Articoli filtrati per data: Venerdì, 30 Ottobre 2026
Tutti i santi
In questa solennità di TUTTI I SANTI la liturgia ci propone giustamente il Vangelo delle Beatitudini. Dico "giustamente" perché i santi sono beati. Beati in cielo, nella gloria di Dio, ma hanno conosciuto un anticipo di tale beatitudine nella vita terrena, seguendo l'Angello; sono "coloro che - come si legge nella prima lettura - sono passati attraverso la grande tribolazione e e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (Ap 7,14). Questo parlare paradossale – il sangue non rende candida una stoffa! – esprime un messaggio ben preciso, che la Prima lettera di Giovanni formula così: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Giovanni stesso aveva detto che Colui che ci ama “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” (Ap 1,5). E la veste bianca dei santi è simbolo festoso di salvezza, di dignità sacerdotale e di celebrazione nuziale di chi ha saputo seguirlo anche sulla salita del Calvario.
Già in terra, dunque, i santi hanno assaporato le paradossali beatitudini che leggiamo oggi in Matteo 5-1-12. Dico "paradossali". Si tratta infatti di persone che a prima vista sembrerebbero vivere in una situazione tutt’altro che beata. Siamo chiamati a comprendere bene questo accostamento, perché la beatitudine applicata a situazioni di indigenza umana rischia di creare un grande equivoco. L’attesa di un futuro risarcimento per i poveri, gli afflitti…. (nelle beatitudini i verbi sono per lo più al futuro) non rende il messaggio di Cristo un oppiaceo per il presente? Non si dovrebbero definire indegne dell’essere umano le situazioni di povertà e indigenza piuttosto che definirle portatrici di beatitudine? Sì, certamente, sono situazioni indegne. Eppure la bella notizia delle beatitudini è proprio il fatto che in tali situazioni tali persone - non persone qualunque, ma i discepoli di Gesù che vivono tali situazioni - possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le sofferenze perché sono conformati al Signore che ha dato la vita per noi, e che con la sua grazia ci raggiunge in queste situazioni che lui stesso ha vissuto.
La beatitudine – lo sottolineiamo - non è tanto il frutto di una conquista umana, ma è il risultato dell'intervento divino. In essa prevale la dimensione della grazia. Il confronto con il Decalogo – che per gli ebrei è il «cuore» della legge – ci sembra illuminante. Esso inizia con la seguente frase: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù» (Es 20,2). L’importanza della frase non può sfuggire. La “prima parola” che JHWH pronuncia non è un comandamento ma un riassunto della storia della salvezza (cfr. anche Dt 5,2-6, che introduce l'altra versione del decalogo). L’atto salvifico di Dio apre il discorso dell’alleanza e della legislazione. La grazia precede la legge, nell’AT come nel NT. Come nel racconto della creazione il comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Gen 2,16) non occupa il primo posto; esso, infatti, è preceduto da un dono: la creazione consegnata all’uomo. Così anche al Sinai: se Dio può richiedere qualche cosa da Israele, è perché ha agito a suo favore. Israele, se esiste, è a causa di Dio. E nel deserto, l’esistenza d’Israele è un costante prodigio, un “miracolo” permanente. Perciò il debito d’Israele non è un riconoscimento limitato a qualche beneficio particolare. Deve tutto al suo Signore. Ed a questa azione salvifica di Dio deve corrispondere l’azione di Israele che osserva la legge. È l’etica a nascere dal dono della liberazione, e non il contrario. Dalla “prima parola” discendono, come un torrente da una montagna, tutti gli altri comandamenti.
Probabilmente il discorso della montagna riprende proprio la struttura di Es 20,1-21 e di Dt 5,6-21. In questo caso le Beatitudini corrispondono alla frase di introduzione del Decalogo (e dell'intera legge: cfr. Es 20,2) che appunto richiamava l'azione salvifica divina: è Dio con la sua grazia a rendere possibile la risposta del popolo/del credente in Gesù. Scrive Grilli: «Matteo, prima di presentare le radicali esigenze di Dio, vuole offrire ai lettori la certezza che il Regno è grazia; vuole che essi percepiscano il carattere salvifico dell'avvento del Regno. […] Il cammino di Dio e la sua volontà sono gioia, benedizione e grazia. In ogni caso tutto è grazia, anche le esigenze più impellenti e più difficili da seguire»[1].
Allo stresso tempo si può anche dire che le Beatitudini sono nel contesto del discorso della montagna – anzi dell'intero Vangelo, con le sue esigenze etiche - quello che sono i Dieci comandamenti o le Dieci parole nei confronti dell'intera Legge. Per gli ebrei il Decalogo è il «cuore» della legge. Lo vediamo chiaramente in Dt 5,22 dove leggiamo che, dopo aver pronunciato queste «dieci parole», Dio «non aggiunse altro». Il che risulta per lo meno strano, dal momento che al Decalogo fanno seguito ancora per parecchi capitoli i comandamenti della Torà. Il fatto è che per i saggi deuteronomisti questa compilazione non costituisce un sovrappiù: è un commento, un tentativo di concretizzazione – anch'esso molto importante –, mentre il Decalogo domina tutte queste leggi, come una montagna sovrasta una pianura, o, meglio, le contiene tutte. Queste leggi provengono dal Decalogo e vi fanno ritorno. Analogamente possiamo dire che le Beatitudini sono il «cuore» di tutto il discorso della montagna, anzi di tutto il Vangelo.
In questa prospettiva le beatitudini non indicano solo la grazia, ma anche – come le Dieci parole – le grandi «vie» etiche del credente che vuole vivere come Gesù, il beato per eccellenza. Gli atteggiamenti interiori del cuore da esse indicati (l'essere poveri in spirito, miti, affamati e assetati di giustizia, puri di cuore, pacificatori e misericordiosi) – esigono l'impegno etico. Chi non accoglie il dono di grazia per vivere nello stile delle beatitudini, anzi agisce nella direzione opposta indicata dalle beatitudini, fallisce la propria vita, ha come risultato la tristezza del fallimento della propria vita, anche se spesso non lo si ammette.
Oggi questo vangelo delle beatitudini e lo sguardo sui santi che la Chiesa ci propone nella liturgia contrasta fortemente con le prospettive di felicità che la nostra cultura post umana oggi propone. Nella forte crisi antropologica della cultura in cui viviamo non c'è alcun valore assoluto; il relativismo e il nichilismo imperano suggerendo che tutto è lecito, che la felicità consiste nell'affermazione del super uomo, nel successo che dona solo una nichilistica e temporanea gratificazione, oppure - altro inganno ben conosciuto - nella consumazione di prodotti e anche di persone (trattate come cose), oppure nell'esperienza effimera di avventure, anche a sfondo sessuale, o nel rifugiarsi nel mondo surreale delle droghe. Non ci può essere beatitudine - cioè gioia vera - per l'uomo se egli non si realizza secondo la propria natura, e la natura dell'uomo - creato a immagine e somiglianza di Dio amore - si realizza solo nel conformarsi a Colui che per amore si è fatto carne e ha dato la vita per noi; conformarsi a Colui che per primo, nella sua umanità, ha vissuto le beatitudini.
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[1] M. Grilli, Scriba dell'Antico e del Nuovo, EDB, Bologna 2011, 31.