Segreteria del Santuario

Segreteria del Santuario

Mi chiamo sr Veronica Anderson, sono nata nel 1961, in Michigan, negli Stati Uniti. Sono la seconda di otto figli e sono cresciuta in una famiglia semplice, dove la vita era accolta come un dono e dove si respirava fiducia nel disegno di Dio. I miei genitori ci hanno insegnato che per ciascuno esiste un progetto unico, “fatto su misura”, e che la vera meta non è il successo o la realizzazione personale, ma la vita eterna.

Il mio “sì” è arrivato al terzo anno delle scuole superiori. Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma una chiamata che è cresciuta piano, nel silenzio, nella preghiera, sotto lo sguardo materno della Vergine Maria. A Lei ho sempre affidato tutto. La nostra parrocchia era dedicata proprio a Maria e fin da piccoli avevamo imparato a consegnarle la nostra vita. Senza quasi accorgermene, stava preparando il mio cuore.

Ho conosciuto le Oblate di Maria Vergine di Fatima durante un viaggio in Italia, in occasione dell'ingresso in noviziato della mia migliore amica. Ricordo ancora quella visita. Non furono grandi discorsi a convincermi, ma la gioia semplice e luminosa che vedevo nei loro volti. Dentro di me sentii qualcosa di profondo: era lì che il Signore mi stava aspettando.

A dire il vero, non avevo mai pensato di lasciare il mio Paese. Gli Stati Uniti sono immensi e mi sembrava che ci fosse spazio anche lì per realizzare la mia vocazione. E poi c'era un piccolo sogno nel cassetto: attraversare l'America in sella a una grande moto, sentendo il vento sul viso e la strada davanti a me. Il Signore, però, aveva preparato per me un'avventura diversa. Non una moto, ma un aereo. Non le autostrade americane, ma le strade di un Paese lontano.

Sono entrata in convento prima di compiere diciannove anni. Il cambiamento non è stato sempre facile: una nuova lingua, un nuovo cibo, una cultura diversa. Ma ho imparato ad affrontare tutto un passo alla volta. Dentro di me c'era un ritmo profondo, la certezza di essere nel posto giusto. Quando sai che il Signore ti vuole lì, anche le difficoltà diventano parte del cammino.

Dopo la Professione religiosa, il 13 ottobre 1982, sono stata inviata a Rocca di Papa. Da allora la mia vita è stata un susseguirsi di comunità, volti, storie: Chiavari, la Sicilia, Castelfiorentino con la sua Casa di Riposo, Larderello, Morimondo, Certaldo... In ogni luogo ho ricevuto molto più di quanto abbia dato. Ogni persona incontrata è stata un dono e una piccola rivelazione dell'amore di Dio.

Col tempo ho capito che la fede non è una linea retta. Da giovane pensavo fosse come una scuola: impari, cresci, superi le prove e poi tutto procede ordinatamente. Invece è un cammino vivo, fatto di salite e discese, di slanci e di stanchezze, di luce e di ombra. A volte si corre, a volte si zoppica, a volte ci si ferma. Ma il Signore non smette mai di camminare accanto.

Ho imparato che al centro non ci sono le mie capacità, ma la sua fedeltà. Non la mia forza, ma la sua grazia. Non il mio merito, ma la sua misericordia.

Essere missionaria, per me, non significa prima di tutto partire per terre lontane. Significa prendere sul serio la fede, custodirla come la perla preziosa per cui vale la pena lasciare tutto, e desiderare che anche altri possano scoprirla. Con il Battesimo, tutti siamo inviati. Tutti possiamo essere missionari nel quotidiano.

Porto nel cuore un episodio che non dimenticherò mai. Un giorno, mentre camminavo per le strade di Cecina, una signora mi fermò e mi disse: «Dammi una parola di speranza. Oggi è una brutta giornata e ne ho bisogno». In quel momento ho sentito tutta la responsabilità e la bellezza della mia vocazione. Non mi chiedeva una frase consolatoria. Mi chiedeva la speranza vera. Mi chiedeva Gesù.

E ho capito ancora una volta che la missione è questa: offrire Gesù con semplicità, attraverso un sorriso, una presenza, una parola detta al momento giusto. Essere pronti, come dice san Pietro, “a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi”.

Il mio “sì” ha attraversato un oceano, ma ogni giorno continua a rinnovarsi nei piccoli passi della fedeltà. E se tornassi indietro, direi ancora sì. Con gratitudine. Con fiducia. Con gioia. 

“Sì, sì; no, no”: la responsabilità delle nostre parole.

Nel Discorso della Montagna, Gesù Cristo consegna una delle frasi più esigenti e più attuali del Vangelo. In un mondo dove le parole si moltiplicano, si sovrappongono, si gridano e si consumano rapidamente, Egli invita alla semplicità, alla chiarezza, alla verità. Non è un invito a parlare poco per timidezza o chiusura. È un invito a parlare con cuore puro.

La radice del “di più”

Il “di più” di cui parla il Signore non è una questione di quantità, ma di qualità. È tutto ciò che eccede la verità e la carità. È la parola che nasce dall’orgoglio, quando vogliamo affermarci o avere l’ultima parola. È la parola suggerita dall’invidia, che insinua e ridimensiona il bene altrui. È la parola figlia del sospetto, che giudica senza conoscere.

Quante ferite nascono da frasi dette con leggerezza.
Quante relazioni incrinate da allusioni, mormorazioni, commenti non necessari.
Quante inquietudini interiori dopo aver parlato troppo.

La lingua è piccola, ma il suo potere è grande. Può edificare o distruggere, consolare o scoraggiare, illuminare o confondere.

La cultura dell’eccesso

Viviamo immersi in una comunicazione continua. Messaggi, commenti, reazioni immediate. Spesso si parla per riempire il silenzio, per non restare esclusi, per sentirsi presenti. Ma il Vangelo propone una rivoluzione silenziosa: la sobrietà della parola. Dire “sì” quando è sì. Dire “no” quando è no. Senza maschere, senza ambiguità, senza doppiezze. La semplicità evangelica è forza interiore. È libertà dal bisogno di compiacere tutti. È trasparenza che nasce da una coscienza retta.

Il silenzio che purifica

Prima della parola, c’è il silenzio. Un silenzio non vuoto, ma abitato. Nel silenzio l’anima si misura con la verità. Lì emergono le intenzioni nascoste. Lì comprendiamo se ciò che stiamo per dire nasce dall’amore o dall’ego.

Il silenzio custodisce la pace.
La parola giusta nasce solo da un cuore custodito.
La tradizione spirituale suggerisce tre criteri semplici:
È vero?È necessario?È caritatevole?

Se manca anche uno solo di questi elementi, forse è meglio tacere.

Una conversione quotidiana

La santità passa anche attraverso la bocca. Non solo nelle grandi scelte, ma nelle conversazioni ordinarie. Ogni giorno abbiamo l’occasione di scegliere: costruire o demolire, chiarire o confondere, benedire o ferire.Il parlare semplice richiesto dal Vangelo è frutto di una continua purificazione interiore. È il segno di un cuore unificato, dove non c’è spazio per la doppiezza.
Chiediamo la grazia di parole limpide.
-Parole poche, ma vere.
-Parole ferme, ma dolci.
-Parole che riflettano la luce di Cristo.

Perché quando il cuore è retto, anche il parlare diventa luce. E il “sì” pronunciato nella verità diventa testimonianza.

«Il Padre ha parlato una sola Parola, che è il Suo Figlio, e questa Parola Egli la pronuncia sempre nel silenzio; ed è nel silenzio che l’anima deve ascoltarla.» — San Giovanni della Croce

Sant’Isaac il Siriano, che ha insegnato come il silenzio non sia semplice assenza di parole, ma spazio abitato da Dio: «Se ami la verità, ama anche il silenzio; il silenzio ti illuminerà in Dio.»
I santi sono davvero maestri del silenzio. Non perché fuggano il mondo, ma perché hanno compreso che la verità non si possiede nel rumore. Il silenzio purifica lo sguardo interiore, placa le passioni, ordina i pensieri e rende l’anima capace di ascolto.

La Quaresima è presentata come un tempo speciale di conversione: un cammino per ritornare a Dio, rinnovare la fede e orientare la vita su ciò che conta veramente.

Ascoltare
La prima dimensione del cammino quaresimale è ascoltare la Parola di Dio. Il Papa sottolinea l’importanza di fare spazio alla voce di Dio nelle nostre vite e di ascoltare il grido di chi soffre nella società.Solo imparando ad ascoltare davvero si entra in relazione profonda con Dio e con gli altri.

Digiuno
Il digiuno non è fine a sé stesso: aiuta a comprendere ciò che veramente desideriamo, a ordinare i nostri appetiti e a essere più attenti alle necessità degli altri.Il Papa invita a praticare il digiuno in fede e umiltà, non come vanto personale, ma per aprire il cuore a Dio.

Astensione dalle parole che feriscono
Una proposta concreta e originale: fare un “digiuno dalle parole offensive”, evitando giudizi affrettati, pettegolezzi, parole dure o ingiuste.Disarmare il linguaggio favorisce la pace, la speranza e il rispetto nelle relazioni (in famiglia, sul lavoro, nei media e nelle comunità).

Dimensione comunitaria
La Quaresima non è solo un percorso individuale: è un tempo nel quale parrocchie, famiglie, gruppi e comunità sono chiamati a camminare insieme ascoltando, digiunando e sostenendosi a vicenda.La conversione riguarda non solo la coscienza personale, ma anche la qualità dei rapporti e dell’impegno verso gli altri.

Messaggio conclusivo
Il Papa invita a chiedere la grazia di una Quaresima che renda più attenti a Dio e ai più fragili, e di trasformare le nostre comunità in luoghi dove chi soffre trovi accoglienza, ascolto e sostegno.

In sintesi, il messaggio di Quaresima 2026 chiama a ritrovare Dio attraverso l’ascolto, a trasformare il cuore con il digiuno e a purificare il nostro linguaggio, perché le parole diventino strumento di pace e non di ferita. L' obiettivo è passare da una comunicazione che "occupa spazi" a una che "avvia processi" di riconciliazione.

“La forza dei piccoli: Francesco e Giacinta, fiamme di cielo”.

Santi Francesco e Giacinta Marto, piccole grandi fiaccole accese da Dio per dissipare le tenebre del mondo. Con la loro innocenza, il loro sacrificio e il loro amore per Gesù e per il Cuore Immacolato di Maria, continua a illuminare il cammino dei nostri giovani, indicando la via della purezza, della preghiera e della riparazione.

Nel cuore del messaggio di Santuario di Fátima brillano due piccole luci che il tempo non ha spento: Francesco e Giacinta Marto. Due bambini, due cuori semplici, due vite brevi — eppure così intenso da diventare fari per intere generazioni. In un mondo attraversato da crisi morali, smarrimento spirituale e confusione culturale, la loro testimonianza appare sorprendentemente attuale. Non furono protagonisti secondo i criteri umani: non fondarono opere, non scrissero libri, non predicarono a folle. Ma accolsero con radicalità il messaggio della Madonna, lasciandosi trasformare dalla grazia.

La luce silenziosa di Francesco

Francesco era contemplativo. Dopo le apparizioni, sentiva un forte desiderio di “consolare Gesù”. Passava lunghe ore in silenzio davanti al Santissimo, offrendo preghiere e sacrifici. La sua fu una spiritualità nascosta, fatta di adorazione e riparazione. Ai giovani di oggi, spesso immersi nel rumore e nella distrazione, Francesco ricorda il valore del silenzio, dell'interiorità, dell'incontro personale con Cristo. Insegna che la vera forza nasce dall'intimità con Dio.

Il fuoco ardente di Giacinta

Giacinta, invece, possedeva un cuore ardente. Dopo aver compreso la gravità del peccato e la sofferenza di Gesù, si offrì generosamente per la conversione dei peccatori. La sua carità non era sentimentale, ma concreta: accettava sacrifici, malattia e incomprensioni con uno sguardo rivolto all'eternità. Per i giovani di oggi, spesso tentati dall'indifferenza o dall'egoismo, Giacinta è un richiamo potente alla responsabilità spirituale. Mostra che anche i piccoli possono amare in modo grande, che la santità non dipende dall'età ma dalla generosità del cuore.

Due fiaccoli per i giovani del nostro tempo

Viviamo in un'epoca in cui molte “luci” promettono felicità ma lasciano nell'ombra: mode passeggere, successo effimero, ideologie che confondono l'identità. Francesco e Giacinta, invece, sono fiaccole che non abbagliano, ma orientano. Non attirano verso sé stessi, ma indicano il Cielo. Il loro messaggio è semplice e rivoluzionario:
-Pregare con fedeltà,
-Offrire sacrifici per amore,
-Vivere nella purezza del cuore,
-Confidare nel Cuore Immacolato di Maria.

La loro santità è accessibile, concreta, possibile. Non appartiene a un'epoca lontana, ma parla direttamente al nostro presente.

Una speranza che non si spegne

Canonizzati nel 2017, Francesco e Giacinta sono tra i santi più giovani della Chiesa. La loro vita dimostra che Dio non aspetta l'età adulta per chiamare alla santità. Egli accende le sue fiaccole quando vuole — e spesso sceglie i piccoli per confondere i grandi. Per questo, oggi più che mai, i nostri giovani hanno bisogno di guardare a loro. In un mondo che spesso smarrisce la direzione, queste due piccole luci continuano a brillare, indicando un cammino fatto di preghiera, sacrificio e amore.

-Due fiaccole accese a Fatima.
-Due cuori consumati per Dio.
-Due stelle che illuminano le tenebre del nostro tempo.

 

O Francesco Marto e Giacinta Marto,
piccole fiaccole accese da Dio nelle tenebre del mondo,
insegnateci ad amare Gesù con cuore puro
ea offrire ogni cosa per la salvezza delle anime.

Aiutate i nostri giovani
a scegliere la luce e non le false promesse del mondo,
a camminare nella preghiera,
nella purezza e nella speranza.

Intercedete per noi
perché la nostra vita diventi una fiamma viva
che illumina il cammino verso il Cielo. Amen.

20 Febbraio Festa dei Pastorelli Francesco e Giacinta Marto
Ore 9.00 Accoglienza
Ore 10.00 Facciamo amicizia con i nostri amici santi Francesco e Giacinta
Ore 12.00 Visita a NS Signora di Fatima
Ore 13.00 Pranzo al sacco
Ore 14,30 Giochi liberi
Ore 15.30 Partenza

 

santi francesco e giacinta marto

 

Si racconta spesso che Padre Pio non facesse lunghe omelie, eppure la gente accorreva a migliaia per assistere alla sua Messa. Alcuni testimoni dicevano che bastava vederlo sull’altare per sentirsi richiamati a Dio. Non erano le parole a colpire per prime, ma la sua presenza. Una presenza che parlava di preghiera, di sacrificio, di mistero. Oggi viviamo in un tempo in cui le parole abbondano. Parole spiegate, analizzate, attualizzate. Parole che cercano di avvicinare, di rendere accessibile, di dialogare con il mondo. Eppure, nonostante questo grande impegno comunicativo, molte chiese si svuotano e tanti cuori restano lontani.

Non è una critica, ma una domanda che nasce dal confronto con i santi: che cosa cercava davvero la gente quando andava da Padre Pio?

Forse non cercava un discorso brillante, né una riflessione colta. Cercava Dio. E in lui percepiva qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare: il senso del sacro, il peso dell’eternità, la realtà viva della grazia. Padre Pio celebrava la Messa come chi sta davvero sul Calvario. I suoi silenzi non erano vuoti: erano pieni di adorazione. La sua predicazione, quando c’era, era semplice, diretta, a volte perfino ruvida. Ma nasceva da una vita consumata nella preghiera e nella sofferenza offerta. Le sue parole avevano radici profonde, perché prima di parlare a Dio degli uomini, parlava a Dio per gli uomini.

Oggi il rischio non è che si parli troppo. Il rischio è che si parli senza quel fuoco interiore che rende le parole trasparenti a Dio. Non è la lunghezza di un’omelia che converte, ma l’unione con Cristo di chi la pronuncia. Un sacerdote santo può dire poche frasi e aprire il cielo. Un discorso perfetto, senza vita interiore, può lasciare il cuore intatto. Il confronto con Padre Pio non dovrebbe portarci alla nostalgia, ma alla conversione. Non si tratta di tornare indietro nel tempo, ma di tornare in profondità. La Chiesa non ha bisogno prima di tutto di strategie, ma di uomini e donne che credono davvero, che pregano davvero, che vivono davvero ciò che annunciano. Forse le chiese non torneranno a riempirsi per un miglior linguaggio, ma per una rinnovata santità. La gente continua ad avere sete di Dio, anche quando non sa dirlo. E quando incontra qualcuno che lo porta nel cuore, lo riconosce. Padre Pio non attirava per ciò che diceva, ma per Chi viveva in lui.

La grande sfida oggi  non è tanto “tornare ai tempi di Padre Pio”, ma ricercare quella presenza viva di Cristo nelle nostre comunità — tramite la preghiera personale, la coerenza di vita, e la fedeltà ai sacramenti. Riscoprire la sacralità della vita e della vocazione aiuta a non scendere a compromessi: compromessi che, poco alla volta, ci fanno scivolare nel vortice dell’apparire, mettendo al centro il proprio ego., dimenticando che la pienezza della vita sta nelle parole di Giovanni: «Lui deve crescere e io diminuire». Riscoprire la santità del sacerdozio e di ogni vocazione ci conduce a riscoprire ciò che siamo veramente e ci aiuta a vivere in pienezza ciò che siamo chiamati a essere:  “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19, 2)

“Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Queste parole, tratte dalla Prima Lettera di Pietro, esprimono la verità dell’identità e della vocazione dei credenti. È un’immagine luminosa alla quale  desidero ispirarmi per questa mia Lettera pastorale. Una immagine che richiama l’alta dignità derivante dal Battesimo che siamo chiamati a riscoprire, custodire, alimentare. Essa rivela la trasformazione che avviene nella vita di chi crede in Gesù Cristo, passando da una condizione di lontananza ad una di vicinanza a Dio. Con il Battesimo, infatti, siamo stati innestati in Cristo e per mezzo dello Spirito vive in noi la vita di Dio. Esserne consapevoli fonda l’impegno della vita cristiana, (Lettera Pastorale S.E.mons. Mauro Parmeggiani)

Ed è questa la domanda che rimane anche per noi oggi: le nostre parole parlano di Dio, o lasciano intravedere che Dio abita davvero in noi?

Carissimi,

in mezzo al rumore dei giorni, agli impegni che si accavallano e alle preoccupazioni che abitano il cuore, Gesù continua a rivolgerci un invito semplice e pieno di tenerezza: «Venite in disparte e riposatevi un po’» (Mc 6,31).

Non è una fuga, ma un ritorno all’essenziale. Non è tempo perso, ma tempo ritrovato. È lo spazio in cui l’anima respira, il cuore si riordina e lo sguardo torna a riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita.

Per questo ti invitiamo a partecipare agli Esercizi Spirituali guidati sapientemente da Padre Vincenzo Voccia omv. Saranno di  giorni di silenzio, preghiera e ascolto della Parola, per rallentare e rientrare in te stesso rileggere la tua vita alla luce di Dio affidare fatiche, scelte e speranze al Signore per ritrovare pace e chiarezza nel cuore

Sarà un tempo custodito, lontano dalle distrazioni, accompagnato da momenti di meditazione, adorazione e celebrazione dei sacramenti. Non servono preparazioni particolari: solo il desiderio di fermarti e lasciare che Dio ti parli.

Se senti il bisogno di respirare più profondamente, di rimettere ordine dentro, di stare un po’ “in disparte” con il Signore… questo invito è per te.

Ti aspettiamo per condividere insieme questo cammino di grazia.  Prenota al numero 351.957.6952 - E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Con amicizia e preghiera! Pace e bene.

Una luce che continua a brillare nel mondo
Ogni anno, il 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore, la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Non è una ricorrenza solo “per religiose e religiosi”, ma un dono per tutto il popolo di Dio, perché la vita consacrata è un segno che riguarda l’intera Chiesa e parla al cuore del mondo. Questa giornata ci invita a ringraziare, conoscere e sostenere uomini e donne che hanno scelto di donarsi totalmente a Dio per rendere visibile la Sua presenza tra gli uomini.
Una festa di luce
La data non è casuale. Il 2 febbraio la liturgia ricorda Gesù presentato al Tempio, accolto da Simeone come “luce per illuminare le genti”. La vita consacrata partecipa proprio di questa missione: essere luce che non viene da sé, ma riflesso della luce di Cristo. Ogni monastero nascosto, ogni suora in missione, ogni frate tra i poveri, ogni vergine consacrata nel mondo è come una candela accesa: piccola, fragile, ma capace di dire che Dio è presente e opera ancora nella storia.
Una vita che parla di Dio senza fare rumore
In un mondo rumoroso, veloce e centrato sull’apparire, la vita consacrata è una presenza silenziosa ma potentissima. Attraverso i voti di povertà, castità e obbedienza, i consacrati annunciano con la loro stessa vita che: Dio è la vera ricchezzal’amore più grande è quello che si dona senza possederela libertà nasce dal fidarsi di Dio. Sono parole che non vengono proclamate da un pulpito, ma scritte nella carne della vita quotidiana.

Una profezia per il nostro tempo
La Giornata Mondiale della Vita Consacrata è anche un richiamo profetico. I consacrati ricordano a tutti noi che: 
non siamo fatti solo per produrre e consumare
il successo non è l’ultima parola sulla felicità
la nostra vita ha un destino eterno
La loro esistenza è una domanda viva rivolta al mondo: “Se Dio non fosse reale, varrebbe la pena vivere così?” Ed è proprio questa radicalità, spesso silenziosa e nascosta, che diventa una testimonianza potente, anche per chi è lontano dalla fede.
Questa ricorrenza è prima di tutto un grazie:
-grazie alle suore anziane che pregano e offrono la sofferenza
-grazie ai religiosi che educano, curano, evangelizzano
-grazie ai contemplativi che sostengono il mondo con la preghiera nascosta
-grazie ai missionari che portano il Vangelo fino ai confini più dimenticati
Molte di queste vite restano sconosciute, ma agli occhi di Dio sono pilastri invisibili che sorreggono la Chiesa.
Un invito per tutti
La Giornata Mondiale della Vita Consacrata non riguarda solo chi ha già risposto a questa vocazione. È anche un invito:
-a pregare perché non manchino nuove vocazioni
-a guardare con rispetto e gratitudine la vita religiosa
-a chiederci come, nel nostro stato di vita, possiamo vivere più radicalmente per Dio
-Perché, in fondo, ogni cristiano è chiamato a rendere visibile qualcosa dell’Invisibile.
Una luce che non si spegne
In tempi di incertezza e cambiamenti, la vita consacrata rimane una luce discreta ma fedele. Non fa rumore, non cerca visibilità, ma continua a dire al mondo, con la sola forza dell’esistenza: Dio basta.Dio è degno di essere amato sopra ogni cosa.Dio è presente.
Ed è per questo che la Chiesa, ogni 2 febbraio, accende simbolicamente una luce di gratitudine: perché finché ci sarà una vita totalmente donata a Dio, l’Invisibile continuerà a farsi vedere nel mondo.

Fatima: l'affidamento come risposta a un appello materno
A Fatima Maria non chiede una devozione sentimentale, ma un affidamento concreto e riparatore .  «Gesù vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato»  (13 giugno 1917)

Affidarsi, qui, significa: riconoscere che il cuore dell'uomo è ferito ;accogliere Maria come rifugio e via che conduce a Dio ;entrare in una spiritualità di riparazione, conversione e offerta . Maria a Fatima non promette l'assenza della croce, ma dice con chiarezza:  «Il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio».  Questo è l'affidamento: entrare in quel Cuore come dimora , lasciarsi custodire mentre si attraversa la storia.

San  Luigi Maria di Montfort: la via “più breve, più sicura, più perfetta
” San Luigi Maria offre il fondamento spirituale dell'affidamento con la sua dottrina della consacrazione totale .  «Consacrarsi a Gesù per mezzo di Maria è la via più breve, più sicura e più perfetta»  ( Trattato della vera devozione , n. 152)Per Montfort: Maria è lo stampo vivente di Dio ;chi si affida a Lei si lascia formare interiormente ;l'affidamento implica una spoliazione dell'ego per appartenere totalmente a Cristo. Non si tratta solo di affidare problemi o necessità, ma di dire:  “Ti dono tutto ciò che sono, tutto ciò che ho, tutto ciò che posso meritare”.

Un unico cammino: Cuore Immacolato e schiavitù d'amore
Fatima e Montfort si incontrano in un punto centrale: il dono totale di sé . A Fatima, Maria chiede cuori disponibili , pronti all'offerta. Montfort parla di “santa schiavitù d'amore” , che non umilia, ma libera.  «Quando lo Spirito Santo trova Maria in un'anima, vi vola»  ( Trattato , n. 36)
L'affidamento diventa allora: abbandono fiducioso (Fatima), donazione radicale (Montfort), trasformazione interiore (opera dello Spirito).

Il percorso di affidamento: vivere ciò che si promette
Il cammino che precede l'atto di affidamento, secondo questa doppia luce, comprende: 
- Conversione del cuore (Fatima)
– confessione, rinuncia al peccato, desiderio di riparazione. 
Distacco interiore (Montfort)
– rinunciare alla volontà propria disordinata, all'orgoglio spirituale. 
Preghiera semplice e perseverante
– Rosario (Fatima)
– invocazione costante di Maria (Montfort). 
Offerta quotidiana
– sacrifici nascosti, fedeltà nelle piccole cose.

L'atto di affidamento: entrare definitivamente nel Cuore di Maria
L'atto finale non è una formula magica, ma una alleanza di vita . Alla luce di Fatima:  “Accetto di essere custodito dal tuo Cuore Immacolato”
Alla luce di Montfort:  “Rinuncio a me stesso per appartenere totalmente a Gesù per mezzo tuo”.
Da quel momento, la vita cristiana diventa: più eucaristica, più mariana, più crocifissa e più luminosa.

«Al Santuario inizia il percorso che condurrà all'atto di affidamento a Maria Santissima di Fatima, Madre tenera e premurosa, che invita ogni fedele alla preghiera, alla penitenza e alla fiducia nel Cuore Immacolato, rifugio sicuro e via che conduce a Dio.»

Gli incontri si svolgeranno ogni quarta domenica del mese alle ore 16,30 guidati da sr Antonia Castellucci omvf - per info 333.8232888

25 gennaio; Perché ci affidiamo a Maria

22 Febbraio; La Via Mariana

22 Marzo; Maria la Madre

26 aprile; Maria nostra sorella

24 maggio; Maria e la Trinità

28 giugno; La grazia dell'Affidamento a Maria

Che questo nuovo anno sia colmo della pace di Dio, della Sua luce e della Sua misericordia.

Il Signore vi benedica e vi custodisca,
faccia risplendere per voi il Suo volto
e vi doni un cuore saldo nella speranza.

Buon anno sotto lo sguardo materno della Madonna di Fatima.

Signore Dio onnipotente ed eterno,
al termine di questo anno ci presentiamo davanti a Te
con cuore umile e fiducioso.

Ti rendiamo grazie per il tempo che ci hai donato:
per ogni giorno vissuto sotto il tuo sguardo,
per le gioie che ci hanno sostenuto,
per le prove che ci hanno purificato.
Nulla della nostra vita è stato inutile
se vissuto alla luce del tuo amore.

Perdonaci, o Padre,
per le infedeltà, le omissioni, le paure,
per l’indifferenza verso il dolore dei fratelli
e per tutte le volte in cui abbiamo camminato
come se Tu non esistessi.

Volgi il tuo sguardo misericordioso
su un mondo ferito dalla guerra e dall’odio.
Asciuga le lacrime degli innocenti,
accogli i morti nelle tue braccia di Padre,
spezza la catena della violenza
che insanguina la terra.

Fa’ tacere le armi, Signore,
converti i cuori di chi governa,
insegnaci la via del dialogo,
dona al mondo la tua pace,
quella pace che il mondo non può dare.

Padre santo,
l’uomo si è allontanato da Te
smarrendo il senso della verità e del bene.
Richiamalo a Te con la forza del tuo amore,
abbatti gli idoli dell’orgoglio e del potere,
riaccendi nei cuori la sete di Dio.

Fa’ che l’umanità ritrovi
la via della conversione,
il coraggio della fede,
la gioia della tua misericordia.

Accogli l’anno che si chiude
e benedici quello che viene.
Fa’ di noi strumenti della tua pace,
testimoni del tuo amore,
seminatori di speranza.

Maria Santissima, Madre di Dio e Regina della Pace,
accompagnaci nel tempo nuovo
e guidaci a Gesù, unica salvezza del mondo. Amen.

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