Articoli filtrati per data: Venerdì, 06 Febbraio 2026

Il Vangelo (Mt 5,13-16)  - che è la continuazione di quello delle Beatitudini di domenica scorsa - ci invita ad essere sale, luce e lampada nel mondo di oggi. Anzi, per la precisione, usando il verbo all'indicativo, dice: "Voi siete" sale, luce... Lo siete già per la grazia di essere con lui. Lo siamo già in forza del nostro battesimo che ci ha innestati in Cristo. Allora "essere" sale e luce non è un qualcosa da fare, ma una identità da testimoniare. Dobbiamo diventare più pienamente quello che siamo.

Cosa però intende Gesù con queste immagini? 

Essere sale per "salare" il mondo.  Cioè avere il sapore delle beatitudini. Cioè avere  il sapore (=l’amore) e il sapere (=la sapienza) di Cristo.  Il discepolo, allora, per la partecipazione e  conformazione a Gesù - che è il beato per eccellenza - ha questo sapore.  Il rischio è quello di corromperci. Se infatti non alimentiamo la relazione con Lui - se non siamo perseveranti nella preghiera, se non viviamo una seria vita spiritiuale - il rischio è che ci ripieghiamo su noi stessi, che la mondanità entri in noi. L'avvertimento di Gesù è  sconcertante: quando non si fosse più sale utile per il mondo, si è destinati al disprezzo e al rifiuto da parte di Dio e degli uomini. Sono parole dure, ma che ci aiutano a prendere coscienza delle nostre responsabilità e a misurare le nostre inadempienze e colpe. Essere sale non è motivo di orgoglio, ma è fedeltà alla Parola che abbiamo ricevuto per pura grazia. Corriamo sempre il rischio di divenire insipidi: il seme della Parola che ci fa figli - ci dice la parabola - può essiccare appena attecchito, può essere soffocato dopo cresciuto (13,18-22). La sapienza mondana non è quella della croce. In ciascuno di noi è grande la lotta tra la sapienza dell’amore e l'insipienza dell’egoismo.

La luce è la seconda immagine, pure pretenziosa se pensiamo che nel vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a sé la parola: “Io sono la luce del mondo”. È quindi assai grande l’impresa che affida ai discepoli. La luce disperde l'oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono nel mondo e nelle singole persone. E' compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dal nostro modo di essere e dalle nostre opere buone. Il mondo ha bisogno della nostra luce! Una luce che porta gioia, speranza... e orienta - in quanto figlio - all'amore del Padre.

Gesù conosce bene la meschinità dei discepoli – basti pensare ai tanti rimproveri alla loro poca fede (cfr. Mt 8,26; 14,31, ecc.) –; ma sa anche che essi – come ogni discepolo – possono sempre più divenire trasparenza del dono che li precede, e cioè di quella luce divina che Cristo dà a loro, che è Egli stesso.

A rafforzare questo richiamo all’impegnatività del compito intervengono anche le due immagini: della città posta sul monte, che non può rimanere nascosta e quella della lucerna accesa, che deve essere posta sul lucerniere e non riposta in qualche contenitore, il quale tra l’altro la farebbe spegnere, oltre che impedirle di illuminare l’ambiente. Esse ci fanno capire che compito della Chiesa non è illuminare se stessa, ma ciò che la circonda, divenendo un punto di riferimento per il cammino dell’umanità. La Chiesa (e ciascun cristiano) non deve cercare la rilevanza, bensì l’identità. La candela non si preoccupa di illuminare: semplicemente brucia e, bruciando, illumina.

perché vedano le vostre opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Le opere buone edificano i fratelli, che nella nostra vita avvertono il profumo di Cristo (2cor 2,14) e glorificano Dio.

Gli uomini hanno bisogno di “vedere” nella Chiesa e in ogni cristiano un segno di novità, la novità del Vangelo. Non possono non restare colpiti da quando un cristiano vive le beatitudini, vive la giustizia del Regno, evita l’ira, è sincero, onesto, mite, arrendevole, si affida alla Provvidenza...  È una vocazione che noi cristiani deformiamo quando, ad esempio:

- ci adattiamo agli avvenimenti della storia per non essere “tagliati fuori”, non perdere certi vantaggi. Invece di assumere l’iniziativa, subiamo l’iniziativa altrui. E siamo quasi sempre costretti a stare sulla difensiva;

- quando assumiamo atteggiamenti di presunzione e orgoglio, rompendo la carità con i fratelli;

-  quando pretendiamo di irradiare sul prossimo ciò che personalmente non viviamo di fatto! Gesù stesso ha denunciato l’ipocrisia di chi pensa di correggere gli altri, senza liberarsi prima della “trave” che ha davanti agli occhi. 

È anche vero che in 6,1 leggiamo: “Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli”. È necessario che gli uomini vedano le opere buone, ma è altrettanto necessaria l’intenzione profonda del cristiano, che è quella di piacere a Dio senza preoccuparsi degli uomini.

Si racconta spesso che Padre Pio non facesse lunghe omelie, eppure la gente accorreva a migliaia per assistere alla sua Messa. Alcuni testimoni dicevano che bastava vederlo sull’altare per sentirsi richiamati a Dio. Non erano le parole a colpire per prime, ma la sua presenza. Una presenza che parlava di preghiera, di sacrificio, di mistero. Oggi viviamo in un tempo in cui le parole abbondano. Parole spiegate, analizzate, attualizzate. Parole che cercano di avvicinare, di rendere accessibile, di dialogare con il mondo. Eppure, nonostante questo grande impegno comunicativo, molte chiese si svuotano e tanti cuori restano lontani.

Non è una critica, ma una domanda che nasce dal confronto con i santi: che cosa cercava davvero la gente quando andava da Padre Pio?

Forse non cercava un discorso brillante, né una riflessione colta. Cercava Dio. E in lui percepiva qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare: il senso del sacro, il peso dell’eternità, la realtà viva della grazia. Padre Pio celebrava la Messa come chi sta davvero sul Calvario. I suoi silenzi non erano vuoti: erano pieni di adorazione. La sua predicazione, quando c’era, era semplice, diretta, a volte perfino ruvida. Ma nasceva da una vita consumata nella preghiera e nella sofferenza offerta. Le sue parole avevano radici profonde, perché prima di parlare a Dio degli uomini, parlava a Dio per gli uomini.

Oggi il rischio non è che si parli troppo. Il rischio è che si parli senza quel fuoco interiore che rende le parole trasparenti a Dio. Non è la lunghezza di un’omelia che converte, ma l’unione con Cristo di chi la pronuncia. Un sacerdote santo può dire poche frasi e aprire il cielo. Un discorso perfetto, senza vita interiore, può lasciare il cuore intatto. Il confronto con Padre Pio non dovrebbe portarci alla nostalgia, ma alla conversione. Non si tratta di tornare indietro nel tempo, ma di tornare in profondità. La Chiesa non ha bisogno prima di tutto di strategie, ma di uomini e donne che credono davvero, che pregano davvero, che vivono davvero ciò che annunciano. Forse le chiese non torneranno a riempirsi per un miglior linguaggio, ma per una rinnovata santità. La gente continua ad avere sete di Dio, anche quando non sa dirlo. E quando incontra qualcuno che lo porta nel cuore, lo riconosce. Padre Pio non attirava per ciò che diceva, ma per Chi viveva in lui.

La grande sfida oggi  non è tanto “tornare ai tempi di Padre Pio”, ma ricercare quella presenza viva di Cristo nelle nostre comunità — tramite la preghiera personale, la coerenza di vita, e la fedeltà ai sacramenti. Riscoprire la sacralità della vita e della vocazione aiuta a non scendere a compromessi: compromessi che, poco alla volta, ci fanno scivolare nel vortice dell’apparire, mettendo al centro il proprio ego., dimenticando che la pienezza della vita sta nelle parole di Giovanni: «Lui deve crescere e io diminuire». Riscoprire la santità del sacerdozio e di ogni vocazione ci conduce a riscoprire ciò che siamo veramente e ci aiuta a vivere in pienezza ciò che siamo chiamati a essere:  “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19, 2)

“Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Queste parole, tratte dalla Prima Lettera di Pietro, esprimono la verità dell’identità e della vocazione dei credenti. È un’immagine luminosa alla quale  desidero ispirarmi per questa mia Lettera pastorale. Una immagine che richiama l’alta dignità derivante dal Battesimo che siamo chiamati a riscoprire, custodire, alimentare. Essa rivela la trasformazione che avviene nella vita di chi crede in Gesù Cristo, passando da una condizione di lontananza ad una di vicinanza a Dio. Con il Battesimo, infatti, siamo stati innestati in Cristo e per mezzo dello Spirito vive in noi la vita di Dio. Esserne consapevoli fonda l’impegno della vita cristiana, (Lettera Pastorale S.E.mons. Mauro Parmeggiani)

Ed è questa la domanda che rimane anche per noi oggi: le nostre parole parlano di Dio, o lasciano intravedere che Dio abita davvero in noi?

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