Padre Michele

Padre Michele

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v. 15). L’osservanza dei comandamenti è legata all’amore per Lui e “in forza” dell’amore ricevuto da Lui (il “come” di 13,34: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri"). Si parla, è vero di “comandamenti” al plurale, ma essi si possono sintetizzare nel comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri" (Gv 13,33). Allo stesso tempo i “comandamenti” sono anche le diverse espressioni, diversi modi “concreti” di vivere il comandamento dell'amore nelle varie situazioni della vita. Non in forza della legge, ma in piena libertà, l’amore è legge a se stesso: in ogni circostanza sa riconoscere e fare ciò che è buono e giusto. L’amore, infatti, informa il capire, il volere e l’agire.

Io pregherò il Padre…” (v. 16). Gesù con il suo andarsene, diventa il pontefice tra noi e Dio, il fratello intercessore presso il Padre; ci apre l’accesso a lui e ai suoi doni. I numerosi verbi al futuro indicano ciò che avverrà presto: l’innalzamento del Figlio dell’uomo schiuderà all’uomo il suo futuro definitivo.

e vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre”. Gesù chiede per noi al Padre il dono definitivo: il Paraclito, l’ad-vocatus (= chiamato presso), colui che assiste e soccorre nel processo. È l’avvocato difensore, che si oppone all’accusatore (= satana). Lo Spirito santo è “consolatore” perché “sta con chi è solo”, sta quindi con noi offrendoci compagnia, la luce della verità e la  forza. Le sue caratteristiche sono descritte attraverso le sue azioni: è “con” noi in eterno (v. 16b), è “lo Spirito della verità”, dimora “presso” di noi in Gesù, sarà “in” noi dopo il suo andarsene (v. 17), ci insegnerà e farà ricordare quanto lui ha detto (v. 26).

lo Spirito di verità” (v. 17): si può tradurre lo Spirito della “vita vera, autentica”, quella di Dio. Questa ci è restituita dalla conoscenza del Figlio, che ci libera dalla menzogna e ci fa vivere nell’amore del Padre. Lo Spirito di verità è il contrario dello spirito di menzogna, origine dei nostri mali.

E' chiaro che a questo Consigliere meraviglioso, che ci illumina e ci indica la strada, siamo sempre liberi di dirgli di no. Allo Spirito Santo non si delegano le decisioni della vita, ma si entra in sinergia con Lui che ci insegna l'arte della verità di cui è maestro.

che il mondo non può accogliere”. Il mondo, in quanto succube della menzogna, non può ancora ricevere lo Spirito della verità. Solo dopo la croce potrà conoscere Gesù (cfr. v. 31).

Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi”. I discepoli conoscono questo Spirito perché ha preso dimora presso di noi in Gesù., il Figlio che vive nei nostri confronti l’amore stesso del Padre: in lui abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (cfr. 1Gv 4,16a). Tra poche ore questo Spirito abiterà anche “in voi”, nei nostri cuori. Questo è il dono supremo che il Figlio ci comunica dalla croce, dove “tutto è compiuto” e consegna il suo Spirito (cfr. 19,30).

Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (v. 18). Gesù non ci lascia orfani, perché il suo andarsene è in vista del suo venire a noi, anzi il suo essere in noi con il suo Spirito che ci fa figli, in comunione con lui e con il Padre.

Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più” (v. 19). Il mondo, che non vede lo Spirito di verità di Gesù, tra poco non vedrà più neppure Gesù: lo eliminerà fisicamente. Ma “voi mi vedrete”. Qui l’evangelista usa il verbo theoreĩn, che indica uno sguardo portato in profondità sul reale e che in qualche modo scopre l’invisibile nel visibile. Il mondo non può fare questa esperienza perché ferma il suo sguardo alla superficie; solo il credente riesce ad avere lo sguardo penetrante, che va oltre la superficie del male e scopre in profondità che l’assente sta già tornando.

perché io vivo e voi vivrete”. Gesù ha in se stesso la vita (cfr. 5,26) che vince la morte (cfr. 11,25). Ereditiamo la stessa vita che egli da sempre vive: quella di Figlio amato, che ama il Padre e i fratelli.

In quel giorno voi saprete…” (v. 20). “Quel giorno” nell’AT è quello in cui il Signore viene, rivelando la sua gloria e salvando l’uomo. È il giorno della risurrezione, quando il Risorto si farà vedere ai discepoli che accoglieranno il suo Spirito (cfr. 20,19ss).

conoscerete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”. Si tratta di una esperienza “sperimentale”. Si tratta quindi di far esperienza che Gesù è nel Padre, che lo ama e per questo lo ha fatto risorgere; conosceremo pure che noi siamo nel Figlio, perché ci ha amato e ha dato la vita per noi; conosceremo infine che lui è in noi, perché lo amiamo e osserviamo le sue parole.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva…” (v. 21). Accogliere i “comandamenti” vuol dire farli propri e viverli. Ma quali sono questi “comandamenti”, queste parole di vita, dato che qui Gesù usa il plurale? In realtà poco prima Egli ha parlato del suo comandamento al singolare: “Vi do un comandamento nuovo; che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). I comandamenti da osservare non sono altro che la declinazione di quest’unico comandamento nelle varie situazioni della vita. Così, ad esempio, guardando a Gesù come ci ha amato e in forza del suo amore, possiamo a nostra volta amare, con un’intensità simile alla sua, nelle varie situazioni come amore paziente, sollecito, amore che sa perdonare, amore misericordioso, amore fedele, ecc. Non c’è un’occasione nella quale possiamo sottrarci dall’imperativo dell’amore. Se, infatti Dio è per essenza amore, e ci ha amati e continua ad amarci nel Figlio, non possiamo che entrare in questa dinamica corrispondendo al suo amore amando i fratelli.

Poi Gesù aggiunge: chi osserva questi comandamenti “questi mi ama” (v. 21). L’amore fattivo per Gesù si manifesta nell’amore verso i fratelli.

Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Chi ama il Figlio, e osserva i suoi comandi, ha il Figlio dentro di sé e sperimenta personalmente l’amore del Padre. Non basta sapere che il Padre ci ama e ci ha dato il Figlio. Si tratta di sperimentare, sentire in sé l’amore del Padre. In una famiglia un figlio non è tale solo perché è generato dai genitori, ma – e ancor più – perché si sente amato da essi ed incoraggiato ad esprimere il meglio di sé. Nell’amare Gesù sperimentiamo questo amore del Padre, e veniamo inseriti nella dinamica stessa dell’amore trinitario.  Questa è la spina dorsale dei figli di Dio nel Figlio.

Non sia turbato il vostro cuore…” (v. 1), risponde Gesù ai discepoli, smarriti per la sua partenza. Sono colti da turbamento e senso di orfanezza: cosa sarà di loro quando il Signore se ne sarà andato?

La Chiesa fin dall’inizio si porta dentro una domanda: che fare in questo tempo, tra la sua partenza e il suo ritorno? La comunità cristiana nasce, ora come allora, da una comprensione profonda della sua partenza. Gesù non è un assente; ha dato inizio a una nuova presenza, che si concreta nell’amarci “come” lui ci ha amati. Non ci abbandona, ma ci dona il suo Spirito, che ci fa vivere in lui, come lui in noi. Il suo andarsene non è una morte che decreta la fine di un bel sogno: è invece un compimento, in cui egli è glorificato e noi nasciamo a una fecondità di vita filiale e fraterna. In altre parole la partenza di Gesù apre la storia dell’uomo al suo stesso cammino di Figlio; in Gesù, il primogenito, è rivelato il mistero di ogni fratello.

Il turbamento è, quindi, vinto dalla conoscenza della verità, che ci fa capire il senso della sua partenza. Con il suo “andarsene” Gesù si rivela definitivamente come via, verità e vita: la via per raggiungere Dio, verità e vita dell’uomo.

Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. La fede è il più potente ansiolitico, come la sfiducia è il più potente ansiogeno. Gesù pone sullo stesso piano la fede in Dio e la fede in lui: chi crede in lui, crede in Colui che l’ha mandato (12,44).

A ben guardare, ogni tentazione riguarda sempre la fede, unica forza per superare gli inevitabili turbamenti: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15b). In noi paura e fede convivono, ma in proporzione inversa: la paura è quel vuoto che la fede progressivamente riempie.

Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore…” (v. 2). “Dove dimori?” è la prima domanda dei discepoli a Gesù (1,3). Ora, dopo aver visto Gesù che lava i piedi a Pietro e dà il boccone a Giuda, sappiamo dove dimora: l’amore perfetto fa del Padre la dimora del Figlio e del Figlio la dimora del Padre. Nella casa del Padre, ossia nel Figlio, ci sono molte dimore: una per ogni fratello, nessuno escluso. A chiunque lo accoglie, egli dà la possibilità di diventare figlio di Dio (1,12). Si noti che la parola “casa” in greco non è al maschile (oidòs, che appunto significa casa), ma al femminile (oikía), che indica l’atmosfera domestica, il focolare domestico, il sentirsi in casa propria. Gesù ci vuole introdurre nel “luogo familiare” per il quale siamo stati creati. In essa c’è “posto” abbondante per tutti, anche per coloro che non sono quei perfetti, quegli integri, quei fedeli a tutto tondo, che nessuno di noi può ammettere di essere.

Io vado a prepararvi un posto”. Se la Parola di Dio non fosse scesa nel mondo, nella carne, nell’abisso della morte, mai l’uomo avrebbe potuto trovare la strada verso il cielo.

quando sarò andato…” (v. 3). Il fine del suo andarsene da noi è che anche noi siamo dove lui è. Lui è nel Padre come il Padre è in lui (cf. v. 10).

Del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (v. 4). Per essere “dove” lui è, bisogna seguire il comando di amare “come” lui ci ha amati (13,34). Questa, e nessun’altra, è la via.

Gli disse Tommaso…” (v. 5). Tommaso, che parla a nome di tutti (si noti il plurale), probabilmente pensa che davanti ci sia solo la morte e che la morte sia una fine, non un passaggio. Non era forse venuto a Gerusalemme per morire con Gesù (11,16)? Che altro c’era da aspettarsi? Perciò gli è oscuro il suo parlare e glielo dice. L’interrogativo di Tommaso permette a Gesù di spiegare meglio in cosa consista il suo movimento verso la dimora del Padre e permette a Tommaso e a noi di scoprire che l’unica strada autentica (emerge quindi anche il termine alètheia, “verità”), che permette di raggiungere il Padre, è identificata con la sua persona.

Io sono la via, la verità e la vita” (v. 6). L’“Io-Sono”, così caro a Giovanni, è qui specificato da tre sostantivi. Gesù, in quanto Figlio amato che ama il Padre e i fratelli, è “la via” della salvezza, perché ci rivela “la verità” di Dio e dell’uomo; ed è “la vita” perché ci dona l’amore, vita di Dio stesso. Egli stesso, vita di tutto ciò che esiste (1,4), possiede e comunica la vita come il Padre (5,26). La via non è una strada, ma una persona da seguire; la verità non è un concetto, ma un uomo da frequentare; la vita non è un dato biologico, ma un amore da amare. Più avanti, nella cosiddetta preghiera sacerdotale (Gv 17), Gesù riprenderà il tema della “vita” (zōē) – che è relazione con Colui che è il Vivente – e pregherà il Padre perché i suoi siano “consacrati nella verità”, ossia siano coinvolti nella consacrazione di Gesù, del suo incarico sacerdotale, del suo sacrificio.

Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Ci si attenderebbe: “Nessuno va al Padre…”. Gesù dice “viene”, perché lui è nel Padre e il Padre è in lui (v. 10). Il Figlio è l’unica via da seguire per tornare al Padre: per mezzo di lui conosciamo Dio e riconosciamo gli altri come fratelli.

Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin d’ora voi lo conoscete e l’avete visto…” (v. 7). Gesù è la via per conoscere (nel senso biblico: conoscenza non semplicemente intellettuale ma nella relazione) Dio. È come se Gesù dicesse: “Se foste arrivati a conoscere a fondo me, sareste stati in grado di capire anche chi è il Padre. Ma – e qui interviene subito un conforto dopo un’affermazione quasi di rimprovero – di fatto voi avete cominciato a conoscerlo, avete cominciato a vederlo fin da ora”. Gesù sulla croce manifesterà in pienezza l’amore del Padre. Ma per “conoscerlo” occorre “camminare” sulla stessa via di Gesù, sulla quale i discepoli sono già incamminati. Bisogna partecipare fattivamente al “mistero” dell’amore di Dio per conoscerlo, altrimenti la nostra conoscenza è sempre iniziale. Gregorio di Nissa ha delle intuizioni formidabili su questo punto. Dice: “Fate la prova a mettervi di fronte alla sorgente di un fiume. Voi contemplate l’acqua che sgorga dalla roccia, ma per quanto voi possiate contemplarla emergere dall’oscurità, sarete sempre all’inizio della conoscenza di essa. Come potresti infatti contemplare ciò che si nasconde ancora nel segreto della montagna? Per quanto si perseveri nel contemplare l’acqua che sgorga, si sarà sempre all’inizio”.

Signore, mostraci il Padre e ci basta” (v. 8). Filippo, chiamato direttamente da Gesù a seguirlo (1,43-46) e da lui interpellato sul pane (6,5s), è colui che ha accolto ed espresso il desiderio dei greci che vogliono vedere il Signore (12,21s). Ora chiede arditamente di vedere il Padre. Il suo desiderio corrisponde a quello di Mosè: “Mostrami la tua gloria!” (Es 33,18). È l’anelito profondo di ogni uomo: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27,8). Il suo volto è la nostra realtà, perché di lui siamo immagine e somiglianza: vedere lui è diventare se stessi. Nel paradiso ci sarà questa visione di Dio, che è beatifica.

Se Tommaso non conosce la via della verità e della vita, pur avendola davanti, Filippo non vede il Padre, pur avendo sotto gli occhi il volto del Figlio. Anche in 6,7 Filippo non capisce il dono del pane che Gesù sta per fare; ora gli chiede di fare quanto da sempre ha fatto: mostrare il Padre!

Chi ha visto me ha visto il Padre” (v. 9). Queste parole sono il compendio della rivelazione cristiana: il volto dell’uomo Gesù, nostro fratello, è “il Volto” che ci mostra il Padre e ci introduce nella intimità divina. Il tempo del verbo usato in greco è continuativo: “Colui che rimane con lo sguardo rivolto verso di me, rimane anche con lo sguardo rivolto verso il Padre”. È dunque restando in una profonda comunione con Gesù, entrando in Gesù, che il credente è di fatto nel Padre e, grazie a tale intimo rapporto, riceve la capacità di fare le opere di lui: “Ne farà di più grandi” (v. 12). La prova che siamo in Gesù sono le nostre opere. Gesù aveva subito prima detto: “il Padre che rimane in me compie le sue opere” (v. 10). “Rimanendo” in Gesù (nella preghiera sacerdotale Egli pregherà perché i discepoli rimangano in lui, nel suo amore) compiamo le opere del Padre. E Gesù afferma che tali opere saranno “più grandi”. Evidentemente non faremo le opere che ha fatto lui, che compì numerosi miracoli e fece uscire dal sepolcro un morto, ma sono la continuazione della sua opera: sono il “molto frutto” che i tralci porteranno restando uniti alla vite (cf. 15,8). In tal modo continuiamo l’opera di Cristo nel mondo.

Il Vangelo di oggi, è tratto dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni, nel Gesù utilizza la figura del buon pastore per spiegarci la missione che Egli ha ricevuto dal Padre. 

Nell’Antico Testamento Dio stesso compare come il pastore di Israele. Ed Israele – nelle parole del Sal 23 – riconosce in Lui il suo pastore: "Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me" (v. 4). In Ezechiele 34-37 l’immagine del pastore è ancora una volta riferita a Dio, che cercherà le sue pecore e si occuperà di loro. Nei Vangeli questa immagine diviene profezia dell'attività di Gesù.

Una sorprendente profezia è  quella del pastore percosso e ucciso in Zaccaria 13,7, evento che profetizza l’inizio dell’ultima svolta della storia: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come per un figlio unico [...] In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità" (Zc 12,10; 13,1).   L'evangelista Giovanni collega questa immagine di Zaccaria del pastore e la sorgente per la purificazione dei peccati e dell’impurità  al costato aperto di Gesù (cf. Gv 19,34), dal quale escono sangue ed acqua (cfr. Gv 19,34).  Colui che è stato trafitto sulla croce è la sorgente della purificazione e della guarigione per tutto il mondo. Egli è allo stesso tempo il pastore percosso e ucciso e l'angello immolato: "Ecco l'angello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29). Egli non subisce semplicemente l'uccisione, ma offre la propria vita per le pecore, per ciascuno di noi.

Detto questo, però, nei versetti 1-10 del capitolo 10 del Vangelo in realtà Gesù utilizza un'altra immagine: "Io sono la porta delle pecore".  Lui è la porta diventata canre, la porta tra terra e cielo. Lui è allo stesso tempo la porta e il vero Pastore. Il  gregge appartiene a Gesù; chi non entra nel recinto attraverso Lui, che è la porta, è un ladro o un brigante. Se uno è un vero pastore - cioè esprime la cura di Gesù buon Pastore - lo dimostra quando entra attraverso Gesù inteso come porta.  Non porta se stesso, ma porta alle pecore  l'amore che ha per Gesù, e quindi Gesù stesso. Per questo al capitolo 21 del vangelo di Giovanni il Risorto per tre volte interroga Pietro: "Mi ami tu?"; allora "Pasci i miei angnelli, le mie pecorelle" (cfr. Gv 21,15-17).

Chi non entra nel recinto delle pecore...". Si noti che ci sono due parole che l’evangelista Giovanni usa in questo brano: la prima è aulé, tradotta con recinto. Questa parola non designa mai nella Bibbia un luogo destinato agli animali, ma indicava il recinto dove si trovava, durante l’Esodo, la Tenda del Convegno (Es 27,16; 38,18). Lo stesso termine viene usato più tardi per indicare i cortili del tempio, il sacro recinto del tempio.

La seconda parola è touroros (“il guardiano gli apre…”: v. 3) che significa portinaio, e che non viene mai usata per indicare il custode di un ovile, ma il custode delle porte del tempio.

Diventa inevitabile pensare che il parlare di Gesù è una critica dei capi del popolo. Abbiamo già trovato che Gesù espelle le pecore dalla casa del Padre suo insieme ai buoi (cfr. Gv 2,14ss). I capi del popolo sono ladri e briganti: ladri perché hanno rubato a Dio il suo gregge, perché anziché servirlo lo dominano e lo sfruttano; briganti perché opprimono ed esercitano violenza. Gesù si fa avanti come il vero pastore che è venuto a servire le pecore e dà la vita per esse. Non dà qualcosa, ma dà se stesso. La croce è il fulcro della vita del pastore. "Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso" (Gv 10,17s). L'ha offerta sulla croce, ce la offre sacramentalmente nell'Eucaristia perché riceviamo in noi la sua vita, perché viviamo grazie a Lui e per Lui.

Inoltre tra Gesù pastore e le pecore c'è una mutua conoscenza e appartenenza. Egli si presenta, chiama le sue pecore per nome e le fa uscire per andare altrove (come ha fatto uscire il cieco nato). Egli conosce le pecore perché gli apparengono, ed esse lo conoscono proprio perché sono sue. Si tratta qui di quella conoscenza che si ha tra persone che si amano. Dunque una conoscenza a vicenda e un'appartenenza nell'amore. Ed è in questa conoscenza del Pastore che le percore conoscono anche se stesse; è nella conoscenza di Dio che conosciamo chi siamo veramente e chi siamo chiamati a diventare, figli nel Figlio  del Padre. 

Se poi guardiamo bene i verbi utilizzati in questi versetti per designare l'opera del pastore – entra, chiama, conduce fuori, cammina con loro – vediamo che essi corrispondono allo schema dell'esodo; sono gli stessi verbi fondamentali di Dio che entra nella situazione dell'uomo prigioniero, lo chiama e lo conduce fuori. Che cosa vuol dire “esodo” se non “uscita”? Dio chiama il suo popolo, lo conduce fuori dalla schiavitù e gli cammina davanti, fa la guida, fa la strada. Non si tratta di riportare a casa queste pecore. Gesù usa l'immagine dicendo che le porta fuori da una situazione di schiavitù del peccato verso la libertà; liberandoci dal peccato diventiamo liberi di corrispondere al sogno che Dio ha per ciascun uomo, quello di realizzarci nell'amore, quello di essere divinizzati grazie al Figlio che ci guida - con la sua parola - in un cammino di verità e di santità. 

In verità, in verità vi dico” (v. 7). È la quindicesima volta che in Giovanni Gesù usa questa formula solenne (e ricorrerà nelle successive pagine del vangelo ancora nove volte), formula nella quale  Gesù rivela se stesso. È subito chiaro che, essendo lui la porta delle pecore, nessuno può entrare nella casa di Dio e incontrarsi con Dio se non per mezzo di Lui. Gesù è l’unico mediatore di salvezza, l’unico che davvero può liberarci (“sarà salvo”: 10, 9). Solo per mezzo  di Lui  - che è "la porta" - si può accedere alla vita (simboleggiata dall’immagine del pascolo: io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza). E questo è possibile perché Egli, il pastore, dà la vita per le pecore (10,11), cioè fa della sua vita, della sua esistenza fino alla morte, un dono per ogni uomo.

Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” (v. 8). Chi vuol essere capo del popolo, è un falso pastore; a mano che abbia come modello colui che ha lavai i piedi ai suoi discepoli. Salvo alcune eccezioni, non pare che sia proprio così. I profeti hanno sempre denunciato l'ingiustizia e l'oppressione dei capi del popolo. Essi hanno concepito la loro relazione con il popolo in termini di potere, di dominio, di profitto, di privilegio: non in termini di servizio e di donazione.

ma le pecore non li ascoltarono”. Nel suo insieme le pecore non li hanno ascoltati e, come l'ex cieco, appena si propone a loro la luce, vengono subito alla luce.

"... se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e trovà pascolo". Quindi non solo il pastore deve entrare attraverso Gesù per condurre le pecore al pascolo. Ma ogni cristiano deve continuamente  entrare in Lui, he ci libera dalla schiavitù, per uscire, trovando finalmente cibo e e acqua. Lui stesso infatti è il pascolo del gregge, il vero pane di vita (cfr. 6,33.35.48), che soddisfa ogni fame e sete (cfr. Gv 6,35). Chi fa questa esperienza diventa a sua volta pastore per altre pecore che non hanno ancora sperimentato la libertà dei figli e il nutrimento che sazia il cuore umano. 

Il ladro non viene se non per rubare.... Io venni perché abbiano vita...” (v. 10). Gesù è il pastore vero, venuto a salvare i fratelli da questa schiavitù: dando inizio ad un nuovo esodo, li “espelle” dal recinto del tempio e, camminando innalzi a loro, come JHWH nel primo esodo, li conduce alle fonti della vita (Ap 7,17).

 

 

 

Questo racconto si sviluppa nella storia esemplare di un cammino catecumenale, che si conclude con la piena adesione alla fede nel Cristo risorto. Protagonisti sono due discepoli, due “dei loro”, cioè della cerchia degli intimi, che hanno sentito loro stessi l’insegnamento di Gesù, le parole delle Beatitudini, le parole della misericordia, gli inviti sulla rinuncia a tutto, sul dare la propria vita, sullo scandalo della croce. Quindi sono discepoli a cui non manca una istruzione.

E sono in numero di “due”, cioè simbolo di una piccola comunità in cammino. “Due”, nel linguaggio biblico, è principio di molti, come quando Gesù aveva cominciato ad inviare i suoi discepoli a due a due.

“...erano in cammino”. La strada è stata uno strumento al servizio del ministero pubblico di Gesù; in essa Egli ha incontrato il cielo di Gerico e i dieci lebbrosi, lungo la strada ha interpellato i suoi discepoli e ha risposto al notabile ricco, lungo la strada ha camminato davanti a tutti, fino a Gerusalemme. Inoltre la strada è simbolo della vita di ogni persona, luogo della via quotidiana, degli incontri, dei cambiamenti. Infine è simbolo della vita cristiana di chi segue il Signore verso la meta ben chiara: l'incontro definitivo con il Padre che ce lo ha donato come salvatore. I “due” che camminano diventano così icona di ogni comunità cristiana che si lascia evangelizzare del Risorto.

“e conversavano di tutto quello che era accaduto” (v. 14). Durante il cammino si fanno la predica l'un l'altro (il verso usato è ὡμίλουν, da cui viene “omelia” sugli avvenimenti tristi di quei giorni.

Mentre discorrevano (ὁμιλεῖν) e discutevano (συζητεῖν) insieme...”. Il verbo qui usato (συζητεω) dice che non solo si fanno l'omelia l'un l'altro, ma discutono animatamente tra di loro. Sono uomini che sanno le cose, ma non le hanno del tutto capite. E sono delusi, feriti nelle loro speranze. Si sentono quasi “ingannati” dalle parole che avevano ascoltato da Gesù. Per di più sembrano accusarsi a vicenda del perché le cose siano andate così: di chi è la colpa? Non per nulla quando Gesù li interroga essi sono “col volto triste” di chi ha constatato la rovina delle cose in cui avevano posto fiducia.

Gesù, molto semplicemente, come un viandante si avvicina a questi discepoli delusi e prende il loro passo. È il gesto delicato del Risorto che si adatta al loro “passo”, cioè comprende il loro vissuto e da lì parte per ridare speranza, per aprire una luce nuova[1]. Egli cammina con il passo dei discepoli, degli uomini di oggi, e non come uno che abbia subito qualcosa da dire. Cammina e ascolta. Senza imporsi. È la discrezione di cui si parla nell'Apocalisse: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Con loro poi il viandante cammina nella direzione sbagliata, quella dettata dalla fuga. Anche in questo modo il Risorto ci continua a rivelare il volto del Pastore che va in cerca delle pecore smarrite. Non ci abbandona nelle nostre fughe. Ci cerca sempre.

“Ma i loro occhi erano impediti di riconoscerlo” (v. 16). Il Risorto non può essere riconosciuto se egli non si manifesta. Il riconoscimento della sua presenza è sempre un dono di grazia. Ma anche se si fosse manifestato i due discepoli non l'avrebbero riconosciuto: infatti sono nella tristezza, sono troppo presi dai loro ragionamenti, dalle loro discussioni animate, troppo concentrati su se stessi per accorgersi di qualcun altro. La realtà è una, ma nella tristezza l’uomo, ponendo se stesso al centro, non riesce a riconoscere il Signore a causa dei suoi occhi chiusi. Occorre allora guarire l’occhio, la cui cura comincia dall’orecchio: quando cominciamo ad aprire l’orecchio anche l’occhio inizia ad aprirsi.

Come Maria di Magdala lo aveva scambiato per un giardiniere (cf. Gv 20,15), essi lo scambiano per un viandante.

“Ed egli disse loro: ‘Che cosa sono questi discorsi che state facendo fa voi durante il cammino?’” (v. 17). Gesù, quindi, da buon pedagogo non li rimprovera, non interviene con prediche, ma li prende dal punto in cui si trovano interessandosi ai loro problemi. Sa ascoltare in profondità quello che c’è nel cuore di questi due discepoli. Offre loro l'occasione di oggettivare quanto è soggettivo, aiutandoli così a riordinare i loro discorsi e a fare chiarezza in se stessi.

Uno di loro, di nome Cleopa, gli disse...” (v. 18). Dopo un attimo di smarrimento, Clèopa, meravigliato dall'ignoranza del loro compagno di viaggio, e forse anche in modo poco cortese, gli dice: “Tu solo sei così forestiero...”. Il greco usa il verbo παροικεω, che significa “soggiornare da straniero”; i due discepoli credono, dunque, che questa persona che fa strada con loro sia uno dei tanti pellegrini venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua e si meravigliano che non si sia accorto di quanto è successo in città. In fin dei conti hanno ragione: Gesù è lo “straniero” che dal cielo è sceso sulla terra con l'incarnazione per venire incontro all'uomo fin nel cuore di Gerusalemme, cioè del mistero pasquale.

La situazione si fa comica: colui che sembra non sapere sa, e coloro che credono di sapere[2] non sanno!

Gesù non si spaventa di questa scontrosità, anzi lascia che essa emerga, che vengano espressi i sentimenti profondi. Gesù invita ad esprimersi, non a reprimere: “Che cosa?” (v. 19), cioè: “Ditemi di che si tratta”. Vuole che dal loro cuore emergano tutte le delusioni, tutta la loro amarezza. Gesù, quindi, esercita la sua diaconia di consolazione suscitando, dall’interno, il movimento della libertà nelle coscienze, il calore del cuore, e fa uscir fuori ciò che deve convertirsi.

Ed ecco che i due discepoli, rispondendo, espongono il kerigma (l'annuncio primitivo) ... a metà! “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno ucciso” (vv. 19-21). Conoscono bene Gesù... ma si fermano alla sua morte. Riconoscono che è stato un profeta[3] e riconoscono che in Lui si fondevano armoniosamente la parola e l'azione[4]. Ma la risurrezione non fa parte di quanto sanno. Per questo il loro è un kerigma “a metà”, cioè incompleto. Questi avvenimenti non sono visti nel loro sbocco salvifico, sono privi della loro interpretazione finale.

“Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…”. Ecco qual è il punto dolente di questi discepoli. Dicono di essersi sbagliati, di essere stati degli illusi, ora non sperano più. E questo nonostante il fatto che “alcune donne” li abbiano ἐξέστησαν, “spiazzati” (cfr. v. 22)[5], destabilizzando per un attimo le loro idee, con la notizia che Gesù sarebbe vivo. Nonostante ciò essi non hanno creduto a tali parole. In Lc 24,11 si dice che quanto da loro riportato non è che sciocchezza, favola. Per questo gli “undici e tutti gli altri” “non credettero” a tali parole (v. 11). È vero che gli apostoli sono andati comunque al sepolcro, riscontrando che era vuoto, “ma lui non l'hanno visto”. Cioè il sepolcro vuoto non è una prova sufficiente della risurrezione. Per questo sono ancora con il volto triste: manca la parola che apra loro l’intelligenza su quanto è stato riscontrato, che interpreti quanto avvenuto alla luce della Resurrezione.

Ed ecco che Gesù, uscendo allo scoperto, richiama i discepoli, fa vedere il loro male: “Stolti (ἀνόητοι) e tardi di cuore (βραδεῖς τῇ καρδίᾳ) nel credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!” (v. 25), nel credere cioè alle promesse divine contenute nella Scrittura, nel Dio della fedeltà. Li rimprovera di essere “senza intelligenza”[6] e “lenti di cuore”[7]. E subito inizia la catechesi, o meglio una liturgia della parola che segue lo schema sinagogale[8]: “E cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27). Gesù, l'ermeneuta per eccellenza[9], fa loro capire quello che rimane a loro oscuro: “Non bisognava (ἔδει)[10] che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (v. 26). Da notare che il testo non dice quali sono i testi a cui si è riferito Gesù. Ugo di S. Vittore afferma che “tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento”. Si tratta allora di leggerla nel modo giusto, di non cogliere solo un brano qui e là; tutta la rivelazione anticotestamentaria è una parola capace di illuminare il mistero di Gesù. Il problema è che questa “luce” è rimasta velata ai discepoli fino ad ora, e Gesù è venuto a togliere questo velo aprendo il loro cuore e la loro mente alla comprensione piena. È da notare il passaggio dalla tristezza sfiduciata alla gioia che arde nel cuore, come poco dopo gli stessi discepoli riconosceranno (v. 32). Quindi una gioia che nasce dall’aver capito che l’AT si è compiuto in Gesù. E, per di più, ora essi capiscono che anche Gesù per capire qual era la volontà di Dio è dovuto ricorrere a quel libro che conteneva la storia d’amore tra Dio ed il suo popolo. Gesù non aveva un filo diretto per conoscere la volontà del Padre, ma ha a sua volta utilizzato quel libro. Questo scalda il cuore, perché fa ritrovare il bandolo della nostra esistenza alla luce della Parola di Dio.

Possiamo ora dare una prima conclusione. Il Signore opera la consolazione. Essa, secondo 2Cor 1,3-4, è il ministero che deve esercitare anche la Chiesa. Si potrebbe dire la diaconia della tristezza umana mediante la consolazione dello Spirito; far venire fuori dal cuore dell’uomo tutta la mancanza di speranza e trasformarla in gioia (cf. 1Pt 3,13-16). È allora necessaria la compagnia lungo il cammino, l’ascolto delle speranze, delusioni, e, se sarà necessario, si dovrà aiutare le persone ad esprimerle. Finché gli esseri umani sono soddisfatti di sé, delle consolazioni apparenti, con cui il mondo tenta di riempirli, essi non avvertono alcun bisogno di essere salvati, nessuno bisogno del Vangelo.

Gli Atti degli Apostoli saranno un commentario di questo racconto: la diaconia delle Scritture, alla quale gli apostoli si dedicheranno, insieme alla preghiera (cf. At 6,4), è ben lontana dall’essere una cattedra di Bibbia. Essa è un codice offerto alla tristezza degli esseri umani perché possano decifrarne la causa e trovarne rimedio.

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto’” (vv. 28-29).  La richiesta pressante perché Gesù resti con i discepoli[11] è motivata con l’appressarsi del buio della notte. Qui l’evangelista sembra alludere al senso simbolico della frase: Gesù è portatore di luce. In realtà i discepoli hanno cominciato ad aderire a lui e, in un certo qual modo, volevano trattenerlo. Ricordiamoci che in Giovanni Gesù dice alla Maddalena di “non trattenerlo”. Gesù va seguito, non trattenuto.

Egli entrò per rimanere con loro”. La risposta di Gesù non si fa attendere. Non si dice qui dove Gesù entrò, se era in una casa, in una locanda o altrove. Questo lasciare nel vago il luogo ci spinge a pensare che prima di tutto entrò nel loro cuore, nella loro mente, in una parola nella loro vita.

Nei vv. 30-31 il racconto tocca il suo culmine. L’evangelista non perde tempo in particolari: si ferma esclusivamente a descrivere ciò che fece Gesù: “quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (v. 30). Sono le parole con cui lo stesso Luca, con la frase “spezzare il pane”, indica il pasto eucaristico in At 2,42.46 e 20,7. La fractio panis segue la fractio Verbi. Nel sacramento eucaristico, cuore di tutto il sistema sacramentale, il cammino catechistico dei discepoli di Gesù si compie: “Allora si aprirono loro gli occhi (letteralmente: 'i loro occhi furono aperti [da Gesù ] grandemente e lo riconobbero”. È quindi per grazia che lo riconobbero. Troviamo questa espressione in Gen 3,7 quando si parla della trasgressione dei progenitori: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”. Là per conoscere che hanno perso tutto, qui per riconoscere che tutto hanno ricevuto. Là per vedere i loro limiti, qui per accogliere la grazia che è loro concessa. Là volevano diventare come Dio, qui riconoscono Dio che si è fatto come loro. Ci sono diverse maniere di mangiare![12]

Ecco come Gesù si manifesta anche a noi oggi - oltre alla sua Parola -: nell’Eucaristia. Dunque la duplice mensa: quella della Parola e dell’Eucaristia. Tuttavia anche il riconoscimento in questi “segni” della sua presenza è dono suo: non sono infatti i discepoli ad “aprire” gli occhi, ma, come dice il verbo utilizzato, questi occhi vengono aperti dalla parola di Gesù. È questa sua Parola che apre i nostri occhi a riconoscere la sua presenza nel segno sacramentale.

“Ma egli sparì dalla loro vista” (v. 31). Sparisce lo straniero e rimane il Risorto. Rimane anche se non lo vediamo. Ora essi sanno che egli c'è, e non hanno nemmeno più bisogno di vederlo. Sanno che il Risorto, benché invisibile, è sempre presente.

Alla fine, rileggendo la loro esperienza, constatano: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto...” (v. 32). La parola usata è forte: non si dice soltanto “il cuore si riscaldava”, ma “il cuore ardeva”. Queste parole richiamano quelle di Gesù stesso: “Sono venuto a buttar fuoco sulla terra” (Lc 12,49), un fuoco che, bruciando, produce poi anche divisione, scuotimento e imitazione, e che qui comincia a manifestarsi come sconvolgimento interno.

Allora i discepoli “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”, quindi invertono marcia. Hanno ricevuto quel cibo che dà forza per compiere il lungo viaggio che ancora rimane (cf. 1Re 19,1-8). La destinazione però non è nuova: è il luogo della quotidianità, della comunità. E, precisa l'evangelista, partono “senza indugio (ἀναστάντες)”, letteralmente: “balzando in piedi tornarono...”. È quasi la stessa esperienza del profeta Geremia. Come fare a contenere quello che brucia nel cuore? Bisogna correre a Gerusalemme per condividere questa straordinaria notizia.

A Gerusalemme “trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro”. Entrano partiti di corsa per annunciare agli undici la buona notizia della risurrezione di Gesù, ma prima hanno dovuto ascoltarla dagli undici. Poi tocca a loro e il loro racconto si svolge in due tempi, come la loro esperienza: dapprima raccontano o, meglio, fanno l'esegesi della loro esperienza lungo la strada. Gesù era stato l'ermeneuta per comprendere le Scritture (v. 27: διερμήνευω). Ora loro stessi sono gli esegeti che traggono insegnamenti da quanto hanno vissuto (v. 35: ἐξηγεομαι). In secondo luogo raccontano com'è avvenuto il riconoscimento di Gesù. Qui occorre tener presente che il verbo è al passivo e andrebbe dunque meglio tradotto sottolineando il fatto che è Gesù a essersi fatto riconoscere: “si fece riconoscere” da loro (v. 35). Ancora una volta è sottolineato che è per grazia che avviene il riconoscimento.

Nel tempo di una giornata e nello spazio di un cammino di alcuni chilometri, i due discepoli sono stati testimoni e protagonisti della fractio verbi, della fractio panis e della fractio gaudii. La condivisione è totale: parola, pane e gioia.

Riflettiamo. Dopo quell’intuizione folgorante, nella quale i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù risorto, tutto torna all’ordinarietà. Gesù scompare e tutto torna ad essere apparentemente come prima: la locanda, la tavola, il pane, i compagni. Tutto uguale, eppure tutto ora è diverso. È un’esperienza inesprimibile. È la parola di Dio che ci ricorda il senso della nostra esistenza rinnovando in noi l’assenso della fede. È quello che accade a questi discepoli. Il Signore ravviva la fede per mezzo della lettura dell’AT. Poi c’è l’eucaristia, cioè il sacramento. Non è che l’Eucaristia sia meno importante, ma necessita della fede per essere vissuta non semplicemente come rito esteriore, ma come vero e proprio incontro con il Risorto. Nel passato talvolta la Chiesa ha peccato di sacramentalismo esasperato. Il sacramento è una cosa, la fede è un’altra. Quello che ci fa crescere nella fede è la nostra conversione che avviene attraverso il confronto con la Parola.

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[1]  Con Gesù si realizza quello che Dio aveva promesso a Mosé: “Io camminerò con voi e ti darò riposo” (Es 33,14).

[2]  Si noti che il nome Clèopa – quello di uno dei due discepoli – sembrerebbe una contrazione di Cleopatros, e in tal caso significa “padre famoso”. Qualche esegeta, però, propone un'altra etimologia: Kleopas deriverebbe da pas, “tutto”, e kleos, “notizia”.  Questo discepolo sarebbe dunque uno che sa tutto, che è al corrente di ogni cosa!

[3]  Al cap. 7, quando Gesù guarisce il figlio della vedova di Nain, il Vangelo dice: “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: 'Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo'”.

[4]  Si noti che qui si dice che Gesù era potente in “opere”, e solo come secondo termine si dice “in parole”. L'operare di Gesù precede e dà spessore alla parola (cioè la parola trova la sua verità quando si realizza, quando si compie), la quale spiega il senso di tali opere. Anche all'inizio degli Atti degli Apostoli troviamo tale espressione: “quello che Gesù fece è insegnò” (At 1,1).

[5]  Il verbo greco, tradotto con “li hanno sconvolti”, letteralmente significa “rimuovere da un posto”, dunque piazzare altrove, spiazzare.

[6]  L'espressione ἀνόητοι è la stessa che utilizza Paolo a due riprese nella Lettera ai Galati: “o stolti Galati” (Gal 3,1 e ancora: “siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne?”. Sappiamo quanto forte sia il rimprovero di Paolo per coloro che si sono lasciati ammaliare da altro che non sia il vangelo di Gesù Cristo come lui lo ha presentato.

[7]  Sappiamo che il cuore per gli ebrei non era tanto la sede del sentimento, ma della regione, dell'io personale e quindi delle decisioni.

[8]  Nella sinagoga si leggevano due testi: uno dal Pentateuco, e sappiamo che Mosé viene presentato come l'autore dei primi cinque libri della Bibbia; e uno dai Profeti, tutti gli altri libri.

[9]  Il verbo qui utilizzato, tradotto con “spiegò”, è proprio  διερμήνευσεν (dia + emēneuō). Gesù è l'esegeta che offre la migliore interpretazione della Scrittura, presentando se stesso come la chiave di interpretazione di essa. Nel vangelo di Giovanni egli affermò: “Le Scritture mi rendono testimonianza” (Gv 5,39).

[10]  Ritroviamo qui quel δει (“bisogna, è necessario”) che Gesù aveva già utilizzato negli annunci della passione (cfr. Lc 9,22; 17,25). Questa è la volontà del Padre e a questa Cristo ha risposto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7; cfr. Sal 40,7-9).

[11]  Il verbo qui utilizzato (παρεβιάσομαι) significa “costringere ad accettare”. Per gli orientali l'insistenza fa parte della buona educazione.

[12]  Cfr. R. Mandirola, In cammino con il Risorto, EDB, Bologna 2010, 35.

In questo Vangelo il Risorto si manifesta ai discepoli. 

“La sera di quello stesso giorno…”. Siamo nel giorno del Signore, il primo giorno della settimana (domenica). È la prima apparizione ai discepoli, preceduta dall’annuncio di Maria di Màgdala: “ho visto il Signore” (Gv 20,18). Essi sono ancora in una specie di sepolcro, riuniti a porte chiuse e bloccati dalla paura: hanno infatti paura dei Giudei. Nell’ultima cena Gesù aveva detto che non li avrebbe lasciati orfani: sarebbe tornato (14,18) per donare loro la sua pace (14,27) e la sua gioia (16,20.22) e renderli suoi testimoni in forza dello Spirito (15,26s). Ora mantiene la parola. Così anch’essi fanno esperienza del risorto, per iniziativa di Gesù stesso, sottolineata da Giovanni anche in questo caso: “venne e si fermò in mezzo a loro”. Il Risorto “viene” dalla “gloria” in cui è presente presso il Padre, ma in realtà è già lì (è del tutto superfluo immaginare che egli abbia la capacità di passare “agilmente” attraverso chiusure e barriere) perché non è più “contenuto o contenibile” entro le nostre mura, e si fa vedere.

Malgrado la dispersione degli apostoli, che lo hanno abbandonato e rinnegato, Gesù si ritrova al loro centro (“si fermò in mezzo a loro”), li raduna, ne ricompone l’unità “stando” tra loro. Ed è con questa unità, cioè in comunione con il Signore e con i fratelli, che dev’essere esercitata la missione che il Risorto affida a loro (v. 21), e quindi alla Chiesa, come prolungamento della missione che il Padre ha affidato al Figlio.

Gesù comunica agli Apostoli anzitutto la shalom. Il triplice augurio, due volte nella prima e una nell’apparizione seguente a Tommaso riunito insieme con gli altri nel Cenacolo (20,19-29), va oltre il semplice saluto ebraico. Indica la pienezza di ogni benedizione messianica. È il dono di Gesù che disse: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27), quella pace che il mondo non conosce. È la pace che vince l’odio: “Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (16,33).

In Is 9,5 il Messia è chiamato il “principe della pace”. E in Ef 3 viene riportata l’affermazione: “Lui è la nostra pace”. Il Risorto è la pace stessa, accogliere Lui è accogliere la somma dei beni messianici.

Si tenga conto che tra questi discepoli, anche se non menzionato, c'è anche Pietro. E Gesù appare anche per lui senza recriminazione, senza rimprovero, senza amarezza. Anche a lui offre in modo incondizionato la pace. Possiamo immaginare la sorpresa di Pietro, alla sua gioia, nel capire di avere un Salvatore in Gesù Cristo così amabile, così paziente, ricco di perdono. Anche per lui, come per tutti gli altri, Gesù “…mostrò loro le mani ed il costato…”.  Sono i segni di quanto Gesù ci ha amato. Sono i segni di quella “lotta” che rimarranno sempre per ricordarci il suo amore.

Mostrando le mani e il costato, Gesù attua anche le profezie e promesse relative alla sua missione. Anzitutto attua la profezia del tempio distrutto e ricostruito in tre giorni (“Ma egli parlava del tempio del suo corpo”; 2,21). E proprio solo ora trova soddisfazione anche la provocatoria richiesta subito dopo la cacciata dei mercanti dal tempio (“quale segno ci mostri?”, 2,18). Similmente con l’insufflazione dello Spirito Santo, egli compie il suo proclama della festa delle Capanne, con il dono dello Spirito destinato a scaturire da lui stesso: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me… Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato” (7,37-39).

Nelle mani esibite da Gesù trova ulteriore conferma anche la promessa della custodia indefettibile sua e del Padre sui credenti. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io dà loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola” (10,27-30). Universalmente, oltre che biblicamente, le mani sono – nel bene o nel male – simbolo del potere e della libertà, che qui si pone come in termini di “amore fino al compimento” (cfr. Gv 3,35; 10,28-29; 13,3).

Anche l’ostensione del costato fissa nel modo più netto possibile l’identità del Risorto con il Crocifisso, nonché la qualità della sua azione salvifica. Di lì, infatti, fluiscono sangue e acqua (19,34): simbolo uno della morte redentiva e sacrificale di Gesù, e l’altra dello Spirito, che del sacrificio è il frutto eminente, emanati dalla trafittura appena successiva della sua morte.

Così il risorto mostra che quello che umanamente sembra un totale fallimento,  in realtà è un autentico compimento, un atto assolutamente vivificante.

“E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (v. 20). Ciò che scatena la gioia dei discepoli sono esattamente le stesse cose che prima li avevano messi in fuga. Le mani e il costato sono i segni della sua passione, che prima, non avevano capito; ora invece capiscono questi segni dell’amore, e non solo non si fugge, ma si è nella gioia. Questo è quanto afferma l’Apocalisse quando dice che per tutta l’eternità loderemo Dio per le piaghe impresse nel corpo dell’Agnello.

Ma non solo: guardando quelle mani e quel costato non si può non incrociare lo sguardo penetrante del Signore. Infatti la gioia pasquale non deriva solo dall’aver visto insieme il Signore, ma altresì dall’essere stati visti da lui, stando alla predizione di Gesù in Giovanni: “Voi ora siete nella tristezza, ma vi vedrò e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22s). Lo sguardo potente e trasfigurante di Gesù Risorto ha raggiunto il cuore dei presenti.

“Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi”. Il Risorto trasmette agli Apostoli la missione ricevuta dal Padre e preannunciata dal Battista (cfr. Gv 1,29-33). Essi ricevono il mandato di continuare la sua stessa missione a livello mondiale. Ma come possono farlo? Se avessero il suo Spirito potrebbero!

Dopo aver detto questo soffiò su di loro...” (v. 22). È proprio un’immagine di animazione vitale, di creazione di un essere vivente. In primo luogo, alla creazione di Adamo, quando il Creatore gli soffiò nelle sue narici lo spirito di vita (Gen 2,7).  Il gesto del Risorto riprende il gesto del Creatore. In secondo luogo, alla grandiosa visione profetica di Ez 37,9 ss circa la sterminata distesa di ossa che riprendono vita. Di qui appare chiaro il gesto di Gesù: soffiò sugli apostoli lo Spirito; comunica lo Spirito Santo rigeneratore dell’uomo, che diventa per gli apostoli l'alito di vita; da esseri deboli ri-creò un popolo nuovo, ne fece la sua Chiesa vivente, capace di trasmettere la vita, di cui Lui continua ad esserne la fonte, soppiantando quello infetto dello spirito del mondo. Nelle prospettive giovannee la nuova nascita è da acqua e da Spirito (cfr. Gv 3,5). Non per niente, tra i poteri comunicati agli apostoli, è qui messa in evidenza la facoltà di rimettere i peccati, che è la prima e più radicale vittoria sulla morte.

Però se il gesto simbolico di Gesù poté durare un momento, la realtà significata è che lo Spirito viene continuamente alitato, cioè inviato. E questo in perfetto accordo con l’idea biblica dello spirito o soffio divino, che non solo dà inizio alla creazione, ma continua ad animare e sostenere il creato (cfr. Sap 1,7; Sal 139, 7.12; Gb 13,14.15 ecc).

In che cosa consiste l'opera che Gesù affida agli apostoli? Lo dice il versetto: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li rimetterete, saranno ritenuti”. La formula è molto simile a quella che troviamo nel vangelo di Matteo quando Gesù dà a Pietro le chiavi: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Gesù affida agli apostoli il potere divino di perdonare il peccato. Se non viene esercitato questo potere divino comunicato ai discepoli il peccato rimane. È un'immagine sacramentale importantissima. È uno degli elementi più forti di fondamento del sacramento del battesimo, inteso come l'intervento della potenza di Cristo attraverso la mediazione dei suoi discepoli. Diventa il segno sacramentale che realizza il perdono dei peccati e la comunione con Dio.

Al di là del battesimo vi si può poi riconoscere il sacramento della riconciliazione.

"Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa...".  Questa apparizione sembra destinata specialmente a Tommaso, assente nella precedente (20,19-23). Tommaso, detto Didimo (= gemello) è un personaggio generoso: è colui che, quando Gesù aveva annunciato ai suoi l’intenzione di “destare” Lazzaro dal sonno della morte, mentre i discepoli si mostrano molto preoccupati dalla prospettiva di tornare in Giudea, dove poco prima Gesù stava per essere lapidato, grida: “Andiamo a morire con lui” (11,16). Ed è anche una persona in ricerca, che vuole capire: infatti quando Gesù annuncia la sua partenza da questo mondo, Tommaso gli chiede: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (14,5). Già da quest’ultimo passo comprendiamo che in Tommaso c’è una difficoltà a comprendere, ma c’è anche la capacità di porre e porsi delle domande. Per questo la risposta di Gesù non si fa attendere: “Io sono la via, la verità e la vita e nessuno viene dal Padre se non per mezzo di mio” (14,6).

Affiora in Tommaso una psicologia spiccia, decisa, pronta a intervenire un po’ polemicamente, poco poetica e più pratica, ma profondamente attaccata al “Tu” di Gesù.

Perché la sera in cui il Risorto si è fatto vedere dai “Dieci”, Tommaso non era con loro (v. 24)? Denota questo uno smarrimento singolare a causa della morte del Maestro? Probabilmente sì. E tuttavia, nonostante Tommaso non sia con gli altri apostoli, tanto è vero che sanno dove sta, lo cercano e lo coinvolgono, con lo stesso annuncio della Maddalena a loro: “Abbiamo visto il Signore”. Si noti che in ciò che dicono a Tommaso non puntano sul negativo, magari con toni di rimprovero, dicendo: “Ma tu non c’eri! Tu che facevi grandi discorsi, tu che ci avevi detto di andare a morire, sei pieno zeppo di contraddizioni…”. No, non sono partiti dalle cose che non andavano, perché loro stessi hanno sperimentato la loro personale fragilità. È proprio l’esperienza della nostra fragilità che ci fa essere molto delicati e luminosi con gli altri. Non l’hanno rimproverato per l’assenza, ma gli hanno detto quale era il motivo meraviglioso per il quale invece rendersi presente. Quello che fa venire la voglia di tornare è sapere che ci sono altre persone che lo hanno incontrato. Se non riusciamo a dirci tra noi dove l’abbiamo visto, in quale episodio concreto, in quale situazione, se parliamo di Dio solo in generale, non possiamo fare breccia nel cuore di nessuno.

C’è allora una fondamentale mediazione ecclesiale, che mentre annuncia il Signore testimonia l’incontro con Lui. Una testimonianza che è sempre personale, anche quando è quella di un gruppo.

A questo annuncio Tommaso avanza delle richieste: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e se non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Sono tre “se”. La sua esigenza di vedere e toccare i segni dei chiodi e toccare il costato nasce dal desiderio di constatare che il Signore che egli amava, sia davvero risorto, e che il suo corpo martoriato sia ora glorificato.

Anche noi, come Tommaso, abbiamo in noi questa “incredulità”, e abbiamo bisogno di “segni” che ci sostengano nella fede.

“Otto giorni dopo i suoi discepoli stavano di nuovo in casa e Tommaso era con loro. Venne Gesù a porte chiuse. Stette nel mezzo e disse: Pace a voi!”. Gesù non viene per Tommaso, ma per tutta la comunità. Dunque viene per tutti e a tutti dà la pace. Dopo essere venuto per tutti si rivolge anche personalmente a Tommaso per dirgli: “Metti qui il tuo dito e guarda le mia mani; stendi la tua mano e mettila nel costato e non continuare (sarebbe la traduzione più giusta) ad essere incredulo, ma sii credente”. L’insistenza sull’aspetto fisico della prova richiesta da Tommaso è un modo per sottolineare la continuità fra il passato ed il presente di Gesù, espresso per mezzo della realtà umana di quei segni. Gesù raccoglie la sfida di Tommaso e gli consente di verificare: “Metti qua... guarda” – quindi Gesù accetta l’esigenza di Tommaso -, e subito aggiunge la frase “Non essere più incredulo, ma credente”. Tommaso non dovrà essere più scettico, ma diventare credente.

Si noti che questo episodio di Tommaso, avvenuto nella seconda domenica giovannea, mostra chiaramente quale dev’essere il nostro atteggiamento nei confronti del Risorto che si manifesta nell’assemblea domenicale. Egli – come ha fatto con Tommaso – non disdegna di essere “toccato”, anzi lo vuole. Vuole che noi entriamo in comunione intima con lui. Ciò che Gesù aveva rifiutato alla Maddalena, dicendole: “Non mi toccare”, ora viene richiesto da lui stesso con le parole: “Tocca, abbi pure un contatto diretto con me”. Una simile richiesta esprime una valenza assai chiara, proprio in rapporto alla frase rivolta alla Maddalena. La donna non poteva ancora avere un contatto pieno con Gesù, perché per lei quell’uomo era semplicemente paragonabile a Lazzaro dopo il ritorno in vita; dunque non percepiva Gesù nella sua pienezza di vitalità e divinità. Al credente nella sua risurrezione Gesù chiede esplicitamente un contatto diretto con lui, dal quale viene emanata tutta la carica della sua morte e risurrezione. Ma è necessario toccarlo nella “fede”.

Tornando a Tommaso, davanti al Risorto egli dice: “Mio Signore e mio Dio”. Non dice: “Tu sei il Signore”. Tommaso dice: “Mio Signore”. È la più solenne professione di fede che incontriamo nel Vangelo. Le parole di Gesù gli hanno toccato il cuore. Non dice: “Tu sei Dio”, ma dice ancora di più: “Mio Dio”. Si è creato cioè un legame particolare: è Dio e il Signore della sua vita! Una consapevolezza che trasformerà Tommaso da discepolo in fuga ad apostolo della Persia e dell’India, l’unico dei dodici a spingersi in Oriente.

A questo punto Gesù lo rimprovera: “Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno!”. Il senso delle parole rivolte da Gesù a Tommaso è che coloro che credono senza aver visto, sono beati perché hanno ascoltato. Il passaggio dal vedere senza capire al vedere che si dischiude alla relazione vitale con il Signore – quindi il “toccarlo” – è reso possibile dalla parola che appella la nostra risposta di fede. Nel Credo noi proclamiamo che la nostra fede è apostolica perché accettiamo la testimonianza degli apostoli, cosa che Tommaso non ha fatto. Il vero problema di Tommaso è ch’egli pretende di vedere rifiutando di ascoltare e di accogliere la testimonianza dei suoi compagni. Il suo vedere non è un vedere autenticamente biblico, perché è in polemica con l’ascolto. Tommaso si è impuntato, accusando i compagni di essere visionari, o dei bugiardi. Gesù risorto gli usa misericordia e gli viene incontro. Gli consente di vedere e di toccare... (anche se poi il testo non dice che Tommaso abbia effettivamente toccato il costato di Gesù). Tutto passa attraverso la Parola. È attraverso l’ascolto di essa che si giunge a un “vedere” e “toccare” nella fede...

Giunta al sepolcro il primo giorno della settimana, Maria di Magdala vide che la grossa pietra era stata ribaltata. Un tumulo di pensieri si impossessò del suo cuore: forse i nemici di Gesù avevano voluto compiere un ultimo scempio, far sparire tutto, anche il cadavere. E corse subito da Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e annuncia loro: “hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto”. La donna, dunque, senza pensare al senso profondo di queste parole, in realtà annuncia il fatto della tomba vuota e spinge i discepoli a confrontare se stessi con questo straordinario evento. Si tratta di comprendere, in termini di fede, il passaggio dall’assenza dolorosa, sorprendente e sconvolgente di Gesù morto alla presenza di Gesù risorto e vivo.

All'annuncio della Maddalena, Pietro e l'“altro discepolo” iniziano la corsa verso il sepolcro. L’evangelista in questa corsa vuole sottolineare l’ansia della Chiesa che va alla ricerca dei segni del Risorto. La loro corsa è spontanea, ma anche inquieta, rivela amore e venerazione, e fa pensare all’ansia della chiesa che nel corso dei secoli deve sperimentare sulla sua pelle l’esperienza della fede del Risorto. Parlo dell’ansia della chiesa in questi due personaggi: in Pietro abbiamo la chiesa istituzionale; in Giovanni la chiesa carismatica. L’intera Chiesa si muove verso il sepolcro alla riscoperta dei segni del Signore risorto.

Correvano insieme”, scrive l’evangelista. Non si corre da soli, come se la religione fosse un fatto esclusivamente privato. Si corre insieme ai fratelli: Gesù, come appare nei sinottici, invia i discepoli in missione a due a due. Inoltre Egli è presente in mezzo a loro: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Il discepolo amato arriva per primo al sepolcro. Forse perché era più giovane di Pietro? Non è questa la ragione profonda. Per l'evangelista egli arriva prima perché è il discepolo che Gesù amava, il discepolo che è stato sempre accanto a Gesù, che ha posto il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena, è stato il primo a essere chiamato a seguire Gesù con Andrea, è stato vicino a Maria sul Calvario e l’ha ricevuta in dono: “Figlio, ecco tua madre!”. Evidentemente Giovanni rappresenta ogni credente che ama Gesù: «Chi fa suoi i miei comandamenti e li osserva è colui che mi ama, e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò» (14,21).

Pietro, che ha rinnegato Gesù, arriva dopo.  Non si corre insieme a dei fratelli “perfetti”. Si corre con fratelli che sono peccatori, come siamo peccatori ciascuno di noi. Tuttavia si corre insieme perché la risurrezione del Signore ci ha dato la forza di perdonarci come lui ha perdonato.

Nessuno è stato presente all’evento della risurrezione. Perché? Perché questo evento ci supera immensamente. Gesù risorge non a questa vita, come Lazzaro. Gesù risorge a un’altra vita, che non termina mai, mentre Lazzaro morirà di nuovo. Noi che viviamo nella sfera del sensibile e del materiale non possiamo vedere questo evento con i nostri occhi, poiché è un evento che ci supera. Di esso vediamo solo i segni e gli effetti.

Cosa vedono i due discepoli? Dice il testo: “i teli posati là”. Bisognerebbe togliere quel «là», che non c'è nel testo. Cosa sono quei “teli”? Si tratta del lenzuolo funebre, di lino grezzo, che serviva per la composizione delle salme. Aveva la dimensione di 1x4 metri. Il corpo veniva adagiato sopra e lo stesso lenzuolo veniva fatto girare dietro la testa riscendendo fino ai piedi.

Per coprire i cattivi odori che la decomposizione produce venivano usati degli oli profumati in grande quantità. Per cui dopo che il corpo del defunto era stato lavato, il lenzuolo veniva fatto aderire al corpo ed era fissato in tre punti: al collo, all'altezza della vita (tenendo ferme anche le mani) e alle caviglie. Il corpo era stato unto abbondantemente in modo tale che il lenzuolo, impregnato d'olio, aderisse al corpo. Quando il corpo veniva posizionato definitivamente nella tomba veniva versato ancora dell'olio. Quando il lenzuolo di lino asciugava, diventava una specie di scafandro.

Cosa videro allora i due discepoli? Videro che queste tele non erano gonfie, come se ci fosse il corpo dentro, ma si erano afflosciate. L'evangelista poi aggiunge un particolare: “il sudario – che era stato sul suo capo – non posato con i teli, ma avvolto nello stesso posto”. La traduzione CEI è inesatta: il sudario non era “in un luogo a parte”, ma era rimasto nello stesso posto. Ricordiamo che il sudario era il fazzoletto quadrato, piegato a triangolo e arrotolato su se stesso, che veniva messo intorno alla testa, sotto il mento e legato sopra. Ebbene, sotto le tele afflosciate, si vedeva ancora il sudario, come se ci fosse ancora la testa. La descrizione minuziosa di Giovanni, testimone oculare, della posizione delle tele – rimaste intatte, al loro posto –, serve a dire che nessun agente umano avrebbe potuto portare via il corpo lasciando le tele in tale posizione! Ossia che il cadavere non era stato derubato.

Ma allora che cosa significava quello sgonfiamento delle tele? Che il corpo era sparito per un motivo non descrivibile che chiamiamo risurrezione!

“Allora entrò anche l’altro discepolo... e vide e credette”. In questi pochi versetti si usano ben tre verbi diversi per caratterizzare tre modi di vedere lo stesso fatto. Quando il discepolo amato arriva al sepolcro e, chinatosi, guarda, si usa il verbo blépo per indicare semplicemente la percezione fisica. Nel versetto v. 6 per indicare lo il “vedere” di Pietro si usa il verbo théoreo: si tratta di un vedere più penetrante, un vedere “intelligente”, un processo di ragionamento che porta un po' più avanti ma che arriva ancora all'obiettivo. Qui per dire che il discepolo “vide” viene adoperato il verbo orào, che l'evangelista usa per indicare uno sguardo di fede. Si tratta del “vedere oltre”, del vedere in profondità. Vide con la sua fede e capì, e quindi credette.  La vista di quella tomba vuota, nella quale i vestimenti che avevano avvolto il corpo del Signore erano ancora intatti, fu per Giovanni una illuminazione interiore che gli fece ricordare e finalmente capire quello che il Maestro aveva detto a riguardo della sua passione morte e risurrezione.

Perché il discepolo prediletto, come giunse per primo alla tomba, ora per primo giunge alla fede? Egli crede perché ama, e alla base vi è il principio fondamentale secondo il quale per comprendere a fondo qualcuno è necessario l’amore. Avendo accolto l’amore di Gesù e, come è logico, ricambiandolo completamente, ora comprende che Gesù è davvero risorto.

Si conclude questa prima scena con l'annotazione dell’evangelista: “I due discepoli non avevano ancora capito la Scrittura secondo la quale egli doveva risorgere dai morti”. Quel “doveva” è teologico: come non avevano capito che era necessaria quella situazione di morte, così non avevano capito che rientrava nel progetto di Dio la risurrezione dei morti. Non avevano capito la Scrittura!

Ma noi abbiamo capito la scrittura? Abbiamo capito che quei teli afflosciati non sono solo il segno della risurrezione di Gesù, ma è anche ciò che il Signore vuole fare anche nel nostro cuore? Abbiamo capito che quando c’è la morte nel nostro cuore, quando c’è oscurità, quando non siamo capaci di perdonare, il Signore vuole dall’interno della morte – come è storicamente avvenuto in quel corpo di Gesù che stava “dentro” i teli, avvolti in esso - sciogliere le amarezze e le morti che permangono in esso per vivere nel suo amore e nella sua pace?

Abbiamo infine capito che quel profumo emanato dai teli e dalle bende, che erano state cosparse da Giuseppe d'Arimatea e da Nicodemo con ben «una mistura di mirra e di aloe di circa centro libre» (Gv 20,39-41), non è profumo di morte, ma profumo dello Sposo che condivide la vita con la sua sposa, con ciascuno di voi, profumo di vita, di amore, di santità?

 

Commentiamo oggi il vangelo dell'ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme (Mt 21,11-11) lasciando alla lettura meditata  la Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo. 

Gesù giunge a Betfage. Qui i pellegrini si preparavano per entrare nella città santa purificandosi.

Qui Gesù organizza il suo ingresso “purificandolo” da ogni falsa attesa messianica. Il Signore viene per prendere possesso della città santa e del tempio, come profetizza Malachia (Ml 3,1ss), viene per il “suo” giudizio che si realizzerà sulla croce.

L’episodio è complesso e ricco di allusioni bibliche.

- C’è un primo quadro (vv. 1-5) nel quale Gesù invia due discepoli verso il monte degli Ulivi a procurarsi l’asina e il puledro di cui si servirà per entrare in Gerusalemme. È su questo monte che Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23) e da esso si aspettava il ritorno dalla gloria del Dio d’Israele (cf. Ez 43,1-2; Zc 14,1-4). L’asina, poi, è il simbolo stesso del messianismo di Gesù: non sceglie il cavallo, simbolo di violenza e dominazione, ma un animale “mite” che sa portare la “soma”. Questo è venuto a fare Gesù: lui, mite e umile di cuore, porta la “soma” del peccato dell’uomo sulla croce. Quanto ha fatto Gesù lo deve fare anche il discepolo (cf. 20,25-28): farsi servi, sul modello di Cristo, significa portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2). È il comando dell’amore. La loro missione è quella di “slegare” l’asina, liberando in ciascuno la libertà di amare.

Questo primo quadro termina con la citazione di Zaccaria (v. 5), nel quale troviamo la seguente promessa di salvezza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile (πραὺς), cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri […] l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare” (9,9s). Qui viene annunciato un re "giusto" perché governerà il suo popolo secondo il cuore di Dio e "vittorioso" perché "salvato" dei nemici di Dio. Un re povero – uno che non regna per mezzo del potere politico e militare. La sua natura più intima è l'umiltà / mansuetudine di fronte a Dio e agli uomini. Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un asino – la cavalcatura dei poveri, e anticamente anche dei capi e dei re di Israele, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude. È il re della pace perché abolirà tutti gli strumenti bellici.  Matteo vede in questo episodio la realizzazione di questa profezia. Gesù vincerà infatti sul vero Nemico e sul male, e come risorto ci donerà la sua pace. Una pace ben diversa da quella che dà il mondo.

Inoltre il riferimento alla profezia di Zaccaria non si ferma solo a 9,9s. In Zaccaria certamente Gesù non aveva trovato soltanto l'immagine del re della pace che arriva sull'asino, ma anche la visione del pastore rifiutato (cfr. Zc 11,4-17) e ucciso (cfr. Zc 13,7-9) che mediante la sua morte porta la salvezza, e ancora l'immagine del trafitto (cfr. Zc 12,10) al quale tutti avrebbero volto lo sguardo.

- Nel secondo quadro (vv. 6-9) Gesù sale verso Gerusalemme. Lungo questa via la folla dei pellegrini, che come Gesù sono venuti a Gerusalemme, lasciandosi probabilmente contagiare dall'entusiasmo dei discepoli, “stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via” (v. 8). Il mantello, per l’ebreo, è segno di dignità. Per il povero, poi, è tutta la sua ricchezza: in mancanza di casa si serve di esso per difendersi dal freddo della notte. Ecco perché la legge prevedeva che quando il povero era costretto a dare in pegno il suo mantello, gli venisse restituito la sera. Il gesto della folla – che era segno di sottomissione al Messia, probabilmente da molti ancora visto come Messia potente sotto il cui dominio porre le proprie vite – suggerisce che chi vuol seguire il Signore, deve saper buttare il proprio mantello sulla via regale che sale a Gerusalemme; in altre parole deve saper investire tutte le sue ricchezze nel seguire il Crocifisso. Ciò che la folla fa come “segno”, il cristiano deve farlo come “realtà”.

È da notare che c’è anche della gente che “taglia” dei rami dagli alberi. Questo gesto richiama il salmo 118: “Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare” (Sal 118,27). Questo salmo apparteneva in un primo tempo alla liturgia di Israele per i pellegrini, con la quale essi venivano salutati all'ingresso della città o del tempio. È quanto dimostra anche la seconda parte del versetto: “Vi benediciamo dalla casa del Signore”. Era una benedizione che dai sacerdoti veniva rivolta ai pellegrini in arrivo. Ma l'espressione “che viene nel nome del Signore” nel frattempo aveva assunto un significato messianico. Anzi, era diventata addirittura la denominazione di Colui che era stato promesso da Dio. Così, da una benedizione per i pellegrini, l'espressione si è trasformata in una lode a Gesù, che è salutato come Colui che viene nel nome del Signore, come l'Atteso e l'Annunciato da tutte le promesse.

Osanna al figlio di Davide! ...” (v. 9). Anche la folla, come i ciechi di Gerico, grida a Gesù e, citando il Sal 118,25-26, lo proclama “figlio di Davide”, cioè Messia. È interessante: Gesù non contrasta l’acclamazione della gente. Si lascia attribuire il titolo di “messia”, anche se la modalità non è quella che tutti si aspettavano. Sarà Messia secondo i carmi del servo di Jahvé.

- Infine nel terzo quadro (vv. 10-11), sempre sullo sfondo di Ml 3,1 ss, si ha l’entrata del Signore nel suo tempio, ridonando ad esso la vera funzione (episodio seguente: 21,12-17). Si noti l'annotazione dell'evangelista: “Tutta la città fu presa da agitazione e diceva: 'Chi è costui?'. E la folla rispondeva: 'Questi è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea” (vv. 10-11). In Matteo è chiaro che la folla dei pellegrini che acclama Gesù non erano gli abitanti di Gerusalemme. Il parallelismo con la narrazione dei magi dall'oriente è evidente. Anche allora nella città di Gerusalemme non si sapeva niente del neonato re dei Giudei; la notizia di ciò aveva lasciato Gerusalemme “turbata”; Matteo usa il termine greco che significa lo sconvolgimento causato da un terremoto. Questa reazione della città preannuncia il rifiuto del Messia che entra in essa; e insieme richiama le parole di Gesù nel discorso escatologico nel quale ha annunciato la tragedia di Gerusalemme, che è la conseguenza di chi non riconosce il suo messia.

Questo segno compiuto da Gesù, il settimo – siamo quindi al vertice dell'opera del Signore – viene compiuto a Betania nel contesto della festa della dedicazione del tempio. Durante questa festa, nella liturgia veniva proclamato il Salmo 30, in cui al v. 10 il salmista proclama: «Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba? Ti potrà forse lodare la polvere e proclamare la tua fedeltà?». Il segno pertanto si inserisce all’interno di quella fede d’Israele che già era consapevole che la morte non poteva separare da Dio.

Lazzaro è malato, le sorelle mandano a dire a Gesù: “il tuo amico (letteralmente: ‘colui che ami’ - agapao) è malato” (v. 3). Lazzaro rappresenta tutti coloro che Gesù ama. La loro è una preghiera dolcissima non pretenziosa.  Gesù risponde loro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Malattia e morte sono per la “gloria di Dio”, ossia per il pieno compimento del disegno del Padre a favore degli uomini; disegno che si compie con la glorificazione del Figlio che ha il suo compimento quando Egli  è innalzato sulla croce. 

La discussione tra Gesù e i discepoli (vv. 7-16). Gesù, prendendo ora l’iniziativa, parla in prima persona ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” (v. 7). Gesù affronta il viaggio consapevole che questo comporta il rischio della morte. Egli è il pastore buono che, per la salvezza degli amici, non teme di mettere in pericolo la sua vita, anzi la offre per loro (cfr. 10,11).

Di fronte alla decisione di Gesù, i discepoli protestano: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (v. 8). Quando si profilano scenari di morte i discepoli sono sconvolti, temono per la vita del Maestro e tentano di dissuaderlo ad andare a Gerusalemme. Ma Gesù è deciso a dare la sua vita; deve seguire il suo cammino, quel “passaggio” fissato dall’alto, donato dal Padre suo.  E dice loro il segno che intende compiere: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (v. 11). La morte, nell’itinerario di fede, è come un sonno, perché riletta in vista della risurrezione: come ci si sveglia dal sonno, così tutti ci risveglieremo nella risurrezione dei morti. Ma i discepoli non comprendono. 

• Gesù e Marta (vv. 17-28). Quando Gesù arriva a Betania Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro (cfr. v. 17). Una tradizione rabbinica ritiene che, dopo la morte, l’anima del defunto si “aggiri” intorno al corpo per tre giorni. Quindi siamo al quarto giorno, Lazzaro è definitivamente morto.

Nella casa del defunto, intanto, è radunata una folla di amici venuta a piangere il morto e a consolare le due sorelle (cfr. vv. 18-19). Mentre costoro sono venuti a mostrare solidarietà all’irrimediabilità della morte, Gesù è venuto per destare Lazzaro e incontrarlo.

Marta incontra Gesù e gli dice: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (v. 21). Dando sfogo al proprio dolore, essa collega la perdita del fratello all’assenza di Gesù. Nelle sue parole non c’è rimprovero, ma fede. Crede che la presenza del Signore preservi dalla morte. Anzi la sua fede va oltre: è convinta che lui possa agire a dispetto di quella condizione apparentemente immodificabile: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio te la concederà” (v. 22). Ella sa che ora egli può compiere il miracolo. Più che una richiesta questa è una confessione. La sua fede è rivolta più alla persona di Gesù che al gesto che egli può compiere. La fede di Marta – pur così bella – è tuttavia ancora imperfetta. Infatti riconosce nel Maestro un intermediario della vita, ma lui non è solo questo: è la vita stessa.

Gesù, tuttavia, sorregge la fede della donna e risponde alla sua attesa: “Tuo fratello risusciterà” (v. 3). E lei: “So che lo risusciterà nell’ultimo giorno”. Marta crede nella risurrezione dell’ultimo giorno, escatologica. Ma adesso? Ecco il problema: quale rapporto ha adesso Gesù con la morte e il cristiano con la morte? Marta non comprende che la risurrezione e la vita sono realtà presenti, fin da ora, nel Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (vv. 25-26). Dicendo “Io sono” Gesù rivela e afferma che nella sua persona si fa presente, qui e ora, la risurrezione e la vita eterna. Egli non è solo il rivelatore, ma anche il donatore di questa vita eterna. È la risurrezione. La vita eterna può essere attesa per l’ultimo giorno, proprio perché è presente oggi nella persona di Gesù. Così, ciò che Gesù sarà per Lazzaro, può esserlo per tutti gli afflitti. La storia del miracolo di Lazzaro diventa, a questo punto, un discorso di rivelazione significativo per tutti.

Chi crede in me, anche se muove vivrà”. Nella fede viene pertanto superata la frontiera della morte corporale. Chiunque nella sua vita temporale crede in Cristo, si appoggia totalmente a lui, si fida a lui, vive aggrappato a lui, non morirà per sempre.

 “Credi tu questo?”. Il Maestro sospinge Marta – e ciascuno di noi – a passare da una generica fede nella risurrezione alla fine dei tempi, ad una fede attuale nella nostra risurrezione in lui; a una fede in una vita in Dio, già oggi operante in Gesù. “Se credi vedrai la gloria di Dio” (v. 40). La gloria di Dio manifestata nel cuore stesso della morte! È il paradosso cristiano, la novità assoluta: la Vita non è annientata dalla morte, ma addirittura si serve di essa. Liberati da questo Dio crocifisso, Gesù, che ha assunto la nostra morte.

Il culmine di questo dialogo è rappresentato proprio dalla risposta di Marta: “Sì, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v. 27). Marta aderisce a lui come Messia e Figlio di Dio. Ha compreso che Gesù non è un semplice intermediario tra l’uomo e Dio, ma il donatore stesso della vita eterna, la salvezza fatta persona.

• Gesù e Maria (vv. 28-37). Alla notizia dell’arrivo di Gesù, Maria era rimasta in casa seduta, come si conviene a una donna in lutto. Solo quando Marta ritorna dall’incontro con lui e di nascosto le riferisce: “il Maestro è qui e ti chiama” (v. 28), si alza (letteralmente: “risuscitò”) in fretta, esce di casa e va a incontrarlo. Rispondere a Gesù, muoversi in fretta verso di lui, raggiungerlo “dove si trovava” significa risuscitare, essere partecipi di colui che viene. I Giudei la seguono e pensano che vada a piangere al sepolcro. Maria vede Gesù, si butta ai suoi piedi con una fiducia totale nel Maestro e ripete le parole della sorella: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (v. 32). Marta aveva aggiunto: “Ma anche ora…”. Maria non aggiunge parole, ma compie dei gesti. Il suo gettarsi ai piedi di Gesù contiene già il riconoscimento che egli è il Figlio di Dio. È nella fede che ella dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di donna ferita negli affetti più profondi. È talmente vera che riesce a coinvolgere nel suo sentire non solo coloro che l’hanno seguita, ma lo stesso Gesù. Da lei si genera come un vortice che coinvolge, nella commozione, chi le sta attorno, compreso il Signore.

Il Maestro, difatti, ascoltando la seconda volta il medesimo grido di angoscia e vedendo piangere Maria e i Giudei che erano venuti con lei, “freme nell’intimo” (vv. 33.38), “si turba” (v. 33), “piange” (v. 35).

Gesù “freme nell’intimo”. Il termine greco designa un’eccitazione irata, un fremito interiore di collera. Quella di Gesù, dunque, non è una semplice commozione di fronte al dolore altrui. La sua è una ribellione di fronte alla presenza tragica della morte, sentimento di cui neppure Gesù si è vergognato. Il testo dice: “fremette nello spirito e in se stesso” . Lo spirito di Cristo, necessario per appartenergli (Rm 8,9), è lo stesso spirito di Dio che aprirà i sepolcri e farà rivivere (Ez 37,12-14) coloro che sono morti a causa del peccato (Rm 8,10), perché in loro ha scelto di porre la sua abitazione (Rm 8,9).

Gesù, inoltre, rimane “turbato”. Questo atteggiamento ricorre anche nel contesto della passione. Di fronte all'ora imminente della morte dirà: “La mia anima è turbata” (12,27).

Gesù, dunque, “freme nell’intimo” e “si turba” perché la morte di Lazzaro, “colui che ama”, prelude il giungere della sua ora, l’ora delle tenebre. Di fronte al fatto che il ritorno al Padre passa inevitabilmente per la passione, lo stesso Gesù reagisce con una lotta interiore. Lotta che troviamo espressa anche nei Salmi: “Perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi?” (cfr. Sal 42,6.12; 43,5). Egli è turbato, sa che non può sottrarsi alla morte. È questo l’itinerario del Figlio dell’uomo, il comando che ha ricevuto dal Padre.

Il turbamento e il pianto silenzioso di Gesù rivelano, anche, l’amore del Padre che, attraverso di lui, giunge ai discepoli. Sono le lacrime di Dio dinanzi alla morte che separa gli esseri. Esprimono la compassione del Padre che deve consentire alla prova del Figlio, affinché gli uomini possano tornare ad amare Dio e  a vivere come fratelli.

Infine questo fremere “fremere”, cioè questo moto d’indignazione e d’ira, è anche provocato dalla incredulità dei giudei che sono venuti a “consolare” Maria. Alcuni di essi, infatti si chiedono: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (v. 37). Sono persone che, nonostante il segno del cieco nato, non sono giunti alla “vista” della fede.

È poi da notare che il pianto di Gesù - diversamente dai pianti  disperati dell’uomo che non crede e che vede solo il volto mostruoso della morte (in greco: klaio = strepito, pianto a dirotto) è sì un pianto di dolore,  che però rimane sempre filiale nei confronti del Padre.    Ciò viene segnalato dal verbo usato per Gesù: dakryo. Paolo scriverà che noi siamo sconvolti, ma non disperati, provati, ma non distrutti (cfr. 2Cor 4,7 ss).  Il pianto di Gesù – come ben capiamo – dev’essere anche il pianto del discepolo, del cristiano.

• Gesù ridona la vita a Lazzaro (vv. 38-44). A questo punto l’evangelista descrive l’azione di Gesù che, ancora scosso interiormente, si reca al sepolcro. Un’azione triplice: verso gli uomini, verso Dio, verso il defunto.

Verso gli uomini, ai quali dice con forza: “togliete la pietra!. È un comando che esige molta fede e che fa rischiare lo scandalo: che cosa significa infatti togliere la pietra a uno che è sepolto da quattro giorni (menzione che evidenzia la definitività della condizione di Lazzaro)? È questa la protesta di Marta, quella del buon senso: “Signore, già puzza; è di quattro giorni” (v. 39). E Gesù replica, richiamandola alla fede: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Prima le aveva detto: “Credi tu questo?” ed ella aveva affermato: “Sì, Signore, credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire al mondo”. Adesso, invece, la fede non la sorregge e, di fronte al comando di Gesù, si rifiuta di accettare l’assurdo, il ridicolo, e il Signore la esorta alla fede. La gloria di Dio, che si manifesterà attraverso la vicenda di Lazzaro (cfr. v. 4) è la fede in Gesù come risurrezione e vita (cfr. vv. 25-26). Nella sua risurrezione egli rotolerà definitivamente la pietra che separa i fratelli dalla vita, benché sia molto grande (cfr. Mc 16,4), tanto grande da gravare su tutti. Se crediamo in lui e viviamo del suo amore, siamo già passati dalla morte alla vita (cfr. 1Gv 3,14).

Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (v. 41). In questa preghiera di Gesù la sua relazione con il Padre viene vissuta davanti agli uomini; è il momento culminante, in cui Gesù rivela sé stesso e la sua unità con il Padre. Come il Padre ha il potere di far risorgere, così ha dato al Figlio il potere di vivificare i morti; come il Padre all’inizio della creazione, ha tratto dal nulla tutte le cose, così ha dato al Figlio di trarre il bene dal male, dalla morte la vita, dal peccato il perdono. Gesù ringrazia il Padre perché sempre ascolta il Figlio, come il Figlio sempre ascolta il Padre; vivono infatti dell’unico Spirito, che è il loro amore reciproco. Quello stesso Spirito di vita che vuole donare agli uomini.

Lazzaro, vieni fuori!” (v. 43); parola di risurrezione, che trae appunto fuori dalla morte. Gesù con gran voce gridò (cfr. 12,13; 18,40; 19,6.12.15; cfr. gridò: 7,28.37; 12,44). È l’anticipo della risurrezione finale, quando coloro che sono nei sepolcri udranno la voce della tromba.

Gesù chiama Lazzaro, il morto, per nome; lo chiama presso di sé, alla sua sequela (cfr. Mc 1,17; Mt 4,19): “Hai gridato, hai infranto la mia sordità” (sant’Agostino). È una chiamata che avviene attraverso un “grido”. Il morto esce ancora legato dalle bende e col viso coperto dal sudario (cfr. v. 44). Esce dalla morte totalmente passivo, non può vivere completamente finché non sarà slegato e liberato. Vi è qui un’allusione a contrario della risurrezione di Gesù. Essendosi consegnato da sé stesso, Gesù risorto lascerà là le bende riposte e il sudario arrotolato a parte (cfr. 20,3-10). Le bende, che Lazzaro si tiene ancora addosso, sono il simbolo di un suo ritorno temporaneo sulla terra: a suo tempo dovrà morire. Gesù, al contrario, le abbandonerà definitivamente.

“Gesù dice loro: Scioglietelo e lasciatelo andare” (v. 44). Fuori dalla tomba, egli rappresenta una prima profezia dell’ora “in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno” (5,25) e dell’ora “in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno” (5,28-29). Lazzaro è ormai il segno vivente che in Gesù e per mezzo di lui niente è perduto; nella morte stessa è già presente la vita e la gloria di Dio.

Compiuto il miracolo, Gesù si mette da parte e lascia che il miracolato, posto di nuovo nella sua libertà di scelta, faccia la sua strada. Il racconto termina lasciando il lettore di fronte a Lazzaro vivo, ma muto. Questo ci conferma che il centro del racconto è Gesù stesso in cammino verso la sua ora di morte e risurrezione.

Sofferenze, malattie, incomprensioni, oscurità e quant’altro fanno parte dell’esperienza comune della vita umana. Noi credenti le affrontiamo alla luce della fede.  

Il duplice esito della prova/tentazione

La prova/tentazione che porta al peccato

Spiegando la parabola del seminatore, Gesù descrisse, non senza amarezza, i cedimenti disastrosi dei credenti alla tentazione:

Quei [semi caduti] sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova/tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione (Lc 8,13-14).

Quindi, «nel tempo della prova/tentazione», alcune situazioni − come le preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri spingono la persona al peccato. La tentazione è suscitata – in maniera più o meno diretta – dal diavolo, che è «il tentatore» per eccellenza (Mt 3,1; 1Ts 3,5), il quale - come leggiamo in Ap 12,9 - si dà da fare «sulla terra». Chi pecca lo fa perché, «con piena consapevolezza e deliberato consenso», cede alla tentazione del diavolo, il quale sa abilmente sfruttare la «concupiscenza» (Gc 1,14) − o bramosia − dell’uomo.

Perciò conclude risolutamente la Lettera di Giacomo: «Sottomettetevi a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi» (4,7).

La prova/tentazione che porta alla maturazione

I credenti in Cristo sperimentano anche un secondo tipo di peirasmós, di cui pure tratta la Lettera di Giacomo. È il peirasmós causato da una «tribolazione» (Rm 5,3). Essa, quando è affrontata con fede, «produce perseveranza; e la perseveranza [produce] una virtù provata (dokimē΄n)» (Rm 5,3-4), che ci aiuta a camminare più speditamente verso la comunione definitiva con Dio. Sulla scia dell’insegnamento di Cristo, Giacomo spiega: «Beato l’uomo che sopporta la prova/tentazione (peirasmón), perché dopo essere stato provato (dókimos), riceverà la corona della vita» (1,12). Effettivamente, lo scontro con la prova/tentazione spinge i credenti in Cristo a decidersi in maniera più consapevole per Dio. Li aiuta a superare il rischio di cedere a incoerenze e compromessi (cf Mt 6,24). Ne favorisce una presa di coscienza a riguardo del «tesoro» cui tengono maggiormente (6,21).

 

Cristo è stato perfezionato dalla prova

Restando fedele all’attestazione evangelica (cfr. Eb 2,3) la Lettera agli Ebrei dichiara che anche il Figlio fu «provato» e «tentato» (pepeirasménon) «in ogni cosa come noi», benché, diversamente da noi, egli non abbia mai peccato (4,15; cfr. 2,18). Venuto al mondo con il desiderio fondamentale di compiere la volontà salvifica di Dio (Eb 10,5-9) di guidarne tutti i figli alla gloria celeste (2,10), Gesù ha dovuto apprendere dalle sofferenze che ha patito che cosa significasse obbedire al Padre suo (5,8) «fino alla fine» (Gv 13,1; cfr. 19,30).

Ma è proprio così che Cristo è stato «perfezionato» nella sua umanità e, in particolare, nell’obbedienza filiale a Dio e nella solidarietà fraterna con gli altri uomini. Questo «perfezionamento» è stato l’esito positivo della prova/tentazione che Gesù superò, avendola sopportata e sofferta in modo autenticamente umano. Perfezionamento che avviene per ogni credente che, in unione con Cristo, affronta le prove superandole con la sua grazia.

 

Se il chicco di grano non muore…

C’è una frase di Gesù nel Vangelo di Giovanni che è illuminante: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo…» (Gv 12,24). La parabola, tratta dal mondo della creazione, sul chicco di grano, fecondo solo se cade e muore, e, in caso contrario, certamente sterile, indica il mistero della sua morte, momento di massima infecondità e solitudine, come condizione per portare “molto frutto” (v. 24). Se il Figlio non comunica la propria vita ai fratelli, «rimane solo»: l’unigenito (monogenés) rimane unico (mónos). Se non amasse i fratelli perderebbe la sua identità di Figlio che vive nell’amore che il Padre ha verso tutti i suoi figli. Lo stesso vale per ogni uomo creato in lui. L’egoismo è sterile; il seme che volesse conservarsi, resterebbe solo, e non comunicherebbe vita. Una vita che non si dona è morta.

In questa prospettiva capiamo che anche le tentazioni e le croci sono un’occasione per purificare il nostro cuore da quell’egoismo che ancora c’è in noi e, in positivo, ci rafforzano nelle virtù e rinsaldano la comunione con Lui: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,24-25). Nella fede, dunque, le affrontiamo come un’occasione per una più profonda purificazione e per un progresso spirituale! Un’occasione da non sciupare, da non perdere!

 

San Giovanni della Croce

Tra il 1575-1576 è fatto prigioniero dai Calzati di Avila perché ritenuto un disobbediente, ma è libe­rato poco dopo, per intervento del Nunzio di Madrid. Invece il 2 dicembre 1577 è preso e strappato nella notte dalla sua casetta presso il Convento dell’Incar­nazione, delle Carmelitane di Avila, e condotto prigio­niero nel convento dei Calzati a Toledo.

Vi giunge sempre di notte, bendato, forse l’8 di­cembre e vi resterà fino al 17 agosto 1578. Conosciamo le condizioni disumane del suo car­cere toledano e il pressing psicologico e spirituale esercitato su di lui con infinite astuzie. Leggiamo qualcosa di questa sua esperienza nel carcere:

Si trattava di un dormitorio riservato ai superiori di passaggio e lo si era provvisto di una latrina, un ridotto incavato nel muro, di sei piedi di larghezza e dieci di lunghezza. Nel mezzo ai metteva un bugliolo per le immondizie. Portato via il bugliolo, vi fu sistemato un pancaccio con due coperte sdrucite. Non vi era altra apertura tranne una feritoia nell'alto del muro larga tre dita, che dava non sull'esterno ma su un corridoio. Verso mezzogiorno essa lasciava penetrare un po' di luce, appena sufficiente perché il nostro prigioniero potesse recitare il breviario. In questa sordida tana egli fu rinchiuso, senza cappuccio né scapolare, in punizione per la sua disobbedienza. Aveva con sé unicamente il libro dell'ufficio divino. Lì egli subirà quella terribile serie di angherie che lo renderanno simile ai più grandi apostoli di Cristo: «Io mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo» (2Cor 12,10). Anzitutto un cibo micidiale: acqua, pane, sardine. Talora il carceriere gli portava gli avanzi della comunità. Tre volte la settimana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì - grande festa! - usciva dalla sua prigione. Lo si conduceva nel refettorio dove gli ottanta monaci stavano mangiando. In ginocchio al centro del vasto locale l'infelice mangiava il suo tozzo di pane, bevendo acqua fresca. Al termine del pasto il priore cominciava la sua requisitoria. In quel religioso in carica si scatenava una passione avvilente.

- Sì, voi siete un ipocrita. Perché vi siete vestito di bigello? Perché andate a piedi scalzi? Guardatelo bene: egli vuole farsi passare per un santo! Eccolo lì, colui che ha portato lo scompiglio nell'Ordine e ci ha screditati tutti! Allora, falso monaco, pieno di orgoglio, che cosa rispondete?

Fra Giovanni rimaneva muto, come Gesù. Più irritato che mai, il padre Maldonado si infuriava maggiormente.

- Sei forse sordo! Non sai rispondere? Abbiamo forse bisogno di altre testimonianze? Su, frustatelo!

Gli venivano scoperte le spalle e, mentre recitava il Miserere, lunghe file di monaci gli davano la disciplina, a turno. Battevano forte, fino a far zampillare il sangue. Parecchi anni più tardi il santo conservava ancora le cicatrici di quei colpi di frusta, non del tutto rimarginate.

- In prigione fino a quando non si penta! - ordinava il Priore; e fra Giovanni sanguinante, barcollante per la spossatezza, risaliva attraverso il corridoio ghiacciato fino alla sua infame segreta. L'inverno, il terribile inverno toledano, prolungava i suoi assalti interminabili. Le dita dei piedi quasi congelate si spellavano per il freddo. Quando il cielo era coperto per l'intera giornata, il prigioniero rimaneva in un buio perpetuo perché la poca luce filtrante attraverso l'angusta feritoia non riusciva più a illuminare il suo fetido antro. A guisa di passatempo, alcuni frati venivano a bella posta a chiacchierare davanti alla sua porta nella sala adiacente.

- Certamente il padre Tostado, inviato dal nostro reverendo padre generale, distruggerà tutti i conventi della riforma. Quei nidi di calabroni! Certamente l'opera della Madre Teresa, quest'opera diabolica, scomparirà. Il nuovo nunzio, monsignor Felice Sega, lo ha decretato. Se il nunzio lo vuole, è segno che lo vogliono il papa e la Chiesa intera!

- Se si ostina non uscirà dalla prigione se non con i piedi in avanti. E non avrà sepoltura cristiana. L'ha dichiarato il priore al capitolo.

- Scomunicato, sarà seppellito con gli scomunicati.

Questa campagna di intossicazione volontaria finiva per turbare il santo. Mille domande lo tormentavano. Quella riforma del Carmelo, quell'opera santa perché aveva suscitato tanti nemici? Perché Dio, che sembrava all'inizio averla tanto benedetta, tutt'a un tratto si ritirava, abbandonandola ai suoi persecutori, ai suoi distruttori? Tuttavia, trascorse alcune settimane, nel carmelo di Toledo cominciò a formarsi un movimento di opinione. Novizi e studenti erano impressionati. No, questo fra' Giovanni non era né un intrigante, né un ribelle, né un incorreggibile. Novizi e studenti erano impressionati:

- Ci raccontino quello che vogliono, qui c’è l’evidenza egli è un santo!

Nel carcere Giovanni è rimasto un uomo libero. Speri­menta come la libertà non consiste nel fare quello che si vuole, ma nel volere quello che si fa. Si ammirava la sua pazienza, la sua dolcezza, la sua inalterabile serenità.

Non ha cercato o voluto il carcere, e ne fuggirà ap­pena possibile, ma per il tempo che vi rimane, quello - un luogo immondo - è lo spazio di un appuntamen­to da non mancare, come lo fu Babilonia per gli ebrei, la croce per Gesù. Tanto più che i suoi carcerieri, ver­so i quali ha sempre parole di bontà, sono convinti di operare per il bene.

In quei nove mesi toledani - il tempo di una gesta­zione - egli non abdica alla propria intelligenza: pen­sa, immagina, crea, progetta e, quando gli è reso pos­sibile, scrive. Le sue opere poetiche (circa 970 versi), in molte delle loro espressioni più alte e raffinate, ri­salgono a questo periodo.

Qui Giovanni della Croce ci appare nella sua au­tentica statura di discepolo del Signore. Non dobbiamo dimenticare che il percorso di Giovanni della Croce è stato lungo: è uno spirito provato, fin dalla più tenera infanzia. Le percosse della vita lo hanno lentamente forgiato, reso indomito. Lentamente si è trovato a non sottrarsi più a disagi, precarietà, emarginazioni, ma ad amarli. Diremmo che li preferisce come luoghi privile­giati per amare. Egli sa fin dall’adolescenza che il suo Signore abita il disagio: nel povero, nell’afflitto, nell’in­fermo, nel carcerato, in chi è solo, nell’angosciato.

Elabora le ferite del passato; non ne rimane prigio­niero; impara, attraverso di esse, a proiettarsi con energie nuove verso il futuro.

Anche dal carcere toledano, come dalle privazioni precedenti uscirà ancor più temprato e ardente. Il suo vissuto testimonia che la croce guarisce, co­me il serpente elevato da Mosè nel deserto (cf Gv 3, 14), e rigenera.

Di cosa è stato privato nel carcere di Toledo? Sap­piamo che gli fu lasciato solo il breviario, che poteva celebrare, a seconda della luce del sole che entrava da una minuscola feritoia. Gli hanno tolto i beni più pre­ziosi: la Bibbia, che meditava anche viaggiando a dorso d’asino, l’Eucaristia, i colloqui con Teresa, la comunità degli Scalzi, la dolce amicizia dei più intimi, il ministe­ro dell’accompagnamento spirituale e quello dell’an­nuncio della Parola, ma anche la natura che amava contemplare, lo studio di cui si nutriva, lo scrivere.

Per un uomo di relazioni intense come lui la pena più acuta è stato l’isolamento coatto, la privazione d’o­gni contatto umano.

Egli mostra, non teoricamente, ma col proprio vis­suto, la validità dell’antico principio, biblicamente ra­dicato, che è fondamento del processo di santificazio­ne di ognuno: i nostri ostacoli diventano i nostri veicoli.

Quali gli ostacoli conosciuti dal prigioniero di To­ledo? Indubbiamente tutte le contrarietà che hanno accompagnato la sua esistenza, che egli ha elaborato come opportunità di grazia. Il nostro ostacolo è costituito anzitutto da ciò che noi siamo, dal fardello della nostra indole, storia, edu­cazione, ferite non elaborate. Si diventa santi non con­tro, ma attraverso queste nostre realtà. L’ostacolo non è cancellato, ma trasfigurato: chiamandolo anzitutto per nome, riconoscendolo parte del progetto buono di Dio, credendo che la sinergia grazia-responsabilità è efficace nei suoi confronti.

Quando i Calzati lo catturano e lo trascinano ben­dato come loro prigioniero nella cella carceraria di To­ledo, non si rendono conto che stanno facendo, in fondo, il suo gioco, che è il gioco di Dio. Non perché la vittima vi si sia prestata o tanto meno abbia cercato un simile gioco crudele, ma perché una peripezia in più è soltanto, pur con tutto il suo peso, una nuova occasione d’amore.

«Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» chiede l’orante del Salmo 11. Il carce­rato di Toledo risponde che può soltanto amare.

 

La dura prova della grande oscurità in Madre Teresa di Calcutta

L'oscurità che caratterizza una parte della vita di Madre Teresa di Calcutta si riferisce a un profondo e prolungato periodo di dubbio sulla fede, di sensazione di vuoto e di assenza di Dio. Nelle sue lettere, pubblicate nel libro “Sii la mia luce”, Madre Teresa descriveva la sua esperienza come un “vuoto e oscurità”. Nonostante questa lotta interiore, che le fece dire di non sentire più la presenza divina, ha continuato le sue opere di carità, nascondendo il suo tormento dietro un sorriso.

Madre Teresa fu capace di nascondere perfino alle sue stesse consorelle la sua vita più intima, la sua vita di rapporto con Dio e la profonda desolazione e prova interiore che visse per quasi tutta la sua vita.

Di quell’oscurità interiore che ella sperimentava, mentre tutto il mondo ammirava la sua raggiante gioia, Madre Teresa diede conto solamente ai suoi direttori spirituali, ordinando che poi distruggessero le sue lettere.

Che cosa successe realmente in Madre Teresa dopo aver dato il suo sì alla chiamata del Signore? Nell’anno ’42, cioè quando Madre Teresa era ancora nell’ordine di Loreto, cinque anni dopo i suoi voti perpetui, fece il voto di “non negare mai nulla a Dio”, sotto pena di peccato mortale. Quattro anni dopo, nel treno da Calcutta a Darjeeling ricevette l’ispirazione di iniziare la sua opera con i più poveri tra i poveri. Secondo quanto si deduce dalle sue lettere, tutto iniziò il 10 settembre. Gesù le parlò per mezzo di una locuzione interiore. Le chiese di uscire dall’ordine di Loreto e di iniziare il suo lavoro con i più poveri. Le prime parole che Gesù le disse si riferiscono al voto che ella aveva fatto quattro anni prima: “Non mi negherai questo? Te lo sto chiedendo... non ti rifiuterai di fare questo per Me”. Ovviamente non poteva rifiutare di fare ciò che considerava la volontà di Dio su di lei. Gesù continuò a parlare a Madre Teresa per vari mesi. Le ultime parole furono nell’agosto del 1947, in cui le disse: “Vieni, sii la mia luce, non posso andare da solo, essi (i poveri) non mi conoscono, e pertanto non mi amano. Tu, portaMi a loro. Quanto desidero entrare nei loro tuguri, nelle loro case oscure ed infelici!”. Così, dunque, Madre Teresa, che allora aveva 36 anni, sperimentò per vari mesi una profonda unione mistica. Ella dirà, parlando di quest’esperienza: “Semplicemente, Egli si diede a me in pienezza”.

Invece, nel ’49, cominciando l’opera che Gesù le aveva chiesto, inizia un periodo di profonda oscurità nella sua anima. Curiosamente, sembra che con l’inizio del servizio ai poveri sia calata su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che la portò persino a dire: “C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo... Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto!”. Questa prova interiore ebbe in Madre Teresa delle caratteristiche particolari, poiché non fu una prova iniziale, una purificazione dell’anima, come è avvenuto in tanti santi, che l’avrebbe portata ad una profonda unione mistica dopo alcuni anni, ma fu invece il suo stato permanente fino alla morte.

In questi anni Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio... Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie”. Sperimenta la vertigine nella tentazione di poter di negare Dio: “Sono stata a punto di dire no... Mi sento come se qualcosa stesse per rompersi in me in qualsiasi momento”. E in un’altra occasione: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora. Non voglio, ma temo di poterlo fare”.

Sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: “Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? [...]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio”. Ma non è il dubbio che la assalta, ma la desolazione della sua anima, simile al grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Ciononostante, non si scoraggia nelle sue attività, ed è capace di scrivere alle sue sorelle: “Mie care figlie, senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. Gesù desiderava aiutarci condividendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e morte. Tutto questo Egli lo prese su Se Stesso, e lo portò nella notte più scura. Solo essendo uno di noi ci poteva redimere. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle. Quando vi risulti difficile, pregate così: “Voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato tanto dalla luce di Gesù, per aiutarLo, per caricare su di me una parte della Sua sofferenza”.

Sempre senza venir minimamente meno alla sua fede e al suo desiderio di compiere la Volontà di Dio, afferma: “Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò Ti è gradito. Se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, fa’ di me quello che vuoi, per tutto il tempo che desideri. Sono tua. Imprimi nella mia anima e nella mia vita le sofferenze del Tuo Cuore. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore”. In un’altra occasione scriverà: “Se la mia separazione da Te permette che altri si avvicinino a Te e Tu trovi gioia e diletto nel loro amore e compagnia, voglio di tutto cuore soffrire ciò che soffro, non solo adesso, ma per l’eternità, se fosse possibile”.

Dalle lettere si deduce che quest’oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere piena di giubilo: “Oggi la mia anima è colma d’amore, di gioia indicibile e da un’ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento praticamente non ne parla più, non è perché la notte sia terminata, ma perché si è adattata a vivere in essa. “Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra”.

 

Non solo purificazione

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso S. Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta “via purgativa”, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva, proprio perché interviene dopo che queste anime hanno già toccato vertici di altissima contemplazione e unione mistica con Dio. Madre Teresa, come Padre Pio ed altri, erano convinti che si trattasse appunto di purificazione e pensavano che il loro “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerli così a lungo in quello stato. Ma non era solo questo.

C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la «partecipazione alle sofferenze di Cristo» (Fil 3,10) per la redenzione del mondo. Gesù nel Getsemani sperimentò per primo e per tutti la notte oscura dello spirito e in essa anche morì a giudicare dal grido dalla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito del “volto dolente” di Cristo, Giovanni Paolo II, scriveva:

«Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la ‘teologia vissuta’ dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come ‘notte oscura’. Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore» (n. 27).

Queste anime sono rimaste attaccate a un Dio che non dava e non prometteva loro nulla, neppure il paradiso, sotto un cielo chiuso. Chi gli ha dato ad esse la forza di fare quello che hanno fatto: dimenticarsi di sé, pensare tutto il tempo agli altri, stringere al cuore lebbrosi, abbracciare moribondi, è solo quell’Essere che solo può operare senza essere visto perché è «più intimo e presente a noi che non noi stessi».

Il papa cita l’esperienza di S. Caterina da Siena e di Teresa di Gesù Bambino

«Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: “E l'anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l'unione e per l'affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l'immacolato Agnello, l'Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente”[1]. Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: “Nostro Signore nell'orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. È un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa”[2]» (n. 27).

Sappiamo che anche Madre Teresa è giunta a vedere la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il “Sitio” di Gesù sulla croce:

“Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”»[3].

Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. La Novo millennio ineunte, abbiamo sentito, parla di un «paradossale intreccio di beatitudine e di dolore». Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. S. Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa «è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’inferno», ma che c’è in esse una «grandissima contentezza» che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso.

La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.

La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…
S. Paolo diceva: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne» (2Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. «Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente».

Anche questo accomuna Madre Teresa a Padre Pio. Un giorno Padre Pio, guardando dalla finestra la folla radunata sul piazzale, chiese meravigliato al confratello che gli stava accanto: «Ma perché sono venuti tutti questi?», e alla risposta: «Per lei, Padre», si ritirò in fretta sospirando: «Se solo sapessero…».

 

La nostra piccola notte

 I mistici hanno qualcosa da dire anche a noi credenti di oggi. Non c’è bisogno di insistere sulla preghiera di Madre Teresa in tutti quegli anni passati nell’oscurità; l’immagine di lei in preghiera è quella che tutti abbiamo ancora davanti agli occhi. Una serie di bellissime preghiere sono tra le eredità più preziose che ella ha lasciato alle sue figlie e alla Chiesa.

Di Gesù l’evangelista Luca dice che «in preda all’angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22, 44). È quello che si osserva anche nella vita di queste anime. Quando sperimentiamo la tentazione è importante non arrendersi e cominciare a omettere la preghiera per darsi al lavoro.

Nel tempo dell’aridità bisogna scoprire un tipo di preghiera speciale che la Beata Angela da Foligno definisce la preghiera forzata e che dice di aver praticato lei stessa:

«È cosa buona e molto gradita a Dio che tu preghi col fervore della grazia divina, che vegli e ti affatichi nel compiere ogni azione buona; ma è più gradito e accetto al Signore se, venendoti meno la grazia, non riduci le tue preghiere, le tue veglie, le tue buone opere. Agisci senza la grazia, come operavi quando possedevi la grazia… Tu fa’ la tua parte, figlio mio, e Dio farà la sua. La preghiera forzata, violenta, è assai accetta a Dio»[4].

Madre Teresa ha conosciuto anche lei questa preghiera: «Non so dirle quanto sono stata male l’altro giorno; c’è stato un momento in cui per poco non mi rifiutavo di andare avanti. Allora ho preso risolutamente il Rosario e l’ho recitato lentamente e con calma, senza né meditare né pensare a nulla»[5].

Il semplice rimanere con il corpo in chiesa, o nel luogo scelto per la preghiera, il semplice stare in preghiera, è allora il solo modo che resta per continuare a essere perseveranti nella preghiera. Dio sa che potremmo andare e fare cento altre cose più utili e che ci gratificherebbero di più, ma restiamo lì, consumiamo a vuoto il tempo a lui destinato dal nostro orario, o dal nostro proposito.

Nel tempo dell’aridità dobbiamo ricordare la dolcissima parola dell’Apostolo: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza…» (Rm 8,26 s).  Tutto questo avviene per fede.

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[1] N. 78.

[2] Ultimi Colloqui. Quaderno giallo, 6 luglio 1897: Opere complete, Città del Vaticano 1997, 1003.

[3] Padre Brian Kolodiejchuk (a cura di), “Sii la mia luce”. Gli scritti più intimi della “Santa di Calcutta”, Rizzoli 2007.

[4] Il libro della Beata Angela da Foligno, ed. Quaracchi, Grottaferrata, 1985, p. 576 s.

[5] Padre Brian Kolodiejchuk (a cura di), “Sii la mia luce”, cit.

Il sacramento della Riconciliazione è dono del Risorto: «Gesù disse loro: “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Detto questo alitò su di loro e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20,21-23). Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita.

L’amore di Dio per me (non quindi una semplice introspezione psicologica) è condizione indispensabile per riconoscere il mio peccato. Riconoscere che certe mie azioni indirizzano la mia vita verso il fallimento (“peccare” etimologicamente vuol dire “prendere male la mira”, cioè “mancare il bersaglio”), e che con esse ho compiuto del male verso gli altri / verso la terra.

A differenza del fariseo che si ritiene giusto, più è vivo il rapporto con Dio più acuto sarà il senso del mio peccato e la costatazione che le sue vie non sono le mie vie, né i suoi pensieri i miei progetti (cfr. Is 55,8). Di fronte alla luce della sua parola e alle “esigenze” del suo amore, infatti, diveniamo capaci di leggere in profondità nel nostro cuore e d’intuire cosa si nasconde anche dietro le nostre “buone azioni” (cfr. immagine del vetro o della stanza illuminata dalla luce). Ecco perché i santi quanto più si sono avvicinati a Dio tanto più avevano consapevolezza di essere peccatori.

Tale umile riconoscimento è già principio di libertà; ricorro infatti con fede a Colui che ha vinto il peccato, che mi rende capace con il suo Spirito di vivere da figlio di Dio. Allora posso dire con San Paolo: «Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori, ma proprio per questo Dio ha avuto misericordia di me» (1Tm 1,12-26).

Il sacramento della Riconciliazione è un momento di grazia per riprendere il nostro cammino, consapevoli che – come ci ricorda papa Francesco nella Gaudete et exultate – ognuno per la sua via è chiamato alla santità (cfr. GE 10).

 

Il perdono offerto ai fratelli è condizione necessaria per ricevere il perdono divino

Vorrei ora fare un approfondimento sul sacramento della Riconciliazione a partire dalla richiesta che Gesù ci insegna nel Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Chiediamo sì che il Padre ci perdoni i nostri peccati, ma tale richiesta è strettamente legata ad una condizione: che anche noi di cuore siamo disposti ad offrire ai fratelli la misericordia.

Ricordiamo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto…» (Mt 10,8). Il perdono per noi è il motivo centrale della nostra vita, o il ritornello del nostro salmo responsoriale. Significa accorgersi con stupore che questo amore che va oltre il nostro merito ci è già venuto incontro tante altre volte in svariati modi.

«…gratuitamente date», continua Gesù. Se gratuitamente abbiamo ricevuto, è normale che diamo con la stessa gratuità, senza sentirci eroi, anzi, con la consapevolezza che per quanto diamo non pareggeremo mai il conto con quello che abbiamo ricevuto.

A questo riguardo ricordiamo l’episodio evangelico di Mt 18,21-35, quando Pietro chiede a Gesù: «Quante volte devo perdonare?» – E, credendo, di esagerare, aggiunge: «Fino a sette volte?». Gesù risponde: «Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. Ed illustra la dinamica del “perdonato” che è chiamato a divenire a sua volta “perdonatore” con una parabola, quella del re che si è messo a fare i conti con i suoi dipendenti e il primo, che doveva essere un governatore di province, gli doveva una cifra enorme: 10.000 talenti[1]. Costui, pur ricevendo il condono di questo debito immenso, non sa condonare il collega che gli doveva solo cento denari - cioè una somma ridicola se confrontata con quanto gli è stato condonato -. Il punto focale della parabola sta nel “come”: colui che è stato perdonato avrebbe dovuto avere un atteggiamento di entusiasmo, di gioia, di contentezza tale da abbracciare il suo debitore e rinunciare ad esigere il credito. Io sono stato perdonato, nel senso che mi è stato dato un bene immenso che io non meritavo assolutamente: ciò che Dio ha dato a me è infinitamente superiore a quello che io posso dare ad un altro, proprio perché il perdono che mi è offerto dal Signore nel mio incontro di grazia nel sacramento della Riconciliazione supera ogni possibilità e, avendo la coscienza di aver ricevuto tanto, sarebbe normale una mia risposta ultragenerosa. Chi non vive con questa disponibilità nel cuore rende di fatto inefficace la potenza della grazia. Come disse papa Francesco in un’omelia, il Signore ci dice: «Io ti perdono, ma a patto che tu perdoni gli altri. […] Il perdono di Dio viene forte in noi, a patto che noi perdoniamo gli altri»[2].

 

Lo Spirito Santo ci rende capaci di relazioni nuove

Ritorniamo ora alla richiesta nel Padre nostro, ponendo però questa volta l’attenzione sulla prima parte: «Rimetti a noi i nostri debiti (ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα)…» (Mt 6,12).

È molto interessante il fatto che l’evangelista Matteo non adoperi esplicitamente la parola “peccato”, ma parli di “debito” (ὀφειλήματα). Non è solo un fatto lessicale; la ragione è più profonda, perché il concetto di debito indica un dovere, ed è problematico quando non c’è la possibilità di assolvere a tale dovere, quando l’entità da restituire supera le mie forze economiche. Mi spiego. Se un amico mi presta cinquanta euro ho un debito con lui, il debito è irrilevante, poiché appena ricevo lo stipendio gli restituisco tale somma. Il problema si presenta quando la restituzione è più impegnativa. Ad esempio, ho comprato un appartamento e ho fatto un mutuo molto grande, mi sono impegnato facendo i conti con quello che avevo e con quello che potrei guadagnare. Poi succede l’imprevisto: perdo il posto di lavoro. A questo punto mi resta il grosso debito e non ho più la possibilità di pagarlo. Perdo la casa? Come faccio a pagarlo? Questo è un debito grosso ed è un problema, devo e non posso, mi gioco la vita.

Il problema, quindi, che evidenzia la richiesta «rimetti a noi i nostri debiti», è proprio il contrasto fra “devo” e “non posso”. Il debito allora diventa un’immagine per indicare il peccato sotto una prospettiva molto interessante che merita attenzione. In genere noi siamo abituati a presentare il peccato come una cosa “in più”, cioè un’azione, un fare sbagliato, un comportamento errato che ha “macchiato”, contaminato la mia vita. La macchia è un elemento che si aggiunge al vestito ed esige un intervento di pulizia per riportare l’abito alla bellezza iniziale. L’immagine del debito, invece, non va in questa direzione: il debito è qualcosa che richiama una mancanza, qualcosa “che non c’è” (cioè i soldi per pagarlo). A livello esistenziale, personale, il “debito” indica una mia incapacità, una mia impossibilità, un vuoto, una privazione, una situazione di impotenza: quindi non è “un più” (come nell’immagine della macchia) ma è “un meno”.

Di conseguenza rendere una persona in grado di poter “rimettere il debito” vuol dire dargli la possibilità di fare ciò che avrebbe dovuto fare e che non ha fatto perché ne era impossibilitato. Se io mi trovo in quella situazione drammatica di chi aveva contratto un mutuo molto grosso che non riusciva più

a pagare, il “rimettere il debito” è reso possibile da qualcuno che mi dia quella somma.

Se quindi in questa prospettiva il peccato viene presentato nell’ottica della mancanza, dell’incapacità, ho bisogno di un intervento divino che mi liberi dalla schiavitù dell’impotenza e del peccato, donandomi la libertà di vivere nel bene[3].

Ci potrebbe a questo punto utile rileggere l’episodio evangelico riportato in Lc 7,36-50: una donna peccatrice entra durante un banchetto in casa di un fariseo, bagna con le proprie lacrime i piedi di Gesù e poi li asciuga con i capelli. In quella scena il fariseo, di nome Simone, pensa fra sé: «Gesù non è un profeta; mi aveva dato una buona impressione, ma, in realtà, si lascia toccare da una donna del genere. Se fosse un profeta saprebbe che razza di donna è, e l’avrebbe mandata via». Simone si trova a disagio, non si aspettava l’intrusione di questa donna e non osa mandarla via. Dovrebbe essere Gesù a mandarla via. Il fatto che Gesù la lascia fare ai suoi occhi non è un segno positivo. E mentre sta rimuginando a queste cose, Gesù lo interpella dopo avergli raccontato la storia dei due debitori verso un unico debitore (vv. 41-42), uno di cinquecento denari e l’altro di cinquanta, che vedono condonato il loro debito. Gesù, con l’arte del narratore pone la domanda in modo tale che sia l’ascoltatore stesso a dare la risposta, a formulare il giudizio senza sapere che si sta giudicando: «Chi dunque di loro lo amerà di più?». La parabola serve a questo, a far emettere un giudizio disinteressato, perché quando uno è compromesso in un problema vede le cose dalla propria parte; quando invece ragiona in modo obiettivo, al di sopra delle parti, riesce a intuire più facilmente la verità. Simone infatti risponde in modo corretto: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». E Gesù gli dice: «Hai giudicato bene. (…) Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi». Lei è la protagonista di questa parabola insieme con te, ma colei che ha amato di più è proprio lei non tu. Per questo… le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (vv. 43-47).

Evidentemente con queste parole finali Gesù non ci incita a peccare per poi sperimentare la misericordia divina; piuttosto ci sta facendo notare che è determinante la coscienza della propria incapacità. Quando, infatti, abbiamo il coraggio di guardarci bene dentro e di conoscerci sul serio, di fare un approfondimento della nostra psiche, delle nostre motivazioni profonde, se non rimaniamo in superficie ritenendo che siamo buoni come siamo, se riusciamo veramente ad esaminare il lato oscuro di noi stessi,  troviamo che – insieme alla buona volontà alimentata anche dall’azione dello Spirito –  ci sono ancora atteggiamenti del nostro istinto, delle nostre inclinazioni che hanno una radice negativa; aspetti negativi che fanno parte di noi e che non riusciamo a superare. Vorremmo, ma non possiamo, perché sono più forti di noi. Questa è la realtà del peccato – o, meglio, quella «inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza» (CCC 1426) – che non riusciamo ad estirpare e che continuiamo ogni giorno a lottare.

Alla luce del sole divino hanno visto tutti i santi hanno preso coscienza di questa realtà negativa, profonda, che solo Dio può vincere. Ecco perché – pensando in particolare a San Giovanni della Croce – è necessario l’intervento ricreatore di Dio. Si tratta di un’opera più impegnativa di quella di togliere una macchia; si tratta infatti di ricostruire il mio cuore, di rifarlo nuovo. La richiesta al Signore, al Padre nostro che è nei cieli, di rimettere i nostri peccati riguarda proprio questa opera di creazione dell’uomo nuovo già annunciata dai profeti (cfr. Ez 11,19; 36,25) che è già iniziata con il sacramento del Battesimo, ma deve essere portata a completamento mediante la purificazione di quelle inclinazioni negative che ho nel cuore (ed è meglio che ciò avvenga ora piuttosto che attendere il purgatorio!). Allora il per-dono è l’“iper-dono” che supera il vuoto e il limite e costruisce in me quella capacità che non avevo di vivere io stesso il dono verso fratelli, di rimettere i loro debiti.

Quando Gesù nella parabola sopra citata della peccatrice perdonata parla dell’amore di colui al quale è stato condonato di più, sta anche parlando dello Spirito Santo come causa e fine del perdono: è lo Spirito Santo, l’amore di Dio, che trasforma il nostro cuore e mi rende capace di amare. Quando chiediamo al Signore che rimetta i nostri debiti, quando facciamo nostra l’invocazione del salmista: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50,12), implicitamente chiediamo lo Spirito Santo creatore, chiediamo che Lui, che ha creato i nostri cuori, li rinnovi con il suo Spirito. Con lo Spirito che scende su di noi nel sacramento della Riconciliazione.

La grazia che si riceve accostandosi frequentemente ai sacramenti

Riguardo all’azione dello Spirito che nel sacramento della Riconciliazione opera la trasformazione del nostro cuore desidero citare alcuni testi significativi.

- Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (2.12.1984) così scrive: «Il ricorso frequente al sacramento - a cui sono tenute alcune categorie di fedeli - rafforza la consapevolezza che anche i peccati minori offendono Dio e feriscono la Chiesa, corpo di Cristo, e la sua celebrazione diventa per loro “l'occasione e lo stimolo a conformarsi più intimamente a Cristo e a rendersi più docili alla voce dello Spirito” (Ordo Paenitentiae, 7b). Soprattutto è da sottolineare il fatto che la grazia propria della celebrazione sacramentale ha una grande virtù terapeutica e contribuisce a togliere le radici stesse del peccato» (n. 32).

- Il Catechismo della Chiesa Cattolica raccomanda: «Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito» (CCC 1458).

- Infine nel Rito della Penitenza ritorna più volte il “cuore nuovo” :

nella Parola di Dio proposta dal Rito: Ez 11,19-20: «Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro»;nella 6 a preghiera del penitente prima dell’assoluzione che recita così: «Signore Gesù, che sanavi gli infermi e aprivi gli occhi ai ciechi, tu che assolvesti la donna peccatrice, e confermasti Pietro nel tuo amore, perdona tutti i miei peccati, e crea in me un cuore nuovo, perché io possa vivere in perfetta unione con i fratelli e annunziare a tutti la salvezza»;ugualmente nella 8a formula il penitente dice: «Signore Gesù Cristo, Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, riconciliami con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lavami nel tuo sangue da ogni peccato e fa’ di me un uomo nuovo per la lode della tua gloria».

Questa grazia terapeutica del sacramento della Riconciliazione, inoltre, è in rapporto anche con la frequenza con la quale ci accostiamo al sacramento. Ricordiamo che la confessione frequente è una pratica raccomandata dal Magistero della Chiesa.

Così, ad esempio, nella Mystici Corporis di Pio XII (29.06.1943) si legge: «Noi ci teniamo a raccomandare vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, che aumenta la vera conoscenza di sé, favorisce l’umiltà cristiana, tende a sradicare le cattive abitudini, combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza, purifica la coscienza, fortifica la volontà, si presta alla direzione spirituale, e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia».

Paolo VI nella Gaudete in domino (9 maggio 1975) afferma: «Sulla scia della migliore tradizione spirituale, noi ricordiamo ai fedeli e ai loro pastori che l’accusa delle colpe gravi è necessaria, e che la confessione frequente è una sorgente privilegiata di santità, di pace e di gioia» (Gaudete in Domino, 9 maggio 1975).

Infine poche righe sopra abbiamo citato il n. 32 della Reconciliatio et paenitentia di Giovanni Paolo II dove si parla dei frutti del “ricorso frequente al sacramento”.

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[1] Il talento era l’unità di misura più grande del tempo. Esso equivaleva a 6.000 denari, cioè al salario di 6.000 giornate lavorative di allora (cfr. Mt 20,2: un denaro al giorno è la somma che il padrone della vigna dà agli operai chiamati a giornata).

[2] Francesco, meditazione mattutina nella cappella Santa Marta del 6.3.2018.

[3] Non si tratta qui della teologia del “prezzo” pagato da Cristo!

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