Articoli filtrati per data: Martedì, 17 Febbraio 2026
Mercoledì delle ceneri
Il tempo della Quaresima,che inizi oggi solennemente solennemente è un tempo di preparazione alla Pasqua, che ha le sue radici più antiche nel periodo del catecumenato.
Sin dalle origini il tempo della Quaresima è collegato al numero 40, che nella Scrittura è il tempo del cambiamento e della trasformazione. Il numero 40 non ricorda solo i 40 giorni di Gesù nel deserto, ma quaranta sono anche i giorni in cui Mosè è sul monte Sinai per ricevere la legge, 40 sono gli anni in cui il popolo deve camminare per arrivare alla Terra promessa, 40 sono i giorni in cui Elia deve camminare per arrivare all’incontro con Dio.
È quindi fondamentale e imprescindibile che un tempo dell’anno sia dedicato alla purificazione, senza la quale è impossibile portare avanti la vita cristiana. Sono tre le armi che la Chiesa - proponendoci proprio il passo del vangelo di Matteo 6 - ci ricorda di utilizzare in questo tempo di Quaresima: il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Commentiamo ora questo passo evangelico.
L'elemosina
Al tempo di Gesù nelle riunioni della sinagoga era consuetudine rendere pubblico l’ammontare delle offerte date ai poveri e riservare un posto privilegiato nell’assemblea a quelli che avevano dato di più. Gesù mette in guardia da ogni forma di gesto che richiami l’attenzione su di sé, che cerchi l’applauso della gente, i posti di onore, la gloria degli uomini. Queste persone - commenta Gesù - “hanno già ricevuto la loro ricompensa” (v. 2). Non c'è nulla di più osceno che pubblicizzare il bene che si fa. Eppure, se guardiamo bene attorno, quante persone fanno del bene... per far “bella figura”! Se il bene non fosse pubblicizzato con trombe, lapidi o immagini, chi lo farebbe? Gesù definisce queste persone con una parola: sono degli ipocriti, cioè degli attori, che mostrano quello che non sono. “Sfruttano” il bisogno altrui per far conoscere al mondo quanto sono buoni e generosi. Sono persone che hanno dirottato su di sé la gloria che deve dirigersi unicamente al “Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). E poi evidente che coloro che sono stati da loro “beneficati” con questo loro atteggiamento si sono sicuramente sentiti umiliati, non quindi accolti come fratelli con i quali condividere i propri beni (cfr. Mt 19,21).
Il Signore, allora, ci avverte: il bene va fatto per piacere a Dio. Perciò non basta fare il bene per essere cristiani. Le opere, anche quelle di per sé buone - come l’elemosina -, sono buone effettivamente solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umiltà. E chi desidera piacere a Dio, riconoscendolo “Padre”, non può dare qualcosa a chi è nel bisogno, ma, riconoscendo in quest'ultimo un fratello, desidera condividere quello che egli è e ha. Diversamente sono “cattive”.
“Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (v. 3), il che vuol dire: tu stesso devi prendere le distanze dal tuo gesto, così da non farne motivo, nemmeno di un sottile, interiore autocompiacimento.
Potrebbe però sorgere un’obiezione. “Ma... Gesù non parla di ricompensa? Allora... si deve fare ciò per amore di Dio o per avere la ricompensa? Non sarebbe un gesto interessato... che contraddice quanto sopra detto?”. In realtà bisogna capire bene che per “ricompensa” non si intende, come pensiamo noi, un contraccambio per le “prestazioni” fatte, ma è piuttosto la situazione nuova di chi opera il bene con gratuità e amore. È la situazione della persona che avverte in sé la pace, la gioia, che sono doni del Signore. Avvertiamo che la nostra vita è già trasformata, salvata. Pertanto l’impegno della nostra libertà è la condizione in cui il dono di Dio trova spazio nella vita del discepolo. Il dono non può mai essere preteso; ma noi possiamo porre le condizioni - di cui ci ha parlato Gesù - perché questo dono diventi reale nella nostra vita.
La preghiera
“Quando pregate non siate come gli ipocriti”. Il riferimento è a una precisa consuetudine in voga al tempo di Gesù tra i farisei. Essi, infatti, erano soliti pregare stando ritti nelle sinagoghe e bisbigliare a voce sommessa le proprie preghiere, ma in modo tale che gli altri le sentissero. Alcuni si mettevano anche agli angoli delle piazze; là dove si incrociavano le strade, per meglio rendere pubblico il loro atto e suscitare l'ammirazione. L’ipocrita cerca se stesso. Chi cerca il proprio “io”, non trova Dio. Solo chi si svuota di sé, chi cerca in verità unicamente Lui, riconoscendo il proprio principio e fine, si riempie di Lui. Dio resiste ai superbi (Gc 4,6; 1Pt 5,5) e ricolma di grazia gli umili, come Maria.
Pregare è stare di fronte a Dio, di cui sono immagine e somiglianza. È venire trasformati dall’azione dello Spirito Santo. La preghiera autentica è respiro della vita. Per questo è necessario pregare sempre (1Ts 5,17; cf. Lc 18,1ss), in ogni tempo (Ef 6,18) e in ogni luogo (1Tm 2,8). La preghiera va fatta con insistenza (7,7-11), con fede (21,22), nel nome di Gesù (18,19) e con familiarità filiale (v. 8).
La condizione per questa preghiera autentica ci è indicata da Gesù: “chiusa a chiave la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (v. 6). Sì, è necessario chiudere il chiavistello della porta, perché troppo spesso siamo fuori di noi stessi, strattonati qua e là dalle molte occupazioni, come Marta (Lc 10,41). È necessario chiudere fuori le mille voci che ci disturbano. È necessario entrare nella stanza più interna del nostro cuore, cioè entrare in noi stessi, per aprire il cuore all’amore di Gesù, che sta alla porta e bussa.
“e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà”. Quale è la “ricompensa” di chi non cerca ricompensa? È la restituzione che il Padre gli fa di se stesso, rendendolo figlio, colmo della sua Gloria, perché vuoto di vanagloria.
“... non sprecate parole come i pagani...” Non è a furia di parole che Dio ci ascolterà. Questa è una preghiera “pagana”, propria di chi cerca di farsi buono Dio perché non lo conosce per quello che è. “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno”. Allora l’atteggiamento filiale non dev’essere primariamente quello della richiesta, del voler essere ascoltati ed esauditi, quanto piuttosto di ascoltare Lui e desiderare ciò che il Padre stesso vuole per noi. In questo senso “sprecare le parole” significa anche pregare male, pregare senza cuore. Allora il Signore ci invita a pregare bene.
Il digiuno
Al tempo di Gesù il digiuno era obbligatorio solo il giorno dell’espiazione. I farisei, invece, digiunavano volontariamente, due giorni la settimana (cf. Lc 18,12). Solo che tale digiuno, poteva anch’esso trasformarsi in occasione per esaltare se stessi e ottenere la stima della gente, anziché essere strumento di conversione personale. Quindi, ancora una volta, una ricerca di se stessi... dimenticando di porre al primo posto Dio e la ricerca del Regno.
Anche per il cristiano il digiuno ha una grande importanza nella vita spirituale. È uno strumento di conversione. Infatti il digiuno è come una preghiera del corpo: è accettazione simbolica che la propria vita non è l’assoluto, e tanto meno il cibo che la mantiene, ma Dio steso e la sua Parola. Digiunare significa, quindi, porsi nel corretto rapporto con la propria vita: si accetta quello che c’è come dono di Dio, si riconosce che Lui è il principio e il fine di tutto. È, insomma, distaccarci da tutto ciò che tende ad imporsi come “idolo”, è una purificazione dei nostri rapporti con noi stessi e con le cose. Il digiuno, infatti, non va inteso solo come privazione di cibo. Esso deve estendersi a tutte le cose create. In tal modo il digiuno diventa necessario per raggiungere la “sobrietà”, che consiste nel servirsi delle cose tanto quanto sono utili per amare Dio e il prossimo. Ciò che non è utile a tale scopo, serve a odiare e morire. Oltre alla sobrietà nel cibo c’è anche quella nell’odorare, gustare, toccare, udire, vedere, e, soprattutto, nel fantasticare. Soprattutto nella nostra epoca, così bombardata da messaggi di tutti i tipi, è necessario educare i sensi alla sobrietà. Il digiuno dei sensi, infatti, è l’antidoto che restituisce loro la propria funzione. Non tocco e non gusto tutto, non ascolto e non vedo tutto - mosso dal semplice desiderio di riempirmi di sensazioni. Scelgo di toccare, gustare, ascoltare e vedere nella misura in cui ciò mi aiuta ad amare l’altro.
Insomma il digiuno mi aiuta ad essere signore dei sensi e delle facoltà, ordinandoli al fine. In altre parole il digiuno mi fa crescere nella libertà. Infatti “lo stimolo del piacere di ogni tipo, come una droga, lo de-possessa della libertà, portandolo a fare ciò per cui non è fatto e che, in fondo, neanche vuole, e che comunque non lo sazia mai. Una società consumistica, con grande capacità di suggestione, porta a compimento la schiavitù del piacere apparente, presentando come buono, bello e desiderabile, ciò che in realtà non lo è (cf. Gen 3,6). Il digiuno, inteso a raggiungere la sobrietà in tutti i campi, ci libera dall’idolo del piacere apparente, che promette sazietà, ma alimenta solo fame; e ci permette di usare tutto senza esserne usati”. A volte questo “distacco” costa fatica. Costa rinunciare a realtà che ci appaiono affascinanti, desiderabili. Ma è bene sempre ricordarci una cosa: il bene si paga subito. Il male, invece, è gratis, non costa fatica, ma lo si paga sempre dopo, e non soddisfa per nulla. Esso lascia una insoddisfazione che non diminuisce, anzi cresce, anche se si cerca con affanno di rimuoverla o di colmarla con un’altra ricerca di piacere.
Sant’Ignazio di Loyola ricorda che il Tentatore è un comunicatore seducente. Come ogni venditore, soprattutto di cattivi prodotti, rende appetibile il suo veleno falsificando la realtà, facendola apparire il contrario di quella che è: il male deve apparire bene e il bene male. Propone, come detto, il piacere immediato, come via alla felicità. Ed è quello che propongono molti spettacoli, pubblicità, la stessa letteratura. Essi fanno leva sugli istinti più immediati per indurre al “consumo”. Il cristiano - se non la persona umana in genere - deve invece ricordare che il piacere immediato è criterio sufficiente di azione per l’animale, programmato dall’istinto per la sua conservazione e per quella della specie. Per l’uomo, invece, la cosa è ben diversa. Tutto deve essere ordinato alla relazione di amore alla quale l’uomo è chiamato. Chi è incapace di controllare i propri sensi, facilmente cade nell’errore di subordinare tale relazione alla ricerca immediata del piacere. Subordina, cioè, un livello superiore (quello relazionale e quello spirituale), tipicamente umano, ad uno inferiore... Il “male”, quindi, non consiste solo nello scegliere un disvalore, ma di scegliere, tra due valori, quello inferiore, identificandosi in quest’ultimo.
Vale allora la pena scegliere... la via in salita. Anche se costa fatica, come accade per i sentieri di montagna, mi porta a vedere paesaggi bellissimi e, spesso, nemmeno mai immaginati. Mi porta, cioè, a vedere la vita con gli occhi di Dio e godere dei beni esterni e interiori che Dio mi ha donato.