Articoli filtrati per data: Giovedì, 11 Dicembre 2025
Terza domenica di Avvento
L’atmosfera di questa domenica di Avvento, chiamata domenica “Gaudete”, è ben espressa dall’antifona di ingresso: «Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto: rallegratevi. Il Signore è vicino!» (cfr. Fil 4,4.5).
Già domenica scorsa c’era motivo per rallegrarsi: Dio non si rassegna al fallimento dell’uomo e continua ad intervenire nella storia per salvarlo, per dare vita: dal tronco di Iesse, infatti, spunterà un germoglio; Dio farà sì che l’impossibile – la convivenza tra il lupo e l’agnello, tra il leopardo e il capretto, tra il vitello e il leoncello, tra la mucca e l’orsa, tra il leone e il bue, e perfino tra il lattante e la vipera – si renda possibile. Ciò che all’uomo risulta impossibile, a Dio non lo è! (cfr. Is 11,1-10)
Oggi motivo di grande gioia ci è dato da una pagina stupenda dello stesso profeta Isaia (35,1-10): «si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e giubilo». Perché tanta letizia? Perché ancora una volta il Signore interviene: perché Dio parla al deserto, alla terra arida e alla steppa (queste tre espressioni sono sinonime poiché il deserto in Giuda non è del tipo Sahara, quanto piuttosto di colline o pianure aride, in cui non piove quasi mai e la vegetazione è quasi completamente assente) e gli chiede l’impossibile: «Fiorisci!». Le parole di Isaia sono poetiche, rivolte al deserto come se fosse una persona umana, invitata a riprendere vita e a gioire.
«Sarà dato alla steppa la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron» (v. 2). Il Libano, in confronto a Israele, era un paradiso. Infatti “Carmelo” in ebraico vuol dire “giardino”, “campo fertile”. Insomma, Isaia invita il deserto ad esultare, perché la sua sterilità è finita: d’ora in poi sarà paragonabile alle terre più ricche.
Ed ora, dopo aver annunciato un cambiamento radicale della natura, il profeta si rivolge ai credenti: «Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2). Proprio perché Dio si manifesterà nella sua gloria come il Dio della vita, non c’è più spazio per la tristezza e per lo scoraggiamento: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (v. 3). Se Dio è capace di far fiorire il deserto, nulla ci deve più preoccupare! Il profeta chiede addirittura che diventiamo noi stessi messaggeri di speranza («Dite agli smarriti di cuore…»), di contagiare gli increduli e gli smarriti di cuore. Il motivo della speranza ci viene subito spiegato: come Dio ha operato l’impossibile nella natura, così opera l’impossibile della salvezza anche per chi lo accoglie.
I segni saranno la sconfitta delle malattie umane. E, come al solito, Dio fa le cose in grande: lo zoppo non solo camminerà, ma salterà come un cervo! La lingua del muto non solo ritornerà a parlare, ma griderà di gioia! Del resto, Dio ha fatto fiorire il deserto, non un’aiuola un po’ ingiallita.
Un secondo cambiamento riguarda il morale: i prigionieri saranno riscattati, coloro che per qualsiasi motivo sono lontani da Gerusalemme vi potranno tornare, perché ci sarà una strada costruita apposta per loro; e si sprigionerà la gioia, anche questa esagerata: «verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10).
Se, dunque, il profeta ci ha invitato alla gioia, è perché la sorgente di essa è Dio stesso, il Dio della vita che viene, che viene a salvarci e tale salvezza coinvolge il mondo intero, coinvolge anche la natura.
Nel Vangelo, invece, paradossalmente chi è smarrito è lo stesso Giovanni Battista. Egli, dal carcere, per mezzo di alcuni discepoli, pone una domanda a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (v. 3) È curioso il fatto che proprio il Battista che aveva riconosciuto in Gesù il Messia atteso nel battesimo al Giordano: «Sono io che devo essere battezzato da te», ora non capisce e dubita di essersi sbagliato. Il messia atteso dal Battista era quello dove «ogni albero che non dà frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 3,10), il regno dei giusti sognato da ogni persona religiosa («Il tuo popolo sarà tutto di giusti»: Is 60,21). Gesù, che Matteo ha presentato sin dall'inizio del suo Vangelo come il «Dio con noi» (1,23), invece di castigare i peccatori e chiamare i giusti a raccolta per inaugurare un regno di soli santi, ha dichiarato che lui non è «venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Ogni persona, indipendentemente dalla sua condotta, è oggetto dell'amore del Padre, che non giudica gli uomini, ma a tutti, peccatori o meno, comunica la sua vita. Ecco allora l’incomprensione di Giovanni, il dubbio che nasce da un messia diverso da quello che egli si aspettava: la “vendetta” divina di cui parlava Isaia non va compresa in senso puramente punitivo nei confronti dei peccatori, ma come atto di giustizia di Dio che in Cristo ci salva nonostante la sofferenza e il male che rimane ancora presente nella storia fino alla fine del mondo. Non è venuto per sradicare i peccatori ma a vincere il male – e il Nemico per eccellenza, il padre della menzogna –e offrire a tutti coloro che lo accolgono nella fede misericordia e salvezza.
Sono dunque le opere del Cristo quelle che hanno sconcertato il Battista, e sono le proprie opere quelle che Gesù invita i discepoli a udire e a vedere: «Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete...», e fa la sintesi dei capitoli 8 e 9: «i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella» (vv. 4-5). Gesù risponde con i fatti e le sue sono tutte azioni positive tendenti a restituire vita al popolo – tanto che si parla anche di lebbrosi che vengono guariti e morti risuscitati!). Le opere compiute dal Cristo sono state da lui riassunte in sei azioni (comprendendo in esse l'annuncio del Vangelo), come i giorni della creazione, e di esse nessuna è di giudizio o di condanna.
Le gesta elencate da Gesù erano ben conosciute, perché erano le classiche opere del Messia annunziate dai profeti (Is 26,19; 35,5-6; 61,1-3). Sono opere di guarigione che diventano segno della vera guarigione che Egli vuole operare in noi: è venuto ad aprirci gli occhi perché lo riconosciamo nella fede; se siamo zoppi perché fatichiamo a camminare, ci rende capaci di camminare nella via della vita (lui stesso è la Via, la verità e la vita) verso la meta eterna; ci rende capaci di ascoltare la sua Parola; ci guarisce dalla lebbra del peccato; chi accoglie lui passa dalla morte alla vita. Tutte le situazioni di povertà – quelle che caratterizzano lo stato del povero – ricevono la buona notizia del Vangelo.
Gesù chiude l'elenco delle azioni da lui compiute con un'esortazione, rivolta a Giovanni – e a ciascuno di noi -, ad accoglierlo: «e beato colui che non si scandalizza di me»!