Articoli filtrati per data: Venerdì, 26 Dicembre 2025
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
In questa domenica che segue il Natale contempliamo la Santa famiglia di Nazaret. Essa è tale perché c'è Gesù, ma anche perché Giuseppe e Maria si lasciano condurre da Dio nelle scelte di ogni giorno, grandi o piccole che siano. Ed è quello che dovrebbe avvenire un tutte le famiglie cristiane: famiglie che vivano il Vangelo, dove ci si ama reciprocamente, si pratica il perdono, si ascolta la parola di Gesù e ci si lascia illuminare da essa, diventando così parte della famiglia spirituale di Cristo – fratelli, sorelle e madre di Lui, generando e accogliendo Gesù nella quotidianità attraverso la carità e la docilità.
Giuseppe e Maria ci vengono dati come modello di docilità alla volontà divina.
“Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.
Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.
“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. Per ben quattro volte in questo vangelo troviamo questa espressione: due volte nelle parole dell'angelo e poi altre due volte nell'effettiva esecuzione da parte di Giuseppe. Per Giuseppe è la chiamata alla paternità, a custodire la vita del bambino e di Maria. Non a caso chiamiamo San Giuseppe: "custode del Redentore". Nell'Antico Testamento il verbo "custodire" è shamar, verbo che tocca diverse dimensioni: il rapporto con Dio e con la sua parola, la custodia del creato, la cura delle relazioni (cioè proteggere, prendersi cura, vigilare, amare). Giuseppe sa custodire perché si lascia custodire da Dio. Dio nell'Antico Testamento è presentato come il custode di Israele. E' lui che custodisce la nostra vita, ha cura di ciascuno di noi. Giuseppe permette a Dio di custodirlo. Infatti vediamo che Giuseppe è estremamente silenzioso, non perché non abbia nulla da dire, ma perché il suo silenzio è espressione di ascolto, di recettività, lascia che Dio parli nella sua interiorità. Anch'io, se voglio lasciarmi custodire da Dio, devo imparare da Giuseppe ad ascoltare la Parola di Dio, ad ascoltare le ispirazioni al bene dello Spirito Santo, ad ascoltare la Parola di Dio mediata dalle persone che ho acconto (le correzioni, i i consigli buoni...).
"Prendi con te..." La custodia di Giuseppe è espressione di un amore responsabile. Custodia che anche noi dobbiamo esercitare con responsabilità verso i fratelli. Dio sin dall'inizio ci ha affidati gli uni agli altri, siamo responsabili della felicità del bene gli uni degli altri. Ogni vita è preziosa agli occhi di Dio. Custodirla non significa semplicemente preservarla da ciò che può farla soffrire e ferirla, ma in positivo - conoscendo il suo valore - promuovere la sua vita secondo quella chiamata/vocazione che Dio ha voluto per essa. Insomma, vuol dire aiutarla a diventare ciò che Dio la chiama ad essere.
"... con te il bambino e sua madre...". Si noti che l’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe,. Più avanti Gesù, ormai adulto, dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). La maternità di Maria si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione.
“Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.
“Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come” Dio gli ha ordinato, nella “modalità” che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre, uscendo da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.
“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.
In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Dio – fede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).
“si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.
L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.
“dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.
Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosè, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina.