Padre Michele
Maria Santissima Madre di Dio
La lettura tratta dal libro dei Numeri riporta la formula con cui i sacerdoti di Israele benedivano il popolo. Per l’Antico Testamento, la benedizione è un dono incomparabile. È solo grazie alla benedizione divina che Israele diventa benedizione per il suo popolo e per tutte le nazioni. Soltanto Dio può assicurare vita e pace. Certo l’uomo può, e deve, essere costruttore del mondo, ma deve farlo con la consapevolezza di farsi docile strumentodi Dio; Egli conta su di noi, ci benedice perché diventiamo noi stessi benedizione per gli altri fratelli.
Nel Vangelo i pastori, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, «andarono senza indugio» a Betlemme. Desiderano “vedere” la parola annunciata dagli angeli nella carne del bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia, il «salvatore», «Cristo Signore». Vanno dunque pieni di slancio per la gioia che è veramente nato il Salvatore, di cui tutto era in attesa e che essi avevano potuto vedere per primi.
È un cammino di ricerca. Con il loro camminare verso Betlemme, i pastori ci suggeriscono quel procedere interiore che si identifica con la meditazione orante, cioè quel progresso che si attua nel silenzio contemplativo della preghiera, sull’esempio di Maria, che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19). L’autentica ricerca, infatti, è un percorso amoroso, che non segue le tracce dell’elaborazione speculativa, ma scopre spiritualmente le orme lasciate dalla presenza dell’amato, il quale, facendosi carne, suscita la passione e prepara alla stupefacente gioia dell’incontro. Quello che il Cantico dei Cantici descrive poeticamente con le metafore della ricerca e dell’abbraccio viene vissuto dal credente nell’intimità del cuore. Perché Dio è disceso nella carne umana e si è come nascosto; e solo gli occhi innamorati lo scorgono e ne assaporano progressivamente la luminosa bellezza.
I pastori vanno di notte. Chi indica loro la direzione? Chi rischiara la via? Evidentemente la Parola ricevuta dall’angelo: «lampada ai miei passi è la tua Parola» (Sal 119,105). Questo cammino dei pastori, guidato dalla Parola, è simbolo del cammino di fede di ogni cristiano. Non sappiamo a priori dove andremo nella vita, quali percorsi faremo. Lo stesso è capitato ad Abramo. Ci lasciamo guidare fidandoci della Parola sapendo che la meta finale sarà il paradiso.
Quando giungono a Betlemme i pastori «trovarono Maria, Giuseppe e il neonato adagiato nella mangiatoia» (v. 16). Malgrado l'umiltà radicale di quanto essi vedono per la loro fede riconoscono in quel bambino il Messia salvatore e ne danno testimonianza: «fecero sapere ciò che avevano sentito di questo bambino» (v. 17). L’annuncio degli angeli (2,14) viene così continuato dall’annuncio degli uomini che “sperimentano” la salvezza nella loro vita. L’umile parola dei pastori (così come dev’essere sempre umile il nostro annuncio di un dono ricevuto) sostituisce quella degli angeli. La gioia che essi hanno vissuto deve essere comunicata e trasmessa non solo con le parole, ma con la testimonianza di una vita “trasformata”.
A chi è rivolta questa testimonianza dei pastori? Oltre a Maria e Giuseppe per la prima volta ci viene detto che c’erano altre persone nella grotta/stalla. Queste persone anonime sono un po’ l’immagine di tutta quell’umanità alla quale la Chiesa è inviata ad annunciare il Vangelo.
Potremmo qui chiederci: quante volte noi cristiani, nella condivisione della parola, crediamo che le persone più umili sono molte volte proprio quelle che hanno qualcosa di grande da dire, cioè una testimonianza – e non solo parole vuole per quanto eloquenti - che nasce dalla vita?
Qual è la reazione degli ascoltatori? Lo stupore. Maria ne è l’esempio più alto. Lo stupore è prima di tutto capacità di "custodire" (syntereo), di “serbare nel cuore”. Successivamente lo stupore è spinta alla ricerca di significato. Tale ricerca viene compiuta da Maria attraverso l’operazione del meditare (symbàllein: mettere insieme due parti, comparare). Si tratta di una riflessione che il credente compie tra Parola di Dio e avvenimento, fino a dedurre dalla Parola il significato dell’avvenimento.
Fin da subito Maria viene presentata come modello del credente: di fronte alla visita inaspettata dei pastori (è Dio stesso che ha “pubblicizzato” la nascita di suo Figlio) e alle parole che pronunziano coglie il segno di Dio, lo confronta, per mezzo dell’uso della memoria con la Parola, e giunge alla comprensione di fede degli avvenimenti. E questo avviene nel “cuore”, che è biblicamente il centro stesso della persona nella sua interezza.
Maria, dunque, non ci viene presentata come una intellettuale, che cerca solo di capire il significato degli eventi; ma neppure come una sentimentale, che non vuol perdere l’ebbrezza di una sensazione forte. Il suo atteggiamento è piuttosto quello di chi custodisce nel profondo del cuore gli avvenimenti di cui è stata partecipe, cercando con tutta se stessa di com-prenderli (cioè di prenderli insieme, di metterli insieme) per capire nella trama del reale il disegno che Dio sta portando avanti.
Abbiamo qui uno spaccato del cammino di fede di Maria. Anche lei non aveva tutto subito chiaro, anche lei non poteva comprendere tutto il disegno di Dio in un colpo solo, ma si è fidata, si è lasciata condurre passo dopo passo. Quanto è importante guardare a lei e imparare da lei! Aver fede significa poggiarsi nel Signore, lasciarsi condurre da Lui anche quando non tutto è chiaro, anche nei momenti in cui incontriamo difficoltà, sapendo anche attendere, lasciando che ogni cosa si sedimenti, venga vagliata e si riveli nella sua portata.
«I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro» (v. 20). Come gli angeli, così anche i pastori lodano Dio per ciò che avevano udito e visto. Va ricordato che nel mondo biblico spesso il sentimento di riconoscenza viene espresso dal verbo doxázo e ainéo, glorificare e lodare. È il grazie detto nella preghiera attraverso la narrazione di ciò che è avvenuto. Non c’è, dunque, esperienza di fede senza riconoscenza. Non c’è riconoscenza senza testimonianza. Non c’è testimonianza senza preghiera.
In questi pastori, primi ascoltatori che a loro volta si fanno annunciatori, si profila la Chiesa. Essa nasce dall’annuncio, ne verifica l’oggi di salvezza e la ritrasmette agli altri con l’annunzio. È una chiesa di poveri e di ultimi (ricordiamo che i pastori erano considerati impuri dal giudaismo ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica) come l’annunciato stesso. In forza della fede, essa riconosce, annuncia, glorifica e loda Dio che si è rivelato nell’impotenza di Gesù.
Iniziando oggi, con la solennità di Maria Santissima, un nuovo anno, tutti noi credenti siamo consapevoli che il tempo che ci è dato sarà un buon anno nella misura in cui come i pastori, incontrando nell’oggi della nostra vita («oggi è nato per voi un Salvatore») il Signore nella sua Parola, nella preghiera e nei sacramenti, ci facciamo testimoni e portatori di benedizione negli ambienti di vita di ogni giorno.
«Beati gli operatori di pace» ci ha detto Gesù nel Vangelo. Possiamo comunicare agli altri la pace solo se essa abita nel nostro cuore. Se il mio cuore non è pacificato nel Signore sarò vulnerabile davanti a tutte le forze di divisione, a tutte le spirali di paura e di violenza che agitano il mondo. Impariamo da Maria a rimanere saldi nella fede al Signore Gesù, a rimanere nel suo amore, nella sua pace! Ci affidiamo a lei che intercede per noi e ci guida maternamente per vivere autenticamente come figli di Dio!
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
In questa domenica che segue il Natale contempliamo la Santa famiglia di Nazaret. Essa è tale perché c'è Gesù, ma anche perché Giuseppe e Maria si lasciano condurre da Dio nelle scelte di ogni giorno, grandi o piccole che siano. Ed è quello che dovrebbe avvenire un tutte le famiglie cristiane: famiglie che vivano il Vangelo, dove ci si ama reciprocamente, si pratica il perdono, si ascolta la parola di Gesù e ci si lascia illuminare da essa, diventando così parte della famiglia spirituale di Cristo – fratelli, sorelle e madre di Lui, generando e accogliendo Gesù nella quotidianità attraverso la carità e la docilità.
Giuseppe e Maria ci vengono dati come modello di docilità alla volontà divina.
“Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.
Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.
“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. Per ben quattro volte in questo vangelo troviamo questa espressione: due volte nelle parole dell'angelo e poi altre due volte nell'effettiva esecuzione da parte di Giuseppe. Per Giuseppe è la chiamata alla paternità, a custodire la vita del bambino e di Maria. Non a caso chiamiamo San Giuseppe: "custode del Redentore". Nell'Antico Testamento il verbo "custodire" è shamar, verbo che tocca diverse dimensioni: il rapporto con Dio e con la sua parola, la custodia del creato, la cura delle relazioni (cioè proteggere, prendersi cura, vigilare, amare). Giuseppe sa custodire perché si lascia custodire da Dio. Dio nell'Antico Testamento è presentato come il custode di Israele. E' lui che custodisce la nostra vita, ha cura di ciascuno di noi. Giuseppe permette a Dio di custodirlo. Infatti vediamo che Giuseppe è estremamente silenzioso, non perché non abbia nulla da dire, ma perché il suo silenzio è espressione di ascolto, di recettività, lascia che Dio parli nella sua interiorità. Anch'io, se voglio lasciarmi custodire da Dio, devo imparare da Giuseppe ad ascoltare la Parola di Dio, ad ascoltare le ispirazioni al bene dello Spirito Santo, ad ascoltare la Parola di Dio mediata dalle persone che ho acconto (le correzioni, i i consigli buoni...).
"Prendi con te..." La custodia di Giuseppe è espressione di un amore responsabile. Custodia che anche noi dobbiamo esercitare con responsabilità verso i fratelli. Dio sin dall'inizio ci ha affidati gli uni agli altri, siamo responsabili della felicità del bene gli uni degli altri. Ogni vita è preziosa agli occhi di Dio. Custodirla non significa semplicemente preservarla da ciò che può farla soffrire e ferirla, ma in positivo - conoscendo il suo valore - promuovere la sua vita secondo quella chiamata/vocazione che Dio ha voluto per essa. Insomma, vuol dire aiutarla a diventare ciò che Dio la chiama ad essere.
"... con te il bambino e sua madre...". Si noti che l’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe,. Più avanti Gesù, ormai adulto, dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). La maternità di Maria si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione.
“Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.
“Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come” Dio gli ha ordinato, nella “modalità” che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre, uscendo da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.
“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.
In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Dio – fede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).
“si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.
L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.
“dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.
Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosè, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina.
Natale del Signore
«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebroso una luce rifulse» (Is 9,1). Il profeta Isaia in questa notte ci annuncia che per l’uomo che cammina nell’oscurità a tentoni, inciampando, cadendo, senza una chiara direzione, senza una vera meta, è giunta finalmente la luce. L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma più profondamente deve essere salvato dai mali che affliggono lo spirito. E chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? È quello che l’evangelista Luca ci dice collocando la nascita di Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Egli non è un mito, espressione vaga di un anelito di salvezza, ma è la salvezza che ci viene incontro nella storia, anche nella nostra vita di ogni giorno.
Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato. Augusto si riteneva un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto – che può divenire anche figura di ogni potente nella storia umana – o il bambino che nasce a Betlemme, che è il vero potente?
C'è poi un particolare molto significativo: “il ‘salvatore’ ha portato al mondo soprattutto la pace. Cesare di fatto è riuscito a portare la pace nel suo impero, quella romana, basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere.
Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché “non c’era posto per loro nel katàlyma” (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Probabilmente la casa è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino.
Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito». È molto bella questa annotazione dell’evangelista! Quel bambino non è l’unigenito di Maria, ma è il primogenito. Primogenito di chi? Egli è il primo di una moltitudine di figli. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, mediante il sacramento del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio. Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato al tempo dell’escatologia: Egli è il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18). In Lui non solo veniamo salvati dal peccato, ma riceviamo la vita vera, partecipiamo della vita divina, quella va oltre la morte, per essere un giorno per sempre con Lui nella casa del Padre!
Si noti che Gesù viene posto in una mangiatoia. Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.
Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona. È il pane di vita che si dona fiducioso nelle nostre mani. Come si è consegnato nelle mani di coloro che lo hanno preso e messo sulla croce per salvarci, così ora si consegna a noi. Che meraviglia, che grandezza l’umilità di Dio!
C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?
«C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce». È una luce che li coinvolge nel mistero della nascita di Gesù. Ed essi – persone povere, considerate di basso rango, emarginate, - si lasciano pienamente coinvolgere. Infatti si incamminano «senza indugio». Vanno pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che è veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore. Sono i primi testimoni di quel Dio che – come dice Paolo - «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
«E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Gli angeli cantano la gloria di Dio. Ricordiamo che per “gloria” si intende la manifestazione divina; in quel Bambino nel quale il Figlio si è fatto carne si manifesta la gloria di Dio che è amore, pura bontà, luce per gli uomini. Ciò che gli angeli cantano dovrebbe essere anche il canto di ogni credente che fa esperienza della bontà di Dio che ci salva e ci eleva alla dignità di essere figli nel Figlio. Di un Dio che si è abbassato perché possiamo accoglierlo per avere da lui la vita, la vita vera! Che questo canto degli angeli possa essere anche il nostro canto, non solo con la voce, ma soprattutto con una vita di santità!
Quarta domenica di Avvento
Nella prima lettura troviamo l'oracolo di Isaia 7 sull'Emmanuele. Per dare fiducia e coraggio al re timoroso , il profeta offre un segno da parte di Dio, una garanzia di protezione di fronte al pericolo: : «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il neonato è motivo di speranza perché con il suo nome (Emmanuele - "Dio con noi") ricorda che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo. La stabilità e la sicurezza di un uomo, di una famiglia, di un popolo, di un regno, della Chiesa stessa non sta nella potenza umana, ma nella fede. «Se non crederete, non resterete saldi», aveva detto il profeta a nome di Dio (Is 7,9b).
Ma qual è la reazione del re all'oracolo del profeta? Egli, sicuro della sua logica «forte», rifiuta perentoriamente la «debole» logica divina della fede, dell'affidamento della nostra povera umanità a Dio. Certo, un bambino è del tutto incapace di assicurare una vittoria militare, e tuttavia è simbolo dell'inesauribile potenza di vita, con le sue molteplici possibilità.
Questa profezia ritorna anche nel Vangelo. Giuseppe, che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20). Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». In tal modo Giuseppe non rimane solo testimone del mistero dell’incarnazione, ma è chiamato con la sua paternità e collaborare a questo mistero.
Si noti che nelle parole dell'angelo si precisa bene quale salvezza ci viene data da questo bambino: «salverà il suo popolo dai suoi peccati». E' un annuncio che potrebbe rimanere anche deludente. Ci aspettiamo di essere salvati dall'oppressione dalle sofferenze, dalla situazione di povertà, dalla mancanza di libertà, dalla miseria della nostra esistenza. E spesso ciò non avviene. Ecco la delusione. Invece la salvezza è più profonda, più radicale: dai peccati. Cioè da ciò che - nonostante le fatiche e le sofferenze della vita - ci condurrebbe al fallimento esistenziale, cioè a non vivere in pienezza la vita che ci è donata per grazia pur in mezzo alla precarietà che connota l'esistenza sulla terra, e non conseguire la meta della gioia straripante nel paradiso. Giuseppe, discendente di Davide, a differenza di Acaz, crede e accondiscende a questo modo di agire divino; per questo non esita ad accogliere in Maria questo bambino e dargli lui stesso il nome Gesù.
Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la promessa non secondo la modalità sognata dalla maggioranza, ma in un modo totalmente inaspettato, nella modalità che solo Dio può pensare (lo scandalo della croce).
E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio.
Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare.
· A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14). Davvero l’Emmanuele perfetto sfolgora nel “Dio-con-noi”, in Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27), che ci porta la pace. «Io sono con voi»: questa è la realtà dell’Emmanuele. «Io sono» è il nome proprio di Dio, è il Cristo risorto, «costituito Filgio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dai morti» (Rm 1,4) che rimane con la comunità per sempre, tutti i giorni, fino al compimento della storia.
Terza domenica di Avvento
L’atmosfera di questa domenica di Avvento, chiamata domenica “Gaudete”, è ben espressa dall’antifona di ingresso: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. Il Signore è vicino!» (cfr. Fil 4,4.5).
Già domenica scorsa c’era motivo per rallegrarsi: Dio non si rassegna al fallimento dell’uomo e continua ad intervenire nella storia per salvarlo, per dare vita: dal tronco di Iesse, infatti, spunterà un germoglio; Dio farà sì che l’impossibile – la convivenza tra il lupo e l’agnello, tra il leopardo e il capretto, tra il vitello e il leoncello, tra la mucca e l’orsa, tra il leone e il bue, e perfino tra il lattante e la vipera – si renda possibile. Ciò che all’uomo risulta impossibile, a Dio non lo è! (cfr. Is 11,1-10)
Oggi motivo di grande gioia ci è dato da una pagina stupenda dello stesso profeta Isaia (35,1-10): «si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e giubilo». Perché tanta letizia? Perché ancora una volta il Signore interviene: perché Dio parla al deserto, alla terra arida e alla steppa (queste tre espressioni sono sinonime poiché il deserto in Giuda non è del tipo Sahara, quanto piuttosto di colline o pianure aride, in cui non piove quasi mai e la vegetazione è quasi completamente assente) e gli chiede l’impossibile: «Fiorisci!». Le parole di Isaia sono poetiche, rivolte al deserto come se fosse una persona umana, invitata a riprendere vita e a gioire.
«Sarà dato alla steppa la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron» (v. 2). Il Libano, in confronto a Israele, era un paradiso. Infatti “Carmelo” in ebraico vuol dire “giardino”, “campo fertile”. Insomma, Isaia invita il deserto ad esultare, perché la sua sterilità è finita: d’ora in poi sarà paragonabile alle terre più ricche.
Ed ora, dopo aver annunciato un cambiamento radicale della natura, il profeta si rivolge ai credenti: «Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2). Proprio perché Dio si manifesterà nella sua gloria come il Dio della vita, non c’è più spazio per la tristezza e per lo scoraggiamento: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (v. 3). Se Dio è capace di far fiorire il deserto, nulla ci deve più preoccupare! Il profeta chiede addirittura che diventiamo noi stessi messaggeri di speranza («Dite agli smarriti di cuore…»), di contagiare gli increduli e gli smarriti di cuore. Il motivo della speranza ci viene subito spiegato: come Dio ha operato l’impossibile nella natura, così opera l’impossibile della salvezza anche per chi lo accoglie.
I segni saranno la sconfitta delle malattie umane. E, come al solito, Dio fa le cose in grande: lo zoppo non solo camminerà, ma salterà come un cervo! La lingua del muto non solo ritornerà a parlare, ma griderà di gioia! Del resto, Dio ha fatto fiorire il deserto, non un’aiuola un po’ ingiallita.
Un secondo cambiamento riguarda il morale: i prigionieri saranno riscattati, coloro che per qualsiasi motivo sono lontani da Gerusalemme vi potranno tornare, perché ci sarà una strada costruita apposta per loro; e si sprigionerà la gioia, anche questa esagerata: «verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10).
Se, dunque, il profeta ci ha invitato alla gioia, è perché la sorgente di essa è Dio stesso, il Dio della vita che viene, che viene a salvarci e tale salvezza coinvolge il mondo intero, coinvolge anche la natura.
Nel Vangelo, invece, paradossalmente chi è smarrito è lo stesso Giovanni Battista. Egli, dal carcere, per mezzo di alcuni discepoli, pone una domanda a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (v. 3) È curioso il fatto che proprio il Battista che aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso nel battesimo al Giordano: «Sono io che devo essere battezzato da te», ora non capisce e dubita di essersi sbagliato. Il messia atteso dal Battista era quello dove «ogni albero che non dà frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 3,10), il regno dei giusti sognato da ogni persona religiosa («Il tuo popolo sarà tutto di giusti»: Is 60,21). Gesù, che Matteo ha presentato sin dall'inizio del suo Vangelo come il «Dio con noi» (1,23), invece di castigare i peccatori e chiamare i giusti a raccolta per inaugurare un regno di soli santi, ha dichiarato che lui non è «venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Ogni persona, indipendentemente dalla sua condotta, è oggetto dell'amore del Padre, che non giudica gli uomini, ma a tutti, peccatori o meno, comunica la sua vita. Ecco allora l’incomprensione di Giovanni, il dubbio che nasce da un messia diverso da quello che egli si aspettava: la “vendetta” divina di cui parlava Isaia non va compresa in senso puramente punitivo nei confronti dei peccatori, ma come atto di giustizia di Dio che in Cristo ci salva nonostante la sofferenza e il male che rimane ancora presente nella storia fino alla fine del mondo. Non è venuto per sradicare i peccatori ma a vincere il male – e il Nemico per eccellenza, il padre della menzogna –e offrire a tutti coloro che lo accolgono nella fede misericordia e salvezza.
Sono dunque le opere del Cristo quelle che hanno sconcertato il Battista, e sono le proprie opere quelle che Gesù invita i discepoli a udire e a vedere: «Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete...», e fa la sintesi dei capitoli 8 e 9: «i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella» (vv. 4-5). Gesù risponde con i fatti e le sue sono tutte azioni positive tendenti a restituire vita al popolo – tanto che si parla anche di lebbrosi che vengono guariti e morti risuscitati!). Le opere compiute dal Cristo sono state da lui riassunte in sei azioni (comprendendo in esse l'annuncio del Vangelo), come i giorni della creazione, e di esse nessuna è di giudizio o di condanna.
Le gesta elencate da Gesù erano ben conosciute, perché erano le classiche opere del Messia annunziate dai profeti (Is 26,19; 35,5-6; 61,1-3). Sono opere di guarigione che diventano segno della vera guarigione che Egli vuole operare in noi: è venuto ad aprirci gli occhi perché lo riconosciamo nella fede; se siamo zoppi perché fatichiamo a camminare, ci rende capaci di camminare nella via della vita (lui stesso è la Via, la verità e la vita) verso la meta eterna; ci rende capaci di ascoltare la sua Parola; ci guarisce dalla lebbra del peccato; chi accoglie lui passa dalla morte alla vita. Tutte le situazioni di povertà – quelle che caratterizzano lo stato del povero – ricevono la buona notizia del Vangelo.
Gesù chiude l'elenco delle azioni da lui compiute con un'esortazione, rivolta a Giovanni – e a ciascuno di noi -, ad accoglierlo: «e beato colui che non si scandalizza di me»!
Aurora e speranza di un mondo nuovo
La solennità dell'Immacolata concezione di Maria è come l'aurora che annuncia il giorno della venuta del Salvatore; nell'illibatezza della Vergine, la Chiesa contempla la speranza del mondo redento e salvato. Nella notte del peccato, agli albori della storia umana, compare la promesssa divina che il male non è l'ultima parola: da una donna verrà la luce che vince le tenebre (I lettura). Il suo nome è Maria, la "piena di grazia" per un privilegio singolare di Dio e " degna dimora" per accogliere il "Santo" che nascerà da lei (Vangelo).
La bellezza di Maria ci rapisce.
La bellezza di Maria consiste in primo luogo nello splendore assoluto che proviene dalla pienezza della grazia in Lei, pienezza che lo stesso Arcangelo Gabriele ha salutato e che esprime in maniera così mirabile San Louis-Marie Grignion de Monfort, con queste parole: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria»... Una pienezza di grazia che la rende “più bella di tutte le signore che conosco”, affermava Bernadette Soubirous, nel 1854, al Commissario Jacquomet, similmente a tutti coloro che hanno avuto il privilegio inaudito di vedere “la Bella Signora” (cfr. le veggenti di La Salette)...
Ma oltre al dono della pienezza di grazia, la bellezza di Maria è considerare anche come risposta a tale dono, alla sua docilità alla grazia, per mezzo della quale si è lasciata configurare a Cristo, divenendo così l’«opera d’arte» di Dio. L’essenza di Maria è come un materiale malleabile a disposizione dell’agire divino; «si deve vedere nella vita di Maria il prototipo di ciò che l’Ars Dei può fare d’una argilla umana che non vi si oppone»[1]. Von Balthasar sottolinea che anche sul piano naturale «l’immagine di Maria è inattaccabile; per gli stessi increduli ha il valore di una bellezza intangibile»[2].
Per papa Benedetto XVI, che spesso ha invitato i cristiani a parlare di Bellezza e a percorrere la Via pulchritudinis, Maria è la Stella splendente di luce e di bellezza, che annuncia e anticipa il nostro futuro, la condizione definitiva a cui Dio, Padre ricco di misericordia, ci chiama. «I Padri e i Dottori della Chiesa, facendosi eco anche del comune sentire dei fedeli e riflettendo su ciò che la liturgia celebrava, hanno proclamato il singolare privilegio di Maria e hanno illustrato la sua luminosa bellezza»[3].
Molto significativa è anche la via suggerita da Paolo VI: «Accessibile a tutti, anche alle anime più semplici, è la via della Bellezza che ci induce alla dottrina misteriosa, meravigliosa, stupenda della Vergine di Nazareth. Maria è la creatura tota pulchra, è lo speculum sine macula, è l’ideale supremo di perfezione che in ogni tempo gli artisti hanno cercato di riprodurre nelle loro opere; è la Donna vestita di sole (Ap 12,1), nella quale i raggi purissimi della bellezza umana si incontrano con quelli sovrani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale»[4].
La bellezza di Maria – che la tradizione cristiana acclama come tota pulchra – tutta Bella (Ct 4,7) – coincide con la sua piena santità, mentre il simbolo dello specchio si riferisce a Sap 7,26, ove si afferma che la Sapienza è «uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà». Chiaro il riferimento alla immacolatezza della Vergine, che le permette di riflettere sul mondo la luce della Sapienza Incarnata, in tutta la sua Bellezza. Anche San Giovanni apostolo nella «Donna vestita di Sole» dell’Apocalisse fa ricorso ad un simbolo cosmico di bellezza: un richiamo a Maria aurora della redenzione.
Per Agostino d’Ippona la Madre di Dio è la Donna che ridà «dignità alla terra» (dignitas terrae)[5]. Questo attributo di Maria può essere tradotto in vari modi: vanto della terra, fiore della terra, splendore della terra, profumo della terra o, letteralmente, «dignità della terra». Maria è la gloria, il vanto di tutta la terra, perché Madre di Dio, perché Madre Vergine, perché immune da ogni peccato, perché nuova Eva[6]. Ed in particolare è Madre della Bellezza, «di quella bellezza che è splendore della Bontà e della Verità. Perciò Maria è bella: è bella allorché con cuore umile (bonitas) e con parola vera (veritas) accoglie la volontà di Dio e si lascia possedere dallo Spirito di pace»[7].
Maria rivela il mistero della collaborazione della creatura con Dio all'opera della salvezza: «ecce ancilla Domini» (Lc 1,38). L’obbedienza implica l’attenzione costante e l’impegno di tutte le forze morali. Se è vero che Cristo è il solo e universale salvatore dell'umanità, è anche vero che ogni uomo è chiamato a collaborare a tale opera di salvezza caricandosi su di sè e per amore - come ha fatto Cristo - le angosce, le preoccupazioni, le ottusità, le sofferenze, le povertà dei fratelli e delle sorelle. Questa collaborazione con Cristo diventa tanto più piena quanto più ci si lascia trasformare dalla grazia - cioè quanto più ci lasciamo salvare e assumiamo in noi i sentimenti e i pensieri di Cristo (cristificazione) -. Maria in questa collaborazione - come dice la recente nota Mater populi fidelis - ha partecipato in «modo unico e supremo. Perché lei è la "piena di grazia" (Lc 1,28) che, senza frapporre ostacoli all’opera di Dio, ha detto: "Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (n. 32). E aggiunge: «Maria è un canto all’efficacia della grazia di Dio, cosicché qualsiasi attestazione della sua bellezza rimanda immediatamente alla glorificazione della fonte di ogni bene: la Trinità. L’incomparabile grandezza di Maria risiede in ciò che lei ha ricevuto e nella sua disponibilità fiduciosa a lasciarsi ricolmare dallo Spirito» (n. 33).
Impariamo da Maria questa disponibilità; cerchiamo di assomigliare a lei, chiediamole la sua materna intercessione perché ogni remora del nostro "sì" venga dissipata, superata dalla grazia che ci sostiene e ci sprona ad essere anche noi oggi collaboratori docili all'opera del Signore affinché la salvezza raggiunga tutti gli uomini.
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[1] S. De Fiores, Maria, Centro di Cultura Mariana, Roma 1991, p. 359.
[2] Cf H. Urs Von Balthasar, La gloire et la croix. Les aspects esthétiques de la revelation, I: Apparition, Paris – Aubier 1965, p. 474-475.
[3] Cf Benedetto XVI, XV seduta pubblica delle Pontefice Accademie, (Roma 16 dicembre 2010).
[4] Cf Paolo VI, Allocuzione ai rappresentanti al VII congresso mariologico internazionale, Libreria Vaticana, Roma 16.05.1975.
[5] Cf De Gen. c. Man. 2,24,37: PL 34,216, NBA IX/1, 170.
[6] Cf Sant’Agostino, Maria, Dignitas Terrae, Vol. 12, a cura di O. Campagna, Città Nuova, Roma 1995, p. 31.
[7] Cf A. Gouhier, L’approche de Marie selon la Via pulchritudinis et la Via veritatis, in «Études mariales» 32-33, (1975), p. 70-80.
Seconda domenica di Avvento (anno A)
Viviamo l'Avvento con il desiderio di accogliere la venuta del Signore. Scrivendo ai Romani, san Paolo ricorda che accogliere Cristo significa accogliersi gli uni gli altri (II lettura), precisando che ciò è possibile perché "Cristo accolse voi". Come possiamo noi credenti non accogliere i fratelli se ci sentiamo accolti e amati da Cristo stesso? Ne abbiamo fatto esperienza?
Nel Vangelo, poi, Giovanni Battista ci invita alla conversione. Egli - come ci racconta l'evangelista - vestiva come il rude Elia, profeta di sangue e di fuoco, anch’egli fasciato da una cintura divina (cfr. 2Re 1,8). La dieta del Battista era tipica degli abitanti del deserto (v. 3) costretti a sopravvivere di cibo selvatico. Ma soprattutto per l’evangelista quel “look” rafforza il senso della missione di Giovanni, richiamata al v. 3 (citazione di Isaia): egli è colui che Dio ha scelto per gli ultimi preparativi e ha il compito di facilitare l’incontro tra Gesù e il suo popolo. Giovanni non si concede nulla che fuoriesca dal minimo indispensabile per soddisfare i bisogni primari (vestito e cibo), tutto proteso alla realizzazione della sua missione.
Le sue parole, alla pari di quelle di Elia, hanno una urgenza scottante, annunciano capovolgimenti radicali. Egli è infatti l’ultimo profeta, quell’Elia che doveva tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore ormai vicina ("il regno dei cieli è vicino", cioè sta venendo). Egli ha il compito di creare l’attesa di Colui che viene dopo di lui.
Le sue parole sono chiare: “convertitevi”! Che significa: cambiare prospettiva, orizzonte, condotta, tornare indietro dalle vie inique rivolgendo il cuore al Signore. È l’esigenza di ri-orientamento della propria esistenza guardando in direzione di Colui che solo può dare significato alla nostra vita. E anche per noi che crediamo al Signore e ci stiamo impegnando in un cammino spirituale, l'invito alla conversione rimane ugualmente impellente, perché siamo chiamati a convertici a tutte quelle forme di incoerenza, o di fuga realtà concrete che siamo chiamati ad affrontare con coraggio, o di apatia e disimpegno, e da tutte quelle realtà che ci distraggono o sono futili, che non ci permettono di rimanere concentrati su ciò che è davvero necessario per la nostra salvezza - il deserto, infatti, è segno di quello spogliamento che favorisce il ritrovare noi stessi e il Signore -.
Il forte monito del Battista alla conversione viene accolta dalle folle che vanno da lui a confessare i peccati. Tale confessione non perdona i peccati, né il battesimo ha evidentemente un valore sacramentale. I due segni – l’ammissione delle proprie colpe e l’acqua ricevuta – sono corpose espressioni di volontà di cambiamento. Le persone sono pertanto preparate da Giovanni a ricevere Colui che veramente potrà perdonarle e trasformarle (cfr. vv. 11-12).
Con questo annuncio inoltre Giovanni smaschera quella falsa sicurezza di chi - farisei e sadducei - credeva di essere garantito dal ceppo di Abramo, e di ricevere come un diritto acquisito il dono del Messia. Ma il messia che sta arrivando considererà la natura dell’albero, osservando i suoi frutti. Come un contadino avveduto (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; 28,23-29), Dio non si lascia ingannare dalla natura del ceppo (Is 6,13; Ez 31,3.12; Dn 4,12) e trovando quell’albero sterile si mostra pronto a levare la scure. In particolare verso i farisei e i sadducei pronuncia parole molto dure: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”. È come dire: non siete figli di Dio, ma del Serpente (= Satana), prestate orecchio non alla parola del Padre che dà vita, ma a quella della menzogna che uccide. L’essere figli di Abramo, infatti, impegna in una coerenza di vita, come appunto fece il grande patriarca. In caso contrario, non c’è possibilità di salvezza. Parole dure che però non sono di condanna, ma un forte monito alla conversione.
È tuttavia da notare che nelle parole del Battista c'è un respiro universale: il dono della salvezza non è soltanto destinato ai “figli di Abramo”, ma a tutti i popoli. L’immagine della scure va compresa anche in riferimento alla profezia del germoglio di Iesse di Is 11,33-34). Dio aveva piantato un giardino di alberi scelti (Is 5,1-7), la casa di Israele da cui attendeva frutti di giustizia; Israele e il giudaismo sono ora un albero secco che sta per essere reciso, ma dalle radici troncate nascerà un germoglio, che è appunto il Messia davidico. Con l’avvento del Messia si compie dunque la benedizione promessa ad Abramo e rivolte a tutte le genti: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), a cui fa eco il Sal. 71,17.
In questa domenica sentiamoci provocati dal Battista a fare verità nel nostro cuore per una conversione ancora più profonda. Guardiamo dentro di noi se ci sono ancora delle false sicurezze, degli idoli, delle realtà alle quali non vogliamo fare a meno, degli attaccamenti disordinati, che non ci rendono pienamente liberi di seguire il Signore, di dire il nostro sì pieno, come lo ha detto la Vergine Maria (vedi solennità dell'Immacolata di domani).
Sull'esempio di Giuseppe accogliamo Gesù che viene
In questo tempo di Avvento vogliamo imparare da Giuseppe come accogliere Gesù. Per questo vi propongo una meditazione su Mt 1,18-25: l’annunciazione a Giuseppe e la paternità legale di Gesù
In Mt 1,18 leggiamo: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo…». La traduzione letterale di tale versetto è la seguente: «di Gesù Cristo la genesi fu così: sua madre Maria…». L’evangelista usa la parola “genesi”, che significa anche “nascita”, ma che per noi credenti ci rimanda alla Genesi, alla creazione (Gen 1).
Il termine “genesi” era stato utilizzato anche al v. 1 del vangelo, termine con il quale Matteo, esperto di Scrittura, inizia il suo libro. Letteralmente leggiamo: «Libro della genesi di Gesù il Messia, figlio di Davide, figlio di Abramo». Poi ai vv. 2-16 seguono i nomi della genealogia.
L’evangelista ci lascia intendere che si tratta di una genesi nuova, originale, perché si ha una novità che rompe lo schema classico della genealogia. Infatti la lunga serie del figlio generato dal padre («Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe…») si interrompe con Giuseppe per aprirsi alla sorpresa dell’azione potente di Dio che, come protagonista, entra nella storia e rende feconda Maria (v. 16). In questo seno materno Dio riplasma l’uomo attraverso la potenza dello Spirito Santo. Attraverso Maria si ha un nuovo inizio in Gesù. Questa nuova Genesi, dopo quella della creazione e la successiva storia del peccato, comporta la novità della grazia che Cristo ci procura, della salvezza che ci è offerta con l’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. In questa nuova genesi Giuseppe e Maria sono pienamente coinvolti.
Certo, Giuseppe – che non poteva sapere tutto questo – si lasciò coinvolgere mediante la sua fede nel piano sconvolgente di Dio. Che sconvolse anche le sue prospettive, facendo sua la prospettiva di Dio.
Il testo evangelico ci dice che di fronte al concepimento verginale di Maria, «Giuseppe suo sposo», che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (v. 19). Consapevole che il figlio non è suo, a Giuseppe si presentano diverse soluzioni: far finta di niente e accettarla come sposa, ma evidentemente rimarrebbe l’ombra del tradimento. In alternativa, se Giuseppe dicesse in sinagoga che Myriam, sua futura sposa, prima della celebrazione del matrimonio aspettava un figlio e il figlio non era suo, la avrebbero accusata di adulterio. Sulla sua parola la donna verrebbe portata fuori del paese e lapidata. Giuseppe, invece, da uomo giusto, sceglie di non ripudiarla – non volendo esporre Maria che ama alla condanna e alla morte –, ma di licenziarla in segreto, cioè senza spiegare il motivo, usando una prerogativa che la Torà gli offriva (Pr 18,22; Lv 5,1). Giuseppe può attribuirsi la responsabilità del ripudio; può affermare che ha dei motivi per non sposarla, senza accusarla pubblicamente. A quel punto non è più adultera, ma è ripudiata. Non spiegando il motivo del ripudio gli stessi motivi che hanno spinto Giuseppe a fare tale scelta potrebbero essere messi sotto sospetto. Preferisce esporsi lui all’incomprensione e al disonore, che esporre Maria. Intuiamo anche il dolore di Giuseppe per la separazione da Maria. «Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (v. 20).
Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Si noti che questo annuncio della missione del Messia – come giustamente annota Ratzinger - «potrebbe apparire anche deludente. L'attesa comune della salvezza è orientata soprattutto verso la concreta situazione penosa di Israele: verso la restaurazione del regno davidico, verso la libertà e l'indipendenza di Israele e con ciò, naturalmente, anche verso un benessere materiale di un popolo in parte impoverito. La promessa del perdono dei peccati appare troppo poco e insieme troppo: troppo, perché si invade la sfera riservata a Dio stesso; troppo poco, perché sembra che non sia presa in considerazione la sofferenza concreta di Israele e il suo reale bisogno di salvezza. In fondo, già in queste parole, è anticipata tutta la controversia sulla messianicità di Gesù: ha veramente redento Israele o forse è rimasto tutto come prima? È la missione, così come Egli l'ha vissuta, la risposta alla promessa o non lo è? Sicuramente non corrisponde all'attesa immediata della salvezza messianica da parte egli uomini, che si sentivano oppressi non tanto dai loro peccati, quanto piuttosto dalle loro sofferenze, dalla loro mancanza di libertà, dalla miseria della loro esistenza»[1]. Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la vera salvezza, quella che va davvero desiderata. Si noti che per ben quattro volte Giuseppe coglie nel sogno le indicazioni della volontà divina (cfr. Mt 1,20; 2,13.19.22). Si pone allora la domanda: sono capace di discernimento? Non solo scrutando la volontà di Dio nella parola di Dio, ma anche in tutte quelle mediazioni ed eventi per mezzo delle quali il Signore mi interpella? E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che appunto unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede[2]. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio. Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che per la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare. A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14): «Jhwh stesso vi darà un segno. Ecco, la giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Ricordiamo il contesto storico dell’oracolo di Isaia 7,1-17. Era l’anno 734 a.C. La Siria (gli Aramei), confinante con l’Assiria, avendo di fronte a sé la prospettiva di essere ingoiata dal colosso assiro, gioca una carta politico-militare, cercando di coinvolgere il regno settentrionale d’Israele (Samaria), piuttosto reticente e riluttante, in una coalizione anti-assira. Ma per avere le spalle coperte, Israele deve convincere anche il regno meridionale di Giuda (Gerusalemme) e il suo sovrano Acaz a entrare in coalizione. È a questo punto che entra in scena Isaia, il quale chiede al re di non allearsi con nessuno e di resistere con le proprie forze alle armate siro-efraimitiche. «Ma se non crederete, non avrete stabilità».
- A garanzia della sua proposta Isaia offre al re un segno che certifichi il sostegno divino: «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Questa creatura che apparirà all’orizzonte fosco di quei giorni nascerà da un ‘almah, un termine ebraico che indica una giovane donna che non ha ancora partorito e che può essere nubile o coniugata (Gen 24,43; Es 2,8; Ct 1,3, 6-7-8; Pro 30,19). In ebraico per indicare “vergine” c’è un termine specifico, betulah. Già san Girolamo osservava che nel testo ebraico è scritto “giovinetta e non “vergine”. È possibile pensare che gli ascoltatori di Isaia tendessero a identificare questa donna, nonostante l’indeterminatezza voluta dal profeta, nella giovane moglie del sovrano, Abia, figlia di Zaccaria (2Cr 29, 1), che fino a quel momento non aveva dato al re un erede. Il segno, perciò, ribadirebbe la fedeltà di Dio alla promessa fatta alla dinastia davidica (2Sam 7), fedeltà che si manifesterà nella nascita di un erede giusto all’empio Acaz. E infatti Ezechia, suo figlio, sarà un re pio e fedele.
- Il secondo elemento del segno è il nome simbolico “Emmanuele”: il neonato incarnerà un messaggio divino di speranza perché ricorderà con le sue azioni che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo.
- Al bambino viene poi attribuita una dieta, che compone il terzo dato del segno: «Egli mangerà panna e miele». All’espressione classica “latte e miele”, usata spesso nella Bibbia per celebrare la terra promessa, si sostituisce una variante curiosa e ambigua, quella della “panna” che rende incerto anche il significato simbolico del “miele”. Infatti, la panna o meglio il latte cagliato è immagine di felicità dopo un pranzo abbondante nella calura pomeridiana (Gen 18,6-8; 2Sam 17,28-29), o nella descrizione della fertilità di un territorio (Dt 8,7-9; 2Re 18,31-32). Ma è anche simbolo di cibo di fortuna, come sembrano suggerire gli Annali di Tiglat-pileser, il sovrano assiro. Infatti essi parlano di eliminazione totale delle coltivazioni di Giuda; la popolazione era stata ridotta allo stato nomadico e si era rifugiata nei boschi con gli ultimi capi di bestiame sottratti alla requisizione assira. Da essi otteneva un po’ di latte per dissetarsi e nei favi di miele selvatico ricercava un sostentamento precario. Dato il valore simbolico che il cibo ha in tutte le culture questa dieta dell’Emmanuele non rivela una situazione di splendore economico (come con la più comune locuzione “latte e miele”) ma l’inaugurarsi di un’epoca di instabilità o di insicurezza (“miele e panna”), almeno temporanea.
- Ultima componente del segno è il futuro del bambino. Se per i primi anni di vita del neonato il popolo di Giuda avrà vita difficile (“panna e miele”), quando il figlio della “giovane donna” raggiungerà l’età della ragione e il trono, il paese dei due re del terrore, la Siria e Samaria, sarà abbandonato alla devastazione e quindi per Giuda sorgerà un’aurora di serenità e di pace.
Affermato il significato di base dell’oracolo isaiano, è necessario però intuirne anche la tensione verso quell’orizzonte ulteriore che renderà i cc. 7-12 di Isaia uno dei testi classici del messianismo. Il segno isaiano, divenuto messianico in senso pieno, si fa, così, cristologico: l’Emmanuele perfetto, intravisto in modo limitato in Ezechia, ora sfolgora nel “Dio-con-noi” Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27). Egli porterà la pace.
L’applicazione dell’oracolo al Cristo trascina con sé anche quella mariana. La “giovane donna”, madre di Ezechia, si trasfigura e diventa la madre del Messia perfetto, è Maria, non più “giovane donna” soltanto, né sterile, come avveniva in altri racconti di nascite celebri (Isacco, Sansone, Samuele), ma “vergine”, perché il figlio che da lei nascerà non proviene «né da carne né da volere di uomo, ma da Dio». A questa variazione, d’altronde, l’evangelista era già stato condotto dall’antica tradizione greca pre-cristiana della Bibbia, quella cosiddetta dei Settanta, che aveva reso ‘almah, la “giovane donna” di Is 7,14 con parthénos, “vergine”.
Il v. 24 del nostro testo ci racconta l’esecuzione dell’ordine divino: «Svegliatosi dal sonno, Giuseppe fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato». Egli così accoglie Maria, sua “fidanzata”, e con lei accoglie il Figlio.
Ma anche qui oserei dire di più: forse Giuseppe – che è consapevole di essere discendenza di Davide e ha ricevuto dall’angelo il nome di dare il nome a quel bimbo –, ha fatto lui stesso memoria di questa profezia isaiana e forse ha intuito che Gesù il bambino che nascerà da Maria mangerà «panna e miele». Gli episodi che solo Matteo ci racconta, cioè la fuga in Egitto (cfr. Mt 2,13-15), la strage degli innocenti (cfr. Mt 2,16-18), la permanenza in un paese straniero fino alla morte di Erode, poi il ritorno in patria – obbedendo questa volta ad un altro imperativo dell’angelo: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele» (Mt 2,20) –, probabilmente sono stati vissuti da Giuseppe con uno sguardo di fede; forse ha intuito che dopo questi tempi di profonda instabilità e precarietà – da lui vissuti con grande mitezza e speranza – finalmente, grazie a Gesù, sarebbe arrivata la salvezza e la pace. Egli avrebbe finalmente regnato. Certo, Giuseppe non ha visto tutto ciò; ma noi credenti sappiamo che Gesù è venuto a inaugurare sulla terra il Regno di Dio nella sua persona, e che Egli può regnare – non tanto sulle cose della terra, ma sui nostri cuori – quando lo accogliamo come il Signore che, con la sua morte e risurrezione, ci ha salvato dal peccato e dalla morte. Forse non per nulla in Matteo, dopo la morte di Gesù, appare un altro uomo, anche lui con il nome di Giuseppe, che era «diventato discepolo di Gesù» (Mt 27,57). Egli chiede a Pilato il corpo di Gesù e si occupa della sepoltura. Probabilmente non aveva ancora capito – come le molte donne che erano sul Golgota e che avevano seguito dalla Galilea – la portata della morte in croce per amore di Gesù. Maria invece sì – e infatti non è citata tra le donne che l’evangelista elenca – (cfr. Mt 27,56). Questo secondo Giuseppe – figura del discepolo, che prende tra le mani il corpo dato per noi – ci interpella: come accogliamo il mistero della croce per mezzo della quale il Salvatore, che è venuto nella carne, ci ha salvati? In che misura lasciamo ragnare Cristo nei nostri cuori, accettando con fede anche le sofferenze e le croci in unione con lui?
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[1] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 53-54. Ratzinger nota che Gesù nell'episodio del paralitico calato dal tetto, le parole di Gesù (“Figlio, ti sono perdonati i peccati”: Mc 2,5) sono in pieno contrasto con le aspettative dei portatori che l'avevano portato per una guarigione fisica. Se poi, alla fine, questa avviene, è perché Gesù ha voluto che fosse segno di quella interiore.
[2] Si tratta di un atteggiamento di fede che contrasta con una visione umana delle cose e come gli eventi dovrebbero secondo noi andare; visione umana che porta non raramente al pessimismo e allo scoraggiamento.
Il nostro «eccomi» dal profondo di un cuore umile
In questo tempo di Avvento vogliamo accogliere il Cristo che viene, che si fa carne, sintonizzando il nostro cuore al cuore di Cristo. Contempliamo l’umiltà di Colui che – come leggiamo in Fil 2,5-8 – si è abbassato per amore: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce».
Se Dio fosse sceso in mezzo a noi rivestito di gloria e di splendore, nessuno lo avrebbe amato. Se fosse apparso con terribile potenza, chi avrebbe voluto avvicinarsi a lui? Nell’umiltà di Cristo si svela la vera natura di Dio: l’amore. Perché «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). L’amore ha come sua espressione nativa il farsi prossimo all’altro, scendendo allo stesso livello dell’altro che si ama. Ed è quello che il Verbo ha fatto. Il Dio che si è fatto carne nel seno di Maria, rendendola madre (il termine mater deriva da materia, nel senso più nobile del termine, che indica realtà, concretezza) è lo stesso che si fa presente nel cuore della materia del mondo, nell’Eucarestia. Maria è diventata l’ostensione dell’umiltà di Dio. Gesù non è quindi disceso sulla terra per umiliarci ma per esaltarci. «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio»[1].
Insieme a Cristo in questa meditazione vogliamo anche contemplare Maria, prendendo sul serio lo stile di vita povero e umile che ha reso possibile in lei l’azione potente di Dio, come Ella stessa canta nella prima parte del Magnificat (Lc 1,45-50):
L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Che senso ha essere umili?
L’umiltà non è mai stata di moda, tanto meno lo è ora. La cultura nella quale viviamo è fortemente competitiva. Fin da piccoli siamo costretti a misurare le nostre capacità e i nostri risultati con un sistema di voti che ci mette a confronto con gli altri: sono insufficiente, buono, ottimo; valgo 4, 5, 6, 7; 18, 25, 30… Bisogna ottenere performance ben determinate! Risultato: siamo tutti in ansia. Il lessico puramente economico delle nostre scuole ne è ulteriore conferma: profitto, rendimento, crediti, debiti.
Spesso nel mondo del lavoro la logica della performance diviene ancora più feroce. L’unico scopo di molte aziende è generare profitto. Manager e sottoposti vengono valutati in base ai risultati del trimestre. Bisogna correre, essere spregiudicati e aggressivi contro la concorrenza. L’umiltà e la mitezza non vengono nemmeno prese in considerazione.
Naturalmente non mancano le eccezioni. Ma è questa la cultura nella quale viviamo. Una cultura narcisistica, nella quale ciò che conta è l’affermazione dell’“io”, la lotta per imporre la propria volontà, il proprio riconoscimento sociale. L’orgoglio ci spinge ad essere vincenti, ad affrontare il duro mondo della competizione globale. Orgoglio è sinonimo di fierezza, coraggio, determinazione. Umile è sinonimo di perdente.
Che senso ha allora essere umili? Ce lo insegna Gesù. E ci è di modello la Vergine Maria. L’umiltà – come abbiamo letto in Fil 2,5-8 - costituisce la forma di vita di Cristo. Potremmo dire: l’umiltà è un altro modo per dire incarnazione. Il più grande di tutti, colui di cui non si può pensare nulla di più grande, si fa il più piccolo, il servo di tutti e, proprio in questa sua abissale umiltà, manifesta la sua sconfinata grandezza. Egli ci invita ad imparare da Lui che è mite e umile di cuore.
Alla domanda: «Che senso ha essere umili?» possiamo rispondere così: anzitutto l’umiltà non è una virtù tra le altre, ma una postura, un atteggiamento profondo dell’anima da cui le virtù fioriscono come da una fertile terra. L’umiltà è da un lato un atteggiamento profondo che viviamo per lo sguardo realistico sull’esistenza – siamo creature deboli e fragili, bisognose – e dall’altra è una qualità stessa di Dio: «L’umiltà in sé stessa è divina e sfugge a ogni comprensione»[2]. Quindi è insieme un atteggiamento di verità su noi stessi e una chiamata – in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio – a somigliare a Dio. Ed è anche – come canta Maria nel Magnifica – la disposizione interiore necessaria affinché Dio compia in noi meraviglie: «ha guardato l’umiltà della sua serva»!
Uno scoglio nascosto
Se già da queste brevi frasi intuiamo il valore dell’umiltà e vogliamo realisticamente vivere così la nostra vita – in modo radicalmente controcorrente nei confronti della cultura che respiriamo – è allora necessario che prendiamo coscienza di ciò che ci ostacola in tale vissuto: lo scoglio nascosto presente nel nostro cuore. San Cassiano ci dice che l’orgoglio è uno scoglio nascosto che nessuno può evitare. Leggiamo: «L’orgoglio è come uno scoglio pericolosissimo coperto dalla schiuma delle onde, che sorprende all’improvviso e fa naufragare miseramente coloro che navigano con vento favorevole, quando non se l’aspettano né possono prevederlo»[3].
Non è così immediato vederlo. Infatti non si nutre solo del nostro egocentrismo, ma anche del bene che facciamo. Gregorio Magno ci insegna: «Quando si vive lottando energicamente contro i vizi, per ciò stesso si generano nel cuore sentimenti di presunzione e quando l’anima, di fuori, sconfigge valorosamente le colpe, spesso in segreto, dentro di sé, si gonfia di orgoglio»[4].
La medesima dinamica può avvenire facendo il bene. La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-12) è chiara: praticando le opere di bene – l’elemosina, la preghiera e il digiuno, anche oltre a quello che prescrive la legge - il fariseo coltiva dentro di sé la serpe velenosa della superbia. Il male è nascosto nell’ipertrofia dell’io che lo spinge a paragonarsi agli altri uomini, disprezzandoli: «Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; e neppure come questo pubblicano». Questo fariseo prima condanna il mondo e poi, non contento di ciò, si mette a giudicare il poveretto che gli sta accanto. Concentrato solo su di sé egli rende grazie a Dio non per essere buono, ma per essere il solo. «Non ringrazia Dio per i beni che ha ricevuto, quanto piuttosto dei mali che scorge negli altri»[5].
Difficilmente arriviamo ad un orgoglio così profondo e radicato, tuttavia, ammettiamolo, dentro ognuno di noi abita un piccolo fariseo sempre pronto a giudicare gli altri. Il male è nascosto nel paragone con gli altri. Ci esaltiamo perché ci riteniamo migliori degli altri.
Altri evidenti segnali che non siamo ancora profondamente umili è la presenza del sentimento dell’invidia. Incontrare altri che ci superano ci tormenta, versa sale sulle ferite procurateci dalla scarsa considerazione che abbiamo di noi stessi. Normalmente, per non soffrire, preferiamo isolarci. Altre volte però arriviamo perfino a desiderare la scomparsa di chi con la sua grandezza ci umilia. Pensiamo per esempio all’episodio biblico dell’invidia del re Saul nei confronti di Davide. Se poi ricopriamo un posto di potere, questo desiderio può anche tramutarsi in realtà.
Si noti che l’invidia – al contrario dell’umiltà – è uno sguardo non vero sulla realtà. Perché se può essere vero che ognuno di noi ha doni e ualiqualità diverse, Dio non ci lascia mai senza doni. La parabola delle monete d’oro (Lc 19,12-27) che l’uomo nobile consegna ai suoi servi su questo è illuminante: dà a tutti i servi la stessa quantità di denaro: una moneta. Quando consideriamo l’immenso amore che Dio ha per noi, l’invidia non può attecchire nel nostro cuore. Quello che importa all’anima è di essere amata. Quando nella fede siamo certi dell’amore di Dio, nulla ci manca. Cosa dovremmo invidiare che già non possediamo?
Altri segni che possono manifestare in noi lo scoglio dell’orgoglio sono i seguenti: il non saper collaborare con gli altri (volendo che l’altro faccia come voglio io), oppure il voler fare per conto proprio perché – come dice il detto - «chi fa per se fa per tre»; il non ascoltare gli altri (anche se sento quello che mi dicono in realtà non ascolto) e – oserei aggiungere – lo scoraggiamento. Sì, lo scoraggiamento potrebbe essere un segno di non umiltà, di non fede e abbandono nelle mani del Signore. Perché se una persona confida nei propri risultati, nelle proprie forze, consegue che nelle difficoltà e nelle sconfitte si scoraggia. L’umile, invece, mantiene lo sguardo fisso in Dio. Anche se un dispiacere, un fallimento o uno sgarbo ricevuto inizialmente lo può turbare, far vacillare, in breve tempo ritrova in sé la pace.
Un esempio, che traggo da Silvano del Monte Athos, mi sembra significativo: «L’anima dell’umile è come un mare; se uno butta un sasso nel mare, la superfice dell’acqua si muove per un attimo, poi esso sprofonda nell’abisso. Così ogni pena è sommersa nel cuore dell’umile; perché in lui abita la forza di Dio»[6].
Nel cuore dell’umile ogni pena è sommersa dalla certezza dell’amore infinito di Dio. Quando viviamo sotto il suo sguardo, vediamo con più chiarezza chi siamo. Riconosciamo i nostri limiti, i nostri peccati, ma anche tutto il bene che siamo: «Ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda» (Sal 139,14). Godiamo così di una grande pace. Se veniamo raggiunti da una parola o da un gesto d’incomprensione, rimaniamo feriti come capita a tutti. In poco tempo però riacquistiamo la pace. Conoscendo le nostre debolezze, accettiamo con più facilità quelle degli altri. Se invece ci consideriamo dei grandi, basta un niente perché la nostra anima rimanga turbata per giorni.
Nell’umile abita la forza di Dio. Un bambino amato dai genitori non soffre più di tanto se alcuni compagni lo deridono. L’umile è grato di un sorriso, di una stretta di mano, di un favore. Si ricorda di tutti i doni che hanno reso possibile la sua vita.
Inoltre l’umile – a differenza dell’orgoglioso e del superbo che guarda solo a se stesso – è capace di stupore. Quando contempliamo un tramonto, quando guardiamo la sconfinata distesa del mare, quando siamo sorpresi da un arcobaleno che spunta improvviso tra le nuvole e proviamo stupore e ammirazione è un buon segno (cfr. Sal 8). Perché il sentimento originale e autentico di fronte alla bellezza della creazione è l’umiltà, ci sentiamo quasi indegni. Il bambino è molto più capace di stupirsi del bello. L’orgoglio subentra successivamente quando, crescendo, perdiamo la capacità di sorprenderci, ripiegando lo sguardo su noi stessi. I nostri nemici sono i pensieri di orgoglio che ci impediscono di godere della bellezza che abita il mondo. Quando nel nostro cuore parla l’ambizione, vediamo solo i nostri progetti, i nostri programmi e i mezzi per raggiungerli. Tutti presi da noi stessi, non sappiamo più stupirci di nulla. Se però, come i bambini, torniamo ad aprirci a ciò che è più grande di noi, e a guardare anche gli eventi della vita – di ciò che è inaspettato ed è per il nostro e altrui bene – lo stupore sgorga dal profondo di noi stessi. Non guardiamo più la creazione e gli eventi della vita come qualcosa di conosciuto o di ripetitivo, ma sappiamo cogliere i segni della presenza del Signore.
Sarebbe proprio bello, in questo tempo di Avvento, cogliere con stupore e gratitudine i segni della venuta del Signore nel nostro oggi! Coglierli con l’atteggiamento interiore di Maria che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
La vera grandezza
Da quanto abbiamo sopra detto cominciamo a scoprire che l’umiltà nasconde, dietro un’apparenza poco attraente, una grande bellezza. Gesù ci ha detto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 12,14). Dobbiamo scendere dalla vanità dell’orgoglio fino all’umiltà, per elevarci di lì fino a conquistare i vertici della vera grandezza[7].
Ma in cosa consiste questa grandezza? In Maria queste meraviglie si dettagliano come le prerogative che per pura grazia lei ha ricevuto con la maternità divina, come immacolatezza d’amore nella verginità, nella maternità e nella sponsalità. Ma, allo stesso tempo, sono segno dell’intenzionalità divina: anche in noi Dio vuole compiere grandi cose! E l’umiltà è la porta stretta per raggiungere la vera grandezza. Per mezzo di essa lasciamo che il Signore – come canta Maria – compia grandi cose in noi e per mezzo di noi. Che ci renda santi. Perché se è vero che la santità esige anche il nostro impegno, essa è prima di tutto dono, azione di Dio in colui che è umile e nella fede si affida incondizionatamente a Lui. Una santità che ci renda riflesso di Cristo (essere luce di Colui che è la Luce: cfr. Mt 5,13) a tal punto che chi ci incontra possa intravedere il volto di Cristo. Diventare persone così belle, armoniose, gioiose, che sappiano dar sapore alla vita di chi ci incontra (essere sale della terra).
Con questo desiderio vogliamo ora guardare a Maria, alla sua bellezza – che è riflesso della sua santità -, affinché possiamo anche noi assomigliargli imparando da lei ad accogliere con piena fede Gesù nella nostra vita. E – con lei e come lei – poter cantare: «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente».
Nell’annunciazione Maria è bella per il suo «sì» incondizionato alla volontà divina. Non ha dubitato dell’azione “impossibile” di Dio, cioè che una vergine generi! E, per aggiunta, che Dio non avrebbe dissolto la sua verginità (cfr. Lc 1,34), ma avrebbe realizzato il suo progetto storico-salvifico proprio attraverso di essa. Giustamente sant’Agostino ci dice: Maria «piena di fede ha concepito Cristo prima nel cuore che nel suo corpo»[8]. Un versetto molto significativo che ci offre uno squarcio sul cuore di Maria è il seguente: «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Maria non solo è stata docile allo Spirito nell’accogliere la volontà divina manifesta, ma è stata anche docile, nell’oscurità della fede, ad accogliere gli eventi nella sua vita – anche quelli che sembravano contraddire le promesse dell’angelo riguardo a Cristo: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre»: Lc 1,31-32 – meditandoli nel suo cuore. La sua fede non vacillava nella certezza che il Signore è fedele, che Egli opera per vie che non sono le vie degli uomini. Così con questa fede meditativa Maria ha dovuto sostenere “lo scandalo della mangiatoia”, la fuga in Egitto, la perdita e il ritrovamento di Gesù nel tempio, i trent’anni di vita nascosta di Gesù nei quali nulla di appariscente sembrava accadere, l’inizio della sua missione pubblica che lo porterà presto alle prime opposizioni, conflittualità che lo porterà alla croce sotto la quale Maria sta come “donna-sposa” unita allo Sposo in contemplazione e totale offerta della sua vita al Padre per la redenzione dell’umanità.
Nel Vangelo di Luca troviamo un altro passo nel quale si parla dell’importanza di saper custodire nel cuore, è il passo finale della spiegazione della parabola del seme. Gesù conclude la sua spiegazione dicendo che il seme caduto «sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (Lc 8,15).
Il cuore di Maria è per noi il modello di come, nella fede, va accolta e custodita la Parola. Maria è rimasta capace di riesprimere in tutta la sua vita quell’«eccomi sono la serva del Signore».
Se, secondo Fil 2,6, la decisione di Gesù Cristo di assumere la forma esistenziale del «servo» del Signore ha comportato per lui di non considerare come possesso degno di essere stimato e gelosamente salvaguardato (harpagmòn) la propria condizione divina. E la lettera agli Ebrei precisa che l’intenzione fondamentale di Gesù Cristo, al momento del suo ingresso nel mondo (cfr. 10,5), era di «fare la volontà del Padre» (vv. 7.9). Si può dunque osservare che all’«Ecco, io vengo a fare la tua volontà», che fin dall’Incarnazione anima tutta la vicenda terrena di Cristo, «servo del Signore» (Eb 10,9), in sintonia abbiamo l’«Avvenga per me secondo la tua parola» (cfr. Lc 1,38) che sintetizza – almeno dall’annunciazione in poi - l’intera vita della serva del Signore.
Infine uno sguardo alla croce è doveroso. Sappiamo che la contemplazione cristiana del Natale già intravvede in quell’evento la prefigurazione della croce. Così la mangiatoia che serviva per mettere il cibo per nutrire gli animali diviene segno di Colui che si darà da mangiare come Cibo di vita eterna; la deposizione del bimbo in essa diviene segno della sua deposizione nel sepolcro; le stesse fasce con le quali il bimbo viene amorevolmente avvolto da Maria diventano profezia delle fasce nelle quali verrà avvolto dopo la morte in croce per essere deposto nel sepolcro.
Sappiamo che dall’alto della croce Gesù affida a Maria i propri discepoli, che, qui come a Cana, vede nella sua funzione di donna: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26). Maria ai piedi della croce con-soffre con il Figlio ed è al compiersi dell’ora del Figlio suo che essa diventa Madre del nuovo popolo di Dio, della Chiesa di Dio. In essa si realizza quanto disse Isaia: «Nasce forse un paese in un giorno?... Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli» (66,8).
Sotto la croce contempliamo la bellezza trasfigurata di una Madre sofferente che genera i suoi figli in unione e sintonia perfetta con lo Sposo che dà la vita. L’ora di Gesù è anche l’ora della Madre. Quell’ora di cui l’evangelista Giovanni ci ha parlato nell’episodio di Cana è giunta per entrambi. L’«eccomi» di Maria è in perfetto accordo con l’«eccomi» di Gesù che è entrato nel mondo («Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»: Eb 10,7») e che nella sua ora glorifica il Padre (cfr. Gv 17,1-5) donando la sua vita per noi.
Accanto a Maria c’era «il discepolo che Gesù amava», il discepolo che ha potuto vivere la sua più nera giornata non nella solitudine mortale, ma sorretto dalla fede di «colei che ha creduto» (Lc 1,45) e continuava a credere. Anche dopo la morte di Gesù. Benché fosse stata trapassata dalla spada che trafigge l’anima (cfr.Lc 2,35), continuava a credere che, pur deposto il corpo di suo figlio nel sepolcro, il Maestro è il Signore della vita.
Quel discepolo, come ben sappiamo, rappresenta tutti noi. E, come nota la recente Nota Mater Populi fidelis del Dicastero per la dottrina della fede, «solo dopo l’affidamento di Maria come Madre, Gesù riconoscerà che “ogni cosa era compiuta” (Gv 19,28)» (n. 6). In altre parole: in questo suo compimento è compreso anche il ruolo materno di Maria, voluto espressamente dal Signore, dal quale non possiamo farne a meno. Per questo ci affidiamo a lei non solo come atto di fiducia, ma anche per imparare da lei a ridire il nostro «eccomi» nella fede, senza riserve, con piena disponibilità.
Vi auguro di poter vivere questo Avvento con questo atteggiamento interiore di Maria: di ascolto attento e meditante della Parola per cogliere quello che Dio vuole da ciascuno di noi e l’«eccomi» generoso, pieno ad essa, in sintonia con quello di Maria di cui ci sentiamo figli/e.
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[1] Sant’agostino, De Nativitatae Domini, serm. 128, cit. da S. TOMMASO, Summa, III, q. 1, a. 2.
[2] San Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, II, 37, in Comunione con Dio e con gli uomini, Qiqajon, Magnano (BI) 2014, p. 107.
[3] San Giovanni Cassiano, Le Istituzioni cenobitiche, XI, 3.
[4] San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, II, LII, 83.
[5] San Bernardo, I gradi dell’umiltà e della superbia, I, 17, a cura di G. Mura, Città Nuova Editrice, Roma 2019, p. 42.
[6] Silvano del Monte Athos, in Mistici russi, cit., p. 106.
[7] Cfr. Sant’Agostino, Epistola CCXXXII, 6, CSEL LVII, 515.
[8] Cf Agostino, Serm. 215,4: PL 38,1074, NBA XXXII/1 (184-229), 241.