Terza domenica del tempo ordinario/A

Gesù inaugura la predicazione (Mt 4,12-17.23),

Dopo l'arresto di Giovanni Battista, Gesù - venuto a sapere di ciò - inizia la sua predicazione. Quella che sembrava una conclusione si rivela un nuovo inizio. Gesù è consapevole che ora tocca a lui. Non vive quell'arresto di Giovanni lasciandosi impaurire,  posticipando il suo inizio di ministero a tempi migliori. No. Ma per prudenza fugge dalla Galilea e sceglie di iniziare il suo ministero in Galilea. E' inutile essere imprudenti. Se Giovanni viene consegnato (cioè arrestato), non è ancora giunto il tempo della sua consegna fino alla croce.  Certe fughe non sono contro la volontà di Dio. Come la fuga in Egitto, questa fuga in Galilea, un luogo nel quale convivono ebrei e pagani. Qui - e specialmente a Cafarnao, centro importante sulla riva del lago, via di comunicazione dal nord verso la Giudea - Gesù svolgerà la parte preponderante del suo ministero. E' come se volesse cominciare dai più lontani e periferici. 

Con questo inizio del ministero di Gesù si compie quello che era profetizzato da Isaia (8,23-9,4): “Terra di Zabulon e Neftali...”. Furono queste le zone che sperimentarono per prime l’amarezza dell’occupazione assira e della deportazione in esilio dei suoi abitanti nel 732 a.C. (cf 2Re 15,29). Su quella Galilea, popolata ormai da altre “genti”, oltre che dagli ebrei di un tempo, la profezia di Isaia aveva acceso un lume di speranza e di trepida attesa. L’arrivo di Gesù conferisce finalmente l’adempimento all’oracolo del profeta: si inizia a passare dalla servitù alla libertà, dall'essere non-popolo (perché disperso ed umiliato dalla deportazione) alla rinascita di esso. La profezia usa l'immagine del passaggio dalle tenebre alla luce. Chi viene alla luce è colui che nasce dal grembo materno. L'immagine, quindi, evoca la rinascita (quindi in Gesù si ha una cosa nuova). Gesù-luce è principio della nuova creazione. La sua venuta è “il giorno di Dio”, previsto dai profeti, che pone fine alla notte del mondo. Grazie a lui non solo il popolo rinasce, ma può camminare alla sua luce. Non più un cammino segnato dalle tenebre del peccato, ma un cammino di vita. Per questo è importante consegnare al Signore le nostre tenebre, le nostre ferite che ci fanno ripiegare in noi stessi, perché ci illumini e faccia diventare le nostre piaghe luoghi di compassione e di sapienza del cuore.

Da notare anche il carattere universale della profezia: la Galilea, zona di confine, piena di pagani, fa da ponte naturale tra Israele e il resto del mondo: la salvezza è per tutti! Tutti sono allora chiamati a far parte di questo nuovo popolo. A tutti viene offerto un cammino di vita.

Convertitevi...”: convertirsi significa volgersi alla luce, aprire gli occhi, stare dalla parte di Gesù nella lotta tra la luce e le tenebre, tra verità e menzogna, libertà e schiavitù, vita e morte. In questo duello Matteo già presenta Gesù come il servo sofferente di YHWH diversamente dall’aspettativa popolare del messia potente e glorioso. Il Battista stesso con il suo martirio diviene prefigurazione stesso del destino di Gesù, il Figlio consegnato dal Padre a noi uomini, il quale a sua volta si consegna nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Un messia, dunque, che salva l’uomo nella “debolezza” dell’amore e della fiducia nel Padre. Ed è proprio vero: chi ama è debole, si espone alla violenza, alla derisione e ad ogni forma di offesa. Eppure è l’unica arma per vincere l’orgoglio e la superbia dell’uomo che vive nelle tenebre del male.

... il regno dei cieli è qui”. Gesù parla del regno del Padre. Tuttavia con questa signoria di Dio che si fa presente nella storia, lui ha un rapporto particolare: non è solo annunciatore o araldo. Il regno di Dio si fa presente nelle sue azioni e nelle sue parole: lui stesso è il Regno di Dio che viene. Credere al vangelo è credere a lui stesso. In questo Regno, prima atteso e ora presente in Gesù, siamo chiamati a vivere da figli e da fratelli. 

 

Chiamata dei primi quattro discepoli (Mt 4,18-22)

Mentre camminava lungo il mare di Galilea”. Gesù è presentato come un itinerante, senza fissa dimora. Questo “passare” di Gesù richiama l’incarnazione: è Dio che si è messo in movimento ed è sceso al livello dell’uomo per incontrarlo nel suo terreno concreto. Non è più l’uomo a cercarlo, ma è Lui che prende l’iniziativa. È lui che si pone alla ricerca dell’uomo.

Non solo: Gesù incontra l’uomo nel quotidiano. Non a caso Gesù passa e chiama i primi quattro discepoli sul lago di Galilea mentre essi erano intenti al loro lavoro. Una chiamata che non avviene, dunque, nel tempio, ma nel contesto di vita di ogni uomo.

Gesù “vide...”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo di amore. Io sono prezioso ai suoi occhi, degno di stima, perché mi ama (Is 43,4) di amore eterno (Ger 31,3). Il suo è un amore “folle” per l’uomo. Per ogni uomo, quindi anche per me. Il suo amore non è però generico: ama ognuno di noi con un amore “unico” e “particolare” e ci chiama a realizzare in pienezza la nostra vita. Amore e chiamata. Su ognuno Gesù volge il suo sguardo che elegge, sceglie, ci strappa dalla folla, dalla massa, dall’anonimato, affinché, come essere unico e irripetibile, in forza dell’amore personale di Dio, possa vivere in pienezza la vita che mi è stata donata.

Gesù “disse loro: Seguitemi…. La parola di Gesù specifica quanto già è contenuto nel suo sguardo di amore. Di fronte al suo sguardo l’uomo non può rimanere neutrale, come semplice spettatore, ma è chiamato a fare una scelta: o aderire a lui o rifiutarlo. O rimanere nella massa, magari assumendo nella mia vita i modelli che mi sono proposti dagli altri, dalla società,dai mass media per non sentirmi “diverso” e “anormale”, o avere il coraggio di seguire Gesù. La fede cristiana, infatti, non è prima di tutto una dottrina o una pratica: è rispondere all’invito personale di Gesù, è seguire lui per diventare come lui, figli e fratelli, che vivono il regno del Padre. Prima ancora di “fare” qualcosa il cristiano è uno che ascolta e accoglie Gesù, la Parola fatta carne, nella sua vita.

È da notare come Gesù chiama i primi quattro discepoli a coppie: Simone e Andrea, Giacomo e Zebedeo. Questo ci fa comprendere che la chiamata di Gesù non si risolve in un cammino individualistico, ma è una chiamata alla fraternità. Nel seguire lui ci dobbiamo riconoscerci fratelli e aiutarci insieme a camminare nella propria vocazione. Questa è la fraternità spirituale!

“... vi farò pescatori di uomini”. È la nuova vocazione. Pescare un pesce è ucciderlo; pescare un uomo è toglierlo dall’abisso (che per la mentalità biblica è simbolo del caos, del nulla), farlo vivere. I discepoli, pescati alla vita dal Figlio, realizzano la loro vocazione nel pescare i fratelli.  È un qualcosa di nuovo, sconosciuto... All’invito di Gesù potrebbero opporre delle ‘ragionevoli’ obiezioni: il Signore chiede loro uno strappo dalla sicurezza materiale (assicurata dal lavoro che svolgono con professionalità) e dal mondo degli affetti (la famiglia); e poi che significa “pescare gli uomini”? E se questa promessa di Gesù alla fine non si realizzasse, cosa sarebbe per noi e con quali conseguenze?

Ed essi subito.... La risposta all’iniziativa di Gesù è espressa con il verbo “lasciare”. Matteo sottolinea la subitaneità della risposta. Non si può rimanere nell’ambiguità, nel compromesso. Né si può posticipare la risposta in altro momento... Certe occasioni, le occasioni di Dio, vanno accolte subito.

“... lasciate le reti.... La decisione si manifesta nel distacco: dalle reti, da un mestiere, dalle cose, dai legami familiari, da un presente. Decidere è, dunque, tagliare via tante possibilità, per realizzarne una che dà più gioia. Non c’è risposta che non si traduca in una separazione, in una rinuncia, in un allontanamento. E queste operazioni non sono mai indolori. Ma se tali decisioni sono risposta ad un incontro autentico con Dio che abbiamo scoperto come il nostro “tesoro” (cfr. parabola del tesoro nel campo e delle perla preziosa: Mt 13,44-46), la scelta avviene nella gioia. La tristezza, invece, fa prendere solo decisioni negative. La peggiore tra queste è restare nell’indecisione o in una supposta apertura a tutte le possibilità che non ci fa crescere.

La gioia previa è la forza per decidere; la gioia conseguente è la conferma che la scelta è stata buona. La firma di Dio circa la bontà di una scelta è la “consolazione”, prima e, soprattutto, dopo. Il prezzo può essere alto: i discepoli lasciano tutto! Ma perché si riceve infinitamente di più.

 ... lo seguirono. Si tratta di percorre la stessa strada di Cristo, di assumere i suoi pensieri e i suoi atteggiamenti, ispirarsi ai suoi criteri, avere le sue preferenze. Si segue chi si ama e si diventa chi si ama!

Qui cogliamo la fede in Gesù nel suo aspetto essenziale. I discepoli, infatti non sono “chiamati” a sottoscrivere, essenzialmente, una lista di verità da credere. Sono chiamati a “fidarsi di una Persona”. Affidarsi totalmente a questa Persona, stabilire un legame, una relazione personale e vitale con Cristo. “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Anche se non conoscono questo ‘mestiere’ (vocazione) rispondono all’appello, accettano di vivere un’avventura di cui ne vedono il rischio. La fede, così, unita all’amore, viene presentata come antidoto del calcolo, della prudenza umana, dell’esitazione a compromettersi.

 

Gesù insegna e guarisce (Mt 4,23-25)

“Gesù andava attorno per tutta la Galilea”. Gesù è itinerante perché è il pastore che cerca la pecora smarrita, il medico che cura il malato, il Figlio che si prende cura dei nostri mali e ci dona di vivere da figli e fratelli. Egli gira per “tutta” la Galilea perché vuole la salvezza di ogni uomo, giudeo o pagano.

Espressione concreta di questa ricerca amorosa sono:

- l’annuncio del Vangelo, della buona notizia del Regno. Nei capitoli 5-7 Gesù ci dirà cos’è, nei capitoli 8-9 ci farà vedere come lo realizza.

- i miracoli: “curando ogni sorta di malattie e di infermità”.

I miracoli sono segni della presenza del Regno.

Ultima modifica il 23 Gennaio 2026

Contatti

santuarionsdifatima@gmail.com

Please, enter your name
Please, enter your phone number
Please, enter your e-mail address Mail address is not not valid
Please, enter your message
Acconsento al trattamento dei dati ai sensi del DLgs 196/2003 e del Reg. UE 2016/679.
Leggi l'informativa

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter: sarai costantemente informato sulle nostre iniziative, eventi, etc...

Donazioni

  • Il Santuario N.S. di Fatima nato per la generosità di tante persone e per chi ha donato tutto per la maggior Gloria di Dio, si sostiene con il contributo libero di quanti devolvono a suo favore offerte. Chi volesse contribuire può farlo:

    IBAN: IT55 G 03069 39450 100000009531

    Banca Intesa San Paolo
    C.C. POSTALE 439018
    intestato Istituto degli Oblati di Maria Vergine, Santuario N.S. di Fatima