Padre Michele
Il seminatore uscì a seminare... (Mt 13,1-23)
La parabola del seminatore che oggi leggiamo nel vangelo di questa domenica è anzitutto una illustrazione della missione di Gesù. Non dimentichiamo che Gesù stava vivendo un momento delicato, quello della “crisi galilaica”. I suoi erano venuti per prenderlo perché lo ritenevano pazzo e volevano portarlo via (12,46-50; cf. Mc 3,20-21). Eppure è proprio il fallimento, la croce, il segreto che Gesù dice negli orecchi che gli apostoli dovranno annunciare sui tetti (10,27): alla fine il bene è vincente! La croce di Gesù è principio di vita nuova!
Leggiamo ora la parabola.
“Uscì il seminatore a seminare”. Semina sulla strada, sui sassi e sui rovi. Perché tanto spreco? Alcuni di questi aspetti si spiegano meglio sapendo qual era la tecnica della semina. Innanzitutto, si seminava in un terreno che era rimasto incolto per tutta l’estate, da maggio a novembre, ed era stato spesso attraversato dalla gente e pascolato dalle greggi di pecore e di capre. Dopo la semina, si arava per interrare il seme nel suolo. Il seminatore, quindi, seminava tutto il terreno a disposizione, ma non sapeva esattamente dov’era il suolo buono e fertile. Seminava sugli stretti sentieri calpestati dalla gente che aveva attraversato il campo, lì dove la terra era dura e non lasciava entrare il seme. Seminava anche lì dove il suolo non era molto profondo, ed era spesso il caso in Israele, dove il terreno è quasi dappertutto roccioso. Il seminatore non poteva indovinare perché non si vede la roccia in superficie. L’aratro, inoltre, era molto primitivo e non dissodava il terreno in profondità. Questo spiega perché il grano poteva cadere in una parte dove crescevano spine e rovi che, più rapidi nella crescita, avrebbero impedito al grano di arrivare a maturità. Il seminatore, però, sapeva che da qualche parte il suo terreno era buono e gli avrebbe dato un bel racconto.
Si noti il rischio e la speranza del seminatore. Dal successo della semina dipende la vita della sua famiglia (il pane per tutto l’anno). D’altra parte sapeva, come già detto, che da qualche parte c’è un terreno buono che non lo deluderà. Se non fosse il caso, andrebbe a seminare altrove o cambierebbe mestiere.
Gesù è il buon seminatore. Ha seminato il seme della parola di Dio. Non è stato lì a scegliere il terreno: questo è bravo, quello no. Ha seminato come fa il seminatore: su tutto il campo. Ora attende il frutto del raccolto.
Lo sviluppo del grano avviene in diverse tappe: cade nel terreno (v. 4), germoglia (vv. 5-6), e cresce (v. 7). Nelle prime tappe un ostacolo (uccelli, roccia, spine) impedisce al grano di continuare il suo sviluppo naturale. Solo nella quarta tappa il grano arriva a maturità (v. 8).
“Parte di esso cadde lungo il sentiero…” (v. 4). I semi caduti sul sentiero sono visibili, facile preda degli uccelli. È l’esperienza di Gesù: in parte la sua Parola non è neppure accolta, non attecchisce, vola via. È la gente che non ascolta.
“Un’altra cadde su suolo sassoso…” (v. 5). Il sottile strato di terra con sotto un sasso trattiene l’umidità dell’aria e il caldo del sole. I semi attecchiscono e germogliano in fretta. Ma è un’illusione! Mancano le radici. È il caso di quando la parola ascoltata attecchisce subito, ma solo in superficie; dopo il primo entusiasmo - un fuoco di paglia senza consistenza - si secca.
“un’altra cadde sulle spine…” (v. 7). I rovi tendono a invadere e soffocare il resto. Non a caso il rovo si propose “re” tra gli alberi della terra (Gdc 9,15)! Quindi anche in quelle persone in cui la parola sembra crescere non sempre tutto va bene, poiché c’è il rischio del soffocamento.
“Un’altra parte cadde in terra buona e diede frutto...” Per mal che vada, la semina del Regno è feconda al di sopra di ogni attesa. La resa del 30, 60, 100 per uno non era nemmeno immaginabile. Se i fallimenti del seme sembrano deludere la generosità del seminatore, che non bada al risparmio ma sparge a piene mani, l’immagine finale della grandiosa resa supera di gran lunga anche le più rosee prospettive che potesse nutrire l’immaginazione di un agricoltore dell’epoca.
La parabola non contrappone semplicemente gli insuccessi iniziali al successo finale che il Regno otterrà, ma illustra anche il suo paradossale ed irresistibile sviluppo, in cui il successo coesiste però con l’insuccesso (che resta solo parziale, mai totale).
Però ci vuole tempo. Il successo si ha solo dopo un processo lungo, che conosce una serie di insuccessi iniziali. Per questo il seminatore non si aspetta un risultato immediato.
Questa parabola intende perciò rispondere ai dubbi che si stanno facendo largo nel cuore dei discepoli e dei simpatizzanti di Gesù, i quali si chiedono come mai il messaggio del Regno stia incontrando tanta opposizione, e forse giungono a dubitare della sua reale riuscita. Anche il lettore di ogni epoca non fa difficoltà a riconoscersi in queste esitazioni. Ebbene, con questa parabola Gesù risponde a tali perplessità e addita lo stile dell’agire di Dio, il quale, con la sua debolezza, è più forte della potenza degli uomini. Ma la sua forza non si manifesta nell’evitare gli ostacoli, nell’annullare le prove, bensì nel far emergere e nel far riuscire il suo piano anche attraverso le contraddizioni e persino le opposizioni più dure. Ecco perché vengono enumerate le cocenti delusioni per la mancata riuscita del seme sui terreni inadatti. E se nel primo caso – quello del seme seminato sulla strada e divorato dagli uccelli – le attese non sono poi tanto frustrate, ben più grave è l’ultimo caso, quando il seme sembra ormai vicino alla maturazione. Il messaggio per il lettore è perciò di grande conforto, perché da una parte gli dice di non scoraggiarsi, dato che le difficoltà sono già previste, dall’altra di non venire meno nella fiducia, perché la resa finale lo sorprenderà e lo stupirà oltre misura. Allora egli capirà anche lo sperpero iniziale, che sembra caratterizzare lo stile del seminatore.
È chiaro che Gesù ci chiede uno sguardo di fede. Infatti anche se il bene sembra svanire e il male riuscire bene, alla fine il risultato è sorprendente. Perché è Dio che agisce nella storia. Al seminatore della parola spetta solo seminare.
Anche nella risposta ai discepoli che chiedono a Gesù: “Perché parli loro in parabole?”, viene ribadita la necessità della fede in Gesù: “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (v. 12). Cioè: a chi ha fede in Dio, a chi ha intimità, familiarità con Gesù, riceve sempre più intelligenza per comprendere e per vivere il mistero del Regno. Chi non ha questo, non capisce, non solo con la testa, ma anche non ne fa esperienza della verità di esso nella sua vita. E dove non capisco, è perché non voglio convertirmi. Per questo motivo, dice Gesù, si adempie la profezia di Isaia (ma è, in realtà, il messaggio di tutti i profeti) mandato a denunciare il peccato del popolo: “Voi udrete, ma non comprenderete...” (vv. 14-15; cf. Is 6,9-10). Ossia la Parola di Dio: luce per chi ha il cuore libero, tenebra per chi ha il cuore indurito. È per questa durezza del cuore che Gesù verrà ucciso.
Durezza del cuore che viene ribadita anche nella spiegazione della parabola stessa.
- C’è un cuore impermeabile nel quale la parola non attecchisce. È la situazione della semente seminata lungo la strada, che il nemico porta via. Il nemico è il ladro della parola. Egli cerca di convincerci con opinioni opposte.
- C’è il cuore nel quale la parola non mette radice. Sotto c’è il sasso. È la seconda esperienza. La parola non attecchisce in profondità perché il cuore è invaso dalle paure, dalla mancanza di fede, dalla disperazione che mi pietrifica. Ma la Parola di Dio può vincere queste disperazioni, queste paure dandomi appunto la speranza.
- La terza esperienza è la parola tra le spine. Il testo parla di “preoccupazioni del mondo” e di “inganno della ricchezza”. Non si è mai contenti, si vuol avere sempre di più, pensare come fare a guadagnare di più, si è sempre con il pensiero lì e non si ha mai il tempo di pensare agli altri e al proprio stesso bene. È chiaro che questa ricchezza non è solo quella materiale: c’è anche la ricchezza culturale di chi fa sfoggio delle proprie conoscenze, e quella dello 'status sociale', per cui ci si vanta della propria posizione sociale. Infine c’è anche la ricchezza “spirituale” di chi cerca solo di... accumulare “meriti”, senza accorgersi che, in realtà, il suo cuore è ben lontano dal Signore. Per questo bisogna recuperare l’intuizione di Maria: ai piedi di Gesù ella ascolta la parola. Prima ancora di fare qualcosa di materiale, come fa invece Marta, è necessario porre ascolto alla parola di Gesù che, scrutando il cuore, lo libera dalle false ragioni.
- Infine c’è l’esperienza del seme seminato sulla terra buona. Il dono della fede fa ascoltare la Parola, quello della speranza la fa custodire e crescere, quello dell’amore permette che fruttifichi. I tre doni fanno del nostro cuore, lastricato di viottoli, pietrificato da paura e soffocato da egoismi, una terra bella e feconda.
Termino con un'ultima riflessione. Quello che ha fatto il Seminatore con noi, che con abbondanza ha seminato la sua parola di luce e di vita nel nostro cuore, anche noi dobbiamo farlo verso i fratelli. C'è bisogno di seminatori che continuino la missione di Gesù. Per questo è importante che sappiamo gestire la nostra bocca, evitando non solo linguaggi e argomenti sconvenienti, ma anche inutili, futili, per far sì che dal silenzio del nostro cuore escano solo parole convenienti, costruttive... parole che riflettano quello che già stiamo vivendo nella nostra vita. Allora saremmo degli evangelizzatori nel nostro tempo.
Ti rendo lode, Padre... (Mt 11,25-30)
È bello vedere come, dopo aver rimproverato le città di Corazin, Betsàida e Cafarnao (vedi brano precedente) perché piene di sé, supponenti, Gesù non si chiude nell'amarezza, ma esplode in un grido di gioia: “Ti benedico, o Padre”, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” .
Il testo parla di “sapienti e intelligenti”. Sono coloro che ritenevano di possedere una conoscenza profonda dei misteri di Dio. Si “credono” sapienti e intelligenti pur rifiutando la rivelazione divina. Pensiamo, in concreto, ai capi del popolo, ai dottori della legge, agli aderenti a varie sette del tempo (Esseni, Qumranici, seguaci di gruppi apocalittici). Del resto, il paradosso di sapienti che non capiscono e di intelligenti che non intendono era stato già sottolineato dai profeti, in particolare da Isaia. Al popolo che onora Dio con le labbra Dio lancia la minaccia: «perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l'intelligenza dei suoi intelligenti» (Is 29,14). E, subito dopo, aggiunge: «Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele» (Is 29,19).
Chi sono invece i “piccoli”? In greco la parola è “nepioi” , cioè “infanti” . È la gente semplice che, senza aver studiato molto e senza conoscere la teologia, può aprirsi al mistero del Regno. È la “dotta ignoranza” del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. A quest'ultimi, infatti, Dio ha “nascosto” “queste cose” proprio perché pensavano di sapere chissà che cosa.
Queste parole di Gesù sono quindi un monitor molto forte a mantenere puro il nostro cuore. Altrimenti non lo potremo conoscere. Potremo studiare, avere una vasta cultura religiosa, ma mai averlo conosciuto.
«Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (v. 26). È un'espressione che ci scuote, perché ci fa capire che il mistero di rifiuto e quello di accoglienza è parte del piano divino. In questo piano è contenuto il mistero della croce.
«Tutto mi è stato dato dal Padre mio...» (v. 27). Con queste parole Gesù afferma:
- di avere la piena conoscenza del mistero di salvezza e tutta la regalità, con il potere che ne consegue “in cielo e in terra” (cfr Mt 28,18);
- di essere il Figlio, e come tale è in relazione reciproca con il Padre.
- Di conseguenza Egli è il rivelatore del Padre.
"Siamo di fronte a una sintesi della storia della salvezza, dove appare il primato di Gesù, la sua divinità, la sua relazione con il Padre, il suo essere nella Trinità. (...) È un mistero che soltanto attraverso il superamento della ragione e l'ingresso nell'oceano infinito di Dio, possiamo accettare. E quando recalcitriamo contro il progetto di Dio nella nostra vita, contro gli avvenimenti, contro il modo con cui il Signore ci tratta, di fatto noi non accettiamo che Gesù riveli il Padre, che lo riveli nell'umiliazione e nella croce, non accettiamo il rapporto privilegiato di Gesù con il Padre, che Gesù sia Dio”. [1]
Il vangelo poi continua con l'invito di Gesù: “Venite a me...”. Invita tutti quelli che si riconoscono “affaticati e oppressi” a venire a lui.
Si noti che quel “ Venite ” Gesù lo aveva usato per chiamare i primi discepoli a seguirlo. La vita è dura per tutti, tutti – sebbene con diverse gradazioni – sono sottoposti al peso della fatica del vivere, al peso delle delusioni, degli insuccessi, dell'ambiente meschino, del peso dell'ingiustizia e della falsità.
“Venite a me” è un invito diretto che Gesù fa a tutti, ma che solo i piccoli ai quali il Padre ha rivelato il mistero di Dio, che è l'amore – come si legge nel brano precedente –, solo questi piccoli sanno rispendere all'appello di Gesù. I sapienti e gli intelligenti di questo mondo non credono di aver bisogno di Lui, bastano a se stessi.
A coloro che accolgono la sua chiamata promette: “ e io vi ristorerò ”. In greco la parola ἀναπαύσω qui impiegata in realtà significa “riposo”. Parola che richiama il riposo del settimo giorno in Genesi 2,2, il sabato che è il compimento della creazione. Ciò che Gesù promette a chi viene a lui, allora, non è il semplice ristoro, ma anche il compimento dell'uomo, che è Dio; lui ti dona l'amore stesso del Padre. Un giorno, nel sabato eterno, questo compimento sarà pieno; ma già oggi Gesù ci introduce nella vita trinitaria, nell'amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Già oggi posso pregustare il paradiso insieme alle fatiche della vita che non vengono meno.
Per questo Gesù subito dopo dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi” . Sappiamo bene che la parola “giogo” indica quello che si metteva sull'animale per utilizzare le sue energie, per arare, tirare il carro, lavorare, in modo che la sua energia sia utile. Così il “giogo” di Gesù è ciò che ci fa camminare nella vera libertà, orientando le energie verso il bene, seguendolo nella via dell'amore. Ci chiede di imparare ad amare, ed allora entreremo nella dolcezza della vita. Perché l'amore è dolce per chi ama.
Portare il “suo giogo” è il cammino che Gesù propone ad ognuno di noi. I nostri “pesi”, quando vengono assunti con amore e vissuti come “croce”, diventano più leggeri e sopportabili, perché diventano un luogo di “incontro con Gesù”.
“ Imparate da me che sono mite e umile di cuore …”. La mitezza è espressione della vera natura dell'amore che si fa “debole” di fronte alla violenza . In tutta la passione Gesù esprime il vero volto di Dio che non distrugge il maschio con la sua “collera”, ma facendosi debole, vulnerabile, sofferente. Si fa carico di esso per distruggerlo dall'interno, per trasformare il massimo maschio in massimo bene.
Poi Gesù ci invita ad imparare anche la sua umiltà. In greco c'è “tapino”: è il piccolo, l'umile, il servo, l'ultimo. L'amore è sempre umile: stima l'altro superiore a se stesso, fino a dare la vita per l'altro. Senza umiltà non c'è amore, c'è solo prepotenza. E la sapienza di Gesù, mite e umile di cuore, è la sapienza dell'amore.
Se vogliamo seguirlo nella via dell'amore dobbiamo far nostri questi atteggiamenti del cuore di Gesù, dobbiamo conformarci a lui. E sperimenteremo davvero che la legge dell'amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. È un peso che lo rende leggero.
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[1] Carlo Maria Martini, Briciole dalla tavola della Parola , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 396.
In questa domenica il mattino la liturgia ci propone le letture della XIII domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo è quello di Mt 10,37-42, nel quale Gesù esige dal cristiano una dedizione radicale; totale, preferenziale. Radicale perché va alla radice di tutti gli affetti; totale perché abbraccia tutta la vita; preferenziale perché, pur essendoci degli affetti legittimi, importanti, comandati da Dio nel quarto comandamento, Gesù si pome imperiosamente come Colui a cui tutto è da subordinare, persino gli affetti più cari. Soltanto un Figlio di Dio può parlare come Gesù ha parlato, soltanto Dio può avere tali esigenze.
Ma già nel pomeriggio e per tutto lunedì 29 Giugno si celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo apostoli.
- Per questa solennità la liturgia ci propone il vangelo del dialogo del Risorto con Pietro dopo la pesca miracolosa e il pasto sulla riva del lago. Tre sono le domande che Gesù pone a Pietro: "Mi ami tu?". Nelle prime due gli chiede se egli lo ama (verbo agapao) di un amore pieno, disinteressato, e solo nella terza scende ad un livello diverso, quello dell'amore tipico della relazione di amicizia (verbo fileo). Ed è significativo che per tre volte Pietro gli risponde e riceve da Gesù la seguente missione: “pasci i miei agnelli” (prima volta), “pasci le mie pecorelle” (seconda e terza volta). Ora che Pietro ha sperimentato la propria debolezza, egli è paradossalmente pronto ad affrontare la missione che il Signore gli dà. Perché ha imparato a non fidarsi più di sé, ma solo del Signore e dell'amore che Egli ha per lui. Qual è la missione che il Risorto affida a Pietro? Gli chiede di preoccuparsi perché non manchi al gregge – che rimane di Gesù – il necessario, incominciando dagli “agnelli”, cioè dai piccoli, dai più deboli; significa difenderli dai pericoli disposto a dare la propria vita perché abbiano la vita; poi anche le pecore, che vanno guidate. L’evangelista ci invita quindi ritornare con il pensiero al brano di Gesù pastore (cap. 10). Gesù è colui che cammina innanzi al gregge, che è riconosciuto dalle pecore al timbro della voce, che vuole che le sue pecore trovino pascolo, che offre la vita per esse, che le conosce a fondo e per loro dà la vita. Queste stesse caratteristiche vengono ora riferite a Pietro. È questa la missione affidata a Pietro: quella missionaria (Gesù nel cap. 10 parla di “pecore che non sono di questo ovile”) e, insieme, essere guida spirituale di coloro che hanno abbracciato la fede (le pecore seguono il pastore).
- Nella prima lettura, un brano tratto dal cap. 3 degli Atti degli Apostoli, possiamo contemplare come Pietro vive la missione che il Risorto gli ha affidato. Pietro e Giovanni salgono al tempio alle tre del pomeriggio per assistere al sacrificio della sera e, presso la porta detta Bella, incontrano lo storpio. Si noti che è la stessa ora nella quale Gesù morì in croce (Lc 23,44). Luca sottolinea due volte che era l'ora nona. Ed è proprio in quest'ora che avviene il miracolo della guarigione dello storpio.
La citazione della porta “la bella” del tempio indica che la menomazione fisica dello storpio lo teneva fuori dal tempio, non poteva quindi entrare e pregare. L'essere storpio, infatti, appartiene a quella serie di malattie che impediscono l'aggregazione all'assemblea cultuale.
Quest’uomo era "storpio fin dalla nascita". Questo ricorda l'episodio del cieco fin dalla nascita (Gv 9). Questo uomo rappresenta ogni uomo che, fin dal ventre di sua madre, cioè prima di nascere, non sta in piedi. Poi, quando diventa grande, sta fisicamente in piedi, ma non sa dove andare, non sa da dove viene e non sa dove va. Se cammina va errando di qua e di là senza sapere dove. Lo storpio è l’immagine di questo uomo che, in fin dei conti, non può fare il cammino che conduce alla meta: andare verso Dio e verso i fratelli.
Lo storpio viveva dell’elemosina dei pii giudei che frequentano il tempio. Nelle persone di Pietro e Giovanni la Chiesa s’incontra con la miseria umana.
"Costui, vedendo Pietro e Giovanni..." (v. 3). Come ha fatto questo cieco vedere Pietro e Giovanni? Non è che li vede con la vista, semplicemente avverte la presenza di questi due soggetti, a lui sconosciuti, ai quali chiedere per ricevere elemosina. È quel vedere cieco che abbiamo anche noi; è lo sguardo di chi non vede negli altri delle persone, ciascuna con la propria identità e doni, ma solo dei soggetti a cui chiedere l'elemosina. Il pensiero di chi è così cieco è questo: “cosa posso ricevere da queste persone? Cosa possono darmi?”.
"... li pregava per avere qualcosa in elemosina". Il cieco chiede soccorso al passante. Pietro non possiede il denaro dei ricchi, quel denaro che risponde alle attese immediate del mendicante, ma che diventa anche facile alibi per non prendersi carico della sua persona umana. Pietro e Giovanni, insieme, stabiliscono un contatto con quell’uomo (è da notare lo sguardo fisso – si interessano cioè della persona dell'indigente – e poi, dopo le parole, Pietro gli prende la mano destra), ne amplificano le attese, ma deludono il suo bisogno immediato: "non possiedo né oro né argento". Gesù aveva detto: "Non portate né denaro, né bastone, né bisaccia, né pane, né due tuniche" (Lc 9,3). Ma hanno con sé il vero tesoro: "quello che ho te lo do". Che cosa noi abbiamo e che possiamo dare? Abbiamo il fatto di essere figli di Dio, di essere fratelli nella fede, di ricevere tutto, ma non in elemosina, bensì come dono, come grazia, vivendo così nella gratitudine e stabilire relazioni positive con i fratelli. Il non capire la grandezza di questo tesoro che ho ricevuto, anche se non possiedo niente, è una grande disgrazia per chi si professa cristiano!
Solo a questo punto Pietro gli annuncia la possibilità nuova e inattesa: gli ordina di alzarsi e di camminare "nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno...". È la parola efficace che in nome di Gesù lo fa rialzare. Il nome (= la persona) di Gesù è sotēr /salvatore e soltanto lui può offrire salvezza! Di conseguenza, quando pronunzia queste parole, Pietro dice che gli apostoli parlano e agiscono nel nome di Gesù e col potere di Gesù, e che anche l’infermo deve rivolgersi a lui e in lui riporre la sua fiducia. Si presume che l’infermo abbia sentito parlare di Gesù e delle guarigioni da lui compiute. Ora Pietro cerca di dimostrare che il Gesù di allora, Gesù di Nazareth, è il Vivente, ha ancora lo stesso potere ed è stato costituito Messia e Signore.
"... alzati (ἔγειρε) e cammina"». Quello che segue – come indica anche l'imperativo ἔγειρε – è un racconto di “risurrezione”. Pietro, preso lo storpio per la mano destra, lo solleva dalla situazione passiva e, mediante la nuova relazione che Pietro ha stabilito con lui – è il Signore che agisce, ma lo fa attraverso noi che invochiamo il suo Nome e agiamo come figli – "i suoi piedi e le sue caviglie si rinvigorirono, e balzando in piedi si mise a camminare". Ora lo storpio entra finalmente nel tempio – dal quale la sua infermità lo aveva escluso – "camminando, saltando e lodando Dio". È un uomo ‘ricostruito’ fisicamente e spiritualmente che Pietro restituisce alla vita. Così viene ristabilita la relazione di quest'uomo nella relazione con gli altri e con Dio. È importante ricordare qui Is 35,6, dove si parla del tempo messianico come un tempo in cui "lo storpio salterà come un cervo". Dunque la salvezza di Dio già presente nei gesti guaritori di Gesù ora continua a rivelarsi a favore degli uomini tramite gli apostoli.
- Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Galati, San Paolo ci afferma: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani..." (Gal 1,14-15). Paolo adopera alcune espressioni teologiche molto importanti. Innanzitutto dice che Dio lo aveva scelto "fin dal seno di sua madre" e usa una espressione dell’Antico Testamento, adoperata da Geremia per se stesso e dal profeta Isaia per quella figura del «servo di JHWH». Paolo, scrivendo questo testo molti anni dopo, avendo riflettuto sulla sua esperienza dice: “Dio da sempre mi aveva scelto, ma mi ha chiamato in un momento preciso” e la chiamata consiste in questo: «si compiacque di rivelare a me suo figlio». Il verbo “rivelare” in greco è il verbo dell’apocalisse; Paolo dice: “Dio mi ha rivelato suo Figlio”, ha tolto il velo dai miei occhi e mi ha fatto capire chi era suo Figlio.
Parlare apertamente e senza timore
Il vangelo di oggi è tratto dal discorso missionario del capitolo 10 di Matteo. Dopo aver chiamato gli apostoli li invia a predicare che il regno dei cieli è vicino. Gesù li avverte: “Vi mando come pecore in mezzo a lupi…” (v. 16) e annuncia loro la persecuzione (vv. 17-23). Ma di fronte a tutto ciò li invita – e invita anche noi – a parlare apertamente e senza timore. Per ben tre volte Gesù ripete: “non abbiate paura” (vv. 26.28.31). È una frase spesso ripetuta nella Sacra Scrittura perché Dio sa bene che la paura accompagna un po’ tutta la nostra vita. Abbiamo paura dei pericoli perché temiamo di perdere la vita; abbiamo paura di perdere le sicurezze sulle quali appoggiamo la nostra vita; abbiamo paura di perdere i nostri cari, abbiamo paura di soffrire… E abbiamo paura anche delle nostre fragilità. La paura si trova alla radice stessa della vita. Di fronte ad essa non ci può essere sicurezza assoluta se non smettendo di vivere. Solo chi è morto non ha più paura. Il problema, allora, non è quello di annullare i motivi che generano la paura, ma di affrontare la paura con coraggio. L’uomo coraggioso sa mettere in conto i possibili rischi, senza chiudere gli occhi di fronte ad essi.
Sono significativi i motivi che Gesù ci dà per affrontare coraggiosamente la paura:
a) Il primo è: «non vi è nulla di occulto che non sarà conosciuto» (v. 26). La situazione di chi annuncia è quella di pecora tra lupi. Il bene risulta perdente e sconfitto. Gesù però ci rassicura: il fallimento del bene è il grande mistero nascosto alla sapienza del mondo (cfr. 1Cor 2,6-16). Ciò che impedisce di vederlo è il velo della croce, propria del Dio amore, che in essa si rivela. La sua debolezza e stupidità è sapienza e forza che salva (cfr. 1Cor 1,17-25). Ma ciò che è stato velato e lo è ancora, sarà svelato. Il futuro è il capovolgimento di ciò che appare ora. La rivelazione è “togliere il velo”, il disvelamento della realtà. C’è quindi una prospettiva futura, una certezza di futuro che ci viene assicurata da Colui che è il Signore.
«Ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce» (v. 27). Gesù è la luce venuta nelle tenebre (cfr. Gv 1,5). I discepoli l'hanno accolta e la diffondono (cfr. 5,14). Mediante il loro annuncio – che è la continuazione di quello di Gesù - il mondo verrà alla luce della verità.
b) Il secondo motivo per non temere è che gli uomini possono uccidere solo il corpo. Gli uomini hanno un potere limitato, non bisogna assolutizzare gli atteggiamenti umani. Non possono uccidere la vita divina – lo Spirito – che abita in noi.
È vero – potremmo abiettare – che, pur conoscendo tutto ciò, rimane sempre in noi una certa paura della morte. Ma è anche vero che la paura della morte è sempre più forte in coloro che hanno la sensazione di non aver vissuto pienamente. Noi credenti siamo chiamati ad una vita in pienezza seguendo l’esempio di Gesù: quello di un amore donativo che affronta anche la morte. Uniti a Lui
c) Il terzo motivo per non temere è: «voi valete più di molti passeri». È un chiaro richiamo al discorso della montagna, all'abbandono alla provvidenza per sottolineare l'animo con cui il missionario deve affrontare le difficoltà bandendo ogni timore (cfr. 6,25-34). Siamo nelle mani di Dio, ben riposti. È inutile che ci preoccupiamo per la morte e siamo in ansia per la vita: la morte comunque viene, la vita comunque va. Cerchiamo di non perdere quella vita che è l'amore del Padre.
Questa lunga parte centrale si conclude con un appello: «chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Forse a volte davvero non abbiamo quella franchezza, quella parresìa che hanno avuto gli apostoli dopo la risurrezione del Signore, che caratterizza tutte le pagine degli Atti degli Apostoli. Dobbiamo allora chiederci: non parliamo apertamente per prudenza? O piuttosto per poco amore? Se amiamo davvero Gesù sappiamo dare la vita per lui, e quindi anche parlare con coraggi o annunciando il vangelo della verità, dell’amore, della vita. Perché l’amore è sempre più forte della paura. Sant’Agostino diceva che il coraggio è un amore che sopporta ogni cosa in vista di ciò che ama. Se c’è quindi una sola cosa da temere – ci ripeteva papa Francesco – è quello di sprecare la propria vita. Di non cogliere l’unica occasione per viverla in pienezza seguendo Gesù.
Vedendo le folle Gesù ne ebbe compassione... (Mt 9,36-10,8)
Gesù gira per tutti i villaggi e per tutte le città. Lui è il primo apostolo perché conosce l’amore del Padre. E allora va in cerca di tutti i fratelli, per tutti i villaggi e per tutte le città. Come il pastore va in cerca della pecora smarrita. Non ha nessun altro interesse.
Gesù insegna. La sua parola dà senso alla vita. È di questo che gli uomini hanno bisogno, soprattutto oggi. Ritrovare, cioè, i valori, ridare uno scopo al vivere. Questo è l’annuncio del Regno di Dio.
Connesso con questo annuncio c’è la guarigione di tutte le malattie e infermità. È interessante come il Vangelo guarisca il male dell’uomo. La parola ci guarisce da quel male che è la sorgente di tutte le ingiustizie, di tutte le oppressioni, di tutte le mancanze di libertà. Quel male che è dentro di noi come origine di tutte le nostre tensioni: la non accettazione dell’essere figli e fratelli.
“Vedendo le folle ne sentì compassione...” (v. 36). È per questa compassione che Gesù chiama i dodici e li invia in missione . L’apostolo nasce quindi dalla compassione di Cristo per il mondo. Compatire vuol dire “patire con”: è patire il male dell’altro. Tutti i prodigi che Gesù fa, li fa per compassione, perché si carica dei nostri mali. Sostanzialmente la vita apostolica è l’associazione alla vita del Figlio che si carica del male dei fratelli. Colui che non è disposto a caricarsi di questa croce non è un missionario secondo il cuore di Cristo.
“... perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (v. 36). In Ezechiele leggiamo che i pastori del popolo anziché badare al bene del gregge non facevano altro che pascere se stessi, e invece di porsi al servizio delle pecore dominavano su di loro “con violenza e con asprezza” (Ez 34,2-4). La rovina del popolo, secondo il profeta Geremia, era stata causata proprio dai pastori che “sono stati stupidi e non hanno cercato il Signore; perciò non hanno prosperato e tutto il loro gregge è stato disperso” (Ger 10,21).
Non servono più pastori, perché il Signore Gesù, “il grande Pastore delle pecore” (Eb 13,20), è l'unico pastore del suo popolo (cfr. Gv 10,11; Ez 34,15).
“La messe è molta” (v. 37). La “messe” indica il grano maturo per essere mangiato. Questo significa che tutta l’umanità è già grano maturo, per diventare corpo del Figlio. Qualche volta l’azione pastorale può mancare di grinta perché si ritiene che per certe iniziative, certe proposte... non è giunto ancora il momento propizio. In realtà è una mancanza di coraggio, e soprattutto di fede. Tanto è vero che normalmente, i tempi più propizi per Dio, sono i tempi che noi giudichiamo meno adatti: tempi di persecuzione e di croce.
“... ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (v. 38). È interessante notare che, di fronte alla scarsità di operai, Gesù non invita a darsi da fare, ma di supplicare il Signore della messe. Gli operai, infatti sono e rimarranno pochi finché ognuno rimarrà chiuso nelle sue sicurezze.
Segue l'invio dei Dodici: prima li convoca, dando ad essi il suo stesso potere, quello di “scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità”. Ricordiamo come poco sopra Gesù ha compiuto dieci miracoli, nei quali la sua parola opera con potenza in colui che crede. I dodici, dunque, continuano i segni di Gesù. Ma questi miracoli sono segno del vero esorcismo: vincere lo spirito di menzogna che domina l’uomo. Il Vangelo è l’annuncio della verità che ci fa liberi.
Poi li invia "alle pecore perdute della casa di Israele" - Israele rimane il primo destinatario della missione; ad Israele Dio aveva promesso l'invio del Messia - dando le seguenti istruzioni:
- Il programma della missione è il seguente: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni». Il programma della Chiesa si fonda su quello che ha fatto Gesù nei capitoli 5 e 9. Ossia: insegnare ciò che Gesù ha insegnato (capp. 5-7) e fare ciò che Gesù ha fatto (capp. 8-9). Cioè:
- “curare gli infermi”. “Infermo” è colui che non sta in piedi: è l'uomo che perde la sua posizione eretta, prono sotto il giogo della legge o carponi sotto il peso dell'egoismo. La cura del debole è il grande miracolo di chi, come Gesù, si fa servo dei fratelli (8,17).
- “risuscitate i morti” (cfr. 9,18-26). Farsi fratello è vivere la propria figliolanza e risuscitare il Figlio negli altri.
- “mondate i lebbrosi” (cfr. 8,1-4). L'amore è una vita nuova, libera dalla lebbra della morte e del peccato.
- “scacciate i demoni” (cfr. 8,28-34; 9,32s). Lo Spirito di verità scaccia quello di menzogna che ci divide dal Padre e tra di noi.
La Chiesa non si può inventare un suo campo di azione, ma si deve sempre chiedere se ciò che fa si fonda sull'agire di Gesù. Il programma è quello dell'annuncio del Regno e quello dell'azione. Viene sottolineato il binomio annuncio-opere.
- L’annuncio del Vangelo è fondato essenzialmente nel dono: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (v. 8). Tutto ci è dato in dono: la vita, l’aria, il mondo, le cose... Il problema è come prendiamo tutto ciò. Se, cioè, la nostra mano è avida di possesso (come Adamo), o se prendiamo sapendo ringraziare. In quanto figlio che riceve come dono e ringrazia il Padre, divento simile al Padre capace di dare in dono non solo le cose, ma anche la vita stessa.
Corpus Domini
Le letture di questa domenica
In questa domenica del Corpus Domini la prima lettura (Deuteronomio 8) ci ricorda che nei 40 anni di erranza nel deserto, al popolo di Israele non è mancata l'acqua per dissetarsi e la manna del cielo per nutrirsi. Acqua e manna sono prefigurazione del vero cibo spirituale: l'Eucaristia.
Nel vangelo di Giovanni (capitolo 6), Gesù parla chiaro: “Sono io il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (v. 51). Il mangiare carne umana è, nell’Antico Testamento, segno di situazioni spaventevoli e della maledizione di Dio (Lv 26,29; Ger 19,9; Ez 5,10; ecc.). Bere il sangue degli animali (e ciò vale ancor più per il sangue umano) è ancor oggi severamente proibito tra gli ebrei. Il sangue è vita, e la vita appartiene a Dio. Per questo nei sacrifici il sangue doveva essere sparso sull’altare del Signore, a cui appartiene la vita (Gen 9,4; Lv 17,11-12).
Ora Gesù parla di mangiare la sua carne (6,50.51.53; in 6.58 si dovrebbe tradurre “masticare”) e di bere il suo sangue. Il suo linguaggio, così come suona nel senso più immediato, non poteva essere né più veritiero, né più concreto, né più crudo, né più duro; ma dobbiamo anche dire: né più travolgente, né più profondo, né più sollecitante a continuare nella riflessione.
Alla domanda dei dirigenti giudei: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 52), Gesù risponde ribadendo che solo chi si nutre della sua carne e beve il suo sangue "ha la vita eterna". Non si tratta di mangiare qualcosa, ma di relazionarsi con Lui. La vita eterna, cioè la vita divina che riceviamo da Gesù, è relazione con Lui: perchè Lui è la Vita! E' reciproca appartenenza, possibile solo tra le persone che si amano: " Chi mangia la mia carne e beve in mio sangue, rimane in me ed io in lui". La reciproca appartenza che avviene nella Trinità tra le persone divine, diventa così esperienza del credente in Cristo. La vita divina diviene esperienza della stessa vita trinitaria. La Trinità, dunque, non è solo il principio di tutto (dell'elezione divina di essere figli nel Figlio) e il fine di tutto (la gioia eterna nella comunione dei santi nel paradiso) ma anche - nel Pane di vita che ci viene donato - il sostegno vitale del nostro cammino di ogni giorno. Ecco perché non possiamo fare a meno della vita sacramentale.
"Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me". Vivere "per Gesù" vuol dire che l'Amato diventa la vita di chi lo ama, "informando" tutto il nostro essere, il nostro sentire al suo pensare, dal suo volere al suo agire. Dice Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).
Questo vivere di Cristo in me nel nostro brano evangelico ci viene indicato con un'immagine. Il principio eucaristico è quello della nutrizione, che chiede assimilazione per far crescere; mangiamo quel pane, per assimilare Cristo, in modo tale da crescere come persone. Un bambino quando nasce pesa circa tre chili; nel giro di un anno, a forza di mangiare latte, arriva sui dieci chili. Quindi, un corpo sano ingerisce latte, ma lo trasforma: è il principio del metabolismo.
Questo principio della assimilazione, nel caso della comunione con Cristo, avviene in modo capovolto. Cioè, mentre io ingerisco il cibo e lo faccio diventare parte di me, nella relazione con Cristo avviene il contrario di ciò che avviene in natura: è il Cristo che assimila me. A forza di mangiare il Cristo, io divento come Lui. Questo metabolismo della trasformazione è il principio della mia crescita cristiana: io vengo trasformato in Colui che ricevo.
Questo accesso del credente alla vita eterna consente a Gesù di garantire anche la nostra risurrezione dai morti: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno!”.
La seconda lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Corinzi (cap. 10), ci ricorda inoltre che l'Eucarestia non ha solo il valore di compartecipazione della stessa vita del Signore, ma è anche principio di compaginazione e comunione della Chiesa, Corpo mistico di Cristo (v. 17). Davvero l' Eucaristia fa la Chiesa!!! Non possiamo perciò accostarci all'Eucaristia con atteggiamenti di chiusura verso alcuni fratelli, anzi ci accostiamo ad essa proprio con il desiderio di superare ciò che ancora si oppone al diventare, come si legge negli Atti degli Apostoli quando tratteggia la prima comunità cristiana, "un cuore solo e un'anima sola" (At 4,32).
Santissima Trinità
La prima lettura, tratta dal libro dell'Esodo, ci parla della teofania sul monte Sinai con la rivelazione del nome divino.
La teofania è molto interessante perché ci mostra chi è e cosa fa Dio nei confronti del popolo di Israele peccatore e, più in generale, nei confronti di tutta l'umanità peccatrice. La rivelazione del nome divino è connessa alla richiesta formulata da Mosè in Es 33,18-23, il quale, rivolgendosi al Signore, gli aveva posto due domande.
La prima domanda: «Fammi conoscere la tua via». Ma le antiche versioni (LXX, Vulgata) hanno letto: «Fammi vedere il tuo volto». Il problema di Mosè, in altri termini, non è solo quello di conoscere la via, ma che Dio stesso la percorra insieme a Israele, e non un angelo, un inviato. Che si tratti del “volto” e non solo della “via” è tanto più evidente se si considera la risposta sorprendente: «Il mio volto camminerà, e ti darò riposo». Strano modo di esprimersi, “un volto che cammina”! Sembra quasi un ossimoro, una contraddizione in termini, perché il volto è la persona in quanto si rivela, si manifesta, si fa vedere, ma il fatto che cammini significa che questo volto non si concede alla visione, che procede innanzi, che non si può contemplare. Vale a dire, un volto che non è statico, che si muove in continuazione, che non si lascia fotografare. Perciò, anche in questo caso, l’esaudimento della preghiera di Mosè, per così dire, avviene solo per metà. Dio gli concede di vedere il suo volto, ma al tempo stesso lo ritrae, lo ritira. In questo senso, anche la lettura masoretica di Es 33,13 («Fammi conoscere la tua via») rimane fortemente suggestiva. Se questo volto cammina, traccia una strada. Piero Stefani suggerisce che la Bibbia parla delle “vie” di Dio molto più che dei suoi progetti o disegni. Ci dice dove Dio è passato, le tracce che ha lasciato, affinché possiamo seguirlo, piuttosto che rivelarci quello che ha intenzione di fare.La seconda domanda di Mosè è la seguente: «Mostrami la tua gloria!». Questa nuova domanda cosa viene a precisare? Praticamente è la stessa di quella precedente, anzi nelle antiche versioni sono quasi identiche: «Fammi conoscere il tuo volto» (ostende mihi faciem tuam) e «Fammi vedere la tua gloria» (ostende mihi gloriam tuam).
Certo, Mosè vorrebbe avere una visione più diretta del volto glorioso di Dio. Dio gli ricorda che il suo volto non è visibile, proprio per il motivo detto sopra, che è in cammino, è sempre mobile. Egli segna il passo e il popolo deve seguirLo. Inoltre «nessun uomo può vedere Dio e vivere».
Ma questo volto di Dio ci è rivelato nel Figlio fatto carne. Nel Vangelo (Gv 3,16-18), infatti, si leggono le seguenti parole di Gesù: “Dio ha tanto amato il mondo...” (v. 16). Al centro di tutto, e specialmente nella missione del Figlio, c’è un Dio che ama il mondo. La realtà di fondo è l’agape divina, ossia un amore gratuito, incondizionato, traboccante, fedele, universale. Questo amore viene offerto a tutti (infatti qui per “mondo” non è da intendere tutto il negativo di morte, di menzogna e di peccato che si oppone a Dio come l’evangelista fa in altri brani, ma tutta quell’umanità che ha bisogno di essere salvata).
Dio ama il mondo, anche il nostro mondo di oggi. Come sentire, vedere, credere l’amore di Dio? Chi ama Dio? Tutti! Come ama Dio? È vicino ai sofferenti, è dalla parte degli oppressi, anima tutti i semi di bene e di luce; è vicino a chi fa il male, perché non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
“Chi crede in lui non è condannato...” (v. 18). Il non credere in Gesù, non affidarsi a lui, è un'auto-condanna. Con il rifiuto o l’accettazione dell’amore apparso in Cristo, l’uomo costruisce dentro di sé la salvezza o la condanna, si costituisce luce o tenebra.
La nostra fede professa la Trinità. Quella Trinità che Gesù ci ha rivelato. Il Padre è l'origine di tutto; è Lui che invia il Figlio nel mondo per salvare l'umanità ed elevarla alla vita divina; il Figlio in quanto inviato dal Padre e mediatore lega indissolubilmente gli uomini in unità con Dio e tra di loro; lo Spirito Santo ottiene mediante la propria presenza nel mondo quella intima corrispondenza e abilitazione (il “cuore nuovo”), che rende capace il credente di accogliere la salvezza e corrispondere con una vita di santità.
Capiamo che, alla fine, in quanto siamo creati ad "immagine e somiglianza di Dio", di un Dio che è Trinità, quindi comunione, risulta chiaro qual è l’ultima destinazione dell’uomo: essere chiamato a diventare communio già ora sulla terra, per partecipare un giorno per tutta l’eternità alla communio piena del Dio trinitario.
Una cosa dovrebbe essere chiara: l’uomo, solo se è diventato comunionale, può “partecipare” alla vita del Dio comunionale. Altrimenti sarebbe per così dire un corpo estraneo nella vita divina promessagli. Perciò il “divenire communio” è il compito centrale della vita dell’uomo. Ogni dono fatto da Dio all’uomo è sempre anche un compito, una abilitazione e un invito a cooperare.
La communio presenta una doppia direzione con Dio e con il prossimo. Le due relazioni sono sempre tra loro strettamente collegate. Per imprimere in sé l’immagine di Dio e diventare a Lui più simile l’uomo deve progredire in ambedue le forme di communio.
La communio che Dio attua in virtù della pienezza della sua essenza non va da noi imitata solo passivamente, cioè accogliendo semplicemente l’azione divina e permettendo semplicemente che essa si svolga, bensì va imitata attivamente, con un’azione liberamente da noi compiuta. Quando al termine del tempo parteciperemo per sempre alla vita del Dio trinitario, non lo faremo come mendicanti che si sono visti piovere in maniera pura e semplice tutto addosso, bensì come individui che poterono “cooperare” liberamente a divenire ciò che da sempre Dio ha pensato, ossia quella communio nell'amore che ci rende simili a Dio.
Pentecoste
In questa solennità di Pentecoste oggi nel commento ci sofferiamo sulla pagina degli Atti degli Apostoli (2,1-11).
La Pentecoste ebraica si celebrava il “cinquantesimo” giorno dopo la Pasqua. Se originalmente era la festa della mietitura, una festa agricola in cui si esprimeva la gioia dei campi biondeggianti di grano e del benessere che un buon raccolto avrebbe assicurato, in seguito è diventata la “festa dei giuramenti”, cioè la festa del Sinai, la festa dell’alleanza. Ricordiamo che in un momento in cui tutte le strutture dell’antica alleanza erano crollate, in cui non c’erano più re né sacerdoti, il tempio era stato distrutto e si andava verso lo sfacelo dell’esilio, i profeti Geremia 31,31-34 ed Ezechiele (cap. 36) annunciano il giorno della nuova alleanza, cioè il giorno nel quale non ci sarebbe più stato bisogno di tavole di pietra e non sarebbe più stata necessaria la mediazione dei sacerdoti e della Legge, perché Dio avrebbe strappato da ogni uomo il cuore di pietra per sostituirlo con un cuore di carne e avrebbe introdotto nell’intimo di ciascuno il suo Spirito. Divenuto così una nuova creatura, l’uomo sarebbe stato capace di essere fedele dall’interno del cuore all’alleanza con Dio. È la teologia paolina della grazia che opera nell’interno dell’uomo, di quest’uomo cadente e miserabile in cui viene infuso lo Spirito di Dio.
Il racconto della Pentecoste lascia quindi affiorare in modo esplicito il ricordo della teofania del Sinai; ma qui abbiamo un nuovo Sinai, di cui il primo ne era solo figura del definitivo.
Infine un riferimento va fatto al luogo: Gerusalemme. In Isaia 2,1-3 abbiamo un cantico di ascensione (che richiama alcuni salmi e testi profetici, come Mi 4,1‑3) in cui Gerusalemme è celebrata come centro irradiante della salvezza universale. Sono i “gojim”, cioè le nazioni pagane, ad affluire verso Sion, da cui uscirà la legge e la parola del Signore. Gerusalemme, luce delle nazioni, è il luogo in cui è annunciata la salvezza per tutti i popoli.
Ponendoci in questa prospettiva saremo in grado di cogliere il valore simbolico di molti elementi del racconto di Luca e dei rimandi espliciti all’AT. Rileggiamo dunque il racconto di Luca.
Si noti che Luca inizia il racconto del giorno della Pentecoste col dire che esso «si compiva». Non si intende dire che il giorno di pentecoste stava per finire (sono solo le nove del mattino, v. 15), ma che sta terminando un tempo della storia e se ne apre un altro. Come in Lc 1,57: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto» il verbo indica che è terminato il tempo che precede il parto - cioè il momento è venuto -, allo stesso modo tale verbo indica che si conclude il periodo che porta alla Pentecoste, e si inaugura il giorno nuovo – il tempo dello Spirito, nel quale anche noi viviamo, che durarà fino al ritorno del Singore alla fine della storia.
«Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo». Chi sono queste persone? Si tratta i quelle indicate in 1,14: «alcune donne, tra cui Maria, madre di Gesù, e i suoi fratelli», i quali si trovano nella casa, probabilmente al piano superiore (cf. v. 2; 1,13). È da notare che l’espressione «tutti insieme nello stesso luogo» esprime contemporaneamente l’unanimità di chi non solo stanno insieme, ma anche per l’unione dei cuori. Al momento della promulgazione della Legge sinaitica, «tutto il popolo rispose insieme», “unanime”, impegnandosi a mettere in pratica le parole di Dio (Es 19,8). L’unanimità della comunità cristiana al momento della Pentecoste corrisponde a quella dell’assemblea di Israele ai piedi del Sinai.
La venuta dello Spirito è accompagnata da due fenomeni sensibili: dapprima un fragore (v. 2) e poi l’apparizione di lingue come di fuoco (v. 3).
- Il fragore, «quasi un vento che si abbatte impetuoso» (il vento, ruah in ebraico, è lo Spirito di Dio), è un rumore rimbombante, come il frastuono delle onde del mare (Lc 21,25; cfr. Sal 65,7), o il rumore del tuono (cfr. Sir 46,17), il suono squillante della tromba (Es 19,16; Ebr 12,19; Sal 150,3). La descrizione degli Atti, che fa particolare riferimento ai termini di Es 19,16, doveva richiamare in maniera del tutto naturale questa scena grandiosa, in modo tale da far vedere nella prima Pentecoste cristiana il rinnovarsi della teofania. È da notare che il “fragore” venne dal cielo, come da esso risuonò la voce sul Sinai (cfr. Dt 4,36; cfr. Es 19,3; 20,22) e al momento del battesimo di Gesù (Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Questo fragore, che manifestava la presenza dello Spirito, rassomigliava ad una violenta raffica di vento (Luca non dice che vi fu realmente il vento). Esso riempì “tutta la casa” dove si trovavano come, al v. 4, lo Spirito Santo “riempì” tutti coloro che erano presenti.
- Dopo il fenomeno uditivo si ha quello visivo delle lingue come di fuoco. Letteralmente: «Furono viste da essi delle lingue» (v. 3). Ecco un altro elemento tipico delle teofanie, il fuoco. Dio stesso è la fiamma che brucia (si pensi al roveto ardente visto da Mosè).
La parola greca, come l’ebraico lashôn, non indica solamente l’organo che ci permette di parlare, o il linguaggio in cui ci si esprime. Infatti viene usata anche per indicare qualunque oggetto abbia la forma di lingua (anche noi oggi in italiano parliamo di “linguette”). Il testo degli Atti vuol far notare il rapporto tra queste “linguette” e il dono delle “lingue” concesse agli apostoli.
Luca ha cura di precisare che tali “lingue”, che non erano realmente di fuoco, «si dividevano e si posarono su ciascuno di loro». Questo “dividersi” delle lingue consente un nuovo accostamento con le tradizioni rabbiniche relative agli eventi del Sinai, secondo le quali sulla santa montagna la voce di Dio si sarebbe “divisa” in sette voci e poi in settanta voci o lingue (Targum Dt 32,2), quanti sono i popoli (cfr. Gen 10). L'alleanza, quindi, fin dall'inizio, sarebbe stata pensata per tutti i popoli, anche se storicamente è Israele ad accoglierla. Con la Pentecoste tale alleanza nello Spirito del Cristo risorto viene riproposta a tutta l'umanità. La Chiesa continuerà la missione di Cristo, quella di annunciare la buona novella ed invitare gli uomini ad entrare nell'alleanza con Dio.
Tali “lingue” si «posarono su ciascuno di essi; e furono tutti ripieni di Spirito Santo». Si sottolinea qui l’individualità del dono, che resta importante: a ciascuno il proprio carisma, ciascuno è portatore di un dono fatto solo a lui e di cui dovrà rendere conto.
Si noti il rapporto tra il "vento" dello Spirito che avvolge tutti e le fiammelle che si posano su ciascuno che sono simbo dei carismi. Il fuoco dei carismi non può bruciare senza l'ossigeno del "vento" dello Spirito; cioè i carismi vanno esercitati nel segno della comunione, del vento che avvolge tutti. I doni che il Padre fa al singolo credente è per far cresfere la comunione. NOn ci sono carismi senza comunione. Parimenti non c'è vera comunione e se non risplende la diversità dei carismi.
Inoltre queste lingue «si posarono» - più esattamente: : «si stabilirono» - su ciascuno di loro. Non si tratta quindi di un posarsi momentaneo. Si tratta quindi di una presa di possesso: lo Spirito prende dimora nei discepoli, compiendosi in tal modo la promessa di Gesù in Lc 24,49, ripetuta anche in At 1,8. Si tratta di un battesimo, ossia di un’immersione nello Spirito (cfr. At 1,5 e 11,6, che è un’eco delle parole del Battista in Lc 3,16: «Io vi battezzo con l’acqua, ma viene colui che è più forte di me…; egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco»). Nelle successive pagine degli Atti si incontreranno, di volta in volta, Pietro (4,8), Paolo (9,17; 13,9), Stefano (6,5; 7,55), Barnaba (11,24), gli apostoli (4,31) e i discepoli di Antiochia di Pisidia (13,52) “ripieni” del medesimo Spirito. Alle origini della storia della Chiesa, come già nella storia di Gesù, è lo Spirito di Dio che prende l’iniziativa, e la sua presenza attiva è così intensa che si manifesta in maniera da far pensare a quella dell’acqua: ci si rende conto che essa riempie un recipiente nel momento in cui comincia a traboccare. Il discorso di Pietro parlerà precisamente di una “effusione” dello Spirito: Gesù, salito al cielo, lo ha ricevuto dal Padre per “riversarlo” sui suoi discepoli (2,17.33).
- Il v. 4 aggiunge che, sotto l’influsso dello Spirito, gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue». Con tale espressione si intende l’esprimersi in lingue straniere che gli uditori capivano o altro?
L’espressione “parlare in lingue” è ritrovabile in altri brani degli Atti. Ricordiamo per esempio che al termine del discorso di Pietro, accolto dal centurione Cornelio, «lo Spirito Santo discese sopra tutti quelli che lo ascoltavano. Tutti i fedeli circoncisi, venuti con Pietro, rimasero stupefatti nel vedere come il dono dello Spirito Santo fosse stato elargito anche ai gentili. Li sentivano infatti parlare in lingue e glorificare Dio» (10,44-46). L’espressione ritorna ancora nell’episodio dei seguaci di Giovanni Battista ad Efeso: «Dopo che Paolo ebbe loro imposte le mani, scese sopra di essi lo Spirito Santo e cominciarono a parlare in lingue e a profetizzare» (19,6).
Alcuni interpretano questo “parlare in lingue” come un fenomeno di glossolalia che consiste in un “linguaggio estatico”, ispirato dallo Spirito santo e che, per essere esercitato come “carisma”, quindi per l’edificazione della comunità, richiede un dono complementare, detto “dell’interpretazione”. Nel nostro brano, però, l’espressione è diversa: si dice che gli apostoli parlarono in “altre” lingue: è un’espressione che indica solitamente nella Bibbia il parlare una lingua straniera. Si tratterebbe, insomma, del carisma della xenolalia, carisma concesso agli apostoli nel giorno di Pentecoste – quello di parlare nelle lingue degli astanti - per l’evangelizzazione dei Giudei provenienti da tutte le parti del mondo. Nella Pentecoste si compie questo evento straordinario: l'universo dei popoli è raggiunto dalla parola di Dio. Se, dunque, sul Sinai la parola donata era unica e storicamente legata a un popolo e a una cultura, ora essa si esprime in «altre lingue» che tutti possono intendere. Vi è dunque qui come dischiudersi questo evento in una visione universalistica che costituirà il filo rosso di tutto il libro degli Atti e deve essere anche quello della Chiesa di ogni tempo: raggiungere ogni cultura, ogni uomo, per poter annunciare un vangelo da essi comprensibile. Annuncio ovviamente accompagnato dalla testimonianza della propria vita: «di me sarete testimoni» (At 1,8).
I vv. 7-8 sottolineano la stranezza della cosa: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?». Dopo l’enumerazione dei popoli rappresentati nell’uditorio, il v. 11 ripete ancora una volta: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». E al v. 12 ritorna l’interrogativo: «Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l'un l'altro: "Che cosa significa questo?”».
Certamente questo discorso delle “varie lingue” che gli uditori comprendono ci presenta la pentecoste cristiana anche come l’anti-Babele per eccellenza. Nella famosa scena del cap. 11 della Genesi al v. 7 vengono messe sulla bocca del Signore le seguenti parole: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È la grande maledizione dell’uomo peccatore, a cui viene tolto lo strumento principale della comunicazione. Con la Pentecoste, quindi con la discesa dello Spirito Santo che rinnova l’uomo dall’interno del proprio essere, la Babele del peccato è finita, ha inizio ormai la Gerusalemme della comunione. E nell’elenco dei popoli a cui appartengono le persone che assistono stupefatte al crollo della barriera delle lingue («parti, medi, elamiti…», ecc.) vediamo disegnarsi come in filigrana la diffusione della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo e al di là di esso. All’epoca in cui Luca scrive ci sono comunità in tutti questi paesi, ci sono cristiani che parlano tutte queste lingue, eppure per il dono dello Spirito dicono tutti la stessa cosa, confessano tutti la stessa fede in Cristo. Tutti ormai possiamo intenderci, anche se le nostre lingue sono profondamente divergenti, perché tutti possediamo la lingua dell’amore.
- Il v. 6 presenta lo stupore della folla, in piena confusione. Più volte Luca, nei primi due capitoli del Vangelo, menziona la meraviglia che avvolge i protagonisti di fronte ad alcuni eventi. Tutti si stupirono all'annuncio che il nome del figlio di Zaccaria sarebbe stato Giovanni, i pastori si stupirono e gli stessi genitori di Gesù si stupirono di fronte alla profezia del vecchio Simeone e di fronte alle cose che si dicevano del bambino. Lo stupore contrassegna l'aurora, il sorgere della fede. Chi non sa stupirsi non arriverà mai a credere, perché sarà immerso sempre e solo nel suo passato e nei suoi mille progetti presenti e futuri. Chi chiude le porte alla meraviglia non incomincerà mai ad interrogarsi, mai si metterà in viaggio.
- È da notare che Luca non parla di “folla”, ma preferisce usare il termine moltitudine. Si potrebbe qui richiamare la promessa, fatta da Dio ad Abramo, di renderlo padre di una “moltitudine” di popoli, e concretatasi nel cambiamento del suo nome: Abram, cioè “padre elevato”, è divenuto Abraham, cioè “padre di moltitudine” (Gen 17,4-5; cfr. Dt 26,5; Eb 11,12). Questa promessa sembrava già realizzata quando Israele giunse al Sinai (cfr. Dt 1,10; 10,22); ma la venuta dello Spirito nella Pentecoste darà a questa promessa un compimento ben più meraviglioso.
Si tenga presente inoltre la descrizione dell’uditorio di Gesù in Lc 6,17: «Vi era là una gran folla dei suoi discepoli e una grande moltitudine di popolo, venuto da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dalle contrade marittime di Tiro e di Sidone, per ascoltarlo…». L’uditorio dei giudei presenti il giorno della Pentecoste e provenienti da tutto il mondo ricorda, ma su scala più vasta, quello che Gesù ha conosciuto all’inizio del suo ministero. Più tardi a questo uditorio si aggiungeranno i pagani. Non dimentichiamo, infatti, la prospettiva universalista degli Atti (come pure del vangelo di Luca) i quali si chiudono con la dichiarazione di Paolo: «Sia noto a voi che questa salvezza di Dio è stata inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!» (28,28). Sia pure in scala ridotta con la Pentecoste gli apostoli cominciarono la loro missione universale: lo Spirito dona alla Chiesa il mondo intero, obbligandola per ciò stesso all’immenso sforzo missionario, attraverso il quale essa raggiungerà la sua pienezza e la sua statura escatologica.
Concludiamo questo commento con un riferimento a Maria, che è madre della Chiesa. Si noti il parallelismo tra gli avvenimenti della casa di Nazareth e del cenacolo. Come lo Spirito Santo ha fecondato Maria che diviene Madre del Cristo, ora lo Spirito feconda i discepoli - lì radunati insieme a Maria - trasformandoli in membra vive della Chiesa, corpo di Cristo (cfr. Ef 5,30). Maria, membro eminente e antcipatore della Chiesa, con la sua presenza multiforme, continua nello Spirito Santoa rigenerarla e a renderla più fedele alle parole del Figlio. E anche dopo la sua assunzione al cielo Ella continua maternamente a spronare la Chiesa ad ascoltare con attenzione la Parola di Dio e ad essere docile all'azione e alla guida dello Spirito Santo.
Ascensione del Signore
In questa domenica la liturgia ci invita a contemplare il mistero dell'ascensione del Signore.
Nel Vangelo prima di ascendere al cielo il Risorto affida agli apostoli - e quindi a tutta la Chiesa - la seguente missione:
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ci sono tre parole di Gesù che sono significative soprattutto nell’originale greco.
- La prima parabola è: matheteusate, che giustamente va tradotta: “fate discepoli tutti i popoli”. Ecco la Chiesa con un orizzonte infinito che supera la piccola provincia della Palestina.
Perché il verbo mathēteuō è importante? Perché la missione dei discepoli è mettere in rapporto coloro ai quali si annuncia il vangelo con Gesù, con il Messia di Dio. Ciò che costituisce il mathētēs è la sua relazione con il Maestro. Il "fare discepoli" esige quindi un impegno di far conoscere il Maestro, accompagnando le persone alla conoscenza del Vangelo e, ma soprattutto al rapporto con il Signore. E' un'opera educativa e di accompagnamento che esige il tempo necessario per condurre una persona dalla fede iniziale alla maturità.
- La seconda parola è: baptizontes. La via della salvezza è il battesimo che, come dirà Paolo, è la partecipazione all’esperienza della Pasqua di Cristo: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Nella frase precedente Gesù aveva appena detto: “Mi è stato dato ogni potere”: è il fondamento della missione.
Il battezzare indica l’aspetto divino del ministero, non semplicemente il rito battesimale, bensì ciò che esso significa: immergete i battezzandi nella potenza di Dio che sola può salvare, nella realtà d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non solo con il rito battesimale, ma anche con una testimonianza d’amore che manifesti la stessa passione che Gesù nel suo ministero ha avuto per l’umanità.
- La terza parola è: didaskontes. Abbiamo qui il mandato di “insegnare”, di essere “maestri”: insegnate a osservare ciò che vi ho comandato, che per Matteo è il contenuto dei cinque discorsi di Gesù, di cui il primo è quello della montagna. In altre parole si tratta di insegnare a vivere come Gesù ha vissuto e come cercano di vivere i suoi annunciatori.
- Particolarmente significative sono anche le ultime parole di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. “Io sarò con voi” è la formula di alleanza e di promessa che Jahvé ha fatto al suo popolo nell’Antico Testamento. “Dio forma la comunità di coloro che ama, che non può abbandonare, di cui non può dimenticarsi, perché ha dato a ciascuno il nome battesimale di salvezza, ai quali è sempre vicino perché si radunino nella comunità dei salvati. Gesù in mezzo a noi è la presenza di Dio che ci raduna, che fa di noi un popolo, che, attraverso l’azione di coloro che suscitano nuovi discepoli, raduna il popolo di Dio da tutta l’estremità della terra, da tutte le genti, da tutte le situazioni umane, verso una città dove regni la giustizia, la verità dei rapporti umani, dell’amicizia vissuta, la capacità di conoscersi, di amarsi”.[1]
Se è vera questa azione del Risorto nelal comunità ecclesiale, allo stesso tempo va anche notata la fiducia che il Risorto ha per ciascuno di noi battezzati; affida infatti una missione nelle nostre mani, ha fiducia che noi possiamo continuare la sua opera.
Negli Atti degli Apostoli l'ascensione del Signore al cielo è preceduta da una promessa: "Giovani battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo". Promessa ribadita pochi versetti dopo: "... riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra".
Questo evento dello Spirito compie la Scrittura, perché Gioele (3,1-5), Ezechiele (36,26-27) e i profeti avevano parlato dei tempi messianici come dei tempi dello Spirito, in cui lo Spirito, in un rinnovamento dell'alleanza, sarebbe stato riversato su tutti i discepoli. Tutti, uomini e donne, e perfino schiavi – come dice Gioele – diventeranno profeti. L’effusione dello Spirito testimonia una nuova fase della storia della salvezza, sanzionata dalle Scritture. Non che prima lo Spirito di Dio fosse assente; tutt'altro. Ora, però, la sua opera nel mondo diventa determinante, soprattutto a motivo dell'Assenza-Presenza di Gesù. Gesù sarà presente nella storia del mondo e della Chiesa in modo diverso: mediante il suo Spirito! In forza di questo Spirito gli apostoli - e tutti noi cristiani - siamo chiamati ad essere testimoni del Risorto.
Si noti il parallelismo del v. 8 (“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi…”) con l’annunciazione dell’angelo a Maria nel Vangelo di Luca. Gli apostoli sono assimilati a Maria. Cioè anche loro, grazie allo Spirito Santo, sono capaci di concepire la Parola e di donare al mondo la Parola. L’incarnazione che si è compiuta nel grembo di Maria continua nell’oggi tramite i credenti, che diffondono il Vangelo agli uomini. Il monito per noi è chiaro: prima di parlare, prima di annunciare agli altri il Vangelo dobbiamo invocare l’azione in noi dello Spirito Santo.
Qui c’è anche – oltre all’Annunciazione – anche un richiamo al battesimo di Gesù. Gli apostoli sono quindi investiti dallo Spirito Santo come Gesù fu investito al momento del battesimo; e come là Gesù venne incaricato della sua missione – “quello che vi dirà ascoltatelo!” – così anche gli apostoli vengono riempiti dallo Spirito perché la loro parola venga ascoltata e sono inviati come missionari. Quindi l’espressione “mi sarete testimoni” è un’espressione forte, centrale; riprende la promessa fatta da Gesù in Lc 24,48. Il testimone è colui che racconta cosa ha vissuto, ha sperimentato (cfr. 1Gv 1-3); ed è colui che è anche disposto a dare la vita (martirio) per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo, la verità del Vangelo che annuncia.
Ed infine l'assunzione: “Mentre lo guardavano, fu elevato in alto”. Vediamo i discepoli fissare intensamente il Cristo che sale nel mistero di Dio, consapevoli che una volta salito Egli invierà loro il suo Spirito e li renderà profeti. Poco dopo troviamo infatti il racconto della pentecoste seguito dall’annuncio di Pietro. Ma, allo stesso tempo, i due uomini in bianche vesti - sono gli stessi che nel Vangelo di Luca troviamo nel racconto della tomba vuota (Lc 24) - riportano lo sguardo degli apostoli dalle nubi del cielo alla loro vita, nell’orizzonte della concretezza, nella vita reale di tutti i giorni. Del resto, non è Gesù stesso che invia gli apostoli in missione (Mc 16,15-20)? Eppure, c’è una profonda verità nel tenere gli occhi fissi al cielo; non per fermarsi nell’astrattezza e tantomeno per evadere dalla vita complessa e talora dura di ogni giorno. Si tratta di fissare il cielo, quasi a tener ben ferma la meta ove dobbiamo condurre il mondo. Scriveva Isaia: “Nessun orecchio ha mai sentito e nessun occhi ha mai visto… ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (Is 64,3). E l’apostolo Paolo insiste: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil 3,20). È difficile vivere, è difficile guardare la vita di ogni giorno, se non abbiamo fisso il nostro sguardo nei cieli. Del resto, chi di noi dubita che è quanto mai necessario far risalire un po’ più in alto, appunto verso quel cielo che la Scrittura ci apre, questo nostro mondo, spesso sbattuto così tragicamente in basso? Questa è proprio la vocazione del cristiano: portare la carne, il mondo intero verso il cielo.
Si noti, infine, che il luogo nel quale è ambientata l'ascensione è il monte degli Ulivi. Per capire che cosa rappresenta per Luca questo luogo, richiamiamo due pagine dell’AT.
Il primo testo è il cap. 11 di Ezechiele, in cui il profeta ricorda al popolo il vero motivo della caduta di Gerusalemme e dell’esilio babilonese: la città crolla non perché le armate di Nabucodonosor riescono a stringerla in una morsa di ferro e di fuoco, a demolirne le mura e a invaderla, ma perché la shekinà, la presenza di Dio, l’ha abbandonata. E il profeta descrive questa presenza divina che si leva come in volo (notare il tema dell’ascensione) ed esce dal santo dei santi, attraversa i cortili del tempio, passa sopra i quartieri di Gerusalemme, sopra la valle del Cedron e la valle di Giòsafat e infine, prima si comparire, si posa sul monte degli Ulivi, quasi a dare un ultimo saluto a quella che era stata la città-Emmanuele, la città dove Dio aveva posto la propria dimora. Poi si allontana, e Gerusalemme crolla.
Il secondo testo è il cap. 14 di Zaccaria, che annuncia il ritorno pieno e definitivo del Signore nella sua città. Notiamo come il profeta descrive questo ritorno della shekinà, dello Spirito di Dio: “In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente…” (Zc 14,4). Lo Spirito di Dio si posa di nuovo sul monte degli Ulivi, ma non più per convocare gli abitanti della Gerusalemme terrena. Questa volta sono gli abitanti di tutto il mondo ad essere convocati per l’ultimo grande giudizio. Nel racconto dell’ascensione dunque troviamo non solo il significato della risurrezione di Cristo, non solo l’annuncio del dono dello Spirito, ma anche l’inizio dell’epoca definitiva della storia, in attesa della parusia: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo!” (v. 11b).
Questi futuri non sono futuri temporali, non indicano un tempo che verrà: hanno invece un sostrato semitico e quindi esprimono la modalità dell'azione e cioè dicono se l'azione è compiuta (passato) o incompiuta (futuro). Dunque che cosa significa questo verrà? Che la venuta del Risorto è in via di compimento, in via di realizzazione, si realizza cammin facendo. Il Cristo viene sempre: la parusia è il venire di Cristo nella storia, attraverso la testimonianza dei suoi. Questa è la parusia. Evidentemente non si esclude un momento di manifestazione ultima, ma questa rimane avvolta nel futuro di Dio. Al presente e al futuro del cristiano appartiene invece il realizzarsi di una venuta di Cristo giorno dopo giorno, nella testimonianza dei credenti.
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[1] C. M. Martini, Gli esercizi ignaziani alla luce del vangelo di Matteo, cit., 261.
Se qualcuno mi ama osserverà la mia parola
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v. 15). L’osservanza dei comandamenti è legata all’amore per Lui e “in forza” dell’amore ricevuto da Lui (il “come” di 13,34: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri"). Si parla, è vero di “comandamenti” al plurale, ma essi si possono sintetizzare nel comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri" (Gv 13,33). Allo stesso tempo i “comandamenti” sono anche le diverse espressioni, diversi modi “concreti” di vivere il comandamento dell'amore nelle varie situazioni della vita. Non in forza della legge, ma in piena libertà, l’amore è legge a se stesso: in ogni circostanza sa riconoscere e fare ciò che è buono e giusto. L’amore, infatti, informa il capire, il volere e l’agire.
“Io pregherò il Padre…” (v. 16). Gesù con il suo andarsene, diventa il pontefice tra noi e Dio, il fratello intercessore presso il Padre; ci apre l’accesso a lui e ai suoi doni. I numerosi verbi al futuro indicano ciò che avverrà presto: l’innalzamento del Figlio dell’uomo schiuderà all’uomo il suo futuro definitivo.
“e vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre”. Gesù chiede per noi al Padre il dono definitivo: il Paraclito, l’ad-vocatus (= chiamato presso), colui che assiste e soccorre nel processo. È l’avvocato difensore, che si oppone all’accusatore (= satana). Lo Spirito santo è “consolatore” perché “sta con chi è solo”, sta quindi con noi offrendoci compagnia, la luce della verità e la forza. Le sue caratteristiche sono descritte attraverso le sue azioni: è “con” noi in eterno (v. 16b), è “lo Spirito della verità”, dimora “presso” di noi in Gesù, sarà “in” noi dopo il suo andarsene (v. 17), ci insegnerà e farà ricordare quanto lui ha detto (v. 26).
“lo Spirito di verità” (v. 17): si può tradurre lo Spirito della “vita vera, autentica”, quella di Dio. Questa ci è restituita dalla conoscenza del Figlio, che ci libera dalla menzogna e ci fa vivere nell’amore del Padre. Lo Spirito di verità è il contrario dello spirito di menzogna, origine dei nostri mali.
E' chiaro che a questo Consigliere meraviglioso, che ci illumina e ci indica la strada, siamo sempre liberi di dirgli di no. Allo Spirito Santo non si delegano le decisioni della vita, ma si entra in sinergia con Lui che ci insegna l'arte della verità di cui è maestro.
“che il mondo non può accogliere”. Il mondo, in quanto succube della menzogna, non può ancora ricevere lo Spirito della verità. Solo dopo la croce potrà conoscere Gesù (cfr. v. 31).
“Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi”. I discepoli conoscono questo Spirito perché ha preso dimora presso di noi in Gesù., il Figlio che vive nei nostri confronti l’amore stesso del Padre: in lui abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (cfr. 1Gv 4,16a). Tra poche ore questo Spirito abiterà anche “in voi”, nei nostri cuori. Questo è il dono supremo che il Figlio ci comunica dalla croce, dove “tutto è compiuto” e consegna il suo Spirito (cfr. 19,30).
“Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (v. 18). Gesù non ci lascia orfani, perché il suo andarsene è in vista del suo venire a noi, anzi il suo essere in noi con il suo Spirito che ci fa figli, in comunione con lui e con il Padre.
“Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più” (v. 19). Il mondo, che non vede lo Spirito di verità di Gesù, tra poco non vedrà più neppure Gesù: lo eliminerà fisicamente. Ma “voi mi vedrete”. Qui l’evangelista usa il verbo theoreĩn, che indica uno sguardo portato in profondità sul reale e che in qualche modo scopre l’invisibile nel visibile. Il mondo non può fare questa esperienza perché ferma il suo sguardo alla superficie; solo il credente riesce ad avere lo sguardo penetrante, che va oltre la superficie del male e scopre in profondità che l’assente sta già tornando.
“perché io vivo e voi vivrete”. Gesù ha in se stesso la vita (cfr. 5,26) che vince la morte (cfr. 11,25). Ereditiamo la stessa vita che egli da sempre vive: quella di Figlio amato, che ama il Padre e i fratelli.
“In quel giorno voi saprete…” (v. 20). “Quel giorno” nell’AT è quello in cui il Signore viene, rivelando la sua gloria e salvando l’uomo. È il giorno della risurrezione, quando il Risorto si farà vedere ai discepoli che accoglieranno il suo Spirito (cfr. 20,19ss).
“conoscerete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”. Si tratta di una esperienza “sperimentale”. Si tratta quindi di far esperienza che Gesù è nel Padre, che lo ama e per questo lo ha fatto risorgere; conosceremo pure che noi siamo nel Figlio, perché ci ha amato e ha dato la vita per noi; conosceremo infine che lui è in noi, perché lo amiamo e osserviamo le sue parole.
“Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva…” (v. 21). Accogliere i “comandamenti” vuol dire farli propri e viverli. Ma quali sono questi “comandamenti”, queste parole di vita, dato che qui Gesù usa il plurale? In realtà poco prima Egli ha parlato del suo comandamento al singolare: “Vi do un comandamento nuovo; che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). I comandamenti da osservare non sono altro che la declinazione di quest’unico comandamento nelle varie situazioni della vita. Così, ad esempio, guardando a Gesù come ci ha amato e in forza del suo amore, possiamo a nostra volta amare, con un’intensità simile alla sua, nelle varie situazioni come amore paziente, sollecito, amore che sa perdonare, amore misericordioso, amore fedele, ecc. Non c’è un’occasione nella quale possiamo sottrarci dall’imperativo dell’amore. Se, infatti Dio è per essenza amore, e ci ha amati e continua ad amarci nel Figlio, non possiamo che entrare in questa dinamica corrispondendo al suo amore amando i fratelli.
Poi Gesù aggiunge: chi osserva questi comandamenti “questi mi ama” (v. 21). L’amore fattivo per Gesù si manifesta nell’amore verso i fratelli.
“Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Chi ama il Figlio, e osserva i suoi comandi, ha il Figlio dentro di sé e sperimenta personalmente l’amore del Padre. Non basta sapere che il Padre ci ama e ci ha dato il Figlio. Si tratta di sperimentare, sentire in sé l’amore del Padre. In una famiglia un figlio non è tale solo perché è generato dai genitori, ma – e ancor più – perché si sente amato da essi ed incoraggiato ad esprimere il meglio di sé. Nell’amare Gesù sperimentiamo questo amore del Padre, e veniamo inseriti nella dinamica stessa dell’amore trinitario. Questa è la spina dorsale dei figli di Dio nel Figlio.