Articoli filtrati per data: Sabato, 28 Febbraio 2026
Un “sì” che ha attraversato l’oceano
Mi chiamo sr Veronica Anderson, sono nata nel 1961, in Michigan, negli Stati Uniti. Sono la seconda di otto figli e sono cresciuta in una famiglia semplice, dove la vita era accolta come un dono e dove si respirava fiducia nel disegno di Dio. I miei genitori ci hanno insegnato che per ciascuno esiste un progetto unico, “fatto su misura”, e che la vera meta non è il successo o la realizzazione personale, ma la vita eterna.
Il mio “sì” è arrivato al terzo anno delle scuole superiori. Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma una chiamata che è cresciuta piano, nel silenzio, nella preghiera, sotto lo sguardo materno della Vergine Maria. A Lei ho sempre affidato tutto. La nostra parrocchia era dedicata proprio a Maria e fin da piccoli avevamo imparato a consegnarle la nostra vita. Senza quasi accorgermene, stava preparando il mio cuore.
Ho conosciuto le Oblate di Maria Vergine di Fatima durante un viaggio in Italia, in occasione dell'ingresso in noviziato della mia migliore amica. Ricordo ancora quella visita. Non furono grandi discorsi a convincermi, ma la gioia semplice e luminosa che vedevo nei loro volti. Dentro di me sentii qualcosa di profondo: era lì che il Signore mi stava aspettando.
A dire il vero, non avevo mai pensato di lasciare il mio Paese. Gli Stati Uniti sono immensi e mi sembrava che ci fosse spazio anche lì per realizzare la mia vocazione. E poi c'era un piccolo sogno nel cassetto: attraversare l'America in sella a una grande moto, sentendo il vento sul viso e la strada davanti a me. Il Signore, però, aveva preparato per me un'avventura diversa. Non una moto, ma un aereo. Non le autostrade americane, ma le strade di un Paese lontano.
Sono entrata in convento prima di compiere diciannove anni. Il cambiamento non è stato sempre facile: una nuova lingua, un nuovo cibo, una cultura diversa. Ma ho imparato ad affrontare tutto un passo alla volta. Dentro di me c'era un ritmo profondo, la certezza di essere nel posto giusto. Quando sai che il Signore ti vuole lì, anche le difficoltà diventano parte del cammino.
Dopo la Professione religiosa, il 13 ottobre 1982, sono stata inviata a Rocca di Papa. Da allora la mia vita è stata un susseguirsi di comunità, volti, storie: Chiavari, la Sicilia, Castelfiorentino con la sua Casa di Riposo, Larderello, Morimondo, Certaldo... In ogni luogo ho ricevuto molto più di quanto abbia dato. Ogni persona incontrata è stata un dono e una piccola rivelazione dell'amore di Dio.
Col tempo ho capito che la fede non è una linea retta. Da giovane pensavo fosse come una scuola: impari, cresci, superi le prove e poi tutto procede ordinatamente. Invece è un cammino vivo, fatto di salite e discese, di slanci e di stanchezze, di luce e di ombra. A volte si corre, a volte si zoppica, a volte ci si ferma. Ma il Signore non smette mai di camminare accanto.
Ho imparato che al centro non ci sono le mie capacità, ma la sua fedeltà. Non la mia forza, ma la sua grazia. Non il mio merito, ma la sua misericordia.
Essere missionaria, per me, non significa prima di tutto partire per terre lontane. Significa prendere sul serio la fede, custodirla come la perla preziosa per cui vale la pena lasciare tutto, e desiderare che anche altri possano scoprirla. Con il Battesimo, tutti siamo inviati. Tutti possiamo essere missionari nel quotidiano.
Porto nel cuore un episodio che non dimenticherò mai. Un giorno, mentre camminavo per le strade di Cecina, una signora mi fermò e mi disse: «Dammi una parola di speranza. Oggi è una brutta giornata e ne ho bisogno». In quel momento ho sentito tutta la responsabilità e la bellezza della mia vocazione. Non mi chiedeva una frase consolatoria. Mi chiedeva la speranza vera. Mi chiedeva Gesù.
E ho capito ancora una volta che la missione è questa: offrire Gesù con semplicità, attraverso un sorriso, una presenza, una parola detta al momento giusto. Essere pronti, come dice san Pietro, “a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi”.
Il mio “sì” ha attraversato un oceano, ma ogni giorno continua a rinnovarsi nei piccoli passi della fedeltà. E se tornassi indietro, direi ancora sì. Con gratitudine. Con fiducia. Con gioia.
La trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor
Il Vangelo di oggi, tratto da Matteo 17,1-9, ci presenta la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor.
In tutto il racconto è palese il sottofondo veterotestamentario, con molteplici riferimenti all’esperienza di Israele nel suo cammino nel deserto verso la terra promessa. I sei giorni (allusione ai sei giorni nei quali la nube coprì il Sinai - Es 24,16)[1], la collocazione sull’alto del monte (il monte è il luogo della rivelazione divina), la presenza di Mosè e di Elia (è sulla montagna che i due personaggi dell’AT hanno avuto “appuntamento” con Dio), la nuvola e le tende sono richiami evidenti che quanto sta accadendo dice conformità e compimento di eventi che hanno segnato la storia del popolo eletto e che ora acquistano una nuova comprensione e un più profondo significato.
Come Mosè prese con sé Aronne, Nadab e Abiu, e salì sul monte, dove Dio rivelò la sua gloria (Es 24,9ss), così Gesù prende con sé tre discepoli.
Il monte su cui sale Gesù è in nuovo Sinai. Qui però non vengono consegnate due nuove tavole della legge, ma si rivela Gesù nello splendore della luce divina. È il nuovo Mosè dal volto raggiante (cfr. Es 34,29-35).
I tre discepoli che Gesù conduce sul monte sono: Pietro e i due figli di Zebedèo. Se nel deserto era stato satana a trasportare Gesù “sopra un monte altissimo” (Mt 4,8), dove aveva offerto al Cristo la condizione divina per dominare il mondo intero, ora è Gesù che conduce questi tre, sottraendoli dal mondo nel quale si ragiona e si agisce con le categorie del mondo, quelle che Gesù ha rifiutato nelle tentazioni, per fare una esperienza di Dio, per imparare a vedere la realtà con i suoi occhi, per vedere in modo diverso il mistero della croce che essi rifiutano. Porta Simone, il discepolo che aveva chiamato “satana” (Mt 16,23). Porta Giacomo e Giovanni, i fratelli che, con la loro sfrenata ambizione, saranno causa di divisione nel gruppo dei discepoli (cfr. Mt 20,20-28). Quel che accomuna Pietro e i figli di Zebedèo è che costoro pensano di seguire un Messia trionfante e spingono il Cristo sulla strada del potere per partecipare alla sua gloria. Gesù vuole liberare questi tre apostoli dalla menzogna di satana e dall'ambizione umana per renderli capaci di partecipare alla sua gloria, dando la vita per Lui, il Crocifisso risorto. Gesù li conduce sul monte, luogo dove Dio dimora (cfr. Sal 68,17), per mostrare che la condizione divina non si ottiene attraverso il potere, ma con il dono totale di se stessi. Che per Gesù è dare la vita sulla croce per amore. Sarà il Padre a risuscitarlo e glorificarlo. La trasfigurazione è l'anticipo di questa gloria nel volto umano di Gesù e nelle sue vesti che sono segno della sua persona.
“E fu trasfigurato davanti a loro...” (v. 2). Qui l’umanità di Gesù lascia trasparire la gloria del Figlio che risplende nella sua umanità obbediente alla volontà del Padre, quella di rivelare il suo volto di Padre e di salvarci con il dono totale di sé. È l'anticipo della glorificazione che il Padre vuole per ogni uomo che, come Gesù, si fa obbediente.
“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce...”. La luce che risplende sul volto di Gesù è il simbolo più appropriato di Dio. In questa luce si vede l'oltre: la divinità di Gesù. Tre testi biblici sono molto significativi: Ezechiele vede “uno di forma umana” attorniato dalla gloria di Dio (1,26-28); Daniele descrive una visione di un essere celeste - "un uomo vestito di lino" - che è anch'egli «splendente» perché appartenente al mondo soprannaturale (Dn 10,5-6); e infine anche il Sal 104,1-2 descrive in questo modo la maestà divina: «Signore, mio Dio, quanto sei grande! Splendore e maestà è il tuo vestito, avvolto di luce come di un manto».
Allo stesso tempo la luce che promana da Gesù è anche anticipo della sua umanità glorificata. La prima cosa che Dio crea è proprio la luce (cfr. Gen 1,3). Essa permette di vedere ogni realtà creata per quella che essa è. Tale luce ci fa vedere che il perderci per amore non è - come pensa il mondo - un fallimento. Appare così evidente la menzogna di Satana - che Dio non vuole il nostro bene, e per questo dobbiamo diventare "come Dio" - e, allo stesso tempo, la verità della via di Gesù, ripetuta per ben tre volte agli apostoli: che il dono di sé per amore non è un fallimento, la la realizzazione di sé nell'amore. Ci realizziamo divenendo - noi che siamo ad immagine e somiglianza di Dio - nell'amore. E l'amore è la realtà che rimarrà per sempre. Chi ha amato rimarrà per sempre con Colui che ci ha amati per primo.
Inoltre la luce è anche sorgente di gioia. Il donare la nostra vita per amore seguendo Gesù non è una "perdita" che provoca tristezza, ma piuttosto gioia. Gesù lo aveva già detto nelle beatitudini.
Contemplare il volto luminoso di Gesù significa quindi vedere la verità della nostra vita con i suoi occhi. Vedere le vesti luminose di Gesù vuol dire vedere con i suoi occhi la nostra vera dignità, quella di figli che seguono il Figlio nella via dell'amore.
“Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. Mosè ed Elia rappresentano le due parti principali delle Scritture, rispettivamente la legge e i profeti. Gesù è venuto per “compiere la legge e i profeti” (cfr. Mt 5,17), specialmente nella sua morte e risurrezione.
Questi due personaggi conversavano con Gesù. Di cosa possono parlare in quel momento, se non del problema che occupa i discepoli nelle pagine precedenti del vangelo: la passione che Gesù aveva annunciato? Il problema per i discepoli è sapere se “il messia, il figlio del Dio vivente” confessato da Pietro può essere arrestato, soffrire e addirittura morire, rigettato e condannato dalle autorità religiose del proprio popolo. Lo stesso Pietro ha reagito fortemente contro questa prospettiva (16,22-23).
La presenza di Mosè e di Elia apporta una prima risposta a questa domanda.
Mosè, come si sa, ha condotto Israele dall'Egitto fino al Giordano, e lì è morto (Dt 34,1-12). Giosuè, e non Mosè, ha attraversato il Giordano alla testa di Israele per conquistare la terra promessa (Gs 3-4). Gesù sarà il nuovo Giosuè che attraverserà il Giordano della passione. E come Mosè aveva a suo tempo designato Giosuè per la missione di conquistare la terra promessa, così ora designa Gesù come Colui che entrerà definitivamente nella “terra” e inaugurerà il “regno”.
Elia, dal canto suo, ha una funzione analoga. Secondo la tradizione ebraica egli deve tornare per preparare la venuta del messia. Elia, quindi, conferma parimenti che Gesù è davvero il messia atteso, nonostante lo scompiglio provocato dall’annuncio della passione. Con Gesù, dicono questi due personaggi, Israele entrerà definitivamente nel regno dei cieli.
Inoltre Elia rapito sul cocchio di fuoco e Mosè, il cui luogo della sepoltura rimase ignoto, sono indizi che il Messia obbediente e sofferente non cammina verso l’ignoto, ma verso l’incontro con Dio.
“Signore, è bello per noi restare qui” - interviene Pietro. Questa esperienza appare ai discepoli “bella”. Il male non può essere bello!
Poi Pietro fa la sua proposta a Gesù: “se vuoi, farò qui tre capanne (σκηνάς)...”[2]. Non per lui e per gli altri due apostoli, ma per Gesù, per Mosé ed Elia. Il richiamo è alla festa molto popolare “delle capanne” (Sukkòt: cfr. Dt 16,13-15), festa in ricordo dei 40 anni di peregrinazione di Israele nel deserto, nella quale gli ebrei dimoravano per “sette giorni” in capanne[3] col tetto in frasche. Il tetto della capanna poi, doveva avere un'apertura verso il cielo. In questo modo la capanna non era considerata come un luogo di dimora stabile, ma piuttosto un luogo di passaggio verso l'incontro con il cielo. Che cosa celebrava questa festa? Che il popolo, che era una massa di schiavi, ha fatto l'esperienza dell'intimità con Dio. Nel deserto ha fatto l'esperienza di Dio come guida - la colonna di fuoco di giorno e la nube nella notte - e come Colui che è provvidenza (l'acqua nel deserto, il dono della manna e delle quaglie) perché non vuole la morte, ma la vita. Nella grande festa Gesù si alzerà in piedi e dirà: "Chi ha sete venga a me e beva; fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Gv 7,37-39).
Durante la festa delle capanne la liturgia prevedeva un abbondante ascolto della Parola di Dio - ricordiamo che nelle tentazioni del deserto Gesù aveva ribattuto alla tentazione: "Di non solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che viene da Dio" - e l'aspersione dell'acqua che veniva prelevata dalla piscina di Siloe in ricordo della promessa dell'abbondanza dell'acqua viva che si legge in Ezechiele. Si celebrava quindi la gioia di un Dio che parla con il suo popolo.
In questa festa venivano accesi molti bracieri sulla spianata del tempio; così per tutta la notte la città era illuminata da tali bracieri accesi sulla spianata del tempio. I rabbini dicevano: i nostri padri hanno camminato alla luce del sole; noi camminiamo alla luce della Parola. E, appunto in questo contesto, Gesù dirà: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). E non per nulla poco dopo tale proclamazione Gesù donerà la vista al cieco nato (Gv 9).
La proposta di Pietro, dunque, nasce dalla percezione che quello che sta avvenendo è ciò che veniva celebrato nella festa delle capanne. In Gesù si fa l'esperienza dell'intimità con Dio. Con Lui si fa esperienza di cielo. Capiamo allora meglio le parole di Pietro: "E' bello per noi restare qui". È esperienza di bellezza e di bontà. La vita cristiana non è nel segno del doverstico, ma del bello e del buono. Perché il cuore dell'uomo è attratto da ciò che sperimenta bello e buono per la sua vita.
“Egli non sapeva ciò che diceva”. Pietro ha intuito giusto. Ma non ha capito che Gesù è anche la Parola che va ascoltata. Quella parola che poco prima ha annunciato la via del dono di sé, via che anche il discepolo deve percorrere. Ecco perché qui interviene il Padre.
“Ed ecco una voce che diceva...” (v. 5). È il momento culminante del racconto. Mentre Pietro sta ancora parlando, il Padre interrompe bruscamente il suo intervento dicendo: “Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. Come nella scena del battesimo al Giordano, all’inizio della missione pubblica, anche qui, alla vigilia della Passione, la voce esprime l’investitura dall’alto; il riconoscimento da parte del Padre.
“Ascoltatelo!”. È importante questo comando. Indica che per il discepolo è essenziale ascoltare la sua voce, prendere sul serio il suo messaggio, ubbidire a Gesù. È lui l’unica Parola che il Padre ci ha donato. A noi dice di ascoltarlo, perché, ascoltando lui, diventiamo quello che per grazia già siamo come dono: figli. Lo siamo già, ma la nostra vita deve manifestarlo in tutti gli aspetti del nostro essere. E allora anche noi saremo luminosi come Lui: "Voi siete la luce del mondo".
“All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra...” (v. 6). La reazione dei discepoli è conforme ai racconti di manifestazioni divine, è la paura tipica di chi si scopre alla presenza di Dio. Matteo, però, sottolinea che tale paura si sprigiona nell’istante in cui hanno udito la testimonianza del Padre che conferma il cammino della croce come tappa indispensabile dell’itinerario verso Gerusalemme. In altre parole, più che la visione, è il contenuto a sgomentare i discepoli.
Ma Gesù, dopo averli “toccati”, li rassicura: “Alzatevi e non temete” (v. 7). Essi, allora, sollevando gli occhi vedono Gesù “solo”. La gloria che hanno contemplato da questo momento rimarrà segreta fino alla risurrezione. Il loro cammino ora prosegue scendendo dal monte, cioè in quella “ferialità” della vita nella quale il Figlio di Dio si è incarnato per salvarci, fino alle estreme conseguenze del suo amore: la croce.
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[1] Solo al settimo giorno Mosè viene chiamato dal Signore a salire sul monte (cfr. Es 24,16b.18).
[2] Il greco σκηνάς può essere tradotto: “capanne” o “tende” (cfr. versione CEI 1974); la prima traduzione sembra più adeguata al contesto.
[3] Cfr. Lv 23,33-36; 39-43; Nm 29,12-38; Dt 16,13-15.