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22 Dicembre 2025

Natale del Signore

 

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebroso una luce rifulse» (Is 9,1). Il profeta Isaia in questa notte ci annuncia che per l’uomo che cammina nell’oscurità a tentoni, inciampando, cadendo, senza una chiara direzione, senza una vera meta, è giunta finalmente la luce.  L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma più profondamente deve essere salvato dai mali che affliggono lo spirito. E chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? È quello che l’evangelista Luca ci dice collocando la nascita di Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Egli non è un mito, espressione vaga di un anelito di salvezza, ma è la salvezza che ci viene incontro nella storia, anche nella nostra vita di ogni giorno.

Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato. Augusto si riteneva un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto – che può divenire anche figura di ogni potente nella storia umana – o il bambino che nasce a Betlemme, che è il vero potente?

C'è poi un particolare molto significativo: “il ‘salvatore’ ha portato al mondo soprattutto la pace. Cesare di fatto è riuscito a portare la pace nel suo impero, quella romana, basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere.

Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché “non c’era posto per loro nel katàlyma” (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Probabilmente la casa è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino.

Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito». È molto bella questa annotazione dell’evangelista! Quel bambino non è l’unigenito di Maria, ma è il primogenito. Primogenito di chi? Egli è il primo di una moltitudine di figli. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, mediante il sacramento del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio. Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato al tempo dell’escatologia: Egli è il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18). In Lui non solo veniamo salvati dal peccato, ma riceviamo la vita vera, partecipiamo della vita divina, quella va oltre la morte, per essere un giorno per sempre con Lui nella casa del Padre!

Si noti che Gesù viene posto in una mangiatoia. Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.

Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona. È il pane di vita che si dona fiducioso nelle nostre mani. Come si è consegnato nelle mani di coloro che lo hanno preso e messo sulla croce per salvarci, così ora si consegna a noi. Che meraviglia, che grandezza l’umilità di Dio!

C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?

«C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce». È una luce che li coinvolge nel mistero della nascita di Gesù. Ed essi – persone povere, considerate di basso rango, emarginate, - si lasciano pienamente coinvolgere. Infatti si incamminano «senza indugio». Vanno pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che è veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore. Sono i primi testimoni di quel Dio che – come dice Paolo - «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

«E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Gli angeli cantano la gloria di Dio. Ricordiamo che per “gloria” si intende la manifestazione divina; in quel Bambino nel quale il Figlio si è fatto carne si manifesta la gloria di Dio che è amore, pura bontà, luce per gli uomini. Ciò che gli angeli cantano dovrebbe essere anche il canto di ogni credente che fa esperienza della bontà di Dio che ci salva e ci eleva alla dignità di essere figli nel Figlio. Di un Dio che si è abbassato perché possiamo accoglierlo per avere da lui la vita, la vita vera! Che questo canto degli angeli possa essere anche il nostro canto, non solo con la voce, ma soprattutto con una vita di santità!

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