveri, che stanno per spegnersi o per spezzarsi, sottoposti come sono all’urto di violenze imposte dalla vita e da coloro che contano: situazioni troppo pesanti per le spalle dei poveri. Entrerà nel regno dei fabbricanti di morte disarmato, indossando l’unica corazza in grado di sconfiggere la morte: l’amore. Perché solo l’amore è più forte della morte, e solo l’amore possiede la capacità di far germogliare il deserto e far lievitare il negativo della vita.

La vicenda di Gesù s’intreccia indissolubilmente con quella del servo di JHWH. Il brano evangelico, infatti, presenta le prime parole che, secondo Matteo, Gesù pronuncia rivolte al Battista, al momento del battesimo: «Lascia per ora, perché così adempiamo ogni giustizia», ossia il disegno salvifico di Dio che vuole salvare tutti gli uomini. Gesù vuole farsi battezzare da Giovanni perché in tal modo esprime con tale gesto la scelta fondamentale che Gesù condurrà avanti tutta la vita. È il Figlio che, conoscendo l’amore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratelli: si mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realtà, solidale con loro in un amore più grande della morte. L’immersione nell’acqua è il gesto di chi, non conoscendo peccato, si è fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21). Mentre Adamo affogò nella morte per essersi innalzato nella disobbedienza, Gesù si annega nell’obbedienza del Padre che l’ha mandato a cercare ciò che era perduto. Colui che toglie i peccati del mondo, che ha creato lo sterminato universo compresi i mari, gli oceani e tutte le acque che scorrono sulla faccia della terra, scende ora in questo rigagnolo. Lui, la sorgente d’acqua viva, cosa può ricevere da queste acque? A cosa gli serve scendere in esse?

I Padri della Chiesa danno una chiara risposta: “Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi” (S. Gregorio di Nazianzo, Disc. 39 per il battesimo del Signore). E non solo purifica le acque, ma prende su di sé tutti i peccati che, simbolicamente erano depositati in quelle acque dove i peccatori andavano ad immergersi, e li distrugge con la sua morte in croce.

Il Padre stesso commenta il gesto di Gesù, rivelando ai presenti la missione del Figlio: “Questi è Figlio mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Il Padre si compiace dell’obbedienza del Figlio per mezzo del quale l’uomo otterrà la salvezza.

il cielo si aprì...” (vv. 21-22). Nel NT troviamo l’apertura del cielo in occasione di visioni negli Atti (At 7,55-56; 10,1). Nell’Apocalisse la parte delle visioni è introdotta con una parta aperta nel cielo (Ap 4,1); si vede poi l’apertura della porta del Tempio di Dio in cielo (Ap 11,19) e ancora la visione del cielo aperto in Ap 19,11. In Gv 1,51 è promesso: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio che salgono e scendono sul Figlio dell’uomo”. La rimozione del velo opaco, che secondo la concezione del tempo divide il cielo dalla terra, simbolicamente significa che è rimosso ogni ostacolo alla separazione di Dio e degli uomini. L’inizio della missione di Gesù, inaugurata dal battesimo, segna la riconciliazione dell’umanità con Dio.

“…ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui”. Questa discesa dello Spirito coincide con l’investitura messianica di Gesù. Diversi testi dell’AT confermano questa idea. Quando Saul viene «unto» e designato come re d’Israele, lo «Spirito del Signore irrompe» su di lui (1Sam 10,6.10) per confermarlo nella sua nuova funzione. Lo Spirito del Signore irrompe su Davide subito dopo la sua unzione (1Sam 16,1-13; si veda specialmente 16,13). Altri testi come Is 11,1-2 e 61,1 illustrano ugualmente il fatto che lo Spirito del Signore è dato al messia scelto da Dio. La voce che viene dal cielo suggella questa investitura, perché il titolo di «Figlio di Dio» ha alcune connotazioni regali, come per esempio nel Sal 2,7 dove il re dice: «Proclamerò il decreto che il Signore ha pronunciato: “Mio figlio sei tu, io in questo giorno ti ho generato!”». L’oracolo del profeta Natan al re Davide (2Sam 7,14) utilizza anch’esso questo vocabolario quando Dio dice del re: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio».

In questo testo, Dio però non elargisce il suo Spirito al re, ma al suo «servo», Gesù, un servo che «proclama il diritto alle nazioni». Gesù si fa servo e porta a compimento la profezia del “servo” del profeta Isaia (prima lettura).

Ed ecco una voce dal cielo...”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. È la prima volta che parla, confermando Gesù come figlio. La seconda volta aggiungerà per noi: “Ascoltatelo” (17,7), rivelando in tale modo anche la nostra vocazione: ascoltare lui, perché lui è il Salvatore. Per ascoltarlo è però necessaria una condizione: mettersi in fila con i peccatori, così come ha fatto lui. È l’atteggiamento di chi non scarica le colpe sugli altri. Più che lamentarci degli altri dobbiamo lamentarci di noi stessi.  Un giorno Cristo ammonirà severamente: “Guai a voi che ora siete sazi” (Lc 6,25). Beati piuttosto coloro che sanno mettersi in discussione. Beati coloro che ammettono di aver sbagliato, di aver provocato e di provocare guai nel mondo, nella Chiesa, nella società, oltre che nella propria esistenza spirituale. Soltanto questa ammissione ci permette di non illuderci di essere arrivati, di abbattere l’orgoglio (anche spirituale) e di incontrare davvero Cristo che ci salva.

Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. Attraverso di lui il Padre stabilirà “una nuova Alleanza per il popolo” (Is 42,7), ristabilendo il rapporto di amicizia con gli uomini. Lo Spirito-colomba è araldo di questa notizia straordinaria con cui inizia la rinascita di cieli e terra nuovi (vedi il ruolo della colomba nei racconti del diluvio: Gen 7-9). Richiama anche lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2). Il battesimo di Gesù è una creazione nuova che porta la pace definitiva, una vita al di là e al di sopra di ogni male, che non sarà più distrutta.

Le parole che il Padre pronuncia nel Battesimo di Gesù, desidera pronunciarle anche su ciascuno di noi: sei “il figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”.  Vuole compiacersi quando viviamo la nostra fede nella conformazione a Cristo, quando come autentici figli nel Figlio ci lasciano immergere nell’abisso delle acque di morte, di violenza, di male che oggi abitano nel nostro mondo, per vincere il male con il bene, per contribuire come «servi» docili nelle mani del Signore a far sì che l'amore trionfi sul male e il Regno di Dio si espanda nel mondo nel quale viviamo.

03 Gennaio 2026

Epifania del Signore

Le tre letture della manifestazione del Signore Gesù ci invitano ad alzare la testa per scrutare la salvezza che Dio ci offre, per cambiare la storia degli uomini e dei popoli che lo accolgono con fede.

Nella prima lettura (Isaia 60,1-16) troviamo la visione di Gerusalemme che, ammantata di luce, illumina il cammino dei popoli. La luce richiama la salvezza e la vita; senza luce si cammina nelle tenebre e “venire alla luce” rappresenta il salto primordiale sulla scena della vita. Gerusalemme è chiamata a questo compito: è chiamata a testimoniare la luce di YHWH davanti a tutti i popoli. Nel tempo che viviamo, assistiamo ancora una volta, alla smentita di questa promessa. Anche nel 2026 Gerusalemme è segno di contraddizione e di lotta e non di alleanza con/per tutti i popoli della terra. Ma la vocazione a diventarlo non viene meno.

Nella seconda lettura (Efesini 3,2-6) San Paolo ci ricorda che i pagani sono chiamati a far parte dell’eredità dei santi.

Nel Vangelo l’arrivo a Gerusalemme dei magi, quindi degli stranieri in cerca del Messia, ci dice che i «lontani» hanno ora accesso alla salvezza. Ma c’è anche il pericolo – di cui dobbiamo ben guardarci – che i «vicini», quindi anche noi credenti, rimaniamo ciechi, incapaci di accogliere la salvezza di un Dio che si offre a noi nei segni della povertà, dell’umiltà, nella piccolezza che è la grandezza di Dio, del Dio amore.

Parlando dei magi, l’evangelista non intende soddisfare la nostra curiosità, non si sofferma sull’identità dei personaggi, sul loro numero, sulla strada percorsa, sulla provenienza dall’oriente, sulla designazione rabbinica dei gentili come “adoratori delle stelle”, ecc., ma evidenzia il loro atteggiamento: sono dei ricercatori di Dio. Invece tutta la città di Gerusalemme, insieme ad Erode, in netto contrasto con l’atteggiamento dei magi,  non accoglie il suo Re, il Messia atteso da secoli.

Soffermiamoci ora sull’atteggiamento dei magi.

Cosa cercavano i Magi? Quale motivo li ha spinti ad intraprendere un così lungo viaggio? Non è da escludere che l’attesa messianica di Israele sia stata trasmessa ad altri popoli dell’oriente, che l’hanno fatta propria. Quindi la ricerca di un messia. Ma allo stesso tempo cercano un re. Forse la profezia di Balaam, che non era ebreo e servo di altri dèi, era nota anche fuori di Israele. Non per nulla i magi giunti in Giudea si recano nella città regale di Israele ed entrano nel palazzo del re  

Si sono lasciati guidare dalla stella. La stella, però, non li ha accompagnati a passo a passo durante il lungo viaggio. Per eliminare tutte le incertezze, sgomberare le difficoltà del cammino. Hanno percorso faticosamente la loro strada, affrontandone i rischi, le oscurità, i dubbi, gli imprevisti. Non c’è ricerca di Dio lungo un’autostrada dello spirito tracciata definitivamente dagli altri. Eppure questa è la tentazione sempre presente in molti cristiani. Pretendono una strada sicura, diritta, perfetta. Con cartelli segnaletici ben visibili e completi di indicazioni di ogni genere. Ossia una risposta esatta, indiscussa, per ogni genere di problemi, quasi che il cristianesimo fosse una macchinetta automatica... C’è, invece, un cammino sempre diverso da percorrere, da scoprire, inventare. La fede non è mai rassicurante. È, piuttosto, un rischio. Il credente è uno che segue itinerari imprevedibili, che esplora territori sconosciuti.

I Magi hanno poi saputo vincere la delusione. Hanno posto la domanda. Il re Erode, che tiene a disposizione uno stuolo di “esperti” - i capi dei sacerdoti e gli scribi - li consulta. Essi, dopo aver cercato affannosamente nelle Scritture, confermano che, sì, effettivamente a Betlemme doveva accadere qualcosa... Sta scritto nel Libro: “[Tu sei] la più piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda: da te infatti uscirà un capo”: Mi 5,1; e: “Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”: 2Sam 5,2)[1]. Sanno tutto di una geografia dove però loro non hanno mai messo piede, né intendono muovervi un passo. I Magi sono incaricati dal re di fare da esploratori per conto dei sedentari che sanno tutto e poi di tornare a riferire circa le loro eventuali scoperte. Così anche i professionisti della Scrittura, a due passi dall’avvenimento, sono rimasti al loro posto, inchiodati alle loro cattedre, interessati soltanto teoricamente a quell’evento. Informati, ma non coinvolti. Sanno tutto, ma la strada la lasciano percorrere agli altri.

Così anche per il nostro itinerario di fede. Si tratta di non permettere che la delusione ci abbatta, non desistere anche quando incocciamo dei maestri che tengono in tasca tutte le risposte per ogni genere di problemi, ma sono sprovvisti dell’unica risposta che ci interessa: quella vitale.

L’adorazione. Giunti a Betlemme videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”.  I magi sono maestri nell’atteggiamento corretto nei confronti del soprannaturale: di fronte al bambino Gesù, rivelazione del mistero nascosto da secoli, si prostrano in adorazione. Quando ad-oro divento intimo di Dio, partecipando alla sua vita, al suo mistero. Letteralmente la parola stessa “adorazione” deriva dal latino “portare alla bocca”. Adorare significa entrare in comunione di respiro, di anima. Il bacio, nella Bibbia, ha questo intimo significato. La condivisione personale dell’alito, della vita. E la adorazione biblica racchiude in sé questa valenza così personale e forte, quasi intima. È quindi il contatto intimo con Cristo il centro da cui sgorga ogni dono successivo a Dio e ai fratelli. La nostra ricerca ci deve portare ad adorare prima di ogni altra cosa. Come hanno fatto magi.

Il gesto di adorazione dei magi contrasta spesso con quello dell’uomo d'oggi. C’è poca fede e la pratica religiosa è bassa, c’è però una grande attesa e ricerca di ciò che è soprannaturale e misterioso, di ciò che supera le leggi della natura, di ciò che è inspiegabile, che è circondato da un alone di mistero; ne sono testimonianza il successo di programmi televisivi che si occupano di questi fatti e soprattutto la fortuna - anche economica - di maghi e astrologi a cui molti si rivolgono, con il risultato di sborsare anche ingenti somme di denaro. Pensiamo poi a certa ingenuità diffusa nel credere a indovine di passaggio, che spesso si rivelano abili truffatrici, o ancora alla frequente consultazione di oroscopi prima di intraprendere qualsiasi scelta. Sono tutti fatti che comunque testimoniano come oggi molti non sono soddisfatti della loro vita, della loro situazione e sono alla ricerca di qualcosa che oltrepassi la propria capacità di comprendere le cose. Non sempre però si tratta di attese ben orientate, spesso si va alla ricerca di un soprannaturale e di un misterioso che in realtà si vuole dominare per piegare alle proprie esigenze, illudendosi di indirizzare a proprio favore gli eventi della vita come se bastasse qualche rito e qualche formula per piegare potenze superiori.

L’offerta dei doni. Dei magi si dice, letteralmente, che “aperti i loro tesori, offrirono a lui doni, oro e incenso e mirra”. È l’ultimo gesto che essi compiono in un prolungato atteggiamento di adorazione. Dei doni offerti a Dio senza adorazione c’è il rischio che si trasformino in merce di scambio per un rapporto clientelare.

I padri della Chiesa hanno dato un significato simbolico alle offerte dei magi, vedendo raffigurate in esse tre prerogative di Cristo: la regalità, la divinità, l’umanità (nella carne di Gesù si ha l'alleanza con l'umanità da lui redenta, ma è anche richiamo della passione del salvatore). È ciò che esprime anche un inno della liturgia: “Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale, la mirra annunzia l’Uomo, deposto dalla croce”.

Effettivamente l'oro è simbolo di regalità; i magi, dunque, riconoscono il Signore come loro re. E con tale riconoscimento mettono fine al sono di restaurazione politico del regno d'Israele. Gesù è venuto a realizzare il regno di Dio, regno che non è limitato ai soli Giudei, a un popolo, a una religione, ma è esteso a tutti quegli uomini che accettano di essere amati da Dio. L'evangelista anticipa così nell'episodio dei magi le parole di Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).

L'incenso era l'elemento specifico del servizio sacerdotale, adoperato in modo particolare nelle offerte di ringraziamento (Lv 2,1-2; 1Sam 2,28). Ebbene, i magi, che in quanto stranieri sono “pagani peccatori” (Gal 2,15), offrendo l'incenso, svolgono verso Gesù il compito dei sacerdoti, gli unici che potevano rivolgersi direttamente alla divinità nel culto. Il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più esclusivo di Israele (Es 19,6), ma viene esteso a tutti i popoli, pagani e peccatori compresi (1Pt 2,9; Ap 5,10).

Infine la mirra. Nella scrittura questa resina, dall'intensa fragranza, è il profumo con il quale l'amante conquista il suo amato (“Ho profumato il mio giaciglio di mirra”, Pr 7,17), simbolo dell'amore della sposa per lo sposo (Ct 5,5; Est 2,12). Il rapporto tra il Signore e il suo popolo veniva raffigurato dai profeti con i tratti di un matrimonio, dove Israele era la sposa del suo Dio: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Os 2). Anche il privilegio di essere la nazione sposa del suo Dio non è esclusivo di Israele, ma è esteso alle nazioni pagane, delle quali i magi sono i rappresentanti.

La mirra poi può essere anche interpretata come segno della passione di Gesù. “In effetti, nel Vangelo di Giovanni compare la mirra dopo la morte di Gesù: l'evangelista ci racconta che Nicodemo, per l'unzione della salma di Gesù, aveva procurato, fra l'altro, anche la mirra (cfr. 19,39). Così, il mistero della Croce, mediante la mirra, viene nuovamente collegato con la regalità di Gesù e si preannuncia in modo misterioso già nell'adorazione dei Magi. L'unzione è un tentativo di opporsi alla morte, che solo nella corruzione raggiunge la sua definitività. Quando al mattino del primo giorno della settimana le donne giunsero al sepolcro per effettuare l'unzione, che, a causa dell'immediato inizio della festa, non era stato più possibile eseguire alla sera dopo la crocifissione, Gesù era ormai risorto: Egli non aveva più bisogno di della mirra come mezzo contro la morte, perché la vita stessa di Dio aveva vinto la morte”[2].

Con questo significato dei doni, allora, Matteo ci dice che Israele non è l'esclusivo popolo del Signore, lo sono anche le altre nazioni che giungono alla fede in Colui che è Dio e per amore ha dato la vita per noi, comprese quelle che i Giudei considerano nemiche e: “Benedetto sia l'Egiziano mio popolo, l'Assiro opera delle mie mani” (Is 19,25).

Ma c’è anche una seconda interpretazione dei doni. Noi sappiamo che nel Vangelo di Matteo “tesoro” è il cuore dell’uomo. Non si tratta allora di qualcosa che viene dato a Dio materialmente, per riconoscenza o per avere il suo favore, ma del dono di se stessi – il proprio oro (cioè tutto ciò che è prezioso in noi e tutto quello che di prezioso possediamo), l’incenso (cioè la propria dignità) e la mirra (cioè anche la propria morte, consegnata a colui che è la Vita), ponendosi davanti a Lui così come siamo, con tutta la nostra storia, le cose scintillanti e le amarezze. In questo senso l’offerta della nostra vita è la conseguenza diretta dell’adorazione, del “portare alla bocca” per comunicarsi a vicenda il proprio tesoro.

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[1] Si noti che entrambe le citazioni – quella di Michea (e quindi l'importanza di Betlemme in forza della profezia), come quella di 2Sam (ove si era raccontata la chiamata di Davide: il più giovane viene scelto tra i fratelli ad essere re) fanno capire il paradosso dell'agire di Dio, che pervade tutto l'AT: ciò che è grande nasce da ciò che, secondo i criteri del mondo, sembra piccolo ed insignificante, mentre ciò che, agli occhi del mondo, è grande, si frantuma e scompare.

[2] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 124-125.

La liturgia odierna ci parla della sapienza divina, quella sapienza che si è fatta carne in Gesù.

La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, ci dice che la Sapienza è «uscita dalla bocca dell’Altissimo»,  abita le altezze e scruta gli abissi. È una Sapienza che è dal principio, prima che il mondo fosse. Essa, che aveva la sua dimora nelle altezze, «ha messo le sue radici in mezzo a un popolo glorioso». L’Eterno ha scelto di abitare in un fazzoletto di terra: in una città, in un tempio, ma soprattutto in mezzo a un popolo piccolo e insignificante che, grazie alla sua presenza, diventa “glorioso”.

Questa Sapienza si è fatta carne in Gesù. E ciò perché – come ci dice San Paolo nella seconda lettura – possiamo essere «figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà…» (Efesini 1,5-6).

Il brano del Prologo giovanneo è molto bello, ricco di significati. Cerchiamo di coglierne alcuni per il nostro cammino spirituale.

Anzitutto ci dice – contemplando la vita trinitaria – che quel Verbo (cioè il Figlio di Dio) da sempre è rivolto al Padre: quindi tra Padre e Figlio c’è una relazione di amore. Il Verbo si riconosce generato da Dio - e come tale si accoglie riconoscente - e a Dio si rivolge o, meglio, si riconsegna. Non si tratta solo di un dialogo all’interno della divinità, ma di un vero e proprio scambio di vita divina, di amore nel dinamismo della generazione e della riconsegna. Dio è amore.

Ebbene, il Verbo che in obbedienza al Padre ha creato il mondo, sempre in sua obbedienza si è fatto carne.

Ci sono poi delle precisazioni molto importanti.

«In lui era la vita» (v. 4). Questa – afferma Giovanni – è propriamente la vita. Se qualcosa noi vogliamo chiamare vita, intendendo con questo ciò per cui le cose sussistono radicate in un’origine, sorrette da un’intenzione, accolte in una relazione, questo è propriamente ciò che si rivela nel Verbo dell’origine che è Dio.

«e la vita era la luce degli uomini». La vita, che è il Verbo, si rivela come luce per gli uomini. Egli si rivela nella verità di essere la vita per illuminarli, perché possano - come il Verbo stesso si riconosce generato dal Padre - riconoscersi radicati esistenzialmente nel rapporto con il Verbo che è verità e vita. Staccarsi da Lui significa non vivere, significa perdere la vita vera. Ed è quello che produce il peccato.

«la luce splende nella tenebra» (v. 5a). Nella visione giovannea la tenebra si riferisce al mondo satanico che si oppone a Dio, è l’anti-rivelazione, l’anti-vita. È il mondo che ha tentato l’uomo e lo conduce al peccato, quindi alla morte.

Ma – precisa il Vangelo - «la tenebra non l’ha vinta». Per quanto sia grande, questa tenebra non ha vinto la luce, non l’ha afferrata, non l’ha vinta, non l’ha dominata. Ossia l’uomo che si affida a Dio e rimane radicato in lui – in comunione con la carne del Verbo fatto carne – non viene vinto dalla tenebra, ma rimane nella luce, cioè nella verità e nella vita. C’è quindi una lotta impegnativa che però risulta vittoriosa. Per questo nella fede possiamo affrontare la tenebra  presente nel nostro mondo - non solo identificata nel Nemico che si oppone al piano salvifico divino, ma anche dell’uomo che sono strumenti del male, di guerre, di violenze, di ingiustizie - vincendola come figli nel Figlio. Un messaggio di speranza, dunque, di chi nella fede rimane saldo nel Signore che si è fatto carne per noi perché, rimanendo in Lui possiamo essere  salvati, custoditi nel suo amore. Giustamente San Paolo nella Lettera ai Romani dirà: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse il dolore o l'angoscia? La persecuzione o la fame o la miseria? I pericoli o la morte violenta? Ma in tutte queste cose noi otteniamo la più completa vittoria, grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono sicuro che né morte né vita, né angeli né altre autorità o potenze celesti, né il presente né l'avvenire, né forze del cielo né forze della terra, niente e nessuno ci potrà strappare da quell'amore che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39).

 «Venne fra i suoi, e i suoi non lo accolsero» (v. 11). A queste risposte negative – il rifiuto di Israele e degli uomini che nella storia accecati dal peccato rifiutano Cristo – si contrappone chi risponde positivamente: «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Quelli che lo hanno accolto, cioè che credono in Lui, ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’uso del verbo diventare è molto importante: il Verbo, infatti, non ci ha fatto diventare figli di Dio automaticamente, ci ha dato il potere di diventarlo. Cioè di diventare sempre più pienamente ciò che siamo già per grazia grazie al sacramento del Battesimo. Di vivere quella bellezza di vita filiale che manifesti chi siamo noi, ossia figli nel Figlio del Dio amore.

«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi e pose la tenda fra di noi» (v. 14a). Questa è la traduzione letterale del versetto. Allora il Verbo non solo di fatto, cioè in modo concreto, pianta la tenda “dentro” l'umanità, ma vuole piantarla e rimanere ad abitare anche dentro il nostro cuore perché anche noi possiamo abitare in Lui. Come sarà nel paradiso, immersi nella Trinità. Vivere quindi sulla terra già anticipando e manifestando quella vita vera che è già anticipo del cielo.

La lettura tratta dal libro dei Numeri riporta la formula con cui i sacerdoti di Israele benedivano il popolo. Per l’Antico Testamento, la benedizione è un dono incomparabile. È solo grazie alla benedizione divina che Israele diventa benedizione per il suo popolo e per tutte le nazioni. Soltanto Dio può assicurare vita  e pace. Certo l’uomo può, e deve, essere costruttore del mondo, ma deve farlo con la consapevolezza di farsi  docile strumentodi Dio; Egli conta su di noi, ci benedice perché diventiamo noi stessi benedizione per gli altri fratelli. 

Nel Vangelo i pastori, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, «andarono senza indugio» a Betlemme. Desiderano “vedere” la parola annunciata dagli angeli nella carne del bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia, il «salvatore», «Cristo Signore».  Vanno dunque pieni di slancio per la gioia che è veramente nato il Salvatore, di cui tutto era in attesa e che essi avevano potuto vedere per primi.

È un cammino di ricerca. Con il loro camminare verso Betlemme, i pastori ci suggeriscono quel procedere interiore che si identifica con la meditazione orante, cioè quel progresso che si attua nel silenzio contemplativo della preghiera, sull’esempio di Maria, che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19). L’autentica ricerca, infatti, è un percorso amoroso, che non segue le tracce dell’elaborazione speculativa, ma scopre spiritualmente le orme lasciate dalla presenza dell’amato, il quale, facendosi carne, suscita la passione e prepara alla stupefacente gioia dell’incontro. Quello che il Cantico dei Cantici descrive poeticamente con le metafore della ricerca e dell’abbraccio viene vissuto dal credente nell’intimità del cuore. Perché Dio è disceso nella carne umana e si è come nascosto; e solo gli occhi innamorati lo scorgono e ne assaporano progressivamente la luminosa bellezza.

I pastori vanno di notte. Chi indica loro la direzione? Chi rischiara la via? Evidentemente la Parola ricevuta dall’angelo: «lampada ai miei passi è la tua Parola» (Sal 119,105). Questo cammino dei pastori, guidato dalla Parola, è simbolo del cammino di fede di ogni cristiano. Non sappiamo a priori dove andremo nella vita, quali percorsi faremo. Lo stesso è capitato ad Abramo. Ci lasciamo guidare fidandoci della Parola sapendo che la meta finale sarà il paradiso.

Quando giungono a Betlemme i pastori «trovarono Maria, Giuseppe e il neonato adagiato nella mangiatoia» (v. 16). Malgrado l'umiltà radicale di quanto essi vedono per la loro fede riconoscono in quel bambino il Messia salvatore e ne danno testimonianza: «fecero sapere ciò che avevano sentito di questo bambino» (v. 17). L’annuncio degli angeli (2,14) viene così continuato dall’annuncio degli uomini che “sperimentano” la salvezza nella loro vita. L’umile parola dei pastori (così come dev’essere sempre umile il nostro annuncio di un dono ricevuto) sostituisce quella degli angeli. La gioia che essi hanno vissuto deve essere comunicata e trasmessa non solo con le parole, ma con la testimonianza di una vita “trasformata”.

A chi è rivolta questa testimonianza dei pastori? Oltre a Maria e Giuseppe per la prima volta ci viene detto che c’erano altre persone nella grotta/stalla. Queste persone anonime sono un po’ l’immagine di tutta quell’umanità alla quale la Chiesa è inviata ad annunciare il Vangelo.

Potremmo qui chiederci: quante volte noi cristiani, nella condivisione della parola, crediamo che le persone più umili sono molte volte proprio quelle che hanno qualcosa di grande da dire, cioè una testimonianza – e non solo parole vuole per quanto eloquenti - che nasce dalla vita?

Qual è la reazione degli ascoltatori? Lo stupore. Maria ne è l’esempio più alto. Lo stupore è prima di tutto capacità di "custodire" (syntereo), di “serbare nel cuore”.  Successivamente lo stupore è spinta alla ricerca di significato. Tale ricerca viene compiuta da Maria attraverso l’operazione del meditare (symbàllein: mettere insieme due parti, comparare). Si tratta di una riflessione che il credente compie tra Parola di Dio e avvenimento, fino a dedurre dalla Parola il significato dell’avvenimento.

Fin da subito Maria viene presentata come modello del credente: di fronte alla visita inaspettata dei pastori (è Dio stesso che ha “pubblicizzato” la nascita di suo Figlio) e alle parole che pronunziano coglie il segno di Dio, lo confronta, per mezzo dell’uso della memoria con la Parola, e giunge alla comprensione di fede degli avvenimenti. E questo avviene nel “cuore”, che è biblicamente il centro stesso della persona nella sua interezza.

Maria, dunque, non ci viene presentata come una intellettuale, che cerca solo di capire il significato degli eventi; ma neppure come una sentimentale, che non vuol perdere l’ebbrezza di una sensazione forte. Il suo atteggiamento è piuttosto quello di chi custodisce nel profondo del cuore gli avvenimenti di cui è stata partecipe, cercando con tutta se stessa di com-prenderli (cioè di prenderli insieme, di metterli insieme) per capire nella trama del reale il disegno che Dio sta portando avanti.

Abbiamo qui uno spaccato del cammino di fede di Maria. Anche lei non aveva tutto subito chiaro, anche lei non poteva comprendere tutto il disegno di Dio in un colpo solo, ma si è fidata, si è lasciata condurre passo dopo passo. Quanto è importante guardare a lei e imparare da lei! Aver fede significa poggiarsi nel Signore, lasciarsi condurre da Lui anche quando non tutto è chiaro, anche nei momenti in cui incontriamo difficoltà, sapendo anche attendere, lasciando che ogni cosa si sedimenti, venga vagliata e si riveli nella sua portata. 

«I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro» (v. 20). Come gli angeli, così anche i pastori lodano Dio per ciò che avevano udito e visto. Va ricordato che nel mondo biblico spesso il sentimento di riconoscenza viene espresso dal verbo doxázo e ainéo, glorificare e lodare. È il grazie detto nella preghiera attraverso la narrazione di ciò che è avvenuto. Non c’è, dunque, esperienza di fede senza riconoscenza. Non c’è riconoscenza senza testimonianza. Non c’è testimonianza senza preghiera.

In questi pastori, primi ascoltatori che a loro volta si fanno annunciatori, si profila la Chiesa. Essa nasce dall’annuncio, ne verifica l’oggi di salvezza e la ritrasmette agli altri con l’annunzio. È una chiesa di poveri e di ultimi (ricordiamo che i pastori erano considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica) come l’annunciato stesso. In forza della fede, essa riconosce, annuncia, glorifica e loda Dio che si è rivelato nell’impotenza di Gesù.

Iniziando oggi, con la solennità di Maria Santissima, un nuovo anno, tutti noi credenti siamo consapevoli che il tempo che ci è dato sarà un buon anno nella misura in cui come i pastori, incontrando nell’oggi della nostra vita («oggi è nato per voi un Salvatore») il Signore nella sua Parola, nella preghiera e nei sacramenti, ci facciamo testimoni e portatori di benedizione negli ambienti di vita di ogni giorno.

«Beati gli operatori di pace» ci ha detto Gesù nel Vangelo. Possiamo comunicare agli altri la pace solo se essa abita nel nostro cuore. Se il mio cuore non è pacificato nel Signore sarò vulnerabile davanti a tutte le forze di divisione, a tutte le spirali di paura e di violenza che agitano il mondo. Impariamo da Maria a rimanere saldi nella fede al Signore Gesù, a rimanere nel suo amore, nella sua pace! Ci affidiamo a lei che intercede per noi e ci guida  maternamente per vivere autenticamente come figli di Dio!

In questa domenica che segue il Natale contempliamo la Santa famiglia di Nazaret. Essa è tale  perché c'è Gesù, ma anche perché Giuseppe e Maria si lasciano condurre da Dio nelle scelte di ogni giorno, grandi o piccole che siano. Ed è quello che dovrebbe avvenire un tutte le famiglie cristiane:  famiglie che vivano il Vangelo, dove ci si ama reciprocamente, si pratica il perdono, si ascolta la parola di Gesù e ci si lascia illuminare da essa, diventando così parte della famiglia spirituale di Cristo – fratelli, sorelle e madre di Lui, generando e accogliendo Gesù nella quotidianità attraverso la carità e la docilità. 

Giuseppe e Maria ci vengono dati come modello di docilità alla volontà divina. 

Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.

Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.

Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. Per ben quattro volte in questo vangelo troviamo questa espressione: due volte nelle parole dell'angelo e poi altre due volte nell'effettiva esecuzione da parte di Giuseppe. Per Giuseppe è la chiamata alla paternità, a custodire la vita del bambino e di Maria. Non a caso chiamiamo San Giuseppe: "custode del Redentore". Nell'Antico Testamento il verbo "custodire" è shamar, verbo che tocca diverse dimensioni: il rapporto con Dio e con la sua parola, la custodia del creato, la cura delle relazioni (cioè proteggere, prendersi cura, vigilare, amare). Giuseppe sa custodire perché  si lascia custodire da Dio. Dio nell'Antico Testamento è presentato come il custode di Israele. E' lui che custodisce la nostra vita, ha cura di ciascuno di noi. Giuseppe permette a Dio di custodirlo. Infatti vediamo che Giuseppe è estremamente silenzioso, non perché non abbia nulla da dire, ma perché il suo silenzio è espressione di ascolto, di recettività, lascia che Dio parli nella sua interiorità. Anch'io, se voglio lasciarmi custodire da Dio, devo imparare da Giuseppe ad ascoltare la Parola di Dio, ad ascoltare le ispirazioni al bene dello Spirito Santo, ad ascoltare la Parola di Dio mediata dalle persone che ho acconto (le correzioni, i i consigli buoni...).

"Prendi con te..." La custodia di Giuseppe è espressione di un amore responsabile. Custodia che anche noi dobbiamo esercitare con responsabilità verso i fratelli. Dio sin dall'inizio ci ha affidati gli uni agli altri, siamo responsabili della felicità del bene gli uni degli altri. Ogni vita è preziosa agli occhi di Dio. Custodirla non significa semplicemente preservarla da ciò che può farla soffrire e ferirla, ma in positivo - conoscendo il suo valore  - promuovere la sua vita secondo quella chiamata/vocazione che Dio ha voluto per essa. Insomma, vuol dire aiutarla  a diventare ciò che Dio la chiama ad essere.

"... con te il bambino e sua madre...".  Si noti che l’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe,. Più avanti Gesù, ormai adulto, dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).  La  maternità di Maria si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione. 

Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come” Dio gli ha ordinato, nella “modalità” che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre,  uscendo da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.

“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.

In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Dio – fede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.

L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.

dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.

Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosè, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina.

22 Dicembre 2025

Natale del Signore

 

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebroso una luce rifulse» (Is 9,1). Il profeta Isaia in questa notte ci annuncia che per l’uomo che cammina nell’oscurità a tentoni, inciampando, cadendo, senza una chiara direzione, senza una vera meta, è giunta finalmente la luce.  L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma più profondamente deve essere salvato dai mali che affliggono lo spirito. E chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? È quello che l’evangelista Luca ci dice collocando la nascita di Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Egli non è un mito, espressione vaga di un anelito di salvezza, ma è la salvezza che ci viene incontro nella storia, anche nella nostra vita di ogni giorno.

Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato. Augusto si riteneva un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto – che può divenire anche figura di ogni potente nella storia umana – o il bambino che nasce a Betlemme, che è il vero potente?

C'è poi un particolare molto significativo: “il ‘salvatore’ ha portato al mondo soprattutto la pace. Cesare di fatto è riuscito a portare la pace nel suo impero, quella romana, basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere.

Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché “non c’era posto per loro nel katàlyma” (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Probabilmente la casa è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino.

Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito». È molto bella questa annotazione dell’evangelista! Quel bambino non è l’unigenito di Maria, ma è il primogenito. Primogenito di chi? Egli è il primo di una moltitudine di figli. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, mediante il sacramento del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio. Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato al tempo dell’escatologia: Egli è il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18). In Lui non solo veniamo salvati dal peccato, ma riceviamo la vita vera, partecipiamo della vita divina, quella va oltre la morte, per essere un giorno per sempre con Lui nella casa del Padre!

Si noti che Gesù viene posto in una mangiatoia. Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.

Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona. È il pane di vita che si dona fiducioso nelle nostre mani. Come si è consegnato nelle mani di coloro che lo hanno preso e messo sulla croce per salvarci, così ora si consegna a noi. Che meraviglia, che grandezza l’umilità di Dio!

C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?

«C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce». È una luce che li coinvolge nel mistero della nascita di Gesù. Ed essi – persone povere, considerate di basso rango, emarginate, - si lasciano pienamente coinvolgere. Infatti si incamminano «senza indugio». Vanno pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che è veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore. Sono i primi testimoni di quel Dio che – come dice Paolo - «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

«E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Gli angeli cantano la gloria di Dio. Ricordiamo che per “gloria” si intende la manifestazione divina; in quel Bambino nel quale il Figlio si è fatto carne si manifesta la gloria di Dio che è amore, pura bontà, luce per gli uomini. Ciò che gli angeli cantano dovrebbe essere anche il canto di ogni credente che fa esperienza della bontà di Dio che ci salva e ci eleva alla dignità di essere figli nel Figlio. Di un Dio che si è abbassato perché possiamo accoglierlo per avere da lui la vita, la vita vera! Che questo canto degli angeli possa essere anche il nostro canto, non solo con la voce, ma soprattutto con una vita di santità!

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