Il passo del Vangelo di questa domenica è uno tra i più radicali. Gesù ci chiede l’obbedienza all’amore. Ci chiede di avere un cuore simile a quello di Dio, che è amore, e che vuole unicamente il bene, la vita degli uomini. Il discepolo di Cristo non può accontentarsi di una osservanza materiale dei comandamenti – come quelli citati in questo brano: “non uccidere”, “non commettere adulterio” e “non giurare il falso” – perché è necessario curare anche l’intenzionalità del cuore, un cuore chiamato ad amare, e quindi capace di andare oltre al dettato del comandamento. Questo esige una purificazione del nostro cuore da tutti quelle intenzionalità e desideri che non sono consoni con l’amore, con l'amore autentico - quello proprio di Dio che è amore - che ci è stato manifestato nella persona di Gesù ed è infuso in noi dallo Spirito Santo - che si fa dono, che si fa carità. Il pericolo serio è quello di non entrare nel regno dei cieli. Chi ama, invece, pur "perdendo la propria" vita seguendo la via del Maestro, ci entrerà. Chi ama ha già il sapore dell'eternità.
Vediamo ora le singole esigenze che ci chiede Gesù.
“Non uccidere”. Gesù fa balenare un orizzonte del tutto nuovo. Non si tratta solo di non uccidere materialmente, perché ci sono molti modi per uccidere o ferire il fratello. “Chiunque si adira col proprio fratello…” L’ira è già un principio potenziale di aggressività perché l’altro è avvertito come un nemico da cui difenderci. La medesima cosa vale per il disprezzo (“stupido”), che è l’uccisione interiore dell’altro, e l’offesa (“pazzo”), come se l’altro fosse il male (la parola “pazzo” infatti sembra avere una connotazione religiosa, e significa “empio”), per cui va “demonizzato” come fosse il male, per cui diventa “bene” eliminarlo! Gesù per tre volte parla dell’altro come “fratello”: negargli la fraternità significa perdere il rapporto filiale con Dio. È in questo senso che vanno intese le dure parole: “... sarà sottoposto a giudizio”, “... sarà sottoposto al sinedrio” (che è il massimo organo giuridico in Israele) e “... sarà sottoposto alla Geenna”. Non è Dio che condanna l’uomo, ma è quest’ultimo che si autocondanna: con l'esclusione del fratello esclude sé stesso dal Regno di Dio. Vale la pena ricordare che nella Geenna, che è la valle dove scorre il fiume Innon, fuori le mura di Gerusalemme, venivano bruciate le immondizie. Per cui l’espressione è chiara: chi non considera l’altro come fratello ha sacrificato la propria vita di figlio e la butta nell’immondizia.
Matteo apporta due ulteriori sviluppi:
- riconciliarsi quanto prima con il fratello, prima di comparire davanti al Signore per pregare: vv. 23-24. È da notare che in questi versetti la parola “fratello” ricorre per quattro volte! Quindi non si può onorare Dio senza essere in armonia con il fratello; vero culto di Dio è che tu faccia il primo passo per riconciliarti con il tuo fratello, anche se sei tu l’offeso. Non vi è vera giustizia senza carità, perché l’amore è il primo debito; né vi è carità vera senza giustizia (Rm 13,8 ss.): l’una e l’altra per essere sincere non devono contentarsi di parole ma concretarsi in fatti.
- riconciliarsi con l’avversario “... finché sei in cammino”, prima di comparire davanti al giudice finale: vv. 25-26. La vita è un cammino di continua riconciliazione con l'altro. Se non fai così perdi tempo e vita; non vivi nella verità di figlio di Dio pur avendone le potenzialità; non diventi ciò che sei per grazia e rischi il fallimento: "non uscirai dà finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!". Ossia se non vivi la logica del dono e del perdono - che è la logica dell'amore di Dio - perdi la vita di figlio del Padre.
"Non commettere adulterio". La violazione più palese e grave della vita di coppia (cfr. Es 20,14 = Dt 5,18) è proprio l’adulterio. La gravità dell'adulterio – sottolineata dal fatto che esso era punito con la pena di morte per entrambi gli adulteri (non solo la donna), mediante lapidazione e pubblicamente (cfr. Lv 20,10; Dt 22,22-24), dipendeva dl fatto che esso era ritenuto il male più grave che si potesse fare a un uomo dopo il toglierli la vita.
Gesù approfondisce il comandamento, andando oltre al fatto materiale: anche il desiderio di adulterio (il verbo epiphumesai - desiderare - indica il desiderio efficace, la progettazione, la scelta mentale e volitiva) va condannato. Evidentemente non è una condanna della persona (Gesù, infatti, di fronte ad una adultera, è stato estremamente tollerante e pronto a perdonare) ma del male. Non si deve misurare l’atto morale sul gesto esterno soltanto, ma misurarlo sulla profondità della coscienza. È per questo che noi non potremo mai giudicare nessuno come peccatore: l’unico che può dirlo in maniera piena e totale è Dio, che legge i cuori degli uomini.
Inoltre Gesù estende il comandamento di non desiderare la donna d'altri a quello di non desiderare una donna in genere, anche se non sposata. Il termine usato nel testo greco per donna (gyné) è, infatti, generico e non viene specificato che essa sia sposata.
“Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, càvalo... E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te”. Gesù esige radicalità. Da notare che l’occhio è espressione del desiderio del cuore. È dal cuore che nascono desideri buoni e desideri cattivi. L’occhio asseconda questi desideri e “vede” ciò che interessa per soddisfarli. Invece la mano è segno dell’uomo che “fa”, che “agisce”. Perché l’occhio e la mano non siano per la morte la persona deve saper de-cidere (= tagliare) ciò che non porta alla vita. C’è una responsabilità personale nel custodire i sensi che è indispensabile per la custodia del cuore. Qualora non c’è tale custodia (e si permette che tutto entri nel cuore) il cuore viene devastato!
In più c’è lo scandalo, inteso come pietra di inciampo, che fa cadere il fratello (cfr. pure Mt 18,8-9). Il che significa: non scandalizzare gli altri riguardo alla vita di coppia. Il cristiano sa che l’unione dell’uomo e della donna è espressione di amore. Perciò esso non va vissuto come passione egoistica, esclusiva ricerca di piacere. L’amore è donazione reciproca, incontro di libertà che si uniscono. Un’attrazione fisica senza amore è alienazione, immaturità umana, perché non esprime la persona alla persona, ma solo il sesso al sesso, è lesiva della dignità, tentativo di ridurre l’altro a una cosa, un possesso, un bene di consumo. E qualora il fratello “cade” per causa nostra, dobbiamo sentirci responsabili nei suoi confronti.
Il divorzio. Sappiamo che Rabbì Hillel, una delle due scuole rabbiniche famose dell’antico giudaismo, concedeva il divorzio sempre, anche solo sulla base del fatto che il volto della donna ormai dava fastidio o persino per una minestra scotta. Rabbì Shammai era più esigente: occorreva l’adulterio per ottenere il divorzio. Gesù, invece, ritorna all'originaria volontà di Dio. La conferma di ciò la troviamo in Mt 19,4-5: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?”. Dunque ciò che conta è l'originaria volontà di Dio.
Certo, Gesù sa che il cuore umano sarà segnato dal peccato. L'indissolubilità che Gesù propone per tutti – e a maggior ragione di chi si è unito in matrimonio con il sacramento nuziale, quindi con la grazia di Cristo – necessita di un cuore nuovo: in quanto riconosciamo di essere amati da un Dio fedele, che ci ama e ci perdona senza alcuna condizione, a nostra volta possiamo amare con un simile amore. Amare il compagno/compagna della propria vita con un amore che non è solo umano (che è fragile!), ma divino perché trasformato da Dio stesso. Un amore che attinga dalla ricca fonte dei sacramenti.
È bello vedere la fedeltà coniugale alla luce della Trinità. Quando una coppia mette al centro l’amore per Gesù, si ama l’altro coniuge vedendo in lui Gesù. E quando l’amore verso Cristo nel coniuge è reciproco, nell’incontro si vive sul modello della Trinità, dove i due stanno come il Padre e il Figlio e fra essi irrompe lo Spirito Santo con i suoi doni, anima del Corpo mistico. Paolo ci ricorda quali sono i frutti dello Spirito: “... è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
Il giuramento. “Non spergiurate”. Quando e dove “fu detto agli antichi di non spergiurare”? Gesù rinvia ai vari testi della Torà: Lv 19,12; Es 20,7; Dt 23,22, ecc. Per gli ebrei “giurare” significa chiamare Dio a testimone della propria veridicità. Spergiurare in ebraico è “giurare invano”, giurare nel nulla, invece che in Dio (Lc 19,12; Es 20,7). È peccato perché si chiama Colui-che-è (Dio) a testimone di ciò che-non-è.
“Non giurate affatto”. Gesù va oltre: non solo non spergiurare, ma anche non ricorrere a giuramenti. E, contro l’uso ebraico, precisa: “né sul cielo”, che è il trono della gloria di Dio, “né sulla terra perché è lo sgabello dei suoi piedi” (essa, in quanto creazione di Dio, va rispettata come il cielo), “né su Gerusalemme”, che è la dimora di Dio, “né sulla tua testa”, perché non è tua, ma dono di Dio. Dio è il Signore di tutto ciò che esiste. Non c'è bisogno di chiamare a testimone Dio: l'uomo è sempre davanti a lui. Dunque ogni parola che l'uomo pronuncia ha il suo peso: non è mai una parola vuota. Recuperare il peso della parola pronunciata davanti al prossimo è un bell'aspetto della originaria volontà divina.
“Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal Maligno”. La parola dev’essere di per sé vera, mezzo di comunicazione e di comunione. Diversamente è falsa, mezzo di dominio e di divisione. Dire il falso è stare al gioco di Satana, padre della menzogna. La menzogna del serpente (Satana) portò la morte nel mondo.
Oggi il mondo ha bisogno di sincerità, lealtà, schiettezza. La menzogna ha bisogno di molte parole (“il di più viene dal Maligno”), per confondere e persuadere. L’imbroglione è sempre un abile comunicatore, che cerca di avere in mano l’altro dicendo il minimo di sé. Gesù ci chiama a quella sincerità totale che è capace di ammettere le proprie colpe e negligenze, a quella lealtà che non si rimangia la parola per comodo, a quella schiettezza che sa dire a chi sbaglia: “tu sbagli”, a cercare la verità com’è. Bisogna non voler ingannare gli altri, prevalere su di loro, violentarli psicologicamente, in alcun modo; ma aver rispetto per tutti.
Solo su una parola trasparente, verace, può fondarsi una relazione autentica con Dio e tra gli uomini; solo su essa si può fondare una comunità di vita. La relazione con Dio, di fronte al quale occorre essere assolutamente veri e trasparenti, si fa trasparenza e veracità verso i fratelli. Solo in tale trasparenza e veracità si può manifestare un amore autentico.
San Paolo esorta la comunità di Efeso alla sincerità: “Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo” (Ef 4,25). La mente non deve ingannare il cuore, né l’occhio lo spirito. Perciò bisogna dire la verità, saperla dire, avere il coraggio di dirla “davanti” e non alle spalle, ricordando che “illumina più una candela dinanzi, che sei di dietro”.
Attenzione dunque alle mezze verità, alle accuse generiche, ai silenzi calibrati maliziosamente con lo scopo di determinare allarme, curiosità e interesse. È il classico modo di “gettare il sasso e nascondere la mano”. Ed è esattamente questa procedura che ferisce più delle aperte accuse.
Molte persone obiettano: in determinate circostanze è ammissibile la menzogna “a fin di bene!”. Si può offendere il Dio della verità “a fin di bene”? È una contraddizione insostenibile tra le esigenze di verità e quelle carità! Non si può giungere al bene (che è lo scopo) se non si sceglie anche il mezzo buono, cioè la verità! È vero che in certe situazioni non è opportuno, né bisogna dire tutto. Ma un conto è non dire, e un conto è dire una bugia.
Questo brano evangelico ci spinge inoltre ad una ulteriore riflessione. Oggi siamo sommersi dalla parola, ma questa il più delle volte è ridotta a chiacchiera, a parola superficiale, impersonale che non coinvolge - parliamo del tempo, parliamo del “sentito dire”... -. È importante ridare alla parola il vero valore. La parola vera è sempre portatrice di qualcosa di noi e in ciò assolve alla sua funzione più alta. Le parole vere che noi diciamo sono le parole in cui si condensano frammenti della nostra vita. Dove la parola è capace di portare alla luce qualcosa di noi, del nostro amare, soffrire, sperare, diventa autentico dono di noi agli altri e non solo chiacchiera. È il libero donare noi a chi ci ascolta: estremo atto di libertà e di fiducia. Quando questo dono è accolto con verità e disponibilità dall’altro, si crea tra le persone una relazione nuova fatta di fiducia e di amore condiviso.
Bisogna infine ricordare che la parola ha la capacità di incidere in modo indelebile nella vita dell’altro: creano paure o speranze; non solo descrivono la realtà, ma anche la formano. Così, ad esempio, il “sì” che due dicono sposandosi non è solo informazione, nemmeno solo informazione di qualcosa di sé all’altro, ma una condizione nuova di vita che è la comunione di vita matrimoniale. Quando uno dice all’altro “ti perdono” non dà delle informazioni e neppure dice solo buoni disposizioni, ma dice che la colpa è tolta, che egli non va più guardato come nemico ma va accolto come fratello riconciliato. Le parole pesano come sassi e possono incidere edificando noi e gli altri nell’amore o distruggendo noi e gli altri nella violenza, nella manipolazione, nella sopraffazione.