Articoli filtrati per data: Sabato, 04 Luglio 2026
Ti rendo lode, Padre... (Mt 11,25-30)
È bello vedere come, dopo aver rimproverato le città di Corazin, Betsàida e Cafarnao (vedi brano precedente) perché piene di sé, supponenti, Gesù non si chiude nell'amarezza, ma esplode in un grido di gioia: “Ti benedico, o Padre”, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” .
Il testo parla di “sapienti e intelligenti”. Sono coloro che ritenevano di possedere una conoscenza profonda dei misteri di Dio. Si “credono” sapienti e intelligenti pur rifiutando la rivelazione divina. Pensiamo, in concreto, ai capi del popolo, ai dottori della legge, agli aderenti a varie sette del tempo (Esseni, Qumranici, seguaci di gruppi apocalittici). Del resto, il paradosso di sapienti che non capiscono e di intelligenti che non intendono era stato già sottolineato dai profeti, in particolare da Isaia. Al popolo che onora Dio con le labbra Dio lancia la minaccia: «perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l'intelligenza dei suoi intelligenti» (Is 29,14). E, subito dopo, aggiunge: «Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele» (Is 29,19).
Chi sono invece i “piccoli”? In greco la parola è “nepioi” , cioè “infanti” . È la gente semplice che, senza aver studiato molto e senza conoscere la teologia, può aprirsi al mistero del Regno. È la “dotta ignoranza” del puro di cuore, al quale Dio si fa vedere (5,8), ben diversa dalla sapienza ignorante del furbo, al quale Dio resiste. A quest'ultimi, infatti, Dio ha “nascosto” “queste cose” proprio perché pensavano di sapere chissà che cosa.
Queste parole di Gesù sono quindi un monitor molto forte a mantenere puro il nostro cuore. Altrimenti non lo potremo conoscere. Potremo studiare, avere una vasta cultura religiosa, ma mai averlo conosciuto.
«Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (v. 26). È un'espressione che ci scuote, perché ci fa capire che il mistero di rifiuto e quello di accoglienza è parte del piano divino. In questo piano è contenuto il mistero della croce.
«Tutto mi è stato dato dal Padre mio...» (v. 27). Con queste parole Gesù afferma:
- di avere la piena conoscenza del mistero di salvezza e tutta la regalità, con il potere che ne consegue “in cielo e in terra” (cfr Mt 28,18);
- di essere il Figlio, e come tale è in relazione reciproca con il Padre.
- Di conseguenza Egli è il rivelatore del Padre.
"Siamo di fronte a una sintesi della storia della salvezza, dove appare il primato di Gesù, la sua divinità, la sua relazione con il Padre, il suo essere nella Trinità. (...) È un mistero che soltanto attraverso il superamento della ragione e l'ingresso nell'oceano infinito di Dio, possiamo accettare. E quando recalcitriamo contro il progetto di Dio nella nostra vita, contro gli avvenimenti, contro il modo con cui il Signore ci tratta, di fatto noi non accettiamo che Gesù riveli il Padre, che lo riveli nell'umiliazione e nella croce, non accettiamo il rapporto privilegiato di Gesù con il Padre, che Gesù sia Dio”. [1]
Il vangelo poi continua con l'invito di Gesù: “Venite a me...”. Invita tutti quelli che si riconoscono “affaticati e oppressi” a venire a lui.
Si noti che quel “ Venite ” Gesù lo aveva usato per chiamare i primi discepoli a seguirlo. La vita è dura per tutti, tutti – sebbene con diverse gradazioni – sono sottoposti al peso della fatica del vivere, al peso delle delusioni, degli insuccessi, dell'ambiente meschino, del peso dell'ingiustizia e della falsità.
“Venite a me” è un invito diretto che Gesù fa a tutti, ma che solo i piccoli ai quali il Padre ha rivelato il mistero di Dio, che è l'amore – come si legge nel brano precedente –, solo questi piccoli sanno rispendere all'appello di Gesù. I sapienti e gli intelligenti di questo mondo non credono di aver bisogno di Lui, bastano a se stessi.
A coloro che accolgono la sua chiamata promette: “ e io vi ristorerò ”. In greco la parola ἀναπαύσω qui impiegata in realtà significa “riposo”. Parola che richiama il riposo del settimo giorno in Genesi 2,2, il sabato che è il compimento della creazione. Ciò che Gesù promette a chi viene a lui, allora, non è il semplice ristoro, ma anche il compimento dell'uomo, che è Dio; lui ti dona l'amore stesso del Padre. Un giorno, nel sabato eterno, questo compimento sarà pieno; ma già oggi Gesù ci introduce nella vita trinitaria, nell'amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Già oggi posso pregustare il paradiso insieme alle fatiche della vita che non vengono meno.
Per questo Gesù subito dopo dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi” . Sappiamo bene che la parola “giogo” indica quello che si metteva sull'animale per utilizzare le sue energie, per arare, tirare il carro, lavorare, in modo che la sua energia sia utile. Così il “giogo” di Gesù è ciò che ci fa camminare nella vera libertà, orientando le energie verso il bene, seguendolo nella via dell'amore. Ci chiede di imparare ad amare, ed allora entreremo nella dolcezza della vita. Perché l'amore è dolce per chi ama.
Portare il “suo giogo” è il cammino che Gesù propone ad ognuno di noi. I nostri “pesi”, quando vengono assunti con amore e vissuti come “croce”, diventano più leggeri e sopportabili, perché diventano un luogo di “incontro con Gesù”.
“ Imparate da me che sono mite e umile di cuore …”. La mitezza è espressione della vera natura dell'amore che si fa “debole” di fronte alla violenza . In tutta la passione Gesù esprime il vero volto di Dio che non distrugge il maschio con la sua “collera”, ma facendosi debole, vulnerabile, sofferente. Si fa carico di esso per distruggerlo dall'interno, per trasformare il massimo maschio in massimo bene.
Poi Gesù ci invita ad imparare anche la sua umiltà. In greco c'è “tapino”: è il piccolo, l'umile, il servo, l'ultimo. L'amore è sempre umile: stima l'altro superiore a se stesso, fino a dare la vita per l'altro. Senza umiltà non c'è amore, c'è solo prepotenza. E la sapienza di Gesù, mite e umile di cuore, è la sapienza dell'amore.
Se vogliamo seguirlo nella via dell'amore dobbiamo far nostri questi atteggiamenti del cuore di Gesù, dobbiamo conformarci a lui. E sperimenteremo davvero che la legge dell'amore non è un fardello da portare, ma un paio di ali che portano. È un peso che lo rende leggero.
______
[1] Carlo Maria Martini, Briciole dalla tavola della Parola , Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, p. 396.