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Il dialogo con la Samaritana (vv. 4-26)

Gesù dona l’acqua viva (vv. 6-15). Gesù giunge presso una città chiamata Sicàr. Nell'antico Testamento era Sichem, e la tradizione ha posto in Sichem la grande alleanza fra Giosuè e le altre tribù. Sichem è anche il luogo del rinnovo dell'alleanza nella terra (cfr. Gs 24,25-28). Allora il popolo aveva risposto: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché il Signore è il nostro Dio…” (Gs 24,16 ss). Eppure Israele ripetutamente è stato infedele! Gesù vuole rendere questo Israele infedele – rappresentato dalla samaritana – capace di fedeltà per mezzo del dono che Lui, il Signore, le offre.

vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio”. Abbiamo qui un richiamo alla storia patriarcale di Giacobbe e alla storia di Giuseppe.

qui c'era il pozzo di Giacobbe” (v. 8a). Nella lettura simbolica di Israele già al tempo di Gesù (e l'evangelista avrà sicuramente conosciuto queste tradizioni) il pozzo di Giacobbe era inteso come il simbolo della legge.

 “Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa l'ora sesta” (v. 8b).  L'ora sesta corrisponde al mezzogiorno. Ma per noi è importante l'indicazione simbolica: il numero sei indica imperfezione. È l'ora dell'imperfezione. Un'altra volta si dirà che è l'ora sesta: quando Gesù è seduto sul seggio del giudice, sul litostrotos alla presenza di Pilato e del popolo e nell'imminenza della crocifissione (cfr. Gv 19,13). Giovanni usa la stessa immagine: due volte Gesù è seduto. “Era l'ora sesta”: qui Gesù sta per parlare, là Gesù sta per morire. Egli porterà quest'ora di imperfezione alla perfezione, con lui e grazie a lui si giunge all'“ora” del Figlio dell'uomo (cfr. Gv 12,23, all'uomo fragile e peccatore è offerta la salvezza.

 “Gesù dunque, stanco del viaggio...”. Non si tratta semplicemente di un particolare realistico, ossia che Gesù, affaticato dal viaggio, si sta riposando, ma è soprattutto un messaggio teologico: la stanchezza del viaggio è il simbolo della passione. È stanco perché ha cercato me. Mi ha redento soffrendo la croce. Quindi la passione è simboleggiata da questo atteggiamento di Gesù seduto sul pozzo, che è il simbolo della legge. Gesù ci siede sopra.

Arriva una donna di Samaria ad attingere acqua. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista” (vv. 7-8). La presenza della congiunzione “infatti” rivela che Gesù avrebbe potuto chiedere da bere anche ai suoi discepoli, i quali avevano certamente una brocca e una fune per poter attingere l’acqua, ma in quel momento erano assenti e si erano portati quegli attrezzi con loro. In modo inconsueto è Gesù che prende l’iniziativa chiedendo da bere alla donna. È bello questo Gesù che si fa mendicante e che si mette a livello degli altri! Gesù parte dalle aspirazioni dell’uomo. Il “dammi da bere” a livello storico è un tendere la mano per dissetarsi, ma a livello teologico (Giovanni cammina spesso sui due piani partendo da quello materiale) si potrebbe tradurre così: lasciati amare, fa’ che io possa entrare nella tua vita.

Questa donna, però, oltre ad essere una persona concreta, è anche un simbolo.  Anzitutto è una donna, per cui tale figura rappresenta la sposa. Ed è di Samaria, per cui rappresenta tutto il popolo samaritano.

Ma la samaritana gli disse: Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me samaritana?”. È comprensibile la reazione di questa donna. Si è infatti resa conto che Gesù è un giudeo, sia dal modo di parlare che per i suoi vestiti. Mai un giudeo si abbassava a parlare con un samaritano che era disprezzato; mai un rabbino (e Gesù era un rabbino) parla in pubblico con una donna[1] Per di più è da notare che questa donna è una peccatrice, una poco di buono. È uscita a prendere l’acqua dal pozzo nelle ore più calde della giornata, quando cioè la gente sta piuttosto nelle case. Evidentemente questa donna approfitta di questo momento in cui c’è meno gente in giro per uscire di casa, evitando le critiche e le umiliazioni della gente. Gesù fa cadere tutte queste barriere: a lui interessa l’incontro con la persona.

Dinanzi alla sua reazione stupita Gesù annuncia il tema del dialogo: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (v. 10). In queste parole troviamo il contenuto del loro colloquio: l’identità di Gesù e il dono che egli vuole fare: dare al posto dell'acqua stagnante (cioè quella ferma, non potabile) l’acqua viva, l'acqua corrente, l'acqua di sorgente, l'acqua pulita, l'acqua zampillante[2]. Gesù sta ribaltando la situazione e le dice: “avresti dovuto chiederne tu a me dell'acqua”. La donna sarà condotta a chiedere quest’acqua (v. 15) e a riconoscere Gesù come il Messia (v. 26). Come accade spesso, l’interlocutore di Gesù non comprende e percepisce le sue parole primariamente a livello materiale. Questa incomprensione non preclude il cammino ma consente a Gesù di chiarire il suo pensiero: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna». A che cosa allude Gesù? Di quale acqua sta parlando?

Acqua viva indica anzitutto la rivelazione stessa di Gesù, il suo insegnamento. Tale lettura è sostenuta da diversi passi dell’Antico Testamento dove l’insegnamento del saggio è presentato come acqua che disseta e ristora (Pr 13,14; 18,4); oppure la stessa parola di Dio (Is 55,1). Il testo che più si avvicina alle parole di Gesù è quello del Siracide, dove parlando dell’azione della sapienza l’autore afferma: “Chi si nutre di me avrà ancora fame e chi beve di me avrà ancora sete” (Sir 24,20). In Siracide la sapienza viene identificata con la Torah. Se tale interpretazione è corretta Gesù presenta la sua parola come insegnamento che compie e supera quanto contenuto nella legge. Ora in Gesù, è data all’uomo quella parola che sola è in grado di donare vita e pienezza.Nella prospettiva di Giovanni, però, l’acqua viene utilizzata per parlare del dono dello Spirito. Il passo più significativo lo troviamo poco più avanti nel vangelo quando, nel contesto della festa delle capanne, proprio nel grande giorno della festa, Gesù ad alta voce esclama: “Chi ha sete venga a me, beva chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39). E dal costato di Cristo in croce scaturirà l’acqua e il sangue che rinnova e trasforma la vita di chi l’accoglie. Il tema dello Spirito verrà ripreso nella seconda parte del colloquio.

Le due letture non si escludono, anche perché nella tradizione giovannea lo Spirito è colui che interpreta la rivelazione di Gesù (cfr. Gv 14,26).

Una prima considerazione s’impone. La donna non è in ricerca se non di quell’acqua che è indispensabile per il suo sostentamento biologico. Gesù, partendo da questa situazione apparentemente soddisfatta, suscita nella sua interlocutrice delle domande, cerca di far emergere una richiesta che sembra essere sopita nel suo cuore, ma che è realmente presente. La reazione della donna, per quanto ancora imperfetta, conferma questa inquietudine nascosta: “Signore dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (v. 15). In questa prospettiva, conversione significa aprire la propria vita ad un orizzonte più ampio, esattamente come il popolo d’Israele che nel deserto era preoccupato solo del suo sostentamento materiale, senza ulteriori richieste e senza alcuna ansia per il suo cammino di liberazione. Gesù provoca l’uomo che vive tranquillo e in apparenza senza problemi per elevare, rivelare e infine colmare le sue attese più vere.

Gesù ha condotto la donna a chiedere “Signore, dammi di quest’acqua...” (v. 15). Questo è il punto dove voleva portarla. Gesù le ha aperto il cuore e ora la tocca nel suo problema morale con estrema delicatezza, invitandola a chiamare suo marito. La risposta della donna “Non ho marito” è un’allusione chiara non solo al “peccato” della donna, ma anche di quello del popolo samaritano che si è prostituito ad altri idoli. “Vedo che sei un profeta” - alla fine dice la donna. I titoli in crescendo mettono in luce il cammino di fede della samaritana che arriverà a scoprire il mistero di Gesù.Al profeta che le sta davanti la donna pone la questione famosa del vero culto. E qui siamo al centro del racconto, ed è ciò che interessa a Giovanni, perché con egli ci vuole mostrare che Gesù sostituisce il culto antico con un nuovo tipo di culto. Difatti, nei versetti seguenti, il verbo più comune, che ritorna continuamente, è “adorare”.

I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare” (v. 20). La donna gli chiede: qual è il luogo dell'adorazione?  A Gerusalemme o sul Garizim? La donna – scrivono alcuni commentatori – si sente accerchiata e tenta tutte le mosse per rompere il cerchio che la stringe, per evadere dal suo problema, cercando di invischiare Gesù in questa disputa religiosa. Gesù, invece, non cambiando discorso, la conduce a riflettere sul rapporto nuovo con il Padre che ora è inaugurato dalla presenza di Gesù. Tale novità consiste nel fatto che i luoghi tradizionali di culto, Gerusalemme per i giudei, Garizim per i samaritani, sono superati non da un nuovo santuario, ma da un nuovo modo di porsi nei confronti del Padre. Tale atteggiamento è definito come “adorazione in spirito e verità”.

Ma è corretta tale interpretazione? In realtà, se teniamo presenti i tre racconti anticotestamentari di incontri vicino al pozzo (Gen 24, che conclude col matrimonio tra Rebecca e Isacco; di Gen 29,1-14, l'incontro tra Giacobbe e Rachele; e di Es 2,16-22, dove Mosé fugge nel paese di Madian e qui incontra le sette figlie di Reuele vicino a un pozzo) – che si concludono con un matrimonio, di solito è lo sposo che offre alla sposa l'acqua (almeno in Gen 29 ed Es 2). Alla luce di questi testi non solo non ci stupiamo di tale argomentazione, ma anzi ci stupisce il fatto che la donna continua il “filo” del discorso precedente, lo porta avanti con coraggio, senza nascondersi, con il desiderio di capire[3]. Poco prima Gesù le aveva chiesto: “Va' a chiamare tuo marito...”. Con la domanda di chiamare il marito, dunque, Gesù fa capire alla donna effettivamente chi è che dà la vera acqua. Non la possono dare gli amanti descritti dal profeta Osea, ma è solo YHHW a darla (cfr. Os 2,4-25). La donna, come sappiamo, aveva avuto cinque mariti e viveva con un sesto uomo.

Di qui il dialogo passa al problema del tempio. Non si tratta, come dicevamo, di un cambiamento di discorso. L'anello mancante ci viene fornito da Osea: l'oracolo del cap. 2 mostra bene l'equivalenza tra i “falsi mariti”, i baal, da una parte, e, dall'altra, i “falsi dèi”. La samaritana, che sempre più rappresenta il suo popolo, la Samaria, vuole sapere dove può trovare il suo vero Dio, cioè il suo vero marito.

Gesù le dice: Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunta è l'ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (vv. 21-23). Si noti che qui ritorna il tema dell'ora, il riferimento all'ora decisiva di Gesù.

Cosa significa “adorare in spirito e verità”? Siamo sempre tentati di interpretare questo versetto con i nostri criteri linguistici occidentali, ossia che lo spirito si contrappone alla materia, e quindi un “culto spirituale” rischia di essere inteso come un culto interiore, senza manifestazioni esteriori. Ma non è così.

Lo spirito nel linguaggio biblico e giovanneo significa la vita, non è il contrario di materia, ma di morte; lo Spirito non è l'interiorità dell'uomo, ma il principio vitale di Dio.

La verità non è un concetto, ma una persona: Gesù Cristo. Gesù è il rivelatore del Padre. Ricordiamo che nel prologo si dice: “Dio nessuno l’ha mai visto; proprio il figlio unigenito, che è (proteso) verso il seno del Padre, lui lo ha interpretato” (Gv 1,18); di conseguenza, la verità di Gesù è proprio questa interpretazione costante che lui fa del Padre. Ogni azione, gesto, pensiero di Gesù è verità, cioè manifestazione di una realtà autentica che risiede presso il Padre e che egli mette a nostra disposizione.

Lo Spirito è perciò considerato come il gestore della verità di Gesù, come colui che amministra ed è responsabile della verità che gli è stata affidata. In 16,13 Gesù afferma: “Quando… verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”. Nel versetto successivo aggiunge: “Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”.

Adorare Dio “in spirito e verità” significa quindi essere dentro lo Spirito Santo ricevuto da Gesù Cristo. Quindi né il monte, né il tempio servono per adorare Dio. Per poter entrare in autentica relazione con Dio bisogna avere lo Spirito Santo attraverso Gesù Cristo rivelatore e donatore di esso. Questo è il vero culto.

Se la donna di Samaria in precedenza era stata invitata ad aprirsi al dono di Dio, ad uscire dal suo angusto modo di pensare, ora Gesù le suggerisce che tale apertura implica l’accoglienza del dono dello Spirito e di accogliere la verità di Gesù. Il Padre desidera fortemente e predilige tali adoratori.

Alla fine la donna sembra cambiare discorso: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo); quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa” (v. 25). In realtà chi riconcilia la Samaritana – e la Samaria che essa rappresenta – con il suo Dio è il Messia, il Salvatore del mondo. Allora si tratta di sapere chi è questo Messia. La donna esprime i suoi dubbi. In precedenza aveva collocato Gesù nelle categorie religiose tradizionali: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe...?. Ma Gesù non si è lasciato imprigionare dagli schemi del passato, inadeguati a esprimere la realtà presente e la sua novità radicale. Adesso la donna guarda al futuro. È come se dicesse a Gesù: hai ragione, riconosco che sei un profeta, ma io aspetto uno più grande di te, il Messia. Solo allora mi deciderò di cambiare vita. Gesù allora si rivela definitivamente. È come se dicesse: “Aspetti il Messia?” Ebbene: “Sono io, parlo con te” (v. 26). Io sono il rivelatore, io sono il messia, io che ti sto parlando sono la verità che ti comunica lo spirito e ti rende capace di entrare veramente in relazione con Dio e permette il culto perfetto. C’è una decisione che devi prendere oggi.

E la samaritana lascia al pozzo la sua brocca – la lascia nel momento in cui arrivano i discepoli – (v. 28). Ciò indica la sua fretta. Come Rebecca o Rachele, ella corre a ritrovare i suoi, cioè le persone che voleva evitare recandosi al pozzo in pieno mezzogiorno. Oramai di quella brocca non aveva più bisogno perché Gesù l’ha condotta ad affrontare il suo problema. È giunta l’ora della luce piena, della grande rivelazione e della risposta decisiva. La donna, allora, non riesce a tenere per sé la notizia. Il passaggio da “convertita” a “missionaria” è quasi obbligatorio: corre in città a comunicare alla gente la sua scoperta: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto” (v. 29). Per ogni cristiano questa dimensione missionaria non è un lusso, cioè una cosa facoltativa, ma un’urgenza.

 

Il dialogo con i discepoli (vv. 27-38)

Gli stessi discepoli sono coinvolti in un dialogo che li coglie impreparati e rivela la loro difficoltà a situarsi nello stesso orizzonte del maestro. Di nuovo i due livelli: la donna non capiva che Gesù parlava di un'altra acqua, e neanche i discepoli – che hanno seguito Gesù e dovrebbero capirlo! - capiscono che Gesù sta parlando di un altro cibo e cercano di ipotizzare tra di loro il senso della risposta

Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”. Forse pensano che sia stata la donna ad averlo portato qualcosa.

Gesù disse loro: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (v. 34).

Il cibo di cui parla Gesù, come l’acqua di cui fa dono alla Samaritana è dunque il compimento della volontà di Dio[4]. Il cibo di Gesù, ricercato come l'acqua da chi ha sete, è per Gesù il senso della sua vita, lo scopo, è ciò che gli dà vita: compiere l'opera del Padre, cioè salvare l'umanità, ovvero mettere l'uomo nella condizione di poter incontrare Dio, creare l'uomo nuovo. L'opera che Gesù compirà – come vedremo anche in Gv 5 – è la creazione dell'uomo nuovo.

L'incomprensione dei discepoli permette di chiarire il pensiero di Gesù attraverso due proverbi che indirizzano l’attenzione su quanto è appena accaduto. Il primo (vv. 35-36) riguarda l’intervallo che la natura stabilisce tra la semina e la mietitura. Tale legge applicata al ministero di Gesù non vale più, perché il seme, gettato nella vita della Samaritana e poi tra i samaritani stessi, produce già ora i suoi frutti: la conversione come adesione a Gesù. La messe è quindi il popolo samaritano che viene a lui. Gesù vede la Samaria ritrovare la fertilità quando i samaritani vengono per vederlo e ascoltarlo. Il secondo (vv. 37-38), più oscuro, ma altrettanto significativo, sposta l’attenzione sul tempo della Chiesa. I discepoli sono invitati a raccogliere là dove altri hanno seminato. S’intende dove Gesù ora ha seminato. Non tanto con la sua parola rivolta alla donna, ma soprattutto con la sua passione. Essi mietono ciò che ha prodotto la “fatica” di Cristo seduto al pozzo, cioè la sua passione, che ha permesso all'umanità di incontrare Dio. I discepoli continuano nel tempo quello che Gesù ha posto come seme; loro andranno a mietere.

Anche per i discepoli questo incontro diventa motivo di conversione. Come Gesù vive inserito nel compimento della volontà del Padre – questo è, infatti, il suo cibo – così essi devono comprendere che sono a loro volta chiamati a collaborare efficacemente perché tale volontà si compia in loro e per mezzo loro.

 

La conversione dei samaritani (vv. 39-42).

Il messaggio della donna di Samaria in città dopo aver lasciato il pozzo è modesto: raccontando la sua scoperta interroga la gente: “Che sia forse il Messia?” invita a vedere, controllare, decidere in proprio. Ogni uomo deve poi fare la sua strada.  Il testimone di Cristo, infatti, si limitata a suggerire la strada giusta, ma il cammino di fede è personale. Non per nulla l’episodio si chiude con il fatto che “molti” di questi samaritani, molti di questo popolo infedele, “credettero”: quello che essi hanno udito li ha condotti al riconoscimento che Gesù è il salvatore del mondo.

__________

[1]  Tanto più sorprendente ci sembrerà l’atteggiamento di Gesù, quanto più teniamo presente la non invidiabile condizione in cui versava la donna palestinese in quel tempo. In Israele la donna viveva ai margini della vita religiosa e quindi anche di quella politica, perché era inscindibile da quella. Riportiamo alcuni pensieri tolti da scritti giudaici:

 - “Insegnarono i nostri dottori: tre cose non si addicono ad un dotto: non deve uscire profumato per strada, non deve uscire da solo di notte, non deve parlare con una donna sulla piazza pubblica”.

 - “Disse R. Johanan: meglio andare dietro a un leone che dietro a una donna”.

 - “Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate a una donna”.

 - “Chi insegna a sua figlia la Torah, le insegna la dissolutezza”.

[2] Ricordiamo che l’acqua di sorgente per la Bibbia è simbolo della vita - cfr. Is 12,3; 55,1; Ger 2;13; Ez 47,1 ss.; Zc 14,8; Sal 36,9-10. Sal 46,5. Ap 7;16-17; 22,17 -. E poiché solo Dio può dare la vita, allora è chiaramente un dono di Dio

[3]  Cfr. J.-L. Ska, Il libro sigillato e il libro aperto, EDB, Bologna 2005, 181-187.

[4]  Si noti che anche questo tema del cibo si comprende alla luce dei racconti anticotestamentari. Infatti il tema del cibo è presente nelle scene d'incontro vicino al pozzo. Di solito è la famiglia della ragazza a offrire un pasto al giovane. Certamente, se ha ripreso quell'idea, Gv 4 l'ha completamente trasformata. Anche qui viene in aiuto Os 2, dove i temi del cibo e della fertilità del suolo solo onnipresenti. La conclusione dell'oracolo è particolarmente significativa: quando annuncia la futura conversione della sposa, YHWH descrive il tempo nuovo come una nuova era di prosperità: “E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l'olio...” (Os 2,23-24).

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