Padre Michele
Percorso per i pellegrini
Percorso per i pellegrini
Al cancello del santuario
Benvenuti! Se siete venuti qui, in questo santuario, è perché riconosciamo che voi, come il sottoscritto, siamo dei pellegrini, dei pellegrini nella fede. «Mettersi in cammino è tipico di chi va alla ricerca del senso della vita» (Spes non confudit, 5). E in un mondo pieno di frastuono e martellante con mille proposte siamo qui per ritrovare ciò che è centrale della nostra fede, per non perdere ciò che unifica la nostra vita ed è la nostra speranza: Gesù Cristo.
Siamo anche in un ambiente nel quale, come osserverete camminando, non manca la bellezza della natura e del paesaggio. La stessa creazione ci invita a ricentrarsi su Colui che è il creatore. Bellezza della creazione che, armonizzata dalla preghiera, conduce a ringraziare Dio per le meraviglie da Lui compiute.
Con questo sguardo che si apre a Colui che ci ha creati, che conosce il nostro nome – non siamo nel mondo per caso -, a Colui che ci ha dato Gesù come salvatore e via, ci mettiamo ora in cammino.
Davanti alla statua del Risorto
Siamo qui davanti alla statua di Cristo risorto. In questa prima meta del nostro cammino vogliamo subito confrontarci con ciò che è essenziale per il cammino: la meta. Il nostro non è un girovagare, ma un camminare verso una meta che ci attende. La virtù teologale che imprime l’orientamento del nostro pellegrinaggio terreno è la speranza: essa «indica la direzione e la finalità dell’esistenza credente. Perciò l’apostolo Paolo invita ad essere “lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (Cfr. Rm 15,13. Abbiamo bisogno di “abbondare nella speranza” (cfr. Rm 15,13)… […] Ma qual è il fondamento del nostro sperare?» (Spes, 18).
Ce lo dice papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo Spes non confudit, nella quale (nn. 19-21) leggiamo:
«Credo la vita eterna»: così professa la nostra fede e la speranza cristiana trova in queste parole un cardine fondamentale. Essa, infatti, «è la virtù teologale per la quale desideriamo […] la vita eterna come nostra felicità». Il Concilio Ecumenico Vaticano II afferma: «Se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna… gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione». Noi, invece, in virtù della speranza nella quale siamo stati salvati, guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria. Viviamo dunque nell’attesa del suo ritorno e nella speranza di vivere per sempre in Lui: è con questo spirito che facciamo nostra la commossa invocazione dei primi cristiani, con la quale termina la Sacra Scrittura: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).
Gesù morto e risorto è il cuore della nostra fede. San Paolo, nell’enunciare in poche parole, utilizzando solo quattro verbi, tale contenuto, ci trasmette il “nucleo” della nostra speranza: «A voi […] ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5). Cristo morì, fu sepolto, è risorto, apparve. Per noi è passato attraverso il dramma della morte. L’amore del Padre lo ha risuscitato nella forza dello Spirito, facendo della sua umanità la primizia dell’eternità per la nostra salvezza. La speranza cristiana consiste proprio in questo: davanti alla morte, dove tutto sembra finire, si riceve la certezza che, grazie a Cristo, alla sua grazia che ci è stata comunicata nel Battesimo, «la vita non è tolta, ma trasformata», per sempre. Nel Battesimo, infatti, sepolti insieme con Cristo, riceviamo in Lui risorto il dono di una vita nuova, che abbatte il muro della morte, facendo di essa un passaggio verso l’eternità.
E se di fronte alla morte, dolorosa separazione che costringe a lasciare gli affetti più cari, non è consentita alcuna retorica, il Giubileo ci offrirà l’opportunità di riscoprire, con immensa gratitudine, il dono di quella vita nuova ricevuta nel Battesimo in grado di trasfigurarne il dramma. […]
Cosa sarà dunque di noi dopo la morte? Con Gesù al di là di questa soglia c’è la vita eterna, che consiste nella comunione piena con Dio, nella contemplazione e partecipazione del suo amore infinito. Quanto adesso viviamo nella speranza, allora lo vedremo nella realtà. Sant’Agostino in proposito scriveva: «Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te». Cosa caratterizzerà dunque tale pienezza di comunione? L’essere felici. La felicità è la vocazione dell’essere umano, un traguardo che riguarda tutti
Ma che cos’è la felicità? Quale felicità attendiamo e desideriamo? Non un’allegria passeggera, una soddisfazione effimera che, una volta raggiunta, chiede ancora e sempre di più, in una spirale di avidità in cui l’animo umano non è mai sazio, ma sempre più vuoto. Abbiamo bisogno di una felicità che si compia definitivamente in quello che ci realizza, ovvero nell’amore, così da poter dire, già ora: «Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi». Ricordiamo ancora le parole dell’apostolo: «Io sono […] persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).
Con questa speranza, che nella fede è certezza che se rimaniamo in Cristo siamo già vincitori; speranza che ci fa camminare spediti verso la meta celeste della nostra vita, che già oggi - rimanendo saldi in Gesù nelle gioie e nelle tribolazioni, nelle angustie e nelle prove – ci fa assaporare la felicità che il nostro cuore desidera, la felicità delle beatitudini; con questa speranza riprendiamo il nostro cammino per accogliere un altro dono che Gesù stesso ci ha dato per il nostro cammino: la Vergine Maria.
Dentro (o di fronte) la cappella dei pastorelli
1.-Siamo qui nella Cappellina dedicata ai Pastorelli di Fatima, a loro la Vergine Santissima consegnò un Messaggio pieno di speranza e di pace, messaggio che è molto attuale anche ai nostri giorni.
Nel 2010, Papa Benedetto XVI durante il suo pellegrinaggio a Fatima disse queste bellissime parole: “Con il messaggio della Vergine a Fatima il Cielo si è aperto sul Portogallo e su tutto il mondo, come una “finestra di Speranza” che Dio apre quando l’uomo gli chiude la porta”, con queste parole possiamo veramente dire con certezza che tutto il Messaggio della Vergine a Fatima è impregnato di speranza.
A partire dalle apparizioni dell’Angelo della Pace il quale invita a recitare la preghiera che contiene le tre virtù teologali tra cui la Speranza: “Mio Dio Io credo, adoro, SPERO e Vi amo…”
Nell’apparizione del 13 Giugno del 1917, Nostra Signora lascia una promessa consolante piena di speranza: “Non ti scoraggiare. Io non ti lascerò mai. Il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio”. Sono parole che furono dirette a Lucia, la vedente, che stava immersa in una profonda tristezza nel sapere che, in breve, sarebbe rimasta senza i suoi compagni di avventura spirituale, Francesco e Giacinta. In quell’istante, la Vergine Maria aprì le mani comunicando una grande luce nella quale i Pastorelli si videro come immersi in Dio: Giacinta con Francesco nella parte che saliva per il cielo, Lucia nella parte di luce che si spargeva verso la terra. I tre stavano nel Cuore di Dio!!!
Le parole riferite dalla Vergine Maria sono valide ancor oggi, per ogni battezzato… per tutta l’umanità. Vogliono risvegliare la nostra fiducia nella Vergine Maria che, a Fatima, si manifestò come riflesso della bellezza, della bontà e della Misericordia di Dio Padre e di Suo Figlio Gesù.
La promessa di Nostra Signora confortò Lucia nella lunga traversata della sua vita personale e della storia tribolata del XX secolo e, riconforta i cristiani di oggi, e quindi tutti noi quando i segni di Dio sembrano spegnersi intorno a noi: manca molte volte l’amicizia, la fedeltà, il rispetto per la vita, la salvaguardia dei diritti umani; il bene e la verità sembrano scappare di fronte al male e alla menzogna. Le infermità ci feriscono con durezza e l’insicurezza ci invade con frequenza. La nostra epoca è segnata dalla paura. Paura di una guerra nucleare, di una catastrofe ecologica, della violenza e dell’ingiustizia. Paura della malattia, della vecchiaia, della solitudine, della morte. Ci sentiamo isolati in una specie di tunnel costruito con i nostri problemi, le nostre preoccupazioni e le nostre ansietà.
Non è buono allora, lasciar risuonare in noi la promessa stimolante che Lucia ascoltò nella Cova d’Iria? Perché in fondo, continua ad aleggiare la garanzia maternale: “Non scoraggiarti. Non ti lascerò mai. Ti do la mano e ti indico il cammino. Sarò la tua colonna, il tuo appoggio, la tua bussola!!!”
Mostrando ai veggenti il cuore pieno di Dio, la Signora più brillante del sole profetizzò anche che il suo Cuore Immacolato trionferà. Maria ci ricorda anche una frase che l’Angelo gli pronunciò e Lei custodì nel suo cuore:” A Dio nulla è impossibile”.
Guardiamo avanti, con la sicurezza che la luce di Fatima già brilla sul mondo e brillerà in modo ancora più meraviglioso in un futuro non lontano. Se il messaggio della Regina del Rosario, infatti, è di consolazione e speranza, lo è principalmente – anche se non solo – in ragione di quella promessa: «Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà»: come Mamma preoccupata per le tribolazioni dei figli, Ella, con questa promessa, in altre parole ci ha assicurato: “Abbiate fiducia! Alla fine, vinceranno l’amore e la pace, perché Dio è più forte del potere del male. Ciò che sembra impossibile agli uomini, è possibile a Dio. Queste parole non solo altro che l’eco delle Parole di Gesù: “Non abbiate paura. Non vi lascerò orfani. Sarò sempre con voi”. “Nel mondo avrete molte tribolazioni, ma abbiate fiducia perché Io ho vinto il mondo”.
2- Il Messaggio che Nostra Signora di Fatima consegnò a tre umili Pastorelli è un invito alla speranza per l’uomo di ogni tempo. La speranza è la stella che orienta i nostri passi verso il luogo dove sicuramente si trova il Signore. Noi cristiani dovremmo essere veri uomini e donne della “speranza promessa nel Vangelo” che, malgrado le difficoltà del tempo in cui viviamo siamo capaci di guardare il futuro con la fiducia in un mondo migliore.
Suor Lucia di Fatima ha sempre detto che le parole pronunciate da Maria SS. nella Cova d’Iria, hanno un significato profondo per il nostro tempo e si possono riassumere così: “Sono un nutrimento della fede, della speranza e della carità”.
Eppure nelle parole di speranza del Messaggio di Fatima, amaramente, si può costatare che emergono aspetti inquietanti. Ad allarmarci potrebbe bastare la visione dell’inferno, a cui molti cristiani non credono più, “immersi nel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere…tra grida e geniti di dolore e disperazione, le quali suscitavano orrore e facevano tremare di paura…”, ad essa si associano l’annuncio di una terribile guerra e gli errori che la Russia spargerà nel mondo; la visione dell’Angelo di Dio che con la spada vuole incendiare il mondo; l’uccisione di un Vescovo vestito di bianco, seguito da vescovi, religiosi, persone secolari… ecc. Ci troviamo di fronte a un messaggio apparentemente di minaccia, di tragedia, ma che di fatto ha lo scopo di esortare alla speranza, infatti, le parole della Vergine di Fatima sono un invito accorato alla speranza.
Ella, che come Madre è sempre in ansia per la salvezza di ogni suo figlio, le rivolge agli uomini di tutto il mondo e di ogni tempo, e quindi anche a noi affinché cogliamo la Verità del Vangelo e respingiamo dalla nostra vita il peccato, causa di ogni male. Maria SS. ci vuole scuotere e risvegliare dal torpore dell’indifferenza affinché ci rimettiamo in discussione innanzi ai grandi interrogativi della vita e del suo fine ultimo. Per questo con premura materna ci addita continuamente la preghiera del Santo Rosario, come un faro di speranza e un potente strumento di intercessione; ci invita ad una autentica conversione, attraverso la penitenza, il sacrificio offerto per amore, la riparazione; ci chiama ad affidarci a Lei e a praticare e diffondere l’esercizio dei primi 5 sabati del mese, fiduciosi che il Suo materno aiuto non ci mancherà mai: “Non ti scoraggiare. Io non ti lascerò mai. Il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio”, “…Alla fine il Mio cuore Immacolato trionferà”. Maria SS. ci chiede di fissare il nostro sguardo nel Suo Figlio Gesù, perché attraverso le Sue piaghe possiamo vedere i mali che trafiggono l’umanità con occhi di speranza, infatti risorgendo, il Signore Gesù non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma LI HA VINTI alla radice con la sovrabbondanza della Sua GRAZIA: “Nel mondo avrete molte tribolazioni, ma abbiate fiducia perché Io ho vinto il mondo”. Per questo colui che crede fermamente in Dio, soprattutto nelle difficoltà, continua a sperare contro ogni speranza, crede al frutto anche quando si sta potando l’albero, crede al pane anche se la terra è scossa e il seme marcisce!
La Vergine Maria attraverso il suo Messaggio, ci insegna a sperare, secondo quella virtù teologale che ognuno di noi ha ricevuto come dono il giorno del Battesimo, virtù che è fiducia in Dio, che ci consente di riporre in Lui tutte le nostre attese e preoccupazioni, ci fa essere docili e riconoscenti e, nell’esperienza dei nostri limiti, ci conforta e ci fa percepire che l’unica cosa importante è lasciarci guidare da Dio che è e sempre sarà il protagonista della Storia.
Davanti alla statua del Lanteri
Siamo qui perché vogliamo ora ascoltare alcuni consigli del padre Lanteri che ci invitano a vivere con speranza. [scegliere alcuni testi tra i seguenti]
1. Dite dunque coraggiosamente “Adesso ricomincio”, e andate costantemente avanti nel servizio di Dio. Non guardate all'indietro se non raramente, poiché chi guarda all’indietro non può correre. E non accontentatevi di cominciare solo per quest'anno. Cominciate ogni giorno, poiché è per ogni giorno, e perfino per ogni ora del giorno, che il Signore ci ha insegnato a dire nel Padre Nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti” e “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Nel pieno dello scoraggiamento, quando senti di aver fallito di nuovo, che le conseguenze sono irreversibili, che è troppo tardi, che mai cambierai, devi dire; “Adesso ricomincio!” E dillo con coraggio, perché la grazia di Dio è sempre con te, perché lui ti ama, perché non è mai troppo tardi, perché nulla è impossibile a Dio (Lc 1,37). Non c'è niente che avresti mai potuto fare, nessun posto dove saresti potuto andare nella tua vita che possa mai impedirti di rivolgervi a Dio immediatamente, chiedere perdono se ne hai bisogno — un perdono che Dio gioisce nel darti, si rallegra di darti, è impaziente di darti (Lc 15) cominciare di nuovo.
“Non guardate all'indietro se non raramente, poiché chi guarda all’indietro non può correre”. Provalo! Prova a correre mentre ti guardi dietro le spalle. Dopo un po' riderai e ti arrenderai — o cadrai! Non lasciare che il tuo cuore si soffermi troppo sulle tue mancanze passate. È più importante e benedetto ricominciare adesso, guardare in avanti, proseguire verso dove Dio ti guida adesso.
Fai questo non una volta all'anno, e neppure all’inizio di ogni giornata — entrambe ottime pratiche — ma piuttosto ogni ora del giorno, con speranza e fiducia nell'amore di Dio. Puoi provarci? Vedere la differenza che farà? La speranza che ti porterà? II coraggio che sentirai per compiere i doveri che Dio ti ha dato? Allora il perdono ed il pane quotidiano, il nutrimento giornaliero di cui abbiamo bisogno per la nostra vita corporale e spirituale, entrerà soavemente e allegramente nei nostri cuori.
2. State in guardia contro lo scoraggiamento, e diffidenza, impegnandovi a fare tutto bene quel che fate... Ricordandovi che “il giusto si rialza, anche se cade sette volte” (Prv 24,16), per cui vi conviene cominciare non solo ogni giorno, ma ogni ora.
Il grande ostacolo nella vita spirituale è lo scoraggiamento. Per quelli che amano Dio e provano sinceramente, con tutti i loro difetti, a seguirlo, questo è il grande pericolo. Padre Pio Bruno Lanteri comincia proprio qui: “State in guardia contro lo scoraggiamento!” Sei scoraggiato/a in questi giorni? Quest'oggi? Sii cosciente e attento/a contro questo sentimento.
3. “Non vi fate turbare, nemmeno dalle vostre colpe”. Da niente. Nemmeno dalle vostre colpe. Spesso sono proprio le nostre colpe che ci preoccupano di più. “Vorrei essere più forte, più paziente, più costante, meno dubbioso, meno pronto a cadere, meno sopraffatto dallo scoraggiamento”.
Questa fu l'esperienza di Pietro dopo la pesca miracolosa (Lc 5,1-11). Lì sulla barca, piena di pesci quasi al punto di affondare, si inginocchiò davanti a Gesù e disse: “Allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore”. ln altre parole: “Non posso esserti così vicino. Io sono un peccatore, un uomo del peccato”. La risposta di Gesù è meravigliosa. Lui non contraddice Pietro. Gli dice le parole di cui Pietro più ha bisogno: “Non temere”, e lo conferma come discepolo. Anzi gli dà una prospettiva grande, gli fa una promessa: “d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
Quando vedi i tuoi fallimenti, semplicemente rivolgi il tuo cuore verso Dio ed esprimi il tuo amore per lui. E queste colpe saranno superate. “Quand'anche cadessi mille volte al giorno, mille volte io voglio ricominciare”. Io sono più delle mie colpe. Sono un figlio di Dio sul quale Gesù conta. Conta su di me. Anch’io, nonostante le mie colpe che mi mantengono nell’umiltà, posso essere un pescatore di uomini, uno strumento nelle sue mani per annunciare la sua misericordia, per avvicinare altre persone a Lui.
4. E perciò concepiamo un'idea grande della bontà dj Dio, non misuriamola con la nostra scarsità, pensando che si stanchi di tanta nostra instabilità, fiacchezza, dimenticanza Non è tale il nostro buon Dio. Attribuiamogli ciò che è suo, cioè l'essere buono. misericordioso, compassionevole, padre amorevole che ci solleva, e mai si stanca di perdonarci; anzi, gli diamo grande gioia ed onore qu ondo gli andiamo a domandare perdono.
“Concepiamo un'idea grande della bontà di Dio!” Cos'è quest'idea grande? Che noi capiamo profondamente quanto Dio è buono e che la sua bontà non si può misurare “con la nostra scarsezza”. È così facile per noi fare questo, misurare Dio con la nostra scarsezza, e perciò pensare “che si stanchi di tanta nostra instabilità, fiacchezza, dimenticanza”.
Ma non è così. Non è tale il nostro buon Dio. Padre Lanteri ci ricorda che Egli è un Padre amorevole, che ci solleva e mai si stanca di perdonarci; anzi, gli diamo grande gioia – non semplicemente gioia, ma grande gioia - quando gli andiamo a domandare perdono.
5. Speranza eroica. Il Lanteri aveva ben familiare questa massima: “Chi tutto spera tutto ottiene”, e si accorgeva che qualcuno stesse vacillando nella speranza, lo correggeva vivamente, rianimandolo nella pratica di questa virtù. Essendo una virtù teologale, non può darsi eccesso di speranza.
In santuario
Questo santuario, come forse avete notato, è a forma di tenda. Il richiamo è duplice: la tenda del convegno – e quindi della presenza della gloria divina – che accompagna il cammino di Israele nel deserto, ma anche e soprattutto fa riferimento al prologo di Giovanni: «E il Verbo si fece carne venne abitare (eskénosen: letteralmente: “piantò la tenda) in mezzo a noi (en emin)» (Gv 1,14). La Sapienza divina che ha creato il mondo ha trovato casa tra noi non solo nella Parola o nella legge (cfr. Sir 24,22ss) che fu data a Israele, ma addirittura nella carne: l’umanità di Gesù è la tenda di Dio con gli uomini. In Fil 2,5-11 San Paolo contempla la kenosi, l’umile abbassamento di Dio: «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma svuotò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». Un abbassamento per amore, che è giunto fino ad accettare il rifiuto e la morte in croce.
L’acqua lustrale
All’ingresso di ogni chiesa – e quindi anche alle porte del santuario – trovate l’acquasantiera contenente l’acqua lustrale, acqua che è stata benedetta e che vuole ricordarci una cosa importante: che con il nostro battesimo siamo figli di Dio e, come ci dice san Paolo, lo siamo veramente! Entriamo dunque in chiesa con una certezza: che abbiamo questa grande dignità di figli di Dio! Entriamo perché con la parola di Dio che vi viene annunciata nella liturgia e con la grazia che riceviamo dai sacramenti possiamo vivere effettivamente come figli di Dio.
I sacramenti e l’indulgenza
Anche dopo la risurrezione il Risorto non ci abbandona, anzi ci è vicino e ci sostiene con la grazia dei sacramenti. In particolare i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia. Sono infatti sacramenti indispensabili per il nostro cammino di fede, speranza e carità.
La centralità dell’Eucarestia, visibilizzata come in ogni chiesa dal presbiterio e dall’altare, è stata richiamata anche dall’angelo del Portogallo a Fatima, raffigurato sul fondo del presbiterio mentre porge il Tabernacolo all’adorazione dei tre pastorelli di Fatima, Lucia, Francesco e Giacinta, scolpiti in atto contemplativo. L’angelo diede ai pastorelli la Comunione e insegnò loro l’adorazione eucaristica. Il Catechismo della Chiesa Cattolica raccogliendo la ricca tradizione della Chiesa sui frutti dell’eucaristia, ne indica i seguenti: accresce la nostra unione a Cristo (n. 1391); ci separa dal peccato (1393); fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende a indebolirsi; la carità così vivificata «cancella i peccati veniali» n. 1394); fa la Chiesa e realizza la sua unità (nn. 1396-1398); impegna nei confronti dei poveri (n. 1397); ci dà il «pegno della gloria futura» (nn. 1402 ss.).
Mediante il sacramento della penitenza Dio cancella i nostri peccati. In Spes non confudit, n. 23, leggiamo: «La Riconciliazione sacramentale non è solo una bella opportunità spirituale, ma rappresenta un passo decisivo, essenziale e irrinunciabile per il cammino di fede di ciascuno. Lì permettiamo al Signore di distruggere i nostri peccati, di risanarci il cuore, di rialzarci e di abbracciarci, di farci conoscere il suo volto tenero e compassionevole. Non c’è infatti modo migliore per conoscere Dio che lasciarsi riconciliare da Lui (cfr. 2Cor 5,20), assaporando il suo perdono. Non rinunciamo dunque alla Confessione, ma riscopriamo la bellezza del sacramento della guarigione e della gioia, la bellezza del perdono dei peccati!».
E qui la bolla fa un collegamento con l’indulgenza. «Come sappiamo per esperienza personale, il peccato “lascia il segno”, porta con sé delle conseguenze: non solo esteriori, in quanto conseguenze del male commesso, ma anche interiori, in quanto ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Dunque permangono, nella nostra umanità debole e attratta dal male, dei “residui del peccato”. Essi vengono rimossi dall’indulgenza, sempre per la grazia di Cristo, il quale, come scrisse san Paolo VI, è «la nostra “indulgenza”».
Per ottenere l’indulgenza nel santuario e nella cappellina dei pastorelli
Come prevede in generale il manuale sulle indulgenze, durante il Giubileo potranno conseguire l’indulgenza, con la remissione e il perdono dei peccati, tutti i fedeli:
1) «veramente pentiti, escludendo qualsiasi affetto al peccato», anche veniale, e «mossi da spirito di carità»,
2) partecipino AD UNO di questi momenti:
Santa Messa Celebrazione della Parola di Dio Liturgia delle Ore Via Crucis Rosario mariano Canto dell’Inno Akathistos Celebrazione penitenziale che termini con le confessioni individuali dei penitenti Intrattenersi per un congruo periodo di tempo nell’adorazione eucaristica e nella meditazione, anche personale
3) Adempiano alle seguenti tre condizioni*:
essersi accostati al sacramento della Penitenza aver ricevuto la Santa Comunione aver pregato secondo le intenzioni del Santo Padre
* Le tre condizioni possono essere adempiute parecchi giorni prima o dopo aver compiuto l'opera prescritta; tuttavia è conveniente che la comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice siano fatte nello stesso giorno, in cui si compie l'opera.
4) Concludano con la recita del Credo, del Padre Nostro e con un’invocazione a Maria Santissima.
Preghiera giubilare di affidamento | Anno giubilare 2025
alla beata Vergine di Fatima
Salve, Madre del Signore,
Vergine Maria, Regina del Rosario di Fatima!
Benedetta fra tutte le donne,
sei l’immagine della Chiesa rivestita di luce pasquale,
sei l’onore del nostro popolo,
sei il trionfo sul male.
Profezia dell’Amore misericordioso del Padre,
maestra dell’Annuncio della Buona Novella del Figlio,
segno del Fuoco ardente dello Spirito Santo,
insegnaci, in questa valle di gioie e di dolori
le verità eterne che il Padre rivela ai piccoli.
Mostraci la forza del tuo manto protettore.
Nel tuo Cuore Immacolato,
sii il rifugio dei peccatori
e la via che conduce a Dio.
Unito/a ai miei fratelli,
nella fede, nella speranza e nell’amore
a Te mi affido.
Unito/a ai miei fratelli,
attraverso di Te,
a Dio mi affido,
o Vergine del Rosario di Fatima.
E alla fine, avvolto/a
dalla Luce che dalle tue mani giunge a noi
darò gloria al Signore per i secoli dei secoli.
Amen.
Nostra Signora di Fatima

Una fervente e intelligente coscienza apostolica

1. Lo zelo del Lanteri
P. Lanteri fu un uomo acceso dal fuoco ardente: bruciava dal desiderio di aiutare tutti a incontrare Cristo. Fin da giovane bramava di “poter fare qualche cosa a Sua Maggior Gloria e a servizio delle anime da Lui redente”. Nel direttorio spirituale il Lanteri si proponeva di essere: «Sempre zelante, magnanimo, libero, fedele, semplice, candido, affabile, tranquillo, rassegnato alla volontà di Dio, ansioso di piacere a Lui solo e guadagnarGli anime.... Un grado di perfezione o di zelo di più, tante anime guadagnate e tanto zelo di più».
E, al termine del ritiro di otto giorni del 1790, tra i lumi e proponimenti scrive:
«Mi debbo armare di uno zelo ardente dell’altrui salute. Ma zelo prudente, benigno, caritatevole, e che mai provenga, o sia animato da amor proprio. Oh Signore mio, è ben giusto che richiediate ciò da me, che col cattivo esempio tanti avrò indotto al male. Sì dunque voglio impegnarmi tanto che potrò a ben edificare il prossimo, e quantunque sia uno strumento inutile, tuttavia sapendo che Vi servite anche di vilissimi vermi per operare la Vostra gloria».
Un desiderio così forte da poter dire: «Amare Dio, prima morire che inimicarseLo, essere disposto di mettersi sulla bocca dell’inferno per impedirvi che alcuno più non vi entri....».
«La maggior gloria di Dio si procura con far tutte le azioni e quelle sole che hic et nunc più piacciono a Dio, e farle tutte con la maggior perfezione, ossia applicazione interna ed esterna; procurare questo stesso nel prossimo il più che si può.... A me tutta la fatica, tutto il vantaggio al prossimo, tutta la gloria a Dio».
Il Lanteri voleva quasi “contagiare” gli altri: «Propongo di coltivare gente per Dio, e procurare d’ispirare zelo per la gloria di Dio, nelle occasioni che si presenteranno, e non lasciarne fuggire alcuna in [cui] possa chiaramente fare del bene».
Da adulto invitò a pregare affinché vi fossero ministri che avessero da Dio “gran santità e gran zelo, affinché attirino a Gesù molte anime con le loro parole e con i loro esempi”.
Animato da questo zelo gli occhi del Lanteri erano sempre aperti sulla cultura e sul mondo in cui viveva, sempre in continua ricerca di nuovi modi per promuovere la «gloria di Dio». Questo zelo non è «mai stanco», esso «non soffre limiti» e «non soffre [mezze] misure».
Del periodo tra l’ordinazione sacerdotale e la fine l’occupazione francese del Piemonte il biografo Gastaldi così riassume tutte le varie attività apostoliche che il Lanteri svolgeva:
«[…] avvegnaché lasciando per ora in disparte i disturbi e la fatica che gli dovevano essere il rispondere a tante lettere che gli erano indirizzate o per consiglio o per conforto, l’invigilare sul buon andamento delle tre società di cui parlammo più sopra [l’Aa, l’Amicizia Cristiana, l’Amicizia Sacerdotale], presiedere le adunanze e conferenze per giovani sacerdoti e de’ chierici, non perdere mai di vista né l’opera degli esercizi e delle missioni, né quell’altra di propagare dovunque e quanto più potesse i buoni libri, scrivere e dettare opuscoli ed articoli quando a difendere la verità, quando a combattere l’errore, l’essere assiduo al confessionale, e a non mai rifiutarsi a quanti sapesse abbisognare di lui; a tutto questo egli aggiunse il guidare nelle cose dello spirito alcuni monasteri di sacre Vergini, ed in modo speciale quelle del SS. Crocifisso e della Visitazione in Torino. In ogni settimana consacrava due giorni per quelle ottime religiose».
Ci si può soltanto meravigliare delle realizzazioni apostoliche su scala locale ed europea di quest’uomo. Fu chiamato, in verità, uomo «dalle cento braccia», sempre pronto a promuovere l’opera della Chiesa in molte direzioni, sempre presente nel centro della cultura politica ed intellettuale del suo tempo.
L’apprezzamento di queste sue realizzazioni diviene ancor più profondo quando si considerano le infinite e debilitanti infermità fisiche che gli ostruirono il cammino.
2. Tre principali direzioni apostoliche del Lanteri
P. Lanteri ha espresso lo zelo profondo che lo animava fondamentalmente in una triplice direzione apostolica:
2.1. L’evangelizzazione in profondità della persona
Il Lanteri si è fatto educatore delle coscienze principalmente attraverso il ministero della riconciliazione e la direzione spirituale. Era assiduo al confessionale passandovi, come era solito, lunghe ore[10]; ed era ricercatissimo anche come direttore spirituale. Di alcuni di questi penitenti - religiosi e laici - ci è stato conservato il nome, ma i più, provenienti dalla aristocrazia, dalla borghesia e dall’umile popolo, sono rimasti e rimarranno sempre anonimi. Alcuni di questi venivano seguiti spiritualmente per lettera.
L’oblato Davide Emanuelli definì il Lanteri «sagacissimo conoscitore degli uomini». Gli aspetti salienti del tempo li lesse anzitutto nei suoi penitenti.
Nella confessione e nella direzione spirituale il Lanteri cercava fondamentalmente di raggiungere due obiettivi: ricuperare il senso della vera speranza cristiana, la speranza di poter effettivamente progredire nella vita spirituale ed arrivare alla salvezza eterna; e di formare nelle persone una vita spirituale robusta basata sulla spiritualità ignaziana e la frequenza dei sacramenti.
Il Lanteri era un apostolo della speranza. Insegnava che lo scoraggiamento e la tristezza sono i peggiori mali nella vita spirituale e che, al contrario, bisogna sempre guardare con speranza ferma e con confidenza verso l’aiuto e la misericordia che Dio ci dona. Conoscendo con realismo la debolezza della natura umana, considerava le mancanze nella vita morale e spirituale come occasioni di crescita nella conoscenza di sé e nella fiducia in Dio, e come delle opportunità per rinnovare il proprio impegno di vita cristiana, dicendo sempre: nunc coepi, ora incomincio. Questa disposizione di sempre ri-cominciare era per il Lanteri un esercizio della virtù morale della fortezza, che dà coraggio e perseveranza nel cammino spirituale.
Il Lanteri consigliava sempre una vita di preghiera semplice, e regolare. Il suo sistema di vita spirituale comprendeva l’orazione mentale, fatta secondo gli Esercizi spirituali; la lettura spirituale, per nutrire e rinforzare la preghiera; la frequenza dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, consigliando la comunione settimanale in un tempo quando molti consideravano già troppo quella annuale; l’esame quotidiano di coscienza per sradicare diversi difetti specifici e per acquistare delle virtù particolari; giornate e settimane di ritiro a tempi regolari. Eminentemente pratico nei suoi consigli spirituali, il Lanteri nota che tutto questo «non è poi così difficile come appare, massime aggiungendovi sempre il fiduciale ricorso a Dio... ».
Meno frequente invece e meno intenso fu per il Lanteri il ministero della predicazione: non che gliene mancasse il desiderio, ma perché la sua voce esile e la malferma salute non gli consentivano le fatiche di una predicazione vera e propria. In compenso però fu un vero apostolo degli Esercizi spirituali.
«E’ certo che il Lanteri abbia predicato, tra il 1786 e il 1800, parecchi ritiri in quelle apposite case che allora venivano chiamate ‘fabbriche’ e non erano altro che ambienti attrezzati ad accogliere per qualche giorni i gruppi degli ‘esercitandi’. Durante l’occupazione francese quelle case vennero tutte chiuse o quasi tutte. Allora il Lanteri decise di crearne una che fosse di sua proprietà e avesse così la tutela della legge».
In quest’ultima accettava sacerdoti, religiosi e laici che «o per dieci giorni o anche per un mese intero in null’altro si occupavano se non nel meditare o riformare in meglio la loro vita, o a perfezionarla se già riformata».
In seguito, con la riapertura del santuario di sant’Ignazio sopra Lanzo, sappiamo che il Lanteri e il Guala predicarono diversi esercizi al clero tra il 1808 e il 1818.
Da un documento contenente schematiche ma preziose note sul lavoro compiuto dal Lanteri in favore degli esercizi spirituali, veniamo a conoscenza che nello spazio di 27 anni, dal 1798 al 1826, egli abbia provveduto – direttamente o indirettamente - a qualche centinaio di esercizi spirituali.
Con la fondazione degli Oblati di Maria Santissima a Carignano il Lanteri, in quanto superiore, volle anche dirigere due corsi di Esercizi spirituali di otto giorni - rispettivamente nel 1817 e nel 1818 -, trasmettendo ai suoi figli spirituali la ricchezza della propria esperienza spirituale.
Quale efficacia attribuiva il Lanteri agli esercizi? Li considerava «uno strumento potentissimo della divina grazia per la riforma universale del mondo; una macchina efficacissima per espugnare i cuori; un metodo di cura universale e sicuro per sanare le anime inferme; una scienza pratica e metodo canonico, ossia approvato dalla Chiesa per santificare gradatamente qualunque anima; una miniera della divina Sapienza e vera fonte delle verità eterne». Uno strumento, quindi, per la conversione del cuore, «per vincere cioè la sua durezza e insensibilità, per indurlo così ad approfittare delle grazie che il Signore gli somministra», e per illuminare la mente, giacché «contengono una serie di meditazioni nelle quali si propongono non solo più verità a meditare una dopo l’altra, ma sempre una in conseguenza dell’altra, le quali tutte assieme unitamente alle Istituzioni formano un corpo come compito di quanto si ha da credere ed operare, adattato alle persone che ascoltano».
Il Lanteri era convinto che gli esercizi procurano: «...non solo la conversione, ma anche la santificazione, e questa in modo perseverante, ed ispirano di più lo zelo per la salute altrui inducendoli ad impiegare ogni mezzo per questo. [...] L’efficacia poi, e il pregio di questi Esercizi soltanto si conosce da chi li pratica sovente, e con questo metodo stesso».
2.2. L’evangelizzazione della cultura
Il Lanteri fu un attento conoscitore del suo tempo e seppe fare una lettura “critica” delle correnti di pensiero dell’epoca.
Lettore assiduo dei giornali (“gazzette”) e di libri messi all’indice, frequentatore di librerie e di biblioteche, attento agli indirizzi dei professori delle università, pronto ad aiutare gli studenti con scritti brevi e chiari, vicino con l’ascolto e con la parola ai diversi strati della popolazione, cercò di comprendere come pensasse l’uomo del suo tempo e quali fossero le sue necessità spirituali.
Alla scuola del Diesbach il Lanteri aveva compreso come il libro era lo strumento privilegiato del tempo per trasmettere le idee. Il Lanteri, molto sensibile al “danno gravissimo che l’esperienza dimostra risultare nelle anime” dal contatto con “libri cattivi”, aveva colto in questo un campo particolarmente urgente nella Chiesa del suo tempo: «E’ sempre stato necessario per il passato usare ogni mezzo per impedire la lettura dei libri cattivi, e promuovere i libri buoni, in questi tempi principalmente vi è una necessità somma, ed un dovere gravissimo, ed indispensabile».
I libri erano per il Lanteri uno strumento «facile ed efficace» «per combattere ogni errore, per allontanare le anime dal vizio, e per promuovere nelle anime buone le virtù teologali e la pietà, giusta le loro diverse disposizioni interne».
Attraverso le «Amicizie» il Lanteri provvide a diffondere numerosi «buoni libri» sia tra il popolo, ma anche tra il clero. Specie durante il periodo dell’occupazione francese in Piemonte, provvide a diffondere opuscoli a difesa dell’autorità del Santo Padre e del suo primato, e altri per far conoscere la sana dottrina della Chiesa, confutando vari errori diffusi dagli illuministi del tempo. Instancabile era la sua attività di lettura e di informazione su quanto si stampava a livello europeo, pronto a segnalare e refutare l’errore.
Egli stesso scrisse diversi opuscoli polemici, quali, ad es: Vera idea del matrimonio, Osservazione sopra catechismo, Esame dottrina Sineo, Del conciliabolo di Parigi, Osservazioni sopra Bossuet, Sovra il supposto concordato pubblicato con decreto imperiale il 13 febbraio 1813, Idea della Società Biblica, Analisi trattato De Gratia, Osservazioni errori Eineccio e Genovesi, Sul giuramento di fedeltà che si vuole esigere da tutto il clero anche regolare, ecc.
Il Lanteri voleva che anche gli “Amici” (sacerdoti e laici) fossero uomini di cultura. Era importante formarsi sui libri buoni, stampandone anche di propri, ma anche mantenersi informati attraverso la lettura delle gazzette. Ai membri dell’Amicizia Sacerdotale il Lanteri così motiva la lettura di esse all’inizio delle adunanze:
«Questo serve: 1° a prendere la carta morale del mondo;
2° ad assuefare l’ecclesiastico a non restringere le sue idee e il suo interessamento al solo suo paese, ma a guardare tutto il mondo per sua patria, tutti gli uomini del mondo per suoi fratelli, e interessarsi come veri figli e ministri della nostra madre Santa Chiesa Cattolica Romana per tutti i beni e mali morali del mondo che tanto da vicino interessano il Sacro Cuore di Gesù;
3° per poter così più facilmente introdursi con i secolari a parlare loro di Dio all’esempio di S. Francesco di Sales e di S. Francesco Saverio, e di tanti altri Santi.
2.3. La formazione degli evangelizzatori
Il Lanteri si dedicò alla formazione dei membri delle organizzazioni delle «Amicizie»: laici e sacerdoti.
L’impegno del Lanteri nell’Amicizia cristiana di Torino comportava un enorme lavoro perché spettava soprattutto a lui applicarsi allo studio continuo e profondo dei libri, applicandosi anche a scrivere o a tradurre delle opere. Come testimonia il Simonino, «leggeva con sì profondo criterio, che a prima giunta, ed a pochi tratti conosceva non tanto lo scritto, quanto lo spirito dello scrittore; nemmeno leggeva solo di passaggio, ma con serbar impresso talmente il giudizio di ciascuna dottrina, che di moltissimi autori teologici, ascetici, polemici, o morali che fossero, ben sapeva accennare in quale argomento, e per qual capo in tale o tal’altro avesse detto il meglio, e quale in una materia, quale in un’altra dovesse preferirsi».
Con accuratezza preparava gli argomenti da discutere nelle adunanze. Ogni assemblea iniziava con una lettura spirituale; seguiva la riflessione su un libro – ricordiamo che ogni “amico” si era impegnato a leggere i libri buoni indicati nel “catalogo”, sia per la propria formazione sia per meglio diffonderli, suggerendoli ad altri in modo oculato – e/o si discuteva sui mezzi per far progredire l’Amicizia.
Inoltre contemporaneamente alla formazione culturale non doveva mancare quella spirituale, in particolare – oltre alla lettura dei libri di pietà – attraverso quei mezzi che ben già conosciamo: la confessione, la direzione spirituale, e gli esercizi spirituali. Riguardo quest’ultimi il Gastaldi ci ricorda che
«gli amici cristiani e gli amici sacerdoti che vi concorrevano [agli esercizi] s’infiammavano sempre più nel loro zelo, e per quest’opera concepivano sempre maggiore stima, vedendo il vantaggio che per se stessi ne ricavavano».
Nei confronti del giovane clero e dei chierici che si preparavano a ricevere il sacerdozio: «Il Lanteri ebbe la costante preoccupazione di attirare a sé studenti di teologia e giovani sacerdoti, per formarli ad una soda pietà e ad una cultura sana e profonda, onde renderli capaci di un apostolato veramente fruttuoso. Le sue cure per le due società già commemorate, l’Aa dei chierici e l’Amicizia sacerdotale, sono espressioni di questo zelo illuminato e ardente del Venerabile. A ciò si deve aggiungere la predicazione di molti corsi di esercizi spirituali per ecclesiastici; la fondazione del Convitto ecclesiastico di Torino […]; e in particolare la direzione spirituale che lo rese padre di un largo stuolo di sacerdoti insigni per virtù e opere di apostolato».
Dai membri dell’Amicizia sacerdotale il Lanteri esigeva una duplice preparazione, spirituale e culturale.
Prima di tutto la preparazione spirituale, la santità personale, la vita di grazia e di unione con Dio attraverso la purità di coscienza, lo spirito di orazione, l’amore alla solitudine, l’attendere per se stessi agli Esercizi spirituali,
«l’uso frequente dei santi sacramenti, l’esercizio della meditazione seria, abbondante e quotidiana delle verità sante della nostra religione e della vita di Gesù Cristo, con la lettura spirituale e con l’esame quotidiano di coscienza, senza omettere lo studio serio della teologia dogmatica e morale».
La preparazione culturale si svolgeva su tre dimensioni tra loro complementari. Fare dei membri ottimi predicatori del Vangelo e specialmente degli Esercizi Spirituali di S. Ignazio, diffondere i buoni libri a fianco dei laici dell’Amicizia Cristiana, adottare il metodo “benigno”, secondo la dottrina morale di S. Alfonso de Liguori, nell’amministrazione del Sacramento della penitenza. Lo studio approfondito della teologia morale doveva formare ecclesiastici che «conoscano il fondo delle cose e delle persone, e le molle e i mezzi dello spirito pubblico che ivi regna, e delle sue sorgenti».
Ogni settimana si teneva l’adunanza che Lanteri preparava accuratamente. Il discutere sui beni o mali esistenti in ciascun paese, per risolvere un caso di morale, per analizzare un libro o una predica fatta secondo il metodo di S. Ignazio, fu in vista dell’apostolato.
Per la predicazione degli Esercizi ogni membro dell’Amicizia sacerdotale doveva preparare in iscritto un corso completo di meditazioni e di istruzioni (le cosiddette “mute”) sia per le missioni al popolo sia per gli Esercizi chiusi, “secondo il metodo proposto da S. Ignazio”. Una biblioteca comune forniva i testi e i sussidi necessari. Le “mute” venivano poi lette nelle adunanze e ciascuno era invitato ad esporre le sue osservazioni e suggerimenti.
Poi a turno si presentava l’analisi di un libro al fine di entrare in possesso delle conoscenze utili “a spargere con la maggior efficacia la Parola di Dio a voce e in iscritto”.
«Indicibile è... il vantaggio che si può ricavare dalla cognizione di questi libri, poiché con l’uso di essi, quante anime si disingannarono dei loro errori, quante trionfarono delle loro passioni ed entrarono nella via della salute, quante altre furono preservate dai pericoli della seduzione, e quante fecero progressi immensi nella virtù. Chi non ne ha l’esperienza può dedurne il vantaggio dal danno che recarono sempre, ma massime nei nostri tempi, i libri cattivi.
Con l’allontanamento del Lanteri da Torino, le “Amicizie” cessarono ogni attività. Ma, subito, terminato l’esilio, il Lanteri radunò i giovani sacerdoti delle Conferenze di Teologia morale nella “Pia Unione di San Paolo”, della quale faranno parte insigni sacerdoti della diocesi di Torino, tra i quale il teologo Guala e il Reynaudi. Il Guala sarà il realizzatore del Convitto Ecclesiastico di Torino, ideato e voluto dal Lanteri per dare stabilità alle Conferenze di Teologia morale, da allora rese obbligatorie a Torino per tutti i sacerdoti. Dal Convitto Ecclesiastico prenderà avvio a Torino quel filone di santità sacerdotale e di iniziative ecclesiali nei vari ambiti, educativo, caritativo, pastorale, che hanno illustrato la chiesa torinese della seconda metà del XIX secolo(cfr. Valentini, La formazione del clero..., Lanterianum, vol VIII, n.1, Aprile 2000, p. 47ss).
3. Oblati zelanti
Gli Oblati di Maria Vergine, come scrive il Lanteri, sono: “una pia unione di ecclesiastici pienamente consacrati a Maria Vergine e uniti tra di loro con il vincolo della carità, al fine di attendere con la grazia divina, sotto la materna protezione di Maria Santissima, seriamente e avanti ogni cosa alla salute e santificazione di se stessi con imitare Gesù Cristo più da vicino, e in secondo luogo alla salute e santificazione del prossimo, principalmente con il mezzo degli Esercizi di sant’Ignazio”.
Secondo il Lanteri, l’oblato doveva essere un uomo di profonda e sentita vita interiore per rendersi abile e zelante apostolo imitando Cristo che è «il Missionario adorabile che il Padre eterno ha inviato agli uomini». Per l’oblato è quindi “il puro amore di Dio e il puro zelo della salute delle anime” a motivare il suo ministero. Esso è tale:
“che conduce ed induce i membri della Congregazione a non risparmiarsi in modo alcuno, soprattutto in tempo di santi Esercizi, ed a superare ancora tutte le difficoltà che s’incontrano, le quali talvolta non sono piccole”.
Nel Direttorio il Lanteri insistette sulla necessità di cercare modalità che portino al raggiungimento della salvezza delle anime. A tale scopo, l’oblato dovrà liberarsi da tutto ciò che può rappresentare un impedimento, come l’attaccamento alle ricchezze terrene: “Gli Oblati di Maria Santissima sono solleciti di attendere a distaccare il più che possono il loro cuore dai beni di questa terra […] e consacrarsi senza riserva al servizio di Dio e del prossimo...”.
Se nelle proprie case religiose il Lanteri voleva che gli oblati, negli intervalli tra un ministero e l’altro, attendessero all’orazione e allo studio, nell’esercizio del loro ministero voleva che fossero “come tanti apostoli che desiderano di essere nel numero di coloro che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo (At 15,16)”.
Il ven. Lanteri accoglieva negli Oblati solo quelle persone che desiderassero: “la maggior gloria di Dio e la maggior salute delle anime”. Non per nulla in un altro scritto chiede espressamente di verificare nel candidato le disposizioni per essere accettato in Congregazione, la prima delle quali è: “volontà seria di farsi santo”, a cui segue poi “lo spirito di obbedienza, di convivenza, di ritiratezza... talento sufficiente o per dare gli Esercizi o per attendere alle confessioni.
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La pedagogia ignaziana

1. La pedagogia ignaziana nella vita spirituale del Lanteri
Se leggiamo il Direttorio spirituale (che è probabilmente il frutto di un prolungato corso di esercizi spirituali) subito ci accorgiamo che fin da giovane il Lanteri ha strutturato la sua vita spirituale secondo la pedagogia ignaziana.
1.1. La meditazione
Era ben curata. Il Lanteri applicava fedelmente le varie indicazioni che S. Ignazio propone all’esercitante nei suoi esercizi per disporsi meglio alla preghiera.
«1. Prevedere il giorno avanti i punti ed il frutto, e rammentarsene svegliato, per non tentare Dio al tempo dell’orazione.
2. Giunta l’ora prefissa, procurare di essere tranquillo e raccolto, dimenticandosi delle creature per entrare come si deve in commercio con Dio, e di schivare i difetti della meditazione precedente. Quindi 2 passi lontano dall’Oratorio il segno della S. Croce. Profondo inchino con atto di fede della presenza di Dio, unico mio scopo che mi vede, mi ascolta, e premuroso del mio bene mi vuol parlare, considerandone il suo essere bontà e bellezza, e con atto di adorazione alla Santissima Trinità, o a Gesù Cristo. […] 1° preludio secondo la materia; 2° chiedere l’assistenza dello Spirito Santo...e grazia di ricavarne il frutto prefisso, ed il tutto in 2 o 3 minuti»[1].
Anche nello svolgimento della sua meditazione, Lanteri è prettamente ignaziano:
«4. Proporre la materia, atto di fede, esaminarla con autorità di Scrittura e Santi Padri, con la ragione, con similitudini ed esempi, dilucidarla, e trarne le conseguenze certe.
5. Produrre affetti, risoluzioni, proponimenti massime particolari e riguardanti le pratiche già proposte, e questo in ciascun punto.
6. Ringraziare Dio dei lumi, Confirma etc., la supplica del Pater, Sub tuum etc.»[2].
Nella conclusione stessa della meditazione, il Lanteri continua a seguire il metodo ignaziano con il suo tipico esame dell’orazione:
«7. Un’occhiata ai difetti occorsi con proposito di rimediarvi, un’occhiata ai lumi, risoluzioni, occasioni di praticarle, altrimenti procurarne atti interni od esterni.
I difetti sono distrazioni, tedio, aridità, desolazione; la causa difetto di preparazione, o applicazione e riverenza, esser troppo attaccato ai propri lumi oppure antecedentemente libertà di conversare, parlare cose vane, affetti, sollecitudini temporali»[3].
Pio Bruno si propose di raccogliere le ispirazioni che sentiva più forti nell’orazione in un piccolo quaderno tascabile: «[Propongo di] Ridurre le mie massime e il metodo dei miei esercizi spirituali in un librettino portatile»[4]. La funzione di questo “librettino portatile” era duplice: infatti serviva al Lanteri (che, tra l’altro, conserverà quest’abitudine anche da anziano) per ravvivarsi spiritualmente in quella grazia particolare che gli aveva toccato il cuore attraverso quel determinato pensiero o quella Parola di Dio meditata; in secondo luogo gli era molto utile anche per il confronto con il suo direttore spirituale cui egli rimetteva ogni giudizio con voto di ubbidienza.
1.2. Gli esami di consapevolezza
La mancanza di consapevolezza spirituale è per il Lanteri la radice di ogni impoverimento spirituale, di ogni fallimento morale significativo e prolungato. Alla scuola di Ignazio fin da giovane il Lanteri imparò la fedeltà alla pratica degli esami di coscienza particolare, generale, e quello relativo alla propria esperienza di preghiera. Destinava un giorno al mese per un ritiro personale e frequentemente uno spazio di parecchie ore alla settimana per rivedere le sue attività e per determinare come impiegare con crescente efficacia le sue energie apostoliche.
I suoi scritti personali abbondano di riferimenti agli esami ignaziani. Per esempio, in un librettino portatile del 1782 si propone:
«– Per l’esame generale: il male, il bene, e quanto ben fatto.
– Ricordati dell’esame in fin della meditazione. […]
– Una mortificazione la mattina e la sera a tavola.
– Cercare occasioni per l’esercizio della virtù particolare.
– Esame mattina e sera; paragonare i giorni e le settimane; per ciò notarne il numero in carte con lapis. Significarne al direttore gli atti».
Circa dieci anni dopo, al termine di un corso di esercizi, si propone i seguenti rimedi:
«Provarsi sovente fra il giorno, cioè con frequenti esami se veramente:
– amo Dio sopra ogni cosa;
– amo il prossimo come me stesso;
– e se attendo seriamente all’abnegazione di me medesimo.
Quindi concepire: un santo impegno a contrariarmi e praticare la virtù nelle occasioni per formarne l’abito, un distacco e disprezzo delle cose puramente temporali, indegne dell’affezione del mio cuore, una santa ostinazione a trattare santamente le cose sante».
Per questo dovrà tenere viva l’attenzione nell’azione: «Nell’esame cercherò se ho cominciate, continuate, finite le mie azioni per passione o per ragione o per fede, se si è accompagnata la negligenza».
Sembra certo che l’accidia o pigrizia spirituale fosse ciò che il Lanteri sentiva come uno dei maggiori ostacoli nel suo cammino di santità. Individuato il nemico il Lanteri passa all’attacco: «Se io la prendo solo sotto l’aspetto di mortificarmi, questo è come uno stato violento che non dura, conviene che lo prenda (come l’esperienza me lo comprovò) sotto l’aspetto di libertà di spirito, di generosità d’animo, e per procurarmi più efficacemente questa virtù, non trovo miglior mezzo che il prefiggermi di cercare in tutto la maggior gloria di Dio…».
Interessante la sua strategia: no ad un attacco sotto l’insegna della mortificazione frustrante, perché questa provoca “uno stato violento che non dura”. Qui il Lanteri dimostra acume psicologico e spirituale non indifferente. Una lotta intrapresa all’insegna di una spinta o motivazione positiva (qualcosa di buono o migliore da acquisire), ha più presa nell’animo e possibilità di durata nel tempo che la stessa lotta intrapresa per una motivazione negativa (qualcosa di non buono da togliersi). In altre parole è più entusiasmante e facile lottare per acquistare una virtù, che per togliersi un difetto, e poiché la lotta è la stessa, ne segue che è più facile eliminare i difetti lavorando sulle virtù contrarie (per questo il Lanteri pianificherà la sua lotta all’accidia impegnandosi maggiormente per la gloria di Dio):
«[…] esaminandomi sovente se quel che faccio è il meglio che possa fare per glorificar Dio, e se lo faccio nel miglior modo possibile, sempre con Gesù Cristo per esemplare, così mi rendo superiore a me stesso e trovo un motivo nobile ed efficace per disprezzare i miei comodi o altro fine umano nell’agire che sono gli impedimenti dell’applicazione, essendo sempre venuti i miei difetti o dal timore d’incomodarmi o di essere disprezzato».
1.3. L’ascesi
Già da giovane chierico il Lanteri faceva proprio sul serio con il suo Dio, sapeva quello che cercava e lo cercava con tutto se stesso, giocando tutto per Dio, impegnandosi nel modo più assoluto e radicale consentito nel suo stato di vita, anche con la mortificazione esterna.
Quella interna attuata attraverso il suo severissimo programma di impegni che prevedeva una lotta continua all’ozio e alla dissipazione: così si esprime nel suo Direttorio Spirituale: «Non debbo mangiare e dormire che quando e quanto bisogna per vivere; non vivo che per gloria di Dio” e perciò “via ogni pensiero inutile».
Riguardo la mortificazione esterna (sempre intesa come strumento sia per «vincere se stesso» sia per «ottenere qualche grazia o dono che si vuole o si desidera».
Da alcuni fogli di annotazioni spirituali vediamo anche l’aspetto ascetico della lotta al proprio difetto predominante (l’accidia) quale mezzo per realizzare la santità, che il giovane Lanteri si prefigge di condurre in una triplice direzione: contro il rispetto umano, contro lo scoraggiamento, contro la negligenza nelle proprie pratiche di pietà.
a) La lotta contro il rispetto umano.
«1 – Sempre pensare, parlare e operare da santo: il mio stato lo richiede e le ragioni che mossero i santi sussistono anche per me. Perciò sempre apertamente e liberamente mi dichiarerò dalla parte di Dio, mi pregierò a faccia scoperta di essere buon cristiano e vero ministro di Dio.
Se sarò burlato e deriso dagli uomini, sarò onorato da Dio; anzi m’intenderò di essere tenuto per grande del suo regno, giacché si degna di pormi in capo la Sua stessa corona: mezzo ottimo, questo, per vincere i rispetti umani».
Al primo posto quindi vediamo quindi l’impegno del Lanteri nella lotta contro il rispetto umano, contro la timidezza spirituale che blocca la libertà della persona di manifestarsi quale essa è per la paura di essere derisa e criticata. Si tratta di raggiungere la piena libertà di spirito nelle relazioni con gli altri, instaurando con tutti relazioni cordiali, affabili, semplici, allegre, ma soprattutto libere, cioè libere dalla paura di dire o fare qualcosa che possa contrariare l’altro, manifestandosi serenamente per quello che si è. Sempre pronti ad accondiscendere all’altro per amore, purché venga rispettata la verità e l’onore di Dio.
b) La negligenza nelle pratiche di pietà. Il secondo campo della lotta spirituale è, per il giovane Lanteri, la costanza, la fedeltà nel fare gli esercizi di pietà:
«2 – Quindi sempre inviolabilmente fedele a Dio e costante nei miei soliti esercizi di pietà e a qualunque prova. Perciò: 1o anche di fronte a qualunque persona autorevole, in qualunque circostanza o avversità, praticherò la generosità di animo, la libertà e tranquillità di cuore».
Tutta la cura e l’attenzione che emerge nei suoi scritti giovanili nel tenersi sotto controllo per evitare il vizio della negligenza denota l’importanza che egli dava alla virtù della diligenza e della costanza nel portare avanti il programma personale di santificazione con tutto quanto fissato su consiglio del direttore spirituale. No, il Lanteri non era spontaneamente diligente e metodico, lo era diventato con l’aiuto della grazia divina e il suo incessante impegno a tenersi sotto controllo (non perché egli fosse negligente e incostante, ma perché molto probabilmente ne sentiva la forza di seduzione interiore, la tentazione di esserlo).
c) La lotta contro lo scoraggiamento che doveva aver molto provato il giovane Lanteri sia per quanto riguarda il suo desiderio di portare a termine gli studi, lottando contro una salute malferma e un’infiammazione oftalmica che rendeva lo studio faticosissimo, sia per quanto riguarda il suo rapporto con la propria fragilità umana, sia – infine – per il persistere delle tentazioni nei confronti delle quali ricorre ad una strategia per vincerle.
1.4. La direzione spirituale
Nel 1779 il giovane Lanteri, studente di teologia, venne a contatto con il Diesbach, rivolgendosi a lui per la direzione spirituale. La direzione spirituale di Diesbach ebbe un effetto decisivo nell’orientamento spirituale del Lanteri. Dopo la partenza del Diesbach per la capitale austriaca purtroppo non conosciamo l’identità di chi il Lanteri scelse come direttore. Sappiamo comunque che egli si lasciava docilmente guidare da un sacerdote a cui, come afferma il Gastaldi, «era interamente aperto e soggetto». Nel Direttorio spirituale vediamo l’importanza che il Lanteri attribuiva a tale apertura quando parla delle armi contro le tentazioni: «Manifestare tutte le tentazioni al Padre spirituale, e si vedono effetti miracolosi e prestissimi, cagionati dall’efficacia di quell’atto d’umiltà e il demonio fa ogni sforzo per disturbarci, disse anche lo Spirito Santo: Guai a chi è solo, perché se cade non ha chi gli porga la mano per levarsi in piedi».
2. La pedagogia ignaziana nella direzione spirituale del Lanteri
Sfogliando le lettere di direzione spirituale del Lanteri possiamo ritrovare la presenza della pedagogia ignaziana tra i vari consigli spirituali che aveva attinto dai grandi maestri della vita spirituale. Tutto dev’essere fatto con ordine e metodo. È questo uno dei punti sui quali il Lanteri insisteva: ordine e metodo sia nell’agire (ordine delle principali azioni della giornata) sia nella vita spirituale. Tutto ciò in accordo con i doveri della persona verso la famiglia e il lavoro.
«E’ assolutamente necessario ben impiegare il tempo e santificare le nostre azioni. Ma come è possibile riuscirci? E’ con l’ordine che impieghiamo bene il tempo, e con il metodo, e lo spirito interiore (intenzione pura e fervore), e la vita interiore che santifichiamo le nostre intenzioni.
Occorre dunque 1) fissare un certo regolamento d’orario per le azioni principali... non mancando ad osservarlo per leggerezza o per ripugnanza se non per una valida ragione (per ragioni di obbedienza, di carità), e nella pratica preferire sempre le azioni più importanti verso gli altri, e quelle d’obbligo rispetto a quelle supererogatorie.
Occorre 2) procurarsi una vita interiore con una buona pratica di pietà, ma ben fatta, con metodo, come la Santa messa, la meditazione, la lettura spirituale, l’esame di coscienza».
Il Lanteri è convinto, con sant’Ignazio e gli altri maestri di vita spirituale, che solo da un’orazione metodica si può ricavare qualche frutto concreto. Per la meditazione e gli esami di coscienza il Lanteri indica sempre il metodo ignaziano. Accanto ad essi troviamo indicazioni di metodo per la partecipazione alla Santa messa e per la lettura spirituale.
Per quanto riguarda al fedeltà, in una lettera di direzione spirituale a Pietro Leopoldo Ricasoli il Lanteri esorta: «Io non potrò mai per questo abbastanza raccomandarle la meditazione quotidiana delle massime sante di nostra Religione, ma fatta con vero impegno e con affetto, e proseguita con una santa ostinazione, e sempre, per quanto si può, in una data ora fissa del giorno. Gioverà poi molto a facilitarle un tale esercizio la lettura spirituale fatta ogni giorno tranquillamente sopra i libri scelti di pietà».
Ad una dama penitente raccomanda: «Fare gran caso della fedeltà negli esercizi di pietà, guardarsi da quel tacito disprezzo con cui si dice che non importa lasciare la meditazione, o la lettura, o l’esame etc., ora per compiacere agli uomini, ora per qualche occupazione o indisposizione. Sanno i demoni che se non tagliano allo spirito questi capelli, mai non potranno legare questo Sansone».
E, a Suor Crocifissa Bracchetto circa la fedeltà alla meditazione scrive: «Cominciarla con desiderio ed amore. Non lasciarla mai, né diminuirla per noia, o distrazione. Vale più un’oncia di orazione fatta con pazienza, che mille libbre d’orazione con fervore sensibile».
Per quanto riguarda l’importanza degli esami (particolare e generale), così il Lanteri raccomanda ad una religiosa:
«Nell’ora del Vespro, procuri di fare il suo esame particolare sopra l’acquisto di qualche virtù, o l’emendazione di qualche difetto; essendo che la persona spirituale deve sempre avere in vista qualche nuovo acquisto di virtù, per cui deve ordinare il suo esame particolare ed il frutto di sue meditazioni e comunioni. Io molto le raccomando la pratica di questo esame, acciò l’anima sua non divenga simile alla vigna dell’uomo pigro, della quale dice il Savio che passò per essa, e vide che la siepe d’intorno era caduta e che ogni cosa era piena d’ortiche e di spine, onde, affinché l’anima sua non cada in così misero stato, sia molto sollecita di valersi di questo mezzo, né mai desistere, né perdersi d’animo per le difficoltà...».
La invita anche a non trascurare il ritiro mensile:
«Un altro mezzo le propongo per tenersi stabile nella strada della perfezione, ed è il fare ogni mese un giorno di ritiro, e vorrei che lo facesse con tutto l’impegno, come fa ora nel noviziato. Si guardi di lasciarsi entrare in capo quell’inganno che per trovarsi in un officio, in cui non può avere un giorno tutto libero per potervi attendere, sia meglio non lo fare; questo è un consiglio della tiepidezza che induce con vani pretesti a non fare nulla, perché non si può fare tutto. Ma come si vede chiaro che male la discorrerebbe chi, per non poter fare un pranzo di mezz’ora, lasciasse di farlo di un quarto, e si rimanesse tutto il giorno digiuno, così può facilmente scorgersi l’insussistenza di questa scusa; onde non la pensi così, ma lo faccia al meglio che può, e sempre lo faccia, benché non avesse tempo che di fare una sola meditazione ed un esame sopra lo scorso mese».
In una lettera ad una signora – con chiaro riferimento alle regole ignaziane sul discernimento degli spiriti - il Lanteri spiega che una tristezza buona in seguito ad una caduta viene da Dio, mentre una tristezza cattiva viene dalla superbia.
«Dobbiamo guardarci più che mai dopo la caduta degli effetti della superbia. Anche la superbia sa pentirsi dei mancamenti e con grande pentimento, e tale che induce talvolta a una durissima penitenza, fino alla disperazione, poiché non può soffrire la vista dei suoi peccati, non tanto per il dispiacere di aver offeso Dio, quanto per vedersi difettoso. Ora a questo cattivo dolore e pentimento si deve gagliarda resistenza, perché cagiona nell’anima una tristezza inutile che non nasce da Dio, né per Dio, ma dalla propria presunzione e dal non conoscere l’uomo la propria fiacchezza e miseria, e in questo tempo che perde, dolendosi inutilmente, commette maggior colpa di quella per cui si duole...».
Non mancano inoltre nelle lettere gli inviti al combattimento del difetto predominante. Ad esempio ad una dama penitente il Lanteri suggerisce: «Mi guarderò dall’ozio, come fonte di ogni male, e sempre mi terrò occupata nel lavorare, o nel leggere, o nel pregare...; farò sempre tutto con grande volontà, e per Dio, e anche le cose piccole avranno grande peso».
Per quanto poi riguarda l’importanza dell’apertura del cuore alla guida spirituale, così raccomanda alla medesima: «Manifestare tutte le tentazioni al Padre spirituale: è indicibile il bene che se ne ricava, 1) per l’atto di umiltà; 2) per i lumi che si ricevono; 3) per la riformazione, o perseveranza della nostra condotta».
3. Gli esercizi spirituali come efficace mezzo apostolico
Guardando al suo mondo con occhio di fede, e pieno di una tale sollecitudine per la salvezza della persona umana, il Lanteri coglie con forza e con dolore il divario grande che esiste sovente tra ciò che si crede e ciò che si vive. Gli uomini e le donne della sua società in genere sono cristiani, hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e si dicono seguaci della dottrina di Cristo. Però, nel concreto, dato un ambiente sociale sempre più alieno dai valori di questa fede, molti sono portati quasi insensibilmente a giudicare, a scegliere, a orientarsi in base a criteri diversi da quelli evangelici.
Il Lanteri, guidato dallo Spirito a sentire fortemente l’esigenza, nella Chiesa, di un mezzo pratico, accessibile alla gente di tutte le condizioni sociali, ed efficace, per aiutare tutti a far «far rivivere la fede, e riformare i costumi»[34], sceglie – anche in forza della propria esperienza spirituale – gli esercizi spirituali.
«... gli esercizi di S. Ignazio non consistono solamente nel passare alcuni giorni nella quiete dell’orazione, e nell’impiegare maggior tempo per attendere a Dio solo ed all’anima sola, ma consistono nel meditare una serie di verità, non comunque una dopo l’altra, ma una in conseguenza dell’altra, le quali unite con ordine
- presentano all’intelletto un’istruzione adattata, a ciascuno, e come completa di quanto si ha principalmente da credere ed operare verso Dio, il prossimo, e se stesso, e una vera fonte di verità e miniera inesauribile di sapienza divina;
- e presentano alla volontà, quanto al passato, una macchina potentissima per espugnare il cuore, ed un metodo efficacissimo per purgare l’anima dalle ree affezioni con farle conoscere, piangere e confessare; quanto al presente, una scienza pratica per avanzarsi con l’imitazione delle virtù quotidiana ed eroiche di Gesù, e un metodo canonico, ossia approvato dalla Chiesa per santificarsi grandemente; quanto all’avvenire, un piano di riforma interna ed esterna che dura.
Insomma gli Esercizi di S. Ignazio sono, in genere, uno strumento potentissimo della Divina Grazia per la riforma universale del mondo, ed in particolare, un metodo sicuro per ciascuno di farsi santo, gran santo, e presto».
Ecco un altro brano nel quale il Lanteri descrive l’efficacia degli esercizi in ordine alla santificazione:
Cos’è farsi santo? È distruggere l’uomo vecchio e vestire l’uomo nuovo...; si debbono dunque lavare le macchie del peccato; si deve ristabilire la somiglianza, l’immagine di Dio, la quale consiste non nel somigliargli nell’onnipotenza, Sapienza, immensità, ma nella santità, cioè nel rendersi modello delle sue virtù...
- Essere santo vuol dire, quanto alla memoria [36], dimenticarsi di tutto il creato e non occuparsi che di Dio, trovare Dio in tutti gli avvenimenti, vedere Dio in tutte le cose, riferire tutto a Dio, essere sempre fisso in Dio, rassomigliare così a Dio stesso che sempre si occupa di se stesso, si compiace di se stesso, è beato di se stesso.
- Essere santo vuol dire, quanto all’intelletto, disprezzare tutte le cose terrene, stimare solo le eterne per venire così a stimare niente, disprezzare niente altro che ciò che stima o apprezza Dio stesso, e uniformare così i nostri giudizi con quelli di Dio, i quali soli sono giusti ed infallibili.
- Farsi santo vuol dire, quanto alla volontà, raddrizzare i suoi desideri e timori, cioè non desiderare né temere che l’eterno; non essere soggetto alle sue prave inclinazioni che fanno che l’uomo desideri o tema ciò che non deve né desiderare né temere, per essere inoltre [pronto a] tenere lontano dal cuore ogni perturbazione o mutazione, essendone la causa di queste il desiderio o il timore di cose terrene, e così venire ad avere un cuore quieto, tranquillo e immutabile... Ora tutto ciò si opera nei S. Esercizi.
Più ancora farsi gran Santo vuol dire essere disposto a praticare sempre nelle occasioni, atti eroici di fede, di speranza, di carità verso Dio, verso il prossimo, avere sempre per fine del suo pensare, parlare, operare la Maggior Gloria di Dio. Ora anche a questo ci portano i Santi Esercizi. [...]
Dunque lo scopo di questi Esercizi si è farci Santi, gran Santi e presto; e noi dobbiamo corrispondervi perché Dio lo merita, la vocazione lo esige, il mondo ne abbisogna e vi entra il nostro interesse. [...] Chi ci può essere utile fuori di lui fonte e sola fonte d’ogni bene? È ingratitudine enorme dunque non farsi santo».
Il Lanteri è entusiasta degli Esercizi ignaziani: «non essendovi al mondo cosa così interessante quanto il poter passare tranquillamente alcuni giorni unicamente occupati dai grandi oggetti, Dio, Anima, Eternità»[38], è convinto che «gli Esercizi di S. Ignazio meritamente si possono preferire a qualunque altro genere di predicazione... L’esperienza dimostra quanto siano stati benedetti dal Signore, atteso il grandissimo frutto che se ne vede, sempre che si danno e si fanno come si deve»,
trovando quindi negli stessi Esercizi «il fine essenziale» del suo carisma apostolico: «Gli Esercizi si daranno esattamente secondo il metodo insegnato da S. Ignazio. Gli Oblati di Maria Santissima vi si consacreranno con tutto l’impegno possibile, usando tutte le avvertenze proposte dal santo Autore, e le industrie suggerite dall’esperienza, e perciò ne faranno uno studio particolare e consulteranno chi ne ha l’esperienza».
Non a caso nelle Costituzioni degli Oblati di Maria Vergine al primo posto della loro missione ecclesiale vengono indicati gli esercizi: «attendono, con tutto l’impegno, alla santificazione del popolo di Dio, principalmente col guidare gli Esercizi Spirituali e col promuoverne la pratica il più possibile, sia in pubblico sotto forma di missioni popolari, secondo la genuina tradizione lanteriana, sia in privato, preferendo lo spirito e il metodo proposto da S. Ignazio».
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Un senso genuino di fedeltà alla Chiesa

1. «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7,16)
Con queste parole, Cristo, nello svolgere la sua missione di profeta, esprime la sua fedele adesione al Padre che lo ha mandato e che egli ama. Sono parole che rivelano al Lanteri un atteggiamento profondo del cuore di Cristo che egli vuole ricopiare nel proprio spirito e nella propria prassi. Di qui il suo amore e la sua piena adesione alla Chiesa, dalla quale egli si sente mandato nel suo ministero apostolico. Vuole seguire in tutto le decisioni della Chiesa.
«Il ministro della parola di Dio deve poter dire sempre ai suoi auditori con il Divino Maestro: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Gv 7,16), cioè della Chiesa. Deve egli insomma essere banditore sincero di non altro che delle decisioni della Chiesa sui dogmi della Fede, o sui precetti di morale; altrimenti facendo, esce fuori delle missione, e falsamente pretende di parlare a nome della Chiesa, dicendo ciò che essa non ha mai detto».
Il Lanteri si accorse come in Piemonte venissero insegnati i principi di Richer, Van Espen, Febronio, Eineccio e Genovesi, mediante la libera circolazione di testi che facevano male alla Chiesa, alla fede e al buon costume. Rimase perplesso dell’atteggiamento di alcuni ecclesiastici e sul modo con cui cercavano di imporre le loro opinioni, causando mala fede o ignoranza. Si accorse anche che vi erano prelati che supponevano che le Costituzioni pontificie, soprattutto quelle contro il giansenismo, fossero abbastanza conosciute, «ciò che purtroppo non è».
Toccato al vivo vedendo come si propagavano ampiamente nel suo mondo gli errori «massime degli increduli, e dei novatori in dogmatica e morale», il Lanteri sentì «quanto grande sia l’obbligo di obbedire ad ogni decisione e precetto del Capo universale della Chiesa e professare e difendere la dottrina della Chiesa Romana», e «il danno che può cagionare un solo principio falso in materia di Religione».
I testimoni della sua vita, riconoscono nel Lanteri l’energia con la quale si è dedicato a sostenere la verità insegnata dalla Chiesa. Solo il suo amore per la Chiesa e l’apprezzamento per il suo ruolo insostituibile di maestra, spiega l’energia con la quale include nel suo progetto apostolico il proposito di «combattere fortemente ogni errore dalla Chiesa proscritto, e a difendere anche a costo della propria vita qualunque verità cattolica e decisione e ordinazione della Santa Sede».
2. Principi che si erano fatti strada
Il Lanteri oltre ad aver dedicato parte del suo tempo allo studio degli errori correnti in materia di fede e di costumi fu anche molto attento alle correnti di pensiero che venivano a minacciare i fondamenti della fede cristiana. Ecco quali erano i principi che in quel tempo si erano fatti strada.
2.1. Ragionare sulla religione
I principi di Rousseau, di Condillac, di Diderot, dei "filosofi" e dei politici, che avevano causato le rivoluzioni, si fecero strada, tanto da essere creduti da persone ben pensanti.
«S’insinua d’assuefare fin da principio i fanciulli a ragionare sulla Religione, piuttosto che a credere all’autorità, come generalmente parlando più si conviene a tutti i fedeli e tanto più ai fanciulli, eccetto che si vogliano alleviare secondo le massime di Rousseau».
Più che ad appoggiarsi ad una autorità esterna, ad una morale di tipo eteronomo, si spingeva l’individuo ad avere come unico riferimento la propria ragione per una morale autonoma.
In questo clima culturale il Lanteri manifestò una particolare preoccupazione per i giovani: «oltre la disobbedienza alla Chiesa e il disprezzo dell’Ecclesiastica Autorità, che trae sempre seco il disprezzo dell’Autorità civile, si fanno lecito ancora di leggere senza scrupolo qualunque altro libro proibito, e così resta loro aperta la strada d’infettarsi in ogni genere di vizi ed anche di macchinare e di tentare tutto contro la Religione e il Trono».
2.2. L’idolo dell’opinione
Lanteri notò come gradualmente si stesse mettendo da parte l’autorità religiosa e civile, per sostituirla con l’opinione pubblica.
L’idolo dell’opinione fu il principio della Rivoluzione di Francia. Antonio Genovesi aveva colto questo, tanto che asserì: «il Signor dell’opinione è il Sovrano dello Stato, governandosi i popoli più per l’opinione che per la forza delle Armi».
Lo stesso Genovesi, evidenziando l’utilità che derivava al sovrano dal prendere in mano le scuole levandole agli ecclesiastici, affermò: «Le grandi opinioni nascono nella scuola e si diffondono nel popolo. In questa scuola si forma il prete, il frate e da questi è sparsa e conservata ogni opinione ... con cinque ovvero sei collegi turchi in capo a tre età non si avrebbe che una città turca».
Si comprende, considerando quest’aspetto, tutta l’azione di Lanteri a favore degli universitari, della stampa e della diffusione dei libri, contro le strumentalizzazioni dell’opinione pubblica, che spesso allontanavano dalla verità e dall’autorità.
Lanteri fu fermamente convinto che «per il credere come per l’operare» ci si deve formare «su principi certi e non sopra opinioni, che non sono mai state la dottrina della Chiesa, la quale appoggia sempre sul solo certo». Lanteri volle che fosse sua guida la verità: «non voglio che questa per guida e non mai l’opinione».
2.3. La libertà di coscienza
Ciò che caratterizza il XIX sec. fu infine la ricerca dell’indipendenza e del riconoscimento della libertà di coscienza. Nell’Enciclopedia si dipinse un uomo che nasce con una libertà senza limiti e che si dà da sé un ordine in una cornice relativa. Non sarebbe quindi Dio ad avere iscritto un ordine nell’uomo (la legge naturale). Di conseguenza l’uomo porta dentro di sé la relatività e non l’eternità.
3. L’attività del Lanteri nel contesto storica degli anni 1798-1814
È in questo periodo storico che certamente più risalta la fedeltà e l’amore del Lanteri per la Chiesa. Il dominio francese, infatti, attaccò apertamente la Chiesa di Roma e chiunque difendesse il legame ecclesiastico con Roma. Il concordato del 1802 tra la Santa Sede e Napoleone migliorò lievemente la situazione della Chiesa in Europa, anche se la sua libertà era apparente e sempre sotto la minaccia dello scisma nazionalista. Nel 1806 si arriverà pure a istituire per il 15 agosto una festa in onore di un san Napoleone mai esistito e si promulgano catechismi imperiali.
In questo clima tempestoso attraverso le “Amicizie” il Lanteri provvide a diffondere opuscoli e libri che difendevano l’autorità del Santo Padre e il suo primato e altri che diffondevano la sana dottrina morale di S. Alfonso confutando vari errori diffusi dagli illuministi del tempo. Instancabile era la sua attività di lettura e di informazione su quanto si stampava a livello europeo, come sentinella della verità, pronto a segnalare e refutare l’errore, cosa nella quale era un maestro impareggiabile:
«Ed in ciò non si poteva desiderare più abile maestro; poiché esso aveva logorata col leggere la vista, e la sanità, e leggeva con sì profondo criterio, che a prima giunta, ed a pochi tratti conosceva non tanto lo scritto, quanto lo spirito dello scrittore; nemmeno leggeva solo di passaggio, ma con serbar impresso talmente il giudizio di ciascuna dottrina, che di moltissimi autori teologici, ascetici, polemici, o morali che fossero, ben sapeva accennare in qual argomento, e per qual capo il tale o tal’altro avesse detto meglio, e quale in una materia, quale in un’altra dovesse preferirsi».
Il Lanteri stesso scrisse diversi opuscoli polemici che furono diffusi dalle “Amicizie”. Oltre tutto provvide a diffondere quanto più poteva vari documenti magisteriali e altri scritti teologici che confermavano la santa dottrina del primato del Santo Padre nella Chiesa universale:
«Dirò circa la fede, che premeva sempre nell’inculcare l’unione colla Chiesa Romana, al quale intendimento divulgò quanto poté la raccolta delle migliori pastorali de’ Vescovi di Francia contro la scismatica Costituzione civile del Clero, e quelle, in cui si spiegavano i caratteri dell’ubbidienza di cuore e universale dovuta alla Santa Romana Sede; gli scritti dell’Abate Barruel contro lo scisma, i Brevi del Sommo Pontefice Pio VI e la Bolla Autorem Fidei, di cui ne procurò e distribuì molte copie. Quando poi in quell’epoca infelice s’insegnavano le quattro proposizioni contenute nella supposta difesa della dichiarazione del Clero gallicano, vi si oppose con un’edizione dell’opera del Ballerini De vi et ratione Primatus Rom. Pontificis, di cui me ne regalò una copia: divulgò la Conclusione teologica d’Onorato Tournely portante che l’unione colla Sede di Pietro, vale a dire col Romano Pontefice sia «de necessitate salutis», e che il Papa sia infallibile nelle sue decisioni dottrinali».
Il Lanteri oltre a difendere con la penna, con la carta e con la parola il Santo Padre e il suo magistero, si diede anche da fare per sovvenire direttamente alle necessità del Papai nella sua relegazione savonese. Napoleone, come è noto, aveva fatto sì che il Papa venisse a trovarsi nel più completo isolamento morale: né persone né cose potevano giungere a lui se non attraverso il più rigoroso controllo della polizia. Ora fu proprio il Lanteri che si preoccupò di formare a Torino una specie di comitato segretissimo per venire incontro al Sommo Pontefice, sia con somme pecuniarie, sia col fargli pervenire, nella maniera più segreta, documenti e notizie che potessero essergli utili in una situazione tanto dolorosa e angustiata.
Venendo a sapere che Pio VII desiderava avere gli atti del Concilio Ecumenico di Lione, allo scopo di dimostrare a Napoleone le infondatezze delle sue pretese, il Lanteri trascrisse subito quegli atti e li affidò al coraggioso Cavaliere d’Agliano; il quale essendo riuscito ad ottenere finalmente una udienza del Papa, mentre si prostrava al bacio del sacro piede, lasciò scivolare il fascicolo fra le pieghe della bianca veste del Santo Padre, il quale poté effettivamente servirsene.
Durante questo periodo, in seguito alla chiusura delle “fabbriche” ordinata dall’autorità occupante, il Lanteri decide di adibire a questo uso della sua proprietà La Grangia per dare gli esercizi spirituale e formare – anche tramite corrispondenza epistolare - le coscienze.
4. Sentire con la Chiesa
Per il Lanteri e per gli Oblati il “sentire con la Chiesa” significa «professare un’intera, sincera, ed inviolabile obbedienza all’autorità» della Santa Sede, ed un «attaccamento intero» al suo insegnamento. Una fedeltà che dev’essere capace di quello spirito di tolleranza che essa ha e che forma «uno dei suoi pregi»: «la facoltà di tollerare dei figli rivoltosi nell’atto stesso che solamente disapprova qualche dottrina: facoltà preziosa al materno suo cuore, finché Ella milita tra i Viatori e necessaria a chi “non è venuto per perdere anime, ma a salvare” (cfr. Gv 12,47)».
Questo Lanteri lo dimostrò in occasione dell’approvazione a Roma degli Oblati. Nonostante la sua avversione al gallicanesimo, non fu d’accordo con mons. Marchetti ad andare all’eccesso:
«Il sentire con Roma in generale vuol dire tenere per meglio, per certo, per probabile, per tollerabile quello che tale si giudichi dalla Santa Sede. Ora gli Oblati s’impegnano a sentire con Roma; dunque s’impegnano a tenere per tollerabile ciò che dalla Santa Sede si tollera».
La Chiesa avvisa per tempo ciò che è dottrina definita, ciò che è condanna o che disapprova. Lanteri insiste a sentire «in omnibus con Essa». Questo vuol dire che: «disapprovando a suo esempio quelli che sono restii, li tollereremo finché la Chiesa li tollera, né giudica ancora di cacciarli di casa. [...] dunque per sentire in omnibus con la Chiesa Cattolica bisogna riprovare le loro proposizioni come le riprova la Chiesa, e tollerare gli individui che le professano come e finché li tollera la Chiesa».
In altre parole egli fece sua la frase di Sant’Agostino: «In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas».
5. Il giuramento di fedeltà degli Oblati
Nelle attuali Costituzioni gli Oblati all’art. 8 si legge: «Sull’esempio del loro Padre Fondatore gli Oblati professano, come loro caratteristica, un’intera, sincera, ed inviolabile obbedienza all’autorità della S. Sede, ed un attaccamento intiero al suo Magistero.
Espressione di fedeltà al Magistero della Chiesa e di obbedienza al Vicario di Cristo è la professione di fede e il giuramento di vera obbedienza al Romano Pontefice che si rinnova, preferibilmente in comunità, ogni anno nella festa di San Pietro, protettore della Congregazione.
Essendo la Chiesa particolare il luogo in cui gli Oblati vivono ed esprimono il loro impegno apostolico, essi si inseriscono nella pastorale locale, che ha nel Vescovo il primo responsabile e seguono le sue direttive e quelle delle Conferenze Episcopali».
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Un amore filiale per Maria

1. Alle radici dell’affidamento del Lanteri a Maria
Forse sembrerà strano, ma alla radice dell’affidamento del Lanteri a Maria – ed è questa la radice che c’è anche in ogni credente – non c’è l’iniziativa personale del singolo, ma il dono pasquale del Maestro che dall’alto della croce ci ha affidati a lei, la Madre, e a lei affida ciascuno di noi. Il Lanteri ha capito questo e ha accolto questo immenso dono. L’affidamento del Lanteri a Maria è dunque la risposta al duplice amore di Cristo che ci affida a Lei e di Lei che ci accoglie come figli nel Figlio.
La radice della spiritualità mariana è proprio in questa risposta-accoglienza di questo dono, che coinvolge tutta la personalità umana e spirituale del discepolo.
Fin da piccolo il Lanteri ha intuito l’importanza di questa risposta al dono che il Cristo ci fa di Maria, e che fa anche personalmente a lui dall’alto della croce, approfondandolo e consolidandolo per tutta la sua vita. Un episodio significativo è certamente quello che segue alla morte della mamma, quando il Lanteri aveva solo quattro anni. Il padre, Pietro, lo guidò molto da vicino, educandolo nella fede.
Dal padre Bruno apprese una tenera devozione alla Madonna. Fu infatti il papà stesso a proporgli Maria come Madre quando, probabilmente nella chiesa di Santa Maria della Pieve presso la tomba dove venne sepolta la moglie Margherita, lo affidò a Maria, affinché gli fungesse da madre. Così un profondo legame di cuore con Maria venne a stabilirsi fin dai primi anni della sua vita in famiglia.
2. L’affidamento a Maria
Già dai primissimi anni della sua vita, il Lanteri imparò a vedere nella Vergine Maria sua madre. A lei fu affidato dal padre dopo la morte della propria mamma: «D’ora in poi lei sarà la tua mamma». Aveva solo quattro anni. Più tardi il Lanteri, quando avrà toccato la sessantina, sovente diceva agli amici: «Per me non c’è stata altra mamma che la Santissima Vergine Maria e io non ho ricevuto altro che carezze e favori da una Madre così buona».
All’età di ventidue anni il giovane Lanteri, nell’imminenza dell’ordinazione al primo degli ordini maggiori, il suddiaconato, si affidò a Maria.
«Cuneo, il 15 agosto 1781. .
Sappiano tutti coloro nelle mani delle quali capiterà questa mia Scrittura, che io sottoscritto B. [Bruno] mi vendo per schiavo perpetuo della Beata Vergine Maria Nostra Signora con donazione pura, libera, perfetta della mia persona, e di tutti i miei beni acciò ne disponga ella a suo beneplacito come vera, ed assoluta Signora mia. E siccome mi riconosco indegno di una tal grazia prego il mio S. Angelo Custode, S. Giuseppe, S. Teresa, S. Giovanni, S. Ignazio, S. Francesco Saverio, S. Pio, S. Bruno acciò mi ottengano da Maria Santissima che si degni ricevermi tra i suoi schiavi. A conferma di ciò mi sottoscrissi. Pio Bruno Lanteri».
Apparentemente questo atto sembra esprimere un semplice omaggio a Maria, frutto di una devozione fondata poco da un punto di vista teologico, ma solo sentimentale, poiché non vi appare nessun riferimento esplicito a Dio e a Gesù Cristo presente invece nell’atto di schiavitù proposto da S. Luigi Maria De Monfort.
Ma se noi leggiamo anche quanto il Lanteri scrisse poco dopo aver redatto la sua “scrittura di schiavitudine” nel suo Direttorio Spirituale, possiamo cogliere tutta la profondità teologica della sua “scrittura” e la sua intrinseca relazionalità all’onore e alla gloria di Dio:
«Voglio avere un amore tenero verso Maria Vergine e confidenza in lei di figlio a sua Madre, e in grado tale, che mi paia impossibile che mi permetta di essere vinto e perisca in quella battaglia: ricorrerò dunque a Lei come un pulcino si ricovera sotto le ali di sua madre alla voce del nibbio vorace, e dopo l’atto d’amor di Dio dirò: “Monstra te esse matrem etc. Sub tuum præsidium etc. Maria mater gratiæ etc. ”, e ciò farò con quella confidenza che un bambino usa con sua madre domandandole ciò che fa di mestieri con gran sicurezza, come se fosse tenuta a concederglielo, e a lei ricorrendo in tutti i suoi travagli, cosicché resta la madre come obbligata, e ricava quindi motivo di voler più bene al figlio, e se le madri di quaggiù cattive qualche volta, pur non sanno negare niente, che si dirà della Gran Madre di Dio? Mi approfitterò di tutti i meriti, grazie e privilegi di questa mia Signora come chi sa di aver ad essi quel diritto che hanno i figlioli alla madre... Unirò i miei atti di fede, speranza, carità ai meriti di mia Madre, e così inseriti in un traffico sì grande e ricco, crescerà a dismisura il povero mio capitale».
Dietro queste frasi di Pio Bruno vi è il riferimento al libro dell’abate Henry-Marie Boudon da cui anche il Monfort trasse ispirazione per la sua teologia mariana:
«Boudon parlò della santa schiavitù alla Madre di Dio, consistente non nel fare pratiche di devozione o recitare preghiere o fare mortificazioni, ma soprattutto e prima di tutto nel consacrare la propria libertà, il proprio cuore e le opere buone al totale servizio di Maria».
Questa certamente era l’intenzione del Lanteri nel mettersi totalmente nelle mani di Maria, sua Madre, in piena fiducia e confidenza. Questo gesto, visto il primato assoluto di Cristo come unico Mediatore tra il Padre e l’umanità, è giustificabile solo alla luce della misteriosa volontà di Dio che ha fatto sì che una piccola fanciulla di Nazareth fosse intrinsecamente inserita nel mistero dell’Incarnazione del suo Verbo, diventandone madre in quanto alla natura umana, proprio in Lei e da Lei assunta. È in forza di questo mistero che Ella partecipa spiritualmente alla generazione di tutti i membri del Corpo Mistico diventandone Madre attraverso la Chiesa, la quale estende a tutti i tempi e luoghi la maternità di Maria. Questo è, in effetti, quello che il Monfort chiama “il segreto di Maria”. Sapere cioè che Dio ha scelto Lei per realizzare nello Spirito Santo la santificazione di tutti i suoi “figli adottivi” (Rm 8,15) invitati ad affidarsi totalmente a Lei, come mezzo assolutamente il più sicuro, facile e certo per realizzare la propria santificazione, cioè la propria conformazione a Cristo.
3. Con confidenza di figlio
Verso questa «Madre sì buona» il Lanteri sente un «amore tenero» ed una confidenza di figlio.
«O Signora, se per tuo mezzo il tuo Figlio è diventato nostro fratello, non sei tu forse diventata nostra Madre? E se vi ho offesi tutti e due, tutti e due siete clementi e pieni di pietà. Dunque fuggirò l’ira del Dio giusto ricorrendo alla pia Madre, l’ira dell’offesa Madre ricorrendo al benigno Figlio. E dirò: O Dio che ti sei fatto Figlio di Donna a causa della nostra miseria, o Donna che ti sei fatta Madre di Dio per la sua misericordia, o avete compassione di me peccatore, o mostratemi altri più misericordiosi a cui rivolgermi».
«Vergine Santa, Madre di Dio, e madre mia, io vi domando due cose che mi sono ugualmente necessarie: datemi vostro Figlio, è il mio tesoro, senza di lui sono povero; date me a vostro Figlio, è la mia saggezza, la mia luce, senza di lui sono nelle tenebre. Tutto a Gesù per Maria. Tutto a Maria per Gesù. Come la vita naturale di Gesù nel seno di sua Madre dipendeva totalmente da Lei, così nella vita della grazia, di cui non c’è nulla di più fragile – perché anche un fantasma, un pensiero può rovinarla – ricorriamo a Maria nostra Madre, lei non mancherà mai di sovvenire ai nostri bisogni, se noi non usciamo fuori dal suo seno».
Da anziano il Lanteri, quando avrà toccato la sessantina, sovente diceva agli amici: «Per me non c’è stata altra mamma che la Santissima Vergine Maria e io non ho ricevuto altro che carezze e favori da una Madre così buona». Spesso la chiamava sua Madre, sua Maestra, sua Nutrice, suo Paradiso.
Nel testamento, scritto verso il 1816 a motivo della scarsa salute, il Lanteri si raccomanda a questa cara Madre:
«Raccomando l’anima mia alla Ss. Triade, al S. Cuore di Gesù, alla Beatissima Vergine Maria che mi fu sempre tenera Madre, a S. Luigi, S. Francesco Saverio, al mio Angelo Custode, al B. Alfonso de Liguori, a tutti i Santi ed Angeli del cielo che spero presto di vedere come fratelli in paradiso, alle preghiere della Santa Cattolica, Apostolica e Romana Chiesa nel cui seno m’intendo e voglio vivere, e morire, ed a quelle dell’infrascritto mio Esecutore testamentario, e di tutti i miei parenti, ed amici».
4. Maria e gli Oblati di Maria Vergine
Gli Oblati – scrive il Lanteri - sono «pienamente a Maria Vergine dedicati» e: «si propongono di attendere seriamente alla salute e santificazione di se stessi per via dell’imitazione la più attenta di Gesù Cristo che si propongono per modello in ogni azione, unitamente agli esempi di Maria Santissima loro cara Madre».
Il Lanteri vuole che per gli Oblati Maria sia modello, scala, scuola, aiuto per conformarsi a Gesù:
«In ciascuna azione hanno dunque sempre Gesù innanzi agli occhi; Gesù è sempre il loro compagno ed il loro modello, e si studiano d’imitarlo nel modo più perfetto, sia quanto all’interno che all’esterno, unitamente agli esempi di Maria Santissima, per rendere in questo modo, con l’intercessione di Maria più somigliante a Dio, l’immagine impressa nella nostra anima».
Centrale alla devozione a Maria è l’attenzione alle sue virtù evangeliche per imitarla nel suo modo di vivere e così accogliere da lei Cristo e a lui conformarsi. Il Lanteri invitava i suoi Oblati a chiedere a Gesù e Maria...
«... una grande somiglianza ed unione con Gesù, ove consiste tutta la santificazione nostra, poiché così continuamente [gli Oblati] si esercitano a conservare la memoria non dissipata, ma dolcemente fissa in Gesù, ad assuefare l’intelletto a vedere e giudicare sempre ogni cosa secondo Gesù, a tenere la volontà sempre tranquilla ed unita a quella di Gesù. Insomma, così sono sempre in compagnia di Gesù, conversano sempre con Gesù, sempre uniti con Gesù nelle intenzioni e nelle azioni, e così diventano una copia viva di Gesù. Così Gesù forma l’unico tesoro del loro cuore; così Gesù abita nei loro cuori, ed essi abitano nel Cuore di Gesù».
L’Oblato sa di trovare in Lei una madre nel suo progetto spirituale. Sente che tutta la sua identità nella Chiesa nasce da Maria, si svolge in Maria, prende forma concreta con il patrocinio di Maria, ed esprime questa convinzione chiamando Maria «la sua fondatrice». Maria è anche la sua maestra, che protegge la Congregazione da ogni errore di dottrina[5] ed esercita verso di essa «un’assistenza veramente speciale e mirabile».
Sullo stemma degli Oblati leggiamo: «Mariam cogita, Mariam invoca». È una frase di San Bernardo che ci invita a contemplare la figura di Maria come ce la presenta il Vangelo, modello di disponibilità totale alla Parola e allo Spirito; e a invocare Maria, con una preghiera fiduciosa che sa rimettere alla sua materna intercessione tutto il nostro essere e agire.
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Un senso vivo della misericordia di Dio

1. Le fonti del senso vivo della Misericordia nel Lanteri
Il Dio che ha afferrato il P. Lanteri è un Dio di bontà e di misericordia: il Padre che ha mandato suo Figlio, come buon Pastore, a salvare tutti gli uomini. P. Lanteri pone il Cristo dolce e misericordioso al centro di tutto. Lo sperimenta come compagno di vita, come suo maestro, suo modello, suo aiuto, sua ricompensa.
È il compagno privilegiato nella vita: «indirizzerò le cose a lui, chiederò lume da lui e forza, osserverò come farebbe nel caso mio, lo pregherò del suo Spirito nelle mie azioni»; «sono [gli Oblati] sempre in compagnia di Gesù, conversano sempre con Gesù»; «si esercitano a conservare la memoria... dolcemente fissa in Gesù, ad assuefare l’intelletto a vedere e giudicare sempre ogni cosa secondo Gesù, a tenere la volontà sempre tranquilla ed unita a quella di Gesù».Gesù, come uomo, è il maestro ed il modello che insegna «ad un tempo con la sua dottrina e con l’esempio il vero modo di servire Dio». In tal modo, l’imitazione di Cristo diventa il punto focale di tutto il cammino spirituale del Lanteri; è qui che orienta tutte le sue energie interiori, è qui che si indirizzano tutti i desideri più profondi del suo cuore. È «l’imitazione più attenta di Cristo» che egli si propone «per modello in ogni azione» che costituisce il centro della sua spiritualità. Egli vuole diventare «una copia viva di Gesù», «perché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale» (2Cor 4,11). È una passione spirituale che impara dalla seconda e dalla terza settimana degli Esercizi ignaziani.Lo stesso Gesù è il suo aiuto, la sua ricompensa, il suo tesoro. Agli Oblati dirà che vivendo così,
Gesù forma l’unico tesoro del loro cuore; così Gesù abita nei loro cuori, ed essi abitano nel Cuore di Gesù. [C’è] qualcosa di più grande e più consolante di questo?
Il Cristo che lo affascina è il Cristo della Meditazione del Re e delle contemplazioni sulla vita privata, pubblica, e sulla passione: il Cristo umile, povero, mansueto, e il Cristo che, mentre va per le città e villaggi predicando, insegnando, e curando le infermità della gente, alla vista del suo disorientamento, si muove a compassione, mentre sorge nel suo spirito un grido: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi!» (Mt 9,37).
Sono questi i tratti del Cristo che il Lanteri ha trasfuso nelle sue maniere dolci e delicate e nella sua prassi penitenziale tutta improntata all’accoglienza e alla misericordia di Gesù buon Pastore in un tempo in cui i fedeli penitenti dovevano subire la freddezza glaciale dei confessori giansenisti e rigoristi.
Oltre ad attingere questi tratti dalla contemplazione di Cristo negli Esercizi spirituali, tratti nei quali il Lanteri si è ben conformato al suo Maestro e Modello, una seconda fonte che spiega la dolcezza, la delicatezza e bontà del Lanteri è da identificare nella spiritualità salesiana.
S. Francesco di Sales seppe far emergere dalla spiritualità ignaziana tutta la sua potenzialità in riferimento alla fraterna comunione d’animi in Gesù Cristo. Le forti esigenze dell’austerità ignaziana sembrano rese più dolci e soavi dalla tenerezza dell’amicizia spirituale, dalla mitezza e serenità del vescovo di Genève. L’influsso che san Francesco di Sales ebbe sul Lanteri giunse a lui tramite le cosiddette Amicizie che erano intrise della sua spiritualità, la quale si sviluppava e fioriva nel clima dell’amicizia spirituale volta a rendere più soavi le asprezze dell’ascesi e la tensione continua del rinnegamento di sé.
Nel suo Direttorio Spirituale il diacono Lanteri si propone di leggere continuativamente san Francesco di Sales per formarsi lo spirito. Il Lanteri fu più che fedele a questo proposito in tutta la sua vita:
«Per acquistare la virtù della dolcezza si era messo sotto il patrocinio di S. Francesco di Sales, frequente ne scorreva i trattati, e da questi, come disse sant’Agostino della S. Scrittura, aveva raccolto le massime più soavi ed amabili per averle in pronto sia in benefizio proprio che altrui. E veramente la carità e la tenerezza che mostrava alle anime e ne’ discorsi e nel confessionale e nelle loro malattie o di corpo o di spirito, erano una conseguenza di quel fare dolcissimo che aveva appreso da questo esemplare sì amabile e perfetto maestro di amore e di carità. […]
Per affetto ancor a lui per molti anni guidò nello spirito del santo fondatore parecchie buone religiose della Visitazione…».
Ad una di esse scriverà un giorno:
«…rimiri in tutto la volontà di Dio, ed operi un po’ più alla buona, ossia grosso modo, come diceva S. Francesco di Sales; né tralasci di leggere ogni giorno qualche squarcio delle opere del suo S. Padre, poiché sono propriamente fatte per procurare la pace al cuore».
2. Accoglierci e amarci come il Dio della misericordia ci ama
Caratterizzata da una grande dolcezza e serenità, la spiritualità di san Francesco di Sales imponeva innanzi tutto che queste virtù fossero applicate verso se stessi nello sforzo di guardarsi, accogliersi e amarsi così come lo si è da Dio. Senza amareggiarsi, scoraggiarsi, abbattersi per gli inevitabili fallimenti, mancanze, debolezze e peccati, sempre pronti a rialzarsi e a riprendere il cammino con più slancio di prima della caduta, fondati e radicati in un’immensa fiducia nella sconfinata misericordia di Dio:
«Rialza dunque dolcemente il tuo cuore quando cade, umiliati grandemente davanti a Dio alla conoscenza della tua miseria; ma non meravigliarti della tua caduta: è naturale che l’infermità sia malata, che la debolezza sia debole, e la miseria sia misera. Disprezza con tutte le forze l’offesa che Dio ha ricevuto da te e, con coraggio e fiducia nella sua misericordia, rimettiti nel cammino della virtù, che avevi abbandonato».
Il Lanteri assimilerà alla perfezione tutto questo e nel suo Direttorio Spirituale così si esprimerà:
«Se verrò a mancare, anche fosse mille volte, non mi perderò d’animo, non mi inquieterò, ma sempre pacificamente subito dirò nunc cœpi. Mio Dio, l’ho fatta da quel che sono. Che altro potevate aspettarVi da me? Né qui mi sarei fermato, se voi non mi aveste trattenuto. Fatela Voi ora da quello che siete. Non voglio pensare così male di Voi, che mi dia a credere che Vi lasciate vincere da che è cattivo, quando so che Vi sta tanto a cuore la mia conversione, la mia salute. Sempre paziente con me e diffidente di me, e tutto confidente in Dio buono».
E ancora, in un altro documento dell’epoca il suo pensiero raggiunge una grande profondità nella comprensione della misericordia divina e della confidenza che deve essere presente nel cuore di chi ha la disavventura di cadere nel peccato:
«Dopo la caduta si abbia maggior confidenza di quella che si avrebbe nella comunione; più la caduta è grave, e più confidenza; più uno è debole e maggiore appoggio ha di bisogno».
Sarà proprio l’esperienza di questa invincibile benevolenza di Dio che farà sì che la persona addolcisca il suo modo di relazionarsi con gli altri. Tutta la pazienza e tenerezza di Dio di cui si è stati, e si è, oggetto, straripa inevitabilmente sugli altri che vengono guardati con occhi diversi, purificati dallo sguardo misericordioso del Signore. Non si può capire la misericordia salesiana senza l’esperienza personale della paziente tenerezza divina.
3. Ministro della Riconciliazione e Direttore spirituale
Il Lanteri si sforzò di far conoscere il volto Misericordioso di Dio nella confessione sacramentale dove le persone venivano da lui rincuorate e incoraggiate alla via della santità nella cordiale, paziente e benevola accoglienza che ricevevano: «O Gesù, Gesù, si vuol rendere il vostro nome odioso, non consolante; non sanno che “olio effuso è il tuo Nome” (Ct 1,2)».
E’ questo spirito di dolcezza che cercò di trasmettere ai suoi Oblati:
«[Gli Oblati di Maria Vergine] attendono indefessamente al Confessionale pronti ad accogliere ognora tutti, massime i più bisognosi, con aria ilare e contenta. [...] Riguardo al modo si faranno uno studio particolare d’imitare il Divin Maestro nell’accogliere, e trattare sempre con tutti, massime i più bisognosi, con somma dolcezza e bontà, e i più scrupolosi con carità somma e pazienza inalterabile. Non giudicheranno mai alcun cuore invulnerabile, ma con l’orazione continua e fervente, e con la carità industriosa faranno il possibile per non lasciare perire alcuno».
In tutta la sua vita il Lanteri si industriò a questo: far conoscere il vero Dio che è Amore (cfr. 1Gv 4), presentare il vero volto di Dio conosciuto nel volto di Gesù “mite e umile di cuore” (Mt 11,29) perché gli uomini si accostassero a lui con fiducia e confidenza.
«Agli uomini, siccome non sono che miserabili, non si deve proporre quasi altro che misericordia... Il cuore dell’uomo è fatto per amare, ed ama ciò che più lo muove e gli fa impressione; scopriamogli la bontà di Dio come si deve, e ne sarà rapito e volgerà ad amarla. Santa Maria Maddalena amava il mondo e faceva grandi cose per il mondo; amò Gesù Cristo, e fece grandi cose per lui.
In Gesù Cristo non vi è solo la pazienza, ma la longanimità. Il caratteristico di Gesù Cristo è la misericordia e la compassione, quel degli uomini dev’essere la speranza. Promoviamoli ambedue».
Niente e nessuno deve turbare e rattristare la persona nella sua profondità, dove gode della presenza di Dio:
- né la tentazione, di fronte alla quale non si deve perdere la serenità, perché non è peccato sentire se manca il consentire, anzi essa è doppiamente utile in quanto non acconsentendo abbiamo dei meriti davanti a Dio e invocando il Signore e facendo atti di amore verso di Lui ci santifichiamo ancor di più;
- né i peccati, perché basta pentirsi sinceramente per ritrovare la sua presenza di grazia:
«S’impari ad andare avanti con i mancamenti, quindi presupponga anche di certo che ha da commetterne molti, poiché senza di essi servire Dio è concesso solamente in Cielo, e S. Francesco di Sales dice che la perfezione non consiste in non mai cadere, ma in rialzarsi subito, riconoscendo la nostra miseria, chiederne perdono a Dio, ma tranquillamente e senza meravigliarci, dicendo a Dio che la facciamo da quel che siamo, la faccia lui da quegli che è. Ciò che si deve imparare è cadere, sì, ma levarsi subito in piedi, domandando perdono, né mai stancarsi di rialzarsi, anche se cadessimo mille volte, perché se un fanciullo non volesse più rialzarsi e camminare, perché cade sovente o per timore di cadere ogni passo, mai più imparerà a camminare.
E perciò concepiamo un’idea grande della bontà di Dio, non misuriamola con la nostra scarsezza, figurandoci che si stanchi di tanta nostra instabilità, fiacchezza, dimenticanza, abbia da vendicarsi dei nostri peccati, toglierci gli aiuti, negarci le grazie, e per questo rispetto non ardire d’andargli a domandare perdono, quando si manca nei propositi. Non è tale il nostro buon Dio. Dio non ha bisogno di noi, se non per usarci misericordia. Attribuiamogli ciò che è suo, cioè l’essere buono, misericordioso, compassionevole, padre amorevole che ci solleva, non mai si stanca di perdonarci, che, anzi, gli diamo grande gusto ed onore quando gli andiamo a domandare perdono».
- né la nostra ripetuta debolezza, perché ogni volta basta rialzarsi con umiltà, non badando al peccato, ma al pentimento:
«Dopo la tentazione poi non stia mai ad esaminare se abbia acconsentito o no, ma si diverta ad altro, se poi non le riesce, e le viene scrupolo d’aver acconsentito, allora o lei dubita solo se le abbia acconsentito, e in tale caso non ne faccia caso, disprezzi ogni dubbio, faccia questo sacrificio del suo spirito e della volontà, e ubbidisca a P.D. [Padre Diessbach], o lei è certa, e tranquillamente lo disapprovi innanzi a Dio, si riunisca a Dio, conoscendo la debolezza, detestandolo, chiedendo perdono sicura che l’ottiene. O solo si accorge di avervi usata qualche negligenza, esservi accorsi alcuni difetti, e si ricorda che servire Dio senza difetti è solo concesso in Cielo, s’umili, e le serva di maggior confidenza in Dio. Sicché e nella tentazione e dopo, conviene che mantenga sempre tranquillità di spirito, libertà di cuore, e così servirà meglio e allegramente il Signore».
Per i peccatori che erano tentati contro la speranza aveva una capacità grande di infondere fiducia e coraggio. Per essi diffuse e fece ristampare diversi libri che permettevano la dilatazione del cuore, la pace spirituale, e animavano alla confidenza in Dio. Tra questi ricordiamo il trattato di Bergier “Sulla divina Misericordia”, e in modo speciale il libro “Tesori di confidenza in Dio”, che risultò un autentico capolavoro per tante anime combattute dagli scrupoli, e dai dubbi sulla benevola disposizione di Dio nei confronti dell’uomo peccatore e bisognoso.
4. L’amore fraterno
Il Lanteri desidera che l’amore fraterno tra gli Oblati, fondato sulla fede, assuma i tratti di una grande umanità:
«La stima che si porteranno, procureranno che sia sincera e costante e fondata sulla fede, non vedendo nei membri della Congregazione che l’immagine di Dio, i fratelli di Gesù Cristo.
L’amore con il quale si ameranno sarà un amore cordiale, quale conviene a veri fratelli di una stessa famiglia; affabile, per cui facilmente e con piacere si comunicano i sentimenti di pietà e le notizie di studio; preveniente, godendo di potersi rendere all’occasione scambievolmente qualche servizio; sofferente, sopportando facilmente i difetti tra di loro, senza neppure dare segno di risentimento e molestia. E se uno sarà stato offeso, dimenticheranno facilmente ogni cosa sapendo che la carità è un bene infinitamente superiore a qualunque altro bene.
Non contenti di amare i loro fratelli come se stessi, ansiosi ancora di aspirare alla perfezione evangelica, la loro regola sarà quella del Divino Maestro: “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,22), cioè di amare il prossimo più di se stessi.
Intanto per non dar luogo ad alcun raffreddamento nella carità, useranno le seguenti avvertenze, cioè: si guarderanno diligentemente non solo da qualunque avversione, ma anche dalle amicizie particolari, le quali sovente raffreddano l’amicizia con gli altri, e facilmente degenerano, perché non sono d’ordinario fondate in Dio solo. Parleranno sempre bene di tutti, aborrendo ogni ombra di detrazione in sé e negli altri. Si guarderanno gelosamente da ogni sospetto tra di loro, che è come un vento di tramontana, che gela la carità nel cuore. Interpreteranno tutto in bene, scusando nel loro cuore e con gli altri l’intenzione, se non si può l’azione. Non contrasteranno mai con veruno, giusta l’avviso di San Paolo (“...evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta”: 2Tim 2,14), ma essendovi diversità di parere, proporranno sempre le loro ragioni con modestie e dolcezza, per conservare la buona armonia con tutti, e la pace del cuore con se stessi».
Uno dei campi in cui il Lanteri si impegnò maggiormente nel combattimento spirituale fu quello delle relazioni interpersonali improntate all’accoglienza amorosa dell’altro, vincendo ogni chiusura, disamore e giudizio di superiorità, volta contemporaneamente alla presentazione coerente e semplice di sé, con l’esclusione di ogni timidezza spirituale o rispetto umano.
«Inculcò sempre ai suoi religiosi, come una delle virtù caratteristiche degli Oblati, la carità, virtù che egli praticò costantemente con ogni diligenza. Era così pieno di carità spirituale e temporale verso i suoi figli che passava ogni giorno mezz’ora in preghiera dinanzi a Gesù Sacramentato per il maggior bene di ogni individuo».
Il documento L’identità dell’Oblato di Maria Vergine nella Chiesa di oggi del XXII Capitolo Generale della Congregazione riprende molto bene l’ideale del Lanteri:
«... l’Oblato ... vuole vivere ... affiancato da altri che condividono con lui la stessa identità oblata. Tipico del suo spirito è un desiderio di vivere con altri Oblati in clima familiare, con una vera comunione di vita, descritta dal Lanteri nella nota frase, «amore fraterno» (cfr. Dir. Lant., p.I, c.5). Con realismo e con gioia egli affronta la fatica della vita in comune, sentendola come parte integrale della sua identità nella Chiesa. Si sente chiamato a pregare insieme con i suoi fratelli, a lavorare d’intesa con loro, a distendersi nei momenti meno occupati insieme con loro, e a comunicare con loro a livello veramente fraterno».
5. Uno stile di “evangelizzazione” permeato dalla bontà
In tutta la vita il Lanteri si era sempre proteso all’imitazione della dolcezza e dell’affabilità di Gesù Buon Pastore:
«La carità del Venerabile appariva anche dal suo tratto che era sempre pieno di dolcezza e carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i traviati. Non dimostrò mai avversione a coloro che gli procurarono molestie e persecuzioni e non permise mai che altri usassero verso di loro parole di biasimo o di lamento».
In un ritaglio di appunti leggiamo:
«Tratterò con moderata allegria, magnanimità e fortezza, con onesta libertà e libera onestà, con sincera semplicità, con affabilità, accomodandomi al gusto delle persone; sarò umile, dolce, modesto, edificante; mi considererò servo di tutti e riguarderò tutti come nel Cuore di Gesù e ciascuno come la persona di Gesù, come strumenti di Dio per il bene dell’universo; sarò persuaso delle miserie umane; compassionevole e misericordioso, e ciò tanto più quanto più sono ingolfati nelle miserie dei peccati; mi stimerò il peggiore di tutti; vedrò se potrò aiutarli o spiritualmente o corporalmente».
Il Lanteri vuole dagli Oblati uno “stile” di evangelizzazione che sappia coniugare la verità con l’amore:
«Procureranno... per via di ragionamenti opportuni e tranquilli di disingannare i sedotti e premunire gli altri, esercitando sempre lo zelo della verità in spirito di carità, giusta San Paolo (Ef 4,15): “vivendo secondo la verità nella carità”, ad esempio di San Francesco di Sales, cercando di guadagnarsi prima il cuore che lo spirito, con far amare la verità stessa, che si difende e insegna».
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Il padre Pio Bruno Lanteri, un dono per la Chiesa e per il mondo
La ricca spiritualità del padre Pio Bruno Lanteri (1759-1830), fondatore degli Oblati di Maria Vergine, può essere riassunta nei seguenti cinque tratti:
I. Un senso vivo della Misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo
II. Un amore filiale per Maria
III. Un senso genuino di fedeltà alla Chiesa
IV. La pedagogia ignaziana
V. Una fervente e intelligente coscienza apostolica.
Chiamati alla gioia
Il nostro cuore anela la felicità
Se guardiamo in profondità nel nostro cuore dobbiamo riconoscere che in esso c’è un anelito profondo di felicità. Conosciamo la celebre frase di sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposta in Te». C’è ancora chi desidera e cerca la felicità, e chi invece si è rassegnato ad una vita cupa, cercando di gustare il più possibile le varie occasioni che la vita offre.
Come cristiani non è sufficiente credere che Dio ci ha creati per la gioia – e qui siamo sul piano logico-riflessivo -, perché dovremmo anche essere esperti – sul piano pratico-esistenziale – di essa. I santi erano persone gioiose. Si pensi da esempio a San Filippo Neri, alla sua gioia, allegria e bontà, tanto da essere ricordato come “il Santo della Gioia” o “il giullare di Dio”. Hanno scoperto il segreto della felicità autentica, che dimora in fondo all’anima ed ha la sua sorgente nell’amore di Dio. Perciò i santi sono chiamati beati.
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo…; un uomo lo trova…, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44): gioia come libertà
In questo notissimo brano evangelico centrale è la gioia, che è presentata come la reazione interiore alla scoperta del «tesoro», che è Cristo.
Anzitutto le due parabole, con le quali Gesù ci racconta il Regno, parlano di un uomo che quasi per caso scopre un tesoro (come avviene in certe esperienze di conversioni), e nella seconda di colui che cerca esplicitamente la perla più preziosa. Ora se un uomo cerca vuol dire che spera di trovare, e quando lo fa scopre è vero ciò che San Bernardo di Chiaravalle affermò: «Cercare Dio è essere cercato da Lui».
Questa ricerca implica la gioia, una gioia iniziale, quasi embrionale e non ancora manifesta, presente nel profondo del cuore, perché conseguente alla fiducia che il credente ripone in Dio, quel Dio che è mistero buono, non enigma impenetrabile, e si lascia cercare-trovare. E poi la gioia di chi ha trovato. Il quale è così «pieno di gioia» per la scoperta che non esita un attimo a liberarsi di tutti i suoi averi per acquistare il campo.
Tutta la nostra vita – e anche questo tratto che faremo insieme – è finalizzato alla ricerca del tesoro prezioso, di quella gioia vera che non è data dalle altre perle, per quanto preziose, ma da quella di valore inestimabile che fa impallidire le altre, cioè dall’incontro con Dio.
Una gioia paradossale: le beatitudini
La gioia cristiana è però paradossale. Ce lo dicono le beatitudini. Come è paradossale agli occhi del mondo l’amore di Dio che si è fatto carne ed è morto e risorto per noi. La vera gioia – e non i momenti di entusiasmo o di semplice benessere – scaturiscono dall’incontro con questo Dio paradossale, che vive nella propria carne le beatitudini. Per cui prendere sul serio le beatitudini vuol dire che capiamo che la gioia vera per la nostra vita si ha conformandoci a Gesù, il beato per eccellenza. Le beatitudini non sono solo la carta della vita cristiana, ma sono il segreto del cuore di Gesù stesso». Egli è stato l’unico vero povero in spirito e il solo che abbia vissuto integralmente ciascuna delle beatitudini. Queste ultime si realizzano pienamente nella croce. Sul Calvario, Gesù è stato assolutamente povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato per la giustizia…
Capiamo quindi che la beatitudine di Gesù, che desidera anche per noi, non è una felicità umana secondo l’immagine abituale, ma una felicità inaspettata, trovata in situazioni e comportamenti che non sono spontaneamente collegati all’idea di felicità. Una felicità che non è un’autorealizzazione umana, ma una «sorpresa di Dio», concessa proprio là dove si considera assente o impossibile. È una felicità trascendente, che Dio dona e che può essere accolta solo da un cuore nuovo, rinnovato dallo Spirito Santo (cfr. Ez 36,26).
Esiste infatti una relazione assolutamente essenziale fra le beatitudini e la persona dello Spirito Santo. Ognuna di esse suppone un’attività dello Spirito Santo, che solo può permettere al cuore dell’uomo di comprenderle e di viverle. La povertà, la mitezza, le lacrime, la fame e la sete di Dio, la misericordia, la purezza del cuore, la comunicazione della pace, la gioia nella persecuzione suppongono un cuore trasformato dallo Spirito.
In senso inverso, si può anche affermare che le beatitudini evocano situazioni umane difficili, ma che sono un’opportunità per chi crede, oppure suscitano un atteggiamento di rifiuto, di difesa, di chiusura. Nella misura in cui alla luce del vangelo prendiamo con fedeltà e fiducia la strada che esse indicano, ci rendiamo disponibili all’azione dello Spirito.
Il cristiano è colui che lentamente è cresciuto in questo sorprendente apprendimento esperienziale: ha imparato a godere proprio laddove l’uomo di solito non può che soffrire; a incrociare lo sguardo del Padre nel deserto della solitudine o dell’umana ingratitudine; a sentirsi da lui particolarmente custodito proprio quando si è abbandonati e traditi; prezioso ai suoi occhi quando non conti niente per nessuno; figlio suo pre-diletto quando la vita è violenta e chi hai amato ora ti si rivolta contro. Al punto che questa esperienza è divenuta sapienza, nel senso latino del verbo sàpere: apprendimento di un nuovo gusto, come avere un nuovo palato o nuove papille gustative, che consentono di provare il gusto di Dio!
Un obiettivo della mia preghiera deve essere quello di chiedere a Dio di mostrarmi, in quella che è oggi la tappa della mia vita, qual è la beatitudine sulla quale devo incentrare maggiormente la mia attenzione e i miei sforzi e che sarà un po’ la chiave del mio attuale progresso spirituale.
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