Articoli filtrati per data: Lunedì, 01 Dicembre 2025

La solennità dell'Immacolata concezione di Maria è come l'aurora che annuncia il giorno della venuta del Salvatore; nell'illibatezza della Vergine, la Chiesa contempla la speranza del mondo redento e salvato. Nella notte del peccato, agli albori della storia umana, compare la promesssa divina che il male non è l'ultima parola: da una donna verrà la luce che vince le tenebre (I lettura). Il suo nome è Maria, la "piena di grazia" per un privilegio singolare di Dio e " degna dimora" per accogliere il "Santo" che nascerà da lei (Vangelo).

La bellezza di Maria ci rapisce. 

La bellezza di Maria consiste in primo luogo nello splendore assoluto che proviene dalla pienezza della grazia in Lei, pienezza che lo stesso Arcangelo Gabriele ha salutato e che esprime in maniera così mirabile San Louis-Marie Grignion de Monfort, con queste parole: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria»... Una pienezza di grazia che la rende “più bella di tutte le signore che conosco”, affermava Bernadette Soubirous, nel 1854, al Commissario Jacquomet, similmente a tutti coloro che hanno avuto il privilegio inaudito di vedere “la Bella Signora” (cfr. le veggenti di La Salette)...

Ma oltre al dono della pienezza di grazia, la bellezza di Maria è considerare anche come risposta a tale dono, alla sua docilità alla grazia, per mezzo della quale si è lasciata configurare a Cristo, divenendo così l’«opera d’arte» di Dio. L’essenza di Maria è come un materiale malleabile a disposizione dell’agire divino; «si deve vedere nella vita di Maria il prototipo di ciò che l’Ars Dei può fare d’una argilla umana che non vi si oppone»[1]. Von Balthasar sottolinea che anche sul piano naturale «l’immagine di Maria è inattaccabile; per gli stessi increduli ha il valore di una bellezza intangibile»[2].

Per papa Benedetto XVI, che spesso ha invitato i cristiani a parlare di Bellezza e a percorrere la Via pulchritudinis, Maria è la Stella splendente di luce e di bellezza, che annuncia e anticipa il nostro futuro, la condizione definitiva a cui Dio, Padre ricco di misericordia, ci chiama. «I Padri e i Dottori della Chiesa, facendosi eco anche del comune sentire dei fedeli e riflettendo su ciò che la liturgia celebrava, hanno proclamato il singolare privilegio di Maria e hanno illustrato la sua luminosa bellezza»[3].

Molto significativa è anche la via suggerita da Paolo VI: «Accessibile a tutti, anche alle anime più semplici, è la via della Bellezza che ci induce alla dottrina misteriosa, meravigliosa, stupenda della Vergine di Nazareth. Maria è la creatura tota pulchra, è lo speculum sine macula, è l’ideale supremo di perfezione che in ogni tempo gli artisti hanno cercato di riprodurre nelle loro opere; è la Donna vestita di sole (Ap 12,1), nella quale i raggi purissimi della bellezza umana si incontrano con quelli sovrani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale»[4].

La bellezza di Maria – che la tradizione cristiana acclama come tota pulchra – tutta Bella (Ct 4,7) – coincide con la sua piena santità, mentre il simbolo dello specchio si riferisce a Sap 7,26, ove si afferma che la Sapienza è «uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà». Chiaro il riferimento alla immacolatezza della Vergine, che le permette di riflettere sul mondo la luce della Sapienza Incarnata, in tutta la sua Bellezza. Anche San Giovanni apostolo nella «Donna vestita di Sole» dell’Apocalisse fa ricorso ad un simbolo cosmico di bellezza: un richiamo a Maria aurora della redenzione.

Per Agostino d’Ippona la Madre di Dio è la Donna che ridà «dignità alla terra» (dignitas terrae)[5]. Questo attributo di Maria può essere tradotto in vari modi: vanto della terra, fiore della terra, splendore della terra, profumo della terra o, letteralmente, «dignità della terra». Maria è la gloria, il vanto di tutta la terra, perché Madre di Dio, perché Madre Vergine, perché immune da ogni peccato, perché nuova Eva[6]. Ed in particolare è Madre della Bellezza, «di quella bellezza che è splendore della Bontà e della Verità. Perciò Maria è bella: è bella allorché con cuore umile (bonitas) e con parola vera (veritas) accoglie la volontà di Dio e si lascia possedere dallo Spirito di pace»[7].

Maria rivela il mistero della collaborazione della creatura con Dio all'opera della salvezza: «ecce ancilla Domini» (Lc 1,38). L’obbedienza implica l’attenzione costante e l’impegno di tutte le forze morali. Se è vero che Cristo è il solo e universale salvatore dell'umanità, è anche vero che ogni uomo è chiamato a collaborare a tale opera di salvezza caricandosi su di sè e per amore - come ha fatto Cristo - le angosce, le preoccupazioni, le ottusità, le sofferenze, le povertà dei fratelli e delle sorelle.  Questa collaborazione con Cristo diventa tanto più piena quanto più ci si lascia trasformare dalla grazia - cioè quanto più ci lasciamo salvare e assumiamo in noi i sentimenti e i pensieri di Cristo (cristificazione) -. Maria in questa collaborazione - come dice la recente nota Mater populi fidelis - ha partecipato in «modo unico e supremo. Perché lei è la "piena di grazia" (Lc 1,28) che, senza frapporre ostacoli all’opera di Dio, ha detto: "Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (n. 32). E aggiunge: «Maria è un canto all’efficacia della grazia di Dio, cosicché qualsiasi attestazione della sua bellezza rimanda immediatamente alla glorificazione della fonte di ogni bene: la Trinità. L’incomparabile grandezza di Maria risiede in ciò che lei ha ricevuto e nella sua disponibilità fiduciosa a lasciarsi ricolmare dallo Spirito» (n. 33).

Impariamo da Maria questa disponibilità; cerchiamo di assomigliare a lei, chiediamole la sua materna intercessione perché ogni remora del nostro "sì" venga dissipata, superata dalla grazia che ci sostiene e ci sprona ad essere anche noi oggi collaboratori docili all'opera del Signore affinché la salvezza raggiunga tutti gli uomini.

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[1] S. De Fiores, Maria, Centro di Cultura Mariana, Roma 1991, p. 359.

[2] Cf H. Urs Von Balthasar, La gloire et la croix. Les aspects esthétiques de la revelation, I: Apparition, Paris – Aubier 1965, p. 474-475.

[3] Cf Benedetto XVI, XV seduta pubblica delle Pontefice Accademie, (Roma 16 dicembre 2010).

[4] Cf Paolo VI, Allocuzione ai rappresentanti al VII congresso mariologico internazionale, Libreria Vaticana, Roma 16.05.1975.

[5] Cf De Gen. c. Man. 2,24,37: PL 34,216, NBA IX/1, 170.

[6] Cf Sant’Agostino, Maria, Dignitas Terrae, Vol. 12, a cura di O. Campagna, Città Nuova, Roma 1995, p. 31.

[7] Cf A. Gouhier, L’approche de Marie selon la Via pulchritudinis et la Via veritatis, in «Études mariales» 32-33, (1975), p. 70-80. 

 

Viviamo l'Avvento con il desiderio di accogliere la venuta del Signore. Scrivendo ai Romani, san Paolo ricorda che accogliere Cristo significa accogliersi gli uni gli altri (II lettura), precisando che ciò è possibile perché "Cristo accolse voi". Come possiamo noi credenti non accogliere i fratelli se ci sentiamo accolti e amati da Cristo stesso? Ne abbiamo fatto esperienza? 

Nel Vangelo, poi, Giovanni Battista ci invita alla conversione. Egli - come ci racconta l'evangelista - vestiva come il rude Elia, profeta di sangue e di fuoco, anch’egli fasciato da una cintura divina (cfr. 2Re 1,8). La dieta del Battista era tipica degli abitanti del deserto (v. 3) costretti a sopravvivere di cibo selvatico. Ma soprattutto per l’evangelista quel “look” rafforza il senso della missione di Giovanni, richiamata al v. 3 (citazione di Isaia): egli è colui che Dio ha scelto per gli ultimi preparativi e ha il compito di facilitare l’incontro tra Gesù e il suo popolo. Giovanni non si concede nulla che fuoriesca dal minimo indispensabile per soddisfare i bisogni primari (vestito e cibo), tutto proteso alla realizzazione della sua missione.

Le sue parole, alla pari di quelle di Elia, hanno una urgenza scottante, annunciano capovolgimenti radicali. Egli è infatti l’ultimo profeta, quell’Elia che doveva tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore ormai vicina ("il regno dei cieli è vicino", cioè sta venendo). Egli ha il compito di creare l’attesa di Colui che viene dopo di lui.

Le sue parole sono chiare: “convertitevi”! Che significa: cambiare prospettiva, orizzonte, condotta, tornare indietro dalle vie inique rivolgendo il cuore al Signore. È l’esigenza di ri-orientamento della propria esistenza guardando in direzione di Colui che solo può dare significato alla nostra vita. E anche per noi che crediamo al Signore e ci stiamo impegnando in un cammino spirituale, l'invito alla conversione rimane ugualmente impellente, perché siamo chiamati a convertici a tutte quelle forme di incoerenza, o di fuga realtà concrete che siamo chiamati ad affrontare con coraggio, o di apatia e disimpegno, e da tutte quelle realtà che ci distraggono o sono futili, che non ci permettono di rimanere concentrati su ciò che è davvero necessario per la nostra salvezza  - il deserto, infatti, è segno di quello spogliamento che favorisce il ritrovare noi stessi e il Signore -.

Il forte  monito del Battista alla conversione viene accolta dalle folle che vanno da lui a confessare i peccati. Tale confessione non perdona i peccati, né il battesimo ha evidentemente un valore sacramentale. I due segni – l’ammissione delle proprie colpe e l’acqua ricevuta – sono corpose espressioni di volontà di cambiamento. Le persone sono pertanto preparate da Giovanni a ricevere Colui che veramente potrà perdonarle e trasformarle (cfr. vv. 11-12).

Con questo annuncio inoltre Giovanni smaschera quella falsa sicurezza di chi  - farisei e sadducei - credeva di essere garantito dal ceppo di Abramo, e di ricevere come un diritto acquisito il dono del Messia. Ma il messia che sta arrivando considererà la natura dell’albero, osservando i suoi frutti. Come un contadino avveduto (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; 28,23-29), Dio non si lascia ingannare dalla natura del ceppo (Is 6,13; Ez 31,3.12; Dn 4,12) e trovando quell’albero sterile si mostra pronto a levare la scure. In particolare verso i farisei e i sadducei pronuncia parole molto dure: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”.  È come dire: non siete figli di Dio, ma del Serpente (= Satana), prestate orecchio non alla parola del Padre che dà vita, ma a quella della menzogna che uccide. L’essere figli di Abramo, infatti, impegna in una coerenza di vita, come appunto fece il grande patriarca. In caso contrario, non c’è possibilità di salvezza. Parole dure che però non sono di condanna, ma un forte monito alla conversione.

È tuttavia da notare che nelle parole del Battista c'è un respiro universale: il dono della salvezza non è soltanto destinato ai “figli di Abramo”, ma a tutti i popoli. L’immagine della scure va compresa anche in riferimento alla profezia del germoglio di Iesse di Is 11,33-34). Dio aveva piantato un giardino di alberi scelti (Is 5,1-7), la casa di Israele da cui attendeva frutti di giustizia; Israele e il giudaismo sono ora un albero secco che sta per essere reciso, ma dalle radici troncate nascerà un germoglio, che è appunto il Messia davidico. Con l’avvento del Messia si compie dunque la benedizione promessa ad Abramo e rivolte a tutte le genti: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), a cui fa eco il Sal. 71,17.

In questa domenica sentiamoci provocati dal Battista a fare verità nel nostro cuore per una conversione ancora più profonda. Guardiamo dentro di noi se ci sono ancora delle false sicurezze, degli idoli, delle realtà alle quali non vogliamo fare a meno, degli attaccamenti disordinati, che non ci rendono pienamente liberi di seguire il Signore, di dire il nostro sì pieno, come lo ha detto la Vergine Maria (vedi solennità dell'Immacolata di domani).

 

 

In una società invasa da immagini violente, provocatorie o apertamente offensive — spesso accettate come “normali” in nome della libertà di espressione — «È paradossale scoprire che proprio il presepe — la rappresentazione più mite, disarmata e pacifica che l'umanità abbia mai prodotto — sia ciò che oggi suscita fastidio.»

Non ci si scandalizza più di nulla: violenza ovunque, trash elevato a spettacolo, volgarità spacciata per libertà, immagini degradanti in ogni angolo dei social. Tutto permesso, tutto normale.

Poi arriva dicembre… e all'improvviso il problema diventa il PRESEPE.

Proprio lui: una mangiatoia, una madre, un padre, un neonato. Niente sangue, niente odio, niente provocazioni. Eppure — incredibile — c'è chi si agita, chi dice che “disturba”, che è “troppo religioso”, che “non è inclusivo”. Si contesta una scena fatta di una madre, un padre e un bambino appena nato, circondati da pastori e animali. Una scena che, per sua natura, non offende nessuno.

Perché?

Perché il presepe non è solo un'immagine: è un messaggio.

E spesso non dà fastidio l'oggetto, ma il significato:

Ricorda la sacralità della vita nascente;

Mostra un Dio che sceglie la povertà;

Parla di famiglia, di umiltà e di pace;

Interrompe — anche solo per un istante — il rumore del mondo.

Il paradosso è proprio questo: accettiamo qualsiasi cosa, tranne ciò che parla di amore, di radici e di senso. In un mare di violenza e oscenità, l'unica immagine che disturba è quella che ricorda che siamo ancora umani. Tutto il resto va bene. Il presepe, invece, “ è troppo”.  E forse proprio per questo è così necessario.

La nostra epoca sopporta tutto tranne ciò che invita a fermarsi, riflettere e recuperare il senso, ma è il presepe che diventa “scomodo”. 
-Non perché sia ​​violento, ma perché è troppo umano.
-Non perché dividere, ma perché unisce.
-Non perché offende, ma perché ricorda ciò che molti preferirebbero dimenticare: Che la fragilità è più forte del potere, e la luce più forte delle tenebre.

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