Segreteria del Santuario

Segreteria del Santuario

FEDE • PACE • SPERANZA

Il messaggio della Madonna e la sua risonanza nel mondo contemporaneo.

Nel cuore del Portogallo, tra le colline dell'Estremadura, sorge uno dei santuari più visitati al mondo. Fatima non è solo un luogo geografico: è un simbolo. Un punto di convergenza tra la storia umana e il desiderio di trascendenza, tra il dolore delle guerre e la speranza ostinata nella pace. Oggi, in un'epoca segnata da conflitti, divisioni e crisi umanitarie, il messaggio che la tradizione cattolica attribuisce alla Madonna di Fatima risuona con straordinaria attualità.

Le Apparizioni e il Messaggio Originale

Era il 13 maggio 1917. Tre giovani pastorelli — Lucia dos Santos e i suoi cugini Francisco e Jacinta Marto — riferirono di aver visto una "Signora più brillante del sole" nella Cova da Iria. Le apparizioni si ripeterono ogni mese fino a ottobre, attirando folle sempre più numerose. Il culmine fu il cosiddetto Miracolo del sole, il 13 ottobre 1917, testimoniato da decine di migliaia di persone.

Al centro delle apparizioni c'era un appello urgente: la preghiera, la conversione, e soprattutto la pace nel mondo. L'Europa era immersa nella Prima Guerra Mondiale. La carneficina delle trincee, i gas asfissianti, le battaglie della Somme e di Verdun — un continente che si stava suicidando. In quel contesto, la figura della Madonna portava un messaggio che andava controcorrente rispetto alla retorica bellicista dell'epoca: non c'è gloria nella guerra, solo dolore; non c'è vittoria nel conflitto, solo distruzione.

I Tre Segreti e la Profezia della Pace

Tra i contenuti più dibattuti delle apparizioni figurano i cosiddetti "tre segreti di Fatima". I primi due, rivelati nel 1941 da suor Lucia — l'unica dei tre pastorelli sopravvissuta all'età adulta — descrivevano una visione dell'inferno e annunciavano una seconda guerra mondiale, con l'emergere della Russia come potenza che avrebbe "diffuso i suoi errori" nel mondo. Il terzo segreto, custodito dal Vaticano per decenni, fu reso pubblico nel 2000 da Giovanni Paolo II: una visione simbolica di persecuzione della Chiesa e del martirio.

Ciò che colpisce, al di là delle interpretazioni teologiche, è la coerenza del nucleo del messaggio: la pace non è un dono automatico della storia, ma una conquista che richiede responsabilità morale, riconciliazione e preghiera. Un'intuizione che non appartiene solo ai credenti.

 Fatima nel Mondo di oggi

Più di un secolo dopo le apparizioni, il pianeta è ancora percorso da conflitti. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, le crisi dimenticate in Africa e Asia mostrano che l'umanità non ha ancora imparato a costruire una pace duratura. In questo scenario, Fatima continua a esercitare una potente attrazione simbolica — non solo per i cattolici, ma per chiunque cerchi un linguaggio di speranza.

Ogni anno, milioni di pellegrini raggiungono il santuario. Molti camminano per giorni o settimane. Portano con sé voti, dolori, speranze. C'è chi è fuggito dalla guerra. Chi ha perso un figlio. Chi cerca semplicemente un senso in un mondo che sembra averlo perduto. Il pellegrinaggio a Fatima è, in fondo, una forma di resistenza pacifica contro il nichilismo e la rassegnazione.

Giovanni Paolo II, che attribuì alla Madonna di Fatima la sua sopravvivenza all'attentato del 1981, donò al santuario la pallottola estratta dal suo corpo. Un gesto potente: trasformare uno strumento di morte in un'offerta votiva, restituire alla speranza ciò che l'odio aveva cercato di distruggere.

Un Appello Universale

Il messaggio di Fatima, nelle sue strutture essenziali, trascende i confini del cattolicesimo. L'invito alla preghiera come pratica di ascolto interiore, la conversione come capacità di cambiare rotta, la solidarietà con chi soffre — sono valori che appartengono al patrimonio comune dell'umanità, presenti in ogni grande tradizione spirituale.

La pace non nasce dai trattati firmati dai potenti, ma dal cambiamento nei cuori degli individui. Nasce quando un soldato smette di vedere nel nemico un mostro e riconosce un essere umano. Nasce quando una comunità sceglie il dialogo invece della vendetta. Nasce quando un leader ha il coraggio di dire: "basta". Questa è, in fondo, la pedagogia di Fatima: non la rassegnazione, non la fuga dal mondo, ma l'impegno attivo per un mondo migliore, animato da una speranza che non si arrende.

"Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, essa si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace."

— Nostra Signora di Fatima, 13 luglio 1917

Conclusione: La Pace Come Scelta

Fatima ci ricorda che la pace non è un'utopia irraggiungibile, ma una scelta che si compie ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi decisioni della vita. È la scelta di non rispondere all'odio con l'odio. Di ascoltare prima di giudicare. Di aprire le porte invece di costruire muri.

In un'epoca di polarizzazione crescente, dove i social media amplificano la rabbia e i conflitti sembrano inevitabili, il santuario portoghese rappresenta un contro-segno: milioni di persone che si muovono non per conquistare, ma per pregare; non per dividere, ma per riconciliarsi.

Da Fatima sale, ancora oggi, un appello semplice e radicale: convertitevi, pregate, costruite la pace. Non perché sia facile. Ma perché è necessario. E perché, nel profondo di ogni cuore umano, c'è ancora la capacità di scegliere la vita.

 

30 Aprile 2026

Maggio al Santuario

1 Maggio - San Giuseppe lavoratore - Primo Venerdi del Mese

 Sante Messe ore 9:00 10:30 12:00 -18:00

Dopo la Messa delle ore 10:30 omaggio floreale a san Giuseppe.

Ore 17:00 Adorazione Eucaristica

2 Maggio Primo Sabato del Mese

Ore 10:30 / 16:30 - Adorazione Eucaristica

3 Maggio - Prima Domenica del Mese

Sante Messe ore 9:00 10:30 12:00 - 17:00 - 19:00

Flores de Mayo comunità Filippina

ore 16:30 Adorazione Eucaristica

Ore 18:00 Processione mariana per la pace.

Dal 4 al 12 Maggio

Inizio Novena alla Madonna di Fatima

Ore 17:15 Rosario meditato canto delle litanie preghiera finale 

8 Maggio

Ore 11:30 Santo Rosario

Ore 12:00 Supplica alla Madonna di Pompei

10 Maggio - Convegno Ecclesiale Diocesi di Tivoli - Palestrina

12 Maggio

Omaggio floreale a Padre Pio Bruno Lanteri dopo la S. Messa delle ore 18:00

13 Maggio N.S. di Fatima - Insieme per la pace!

Sante Messe Ore 9:00 -10:30 -12:00 - 18:00

Dopo ogni Messa recita del Rosario

Ore 21:00 Processione Mariana nel ricordo della Prima Apparizione a Fatima segue Santa Messa presieduta da S.E. mons. Mauro Parmeggiani

24 Maggio

Catechesi Mariana relatrice  sr Giustina Mainini omvf

30 Maggio

Ore 15:30 Rassegna Canti Mariani in Santuario

31 Maggio

Conclusione del Mese Mariano

Ore 16:30 Adorazione Eucaristica

Ore 17:00 Santa Messa

ore 18:00 Processione

 

Il mese di maggio, nella tradizione cristiana, è da sempre dedicato a Maria. Un tempo che invita a rallentare lo sguardo e a ritrovare un orientamento interiore, tanto più necessario in un’epoca segnata da inquietudini, divisioni e smarrimento. In questo contesto, risuonano con particolare forza le parole di San Bernardo di Chiaravalle: “Guarda la stella, invoca Maria.”

Non è solo un’esortazione devozionale, ma una sintesi profonda dell’esperienza umana e spirituale. Quando si alzano i venti delle difficoltà, quando le onde sembrano sopraffare ogni certezza, l’uomo avverte il bisogno di una guida, di un punto fermo che non venga meno.

San Bernardo continua: “Se insorgono i venti delle tentazioni, se incappi negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria.”

Queste parole attraversano i secoli e parlano con sorprendente attualità. Le “burrasche” di cui scrive il santo non sono lontane dalla nostra esperienza quotidiana: conflitti, paure, solitudini, un senso diffuso di disorientamento. Eppure, proprio in mezzo a questo mare agitato, Maria viene indicata come stella: presenza luminosa che orienta senza imporsi.

Non elimina la notte, ma permette di attraversarla.

“Se vieni travolto dalle onde della superbia, dell’ambizione, della maldicenza, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria.”

Maria appare così come faro nella tempesta e porto sicuro. Non come rifugio che allontana dalla realtà, ma come presenza che aiuta a viverla con uno sguardo diverso, più profondo. In lei si riflette una pace che non è assenza di problemi, ma fiducia che resiste anche nelle prove.

Nel mese di maggio, rivolgersi a Maria diventa allora un gesto semplice ma essenziale: fermarsi, pregare, affidarsi. È riscoprire uno spazio di silenzio in un mondo che spesso non lascia respiro. E San Bernardo conclude con parole che sono promessa e invito insieme: “Seguendola non devierai, pregandola non dispererai, pensando a lei non sbaglierai strada.”
Guardare la stella, oggi come ieri, significa non perdere la rotta. Invocare Maria significa aprirsi a una speranza concreta, capace di attraversare anche i tempi più difficili. Forse è proprio questo il dono del mese di maggio: imparare di nuovo, con semplicità, a sollevare lo sguardo. E, nel farlo, ritrovare la pace tanto sospirata!

Buon Mese di Maggio!

mese di maggio 2

Con grande gioia vi invitiamo a partecipare alla rassegna di canti mariani -  “Voci in preghiera: Omaggio a Maria”. 30 Maggio ore 15:30

Un evento pensato per unire le voci, i cuori e la spiritualità attraverso la bellezza del canto dedicato alla Vergine Maria. La rassegna vuole essere un momento di condivisione, raccolta e valorizzazione delle tradizioni corali, offrendo a ogni gruppo l'opportunità di esprimere la propria sensibilità artistica e religiosa in un contesto suggestivo e partecipazione.
Sono invitati a prendere parte tutte le corali parrocchiali, polifoniche e gruppi vocali che desiderano rendere omaggio a Maria attraverso il canto sacro.
Partecipare significa:  condividere la propria esperienza musicale,  vivere un momento di intensa spiritualità comunitaria,  contribuire alla bellezza di un evento dedicato alla devozione mariana.
Vi aspettiamo per costruire insieme un'esperienza indimenticabile,  fatta di armonia, fede e comunione.
Per informazioni e adesioni, non esitate a contattarci. 06/2266016 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Unite le vostre voci… e lasciate che diventino preghiera!

Cantare a Maria: voci di popolo che attraversano i secoli

Dalle chiese di campagna alle cattedrali gotiche, dai monasteri medievali alle piazze affollate delle feste patronali, il canto in onore della Vergine Maria è una delle espressioni più antiche e vitali della devozione cristiana. Un patrimonio che appartiene a tutti, credenti e non.

Una melodia che nasce dal cuore del popolo

Prima ancora che i teologi ne fissassero i dogmi e i compositori ne elaborassero le armonie, il popolo cristiano aveva già trovato il modo di rivolgersi a Maria: cantando. Non è un caso. Il canto è la forma di preghiera più naturale e immediata, quella che coinvolge il corpo intero, che unisce le voci di chi non sa leggere con quelle dei dotti, che attraversa i secoli senza bisogno di traduzione.

La tradizione dei canti mariani affonda le radici almeno nel IV secolo, quando le prime comunità cristiane iniziarono a onorare la Madre di Gesù con inni e acclamazioni. Ma è nel Medioevo che questa fioritura raggiunge il suo apogeo: le chiese romaniche e gotiche d'Europa risuonarono di melodie dedicate alla Vergine, composte in latino ma presto adattate nelle lingue locali, perché il popolo potesse farle proprie.

La Salve Regina: un grido nella notte

Poche melodie nella storia della musica sacra hanno la forza evocativa della Salve Regina. Scritta probabilmente nell'XI secolo — la tradizione ne attribuisce la paternità a Ermanno di Reichenau, monaco svevo — questa antifona è diventata nei secoli il saluto serale per eccellenza rivolto alla Vergine.

«Salve, Regina, Mater misericordiae, vita, dulcedo et spes nostra, salve»: già nell'incipit c'è tutto. Non è una preghiera di richiesta, ma di invocazione. Un grido nella notte — e la notte qui è metafora della vita terrena, di questo «exilium», questo esilio in cui l'umanità si trova. Maria è la consolatrice, colei che intercede, che mostra «il frutto benedetto del suo grembo».

Per secoli i marinai l'hanno cantata prima di prendere il largo. I crociati la intonavano alla partenza. I benedettini la recitano ancora oggi alla fine della Compieta, l'ultima preghiera del giorno. E nelle campagne italiane, ancora nella prima metà del Novecento, le famiglie la cantavano in coro la sera, riunite attorno al focolare.

L'Ave Maria: tre secoli di variazioni su un tema

Se la Salve Regina appartiene all'anonimato collettivo del Medioevo, l'Ave Maria ha invece una storia più stratificata. Il testo unisce due brani del Vangelo di Luca — il saluto dell'angelo Gabriele e quello di Elisabetta — a una formula di supplica aggiunta più tardi dalla liturgia. Una composizione per strati, come una cattedrale che ogni epoca arricchisce di nuovi elementi.

Ma è la musica a rendere l'Ave Maria un fenomeno culturale che travalica i confini della fede. Schubert ne compose una versione nel 1825 che è diventata una delle melodie più eseguite al mondo — anche se, paradossalmente, il testo originale di Schubert non aveva nulla a che fare con la preghiera mariana, essendo tratto da un poema di Walter Scott. Gounod aggiunse la sua melodia a un preludio di Bach. Verdi, Brahms, Fauré: ogni grande compositore ha lasciato la propria versione.

Questo spiega perché l'Ave Maria sia oggi un testo che appartiene a tutti: ai credenti che la recitano nel Rosario, agli appasionati che la ascoltano in concerto, ai laici che la scelgono per i loro matrimoni. Una preghiera diventata patrimonio dell'umanità.

Le laudi e i canti popolari: quando il dialetto parla alla Madonna

Al di là del latino liturgico, la vera ricchezza del repertorio mariano è nei canti popolari in lingua locale. L'Italia, con la sua straordinaria varietà regionale, offre un campionario di rara bellezza: dalle laudi umbre dell'epoca di Jacopone da Todi alle ballate siciliane, dai canti delle processioni campane alle melodie alpestri del Nord-Est.

Le laudi — componimenti poetico-musicali nati nel XIII secolo grazie ai movimenti dei Flagellanti e alle confraternite — rappresentano il primo grande esperimento di musica sacra in volgare. Jacopone da Todi, frate francescano del Duecento, ne è il più celebre autore. I suoi testi sono ancora oggi di una forza straordinaria: dolorosi, gioiosi, teatrali. Nella sua lauda Donna de Paradiso — una sorta di dialogo tra Maria e la folla ai piedi della croce — c'è una modernità che stupisce.

Questi canti non erano eseguiti in chiesa, ma nelle strade, nelle piazze, durante le processioni. Erano musica del popolo, per il popolo. E questa origine ha lasciato tracce profonde: ancora oggi, nelle feste mariane di molti paesi italiani, si cantano melodie che risalgono a secoli fa, tramandate oralmente di generazione in generazione.

Il Rosario cantato: una meditazione che si fa voce

Il Rosario — la preghiera mariana per eccellenza nel cattolicesimo — ha generato nel corso dei secoli una tradizione musicale propria. Non esiste un unico modo di cantarlo: ogni regione d'Italia, ogni tradizione locale ha le sue formule melodiche. C'è chi intona l'Ave Maria su scale modali arcaiche, chi la accompagna con l'armonio, chi mantiene il canto a cappella.

Nelle comunità rurali del Sud Italia, il Rosario cantato era — e in molti luoghi è ancora — un momento di raccolta collettiva. Le donne si riunivano nelle case, in chiesa, nei cortili, e il canto diventava il ritmo della sera. Una forma di meditazione collettiva che univa il sacro al sociale, la preghiera al senso di comunità.

Un patrimonio vivo

Sarebbe sbagliato relegare questi canti al passato, come fossero reperti di un'epoca tramontata. La tradizione è viva, si trasforma, dialoga con le nuove sensibilità. I canti neocarismatici, le melodie di Taizé, i gospel mariani delle comunità africane presenti nelle nostre città: il repertorio si arricchisce continuamente di nuove voci.

Quello che rimane costante, attraverso i secoli e le culture, è l'impulso di fondo: trovare nel canto una forma di vicinanza, di affidamento, di dialogo con una figura materna che la tradizione cristiana ha caricato di significati profondi. Maria, nella devozione popolare, è la madre di tutti, colei che ascolta senza giudicare, che intercede senza stancarsi.

E allora cantarle è, in fondo, un gesto umano prima ancora che religioso. Il gesto di chi alza la voce nel buio, sperando che qualcuno risponda.

Il canto mariano è uno dei filoni più ricchi della musica sacra occidentale. Chi volesse approfondire può esplorare le raccolte di laudi medievali, i registri delle confraternite, o semplicemente fermarsi ad ascoltare una processione nel suo paese.

 

ave maria jpeg

«La pietra che voi costruttori avete scartato è diventata la pietra d'angolo… In nessun altro c'è salvezza».

Queste parole degli Atti degli Apostoli (4,11-12), pronunciate da San Pietro, risuonano con sorprendente attualità se lette alla luce delle Apparizioni di Fátima. Esse non sono solo una proclamazione teologica, ma anche una chiave di lettura del tempo presente.

La pietra scartata: Cristo rifiutato dal mondo

La figura della pietra scartata indica Gesù Cristo, rifiutato dai “costruttori”, cioè da coloro che avrebbero dovuto riconoscerlo.

Nel messaggio di Madonna di Fátima, questo rifiuto assume una dimensione storica concreta:

  • un mondo che si allontana da Dio 
  • ideologie che escludono Cristo 
  • una società che pretende di costruire senza il suo fondamento

Le conseguenze, secondo Fátima, sono visibili: guerre, sofferenze e smarrimento spirituale.

La pietra d'angolo: Cristo fondamento della ricostruzione

Ciò che è stato scartato diventa essenziale. Cristo è la “pietra d'angolo”, il punto su cui tutto può essere ricostruito.

Fátima non si limita a denunciare il male, ma indica una via:

  • conversione del cuore ritorno alla preghiera (in particolare il Rosario) penitenza e riparazione
  • Rimettere Cristo al centro significa ricostruire:
  • la persona la famiglia la società

 “In nessun altro c'è salvezza”: un annuncio radicale

Il testo degli Atti afferma con chiarezza che la salvezza si trova unicamente in Cristo. Questo è perfettamente in linea con il messaggio di Fátima: Maria non propone una via alternativa ma richiama con urgenza all'unica via che salva. In un mondo segnato dal relativismo, questa affermazione appare controcorrente, ma proprio per questo profetica.

Il Cuore Immacolato: via che conduce alla "pietra angolare".

Nel messaggio di Fátima emerge con forza il Cuore Immacolato di Maria.

Esso rappresenta: un rifugio nei tempi difficili una guida sicura verso Cristo. Maria non trattiene a sé, ma conduce alla “pietra d'angolo” , sostiene l'umanità a riconoscere ciò che ha rifiutato.

Un messaggio per il nostro tempo

Letto oggi, questo passo degli Atti diventa:

  • un avvertimento : costruire senza Cristo porta al crollo
  • una chiamata: tornare a Dio attraverso la conversione
  • una speranza: ciò che è stato scartato può diventare fondamento. 

Il legame tra Atti 4,11-12 e Fátima è profondo: entrambi indicano Gesù Cristo come centro della storia e unica via di salvezza. In un mondo che spesso lo rifiuta, il messaggio resta attuale e urgente: accogliere la pietra scartata per ritrovare il fondamento della vita.

Cristo è risorto in questo mondo lacerato dall’odio e dalla guerra.

È risorto proprio qui, nella nostra storia ferita, tra le lacrime degli uomini e le paure dei popoli. La sua risurrezione non avviene lontano dal dolore del mondo, ma dentro di esso, come una luce che nessuna oscurità può spegnere.

Cristo è risorto anche nella notte che talvolta abita il nostro cuore: quando cediamo all’odio, al rancore, alla gelosia, alla sete di vendetta. In quei momenti il cuore sembra chiudersi e diventare duro, incapace di amare. Eppure proprio lì il Signore bussa con delicatezza.

Gesù è risorto nonostante molte porte del cuore siano chiuse. Non si stanca di cercarci, non si stanca di amarci. La sua risurrezione è un invito a riaprire il cuore, a lasciare entrare la pace, a ricominciare.

La Pasqua ci ricorda che il male non ha l’ultima parola.
Dove sembra vincere la morte, Dio fa germogliare la vita.
Dove cresce l’odio, Dio semina il perdono.
Dove regna la notte, Dio accende una luce.

Accogliamo il Risorto nel nostro cuore.
Lasciamo che la sua pace trasformi le nostre ferite e renda la nostra vita un segno di speranza per il mondo.

Inizio della Novena alla Divina Misericordia.

Nel raccoglimento profondo del Venerdì Santo, la Chiesa si ferma davanti al mistero della Croce. Tutto sembra immerso nel silenzio: il cielo si oscura, la terra trattiene il respiro, e lo sguardo dei credenti si posa su Gesù Cristo, che dona la sua vita per amore dell’umanità.

È il giorno in cui contempliamo fino a che punto arriva l’amore di Dio. Sulla Croce non vediamo soltanto il dolore e la sofferenza, ma il dono totale di sé. Il Figlio di Dio si lascia inchiodare per aprire all’umanità la strada della riconciliazione e della speranza. Nel suo cuore trafitto, l’uomo scopre che nessuna colpa è più grande della misericordia di Dio.

Dal costato di Cristo sgorgano sangue e acqua: segni della vita nuova che Dio dona al mondo. In quel momento la misericordia divina si manifesta nella sua forma più alta e luminosa. La Croce, segno di morte, diventa fonte di salvezza.

Proprio in questo giorno inizia la Novena alla Divina Misericordia, una preghiera che nasce dal messaggio affidato da Gesù a Santa Faustina Kowalska, umile religiosa polacca scelta per ricordare al mondo che Dio non si stanca mai di perdonare. Nel suo Diario spirituale, Santa Faustina racconta l’invito di Gesù a portare ogni giorno davanti al suo Cuore un gruppo diverso di anime, immergendole nell’oceano della sua misericordia.

Durante questi nove giorni la preghiera si allarga come un abbraccio che raggiunge tutta l’umanità. Si prega per i peccatori, per i sacerdoti e le persone consacrate, per le anime fedeli, per coloro che non conoscono ancora Dio, per i cristiani separati, per i miti e i piccoli, per chi diffonde la devozione alla misericordia divina, per le anime del purgatorio e per coloro che vivono nella tiepidezza della fede.

Questa novena è un cammino spirituale che conduce dalla contemplazione della Croce alla luce della Pasqua, fino alla gioia della Domenica della Divina Misericordia. È come un pellegrinaggio interiore che attraversa il dolore e giunge alla speranza, ricordando che l’ultima parola della storia non è la morte, ma l’amore misericordioso di Dio.

Nel mondo spesso segnato da ferite, paure e divisioni, il messaggio della misericordia risuona come una promessa: Dio non abbandona mai l’uomo. Egli continua a cercare ogni cuore, anche quello più ferito o lontano, per donargli pace e vita nuova.

Accogliere questo messaggio significa imparare a fidarsi di Dio e a diventare a nostra volta strumenti di misericordia. Significa imparare a perdonare, a comprendere, a portare consolazione e speranza a chi è nella prova.

Davanti all’immagine di Gesù Misericordioso, la preghiera della Chiesa si fa semplice e fiduciosa. È la preghiera di chi sa di essere fragile, ma anche infinitamente amato.

E allora, con umiltà e speranza, ripetiamo nel silenzio del cuore: Gesù, confido in Te. 

Era notte.

La notte del tradimento, la notte della paura, la notte della solitudine. Il male agisce spesso di notte: nell’oscurità trova il terreno fertile per crescere e compiere le sue opere.

Ma quella notte era soprattutto nel cuore di Giuda. Una notte fatta di smarrimento, di chiusura, di un amore che non è stato custodito.

Era notte quando gli apostoli fuggirono, presi dalla paura. Era notte lungo la via della croce, tra l’odio, il giudizio e l’indifferenza.

Ed è notte anche nel nostro cuore quando, davanti al bene, scegliamo il male; quando lasciamo spazio all’egoismo, alla violenza, all’arroganza, all’odio.

È notte nel mondo anche oggi, quando la pace sembra lontana e il cuore dell’uomo si lascia dominare dalla forza invece che dall’amore.

È notte nel mondo in queste ore. Una notte fatta di guerre, di violenza, di arroganza e di odio, che sembrano prendere possesso del cuore dell’uomo.

Ma il Venerdì Santo ci ricorda una verità più grande: proprio dentro la notte più buia nasce la luce più vera. Sulla croce, nell’apparente sconfitta, l’amore non si spegne. Lì Dio continua ad amare, a perdonare, a donare se stesso. Proprio nella notte, Dio prepara l’alba. Perché nessuna notte è così lunga da spegnere per sempre la luce. Anche quando tutto sembra perduto, una luce può nascere nel cuore di chi sceglie ancora l’amore, il perdono e la pace. E così la notte non ha l’ultima parola. Perché dall’oscurità della croce sta già nascendo l’alba della Pasqua.

 

«Fate questo in memoria di me».

Queste parole di Gesù Cristo, pronunciate nell’ultima cena con i suoi discepoli, continuano a risuonare nella storia della Chiesa e nel cuore del mondo. In esse nasce l’Eucaristia, ma nasce anche il sacerdozio: un dono che Dio affida all’umanità.

Il sacerdote è prima di tutto un uomo scelto tra gli uomini e per gli uomini. Porta nel cuore le gioie e le ferite del popolo, ascolta i silenzi, raccoglie le lacrime, condivide le speranze. La sua vita diventa un ponte tra il cielo e la terra, tra Dio e i fratelli.

Nel gesto semplice di spezzare il pane e di offrire il calice, il sacerdote rinnova ogni giorno il mistero dell’amore di Dio. Le sue mani, fragili e umane, diventano strumenti attraverso cui il Signore continua a donarsi al mondo. È un servizio nascosto e spesso silenzioso, fatto di fedeltà quotidiana, di preghiera, di ascolto, di presenza.

Il sacerdote conosce anche la fatica: la fatica delle notti di dubbio, delle incomprensioni, delle solitudini che talvolta accompagnano il suo cammino. Ma proprio in queste fragilità si manifesta la forza della chiamata ricevuta. Egli continua a dire “sì”, giorno dopo giorno, perché sa di non appartenere più solo a se stesso, ma a Dio e al suo popolo.

Ogni sacerdote è un segno vivente che l’amore di Dio non abbandona mai l’umanità. Nella celebrazione dell’Eucaristia, nella parola annunciata, nel perdono donato, nella vicinanza ai piccoli e ai sofferenti, egli ricorda al mondo che Dio è vicino.

Per questo oggi la Chiesa rende grazie: per il dono dell’Eucaristia e per il dono del sacerdozio. E prega perché ogni sacerdote possa essere sempre più testimone dell’amore di Cristo, servo della speranza e fratello per ogni uomo.

Perché dove c’è un sacerdote che spezza il pane della vita, lì continua a brillare la promessa di Dio per il mondo.

Entriamo nel Triduo Pasquale con l’animo pieno di riconoscenza verso il Signore Gesù.

In questi giorni santi si compie il progetto della nostra salvezza. Nella sua Passione, Gesù ha raccolto tutti i dolori del mondo: li ha purificati e santificati, restaurando nell’uomo quell’immagine che il peccato aveva deturpato.

Contemplando il suo amore sulla croce, affidiamo al Signore anche il nostro desiderio di pace: pace nei cuori, nelle famiglie e tra i popoli. Che la luce della sua Pasqua illumini il mondo e doni speranza a chi soffre e a chi vive nella paura.

Lasciamo che il suo sacrificio rinnovi i nostri cuori e ci renda strumenti di pace, di fraternità e di amore.

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