Articoli filtrati per data: Giovedì, 18 Dicembre 2025

Nella prima lettura troviamo l'oracolo di Isaia 7 sull'Emmanuele.  Per dare fiducia e coraggio al re timoroso , il profeta offre un segno da parte di Dio, una garanzia di protezione di fronte al pericolo: : «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il neonato è motivo  di speranza perché con il suo nome (Emmanuele - "Dio con noi") ricorda che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo. La stabilità e la sicurezza di un uomo, di una famiglia, di un popolo, di un regno, della Chiesa stessa non sta nella potenza umana, ma nella fede. «Se non crederete, non resterete saldi», aveva detto il profeta a nome di Dio (Is 7,9b). 

Ma qual è la reazione del re all'oracolo del profeta? Egli, sicuro della sua logica «forte», rifiuta perentoriamente la «debole» logica divina della fede, dell'affidamento della nostra povera umanità a Dio. Certo, un bambino è del tutto incapace di assicurare una vittoria militare, e tuttavia è simbolo dell'inesauribile potenza di vita, con le sue molteplici possibilità.

Questa profezia ritorna anche nel Vangelo. Giuseppe, che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20).  Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». In tal modo Giuseppe non rimane solo testimone del mistero dell’incarnazione, ma è chiamato con la sua paternità e collaborare a questo mistero. 

Si noti che nelle parole dell'angelo si precisa bene quale salvezza ci viene data da questo bambino: «salverà il suo popolo dai suoi peccati».  E' un annuncio che potrebbe rimanere anche deludente. Ci aspettiamo di  essere salvati dall'oppressione dalle sofferenze, dalla situazione di povertà, dalla mancanza di libertà, dalla miseria della nostra esistenza. E spesso ciò non avviene. Ecco la delusione. Invece la salvezza è più profonda, più radicale: dai peccati.  Cioè da ciò che - nonostante le fatiche e le sofferenze della vita - ci condurrebbe al fallimento esistenziale, cioè a non vivere in pienezza la vita che ci è donata per grazia pur in mezzo alla precarietà che connota l'esistenza sulla terra, e non conseguire la meta della gioia straripante nel paradiso. Giuseppe, discendente di Davide, a differenza di Acaz, crede e accondiscende a questo modo di agire divino; per questo non esita ad accogliere in Maria questo bambino e dargli lui stesso il nome Gesù.

Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la promessa non secondo la modalità sognata dalla maggioranza, ma in un modo totalmente inaspettato, nella modalità che solo Dio può pensare (lo scandalo della croce).

E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio.

Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare.

· A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14). Davvero l’Emmanuele perfetto sfolgora nel “Dio-con-noi”, in  Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27), che ci porta la pace. «Io sono con voi»: questa è la realtà dell’Emmanuele. «Io sono» è il nome proprio di Dio, è il Cristo risorto, «costituito Filgio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dai morti» (Rm 1,4) che rimane con la comunità per sempre, tutti i giorni, fino al compimento della storia.

 

 

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