Articoli filtrati per data: Venerdì, 20 Febbraio 2026

Questa prima domenica di Quaresima ci propone il tema delle tentazioni (Mt 4,1-8).

- Tra la prima lettura - quella del peccato delle origini - e quella delle tentazioni di Gesù nel deserto c'è in comune un punto di partenza: il cibo. Sembra cosa da poco, ma il Nemico fa leva sulle esigenze dell'uomo assolutizzandole.  Nel caso di Gesù il diavolo lo tenta dopo un lunghissimo digiuno, quando si ha davvero fame. Lo tenta in un momento di debolezza. Nel caso dei progenitori, invece, suscita in loro la fame insinuando che c'è un cibo che essi non possono mangiare perché vietato da Dio. Insinua il dubbio sulla bontà di Dio, tanto è vero che quel frutto proibito è così buono che "diventereste come Dio", pari a Lui, antagonisti di Lui! Altro che morte! I progenitori si sono fidati della parola menzognera del serpente. Gesù no. Lui è la Parola del Padre, non può contraddire se stesso. E controbatte il tentatore con la stessa parola di Dio: “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cfr. Dt 8,3, che fa riferimento alla prova della fame nel deserto e al dono della manna in Esodo 16). Ossia, che l’uomo è più dello stomaco e anche del portafogli. Che i suoi orizzonti non possono essere confiscati dalla ricerca esclusiva del benessere economico, del piacere. Che l’uomo è su questa terra non soltanto per produrre, consumare, accumulare, fare carriera. Che deve imparare ad aver fame e sete di Dio: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).

- Nella seconda tentazione Gesù viene tentato  direttamente sul suo rapporto con il Padre. Non per nulla Satana cita il Salmo 91, nel quale l’orante, dimorando di giorno "nel segreto dell'Altissimo" e di notte "pernotta all'ombra dell'Onnipotente" (v. 1),  afferma la propria fiducia in Dio: “Non temerai il terrore della notte, la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, il flagello che devasta a mezzogiorno” (vv. 5-6). Notte, giorno, sera, mezzogiorno: pur attraverso un ordine a prima vista strano, è il tempo dell’uomo a essere preso in considerazione. Gli eventi della vita e i colpi del destino sono come “frecce” che volano, abbattendosi all’improvviso sull’uomo sia di giorno sia di notte. In più quel "flagello" che devasta a mezzogiorno può essere interpretato in vari modi: per il Targum si tratta della "turba dei demoni", mentre una variante dei LXX parla del "demonio meridiano", ossia dell'accidia, del disgusto, della noia e del tedio della vita che ci assale con un elemento di domanda: "Ha senso la mia vita, qui?".   Ma Dio è “mio rifugio e mia fortezza… nel quale confido” (v. 2). 

Il salmo, inoltre, ci dice che il salmista si sente al sicuro anche quando, non dimorando o pernottando, si trova per via. La vita è un cammino.  Per noi credenti un cammino verso la meta: il cielo. Cammino faticoso, difficile, pieno di insidie. Ed ecco che il Signore veglia sul suo cammino, non abbandona il fedele, inviandogli i suoi angeli, i suoi messaggeri per scortalo e tenerlo lontano da ogni male: "ai suoi angeli comanderà per te di custodirti in tutte le sue vie" (v. 11).

Il Tentatore cita i vv. 11-12 svincolandoli volutamente dal contesto. E suggerisce a  Gesù di affrontare gli eventi della vita e le stesse difficoltà del suo ministero non riponendo la fiducia nel Padre, ma piegandolo alle sue esigenze. Non Lui deve fare la volontà del Padre, ma il Padre deve piegarsi alla volontà di Gesù. Deve rispondere "a bacchetta". Rovesciando di fatto il rapporto Padre-Figlio. Al tentatore Gesù ribatte: “sta scritto…: Non tentare il Signore Dio tuo” (cfr. Dt 6,16, che fa riferimento all'episodio di Massa e Meriba, cioè alla prova della sete in Esodo 17). Nel cammino quarantennale nel deserto Israele più volte si è ribellato contro Dio. L’uomo non può imporre le sue condizioni a Dio. Per questo la strada della fede passa anche attraverso i silenzi di Dio, il buio, il dubbio, le contraddizioni. La fede non si nutre di miracoli, ma di pazienza, attesa, coraggio.

- La terza tentazione – quella del potere - riguarda il rapporto con gli uomini. Ma non solo. Non si tratta solo di imporsi sugli altri -  piegando con il potere gli uomini refrattari anche per la realizzazione della missione che il Padre gli ha dato -, ma prima ancora di "piegarsi". Il tentatore, infatti, gli pone davanti la possibilità di poter avere questo potere ad una condizione ben precisa: "... se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai". E' la tentazione più palese. Solo Dio va adorato. Gesù parla chiaro: "sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto” (cfr. Dt 6,13, che fa riferimento al vitello d'oro di Esodo 12). 

Cosa ci insegnano queste tentazioni? Che il Nemico tenta anche di rovinare in noi il rapporto filiale con Dio.  La tentazione dell'immediatezza di corrispondere ai bisogni. Ma noi non siamo solo fame, solo bisogni. Solo Dio è il vero pane che sazia, senza il quale il resto ci lascia nella fame esistenziale. Lui sempre va messo al primo posto. In secondo luogo la tentazione di piegare Dio alle nostre esigenze, di usarlo come un'assicurazione, anziché attendere con pazienza e fiducia, come figli, anche quando siamo nel dolore e nell'oscurità, la grazia di cui abbiamo bisogno e che ci vuole donare. Di questo atteggiamento è tipica l'espressione: "Se ci sei, dimostralo! Se mi ami, evitami questo problema!". Ed è invece nelle difficoltà, nelle sofferenze, nelle croci - che tra l'altro ci purificano - che più sperimentiamo la comunione con Lui. Ed infine la tentazione dell'autoaffermazione che ci viene proposta mediante una scorciatoia:  arrivare in alto senza passare per l'amore che si dona. E' non aver capito che in realtà il più grande è colui che si fa più piccolo, nell'umiltà del servizio, come ha fatto Gesù: il Grande che si è umiliato fino alla morte e alla morte in croce. E' Dio che ci esalta; è lui che riconosce che ci siamo configurati a Gesù e ci glorifica accanto a Lui. Anche la grandezza è un dono, come già lo era la figliolanza... che si rischia anche di perdere!

Cosa fare di fronte alle tentazioni? Certamente ribattere con fermezza al Nemico: “Sta scritto…”. Fermezza e costanza, fedeltà e perseveranza sono indubbie virtù evangeliche. E a volte l’esercizio di queste virtù richiede eroismo. Sant'Ignazio però ci suggerisce un passo ulteriore, spesso vissuto dai santi: possiamo sbaragliare il Tentatore agendo in modo opposto alla tentazione. Se, infatti, in diametrale opposizione alle intenzioni di Dio, che sempre opera per la nostra eterna salvezza, il diavolo, nella sua “dannata malizia” ha una sola “dannata intenzione” (EE 325), quella della nostra perdizione, agendo in senso diametralmente opposto alla tentazione; in tal modo compiamo l’intenzione divina e sbaragliamo e umiliamo il Tentatore.

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