Gesù nel Vangelo di questa domenica ci annuncia qual è la vera via della felicità: quella delle beatitudini. Cristo stesso è il beato. La via delle beatitudini non è altro che conformarci a Gesù, grazie all’azione dello Spirito Santo. Esse ci indicano ciò a cui siamo chiamati come cristiani, ciò che significa vivere veramente il vangelo. Sono la descrizione della vera maturità umana e spirituale. Ritratto di Cristo, esse sono anche il ritratto del cristiano adulto in Cristo, libero nello Spirito, figlio del Padre.
Si potrebbe riprendere ciascuna delle beatitudini e mostrare come esse suppongono un’attività dello Spirito Santo, che solo può permettere al cuore dell’uomo di comprenderle e di viverle. La povertà, la mitezza, le lacrime, la fame e la sete di Dio, la misericordia, la purezza del cuore, la comunicazione della pace, la gioia nella persecuzione suppongono un cuore trasformato dallo Spirito. Un cuore che sa rimanere, all’interno delle situazioni umane difficili e di sofferenza umana, saldo in Gesù.
Questa è una delle chiavi di lettura più fondamentali di questo testo evangelico: le beatitudini sono una promessa di felicità, ma non si tratta di una felicità o di una soddisfazione semplicemente umana; si tratta piuttosto di una visita dello Spirito Santo, di una consolazione divina. In situazioni nelle quali non si può percepire nessuna prospettiva di felicità umana, nelle quali non si esprime alcuna ricerca di soddisfazione umana, ecco che, d’un tratto, viene donata una sorprendente felicità, dono gratuito dello Spirito consolatore, che viene a riposarsi sull’uomo.
L’atteggiamento fondamentale di tutte le beatitudini è quello indicato nella prima: la povertà del cuore. Si potrebbe facilmente mostrare che ciascuna delle beatitudini che seguono suppone una certa forma di povertà di cuore. Al centro del vangelo e della persona di Gesù c’è un mistero di povertà, che è assolutamente essenziale e senza il quale non si è in una logica cristiana. Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).
Solo i poveri ricevono pienamente la grazia dello Spirito Santo, la rivelazione del mistero di Dio. Nel Vangelo di Luca Gesù dice: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).
Esiste una povertà negativa (miseria materiale o morale, vuoto interiore…) che bisogna ovviamente combattere ed è ciò che la Chiesa fa da sempre. Ma esiste anche una povertà buona, fonte di vita e di gioia, alla quale Gesù ci invita e che è testimoniata dai santi. Dice Teresa di Lisieux: «No, non esiste gioia comparabile a quella che gusta il vero povero in spirito».
In che cosa consiste questa povertà spirituale? Potremmo sinteticamente dire: il povero nello spirito è una persona di fede che confida in Dio e ripone tutta la sua fiducia in Lui; in questa dinamica di affidamento amorevole, il povero in spirito è una persona interiormente libera di ricevere tutto gratuitamente e di donare tutto gratuitamente. Questa libertà suppone una morte a se stessi, alle “pretese” e rivendicazioni del proprio io, che conduce a una perfetta trasparenza all’azione di Dio, alla gioia di ricevere e di donare liberamente.
Più saremo poveri di noi stessi, più diventeremo ricchi dei doni di Dio. Ecco ciò che dice Catherine Mectilde de Bar al riguardo: «Dio non chiede nulla di meglio che colmarci di se stesso e delle sue grazie, ma ci vede talmente pieni di orgoglio e di stima di noi stessi da impedirgli di comunicarsi. Infatti, se un’anima non è basata nella vera umiltà e disprezzo di se stessa, è incapace di ricevere i doni di Dio. Il suo amor proprio la divorerebbe e Dio è costretto a lasciarla nelle sue povertà, nelle sue tenebre e sterilità per mantenerla nel suo niente, tanto questa umiltà è una disposizione necessaria».
Essere povero in spirito significa accettare di dipendere totalmente dalla misericordia di Dio. Di non avere nulla, di non essere nulla da se stessi, ma di ricevere tutto, con una coscienza molto viva della gratuità assoluta dei doni di Dio, di cui non possiamo mai vantarci. Questo è paradossalmente una fonte di libertà e di felicità. Non si ha più bisogno di preoccuparsi di se stessi.
È povero colui che è umile. L’umiltà può derivare da due fonti diverse. C’è un’umiltà che viene dalla sofferenza, dalle prove della vita, nelle quali l’uomo sperimenta i suoi limiti, la sua debolezza e diventa progressivamente umile. Questo è assolutamente necessario: «Occorrono molte umiliazioni per fare un po’ di umiltà», diceva Bernadette di Lourdes. Dovremmo essere estremamente riconoscenti al Signore per tutte le situazioni della vita che ci impoveriscono, ci umiliano, ci fanno sperimentare la nostra debolezza e la nostra miseria. Teresa di Lisieux dirà: «L’Onnipotente ha fatto cose grandi nell’anima della figlia della sua Madre divina, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza».
Ma esiste un’altra fonte di umiltà, molto più profonda e radicale: l’esperienza di Dio. Così nell’AT Mosè, uomo umile, sul Sinai ha fatto un’esperienza di Dio molto profonda: aveva trascorso quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai parlando con Dio nella nube! Più l’incontro con Dio è profondo, più l’uomo diventa umile. L’umiltà è il segno di una vera esperienza di Dio. L’incontro con il Dio vivente distrugge ogni orgoglio: conoscendo Dio nella sua potenza, nella sua maestà, l’uomo comprende di essere nulla, niente davanti a Dio. Ogni vera esperienza di Dio rivela all’uomo i suoi limiti, il suo peccato, la sua povertà radicale. La purezza implacabile della luce divina, come un raggio di sole che attraversa una camera oscura, che rivela i minimi granelli di polvere, dà all’anima l’evidenza della sua miseria e della sua assoluta incapacità. C’è da aggiungere che l’uomo, nella misura in cui si approfondisce il suo incontro con Dio, scopre l’umiltà straordinaria di quest’ultimo, che si abbassa fino a lui, parla la sua lingua, si fa a misura della debolezza umana. Solo Dio è veramente umile, solo Dio è capace di abbassarsi come vediamo nel mistero di Cristo. Da quale altezza l’uomo potrebbe abbassarsi? Non c’è vera umiltà che nella partecipazione all’umiltà di Dio, che ci viene rivelata nel Cristo, specialmente nell’obbedienza e nell’umiliazione della croce.
L’esperienza di Dio, e quindi la fede, porta in sé una nota di umiltà. La fede suppone una docilità, una recettività, un’obbedienza di cui solo l’umile è capace. L’uomo che possiede una fede autenticamente cristiana ha sempre una coscienza acuta del fatto che essa è un dono gratuito e non qualcosa di cui ci si possa inorgoglire.
Alcuni mesi prima della morte di Teresa di Lisieux, una delle sorelle le chiese: «Che cosa significa restare bambino davanti al buon Dio?». Allora Teresa ricorda vari aspetti della piccolezza, fra cui questo: «Essere piccolo, vuol dire anche non attribuirsi affatto le virtù che si praticano, credendosi capaci di qualcosa, ma riconoscere che il buon Dio pone questo tesoro nella mano del suo piccolo bambino perché se ne serva quando ne ha bisogno; ma il tesoro è sempre del buon Dio».
Il povero in spirito è colui che, in quanto povero nel cuore, sa relazionarsi da povero non solo con Dio, ma anche con le altre persone. Indico alcune espressioni di tale relazione che ritornano anche nelle altre beatitudini.
- In relazione con la purezza di cuore, che sarà evocata nella sesta beatitudine, essa è il rifiuto di possedere l’altro, di appropriarsene. La rinuncia a ogni forma di possesso, di manipolazione, di utilizzazione dell’altro per scopi personali. L’altro mi appartiene solo nella misura in cui si dona liberamente a me. Io non posso imporgli nulla.
- Essere povero davanti all’altro significa anche abbassarmi per amore. Santa Teresa dice che «è proprio dell’amore abbassarsi». Rinunciare a ogni posizione di dominio, di superiorità, per farsi piccolo davanti all’altro, in spirito di umiltà, di servizio, come Gesù che ha lavato i piedi dei suoi apostoli. «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11). «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1Cor 10,24).
- Altri aspetti essenziali della povertà di cuore verso il prossimo sono la misericordia e il perdono. Rinunciare a ogni rancore, a ogni desiderio di vendetta, a farsi giustizia da soli, rimettere i debiti suppone una grande povertà di cuore.
- Essere povero davanti al prossimo è anche non cercare di avere sempre l’ultima parola. Accantonare questo orgoglio di aver ragione contro l’altro. Non giustificarsi continuamente, accettare di essere a volte incompreso. Restare in silenzio. Ovviamente a volte è legittimo e persino necessario spiegarsi, dissipare un malinteso, ristabilire una verità che non è stata percepita dall’altro, ma senza voler sempre difendere la nostra «immagine pubblica» e rivendicare i nostri diritti. Bisogna saper rimettere la propria causa a Dio e non pretendere di essere sempre compreso e accettato da coloro che abbiamo attorno.
- Amare di essere nascosto agli occhi degli uomini e di essere gradito solo da Dio. Non si tratta di fuggire dalle relazioni, ma di non cercare in esse l’apparente gratificazione di essere al centro dell’attenzione, di brillare agli occhi altrui. La radice della nostra gioia viene dal Signore. Un brano molto significativo è Mt 3,17: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». Il Padre riconosce nel Figlio suo l’Amato da sempre, il pre-diletto, amato da prima, da tutta l’eternità. E ne gode, il Padre per primo, di una gioia anch’essa eterna, ma che manifesta – secondo il vangelo – nell’occasione del battesimo di Gesù. Quelle parole vanno oltre il Figlio suo Gesù, e raggiungono tutti i figli suoi, amati anch’essi da sempre. Allora posso provare la gioia di sentire queste parole rivolte proprio a me. E piangere di contentezza. Dio, infatti, sa contare solo fino a uno, non ci ama in serie.
Una bella forma di povertà di cuore è anche la generosità verso l’altro. Ricordiamo le parole di Gesù: «A chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» (Mt 5,40-42). Probabilmente noi non potremo dare sempre agli altri ciò che essi desiderano da noi, ma troppo spesso ci lasciamo imprigionare in calcoli umani, paure, avarizie che chiudono il nostro cuore, mentre, essendo più liberi e generosi, faremmo fortemente l’esperienza della fedeltà e della provvidenza di Dio. Scrive San Paolo: «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,6-10).