Segreteria del Santuario

Segreteria del Santuario

Il 4 marzo, le Chiese in Italia pregheranno per affidare a Dio “il grido dei popoli feriti dalla guerra, le nostre paure e le nostre resistenze, perché la sua presenza disarmi i cuori e apra vie di fraternità”, perché i responsabili delle Nazioni “non cedano alla tentazione della violenza e del dominio, ma scelgano il disarmo dei cuori e delle armi e si impegnino a promuovere la giustizia e il dialogo” e perché le terre ferite dalla violenza “tornino a rinverdire nella vita e nella concordia”. Aderendo all’iniziativa del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), anche quest’anno le comunità ecclesiali si uniranno nella Messa per le vittime della guerra e invocare una pace “disarmata e disarmante” in Ucraina, Terra Santa e in tutto il mondo. Per l’occasione, l’Ufficio Liturgico Nazionale ha predisposto uno schema per la celebrazione e per l’adorazione eucaristica.

Santa Messa ore 8:30 - 10:00 - 17:30
Adorazione Eucaristica 10:30
Rosario per la pace ore 17:00

Passando vide un uomo cieco dalla nascita  e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».  Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.  Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.  Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6 Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. 8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».  Alcuni dicevano: «E' lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?». Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

11 Marzo ore 21,00 - Padre Michele Babuin omv
Parrocchia Santa Maria del popolo Villalba

Nel silenzio della Quaresima risuona una voce dolce e forte:  “Ritornate a Me con tutto il cuore”.

-È il tempo favorevole.
-È l’ora della grazia.
-È il momento di lasciar cadere ciò che appesantisce l’anima e di tornare alla sorgente viva che è Cristo.

Ti invitiamo a partecipare alla Catechesi Quaresimale, un cammino di luce nel deserto, un incontro profondo con il Signore che chiama ciascuno per nome. Non sarà solo un ascolto, ma un’esperienza di preghiera, di silenzio, di conversione, di misericordia.

In questo tempo santo vogliamo:

-Sostare ai piedi della Croce,
-Riscoprire la bellezza del perdono,
-Riaccendere la fiamma della fede,
-Lasciarci trasformare dall’Amore che salva.

La Quaresima non è tristezza, ma ritorno. Non è rinuncia sterile, ma spazio per Dio. Non è peso, ma promessa di Risurrezione.

Vieni!

Il Signore ti attende. Il tuo cuore è fatto per Lui.

Catechesi di Quaresima ore 16,00 - Padre Michele Babuin omv

 

Venerdì 20 febbraio il Santuario ha vissuto una giornata di grazia e di festa, accogliendo con gioia i ragazzi della Scuola Sacro Cuore di Tivoli proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria liturgica dei santi pastorelli di Fatima, Francesco Marto e Giacinta Marto .

La data del 20 febbraio non è casuale: ricorda il giorno in cui Giacinta tornò alla Casa del Padre nel 1920, offrendo le sue sofferenze per la conversione dei peccatori, per la pace e per il Santo Padre. Celebrare questa festa insieme a tanti bambini e ragazzi ha reso l'esperienza ancora più intensa e significativa, quasi un incontro speciale tra coetanei, separati dal tempo ma uniti dalla stessa chiamata alla santità.

Dopo diversi giorni di pioggia, il sole è tornato a splendere proprio in quella mattina di festa, come a voler accompagnare con la sua luce la gioia dei giovani pellegrini. Accompagnati dai docenti e dalle suore Salesiane Oblate del Sacro Cuore, i ragazzi sono stati accolti calorosamente dalle suore del Santuario in un clima di semplicità e familiarità.

La giornata si è aperta con un momento di preghiera, per affidare al Signore il cammino che ciascuno stava per vivere. Successivamente i ragazzi sono stati suddivisi in due gruppi, grandi e piccini, per poter approfondire la figura dei pastorelli con modalità adatte alla loro età. A guidarli con entusiasmo e dedizione sono state suor Maria, suor Melissa, suor Giustina e suor Mattea, che con creatività hanno saputo rendere viva la testimonianza dei piccoli santi.

Attraverso racconti, video, giochi interattivi e momenti di dialogo, i partecipanti hanno scoperto la forza straordinaria di una fede vissuta nella quotidianità. Francesco, con il suo amore silenzioso per Gesù nascosto, e Giacinta, con il suo cuore ardente e missionario, hanno parlato ai cuori dei ragazzi in modo sorprendentemente attuale. Non sono mancati momenti di silenzio e raccoglimento davanti al Signore, nei quali ciascuno ha potuto riflettere su come anche oggi sia possibile scegliere il bene, la preghiera e l'offerta.

In un tempo in cui spesso vengono proposti modelli superficiali e fragili, l'incontro con questi piccoli grandi santi ha offerto ai ragazzi un esempio luminoso di autenticità, coraggio e amore vero. Molti hanno espresso stupore nel vedere come due bambini, simili a loro per età e vita quotidiana, hanno saputo rispondere con tanta generosità alla chiamata di Dio.

Dopo il pranzo al sacco, condiviso in un clima di amicizia e semplicità, la festa è proseguita all'aperto con giochi organizzati dalle suore. Risate, entusiasmo e spirito di squadra hanno riempito il cortile del Santuario, trasformandolo in uno spazio di fraternità gioiosa. Non è mancato il tempo per fotografie, saluti e un ultimo momento di ringraziamento.

I ragazzi sono ripartiti con il cuore colmo di gioia, portando con sé non soltanto il ricordo di una bella giornata, ma soprattutto il desiderio di imitare, nella propria vita quotidiana, l'esempio dei santi Francesco e Giacinta: imparare ad amare Gesù, a pregare con semplicità ea trasformare anche i piccoli sacrifici di ogni giorno in un dono prezioso.

20 febbraio 2026 festa dei pastorelli 5

 

Mi chiamo sr Veronica Anderson, sono nata nel 1961, in Michigan, negli Stati Uniti. Sono la seconda di otto figli e sono cresciuta in una famiglia semplice, dove la vita era accolta come un dono e dove si respirava fiducia nel disegno di Dio. I miei genitori ci hanno insegnato che per ciascuno esiste un progetto unico, “fatto su misura”, e che la vera meta non è il successo o la realizzazione personale, ma la vita eterna.

Il mio “sì” è arrivato al terzo anno delle scuole superiori. Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma una chiamata che è cresciuta piano, nel silenzio, nella preghiera, sotto lo sguardo materno della Vergine Maria. A Lei ho sempre affidato tutto. La nostra parrocchia era dedicata proprio a Maria e fin da piccoli avevamo imparato a consegnarle la nostra vita. Senza quasi accorgermene, stava preparando il mio cuore.

Ho conosciuto le Oblate di Maria Vergine di Fatima durante un viaggio in Italia, in occasione dell'ingresso in noviziato della mia migliore amica. Ricordo ancora quella visita. Non furono grandi discorsi a convincermi, ma la gioia semplice e luminosa che vedevo nei loro volti. Dentro di me sentii qualcosa di profondo: era lì che il Signore mi stava aspettando.

A dire il vero, non avevo mai pensato di lasciare il mio Paese. Gli Stati Uniti sono immensi e mi sembrava che ci fosse spazio anche lì per realizzare la mia vocazione. E poi c'era un piccolo sogno nel cassetto: attraversare l'America in sella a una grande moto, sentendo il vento sul viso e la strada davanti a me. Il Signore, però, aveva preparato per me un'avventura diversa. Non una moto, ma un aereo. Non le autostrade americane, ma le strade di un Paese lontano.

Sono entrata in convento prima di compiere diciannove anni. Il cambiamento non è stato sempre facile: una nuova lingua, un nuovo cibo, una cultura diversa. Ma ho imparato ad affrontare tutto un passo alla volta. Dentro di me c'era un ritmo profondo, la certezza di essere nel posto giusto. Quando sai che il Signore ti vuole lì, anche le difficoltà diventano parte del cammino.

Dopo la Professione religiosa, il 13 ottobre 1982, sono stata inviata a Rocca di Papa. Da allora la mia vita è stata un susseguirsi di comunità, volti, storie: Chiavari, la Sicilia, Castelfiorentino con la sua Casa di Riposo, Larderello, Morimondo, Certaldo... In ogni luogo ho ricevuto molto più di quanto abbia dato. Ogni persona incontrata è stata un dono e una piccola rivelazione dell'amore di Dio.

Col tempo ho capito che la fede non è una linea retta. Da giovane pensavo fosse come una scuola: impari, cresci, superi le prove e poi tutto procede ordinatamente. Invece è un cammino vivo, fatto di salite e discese, di slanci e di stanchezze, di luce e di ombra. A volte si corre, a volte si zoppica, a volte ci si ferma. Ma il Signore non smette mai di camminare accanto.

Ho imparato che al centro non ci sono le mie capacità, ma la sua fedeltà. Non la mia forza, ma la sua grazia. Non il mio merito, ma la sua misericordia.

Essere missionaria, per me, non significa prima di tutto partire per terre lontane. Significa prendere sul serio la fede, custodirla come la perla preziosa per cui vale la pena lasciare tutto, e desiderare che anche altri possano scoprirla. Con il Battesimo, tutti siamo inviati. Tutti possiamo essere missionari nel quotidiano.

Porto nel cuore un episodio che non dimenticherò mai. Un giorno, mentre camminavo per le strade di Cecina, una signora mi fermò e mi disse: «Dammi una parola di speranza. Oggi è una brutta giornata e ne ho bisogno». In quel momento ho sentito tutta la responsabilità e la bellezza della mia vocazione. Non mi chiedeva una frase consolatoria. Mi chiedeva la speranza vera. Mi chiedeva Gesù.

E ho capito ancora una volta che la missione è questa: offrire Gesù con semplicità, attraverso un sorriso, una presenza, una parola detta al momento giusto. Essere pronti, come dice san Pietro, “a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi”.

Il mio “sì” ha attraversato un oceano, ma ogni giorno continua a rinnovarsi nei piccoli passi della fedeltà. E se tornassi indietro, direi ancora sì. Con gratitudine. Con fiducia. Con gioia. 

“Sì, sì; no, no”: la responsabilità delle nostre parole.

Nel Discorso della Montagna, Gesù Cristo consegna una delle frasi più esigenti e più attuali del Vangelo. In un mondo dove le parole si moltiplicano, si sovrappongono, si gridano e si consumano rapidamente, Egli invita alla semplicità, alla chiarezza, alla verità. Non è un invito a parlare poco per timidezza o chiusura. È un invito a parlare con cuore puro.

La radice del “di più”

Il “di più” di cui parla il Signore non è una questione di quantità, ma di qualità. È tutto ciò che eccede la verità e la carità. È la parola che nasce dall’orgoglio, quando vogliamo affermarci o avere l’ultima parola. È la parola suggerita dall’invidia, che insinua e ridimensiona il bene altrui. È la parola figlia del sospetto, che giudica senza conoscere.

Quante ferite nascono da frasi dette con leggerezza.
Quante relazioni incrinate da allusioni, mormorazioni, commenti non necessari.
Quante inquietudini interiori dopo aver parlato troppo.

La lingua è piccola, ma il suo potere è grande. Può edificare o distruggere, consolare o scoraggiare, illuminare o confondere.

La cultura dell’eccesso

Viviamo immersi in una comunicazione continua. Messaggi, commenti, reazioni immediate. Spesso si parla per riempire il silenzio, per non restare esclusi, per sentirsi presenti. Ma il Vangelo propone una rivoluzione silenziosa: la sobrietà della parola. Dire “sì” quando è sì. Dire “no” quando è no. Senza maschere, senza ambiguità, senza doppiezze. La semplicità evangelica è forza interiore. È libertà dal bisogno di compiacere tutti. È trasparenza che nasce da una coscienza retta.

Il silenzio che purifica

Prima della parola, c’è il silenzio. Un silenzio non vuoto, ma abitato. Nel silenzio l’anima si misura con la verità. Lì emergono le intenzioni nascoste. Lì comprendiamo se ciò che stiamo per dire nasce dall’amore o dall’ego.

Il silenzio custodisce la pace.
La parola giusta nasce solo da un cuore custodito.
La tradizione spirituale suggerisce tre criteri semplici:
È vero?È necessario?È caritatevole?

Se manca anche uno solo di questi elementi, forse è meglio tacere.

Una conversione quotidiana

La santità passa anche attraverso la bocca. Non solo nelle grandi scelte, ma nelle conversazioni ordinarie. Ogni giorno abbiamo l’occasione di scegliere: costruire o demolire, chiarire o confondere, benedire o ferire.Il parlare semplice richiesto dal Vangelo è frutto di una continua purificazione interiore. È il segno di un cuore unificato, dove non c’è spazio per la doppiezza.
Chiediamo la grazia di parole limpide.
-Parole poche, ma vere.
-Parole ferme, ma dolci.
-Parole che riflettano la luce di Cristo.

Perché quando il cuore è retto, anche il parlare diventa luce. E il “sì” pronunciato nella verità diventa testimonianza.

«Il Padre ha parlato una sola Parola, che è il Suo Figlio, e questa Parola Egli la pronuncia sempre nel silenzio; ed è nel silenzio che l’anima deve ascoltarla.»San Giovanni della Croce

Sant’Isaac il Siriano, che ha insegnato come il silenzio non sia semplice assenza di parole, ma spazio abitato da Dio: «Se ami la verità, ama anche il silenzio; il silenzio ti illuminerà in Dio.»
I santi sono davvero maestri del silenzio. Non perché fuggano il mondo, ma perché hanno compreso che la verità non si possiede nel rumore. Il silenzio purifica lo sguardo interiore, placa le passioni, ordina i pensieri e rende l’anima capace di ascolto.

La Quaresima è presentata come un tempo speciale di conversione: un cammino per ritornare a Dio, rinnovare la fede e orientare la vita su ciò che conta veramente.

Ascoltare
La prima dimensione del cammino quaresimale è ascoltare la Parola di Dio. Il Papa sottolinea l’importanza di fare spazio alla voce di Dio nelle nostre vite e di ascoltare il grido di chi soffre nella società.Solo imparando ad ascoltare davvero si entra in relazione profonda con Dio e con gli altri.

Digiuno
Il digiuno non è fine a sé stesso: aiuta a comprendere ciò che veramente desideriamo, a ordinare i nostri appetiti e a essere più attenti alle necessità degli altri.Il Papa invita a praticare il digiuno in fede e umiltà, non come vanto personale, ma per aprire il cuore a Dio.

Astensione dalle parole che feriscono
Una proposta concreta e originale: fare un “digiuno dalle parole offensive”, evitando giudizi affrettati, pettegolezzi, parole dure o ingiuste.Disarmare il linguaggio favorisce la pace, la speranza e il rispetto nelle relazioni (in famiglia, sul lavoro, nei media e nelle comunità).

Dimensione comunitaria
La Quaresima non è solo un percorso individuale: è un tempo nel quale parrocchie, famiglie, gruppi e comunità sono chiamati a camminare insieme ascoltando, digiunando e sostenendosi a vicenda.La conversione riguarda non solo la coscienza personale, ma anche la qualità dei rapporti e dell’impegno verso gli altri.

Messaggio conclusivo
Il Papa invita a chiedere la grazia di una Quaresima che renda più attenti a Dio e ai più fragili, e di trasformare le nostre comunità in luoghi dove chi soffre trovi accoglienza, ascolto e sostegno.

In sintesi, il messaggio di Quaresima 2026 chiama a ritrovare Dio attraverso l’ascolto, a trasformare il cuore con il digiuno e a purificare il nostro linguaggio, perché le parole diventino strumento di pace e non di ferita. L' obiettivo è passare da una comunicazione che "occupa spazi" a una che "avvia processi" di riconciliazione.

“La forza dei piccoli: Francesco e Giacinta, fiamme di cielo”.

Santi Francesco e Giacinta Marto, piccole grandi fiaccole accese da Dio per dissipare le tenebre del mondo. Con la loro innocenza, il loro sacrificio e il loro amore per Gesù e per il Cuore Immacolato di Maria, continua a illuminare il cammino dei nostri giovani, indicando la via della purezza, della preghiera e della riparazione.

Nel cuore del messaggio di Santuario di Fátima brillano due piccole luci che il tempo non ha spento: Francesco e Giacinta Marto. Due bambini, due cuori semplici, due vite brevi — eppure così intenso da diventare fari per intere generazioni. In un mondo attraversato da crisi morali, smarrimento spirituale e confusione culturale, la loro testimonianza appare sorprendentemente attuale. Non furono protagonisti secondo i criteri umani: non fondarono opere, non scrissero libri, non predicarono a folle. Ma accolsero con radicalità il messaggio della Madonna, lasciandosi trasformare dalla grazia.

La luce silenziosa di Francesco

Francesco era contemplativo. Dopo le apparizioni, sentiva un forte desiderio di “consolare Gesù”. Passava lunghe ore in silenzio davanti al Santissimo, offrendo preghiere e sacrifici. La sua fu una spiritualità nascosta, fatta di adorazione e riparazione. Ai giovani di oggi, spesso immersi nel rumore e nella distrazione, Francesco ricorda il valore del silenzio, dell'interiorità, dell'incontro personale con Cristo. Insegna che la vera forza nasce dall'intimità con Dio.

Il fuoco ardente di Giacinta

Giacinta, invece, possedeva un cuore ardente. Dopo aver compreso la gravità del peccato e la sofferenza di Gesù, si offrì generosamente per la conversione dei peccatori. La sua carità non era sentimentale, ma concreta: accettava sacrifici, malattia e incomprensioni con uno sguardo rivolto all'eternità. Per i giovani di oggi, spesso tentati dall'indifferenza o dall'egoismo, Giacinta è un richiamo potente alla responsabilità spirituale. Mostra che anche i piccoli possono amare in modo grande, che la santità non dipende dall'età ma dalla generosità del cuore.

Due fiaccoli per i giovani del nostro tempo

Viviamo in un'epoca in cui molte “luci” promettono felicità ma lasciano nell'ombra: mode passeggere, successo effimero, ideologie che confondono l'identità. Francesco e Giacinta, invece, sono fiaccole che non abbagliano, ma orientano. Non attirano verso sé stessi, ma indicano il Cielo. Il loro messaggio è semplice e rivoluzionario:
-Pregare con fedeltà,
-Offrire sacrifici per amore,
-Vivere nella purezza del cuore,
-Confidare nel Cuore Immacolato di Maria.

La loro santità è accessibile, concreta, possibile. Non appartiene a un'epoca lontana, ma parla direttamente al nostro presente.

Una speranza che non si spegne

Canonizzati nel 2017, Francesco e Giacinta sono tra i santi più giovani della Chiesa. La loro vita dimostra che Dio non aspetta l'età adulta per chiamare alla santità. Egli accende le sue fiaccole quando vuole — e spesso sceglie i piccoli per confondere i grandi. Per questo, oggi più che mai, i nostri giovani hanno bisogno di guardare a loro. In un mondo che spesso smarrisce la direzione, queste due piccole luci continuano a brillare, indicando un cammino fatto di preghiera, sacrificio e amore.

-Due fiaccole accese a Fatima.
-Due cuori consumati per Dio.
-Due stelle che illuminano le tenebre del nostro tempo.

 

O Francesco Marto e Giacinta Marto,
piccole fiaccole accese da Dio nelle tenebre del mondo,
insegnateci ad amare Gesù con cuore puro
ea offrire ogni cosa per la salvezza delle anime.

Aiutate i nostri giovani
a scegliere la luce e non le false promesse del mondo,
a camminare nella preghiera,
nella purezza e nella speranza.

Intercedete per noi
perché la nostra vita diventi una fiamma viva
che illumina il cammino verso il Cielo. Amen.

20 Febbraio Festa dei Pastorelli Francesco e Giacinta Marto
Ore 9.00 Accoglienza
Ore 10.00 Facciamo amicizia con i nostri amici santi Francesco e Giacinta
Ore 12.00 Visita a NS Signora di Fatima
Ore 13.00 Pranzo al sacco
Ore 14,30 Giochi liberi
Ore 15.30 Partenza

 

santi francesco e giacinta marto

 

Si racconta spesso che Padre Pio non facesse lunghe omelie, eppure la gente accorreva a migliaia per assistere alla sua Messa. Alcuni testimoni dicevano che bastava vederlo sull’altare per sentirsi richiamati a Dio. Non erano le parole a colpire per prime, ma la sua presenza. Una presenza che parlava di preghiera, di sacrificio, di mistero. Oggi viviamo in un tempo in cui le parole abbondano. Parole spiegate, analizzate, attualizzate. Parole che cercano di avvicinare, di rendere accessibile, di dialogare con il mondo. Eppure, nonostante questo grande impegno comunicativo, molte chiese si svuotano e tanti cuori restano lontani.

Non è una critica, ma una domanda che nasce dal confronto con i santi: che cosa cercava davvero la gente quando andava da Padre Pio?

Forse non cercava un discorso brillante, né una riflessione colta. Cercava Dio. E in lui percepiva qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare: il senso del sacro, il peso dell’eternità, la realtà viva della grazia. Padre Pio celebrava la Messa come chi sta davvero sul Calvario. I suoi silenzi non erano vuoti: erano pieni di adorazione. La sua predicazione, quando c’era, era semplice, diretta, a volte perfino ruvida. Ma nasceva da una vita consumata nella preghiera e nella sofferenza offerta. Le sue parole avevano radici profonde, perché prima di parlare a Dio degli uomini, parlava a Dio per gli uomini.

Oggi il rischio non è che si parli troppo. Il rischio è che si parli senza quel fuoco interiore che rende le parole trasparenti a Dio. Non è la lunghezza di un’omelia che converte, ma l’unione con Cristo di chi la pronuncia. Un sacerdote santo può dire poche frasi e aprire il cielo. Un discorso perfetto, senza vita interiore, può lasciare il cuore intatto. Il confronto con Padre Pio non dovrebbe portarci alla nostalgia, ma alla conversione. Non si tratta di tornare indietro nel tempo, ma di tornare in profondità. La Chiesa non ha bisogno prima di tutto di strategie, ma di uomini e donne che credono davvero, che pregano davvero, che vivono davvero ciò che annunciano. Forse le chiese non torneranno a riempirsi per un miglior linguaggio, ma per una rinnovata santità. La gente continua ad avere sete di Dio, anche quando non sa dirlo. E quando incontra qualcuno che lo porta nel cuore, lo riconosce. Padre Pio non attirava per ciò che diceva, ma per Chi viveva in lui.

La grande sfida oggi  non è tanto “tornare ai tempi di Padre Pio”, ma ricercare quella presenza viva di Cristo nelle nostre comunità — tramite la preghiera personale, la coerenza di vita, e la fedeltà ai sacramenti. Riscoprire la sacralità della vita e della vocazione aiuta a non scendere a compromessi: compromessi che, poco alla volta, ci fanno scivolare nel vortice dell’apparire, mettendo al centro il proprio ego., dimenticando che la pienezza della vita sta nelle parole di Giovanni: «Lui deve crescere e io diminuire». Riscoprire la santità del sacerdozio e di ogni vocazione ci conduce a riscoprire ciò che siamo veramente e ci aiuta a vivere in pienezza ciò che siamo chiamati a essere:  “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19, 2)

“Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Queste parole, tratte dalla Prima Lettera di Pietro, esprimono la verità dell’identità e della vocazione dei credenti. È un’immagine luminosa alla quale  desidero ispirarmi per questa mia Lettera pastorale. Una immagine che richiama l’alta dignità derivante dal Battesimo che siamo chiamati a riscoprire, custodire, alimentare. Essa rivela la trasformazione che avviene nella vita di chi crede in Gesù Cristo, passando da una condizione di lontananza ad una di vicinanza a Dio. Con il Battesimo, infatti, siamo stati innestati in Cristo e per mezzo dello Spirito vive in noi la vita di Dio. Esserne consapevoli fonda l’impegno della vita cristiana, (Lettera Pastorale S.E.mons. Mauro Parmeggiani)

Ed è questa la domanda che rimane anche per noi oggi: le nostre parole parlano di Dio, o lasciano intravedere che Dio abita davvero in noi?

Carissimi,

in mezzo al rumore dei giorni, agli impegni che si accavallano e alle preoccupazioni che abitano il cuore, Gesù continua a rivolgerci un invito semplice e pieno di tenerezza: «Venite in disparte e riposatevi un po’» (Mc 6,31).

Non è una fuga, ma un ritorno all’essenziale. Non è tempo perso, ma tempo ritrovato. È lo spazio in cui l’anima respira, il cuore si riordina e lo sguardo torna a riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita.

Per questo ti invitiamo a partecipare agli Esercizi Spirituali guidati sapientemente da Padre Vincenzo Voccia omv. Saranno di  giorni di silenzio, preghiera e ascolto della Parola, per rallentare e rientrare in te stesso rileggere la tua vita alla luce di Dio affidare fatiche, scelte e speranze al Signore per ritrovare pace e chiarezza nel cuore

Sarà un tempo custodito, lontano dalle distrazioni, accompagnato da momenti di meditazione, adorazione e celebrazione dei sacramenti. Non servono preparazioni particolari: solo il desiderio di fermarti e lasciare che Dio ti parli.

Se senti il bisogno di respirare più profondamente, di rimettere ordine dentro, di stare un po’ “in disparte” con il Signore… questo invito è per te.

Ti aspettiamo per condividere insieme questo cammino di grazia.  Prenota al numero 351.957.6952 - E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Con amicizia e preghiera! Pace e bene.

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