Battesimo del Signore

La festa del battesimo di Gesù offre un’occasione privilegiata per ripensare alla nostra identità cristiana e alla missione di cui siamo portatori. Le letture, infatti, presentano due figure, che la tradizione cristiana ha strettamente congiunto: il servo di JHWH e Gesù di Nazareth, ambedue investiti di un mandato impegnativo e amaro. Nonostante l’apparente sconfitta, la loro missione raggiunge il compimento nella fedeltà al progetto di Dio.

La prima lettura (Is 42) appartiene a quei testi chiamati «canti del servo del Signore»; in essi, infatti, è presente la figura misteriosa di un personaggio che non è mai chiamato per nome e che viene sempre indicato col titolo di «servitore», il quale appare dotato di un compito straordinario: è chiamato a portare il diritto di Dio alle nazioni. Il diritto, qui, ha il significato di salvezza, legge che fa vivere. Il servo si rivolge agli esseri umani che hanno bisogno di liberazione, perché è inviato a restituire la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri, la dignità ai poveri. A questa superba missione si contrappone la fragilità del personaggio chiamato a espletarla: il servitore è un profeta disarmato, senza appoggi umani, rivestito solo della fragilità della Parola. Egli ha la forza dei miti: non grida, perché la Verità non ha bisogno di una voce alta e imponente per farsi strada e non cerca scorciatoie per essere acclamato dalle piazze. Si rivolge ai piccoli e ai poveri, che stanno per spegnersi o per spezzarsi, sottoposti come sono all’urto di violenze imposte dalla vita e da coloro che contano: situazioni troppo pesanti per le spalle dei poveri. Entrerà nel regno dei fabbricanti di morte disarmato, indossando l’unica corazza in grado di sconfiggere la morte: l’amore. Perché solo l’amore è più forte della morte, e solo l’amore possiede la capacità di far germogliare il deserto e far lievitare il negativo della vita.

La vicenda di Gesù s’intreccia indissolubilmente con quella del servo di JHWH. Il brano evangelico, infatti, presenta le prime parole che, secondo Matteo, Gesù pronuncia rivolte al Battista, al momento del battesimo: «Lascia per ora, perché così adempiamo ogni giustizia», ossia il disegno salvifico di Dio che vuole salvare tutti gli uomini. Gesù vuole farsi battezzare da Giovanni perché in tal modo esprime con tale gesto la scelta fondamentale che Gesù condurrà avanti tutta la vita. È il Figlio che, conoscendo l’amore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratelli: si mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realtà, solidale con loro in un amore più grande della morte. L’immersione nell’acqua è il gesto di chi, non conoscendo peccato, si è fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21). Mentre Adamo affogò nella morte per essersi innalzato nella disobbedienza, Gesù si annega nell’obbedienza del Padre che l’ha mandato a cercare ciò che era perduto. Colui che toglie i peccati del mondo, che ha creato lo sterminato universo compresi i mari, gli oceani e tutte le acque che scorrono sulla faccia della terra, scende ora in questo rigagnolo. Lui, la sorgente d’acqua viva, cosa può ricevere da queste acque? A cosa gli serve scendere in esse?

I Padri della Chiesa danno una chiara risposta: “Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi” (S. Gregorio di Nazianzo, Disc. 39 per il battesimo del Signore). E non solo purifica le acque, ma prende su di sé tutti i peccati che, simbolicamente erano depositati in quelle acque dove i peccatori andavano ad immergersi, e li distrugge con la sua morte in croce.

Il Padre stesso commenta il gesto di Gesù, rivelando ai presenti la missione del Figlio: “Questi è Figlio mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Il Padre si compiace dell’obbedienza del Figlio per mezzo del quale l’uomo otterrà la salvezza.

il cielo si aprì...” (vv. 21-22). Nel NT troviamo l’apertura del cielo in occasione di visioni negli Atti (At 7,55-56; 10,1). Nell’Apocalisse la parte delle visioni è introdotta con una parta aperta nel cielo (Ap 4,1); si vede poi l’apertura della porta del Tempio di Dio in cielo (Ap 11,19) e ancora la visione del cielo aperto in Ap 19,11. In Gv 1,51 è promesso: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio che salgono e scendono sul Figlio dell’uomo”. La rimozione del velo opaco, che secondo la concezione del tempo divide il cielo dalla terra, simbolicamente significa che è rimosso ogni ostacolo alla separazione di Dio e degli uomini. L’inizio della missione di Gesù, inaugurata dal battesimo, segna la riconciliazione dell’umanità con Dio.

“…ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui”. Questa discesa dello Spirito coincide con l’investitura messianica di Gesù. Diversi testi dell’AT confermano questa idea. Quando Saul viene «unto» e designato come re d’Israele, lo «Spirito del Signore irrompe» su di lui (1Sam 10,6.10) per confermarlo nella sua nuova funzione. Lo Spirito del Signore irrompe su Davide subito dopo la sua unzione (1Sam 16,1-13; si veda specialmente 16,13). Altri testi come Is 11,1-2 e 61,1 illustrano ugualmente il fatto che lo Spirito del Signore è dato al messia scelto da Dio. La voce che viene dal cielo suggella questa investitura, perché il titolo di «Figlio di Dio» ha alcune connotazioni regali, come per esempio nel Sal 2,7 dove il re dice: «Proclamerò il decreto che il Signore ha pronunciato: “Mio figlio sei tu, io in questo giorno ti ho generato!”». L’oracolo del profeta Natan al re Davide (2Sam 7,14) utilizza anch’esso questo vocabolario quando Dio dice del re: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio».

In questo testo, Dio però non elargisce il suo Spirito al re, ma al suo «servo», Gesù, un servo che «proclama il diritto alle nazioni». Gesù si fa servo e porta a compimento la profezia del “servo” del profeta Isaia (prima lettura).

Ed ecco una voce dal cielo...”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. È la prima volta che parla, confermando Gesù come figlio. La seconda volta aggiungerà per noi: “Ascoltatelo” (17,7), rivelando in tale modo anche la nostra vocazione: ascoltare lui, perché lui è il Salvatore. Per ascoltarlo è però necessaria una condizione: mettersi in fila con i peccatori, così come ha fatto lui. È l’atteggiamento di chi non scarica le colpe sugli altri. Più che lamentarci degli altri dobbiamo lamentarci di noi stessi.  Un giorno Cristo ammonirà severamente: “Guai a voi che ora siete sazi” (Lc 6,25). Beati piuttosto coloro che sanno mettersi in discussione. Beati coloro che ammettono di aver sbagliato, di aver provocato e di provocare guai nel mondo, nella Chiesa, nella società, oltre che nella propria esistenza spirituale. Soltanto questa ammissione ci permette di non illuderci di essere arrivati, di abbattere l’orgoglio (anche spirituale) e di incontrare davvero Cristo che ci salva.

Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. Attraverso di lui il Padre stabilirà “una nuova Alleanza per il popolo” (Is 42,7), ristabilendo il rapporto di amicizia con gli uomini. Lo Spirito-colomba è araldo di questa notizia straordinaria con cui inizia la rinascita di cieli e terra nuovi (vedi il ruolo della colomba nei racconti del diluvio: Gen 7-9). Richiama anche lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2). Il battesimo di Gesù è una creazione nuova che porta la pace definitiva, una vita al di là e al di sopra di ogni male, che non sarà più distrutta.

Le parole che il Padre pronuncia nel Battesimo di Gesù, desidera pronunciarle anche su ciascuno di noi: sei “il figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”.  Vuole compiacersi quando viviamo la nostra fede nella conformazione a Cristo, quando come autentici figli nel Figlio ci lasciano immergere nell’abisso delle acque di morte, di violenza, di male che oggi abitano nel nostro mondo, per vincere il male con il bene, per contribuire come «servi» docili nelle mani del Signore a far sì che l'amore trionfi sul male e il Regno di Dio si espanda nel mondo nel quale viviamo.

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